Le montagne degli ultimi

Non mi è mai piaciuto dipingere come una razza in via di estinzione gli uomini e le donne che si ostinano a vivere e lavorare in montagna. Proprio per quello molte volte sono andata a cercare i giovani, vi ho parlato di loro, vi ho narrato le loro storie. Da quando sono in Valle d’Aosta, molto spesso sento gli amici piemontesi che parlano con invidia delle montagne (cioè degli alpeggi) valdostani… ma non tutti sono delle “regge” comodamente raggiungibili con strade sterrate lisce come l’olio. C’è un po’ di tutto anche qui. E ci sono montagne che non hanno niente da “invidiare” ai più difficili tra gli alpeggi piemontesi. Qui come là, se c’è ancora qualcuno che li usa, che ci vive per i mesi estivi, è qualcuno che ci è nato, che vi sale da sempre con gli animali, che conosce ogni pietra, ogni centimetro di quei pascoli.

Grossa casa nel villaggio di Devine – Pontboset (AO)

In primavera avevamo fatto un’escursione per raggiungere dei villaggi abbandonati nel comune di Pontboset e mi avevano incuriosita i valloni che vedevo sul versante opposto. In particolare, con il binocolo avevo guardato verso un villaggio sulle cui case spiccavano delle grosse croci. Consultata la mappa, avevo visto che era possibile, nella bella stagione, fare delle escursioni che prevedevano il raggiungimento di alcuni alpeggi. Cercando in rete, avevo anche trovato questo post dove si parlava di “escursione da non ripetere”, altri camminatori ribadivano di evitare la zona in caso di nebbia, dato che i sentieri non sempre erano evidenti e ben tracciati.

Un bel rascard tra i villaggi di Fournier – Pontboset (AO)

La giornata alla fine è stata discreta e ci siamo trovati anche nella nebbia, per alcuni tratti, ma fortunatamente non ci siamo persi. In tutto il giorno (una domenica) abbiamo incontrato solo un altro escursionista. Eppure abbiamo visitato posti molto belli dal punto di vista escursionistico, naturalistico, ma anche storico e antropologico. All’inizio il sentiero/mulattiera passa a fianco di vari villaggi abbandonati, con strutture architettoniche molto interessanti, tra cui alcuni rascard fortunatamente ancora in buone condizioni.

Il sentiero che sale nel vallone di La Manda con, a fianco, la monorotaia – Pontboset (AO)

Quando attraverso questi luoghi non posso fare a meno di pensare alla storia e alla vita delle persone che qui in tempo abitavano stabilmente. Oggi è una piacevole escursione salire lungo questi vecchi sentieri, ma cosa significava percorrerli con pesi a spalle, con i muli? Di cosa si viveva, quassù? La curiosità è cresciuta nel corso della giornata, tanto da spingermi a cercare un libro dove potermi documentare. “(…)si dedicavano ad un’agricoltura di sussistenza, producendo pochi cereali, coltivabili solo su terrazzamenti di dimensioni ridotte, ricavati riportando terra sui numerosi muretti a secco (…)“. Così viene detto nel libro “Pontboset. Il territorio, la sua storia, la sua gente.”

Vacche valdostane al pascolo vicino ai villaggi abbandonati – Pontboset (AO)

Ma… e gli alpeggi? A Fournier, praticamente tra le case dei villaggi abbandonati e in quelli che ora sono pascoli tutt’intorno, c’erano delle vacche che brucavano. Quando le abbiamo viste, ancora non sapevamo nulla di quel vallone, dei suoi alpeggi, di chi li utilizza ancora. Un tempo “(…) gli alpeggi frequentati dai pastori si trovavano normalmente all’envers, ossia sul versante rivolto a nord, che è meno soleggiato, più umido e produce un foraggio di buona qualità.” Sempre nel libro, ho poi letto che, già nel XIII secolo, oltre al bestiame locale, sull’intero territorio di Pontboset e Champorcher, salivano greggi con centinaia di pecore, provenienti dal Canavese. Si parla anche di pastori lombardi.

Edifici d’alpe in parte ristrutturati a Boset – Pontboset (AO)

Veniamo a tempi più vicini a noi. Terminati i villaggi, arriviamo a quello che è sicuramente un alpeggio. La cremagliera che saliva parallela al sentiero si è interrotta ed è stata sostituita da una pista per quad, che permette di raggiungere un po’ più agevolmente questo alpeggio. Uno dei fabbricati è un container completamente rivestito di pietra e legno, così da non impattare sul paesaggio e, nello stesso tempo, consentire la lavorazione del latte a norma di legge. Sarà solo successivamente che scoprirò chi è l’allevatore che sale ancora quassù. Si chiama Danilo, è di Ponboset, dove vive d’inverno. “E’ 45 anni che vado nel Vallone della Manda. Sono io che ho messo la monorotaia e ho fatto la pista. Nel 2008-2009 d’inverno la valanga aveva portato via due case e i container, con tutta la roba dentro, anche le caldaie per il latte. Anche 2 case con tutta la roba del latte. Dopo ho fatto questa struttura tutta interrata per le valanghe. Con una soletta che neanche le bombe la buttano giù. E ho comprato nuovi container e li ho incassati dentro.

Il vecchio alpeggio Champas – Pontboset (AO)

Ma queste cose le ho sapute dopo. Quella domenica salivamo incontrando alpeggi abbandonati e, ad un certo punto, arrivò anche la nebbia. Mi sembrava di essere tornata in certi alpeggi piemontesi, tra rocce, cespugli, versanti ripidi, nebbia, vecchie baite in pietra. Per fortuna il sentiero era abbastanza evidente, così si poteva continuare sull’itinerario previsto…

L’unico edificio ancora in piedi a LaManda – Pontboset (AO)

Le maggiori sorprese ci attendevano all’alpe La Manda. Più che un alpeggio, un vero e proprio villaggio di baite di varie dimensioni, quasi completamente diroccate. Si intuivano canali per l’acqua che passavano nelle cantine, dove veniva messo a raffreddare il latte, Poi fontane, stalle, abitazioni spartane, canali per portare i liquami nei pascoli… La nebbia rendeva il tutto più spettrale e misterioso. Sarà poi di nuovo Danilo a raccontarmi qualcosa su questo alpeggio, dato che nel libro ho trovato solo indicato il numero di animali che saliva nei secoli scorsi e la stima del valore da pagare per l’uso dei pascoli.

I resti dell’alpeggio La Manda – Pontboset (AO)

Tra tutti i muntagnin che andavano lì, avevano circa 70 mucche. I padroni della Manda erano dei ricchi a quel tempo. Pagavano 2 lire alle donne per andare su a tagliare dove non andavano le mucche e portavano il fieno fino a Hone. Perché i padroni sono di Hone anche se la Manda è nel territorio di Pontboset. I vecchi padroni erano dei nobili e andavano su a caccia. Hanno fatto quella casa, l’unica ancora in piedi: quella era apposta per loro quando andavano su a caccia. Mio papà da piccolo è stato valet lì, mi diceva che nessun altro poteva andare in quella casa, era riservato solo per i padroni.”

La cisterna dell’acqua dell’alpe La Manda – Pontboset (AO)

Un po’ sopra all’alpeggio, un’altra struttura misteriosa, ai piedi di una roccia, di fianco al torrente. Salendoci sopra abbiamo trovato un foro, coperto da una lastra di pietra. Pareva una cisterna… “Mia nonna e le mie zie andavano sovente su lì con quelli che tagliavano fieno con la falcetta. E a portare cemento e sabbia quando hanno fatto quei vasconi per riserva dell’acqua.

I pascoli dell’alpe La Manda, i cui ruderi sono praticamente invisibili, mimetizzati tra le rocce – Pontboset (AO)

Anche se i pascoli di quell’alpeggio paiono così ripidi, nei documenti antichi sono sempre solo indicati come pascoli da vacche, mentre negli altri alpeggi troviamo sempre anche capre (molto numerose a Pontboset, dove potevano essere mantenute anche d’inverno, pascolandole sui versanti esposti e nei boschi) e, esclusivamente a Croset, le pecore.

L’arrivo della monorotaia e le baite di Croset – Pontboset (AO)

Un sentiero che corre su una cengia (dov’è stato anche fatto passare un ru con un tubo per l’acqua) ci porta a Croset. Qui ritroviamo la cremagliera e i container, uno rivestito in legno e l’altro nascosto dietro alle vecchie baite. I pascoli sono ripidi, ma l’erba è buona. Danilo mi dirà che quest’ultimo tratto di monorotaia è stato danneggiato in un punto dalle valanghe.

La monorotaia che sale a Croset – Pontboset (AO)

La spesa per rifarla è elevata, ma il versante è ripido, una pista per quad è quasi impossibile da fare se non con gli interventi necessari per metterla in sicurezza. “Vorrei fare ancora tante cose ma sono vecchio, non ho più forza. L’alpeggio Croset ha sempre avuto problemi di acqua, io il primo anno che sono andato ho messo 2000 metri di tubi. E ho acqua per fare girare anche la turbina.”

Pascoli nel vallone della Manda – Pontboset (AO)

Temo che questi siano davvero gli ultimi… se dovesse smettere chi ha letteralmente dato la sua vita a queste montagne, chi sarà ancora disposto ad affrontare fatiche e sacrifici del genere? “Andassi a ritirarmi sarebbe meglio, ma è una malattia.” Sono parole che ho sentito ripetere molte volte anche altrove, in situazioni anche meno estreme di queste. Dalla pagina facebook dell’azienda agricola, copio e incollo il testo di presentazione. “Agricoltore allevatore, da ben 40 di esperienza, di allevatore di capre e bovine da latte, e produzione formaggi di alpeggio, in questo momento solo latte vaccino. Le bovine di razza valdostana pezzata rossa, Da Maggio a Novembre vengono portate negli alpeggi Boset, e Crouset, comune Pontboset Valle D’ Aosta , in media e alta montagna da 1600 a 2000 metri di altezza, in una natura splendida e unica, Dove i bovini tutto il giorno intero stanno al pascolo, con erba verde fresca in pieno fiore, e bevono acqua che sgorga dalla roccia, in una natura incontaminata Solo la sera vengono ritirate in stalla per la mungitura, e il mattino dopo la mungitura , vanno di nuovo al pascolo. solo erba, acqua, e sale 2 volte alla settimana , nessuna aggiunta di mangimi di nessun genere. Tutto biologico al cento per cento. Viene prodotto 2 volte al giorno subito dopo la mungitura del mattino e sera, il formaggio a latte intero. Ingredienti. latte vaccino appena munto, caglio, sale. E’ lavorato con estrema, professionalità , passione, e con rigide regole sanitarie. Dopo circa 2 mesi di stagionatura in cantine adatte, viene venduto un prodotto, sano nutriente , e di alta qualità, a un prezzo buono.” A questo punto, non vi è venuta voglia di andare a fare un giro in un angolo di Valle d’Aosta sconosciuto ai più?

Far comunicazione

E’ vero, scrivo poco. O meglio, scrivo poco su queste pagine. In questi mesi ho scritto parecchio, una relazione conclusiva di un progetto a cui ho lavorato, ho risposto a domande per interviste, per ricerche da parte di studenti che mi hanno contattata. Poi sto buttando giù la bozza di un nuovo libro, un romanzo. Quest’ultima cosa la faccio al pascolo, con carta e penna, ho ripreso adesso che i capretti iniziano ad essere indipendenti e non c’è più da tenerli sotto controllo costantemente per paura che restino indietro, si addormentino sotto una radice, in un punto riparato tra l’erba secca.

Scrivere al pascolo con supervisione e correzione delle bozze! – Petit Fenis, Nus (AO)

Già, nel frattempo sono anche nati i capretti, manca ancora il parto di una ritardataria, poi la stagione 2021 sarà conclusa. E’ andato tutto bene, anche se la componente maschile ha battuto le femmine per 10 a 2! Capita, non ci puoi fare niente. Però i parti sono andati tutti bene, fino ad ora non ci sono state complicazioni, per fortuna.

Le prime leccate della mamma subito dopo il parto – Petit Fenis, Nus (AO)

Non sono solo tutti questi impegni dall’avermi allontanata dallo scrivere sia qui sul blog, sia su facebook. Trovo che stia diventando estremamente difficile far comunicazione. E’ sempre più frustrante vedere come molte persone, on line, si fermino al titolo e non vadano nemmeno a leggere il contenuto, commentando così a sproposito. Oppure vedere come la cattiva informazione, le fake news, la disinformazione creata ad are dilaghino raccogliendo consensi, mentre l’articolo ben scritto, che cita le fonti, basato su fatti concreti, dati, numeri resti lì nella sua solitudine.

Meglio godersi la natura che ci circonda, piuttosto che farsi il sangue cattivo on-line… – Petit Fenis, Nus (AO)

Non stiamo vivendo in un periodo facile. E’ da un anno che cerchiamo letteralmente di sopravvivere. Alla malattia, al dolore per le perdite di amici e famigliari, alla crisi economica, alla mancanza di lavoro / impossibilità di lavorare, alle privazioni, alle incertezze sul futuro, alla depressione, all’ansia, alla confusione, alla paura. Le reazioni delle persone a tutto questo variano in base al carattere, ma mi spaventa l’odio e la rabbia che molti mostrano commentando ciò che leggono. E non parlo di argomenti fondamentali, basta la foto di un cane scappato da casa per scatenare diatribe infinite a suon di pesanti insulti.

…nonostante ciò che sta accadendo, la natura continua a regalarci spettacoli meravigliosi – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Così, per evitare il mal di stomaco e per non ridurmi a urlare virtualmente pure io, preferisco tacere. Mi mancano però le occasioni di confronto con il pubblico, il “fare bella comunicazione”, incontrare le persone ad un convegno, alla presentazione dei miei libri. L’ultima volta è stato nel dicembre 2019… Per quanto io ami scrivere, mi rendo conto che ciò che viene messo nero più bianco molte volte possa venir mal interpretato. Perciò un bel dibattito, un confronto, un approfondimento faccia a faccia resta la cosa migliore. Anche perché chi mi legge può aver voglia di comprendere meglio, oppure io posso aver dato per scontato un dettaglio che il lettore invece ignora.

Backstage delle prime riprese per Linea Bianca – Petit Fenis, Nus (AO)

L’altro giorno abbiamo ospitato una troupe della RAI per la trasmissione Linea Bianca. E’ un programma sul territorio montano, non specificamente sull’agricoltura (quella è Linea Verde, che invece sta girando in Valle questa settimana). Mi incontravano come scrittrice e allevatrice di capre, quindi più che altro interessava loro la mia storia, non dettagli tecnici o discorsi sulle problematiche dell’allevamento di montagna.

Alcuni dei capretti nati quest’anno – Petit Fenis, Nus (AO)

Però mi ha infastidito il fatto che mi venisse detto, prima di iniziare le riprese, che non era il caso di dire che alcuni capretti erano destinati al macello. La conduttrice non era animalista o vegana, ma mi ha fatto capire che certi temi non si dovevano toccare, proprio per non attirare le ire degli animalisti. Anche ne avessi parlato, comunque quella parte sarebbe stata tagliata (e taglieranno comunque moltissimo, visto che sono stati diverse ore a filmare e, se va bene, ci saranno 5 minuti di servizio dedicato a me e alle capre).

Una delle due femmine nate quest’anno – Petit Fenis, Nus (AO)

Ritengo la gran parte dei sedicenti animalisti persone “ignoranti”, cioè che ignorano, che non sanno com’è la realtà. Come ho già avuto modo di dire molte volte, non giudico chi vive o si alimenta in modo diverso dal mio, ma non tollero l’essere giudicata sulla base di credenze errate. Ormai, per tutti coloro che allevano animali cosiddetti da reddito, la parola “animalista” ha assunto un significato negativo. Perché l’animalista è quello che ti insulta, che ti infanga, che ti ritiene un assassino, mentre tu invece dai tutto te stesso per il bene dei tuoi animali.

Scontri tra due giovani maschi sotto l’anno di età, equipaggiati con “grembiule” per evitare gli accoppiamenti – Petit Fenis, Nus (AO)

Certo, preferirei vendere “da vita” tutti i capretti maschi, ma so bene che non sarà così. Non posso tenerli perché consanguinei con le capre del gregge, ma anche perché si massacrerebbero tra di loro quando raggiungono la maturità sessuale. Si picchierebbero continuamente. Quindi, o si macellano a pochi mesi di vita, o si castrano, si lasciano insieme alle madri fino alla discesa dall’alpe, e si macellano allora, in autunno. Non si macellasse nulla, non si alleverebbero nemmeno animali. Cos’è più giusto, impedire a delle capre di vivere secondo la loro natura, in un gregge, riproducendosi, oppure macellare a norma di legge qualche capretto? Qualcuno per autoconsumo, qualcuno per la vendita, anche per ripagare almeno in parte le spese di mantenimento del gregge.

Becco di due anni – Petit Fenis, Nus (AO)

Lasciassimo le capre libere in natura, la mortalità sarebbe molto più alta. Ci sarebbero capre e capretti morti nel momento del parto, mentre l’allevatore interviene da solo o con l’aiuto di un veterinario per evitare il più possibile che ciò accada. Molti morirebbero nei primi mesi di vita, per i motivi più vari. Quando la capra ha poco latte, intervengo con il biberon per integrare la dieta dei piccoli, per esempio. Ai primi sintomi di diarrea, si valutano le cause e si cerca di curare l’animale, ecc ecc. Poi comunque, liberi nel “loro” ambiente, i giovani maschi si scontreranno con il maschio dominante, qualcuno verrà allontanato. Come solitario, sarà facilmente vittima dei predatori. Questa è la natura.

Capra in stalla con la sua capretta – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma queste cose non le ho potute raccontare. Così ve le ho scritte qui, anche se le ho già ripetute mille volte. Per fortuna hanno filmato le capre al pascolo, chissà cosa avrebbero pensato vedendole legate in stalla. Già, perché l’animalista ignorante le vorrebbe almeno libere. Così non sarebbe nato nemmeno un capretto, perché si sarebbero picchiate, causando aborti, gambe rotte, ferite varie. Già, questa razza (la valdostana) è una razza in cui le femmine hanno un carattere spiccatamente dominante e si battono per stabilire la gerarchia nel gregge. Questo aspetto così spettacolare (e raramente cruento, se avviene all’aperto) è apprezzato dagli appassionati, che organizzano vere e propri circuiti di “battaglie” per far incontrare le loro capre più forti e vedere qual è la regina. No, non ho raccontato nemmeno questo, tanto l’avrebbero tagliato…

Ancora alcuni dei capretti (Ponpon, Cognac e Zenith) – Petit Fenis, Nus (AO)

La puntata di Linea Bianca sulla Valle d’Aosta andrà in onda sabato 27 marzo 2021 su Rai1 alle ore 14:00. Ovviamente sarà visibile successivamente on-line sul sito di RaiPlay.

Un bel periodo di m…

Verrà il giorno in cui torneremo a muoverci, a spostarci, a vivere liberamente. Ma questa libertà sempre e comunque dovrà prevedere delle regole, perché non siamo soli, non siamo unici, ma ci troviamo a condividere spazi, territori, esigenze. Io non sono tra quelli che credono che quello che stiamo vivendo possa renderci migliori. Il mio timore, piuttosto, è che il giorno in cui potremo tornare ad “uscire”, molti saranno ancora più egoisti e prepotenti.

Il fieno rifiutato dalle bovine nella stalla di Aymavilles (AO) – foto E.Cuc (da Facebook)

Vi racconto un paio di esperienze vissute in prima persona o capitate ad amici e conoscenti. Partiamo da una stalla della Valle d’Aosta. Scrive l’allevatrice Elisa Cuc: “Da ieri sera che abbiamo iniziato la rotoballa non ne hanno mangiata nemmeno la metà! Le nostre mucche non mangiamo perché sentono l’odore delle feci e delle urine dei cani. Con questo chiedo di usare un po’ di buon senso e pensare che quando chiediamo di non portare i cani nei prati c’è un motivo ben fondato ed oltre a non mangiare rischiano anche malattie parassitarie.” Il post rimbalza su Facebook e viene condiviso più volte, gli allevatori ovunque hanno lo stesso problema.

Alcuni dei commenti apparsi su facebook

Tra i commenti che ho letto, volevo segnalarvene un paio. “Ma chi ha un cane sa che c’è questo problema?” “Ma perché gli allevatori si lamentano, se poi coprono i prati di letame?” Ci troviamo quindi di fronte a un problema duplice: la mancanza di rispetto (bisognerebbe sempre e comunque raccogliere le feci canine, inoltre un prato o un pascolo ha necessariamente un padrone, quindi il tuo cane è in una proprietà privata, dove non dovrebbe stare) e l’ignoranza, cioè la non conoscenza. Non è male anche quello che propone, come soluzione, il “recintare i prati“.

Uno dei tanti “ricordini” in un prato accanto a un sentiero dove in estate si farà fieno e dove fino a novembre hanno pascolato le vacche – Petit Fenis, Nus (AO)

Facciamo un po’ di chiarezza… Il fattore di rischio sanitario legato a fieno/erba imbrattati da feci canine è dovuto alla Neospora caninum. Qui potete leggere un articolo a riguardo. Poi occorre evidentemente spiegare che c’è una certa differenza tra un escremento di un animale carnivoro e quello di un erbivoro (come la vacca, la pecora, la capra), per non parlare poi dei cani nutriti a crocchette! Qualcuno ha mai fatto caso a quanto tempo impiega a scomparire una cacca di cane? Le deiezioni degli erbivori, non a caso, vanno a costituire il letame, quello che viene impiegato per fertilizzare (naturalmente) campi e prati. Viene sparso sui prati (e sui pascoli) dopo il pascolamento, per restituire al terreno quello che l’uomo o gli animali “portano via”. Lo si fa sotto forma di liquame o di letame “maturo” (dell’anno prima), sparso e distribuito con mezzi idonei. Quando gli animali consumeranno quell’erba, saranno passati mesi, avrà nevicato, piovuto, sarà arrivata la primavera, poi l’estate. Si taglia il fieno e… l’autunno/inverno successivo, mentre su quei prati l’allevatore sta spargendo nuovo letame, le vacche consumeranno quel foraggio.

Prato/pascoli dov’è appena stato sparso il letame nel tardo autunno – Petit Fenis, Nus (AO)

Passiamo ad un altro fatto. Siamo in Veneto, in provincia di Verona. Il fotografo Marco Malvezzi posta questa foto e così racconta: “Questo è il tetto di una stalla, di un allevatore che conosco, su in Lessinia. Ieri qualche bravo turista “rispettoso” ha ben pensato di camminarci sopra, usandolo come trampolino o chissà. Poi magari succede un incidente, e l’allevatore viene pure denunciato. Questo è il livello medio (sottolineo medio, non son tutti così, per fortuna) del rispetto che c’è nei confronti della montagna e dei suoi abitanti. Poi ci si stupisce perché qualcuno si incazza e inveisce contro questi incivili e si afferma che “i montanari sono inospitali”… secondo me hanno anche troppa pazienza.

Il tetto della stalla in un alpeggio della Lessinia usato come “parco giochi” – foto M.Malvezzi, da facebook

Quanti casi più o meno simili abbiamo visto tutti noi… Trovare le stalle degli alpeggi usati come latrine, scoprire veri e propri danneggiamenti causati da persone che sono passate di lì nella stagione in cui l’alpeggio non è utilizzato. Ho visto addirittura i segni di un fuoco acceso contro il muro della baita.

Un alpeggio nella stagione autunnale – Quart (AO)

Mi ha molto colpita uno dei commenti alla foto di Malvezzi. Chi scrive è Ilaria Teofani, che conosce bene la montagna, ma si definisce un’eterna navigante. Vi racconto qualcosa di lei, per comprendere meglio le sue parole. Nata a Civitavecchia, “…dall’ età di sei anni frequento la montagna, dai 6 ai 30 anni ho salito in lungo e largo le amate Dolomiti, sempre nel cuore, con il mio zaino pieno sempre di buone letture. Nel 2014 ho cominciato a vivere tra Piemonte e Valle d’Aosta per ragioni familiari e di lavoro. E in questa occasione, dopo un viaggio in solitaria in valle d’Aosta ho riscoperto la montagna, una montagna diversa dalle mie Dolomiti, quindi una nuova avventura di vita. Per ragioni di lavoro e salute ho deciso di trasferirmi in montagna, pur restando vicino alla pianura piemontese. Il mio progetto era aprire una libreria di montagna in montagna…

Un alpeggio in Valle d’Aosta – Vallone di Saint Barthélemy, Nus

Ecco cos’ha scritto Ilaria commentando il gesto di chi era salito sul tetto della stalla per “gioco”. “Abito in montagna da due anni e mezzo, la frequento e rispetto da una vita pur venendo da contesti totalmente diversi, grande città di mare, di porto, una metropoli come Roma, e tre anni quasi di provincia torinese. Più sto quassù e più capisco molte cose sulla distanza siderale tra montanari e avventori di pianura. Soprattutto sulla pressoché totale ignoranza, anche spesso in buona fede, ma molto diffusa, su cosa significhi davvero vivere in paesi alti quotidianamente e in diverse stagioni dell’ anno, su quali siano davvero le esigenze di chi vive quassù, quali siano le loro opinioni su ciò che accade nell’ attualità e su quali siano realmente i loro desideri, progetti e idee di futuro. Su quali siano le loro battaglie quotidiane passate, presenti e future, su quali siano le loro aspettative e le loro paure.
Non ci parlano con i montanari… Io, che sono un ospite e che quindi ho un punto di osservazione più oggettivo e distaccato, e in un certo senso quindi privilegiato sul piano dell’ analisi, lo vedo che non ci parlano. E quindi non sanno. Alla fine si rischia di pontificare, anche molto in buona fede, su molte cose…senza conoscere il parere, e le relative motivazioni, dei padroni di casa. E la mia curiosità, osservazione e analisi continua, tra le difficoltà quotidiane e il vin brule`in mezzo alla neve con i miei compaesani… non mi stancherò mai di comunicare e cercare di capire a fondo il posto dove mi trovo a vivere in questo periodo della mia vita, sia come luogo fisico sia come luogo antropologico, come casa madre delle persone che mi hanno accolto nella loro comunità.

Turismo estivo in Valsavarenche (AO)

Concordo con queste parole, non avrei saputo spiegare meglio il concetto. Però c’è un’unica cosa che vorrei aggiungere. Non farei una distinzione tra montanari e avventori di pianura, o meglio, allargherei il concetto a chi vive/lavora a contatto con la terra e chi, pur vivendo in ambito rurale (montano, ma non solo), se n’è distaccato completamente, perdendo il senso di ogni meccanismo naturale, perdendo le conoscenze basilari, dimenticando le radici. La conseguenza è che queste persone si comportano esattamente come chi arriva da una realtà lontana dal “territorio”. Anzi, per esperienza personale, spesso si incontrano grossi problemi con chi si è allontanato volontariamente da un mondo rurale che trovava poco consono alle proprie aspirazioni, mentre tra chi vive in un ambiente urbano si incontrano anche soggetti molto attenti, curiosi e consapevoli.

Il mondo agricolo ha sempre più bisogno del turismo per poter sopravvivere

La montagna in futuro ha sicuramente bisogno del turismo per ripartire, ma dovrà più che mai essere un turista informato, attento, rispettoso. Altrimenti, egoisticamente, mi viene da dire che si sta tanto bene così, con poche macchine che passano, con poca gente in giro. Senza turismo (attività peraltro “moderna”, rispetto alla storia delle Alpi), bisognerebbe però ripensare gran parte dell’economia, bisognerebbe tornare all’autosussistenza, bisognerebbe rinunciare a molti aspetti della vita quotidiana di tutti noi.

Il proprio territorio

Ringrazio le persone illuminate che, fortunatamente, qui in Valle d’Aosta ci hanno dato una zona rossa… con sfumature adatte al territorio in cui viviamo! Nello specifico, il decreto firmato il 6 novembre dal Presidente della Regione consente, tra le altre cose, l’andare a camminare anche oltre l’angolo di casa propria. Si possono fare passeggiate o escursioni in solitaria o con i propri famigliari, restando all’interno del proprio comune, seguendo strade e sentieri segnalati ed evitando le alte quote (limite dei 2200m, per ridurre al minimo i rischio di infortuni con attività di tipo alpinistico).

Il borgo di Lignan, circondato dai pascoli – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Dovrebbe essere ovvio che, qualsiasi cosa facciamo in questi giorni, preveda un’alta dose di buonsenso e rispetto reciproco. Non diamo la colpa della situazione attuale solo a chi ci governa o “agli altri”, sbagli piccoli e grandi, imprudenze e stupidaggini ne abbiamo fatte un po’ tutti, magari senza pensarci. Forse proprio andando a fare due passi, invece di stare a casa ad ascoltare notiziari o instupidirci e farci confondere dalla ridda di notizie che passano sugli schermi di TV, computer e smartphone, potremmo riflettere meglio su ciò che ci sta capitando. Camminare fa bene al corpo… e alla mente!

Con il gregge di capre sulla mulattiera – Petit Fenis, Nus (AO)

Eccoci allora a fare quattro passi sui sentieri del nostro territorio. Quanti lo fanno abitualmente? Per quanti è la prima volta? Quanti non sono mai passati in quella frazione, su quel sentiero, lungo quella mulattiera? Nel primo sabato da “regione rossa”, di gente sul sentiero (tra l’altro anche facente parte del tracciato del Cammino Balteo) ne è passata parecchia e molti hanno continuato a passare anche durante la settimana. Dato che avrebbero dovuto essere solo ed esclusivamente residenti nel Comune, ci ha sorpresi parecchio vederli consultare GPS e APP varie per capire dove andare, nonostante la presenza più che buona della segnaletica in loco!

Pascolo nel pomeriggio autunnale – Petit Fenis, Nus (AO)

Prendiamo gli aspetti positivi anche dei momenti peggiori e andiamo a scoprire la protagonista di questo blog, cioè la “montagna dell’uomo”, quella abitata tutto l’anno, quella dove c’è ancora qualcuno che non solo ci vive, ma lavora pure, con attività per lo più agricole, strettamente legate al territorio. In questo autunno dal clima piuttosto mite, troveremo ancora animali al pascolo, ma anche vigneti colorati, qualche mela dimenticata sui rami più alti degli alberi, orti con le ultime verdure di stagione… Dato che saremo da soli, o al massimo con i nostri famigliari, oltre ad osservare, potremo anche ascoltare suoni, richiami, rumori dell’ambiente che ci circonda.

Montagnetta – Quart (AO)

Come vi sembrano i luoghi in cui state camminando? Lo vedete quanto abbandono c’è? Vi accorgete di com’erano queste terre fino a qualche decina di anni fa? Ci sono muretti che crollano, ci sono case in pietra abbandonate che emergono dai boschi ormai quasi senza foglie. A queste quote sono battuti solo i sentieri principali, appena usciamo dalle tracce più percorse, spesso fatichiamo ad individuare il cammino giusto e magari finiamo per imboccare la “via” dei selvatici, veri padroni di questi territori, piuttosto che il tracciato realizzato dall’uomo nei secoli passati.

Il sentiero tra Lignan e Arlod, per lunghi tratti sbarrato dagli alberi caduti durante l’uragano – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Ci sono poi zone dove si cammina meglio, perché pulite dal pascolamento degli animali o perché vie per raggiungere i suddetti pascoli, o ancora perché conducono a un orto, un campo. O ancora tratti di sentiero dove ci tocca faticare più che in una giungla, dato che la recente tempesta Alex ha abbattuto decine di piante in boschi non più curati da anni. E’ passato ormai più di un mese da quelle giornate di bufera, ma su quel sentiero che abbiamo seguito noi non era ancora passato nessuno. E pensare che, un tempo, doveva essere l’unica via di congiungere quei villaggi… Qui inoltre abbiamo i Ru, i ruscelli che portano la preziosa acqua sui versanti aridi. In questa stagione sono asciutti e possono essere passeggiate molto particolari (sempre con la massima prudenza, informandosi prima sulla loro percorribilità).

Sul Ru d’Etran – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Nella speranza che il futuro ci porti giorni migliori, invito chiunque voglia farlo (in zone dove questo è consentito) ad uscire di casa, a scoprire con occhi e mente aperti il proprio territorio, che spesso può regalare sorprese tanto quanto le mete più lontane. Facciamolo rispettando le regole, perché infrangerle con delle inutili imprudenze sarebbe un insulto a chi si sta prodigando fin oltre le sue forze negli ospedali. Inoltre potrebbe portare a privare tutti di questa sana “boccata d’aria” che, in tutti i sensi, ci sta aiutando a superare questo periodo.

Pascolo autunnale a Lignan – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Il primo giorno di pascolo

Paese che vai, usanze che trovi… Regione che vai, usanze che trovi! Dopo aver pubblicato alcune immagini dei giorni scorsi su facebook, ho capito che era necessario un articolo per spiegare come funzionano le cose da queste parti. La vita (e il lavoro) in alpeggio non sono uguali ovunque.

gv6cno
Un alpeggio che, nelle scorse settimana, ancora attendeva uomini e animali – Ollomont (AO)

Ecco che l’inizio della stagione può essere differente a seconda della vallata, della regione, del tipo di animali e persino della razza di animali allevati. Come sapete, da qualche anno ormai frequento soprattutto le montagne della Valle d’Aosta. Nonostante la distanza con il confinante Piemonte non sia molta, qui cambiano molte cose.

nkx97w
Fioritura del tarassaco nel Vallone di Vertosan – Avise (AO)

L’altro giorno siamo andati nel Vallone di Vertosan, dove si trova l’alpeggio in cui trascorreranno l’estate le nostre vacche. Gli animali erano già su dal pomeriggio precedente, ma fino a quella sera non sarebbero uscite al pascolo. Strano, non vi sembra? Solo in parte… Questi tempi sono dovuti alla razza di animali che si alleva in Valle d’Aosta.

6swxzf
Mungitura pomeridiana – Dzette, Avise (AO)

Ecco allora tutte le vacche (di razza valdostana pezzata rossa, pezzata nera e castana) in stalla, mentre vengono munte nel pomeriggio. Ciascuna è legata al suo posto. Terminata la mungitura, si uscirà al pascolo. Questo avviene due volte al giorno, al mattino e alla sera, dopo il pascolo gli animali vengono fatti rientrare in stalla.

6rbqhp
Valdostana pezzata rossa – Dzette, Avise (AO)

Sul muro della stalla sono segnati dei numeri, prima di uscire ad ogni animale verrà scritto sulla coscia il numero corrispondente al proprio posto, così da essere facilitati nel farli rientrare e legare la sera. Soprattutto i primi giorni, questa non è un’operazione semplice. Qui poi gli animali non resteranno a lungo, perché dopo una decina di giorni la mandria verrà già spostata nel tramuto superiore.

hgwyul
Partenza per il pascolo – Dzette, Avise (AO)

Dopo aver mangiato un po’ di merenda, il casaro va ad occuparsi del latte, mentre tutti gli altri (padroni degli animali, operai, gestore dell’alpeggio, amici, parenti) fanno uscire le vacche dalla stalla e iniziano a chiamarle verso il pascolo. Qualcuna in fondovalle già usciva a pascolare, altre escono in quel momento per la prima volta dopo mesi di alimentazione a fieno. Ma perché attendere fino al tardo pomeriggio per uscire?

9qcu5t
Le vacche castane scavano, muggiscono e si preparano a dar via alle battaglie – Dzette, Avise (AO)

Si è aspettato l’arrivo di tutti gli animali che costituiranno la mandria per quell’estate. Uscire solo con alcune avrebbe complicato le cose, invece adesso sono tutte insieme e… “faranno conoscenza” in un unico momento. Qui questo particolare momento viene chiamato “decorda“, cioè quando per la prima volta vengono slegate tutte insieme le vacche. In questo alpeggio gli animali vengono fatti uscire e salire in un prato qualche centinaio di metri più a monte, più pianeggiante rispetto a quelli sotto l’alpeggio.

zvilqx
Battaglie tra reines per definire chi guiderà la mandria – Dzette, Avise (AO)

Dopo aver raspato con le zampe, dopo vari muggiti e sfregamenti del capo nella terra, iniziano le battaglie, qualcuna rapida, qualcuna più combattuta, il tutto sotto gli occhi vigili dei proprietari degli animali. Avere la regina è soddisfazione, è prestigio, è la realizzazione di tanti sacrifici fatti per i propri animali. Quest’anno le decorde sono più che mai l’occasione per vedere delle battaglie, dato che i vari incontri ufficiali in calendario sono stati tutti sospesi a causa dell’emergenza Covid.

isb50o
Momenti di una battaglia – Dzette, Avise (AO)

Il tutto avviene in modo totalmente naturale,  l’intero prato risuona di muggiti e di sbuffi, qua e là gli animali si affrontano due a due. Gli occhi di tutti però sono puntati sula regina del gestore dell’alpeggio, che si scontra con una bestia di pari mole e potenza, mandata in alpeggio per l’estate da un altro allevatore.

7gyiz0
Si pascola la prima erba fresca in alpeggio – Dzette, Avise (AO)

Le valdostane pezzate rosse invece pascolano placidamente, loro pensano soprattutto ad alimentarsi e cercano di stare discoste dalle loro compagne attaccabrighe.

bfuypc
Battaglia tra valdostane pezzate rosse – Dzette, Avise (AO)

Succede molto più raramente, ma anche alcune di loro danno vita ad alcune brevi battaglie, ma non sono “quelle che contano” per definire i ruoli gerarchici nella mandria per il resto della stagione.

x1l4gx
Si assiste alle battaglie – Dzette, Avise (AO)

Le decorde richiamano un buon numero di appassionati, specialmente laddove si sa che vi sono reines importanti. E’ un’occasione di vedere gli animali che si misurano tra di loro, incontrare amici con la stessa passione, fare un po’ di festa insieme.

pvl0zq
Lo sguardo “triste” di una reina che ha perso una battaglia – Dzette, Avise (AO)

Passato quel primo momento di festeggiamenti, dal giorno dopo (o meglio, dalla notte successiva, dato che si inizia a mungere ben prima del sorgere del sole) inizia la routine del lavoro d’alpeggio. Per i Valdostani tutte queste sono normali ovvietà, ma gli amici che mi seguono da altre regioni vivono il loro primo giorno d’alpeggio in altri modi.

Senza titolo

Ultimamente non mi vengono le parole. Ho scritto diversi post, che però poi non ho pubblicato. Non mi sento abbastanza competente per parlare, per giudicare, per fare delle proposte. All’inizio di questo strano periodo mi hanno “salvata” i capretti, il momento delle nascite lo aspetti tutto l’anno, sai che sarà fatto di gioie, dolori, sorprese, a volte qualche lacrima, spesso tante risate nel vedere i piccoletti alle prese con i primi giochi.

7g18qi
Prime uscite al pascolo con i capretti a metà marzo – Petit Fenis, Nus (AO)

Il primo momento di “blocco” lo abbiamo affrontato così, niente cambiava nelle nostre vite, dovevamo stare a casa per badare agli animali ed essere pronti a tener d’occhio il parto successivo. E’ un momento molto delicato e non sempre va tutto bene, senza l’intervento tempestivo e l’aiuto dell’allevatore (ma anche del veterinario, nei casi più complicati). Per dare coraggio e portare una ventata di aria fresca, condividevo con gioia le foto dei nostri animali. All’inizio tutti apprezzavano e mi ringraziavano.

Abbiamo anche suonato le campane, un suono di ringraziamento per i medici e infermieri, un suono di ricordo per chi non c’era più, un suono di gioia per i bambini frastornati da questo improvviso cambiamento di vita. Ormai è passato un mese da quel giorno, il primo giorno di primavera. L’umore di tutti nel frattempo è cambiato, perché volevamo, speravamo che andasse tutto bene, invece non è stato così.

Adesso ci ritroviamo confusi, stufi, preoccupati, frustrati. All’inizio non sapevamo, non capivamo fino in fondo. Non siamo medici, non siamo scienziati, non siamo politici e amministratori che devono prendere le decisioni. Essendo una cosa del tutto nuova, la gran parte di noi non poteva far altro che aspettare, adeguandosi a ciò che ci veniva detto di fare. L’isolamento aveva un senso, sia per prevenire/fermare il contagio, sia per ridurre il rischio di incidenti di qualsiasi tipo, che avrebbero sovraccaricato gli ospedali in un momento delicatissimo, tra il gran numero di malati da Covid e la necessità di riorganizzare i reparti.

6b6t0i
Al pascolo sopra al villaggio – Petit Fenis, Nus (AO)

In montagna, dopo una prima fase di grande confusione in cui, senza comprendere ancora bene che nemico si dovesse fronteggiare, qua e là si invitava a non disertare impianti e alberghi in nome dell’aria pura… dopo si è capito che il naturale isolamento di queste terre poteva essere una salvezza. Ed era giusto bloccare chi, a pandemia ormai dichiarata, partiva verso le seconde case, arrivando da nord come da sud. Si sapeva già che, oltre ai malati, c’erano persone asintomatiche, ma portatrici del virus. Non era “razzismo” contro chi veniva da fuori, ma buonsenso e istinto di sopravvivenza. Meno ci si spostava, minori erano i rischi di ingresso e diffusione del virus.

hwehzf
Spensieratezza al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Aspettavamo quindi, tutti nel nostro isolamento, o in uscite controllate, solo per necessità di vario tipo, di veder scendere il numero dei deceduti e dei contagiati. Invece sono venute a galla le falle del sistema, gli scandali delle case di riposo. Non erano solo notizie del TG, ma anche testimonianze dirette della gente che conoscevi. “Hanno fatto stare a casa un mio collega perché lo zio che vive con loro si è ammalato. Non hanno fatto il tampone a nessuno in famiglia, dopo 2 settimane l’hanno fatto tornare al lavoro, visto che nessuno aveva sintomi…“. “Quando mio papà si è ammalato, ci hanno fatto stare in isolamento. Poi lui è mancato e ci hanno rimandate a casa, senza farci tamponi.” “Mia cognata lavora in una casa di riposo, hanno fatto i tamponi agli ospiti, ma a loro che entravano e uscivano solo a fine marzo…

eavsjv
L’orto, più che mai fondamentale nell’isolamento – St. Marcel, (AO)

Pian piano la gran parte di noi si è stufata. Bene o male tutti hanno avuto la vita stravolta, gli è stato vietato il contatto con affetti che non vivono nella stessa casa, tutto si è complicato, le difficoltà economiche si sono abbattute sulle famiglie, sulle aziende. Lo stress psicologico ha avuto la meglio, la privazione di molte liberà ha superato la paura del contagio, in un certo senso. Anche perché si iniziava a capire come fare per difendersi (norme igieniche, evitare i luoghi affollati, utilizzo di protezioni) e non si capiva più perché, anche in montagna, non si potesse uscire a fare due passi o a fare l’orto. Pian piano sull’orto c’è stato qualche spiraglio (bontà loro, vicino a casa ce l’hanno poi lasciato fare, da un paio di giorni anche se non è nello stesso comune), ma sulle “attività all’aria aperta”, veto assoluto.

oklaoa
In questa stagione più in alto dovrebbe essere così.. – Vallone di St. Barthélemy, Nus (AO)

Fatemi dire due cose: la comunicazione ha avuto varie pecche, in questi mesi, tra cui quella di demonizzare le attività “ludiche” all’aperto. Una buona fetta del pubblico ha identificato in “untori” coloro che vanno in bici, a piedi, di corsa. Se ho ben capito, il divieto è nato perché si cercava il più possibile di ridurre i rischi di incidenti (da quando hanno chiuso prima gli impianti di sci, poi tutto il resto, in due mesi l’elisoccorso sarà passato una volta sola, qui sopra, mentre prima i voli erano quasi incessanti, soprattutto nel fine settimana) e quindi il numero di persone che necessitavano di assistenza, cure, personale sanitario e posti letto in ospedale. Poi, ovviamente, le attività di gruppo potevano favorire i contagi. Però lo stare all’aria aperta fa bene a tutti: il sole è fondamentale per la vitamina D, che sembrerebbe rinforzare le difese contro il virus, il movimento fa bene al corpo e allo spirito. Quindi… in assoluta sicurezza, da soli o con il proprio partner, con i figli, con chi abita con noi, senza cimentarsi in imprese pericolose, perché non poter uscire di casa?

5xyxce
Sui sentieri… solo con le capre! – Petit Fenis, Nus (AO)

Non so altrove, ma qui la sorveglianza è costante. Non solo nei fine settimana, ma ogni giorno le forze dell’ordine preposte a tali controlli passano e ripassano, pronti a fermare chi affrontava un’escursione anche breve (o andava nell’orto, nella vigna presso un altro villaggio). Come dicevo, alla questione degli orti finalmente si è trovata la soluzione. Gli orti sono fondamentali soprattutto per produrre cibo da consumarsi a breve termine o in futuro, riducendo così la necessità di affollare negozi e supermercati (dov’è sempre stato concesso andare, a volte affrontando anche lunghe code).

khpswb
La fioritura del tarassaco nei prati – Petit Fenis, Nus (AO)

Alcuni amici mi hanno chiesto se volevo aderire ad una raccolta firme lanciata qui in Valle d’Aosta per chiedere che, data anche la particolare conformazione territoriale, si potesse tornare ad uscire, in totale sicurezza e con buonsenso. Non mi dite: “Eh ma se poi qualcuno va a scalare il Cervino e si fa male…“. Se qualche idiota lo fa, lo si prende e gli si fa pagare una multa da togliergli tutte le voglie, magari destinando i soldi della sanzione all’ospedale. C’è e ci sarà sempre chi non rispetterà le regole, non lo farà entrando in un negozio e non lo farà in montagna, ma per colpa degli stupidi e degli irresponsabili, chi invece si comporta bene deve pagarne le conseguenze peggiori? Un coltello può essere usato per uccidere, ma anche per affettare il formaggio o il pane, tutto sta a chi lo usa, no? Eppure non è mai stata vietata, la vendita dei coltelli…

2qrrmr
Il sentiero che da Nus ( AO) sale alle frazioni della collina

In meno di due giorni la raccolta firme ha già superato le 5000 adesioni, speriamo possa portare a qualche risultato. Magari potreste dirmi: “Ma tu ci stai già, in montagna, cosa vuoi ancora?“. E’ vero, sto in montagna ed esco al pascolo, ma senza capre non potrei nemmeno andare a raccogliere le erbe selvatiche, ottime e salutari! Non potrei andare a più di 200 metri, tanto quanto chi sta in città. Voi che non capite l’esigenza di chi, come me, vorrebbe poter fare una passeggiata… cosa vi manca di più, in questi giorni? L’aperitivo? L’andare al cinema? Il fare shopping? Cosa di queste cose si può fare da soli o in due, in piena sicurezza, senza correre il rischio di infettare/essere infettati? Sono tante le necessità di ciascuno di noi, in questi giorni, per cui non possono continuare a tenerci segregati all’infinito. Qui si ragiona sulla necessità di poter camminare all’aria aperta, altrove persone competenti in altri settori analizzeranno come predisporre per l’apertura dei locali pubblici, dei rifugi alpini, delle scuole, ecc.

uhjd2l
Pascolo pomeridiano – Petit Fenis, Nus (AO)

Concludo con una riflessione: molti di coloro che, sui social, puntano il dito contro chi va a fare due passi o una corsetta, sono anche allevatori/agricoltori, categoria che ha patito vincoli minori sulla mobilità rispetto al resto della popolazione. Come dicevo prima, in virtù del nostro lavoro, possiamo uscire nei prati, nei campi possiamo portare al pascolo gli animali e qualcuno ha già anche affrontato le prime transumanze. Se vediamo qualcuno che corre o cammina accanto ai nostri prati, né ci sta contaminando (il virus si trasmette in altri modi), né è per colpa di quel poveretto (che vuol giusto fare un po’ di attività fisica perché chiuso tra le quattro mura di casa non ce la fa più) che le regioni e il Governo non sbloccano il ritorno alle varie attività. Se volete firmare anche voi per un lento ritorno all’aria aperta, in piena sicurezza e rispetto del prossimo, per tornare ad apprezzare paesaggi, territori (e poi anche i prodotti), potete farlo qui.

Adesso tocca a voi

Sabato 21 marzo gli allevatori si sono fatti sentire. E’ stata una giornata emozionante: alle 11:30 qui l’intera valle si è letteralmente riempita di suoni, ancora più potenti nel silenzio quasi totale di questi giorni in cui non circolano molti mezzi. Poi, per tutto il resto del giorno, campani e campanacci hanno continuato a risuonare sui social.

xtjz4z
Flash mob a Bobbio Pellice (TO) – foto D.Bonnet

Quando abbiamo lanciato l’idea, non avevamo tenuto conto di un elemento: i bambini! Per loro sabato è stata finalmente una giornata diversa dalla strana quotidianità di queste settimane. Ci sono state le ore di organizzazione dell’evento, i minuti in cui si suonava e poi ore a vedere e rivedere i video all’infinito.

Come si era detto, ciascuno ha suonato con il proprio spirito: chi solennemente, chi con dolore, chi con forza, quasi a scacciare il male, chi, paradossalmente, in silenzio, dando al suo gesto una forza immensa.

exivyr
Flash mob in silenzio – Quart (AO) – foto E.Roullet

vml5hk
Campane da lutto – Valli di Lanzo (TO) – foto CA Solero Sevan

 

La solidarietà degli allevatori e degli appassionati di campane non si ferma a questo gesto simbolico. Parallelamente al flash mob, in modo del tutto spontaneo, molti artigiani vicini al mondo zootecnico stanno organizzando un’asta dove vendere campane e collari in cuoio realizzati per scopo benefico.

6kxxoo
Solidarietà e beneficenza – foto S.Meglia

Adesso però tocca a voi, a voi che avete ascoltato. Gli allevatori vi hanno detto che loro ci sono e che, nonostante tutto, cercano di continuare il loro lavoro. Mungono, caseificano, immettono o immetterebbero sul mercato carne, latte, latticini. Voi, anche se siete confinati a casa… mangiate! Anzi, avete più tempo per cucinare e potete svolgere questa attività con i vostri bambini, passando il tempo insieme.

dhzww5
Molti allevatori sui social hanno pubblicato una foto delle loro campane con la scritta “Noi ci siamo” – Valle d’Aosta – foto E.Yeuilla

Quando andate a fare la spesa, scegliere prodotti che provengono dall’Italia. Così aiutate gli allevatori in questi giorni difficili, ma anche gli agricoltori e tutti gli operatori del settore della trasformazione. Fate più che mai attenzione alle etichette, alla provenienza… Ma informatevi anche sulle aziende agricole della vostra zona, moltissime si sono organizzate per recapitare a domicilio i loro prodotti. Questo è quello che potete fare… e mi auguro che continuerete a farlo anche quando l’emergenza sarà passata.

95rdr5
C’è anche Quincinetto (TO) – foto L.Motta Frè

Un mondo a gradini

In questi mesi di mite inverno, quando possibile la domenica siamo andati a scoprire percorsi più o meno battuti che non portassero troppo in alto in quota. Spesso e volentieri attraversavano o raggiungevano villaggi disabitati, talvolta ristrutturati, altrimenti totalmente abbandonati.

k8z8o1
Una colonna rotonda in una casa di Barmelongue – Arnad (AO)

b7ck1a
Piccole stalle sotto ad una roccia nei boschi di Quincinetto (TO)

Sono la mia passione da anni, chi mi conosce lo sa… Ogni volta queste gite regalano piccole “scoperte”. Può essere una costruzione particolare, un oggetto abbandonato in una di queste case prossime al crollo, o addirittura quattro chiacchiere con qualcuno che è tornato ad abitare in quei luoghi, anche solo saltuariamente.

bamdb2
L’ingresso della cava di quarzo di Quincinetto (TO)

In un’occasione ho “scoperto” una cava di quarzo. A dire il vero la gita lì è stata decisa proprio dopo aver visto su Facebook le immagini di questa cava dopo l’escursione di uno dei miei contatti, appassionato escursionista e ottimo “documentarista” con le sue immagini di ciò che incontra sul percorso. Ho poi cercato di scoprire qualcosa in più su questa cava appena sopra a Quincinetto, ma l’unico dato interessante trovato on-line è che tale cava era attiva e pertanto citata nell’Annuario Generale del Regno d’Italia del 1892.

m4z3nq
Lungo il percorso GtA sopra a Quincinetto (TO)

3qccnh
Un tratto del sentiero che sale a Pourcil –
Hône (AO)

La costante di molte di queste escursioni comunque sono stati i sentieri a gradini. Infinite scalinate, più o meno ben conservate, alcune quasi completamente inghiottite dal bosco, lungo tracciati meno conosciuti, altre ripristinate e ben segnalate. Gradini in pietra che si inerpicavano su per ripidissimi versanti, collegando baite isolate o veri e propri villaggi.

gg0irg
Non solo gradini: ad Arnad (AO) trovate le “Traverse”

Dal mese di ottobre in Valle d’Aosta si può percorrere il Balteus, o cammino balteo, indicato con il segnavia 3 triangolare, un percorso che permette di percorrere buona parte della Valle su entrambi i versanti, una sorta di media-bassa via, in contrapposizione all’alta via la cui percorribilità è ovviamente estiva. Ma ci sono innumerevoli altri sentieri (in Valle abbastanza ben segnalati, mentre l’anello che abbiamo tentato sopra a Quincinetto ha necessitato più volte di consultazioni del GPS per capire quale direzione prendere) per infinite passeggiate più o meno lunghe.

u246bd
Sentiero che scende a Outrefer (Donnas – AO) a sbalzo sulle rocce montonate

Forse andrebbero più valorizzati, questi percorsi. Bisognerebbe farli conoscere, per lo meno. Io li sto scoprendo per caso, guardo la cartina, “studio” un giro ad anello, vedo che ci sono quadratini neri di case e villaggi, così scelgo la destinazione. In questi mesi non sono mai stata delusa. Sono percorsi per chi ama la solitudine, per chi ama riflettere sui tempi passati e sulle condizioni di vita delle persone che hanno tracciato quei sentieri, che abitavano quelle case.

uliufe
Un’installazione lungo il “sentiero delle 8 sorelle” tra Hône e Pourcil (AO)

ar4d3a
Casa ristrutturata, boschi e prati puliti a Champ – Arnad (AO)

La montagna è anche questa, non solo le località esclusive, le piste da sci, ma nemmeno solo rifugi e vette da raggiungere. Lo so, questo è un turismo che rende poco, chi percorre questi sentieri al massimo cerca un gelato o una cioccolata calda quando rientra all’auto a fine escursione. Magari però potrebbe anche passare in un punto vendita di un’azienda in fondovalle, a comprare miele, formaggi, salumi…

Passato e presente a Sant’Orso

Può non piacere a tutti per l’elevato affollamento che, in certi momenti, rende difficile l’avvicinamento alle bancarelle e la visione di tutto ciò che viene esposto, ma la Fiera di Sant’Orso il 30 e 31 gennaio ad Aosta è un appuntamento che attira migliaia di visitatori. Ognuno può visitarla cercando qualcosa di particolare (non è detto che debba essere un oggetto da acquistare). Io oggi vi presento una rapida carrellata su alcuni pezzi a tema zootecnico, che sicuramente è uno tra i principali soggetti degli artisti e artigiani che espongono a tale manifestazione.

ktwfct
Il pastorello – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Si potevano osservare tutta una parte di figure stereotipate che si rifacevano al “buon pastore” del tempo antico. In generale, la tematica del passato era tra le predominanti, con il mondo dell’alpe, l’allevatore, i lavori che si facevano una volta.

to4ryi

1tws9n

fyz4d1

15ophh

rwynzq
Sculture a tema: la pastorizia – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

C’era un filone “ovino, con la pastorizia rappresentata in tutte le sue espressioni…

cfp4rp

pgfa1s

slicx3

iolwuk

dvehjm

fmbdtu
Sculture a tema: l’allevamento dei bovini – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

…c’era una grande rappresentativa dell’allevamento bovino con l’alpeggio, le battaglie delle reines, la stalla, il pastore con i cani…

h93qza
Capra sul tetto di una baita – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

…ovviamente non mancavano le capre! Invece le contaminazioni con la modernità erano molto più rare, tra i pezzi esposti.

pjlj7s
Mitologia e modernità, un folletto che falcia i prati – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Anche l’artista più famoso della fiera, Barmasse, aveva dedicato due delle due tre sculture al mondo dell’alpe… ma di una volta! Il trasporto a spalle delle fontine e la mungitura, con il bambino che non regge gli orari e si addormenta sulla schiena delle vacche invece di andare a svuotare i secchi del latte. Opere realistiche e spaccato del mondo che fu (anche se ci sono ancora alpeggi dove si munge a mano, per il resto il lavoro si è modernizzato in molti aspetti).

ijbu3k
Il trasporto delle Fontine – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

s9qwzr
Mungitura in alpeggio – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

L’arte può essere il tramite per toccare tematiche più profonde, che vadano oltre la bellezza, il piacere estetico, l’abilità, la precisione dell’artista. Restando in tema zootecnico, ecco due rappresentazioni sui predatori, una seria, una ironica.

tcy13b
Il lupo già c’è, si teme il ritorno anche dell’orso? – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

gx1lx7
Il folletto-pastore con una bella domanda per il lupo – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Ho riflettuto su questo tema riferendomi alla fiera, ma in generale quante volte accade che l’arte (intendendo anche fotografia, letteratura, film) raffiguri questo mondo in modo “romantico” o comunque parzialmente slegato dalla realtà? Ne avevamo già parlato qui… Viviamo in un momento in cui l’immagine conta moltissimo, in cui ci si limita a ciò che si vede in una singola scena, piuttosto che soffermarsi a leggere, documentarsi.

8fphhk
Pastorizia “romantica” – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Ovviamente in questo caso dobbiamo tener conto del fatto che la finalità della maggior parte di questi oggetti è principalmente quella di essere utili per uno scopo pratico… o piacevoli per abbellire una parete, un ambiente, un mobile. Quindi è comprensibile che si raffiguri una mungitura “alla moda vecchia” piuttosto che una stalla con impianto di mungitura moderno. Chi invece fa informazione deve essere capace di scindere l’immagine romantica senza tempo dalla realtà odierna, anche con tutte le sue contraddizioni, le problematiche, gli eventuali aspetti negativi.

gw5825

bt8zbs

eymvu2

zvf5lz

kvl0jd

dyiat7

ldkcbl
Attrezzature legate al mondo zootecnico – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Infine, parte degli oggetti in fiera avevano uno scopo più “concreto”: non solo bellezza, ma anche uso pratico nel lavoro quotidiano dell’allevatore: dagli sgabelli per la mungitura alle cinghie e collari per le campane, poi rastrelli, gerle, attrezzi per la lavorazione del latte, ecc…

48vleq
Turismo in montagna nell’era dei social – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Per concludere in modo “leggero”, penso che questa fosse la scultura più rappresentativa della nostra epoca…!

Si può vivere lassù?

In questa stagione, approfittando della mancanza di neve, si può andare in giro lungo sentieri di mezza quota, raggiungendo case e villaggi abbandonati e “dimenticati” da tempo. Non fa troppo caldo e, soprattutto, non ci sono troppe foglie e vegetazione che potrebbero rendere più difficile il nostro cammino.

7dkrud
Antico sentiero lastricato tra Verres e Challand (AO)

Quando percorro questi sentieri penso sempre a quando erano di uso quasi quotidiano, quando tutto quello che arrivava o partiva da quei villaggi passava di lì. Penso ai carichi sulla schiena di persone o bestie da soma. Penso a quando quei terreni circostanti erano tutti puliti, coltivati.

9y0sw6
Taverne, Nus (AO)

Infatti i terrazzamenti in questa stagione riemergono anche dietro a cespugli e alberi cresciuti man mano che l’uomo ha smesso di faticare su di qui. Si creavano muri e si spostava terra per ricavare più spazi dove coltivare. Bisognava essere praticamente autosufficienti e di gente ce n’era tanta, anche a quelle quote, quindi ogni fazzoletto utilizzabile poteva fare la differenza per la sopravvivenza di uomini e animali.

8a4mpc
La Nache – Verrès (AO)

Ogni tanto, in questi giri, capita di trovare uno di quei posti che ti farebbe venir voglia di trasferirti lì. Requisiti: isolamento, ben esposto al sole, prati e boschi, bel panorama. L’isolamento è una condizione fondamentale, per quel che mi riguarda, per poter stare in pace, pascolare con gli animali senza dover attraversare strade, senza aver paura che un’auto piombi a tutta velocità su una capra attardata o sul cane che scatta in avanti. Ma anche per non avere nessuno che si lamenta per l’odore, le mosche, le deiezioni, il cane che abbaia al mattino presto, la capra che strappa una foglia o un petalo da una siepe.

kuylzi
Godersi il sole dopo il pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Sì, certo, certi posti sarebbero l’ideale per vivere con le capre… ma che vita? Una vita che prevede un isolamento quasi totale. Bisognerebbe avere alle spalle ciò che serve per vivere e per pagare tutte le spese del “mondo moderno” che ci inseguirebbero anche lassù. Perché è vero che si potrebbe raggiungere quasi totale autosufficienza alimentare (con anche un orto, piante da frutta), ma spese ce ne sarebbero comunque, e quali sarebbero le fonti di guadagno?

rcjaxa
Antico sentiero scendendo da Grand Bruson – St.Denis (AO)

Poi solo con i sentieri e senza strade, la vita non è facile. In un giorno di sole, con lo zainetto leggero, durante una gita, è un conto… ma se lassù ci devi vivere? Chi potrebbe vivere in questi luoghi che sono stati abbandonati decine e decine di anni fa? Forse un giovane ha più forze e più intraprendenza per farlo, ma… come già scritto altre volte, cosa succede quando arrivano dei bambini?

aed0fr
Un “eremita” in una casa contro la roccia a monte di Donnas (AO)

Capita di incontrare personaggi che questa scelta l’hanno fatta. Uno di loro l’abbiamo casualmente trovato durante un’escursione a monte di Donnas. Raggiungere la sua casa da sotto non è facilissimo, c’è anche un tratto con scalini in ferro sulla roccia e una corda fissa di sicurezza, però dall’alto in 5-10 minuti dalla strada asfaltata di scende a questa casetta addossata alla roccia e ai suoi terrazzamenti in parte ripuliti. L’uomo che abbiamo incontrato là deve aver avuto una vita avventurosa, da quel che ci ha raccontato. Aveva una gran voglia di chiacchierare e ci aveva adocchiati quando eravamo ancora molto in basso. Originario di Bionaz, ha vissuto e lavorato anche in Francia (in un allevamento di capre), ora si è trasferito in quella che ha definito la Riviera della Valle d’Aosta. In seguito abbiamo però scoperto che la sua età è più avanzata di quella che dimostra e che questa non è la sua abitazione fissa.

ifixhs
Resto di una predazione su animale selvatico – St. Denis (AO)

Oggi tanti di quei luoghi sono diventati “posti da lupi”, abitati solo più dai selvatici e, talvolta, attraversati da qualche escursionista che, come noi, non ama la folla, le località del turismo di massa, le stazioni sciistiche e gli sport estremi. Sicuramente i predatori sono stati favoriti, nella loro espansione, da tutto questo abbandono nelle vallate e sulle aree collinari più disagiate. Se uno pensa di “tornare” in luoghi del genere e avere degli animali, deve mettere in conto anche questo problema e tutte le strategie per cercare di difendere il bestiame.

1p3kcr

Ecco un altro sentiero che si inerpica sui ripidi fianchi della montagna, attraversando boschi scoscesi, sassosi, pareti a strapiombo, versanti aridi e, in questa stagione, particolarmente desolati, anche se non privi di un certo fascino. Ancora una volta, pensate alla fatica di chi ha tracciato questi sentieri… Questo è quello che, attraversata la Dora al Borgo di Montjovet, sale verso il villaggio abbandonato di Rodoz.

pi1xmj
Uno dei castagni secolari a Rodoz, Montjovet (AO)

Non è un cammino breve e più volte, durante la salita, ci si interroga dove (e perché) possa esserci un villaggio su di là. Ad un certo punto però il bosco cambia e, pur nell’abbandono totale, mostra qualche segno dell’uomo: un terrazzamento, una sorgente e una vasca scavata per l’acqua, degli enormi castagni da frutto secolari.

rvbyxh
Il villaggio abbandonato di Rodoz, Montjovet (AO)

Il villaggio è poco più a monte, sopra ad una sorta di terrazzo che un tempo era stato ripulito per ottenere prati, pascoli, campi, ma che oggi si sta richiudendo con l’avanzata di cespugli e giovani alberi. Non erano solo due case, ma un vero e proprio villaggio, con il forno e una piccola chiesa. Oggi l’abbandono è pressoché totale, i tetti stanno crollando, cedono i muri, collassano le volte delle stalle.

tbm5em
Una stalla ancora in buone condizioni, Rodoz – Montjovet (AO)

Ogni casa aveva la sua stalla, non si poteva sopravvivere quassù senza animali. Oggi qualcuno potrebbe sognare di tornare, ma… qual era davvero la vita di chi abitava qui? Quali fatiche, quali patimenti? C’era sempre di che sfamarsi a volontà, o si pativa anche la fame, dopo una giornata di duro lavoro?

mgmzwj
Ancora una veduta di Rodoz, Montjovet (AO)

Il sole tramonta presto, d’inverno, quassù. Certo, ci sono interi paesi dove, d’inverno, il sole non arriva mai per mesi, quindi questa potrebbe essere considerata una collocazione privilegiata. Oltre al ripido sentiero che abbiamo percorso noi, quassù si può arrivare anche da un altro sentiero che corre pressoché in quota. Mi dicono che Rodoz è stato abitato fin verso gli anni ’50, se qualcuno avesse altre notizie da raccontare su questo villaggio, su altri luoghi simili, o anche “storie di ritorno”, sarò felice di ascoltarle.