La montagna ancora viva, ma fino a quando?

D’ora in poi, quando qualcuno mi dirà che l’uomo, l’allevatore, fa solo danni al territorio (sì, c’è gente che, pur frequentando assiduamente la montagna per svago, la pensa così), lo manderò a fare un’escursione tra Perloz e Lillianes. Intendiamoci, potrei mandarlo in mille altri luoghi, però sono fresca di questa esperienza e vorrei condividerla con voi.

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Frazioni a monte di Perloz (AO)

Durante questa gita si possono fare numerose osservazioni sul paesaggio. Siamo in un territorio non facile. In questa stagione, con gli alberi che iniziano a mettere le foglie e l’erba ancora bassa, si notano tante più cose. I villaggi abbarbicati qua e là sui ripidissimi pendii. Quelli ancora vivi, abitati, circondati da prati verdi. Quelli abbandonati, abbracciati da alberi e cespugli.

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Terrazzamenti e vecchi castagni – Varfey, Perloz (AO)

Dal momento che qui non esiste nemmeno un fazzoletto di terra pianeggiante, per sopravvivere l’uomo si ingegnava, creandosi degli spazi per coltivare con i terrazzamenti. Buona parte delle pendici sono terrazzate, ma solo piccole porzioni di questi terreni sono ancora utilizzate: qualche castagneto non troppo lontano dalle strade che sono state tracciate per raggiungere i villaggi ancora abitati, qualche ex coltivo, oggi prato o pascolo.

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Il sentiero che sale a Chemp dal fondovalle, con le prime statue lignee che si incontrano – Perloz, (AO)
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Il cuore del villaggio di Chemp con le sue architetture caratteristiche – Perloz (AO)
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Una tra le tante sculture esposte tra le case di Chemp – Perloz (AO)

Siamo saliti a Chemp, un villaggio divenuto famoso perché qui abita Pino Bettoni un artista del legno, che ha iniziato ad esporre le sue opere tra le (bellissime) case del villaggio. Oggi Chemp è un vero e proprio museo a cielo aperto, con opere di diversi artisti tra le case, alcune delle quali ristrutturate e abitate, altre in stato di abbandono.

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La frazione abbandonata di Miochaz – Perloz (AO)

Poi però abbiamo proseguito il nostro cammino, raggiungendo altri villaggi completamente disabitati, ma molto belli come posizione ed elementi architettonici. Il sentiero saliva sempre circondato da antichi terrazzamenti.

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Una fontana e le baite abbandonate di Miochaz, Perloz (AO)

Non ero mai stata qui, ma vedendo questa fontana gorgogliante appena oltre quelle case costruite direttamente sulla roccia di un balcone naturale che si affaccia sulla valle, ho pensato che avrei potuto ambientarlo qui, il mio romanzo “Il canto della fontana“. Ma d’altra parte “Vignali” è un luogo di fantasia, così ciascuno di voi può immaginare di averlo trovato, vagando in luoghi come questo…

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Prati e terrazzamenti curati dall’uomo arrivando a Varfey – Perloz (AO)
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Il sentiero per Varfey – Perloz (AO)

Ad un certo punto siamo sbucati in una radura più aperta, dove la mano dell’uomo ancora cura il territorio come un tempo. Il sentiero fiancheggiato dalle pietre, gli alberi potati, le cataste di legna, i prati con l’erba bassa e verdissima, segno che in autunno si era pascolato a dovere. Chissà, forse era anche stato tagliato del fieno. Non so voi, ma questo è il paesaggio che preferisco, quello dove natura e opera dell’uomo si fondono armoniosamente in un susseguirsi vario di colori stagionali e manufatti realizzati con ciò che offre il territorio.

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Varfey – tra Perloz e Lillianes (AO)

Anche a questo villaggio sale una strada, ma dal versante di Lillianes. C’era qualche auto, c’era gente, chi puliva con il decespugliatore, chi preparava il terreno per gli orti. Ma c’era anche un abitante fisso, che ancora risiede a Varfey stabilmente.

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Emilio in stalla con alcune delle sue capre – Varfey (AO)

Si chiama Milio (Emilio), ha una settantina di anni, vive qui con i suoi cani, le capre e due vacche. Inizialmente di poche parole, pian piano inizia a raccontare e ci conduce in stalla a vedere le capre e le due vacche. Quel mattino non le aveva ancora messe al pascolo perché stava aspettando che arrivasse su il vicino con i propri animali. Ormai la primavera avanza e, chi può, già si avvicina agli alpeggi.

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Emilio con il cane davanti alla stalla – Varfey (AO)

Milio da qualche stagione in alpeggio non ci va più, resta qui tutto l’anno. Dice che gli piacerebbe andare a vedere quei grossi alpeggi più su nella valle, come quelli di Saint Barthélemy, ma… non ha la patente, mai presa. Una volta lì non c’era la strada, ma avevano già realizzato una teleferica: “Senza motore! Funzionava a contrappeso. Versavano dentro una benna d’acqua e il carrello di qui scendeva, mettevano il carico e andava su…

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Prati a Varfey – Lillianes (AO)

Il posto è incantevole, in questa stagione poi le luci e i colori sono ancora più belli. Ma è una gestione equilibrata del territorio a far sì che Varfey abbia questo aspetto. Senza la presenza di animali, la necessità di sfalciare per il fieno, il pascolo, sarebbe tutto diverso. Il bosco, i cespugli, le ortiche avanzerebbero fino a ridosso delle case.

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Terrazzamenti con e senza manutenzione da parte dell’uomo nel territorio di Perloz (AO)

Anche sulla via del ritorno abbiamo modo di continuare ad osservare terreni curati e altri abbandonati, dove i terrazzamenti cedono e si innescano delle frane.

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Porta di una casa abbandonata da anni in una frazione disabitata di Perloz (AO)

È vero che esistono casi di ritorno alla montagna, ma… chi andrà lassù il giorno che Milio non ci sarà più? Certo, c’è la strada, ma d’inverno immagino possa non essere sempre percorribile. Aprire un’azienda lassù potrebbe essere fattibile oggi, quando devi per forza rispettare date, scadenze, vincoli, quando devi correre negli uffici per espletare tutta la burocrazia esistente intorno a un’azienda? E partire per andare a vendere i tuoi prodotti? E se hai dei figli da mandare a scuola?

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Uno scorcio del villaggio di Varfey (AO)

Emilio parla del lupo, lui ne ha visti due proprio tra le case del villaggio, in inverno. Dice che quelle bestie lì proprio non ci volevano, che di problemi ce ne sono già tanti, per chi fa questa vita. Una vita come la sua però ormai la fanno in pochi. È facile guardare le immagini e invidiarlo, ma chi farebbe davvero oggi, 365 giorni all’anno, una vita così? Certo, potrebbe insediarsi una giovane coppia, allevar capre, vendere i formaggi… Ma a chi? Così bisogna partire e andare chissà dove, per venderli. Inoltre ci va chi fa il formaggio e chi pascola le capre, tutti i giorni, perché con il lupo da soli gli animali non li puoi mai lasciare. E se hai dei figli, li devi portare alla scuola più “vicina”…

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Purtroppo i miei sogni non si sono realizzati come avevo sperato

Fino ad ora vi ho presentato storie di giovani che, nella decina d’anni da quando li avevo intervistati per “Di questo lavoro mi piace tutto“, sono riusciti ad andare avanti sulla linea che avevano intrapreso. Oggi a parlarci di sé è Yves, la cui storia non è andata propriamente come lui si auspicava, ma che comunque, in un modo o nell’altro, è rimasto legato all’ambito agricolo/zootecnico.

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Mi fa un certo effetto rileggere ora quello che avevo scritto sul blog dopo averlo incontrato nel 2011. Non per quello che mi raccontava, ma per il fatto che quella era stata per me la prima volta da queste parti, dove oggi trascorro la maggior parte del mio tempo. Ricordo che le foto pubblicate su Facebook da Yves in alpeggio mi avevano colpito per la bellezza del panorama, anche se poi, in occasione della mia venuta, le nuvole non mi avevano permesso di apprezzare appieno il luogo. Diciamo che mi sono poi rifatta negli ultimi anni, dato che sono tornata molto spesso su quelle montagne in momenti diversi della stagione estiva! Ma adesso la smetto di divagare e lascio a lui la parola.

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Purtroppo i miei sogni non si sono realizzati come avevo sperato. L’azienda è sempre a nome di mio papà, io lavoro come casaro all’Institut Agricole Régional. Non ho potuto portare avanti l’azienda di famiglia soprattutto a causa di problemi di salute. Infatti, dopo vari accertamenti, ho scoperto di essere allergico all’epitelio dei bovini e ad alcuni pollini che si trovano nel fieno.

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Nonostante i problemi causati da queste maledette allergie, cerco di fare il possibile per aiutare a mandare avanti l’attività di famiglia, soprattutto in estate con l’attività di fienagione. Dal 2013 abbiamo deciso di non condurre più l’alpeggio, perché avevo cominciato a lavorare all’Institut Agricole. Ora l’azienda purtroppo è stata abbastanza ridimensionata: abbiamo una decina di vacche da latte e 6 capre, che sono tenute da papà per passione e soprattutto per mantenere il territorio.

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Il latte viene conferito al caseificio di Champagne in inverno e in estate le vacche salgono nella vallata di Saint Barthélemy, mentre i manzi e le capre pascolano i prati più impervi, che comunque sono difficilmente lavorabili.

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Nel 2014 ho conosciuto la mia compagna Silvye e da allora vivo ad Aosta, sono diventato papà di due bimbe Anays e Alysée. La famiglia della mia compagna aveva dei terreni semi abbandonati. Abbiamo deciso di sistemarli e da 4 estati tengo lì due mucche a pascolare da metà fine aprile fino a fine novembre. Più che altro mi piace averle giù per mantenere quei terreni che gli anziani hanno sempre amato e curato con tanta passione e fatica, ma anche per tenere le due mucche tranquille e prepararle per presentare ai concorsi eliminatori delle Batailles des reines, anche se non hanno mai avuto grossi risultati.

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Un altro motivo per cui mi piace tenerle qui nei prati vicini è vedere negli occhi delle mie bimbe la felicità nel salire con me a spostarle o portargli il pane e coccolarle. Tutto sommato posso dire di essere abbastanza soddisfatto della mia vita e del mio lavoro, anche se avrei preferito riuscire a costruire una stalla nuova con annesso un piccolo caseificio aziendale ed uno spaccio per la vendita dei prodotti. Ma a causa dell’allergia ho dovuto rinunciare.

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I giovani che avevo intervistato allora erano tutti tra i 15 e i 30 anni ed è normale che, tra di loro, ci sia anche chi non ha potuto o non ha voluto andare avanti sulla strada dell’allevamento. Ho ancora un paio di storie da presentarvi, alcuni non hanno risposto al mio appello, altri si sono fatti inviare il questionario, ma non hanno ancora avuto modo/tempo di rispondermi. Si sa, quello dell’allevatore è un mestiere che di tempo libero ne lascia poco…

Come gestire l’alpeggio

L’altro giorno mi ha telefonato un amico allevatore, chiedendomi se avevo visto le “istruzioni” per il pascolo per poter ottenere i contributi relativi all’alpeggio. No… Non ho un’azienda mia e non ho mai seguito dettagliatamente in prima persona il discorso “contributi”, ma ho cercato di informarmi su quello che mi veniva chiesto, perché sicuramente una piccola spiegazione poteva essere utile anche per altri.

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Pascolo in alpeggio – Val Pellice (TO)

Dunque, ciò di cui si parla, nella vasta galassia dei “contributi”, è il piano di pascolo (o Piano Pastorale Aziendale). Il nome mi fa tornare indietro di vent’anni, quando da studentessa universitaria in Scienze Forestali, nell’ambito del corso di Alpicoltura, avevamo fatto le esercitazioni in campo e ci eravamo occupati proprio dei rilievi vegetazionali, della raccolta dei dati aziendali e della successiva redazione del piano di pascolo. Anche se mi sono laureata per l’appunto in quella disciplina e, pur continuando a gravitare nell’ambito del mondo della zootecnia di montagna, di piani di pascolo non ne ho mai più fatti. Però ho visto portare al pascolo o ho pascolato io stessa molti animali, in situazioni e condizioni differenti.

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Pascoli e alpeggi – Vallone di St.Barthélemy (AO)

Nel PSR attuale (2014-2020) la misura 10.1.9 “Gestione eco-sostenibile dei pascoli” indica tutta una serie di strumenti gestionali per il pascolamento e il mantenimento in buon stato dei pascoli. Cosa che gli allevatori di un tempo hanno (quasi) sempre fatto. Oggi però, per ottenere certi contributi specifici legati all’alpeggio (ce ne sono di vario tipo, non sono nemmeno io in grado di spiegarveli tutti), si può presentare le domande relative a tale misura (qui però potete leggere una guida semplificata al PSR per la regione Piemonte). Occorre l’intervento di un professionista che rediga tale piano, che comprende tutta una serie di elementi gestionali, dalla suddivisione delle aree di pascolo al calcolo dei carichi di bestiame e i giorni di pascolamento, ma anche il posizionamento di punti acqua, punti sale, ecc…

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Un dettaglio del fascicolo mostratomi da un allevatore piemontese

Sicuramente mi potrete dire che “i vecchi hanno sempre saputo come fare a gestire l’alpeggio”. E, nella stragrande maggioranza dei casi, avete anche ragione. Potreste anche dirmi che certe immagini contenute nel fascicolo ad illustrazione degli interventi vi hanno fatto ridere o vi hanno lasciato molto perplessi, facendovi dubitare della validità del tutto. E non avete completamente torto. Però ci sono alcuni aspetti da considerare.

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Pascoli d’alta quota – Vallone di Bellino (CN)

Innanzitutto, se ci siamo sempre lamentati dei contributi che vanno a finire nelle mani sbagliate, se abbiamo inveito contro gli speculatori, contro chi prende i soldi e non porta su nemmeno una bestia… Allora questi contributi non andranno a finire nelle loro tasche, perché qui si richiede di gestire nel migliore dei modi l’alpeggio. Leggete con attenzione, in fondo si chiede all’allevatore di fare al meglio il suo mestiere, garantendo il benessere degli animali, ma anche il mantenimento/miglioramento dei pascoli, di modo che lui o altri possano beneficiarne negli anni a venire.

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Mandria in alpeggio a fine stagione – Valle Maira (CN)

Per esempio, con il posizionamento dei punti sale in determinate aree invase da vegetazione “cattiva”, si spingono gli animali a raggiungerle, contribuendo al loro miglioramento. Viceversa, si vuole impedire l’eccessiva concentrazione del bestiame per lunghi periodi in altri punti, al fine di evitare fenomeni di distruzione del pascolo, erosione, ecc. Perché tutto questo? Perché veniamo da anni in cui c’è stato da una parte l’abbandono, dall’altra l’aumento (anche eccessivo) dei capi monticati. Alcune aree non vengono più utilizzate, non ci sono più tante persone che salgono in alpeggio con pochi animali, ma poche persone che salgono con molti, moltissimi capi di bestiame.

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Rustico “punto acqua” – Valle Sacra (TO)

Quando abbiamo 2-300 bovini (o anche di più) che vanno tutti i giorni, per settimane, a bere sempre nello stesso posto… possiamo immaginare cosa accade. Idem se la mungitura avviene sempre nel medesimo luogo. Queste misure sono una di quelle auspicate forme di contributi basate sulla qualità e non (solo) sulla quantità. Perché deve esserci un professionista a redigere un piano? Perché purtroppo molti allevatori non sanno più fare il loro mestiere. Perché in alpeggio vengono lasciati operai a gestire la mandria o il gregge, senza la presenza dei datori di lavoro. Perché in questi anni, ahimè, di situazioni negative se ne sono viste sempre di più. E’ vero che i vecchi certe cose le sapevano senza aver preso una laurea, ma non è anche vero che molti “giovani” invece non li hanno più ascoltati? Hanno badato più ai grossi numeri che alla cura del territorio? A prendere ciò che il territorio offriva, senza più dare niente in cambio?

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Vita d’alpeggio in Valtellina (dal sito lombardiabeniculturali.it)
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L’alpeggio di un tempo in Valle d’Aosta (dal sito cogneturismo.it)

Sappiamo bene che tutto ciò è accaduto anche per colpa dei contributi, che hanno stimolato l’avidità di molti… così adesso si corre ai ripari. Il territorio montano è fragile, sia l’abbandono, sia l’eccessivo sfruttamento lo mettono in pericolo. Non si tornerà più ai tempi in cui in un alpeggio salivano magari anche più di dieci persone, compresi bambini che avevano come unico stipendio il (poco) vitto. La cura della montagna di un tempo prevedeva anche questo, non dimentichiamocelo.

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Esempi di punti acqua consigliati

In quella misura non c’è scritto che sia vietato far bere gli animali nei torrenti e nei laghi, c’è scritto che bisogna preferire altre soluzioni. Le sfilate di vasche da bagno che spesso troviamo in mezzo ai pascoli sicuramente non sono un bel vedere. Certo, sono pratiche e a buon mercato. Le vasche con il galleggiante, per evitare spreco di acqua, costano di più e non possono essere portate proprio dappertutto. Dove già ci sono grossi abbeveratoi, spero si possano continuare ad usare. Le tazzette in mezzo al pascolo le vedo poco pratiche, sia per la loro collocazione, sia perché gli animali hanno la tendenza a grattarsi contro ogni cosa che trovano. Fanno spesso una brutta fine già le paline in legno della sentieristica, figuriamoci le tazzette!

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Abbeverata al fiume – Comboé (AO)

Io la vedo così: le intenzioni sono buone. Poi bisognerebbe, come sempre, usare il buon senso e unire la pratica alla grammatica. Se fossi io a dover redigere il piano di pascolo, parlerei a lungo con l’allevatore e cercherei di capire quel che si può fare effettivamente sul territorio, con le risorse a disposizione, comprese quelle umane. La teoria funziona sempre molto bene sulla carta… ma quando si è poi in alpeggio, con gli animali, con tutti i lavori da fare, con le ore del giorno che sono sempre e solo ventiquattro, con tutti gli imprevisti quotidiani, con la pioggia, la siccità e tutto il resto, il più delle volte tocca arrangiarsi. Se proprio tutto questo non ci va, nessuno è obbligato a presentare le domande per i contributi. Con i tempi che corrono, farne a meno per molti non è facile… Però, per come sembra a me, queste “regole” sono pensate per chi cerca di fare “qualità”. Ormai purtroppo occorrono regole per ogni cosa, la colpa è soprattutto di chi si comporta o si è comportato in modo scorretto, quindi bisogna creare delle norme per arginare la disonestà e le azioni errate.

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Grosso abbeveratoio davanti ad un alpeggio – Vallone di St. Barthélemy (AO)

Come sempre, non è facile. Non lo è specialmente per chi ogni giorno ha come priorità quella di far mangiare a sufficienza i propri animali e mal tollera tutti gli ostacoli, gli impedimenti, le intrusioni nel suo mondo di quella che, in generale, viene chiamata “burocrazia”. Qualcuno di voi, allevatori che leggete, ha già provato questo sistema (introdotto già nel precedente PSR)? Come sta andando? Com’è andata? Quali sono le difficoltà principali? Cosa è fattibile e cosa no? Avete voglia di raccontarmelo (anche privatamente) così che possiamo poi continuare il discorso in futuro?

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Antichi fabbricati d’alpe – Valli di Lanzo (TO)

L’unica salvezza è il prodotto

Quando si parla di Valle d’Aosta, nel resto d’Italia, anche nel confinante Piemonte, c’è la convinzione che si tratti di una di quelle regioni montane dov’è ancora alta l’attenzione e la cura del territorio. Dove fare l’allevatore “conta ancora qualcosa” e le aziende agricole godono di un certo benessere.

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Prati in fiore – Nus (AO)

Possono averlo pensato anche quelli che, sabato scorso, hanno visto il Giro d’Italia transitare sulle strade della Valle, attraversando villaggi, prati in fiore con i loro sistemi di irrigazione (la cui utilità quest’anno è scarsa, viste le piogge quasi quotidiane). Apparentemente il sistema qui sembra funzionare.

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Salita in alpeggio – Petit Fenis, Nus (AO)

Sempre in questi giorni, tra una nuvola e l’altra, qualcuno può anche essere andato a fare una gita e aver incontrato sulla sua strada qualche transumanza che saliva a piedi verso gli alpeggi, oppure camion e camioncini per il trasporto animale che si dirigevano verso le varie vallate. O ancora ha visto le prime mandrie nei pascoli a mezza quota. Ma nessuno ha visto le decine e decine di animali condotti al macello, perché servono soldi per mandare avanti le aziende, perché gli allevatori sono stufi, sfiduciati, perché questo mestiere non rende più. Non è normale portare al macello le bestie a pochi giorni dalla salita in alpeggio… Cosa sta succedendo?

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Prati in fiore in una rara giornata di sole – Petit Fenis, Nus (AO)

Si arriva da una stagione invernale lunga e difficile. Tutto è iniziato nell’aprile 2017, quando a fine mese una gelata tardiva ha colpito l’intero comparto agricolo qui e altrove in quasi tutto il Nord Italia. Non sono gelate “solo” le viti, le piante da frutto, le verdure, ma anche l’erba dei prati. Il primo taglio di fieno è stato scarso e di bassa qualità. C’è poi stata un’estate calda e siccitosa, quindi anche i tagli successivi non sono stati buoni, specie dove non si poteva irrigare. Infine le bestie sono scese prima dall’alpeggio, sempre per la siccità, trovandosi a pascolare in anticipo quel che c’era ancora, per poi rientrare in stalla ed iniziare a consumare il (poco) fieno. Quando è stato ora di acquistarlo perché era terminato quello nei fienili, il prezzo era alle stelle. L’inverno è stato lungo, la neve è arrivata presto e, a quote medio-basse, l’ultima è caduta ancora un paio di settimane fa.

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Lo stesso prato dell’immagine precedente dopo il violento temporale di sabato pomeriggio

Ciò nonostante, molti hanno messo fuori gli animali in anticipo, a pascolare quello che avrebbe poi dovuto essere il primo taglio del mese di maggio/giugno. O così, o non avere niente da mettere nelle mangiatoie. Anche il 2018 quindi parte molto male, con l’aggiunta di un meteo che non accenna a stabilizzarsi e, alle piogge, alterna temporali violenti che provocano l’allettamento dell’erba (cioè la schiacciano, come vedete nella foto). Quando finalmente si riuscirà ad iniziare a tagliare, il fieno sarà già vecchio, faticherà ad asciugare, ecc…

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Manzette di razza valdostana (castana, pezzata nera, pezzata rossa) – Nus (AO)

Ma non è possibile che sia solo una o due annate “storte” a determinare una crisi così drastica nell’intero settore zootecnico valdostano. Avevo già raccolto voci e impressioni la scorsa estate, attraverso le interviste che sono confluite in “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta – 23 itinerari“, poi ho letto qua e là sfoghi e commenti di chi non ce la fa più. Essendomi stato commissionato un articolo sull’argomento, ho chiesto un’intervista al Presidente AREV Jean Paul Chadel, che proprio in questi giorni è arrivato al primo anno dalla sua nomina. L’ho incontrato l’altro giorno, reduce da una serie di riunioni che non avevano contribuito a risollevare il suo morale. Diplomato all’Institut Agricole di Aosta, lui stesso allevatore, conosce a fondo questa realtà.

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Mandria in alpeggio – La Manda, Valtournenche (AO)

Lo stato attuale della zootecnia valdostana è disastroso.” Chadel non gira intorno al problema, con grande franchezza dipinge il quadro di una situazione sull’orlo del collasso. “Come tutta l’agricoltura di montagna, si dipende in linea diretta dagli aiuti comunitari, ma questi è dal 2015 che non arrivano, sono parzialmente fermi e le aziende ne hanno bisogno per andare avanti. E’ un sistema suicida, servono perché, allo stato attuale, i costi di gestione delle aziende superano le entrate.

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Alpeggio danneggiato dalle nevicate – Vallone di Saint Barthelemy, Nus (AO)

C’è stato il costo del fieno che ha inciso, quest’anno c’è una stagione tardiva, molti alpeggi e strade sono state danneggiati durante l’inverno, sono tutti costi che si aggiungono, ma il vero problema sta a monte. Tutta la filiera produttiva valdostana è stata impostata per garantire il benessere degli animali, ma non quello del produttore. I contributi vengono erogati perché a Bruxelles hanno stimato che la gestione del territorio montano, che ha bisogno di cure, senza gli allevatori avrebbe costi 20 volte maggiori. Pertanto vengono dati i contributi. Ma l’unica nostra salvezza è il prodotto, non sono i contributi ad aiutare l’allevamento, l’hanno già distrutto! Per quello adesso siamo in ginocchio!

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Fontine in alpeggio – Alpe Djouan, Valsavarenche (AO)

In Valle d’Aosta “prodotto” significa soprattutto Fontina. “La Fontina dà lavoro a centinaia di persone, ma non dà da vivere a chi la produce!” Chi vende il latte ai caseifici riceve somme che non pagano i costi per mantenere gli animali, chi vende le Fontine alla cooperativa non ha una remunerazione adeguata. “Il sistema cooperativo dovrebbe aiutarci, ma da una parte siamo noi allevatori a non essere cooperativi, dall’altra il sistema è gestito politicamente e non ha come obiettivo il benessere degli allevatori. Da un punto di vista politico, qui in Valle prima si è speso troppo e male, così oggi il sistema sta crollando.

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Alpeggio abbandonato – Conca di By, Ollomont (AO)

C’è il rischio di rimanere senza parole, di fronte a simili affermazioni. Ma Chadel ha ancora qualcosa da dire, per completare le prospettive che attendono l’allevamento valdostano. “Nell’ultimo decennio ha chiuso il 30% delle aziende e non parlo solo di anziani che hanno cessato l’attività senza avere continuità. Il sistema attuale sta crollando. Se questo accadrà, chi sopravviverà lo farà lavorando in altro modo. Si abbandoneranno gli alpeggi scomodi, i mayen, le razze autoctone meno produttive. Anche i prodotti scompariranno, cambierà tutto, persino il paesaggio.” Perché infatti continuare al alzarsi nel cuore della notte per mungere, lavorare due volte al giorno il latte come si fa oggi per la Fontina, vincolata inoltre alle razze locali? Magari ci sarà chi punterà a razze da carne e chi a vacche dalla lattazione più abbondante, a discapito della qualità, del prodotto, del territorio, della tradizione.

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Mandria in alpeggio a By di Farinet – Ollomont (AO)

Oggi chi vuole partire da zero è un pazzo. La stalla e gli investimenti che deve fare non se li ripagherà in tutta la vita. La passione negli allevatori c’è ancora, per forza, ma l’entusiasmo no. Io però continuo ancora a credere in quello che sto facendo. Sapendo le difficoltà che ci sono, il prodotto, i prodotti, sono la nostra unica salvezza. Parlo della Fontina d’alpeggio, che deve essere identificabile dal consumatore. Sarà uno dei nostri punti di partenza. Poi abbiamo un progetto sul latte IGP. Inoltre bisogna valorizzare la carne dei nostri animali: nonostante il metodo di allevamento, sono vendute dai produttori a prezzi inferiori alla media, anche se poi al consumatore nei negozi arrivano ad altre cifre. Il consumatore che abbiamo oggi è più informato e consapevole, quindi capirebbe se ci muovessimo a presentare i prodotti in un altro modo, con più valorizzazione e prezzi che ripaghino gli allevatori del lavoro svolto.

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Pierrey – Vallone di Saint Barthelemy, Nus (AO)

Non so cosa accadrà in futuro, in questa e nelle prossime stagioni. Il clima che si respira tra gli allevatori è effettivamente di profonda sfiducia. Ripensando alle interviste raccolte lo scorso anno, si staccavano dal coro le voci di chi aveva già cambiato qualcosa nel sistema, inventando nuovi prodotti da vendere direttamente o comunque puntando sulla valorizzazione e sul rapporto con il consumatore. Chi questo mondo l’ha sempre vissuto fin dalla nascita, ci può far vedere quante cose sono già andate perse nella gestione degli alpeggi, con pascoli scomodi che non vengono più utilizzati e altri che vengono pascolati “male”. Il concime non sempre viene sparso a fertilizzare i pascoli, sempre meno animali salgono sugli alpeggi… Speriamo cambi qualcosa. Come consumatori, cerchiamo di contribuire, tanti piccoli gesti possono invertire la tendenza. Investiamo un po’ di tempo e di denaro per cercare il prodotto giusto, sia per portarcelo a casa, sia per degustarlo in loco (magari negli agriturismo).

Tutelare la transumanza

E’ notizia recente il fatto che l’Italia abbia candidato (insieme a Grecia e Austria) la transumanza a patrimonio dell’Umanità UNESCO. Ho letto tante manifestazioni di interesse e gradimento all’iniziativa, ma io non sono riuscita a capire fino in fondo cosa significhi. Così ho cercato di informarmi. Ci sono diverse forme di tutela da parte dell’UNESCO: quella dei beni materiali (siti storici, architettonici, paesaggistici), a cui sono poi stati aggiunti quelli immateriali, tra cui si andrebbe ad inserire la transumanza.

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Transumanza di salita in alpeggio, Val Chisone (TO)

L’art.2 della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dà questa definizione dei beni da tutelare: “le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana.

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Mandria di vacche piemontesi di ritorno dall’alpeggio in autunno – Sauze d’Oulx, Val di Susa (TO)

Ho poi letto i vari articoli dedicati alla “notizia” della candidatura. Il progetto della candidatura è stato coordinato dal Ministero delle politiche agricole, la decisione da parte della commissione verrà presa nel 2019. In alcuni articoli, compaiono frasi e descrizioni tipo questa: “La Transumanza, pratica di migrazione stagionale di greggi, mandrie e pastori in differenti zone climatiche lungo le vie semi-naturali dei tratturi, in Italia viene praticata nelle regioni del Centro e del Mezzogiorno; e quindi da Amatrice, dove si svolgeva la grande festa dei pastori transumanti e Ceccano nel Lazio, da Aversa degli Abruzzi e Pescocostanzo in Abruzzo, da Frosolone in Molise al Gargano in Puglia. Ma pastori transumanti sono ancora in attività anche nell’area alpina, in particolare in Lombardia e nel Val Senales in Alto Adige.” (qui l’articolo completo)

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Festa della transumanza con passaggio nel centro di Amatrice nel 2012

Più o meno ogni pezzo scritto in questi giorni contiene le stesse informazioni, come se i giornalisti si siano limitati a girare e rigirare un comunicato stampa, senza avere molta conoscenza dell’argomento. (altri articoli qui, qui e qui su La Stampa, dove qualcuno ha aggiunto il Piemonte alle regioni interessate, senza preoccuparsi della Val d’Aosta, della Lombardia, della Liguria, del Veneto, del Trentino, del Friuli Venezia Giulia…).

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Festa della transumanza a Pont Canavese (TO)

Negli articoli si nomina Amatrice, si nomina la Val Senales, si nominano i tratturi… Così mi sta venendo un dubbio, anche a fronte di iniziative di tutt’altro genere portate avanti nei mesi scorsi qua e là sul territorio nazionale. In Val Senales c’è la “famosa” sul ghiacciaio, con pecore che non solo attraversano per l’appunto un ghiacciaio di alta quota, ma vanno dall’Italia all’Austria, secondo una tradizione centenaria che non guarda agli attuali confini politici.

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Gregge vagante appena arrivato in montagna per la stagione estiva – Pragelato, Val Chisone (TO)

Cosa si vuole tutelare? Un’attività ancora praticata da uomini, donne, con i loro animali, in una forma di allevamento tradizionale che prevede, d’estate, l’utilizzo di risorse pascolive di alta quota con mandrie e greggi? Oppure solo l’atto in sé della transumanza, con una valenza sempre più turistico-ricreativa? Sono volutamente provocatoria, ma talvolta sembra necessario dover ricordare che… se vogliamo la “festa della transumanza”, gli allevatori devono poter vivere, lavorare e guadagnare grazie al loro mestiere durante tutto l’anno.

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Transumanza a Roaschia (CN) in occasione della fiera della pecora frabosana-roaschina

A Verbania da diversi anni viene presentata (e poi bocciata) in consiglio comunale una mozione per una “Pasqua cruelty free” contro il consumo di carne di agnello e capretto, tanto per citare un esempio tra i tanti di stretta attualità in questo periodo pasquale. Tali campagne sono particolarmente infervorate contro il consumo di carni ovicaprine, ma non mancano manifestazioni di alcuni attivisti anche in occasione di rassegne che coinvolgono la zootecnia bovina. Nascono movimenti anche a livello politico che fanno pressioni in tal senso, cioè spingono al boicottaggio del settore zootecnico, bollano l’intero comparto come “sfruttamento”, danno una visione dell’allevamento e delle successive pratiche di macellazione che si discostano dalla verità. Non possiamo negare vi siano singoli casi di realtà fuorilegge (abbiamo normative molto chiare e rigorose sul benessere animale e sulla sanità, dalla nascita fino al momento della macellazione), ma non devono essere usate come esempio di tutta la categoria.

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Salita in alpeggio di un gregge di capre valdostane – Valsavarenche (AO)

Ciò detto, nella speranza che queste frange estremiste vengano considerate come tali, ritorniamo alle nostre transumanze. Quello da tutelare, secondo me, è l’allevamento transumante, cioè quella forma di allevamento tradizionale che prevede l’utilizzo estivo di sedi e pascoli d’alpeggio, con uno spostamento (la transumanza, appunto) che avviene in salita e in discesa a seconda delle stagioni, ancora a piedi dove possibile, oppure con l’utilizzo di automezzi.

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Gregge vagante in salita verso l’alpeggio di passaggio a Valcanale (BG), durante la festa della transumanza

Tutelando questa transumanza, si dovrà tutelare anche il diritto di transito di mandrie e greggi sulle strade che portano all’alpeggio, no? Perché questa è una delle cose che servono agli allevatori transumanti. Non che ci siano comuni che emettono ordinanze che vietano il passaggio degli animali (sia per la transumanza, sia per il pascolo vagante, che in fondo è una lunga e continua transumanza). Un esempio tra tanti, questo caso della Valsesia dello scorso autunno. Leggete qui cosa dice la legge... un Sindaco può vietare il passaggio degli animali, ovviamente motivando il divieto. Ma se la regione sono “solo” i cittadini che si lamentano per le “strade sporche”?

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Festa della transumanza a Pont Canavese (TO)

La transumanza va tutelata innanzitutto come attività lavorativa. Ben vengano anche le feste dedicate a questo particolare momento, dato che sicuramente c’è un aspetto scenografico nel passaggio di uomini e armenti. Ma anche queste feste, secondo me, dovrebbero avvenire nel rispetto della tradizione e del momento di vita lavorativa. Possono essere un importante incontro tra gli allevatori e il pubblico: per i primi c’è l’orgoglio di sfilare con i propri animali al centro della piazza, veri protagonisti con i loro animali del territorio, e non personaggi di serie B relegati ai margini. Nello stesso tempo non dovrebbero, a mio parere, diventare una specie di circo (con contorno per esempio di cavalieri a cavallo con cappelli da cow-boys e giacche con le frange, o altri soggetti niente hanno a che fare con le transumanze alpine). Questo soprattutto perché il pubblico non sempre capisce fino in fondo quello che sta osservando e potrebbe trarne informazioni fuorvianti.

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Transumanza nel centro di Roaschia (CN) nell’ambito della fiera della pecora frabosana-roaschina

Se si mantiene la tradizione, è più facile comprendere come sia sì un giorno di festa, ma anche un momento delicato e faticoso nell’ambito del lavoro quotidiano. Il pubblico, nel momento del passaggio degli animali, deve essere rispettoso, non deve intralciare il cammino, non deve pretendere che si tratti di uno spettacolo ad uso e consumo del turista. Può succedere che gli animali non rispettino gli orari, perché può esserci l’imprevisto… Oppure che l’orario non sia quello centrale della giornata, perché altrimenti farebbe troppo caldo per far marciare gli animali. E così via.

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Festa della transumanza (Dévéteya) a Cogne (AO), con la mandria seguita dalle portatrici di Fontina in costume

Certe feste della transumanza vengono arricchite con il folklore locale, mettendo insieme la realtà attuale e alcuni aspetti del passato. Nella Dévéteya di Cogne, per esempio, alcuni allevatori sfilano in costume e le mandrie sono seguite da persone che rappresentano il modo in cui un tempo si portavano a valle i prodotti caseari. Le “normali” transumanze ovviamente sono cosa diversa, caratterizzate solitamente da una grande mole di cose da fare, animali, mezzi e masserizie da spostare, concitazione e stanchezza dalle prime ore del giorno alla sera tardi.

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Si attaccano i rudun provenzali per la salita in alpeggio – Val Chisone (TO)

C’è la tradizione, nella transumanza, ed è fatta soprattutto di suoni. Abbiamo, a seconda degli animali e dei luoghi, tutta una serie di campanacci e collari utilizzati apposta per quel momento. Anche questo è sicuramente uno dei fattori che possono far inserire la transumanza nei beni immateriali da tutelare.

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Festa del Cevrin, passaggio del gregge nel centro di Coazze, Val Sangone (TO)

Fortunatamente le transumanze sono ancora vive, sono tante, portate avanti da persone di tutte le età. La transumanza vuol dire utilizzo del territorio, vuol dire allevamento di razze spesso locali, la transumanza significa stagionalità, comporta produzioni (casearie e non solo) differenti a seconda del momento dell’anno e dei pascoli utilizzati. Tutte validissime ragioni per dire che va tutelata! Ma è comunque un qualcosa di vivo, di attuale, e non solo un ricordo (di quando di utilizzavano i tratturi o di quando si saliva con i muli e la caldaia del latte sulle spalle). Tutelare la transumanza vuol dire comprenderne le esigenze attuali e far sì che possa continuare ad esistere, anche evolvendosi.

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L’asino con l’apposito basto per il trasporto degli agnelli, ancora utilizzato da molti pastori durante gli spostamenti – Cogne (AO)

Ancora una volta non posso non ribadire come tutte queste immagini ci possono essere solo se gli allevatori tradizionali verranno sostenuti innanzitutto consentendo loro di continuare a lavorare in tutti i momenti dell’anno e in ogni fase delle loro attività. Aggiungo infine, per tutti coloro che ogni anno mi scrivono chiedendo di poter partecipare ad una transumanza, che ne esistono alcune di “organizzate” per i turisti, dove si può avere un ruolo più o meno attivo nella giornata. Rivolgetevi a queste realtà, dove è previsto un certo coordinamento logistico, perché altrimenti per gli allevatori non è facile gestire presenze extra in momenti così delicati.

Per chi vuole provare a ragionare

Tutti gli anni, in questo periodo, si finisce per fare gli stessi discorsi: nel periodo pre-pasquale, la campagna contro la macellazione di agnelli e capretti diventa sempre più accanita e raccoglie nuovi adepti. Recentemente ho letto di un meteorologo che, terminata la lettura delle previsioni del tempo, ha invitato a non contribuire alla macellazione degli agnelli (su la7). A Napoli invece le macellerie non possono esporre in vetrina agnelli e capretti macellati per ordinanza comunale! Urterebbero la sensibilità di qualcuno… A parte il fatto che ciascuno dovrebbe poter scegliere cosa e come mangiare senza essere accusato di nulla, visto che l’uomo è un animale onnivoro, così come ne esistono altri in natura… Il problema ancora una volta è soprattutto la disinformazione!

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Capretto appena nato

Il discorso è sempre lo stesso, si dice che sono “cuccioli” (parola che mi fa venire l’orticaria! cosa significa “cucciolo”? Ogni specie animale ha un termine italiano che identifica gli esemplari giovani: agnelli, capretti, vitelli, lattonzoli – quelli del maiale, avannotti – dei pesci, pulcini, ecc) strappati alle madri. Ma perché insistere su questo fatto? E perché farlo solo per agnelli e capretti? Non esistono campagne così insistenti nei confronti di altri animali. Molti rifiutano il consumo di queste carni, ma non si fanno problemi di fronte ad una grigliata di Pasquetta con costine, salsicce e cosce di pollo. C’è tantissima gente infatti che non è né vegetariana, né vegana, ma agnello e capretto proprio no. Iniziamo con questa cosa del “cucciolo”. Diciamolo ben chiaro! Non si tratta di animali neonati, innanzitutto per un motivo molto pratico: non ci sarebbe niente da mangiare! Ossa, pelle e poco più. Quando mangiate un pollo arrosto o una coscia di pollo siete tutti consapevoli che non si tratta di un pulcino appena uscito dall’uovo, no? E perché invece vi bevete in massa quella castroneria che agnelli e capretti abbiano giusto un paio di giorni di vita?

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Capretto nato da 10 giorni

Chiarito questo punto, rimaniamo su quella che secondo me è un’ipocrisia: chi mangia questo tipo di carne viene addirittura bollato come assassino anche da chi comunque consuma altri generi di carne o prodotti di origine animale. Sulla scelta alimentare vegana potrei avere da ridire dal punto di vista nutrizionistico, ma soprattutto sulla sostenibilità ambientale, ma non è questa la sede e il momento per farlo. Però almeno c’è una coerenza, si rifiuta tutto ciò che ha origine animale. Chi invece mi dice che “…ah il formaggio di capra è proprio buono… ah il pecorino che squisitezza…“, ma poi mi guarda come se fossi un mostro poiché mi nutro di carne ovicaprina, o è ignorante (nel senso che non conosce, ignora), o è appunto ipocrita. Se vuoi il latte, l’animale deve partorire. A volte nasce una femmina, a volte nasce un maschio…

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Capretto maschio di poche settimane di vita

Dei nuovi nati, qualcosa si alleva, qualcosa viene venduto ad altri allevatori per farne altre capre o pecore, ma i maschi? Purtroppo moltissime persone hanno perso la consapevolezza di come anche gli allevamenti gestiti dall’uomo abbiano comunque delle basi naturali. Per esempio quella che, in natura, in un gregge, in un branco, per molte specie ci sia solo un maschio che, nella stagione degli amori, si accoppia con le femmine. I giovani maschi o vengono scacciati o si affrontano in lunghe e anche sanguinose battaglie… Sapete che si dice che non ci possono essere due galli nello stesso pollaio. Il principio è lo stesso: i galli si affrontano a beccate e speronate, arrivando anche ad uccidersi. I montoni (nelle pecore) o i becchi (nelle capre) lottano a cornate e testate.

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Giovane becco di un anno

Ricordiamoci anche che il capretto “puccioso” dell’immagine precedente in un anno si trasformerà in un becco possente, quello che vedete qui. Vi garantisco che si tratta dello stesso animale, l’ho visto nascere e crescere. E crescerà ancora nei prossimi anni. Dall’età di 6-7 mesi inizia anche ad essere maturo sessualmente, con tutte le normali manifestazioni (caratteriali e olfattive) che caratterizzano questi animali nel periodo del calore. Questo come promemoria per chi volesse “adottare” un capretto per “salvarlo” dalla macellazione. Tra l’altro, quando il becco raggiunge la maturità sessuale, se non è stato castrato, il sapore della sua carne muta radicalmente, pertanto macellarlo dopo darà un prodotto che conta ben pochi estimatori.

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Agnelli di tre mesi di età

Il discorso è sempre lo stesso, fatto per le capre e fatto per le pecore. L’unica differenza forse la possiamo trovare nel fatto che la pecora partorisce tutto l’anno, mentre la capra generalmente partorisce in inverno (da dicembre a marzo), quindi buona parte dei capretti hanno già raggiunto un peso e una dimensione “adatti” alla macellazione proprio nel periodo pasquale. La religione non centra niente, semplicemente si è creata l’usanza di festeggiare con quello che è un “prodotto di stagione”. Si macellano agnelli e capretti e dopo può iniziare la mungitura per fare i formaggi.

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Rientro dal pascolo, piccolo gregge di pecore e capre, razze autoctone valdostane – Nus (AO)

Stamattina mi sono arrabbiata perché una persona che mi segue su facebook ha fatto certi commenti dove si parlava appunto della macellazione di agnelli e capretti. Non conoscevo la signora, ma ho visto che mi aveva chiesto l’amicizia dopo aver letto un articolo che mi riguardava e quindi mi ha contattata dicendo “mi ha incuriosito e interessato la tua storia, una originale passione la tua“. La signora adesso mi ha “tolto l’amicizia”, dopo aver scoperto che la mia “passione originale” prevede anche la vendita per la macellazione degli animali allevati, ma guarda un po’…

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Primo pascolo di primavera a 1000m – Nus (AO)

Qualcuno mi spieghi come si fa a guardare le centinaia di immagini che pubblico, a leggere queste pagine, a leggere i miei libri… pensando forse che io o altri allevatori “si portino a spasso” greggi e mandrie così, giusto per far foto da mettere on-line? Cari “amici” che mi seguite, si alleva con passione, questa passione significa seguire al meglio i propri animali dalla nascita fino alle ultime ore di vita. Ci saranno animali che resteranno anni nel gregge, altri che avranno vita più breve, ma la loro macellazione, la loro vendita, servirà in primis a garantire il benessere di tutti quelli che resteranno in azienda, perché fieno, cereali, mangimi, affitto dei pascoli, non sono gratuiti. Certo, qualcosa andrà in tasca anche all’allevatore, per la vita e il sostentamento suo e della sua famiglia. Lo ritenete sfruttamento? Ma voi… che lavoro fate? Come vi arriva il cibo in tavola? Siete sicuri che non ci sia alcuna forma di “sfruttamento”, magari ben più grave, dietro quello che mangiate e bevete?

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Lana di pecora impigliata nei rovi

Su queste pagine mi sto occupando soprattutto di allevamento di montagna, di territorio montano, di gente che vive e lavora nelle “terre alte”. Non vi sto parlando di allevamento intensivo, di stalle immense, ma di piccole realtà dove spesso si allevano anche razze a rischio di estinzione. Se non si allevasse anche per vendere gli animali al macello, chi e perché continuerebbe ad avere questi animali? Se scomparisse l’allevamento, tutto il nostro territorio cambierebbe faccia. Certo, potete dirmi che le vaste coltivazioni di mais in pianura, finalizzate alla produzione di foraggio per vacche che mai escono dalla stalla non sono il massimo in quanto a sostenibilità. Ma io vi sto parlando di pascolo all’aperto nei mesi in cui il terreno non è coperto dalla neve, alimentazione in stalla con il fieno prodotto sfalciando anche zone ripide. Senza l’allevamento avanzerebbe l’abbandono, i rovi, i cespugli, non il bel paesaggio montano curato che tanto piace anche ai turisti.

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Al pascolo nei vigneti abbandonati – Nus (AO)

Guardate l’immagine sovrastante: fino a 25-30 anni fa queste zone erano coltivate a vigneto. Se oggi non passassero nemmeno più gli animali a pascolare in primavera e autunno, l’abbandono sarebbe totale. Il pascolo inoltre è un sistema di pulizia e manutenzione altamente sostenibile! Per non parlare poi del ruolo ecologico svolto dagli animali. Parlavo l’altro giorno con una signora che mi raccontava della vegetazione particolare lungo i tratturi del centro Italia: nel vello delle pecore venivano trasportati semi che cadevano qua e là durante la transumanza, così si era formato un vero e proprio corridoio con erbe e piante legate al passaggio delle pecore. Capite? Tutto questo è legato alla pastorizia. Perché accanirsi contro questo allevamento in particolare, che forse è ancora tra quelli più tradizionali? Se non vi piace la carne di questi animali per questione di gusto, semplicemente… non mangiatela! Ma smettetela di fare disinformazione, smettetela di danneggiare un patrimonio che fa parte della nostra cultura, del nostro territorio, del nostro DNA.

Grazie a tutti quelli che avranno voglia di leggere fino in fondo, grazie a quelli che vorranno provare a capire davvero.

A volte sei stremato dalla fatica…

Sono stata in Valle Ossola, la scorsa settimana. Potrei dire che ci sono tornata, dato che ho trascorso un breve periodo della mia vita in quella valle, ai tempi della mia tesi di laurea prima e per altre attività lavorative successivamente. I pascoli destinati alla produzione del formaggio Bettelmatt, eccellenza di queste terre, sono stati oggetto della mia tesi. Adesso però ci sono tornata invitata da un mio ex compagno di università, ora docente all’Istituto Agrario di Crodo.

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Baceno (VB)

L’incontro con gli studenti e la successiva presentazione serale (pubblica) dei miei libri sono stati due momenti proficui e interessanti. Ho anche avuto modo di chiacchierare piacevolmente con la nuova Preside dell’Istituto, la signora Ornella, e con alcuni dei docenti. E’ una missione un po’ speciale che ci si trova ad affrontare lassù, una vera e propria sfida (come sempre, nell’ambito dell’educazione, ma con importanza ancora maggiore quando si parla di terre di montagna).

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Villaggio abbandonato – Baceno (VB)

Sono luoghi particolari, questi: regioni di confine, terre di passaggio, di emigrazione. Ricche di materie prime, come la pietra. Un tempo sicuramente più floride, poi le varie attività hanno subito, come ovunque, le alterne vicende della nostra epoca. Oggi c’è chi arriva, chi ritorna, ma ancora anche tanti che se ne vanno.

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Antico ponte sul torrente Devero nei pressi di Croveo (VB)

Me lo dice la Preside, che sta imparando a conoscere il territorio e le sue genti. E’ una montanara anche lei, le sue origini sono valsusine. Abbiamo chiacchierato di tante cose che meriterebbero un post appositamente dedicato, ma c’è una sua riflessione in particolare che mi è rimasta impressa.

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Antico sentiero tra Baceno e Croveo (VB)

Mi ha raccontato che le piace camminare, così come faccio io, va ad esplorare seguendo sentieri e mulattiere: “A volte scopro dei posti particolari ne parlo con la gente, ma le nuove generazioni sembrano non conoscere più niente, non sanno che lì c’è una barma, una casa abbandonata… Un’altra cosa che mi colpisce è che non vedi i bambini fuori dalle case. Quando ero piccola io, avevamo delle ore che potevamo stare fuori, fare quello che volevamo, poi si rientrava.” L’ho già notato anch’io… ci sono bambini che vivono in montagna, che potrebbero stare tutto il tempo a giocare nei boschi, lungo un ruscello, inventarsi infiniti giochi imparando a vivere… e invece? Dove sono? Cosa fanno sempre al chiuso delle mura domestiche, mentre fuori c’è un mondo infinito da scoprire?

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Tra l’appuntamento del mattino e quello serale, ne ho approfittato per trasformare in reale un’amicizia virtuale. Sono andata ad incontrare Vittoria Riboni, allevatrice di Premia. Avevo letto questo articolo che parlava della sua storia, poi avevamo iniziato a sentirci attraverso Facebook. Ero rimasta colpita dalla sua intraprendenza e “combattività” che traspariva dai suoi scritti, avevo colto una certa affinità tra di noi… Quando l’ho incontrata, come battuta le ho detto: “Ma tu sei una cittadina che ha voluto cambiare vita?

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L’ex latteria turnaria di Baceno, ora utilizzata dall’azienda di Vittoria

Premia per noi prima era solo un luogo di vacanza… Mio nonno era originario di qui, ma mio papà ha vissuto a Milano. Qui aveva delle proprietà. Anticamente chi possedeva dei prati era un signore e viveva con la rendita che questi fruttavano. Oggi sono solo terre e devi lavorare duramente per farli rendere! Io sono un ingegnere ambientale, lavoravo come libero professionista, mentre mio marito Luca è un perito nell’ambito delle telecomunicazioni e lavorava per una ditta. Abbiamo lasciato la città soprattutto pensando alla nostra bambina, volevamo che crescesse in un  ambiente senza tensioni sociali e più a contatto con la natura.

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Le prime produzioni con il latte di capra e i formaggi vaccini – Baceno (VB)

E così Vittoria e Luca nel 2011 sono arrivati a Premia, dove hanno gettato le basi della loro azienda agricola, con l’allevamento delle capre. “No, non avevamo esperienze di animali…“. Oggi l’azienda sta crescendo, oltre alle stalle, c’è l’ex Latteria Turnaria di Baceno, presa in affitto dal Comune. “Le latterie turnarie qui erano una consuetudine, ma pian piano sono andate tutte in rovina. Questa era chiusa, adesso l’abbiamo rimessa a posto e lavoriamo il latte.

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Il punto vendita nell’antica latteria a Baceno (VB)

Oltre al nostro di capra, conferisce qui anche un giovane allevatore di bovini, Alessio Bacher. Lui d’estate porta le mucche in un alpeggio dove fanno Bettelmatt, il Toggia e Regina.” I formaggi li potete trovare a Baceno, insieme ad altri prodotti (yogurt, budini, burro, ma anche prodotti di altre aziende locali). “Qui adesso puntano sul turismo “slow”, ma purtroppo vediamo che gran parte di questo turismo invece nella valle passa veloce: tutti su a far la gita con le ciaspole o gli sci, e poi tutti giù in una lunga colonna di macchine. Per noi serve un turismo di qualità che si ferma su territorio, acquista e consuma i prodotti, che ha soldi da spendere!

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Il piccolo “museo” sulla latteria turnaria – Baceno (VB)

Vittoria è un’imprenditrice agricola che il suo prodotto lo sa raccontare, e questa è la strada da seguire per poterlo vendere al giusto prezzo. Ovviamente serve che ci sia chi si ferma, chi va a visitare la latteria, dove Vittoria racconta come funzionava questo antico sistema di raccolta e lavorazione del latte. Alcuni ambienti sono stati recuperati e restaurati, c’è una raccolta degli attrezzi, i libri dove erano segnati i turni…

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Stagionatura dei formaggi – Baceno (VB)

Il restauro della latteria è stato fatto in modo che delle vetrate proteggano, ma nello stesso tempo lascino visibili, i vari spazi, tra cui la cantina di stagionatura. Fino ad ora il latte lavorato è stato soprattutto vaccino, ma con le nascite dei capretti adesso inizia anche la produzione di formaggio di capra.

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Le capre, di razza saanen e camosciata – Premia (VB)

Vittoria mi porta a visitare le sue stalle. Una è stata ricavata nell’antica stazione di sosta dei cavalli, che Vittoria e Luca stanno pian piano restaurando. Un lungo e costoso lavoro, che si aggiunge agli impegni in caseificio, in stalla, ecc ecc… “Tornassi indietro, non so se rifarei tutto. L’isolamento e la difficoltà ad integrarsi sono aspetti ancora oggi molto difficili da affrontare. L’inverno è lungo e per gestire gli animali con la neve certe volte rimani stremato dalla fatica.” Vittoria mi parla della sua bambina, è soprattutto per lei che stanno affrontando tutto ciò. “In montagna la cosa fondamentale sono le scuole. Qui ci sono delle pluriclassi… chiudessero le scuole, non solo nessuno farebbe la scelta di tornare, ma andrebbero via anche quelli che ancora abitano qui! Una famiglia con bambini non può vivere dove non ci sono le scuole.

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Il box dei capretti – Premia (VB)

Dei cittadini che mollano tutto per andare a vivere in montagna… forse uno su dieci ce la fa. Devi avere motivazioni fortissime…“. Vittoria mi mostra anche i pascoli intorno alla stalla, mi spiega come ci fosse tutto un sistema di rogge per l’irrigazione e mi fa vedere anche dei pascoli che sta “recuperando” attraverso l’opera di pulizia operata tramite pascolamento. So che sta anche cercando di mettere insieme materiale per un libro sulle latterie turnarie: “…ma è da un po’ che sono ferma…“. L’inverno è lungo, ma di lavoro ce n’è sempre in abbondanza, il tempo per sedersi a scrivere è poco. Adesso poi ci sono i capretti, il latte da lavorare, poi si spera di poter riprendere a pascolare…

Per finire il discorso

Riprendiamo l’argomento dei contributi, dato che avevamo proprio solo iniziato ad accennare alcune cose tempo fa e ieri, parlando delle difficoltà nel trovare un alpeggio libero, siamo ritornati sull’argomento. Questo blog nasce dedicato alla montagna dell’uomo, quella abitata tutto l’anno. Per estensione d’estate ovviamente lo sguardo si amplia anche agli alpeggi.

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Mandria in alpeggio, Vallone di Bellino (CN)

La galassia dei contributi è così vasta che gli stessi agricoltori/allevatori spesso non sono nemmeno informati su tutte le opportunità di cui potrebbero beneficiare. Si affidano alle associazioni di categoria, che sono anche i principali intermediari attraverso cui inoltrare le domande (solo i CAF autorizzati possono farlo, non un libero professionista qualsiasi).

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Piccolo gregge – Trasquera (VB)

Nella mezza montagna difficilmente c’è posto per la grande azienda. A mano a mano che greggi e mandrie si sono ingranditi, pastori e margari sono scesi in pianura a cercare pascoli o a comprare il fieno per l’inverno. Su nelle valli restano aziende medio-piccole.

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Fienagione – Nus (AO)

Nella mezza montagna, nella collina, più che mai l’allevatore, il piccolo allevatore è fondamentale. Con il pascolo primaverile e autunnale, con lo sfalcio del fieno, cura il territorio, mantiene il paesaggio e la biodiversità. Facilmente, non avendo accesso ad aree particolarmente “felici”, avendo ancora una sana passione, sceglierà razze locali. Punterà al piacere di vedere animali che lo soddisfano, adatti al suo territorio, più che non a grandi produttrici di carne o di latte che solitamente necessitano di integrazioni alimentari. Potrà valorizzare i suoi prodotti grazie al legame con il territorio, grazie alla qualità, grazie anche alla scelta di tali razze. Qualche aiuto lo riceverà pure (la scelta sarà sua, se presentare le domande al fine di richiedere contributi per esempio proprio per le razze in via di estinzione, ecc.)

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Laboratorio di trasformazione latte – Lanzo (TO)

Se il sistema non fosse “inquinato” dai contributi, ci sarebbe una vera sostenibilità. Cominciamo dal principio: se voglio dare il via ad una nuova azienda, avendo requisiti adatti ed entrando nelle graduatorie, vengono elargiti dei fondi per aiutarci a iniziare la nostra attività. Se partiamo da zero le spese saranno immense, tra strutture, locali di trasformazione, macchinari… vien quasi da dire che, con i prezzi di vendita dei prodotti (carne, latte, trasformati) c’è il concreto rischio di non ripagarsele in tutta la vita!

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Piccola mandria a mezza quota, Vallone di Champorcher (AO)

Sì ma… poi tanto ci saranno i contributi! Mi ricordo che una sera, guardando un tg regionale, in un servizio si diceva che, se non veniva sbloccato il pagamento dei premi degli ultimi anni per gli allevatori, molte aziende erano a serio rischio di fallimento. Ha senso tutto ciò? Secondo me no! Se io lavoro e non ci sono particolari calamità, bene o male dovrei almeno andare in pareggio. Non si dovrebbe dipendere da aiuti esterni… Già… però le spese sono tante e i nostri prodotti valgono poco. Il valore basso è legato a prodotti che arrivano da altri paesi dove il costo del lavoro è inferiore… ma anche al mercato viziato dai contributi!

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Gregge al pascolo – Cumiana (TO)

Prendiamo per esempio gli agnelli… arrivano animali macellati e puliti dall’estero a poco prezzo. Ma anche se io cerco carne italiana, ne trovo in sovrabbondanza perché oltre ai nostri pastori locali, ci sono tutti quelli che hanno messo su greggi di pecore per “pulire le montagne” e prendere i contributi. Oppure hanno sempre più ingrandito il gregge perché alcuni meccanismi di attribuzione di tali premi si basano sul numero di capi, oltre che sugli ettari affittati.

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Capre in un villaggio di montagna, Balme – Valli di Lanzo (TO)

Il lavoro in montagna è più difficile, ci sono distanze maggiori da percorrere, il territorio ha caratteristiche sicuramente più disagiate rispetto alle estensioni pianeggianti. Veniamo incontro a chi lavora in montagna semplificando, diminuendo le tasse, valorizzando il prodotto… Facciamo in modo che agricoltori e allevatori delle terre più difficili possano lavorare e, nello stesso tempo, curare un territorio fragile. Ma evidentemente gli interessi sono ben altri. Ogni volta che si parla di qualche aiuto pensato a sostegno di queste realtà… ecco che dopo un paio di anni si scopre che ben altri soggetti se ne sono approfittati mangiandosi la fetta più grossa con l’ennesima truffa.

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Alpeggio in alta quota , Quart (AO)

Qualcuno mi dirà: “Se li danno, provo a prenderli anch’io, perché dovrei lasciarli agli altri?“. Certo, di soli ideali e passione difficilmente si vive, specialmente con le spese che si debbono affrontare per essere a norma e per mandare avanti l’attività. Ma l’azienda che si ingrandisce grazie ai contributi spesso prenderà il trattore più grosso, comprerà o affitterà i prati migliori. Avrà dipendenti che faranno il lavoro magari egregiamente, ma senza quella passione che si può avere per la propria terra, per quanto grama sia.

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Pascoli non ben utilizzati – Quart (AO)

La scorsa estate, quando tutti si lamentavano per la siccità, per il poco fieno messo da parte a causa delle gelate primaverili e della siccità estiva, ho visto alpeggi dove addirittura era stata lasciata indietro dell’erba da pascolare, con la mandria che scendeva al tramuto inferiore prima di aver ripulito tutto. Gli operai badano agli animali, ma sicuramente di loro spontanea volontà non mettono l’attenzione alla cura del territorio che invece era fondamentale nel lavoro delle generazioni precedenti. Solo se ti obbliga il padrone vai a pulire i canalini per la fertirrigazione e fai in modo che il liquame raggiunga ogni angolo del pascolo, per garantire erba buona per l’anno successivo.

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Villaggio abbandonato – Valle Po (CN)

Il prato più ripido verrà abbandonato, il pascolo più piccolo non sarà sufficiente a contenere tutti i capi e verrà lasciato indietro. I terreni aziendali non daranno fieno a sufficienza, bisognerà farlo arrivare da fuori, facendo conto affidamento contributi per pagarlo… Non ci interesserà la bontà del prodotto, non ci interesserà nemmeno più il prodotto, ma soprattutto avere le carte in regola per percepire quei finanziamenti. E così via, con molti altri esempi che potrei continuare ad elencarvi. Sono solo io che vedo un castello con le fondamenta di sabbia??

La pioggia spegne tutto…

Ditemi… voi lo sapete che gli ultimi focolai li ha spenti stanotte la pioggia, quando finalmente è arrivata dopo mesi e mesi in cui non cadeva una sola goccia? Scommetto pure che qualcuno se ne sta già lamentando, dicendo che poteva ben aspettare ancora fino a lunedì, invece di rovinare la domenica. Ma la pioggia spegnerà anche le polemiche?

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L’incendio nella pineta del Rocciamelone – Susa (TO) (foto C.Tonda)

Nei giorni scorsi tutti parlavano degli incendi, chi era sul posto e voleva far sapere cosa stava succedendo, chi si sentiva coinvolto perché legato a quei luoghi, ma anche chi condivideva foto più o meno reali e aggiornate, a metà tra il voyeurismo morboso e la necessità di sentirsi a posto con la coscienza. Ho condiviso la foto, mi sono indignato, quindi ho dato anch’io il mio contributo. Molte di quelle persone adesso vogliono far vedere che intendono fare qualcosa di concreto oltre all’indignazione sui social e così rilanciano una campagna per andare a piantare gli alberi di Natale nei boschi bruciati. Lasciate perdere… se volete usare la rete, utilizzatela innanzitutto per informarvi. Sapete com’è fatto un bosco? Sapete che le piante che lo compongono variano in funzione del clima, del terreno, della quota… Gli “alberi di Natale” sono abeti rossi, non so nemmeno se in questi incendi siano bruciati abeti… sicuramente larici, pini silvestri e tanti boschi di latifoglie (castagni, frassini, faggi, ontani, sorbi, querce, ecc.)

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Boschi bruciati sulle pendici del Rocciamelone – Susa (TO) (foto A.Gorlier)

Se volete far qualcosa di utile, informatevi seriamente. I danni ci sono stati, ma l’entità varia da luogo a luogo. Non so quali siano state le strutture interessate, sicuramente delle baite abbandonate, qualche abitazione ristrutturata e usata come seconda casa, fortunatamente ovunque l’intervento di uomini e mezzi ha evitato che bruciassero case abitate stabilmente. Ci sono stati boschi di conifere completamente andati in fumo, boschi di latifoglie dove il fuoco è passato rapido, bruciando appena rovi e foglie secche. Sono bruciati pascoli, dove l’erba era gialla e secca più della paglia.

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Fumo e canadair ancora in azione nei giorni scorsi per domare l’incendio nel Vallone di Bourcet – Val Chisone (TO)

Per me chi ha appiccato i fuochi resta un pazzo o uno sconsiderato, non appartiene a nessuna categoria, le strumentalizzazioni del fuoco appartengono soprattutto a chi lo guardava e giudicava da lontano. Spento quello ahimè più scenografico, il cui fumo ha fatto tossire anche la città, in una valle già teatro di altre proteste, i restanti incendi che ancora ardevano in vallate di montanari, tra boschi e alpeggi, quasi non interessavano più alla rete. …anche se comunque i tg regionali hanno fatto un servizio per ciascuno, fino alla fine dell’emergenza…

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Boschi di latifoglie dopo l’incendio – Cumiana (TO)

Ora piove, le polveri sottili finiranno al suolo, degli incendi non si parlerà più, della montagna non si parlerà più, a meno che la pioggia arrivi tutta insieme, troppo forte, e faccia franare quei suoli dove non ci sono più alberi a trattenerli. Resterà qualche tecnico, qualche addetto ai lavori, che continuerà a scrivere/parlare quasi inascoltato, proponendo rimedi concreti per gestire boschi e pascoli montani. Cose troppo tecniche, troppo complesse perché diventino virali sui social.

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Montagne di Usseaux – Val Chisone (TO)

Spesso, quando pubblico foto di baite abbandonate, qualcuno commenta indignato, com’è possibile lasciare andare in rovina posti e case così? Ma poi… chi è che andrebbe sul serio ad abitarci per 365 giorni all’anno? Perché saranno anche bei posti quando c’è il sole e la brezza leggera che fa piovere gli aghi dorati dei larici, ma poi nevica e nessuno viene ad aprirti la strada. Piove e magari resti isolato. C’è l’incendio che sale da sotto e tu resti intrappolato. I servizi sono lontani. Un conto è sognare di fare gli eremiti, un altro è trovarsi lassù da soli.

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Pascoli bruciati dalla siccità, Pian dell’Alpe – Val Chisone (TO)

La montagna, per chi amministra vasti territori, sembra avere due facce: la risorsa da sfruttare (turismo soprattutto), ma anche fonte di problemi immensi perché, pur essendo poco abitata, costa tantissimo in termini di manutenzione. Ho già letto anche frasi indignate di chi si preoccupa che questi incendi abbiano come conseguenza un saccheggio dei boschi. Non se ne esce… se vuoi gestire i boschi effettuando dei tagli, c’è chi si oppone. Se vuoi pascolare, per qualcuno fai dei danni. C’è chi vorrebbe la wilderness assoluta, ma ciò è fattibile solo dove l’uomo non vi abita, né all’interno, né in aree circostanti. Senza una corretta gestione la montagna diventa un pericolo, visto che bene o male gli esseri umani non sono tutti confinati in città.

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Canadair diretti al Lago del Moncenisio visti dal Colle delle Finestre – Val Chisone (TO)

Questi incendi, oltre ad avanzare inesorabili per giorni e giorni, mettendo a dura prova tutti coloro che erano impegnati fisicamente e concretamente a spegnerli, hanno anche fatto emergere per l’ennesima volta la grande contraddizione tra chi la terra, la montagna, la vive e ci lavora, e chi propone soluzioni da lontano.

Ci tengo che tutto sia fatto bene!

Con Enzo ci eravamo sentiti varie volte, da quando mi avevano dato il suo numero di telefono. O non poteva lui, o non potevo io… quasi credevo che non sarei più andata, anche perché io pensavo di intervistarlo in un vallone dove ero già stata per un’escursione l’anno scorso, un bell’itinerario da suggerire nel libro, e invece alla fine mi toccava raggiungerlo sull’altro versante…

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Alpe Le Bois – Valgrisenche (AO)

Mi ha richiamata lui, chiedendomi quando sarei andata. Lo ammetto, stavo quasi per rinunciare, ma alla fine siamo riusciti a combinare per un bel pomeriggio decisamente autunnale. Per fortuna, perché ne valeva veramente la pena, sia per il posto, sia per la chiacchierata. Con Enzo a dire il vero ci eravamo già incontrati lo scorso anno alla fiera di Luserna San Giovanni, dato che lui, oltre ad essere un allevatore, è anche commerciante di bestiame. L’appuntamento per quel giorno invece era sopra alla diga di Beauregard, al cancello che blocca l’accesso alle auto.

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Interno della vecchia stalla, Alpe Le Bois – Valgrisenche (AO)

Salgo pure io, seguendo Enzo e suo figlio Julien, che mi fanno fare una visita completa, fermandosi a tutti i tramuti, mostrandomi gli interni delle stalle e delle baite, le parti antiche e le nuove ristrutturazioni. “Prima affittavamo. Andavamo già su verso San Grato, poi siamo venuti anche qui, dopo due anni c’è stata l’occasione di comprare e così ho preso questi alpeggi e li abbiamo sistemati.

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Alpe Plontaz – Valgrisenche (AO)

Al secondo alpeggio la strada arrivava già nel 1973, poi all’ultimo non l’hanno fatta fino negli anni ’90. Hanno dovuto fare tutto il giro, salire e poi scendere, perché c’era uno sotto che non lasciava passare sui suoi terreni. L’alpeggio va curato come si deve, come una volta! Io ci tengo che sia tutto fatto bene, anche la casa deve essere tenuta pulita. Ci si cambia le scarpe per entrare e quando si va via, si pulisce tutto. Poi vengono le donne a mettere a posto a fine stagione, ma già gli operai devono lasciar pulito!

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Brévil – Valgrisenche (AO)

L’ordine e la pulizia regnano ovunque, nelle baite, all’esterno e anche sui pascoli, dove il sistema di ruscelli per la fertirrigazione è ancora curato e utilizzato. Ormai i pascoli sono quasi stati interamente mangiati e i colori sono quelli dell’autunno. La quota è elevata, ma la stagione è comunque stata molto particolare, quest’anno, tra sbalzi di temperatura, temporali e siccità. Le baite nei vari tramuti hanno un portico tra la stalla e la casa con una fontana dove ci si può lavare prima di entrare nella struttura, rimanendo al coperto in caso di pioggia.

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Mungitura manuale, Brévil – Valgrisenche (AO)

Fino a 5-6 anni fa ho avuto operai valdostani, poi sono venuti anziani, hanno smesso e non c’è stato un ricambio di giovani. Così ho preso dei marocchini, sono più bravi a mungere a mano, mi sono trovato bene. Sono di parola, se dicono che fanno la stagione, la finiscono, non se ne vanno dopo un mese o due. Se i Valdostani avessero voglia di lavorare, potrebbero venire! Ma non hanno più voglia di lavorare tanto… Io voglio che si munga a mano perché così si controlla meglio l’animale, poi la mungitrice rimpiazza solo il lavoro di mungere. Per avere la gente seduta che guarda la macchina, meglio essere in 5-6 a mungere a mano e poi dopo via a fare i ruscelli!

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Enzo all’alpeggio di Brévil – Valgrisenche (AO)

Enzo conosce molta gente, anche tra i pastori di pecore. Pure lui aveva un gregge, ma adesso alleva solo più bovini, pezzate rosse valdostane. “Una volta c’era chi aveva anche un po’ di pecore, ma 7-8, non di più. Poi venivano i Biellesi, ma anche allora per le pecore c’erano solo gli alpeggi diroccati.

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La casera, Brévil – Valgrisenche (AO)

E’ vero, in Val d’Aosta abbiamo avuto dei contributi per mettere a posto gli alpeggi, ma c’è anche stato chi non li ha sfruttati. Continuiamo ad andare per un periodo anche di là a San Grato, ma lì non hanno ristrutturati nulla. Il casaro è uno dei miei operai, un paio di anni fa, mentre lavorava da altri, le sue Fontine hanno vinto il premio al concorso.

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Fontine, Brévil – Valgrisenche (AO)

Le Fontine le porto via, ma quelle fatte quassù me le tengo. Le vendo io o le do in pagamento a quelli che mi mandano le mucche. Una volta a San Pietro si pesava il latte di tutte le mucche… a chi ha la mucca buona, qualcosa do ancora adesso. La Fontina non viene valorizzata abbastanza, quella buona finisce mischiata alle altre, una volta erano tenere che sembravano burro. Adesso il latte viene trasportato nei camion, alla fine nei caseifici scaldano di più il latte perché è tutto mischiato. Una volta, nelle latterie turnarie, non ti accettavano il latte se venivi da troppo lontano, perché arrivava freddo.

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Uscita dalla stalla, Brévil – Valgrisenche (AO)

Io ho l’alpeggio mio, qualche guadagno quindi ce l’hai ancora, ma i momenti in cui rastrellavi grandi soldi sono finiti! Io sono fissato per le bianche e rosse, le bestie le devi far rendere, non solo portare su bestie per avere letame per concimare i prati!

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Verso i pascoli, Brévil – Valgrisenche (AO)

C’è quella luce e quell’aria di fine stagione, anche i colori dicono che a breve bisognerà scendere. Si farà ancora una tappa nei tramuti sottostanti, mentre quassù verrà messo il letame nei pascoli, per garantirsi della buona erba per la stagione successiva. Devo salutare, devo rientrare, lasciandomi alle spalle questo vallone e questi alpeggi. Quando arrivo al lago, il sole è ormai tramontato dietro alle creste e soffia un vento freddo, autunnale.