Due settimane in Valle Po

Scusatemi per la mia scarsa presenza su queste pagine… il meteo si mantiene fin troppo “bello”, quindi è più facile che io sia all’aperto! Inoltre vi sono gli impegni “editoriali”. Vi comunico ufficialmente che “Capre 2.0” (Blu Edizioni) sarà in vendita nelle librerie e on-line a partire dal 24 ottobre prossimo. Inoltre cercherò di partecipare alle principali fiere e rassegne di settore che si terranno dalle mie parti nelle prossime settimane. Per un libro che esce (dopo mesi di lavoro), ce n’è un altro che incombe, quindi sto iniziando a concretizzare il lavoro sul campo dei mesi scorsi, per dare lentamente forma alla mia prossima opera. Permettetemi poi di rendervi partecipi di una notizia appresa da poco: un mio romanzo inedito, “Il canto della fontana”, è tra le opere finaliste del premio letterario “Parole di terra”. L’esito lo sapremo l’11 novembre…

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Pascoli sopra a Ciampagna – Valle Po (CN)

Dopo questa lunga premessa, torniamo ai temi di questo blog. L’altro giorno ho fatto una veloce gita in Valle Po. Essendo un giorno infrasettimanale e avendo scelto una zona lontana dagli itinerari più classici, non pensavo di incontrare nessuno.

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Edifici restaurati, Ciampagna – Valle Po (CN)
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Edificio abbandonato lungo la strada asfaltata, Ciampagna – Valle Po (CN)

A questa stagione amo particolarmente frequentare quelle quote, è la fascia di montagna dell’uomo che un tempo era abitata stabilmente tutto l’anno. Oggi, anche se fortunatamente non tutto è stato abbandonato, pare che i restauri riguardino soprattutto delle seconde case.

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Ciampagna – Valle Po (CN)
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Baite crollate, Anbournet, Valle Po (CN)

Nella frazione più bassa dei muratori erano impegnati a ristrutturare un edificio lungo la strada, ma il mio itinerario invece attraversava borgate silenziose. Man mano che salivo, i grumi di case erano sempre più intatti per quel che riguarda i segni del XXI secolo (niente plastica, cemento, nylon), ma spesso mi capitava di dover scavalcare i muri crollati a terra.

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Baita con affresco di Giors Boneto, Ciampagna – Valle Po (CN)

Salivo seguendo la stretta stradina, che proseguiva asfaltata fino all’ultima frazione. La strada passava a metà tra i vari nuclei di baite, io deviavo di volta in volta su antiche tracce per andare a vederli tutti.

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Anbournet, Ciampagna – Valle Po (CN)

La mano dell’uomo e i magici tocchi della natura in questa stagione possono regalare scorci unici. Mi spiace per quelli che idealizzano una natura senza l’uomo. Questo panorama, senza le baite in pietra, non avrebbe lo stesso fascino! E se l’uomo non continuasse a pascolare con mandrie e greggi questi territori, in questo aridissimo autunno qui ci sarebbe solo una fitta coltre di alte erbe secche e cespugli impenetrabili.

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Castello Stockalper, Brig – Svizzera

Poco oltre ho fatto un incontro inaspettato: una giovane coppia di turisti svizzeri che stavano trascorrendo qui le loro ferie (per noi fuori stagione, ma per loro splendidamente azzeccate per il clima, i colori e la tranquillità). Un po’ in Inglese (parlato da lei), un po’ in Italiano (parlato da lui), mi hanno raccontato di provenire dal canton Vallese, da Briga.

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Il Monviso da Ciampagna, Ostana – Valle Po (CN)

Sono luoghi che personalmente apprezzo molto, per i panorami, l’ordine e la pulizia, gli itinerari ben segnati, le architetture… loro invece erano entusiasti della Valle Po, che stavano girando da due settimane. “C’è così tanto da vedere…“. Avevano fatto il giro del Monviso dormendo nei bivacchi invernali perché ormai i rifugi sono chiusi. A Chianale “…bellissimo villaggio!” non avevano trovato nessuna struttura ricettiva ancora aperta, così erano dovuti scendere fino ad un bed&breakfast di Pontechianale.

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Traccia di sentiero con ometti per il Colle delle Porte – Valle Po (CN)

Abbiamo proseguito per un tratto insieme, poi le nostre strade si sono divise. Io, consultando la mappa, ho imboccato un sentiero che pensavo ben tracciato (linea rossa continua), mentre si è rivelato evanescente, percorribile solo grazie agli ometti di pietra prima e al passaggio delle vacche più in alto.

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Meire Coumpercie, baite e recinti, Crissolo – Valle Po (CN)

Qua e là lungo il mio cammino o nei valloni di fronte a me, segni di quando la montagna era molto più viva e gestita. Guardate ad esempio i recinti in pietra usati un tempo per ricoverare gli animali (capre e pecore da mungere, presumo) nei pressi delle Meire Coumpercie. Qui d’estate sale ancora un gregge, ma ormai i recinti sono quelli con le reti mobili e le batterie…

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Sensazioni agrodolci

Una domenica mattina dal tempo incerto. Avevo accantonato l’idea di andare a fare altre interviste per il mio libro sugli alpeggi valdostani, alla domenica c’è chi ha ospiti, parenti o amici, in visita, c’è chi va ad assistere alle Batailles, così decidiamo semplicemente di fare una gita con lo zaino a spalle. E’ comunque inevitabile passare vicino ad un alpeggio.

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Fontin, Quart (AO)

Mentre salivo, riflettevo su come avessi condotto le interviste per “Vita d’alpeggio“. Partivo scegliendo una valle, degli alpeggi, arrivavo alle baite, i cani abbaiavano, incontravo margari e pastori, le loro famiglie, chiacchieravo, scattavo foto. Nessun appuntamento preventivo, eppure ho praticamente sempre trovato qualcuno. Sono passati 12 anni da allora… Anche in Piemonte aumentano i luoghi in cui non è detto che si trovino i titolari in alpeggio. In Val d’Aosta vedo che, nella maggior parte dei casi, l’appuntamento telefonico è fondamentale per essere sicura di incontrare l’allevatore. Sono sempre meno le famiglie stabilmente presenti o gli alpeggi a conduzione famigliare.

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Vacche al pascolo –  Léché, Quart (AO)

Se non ci fosse chi, sul campo, mi dà indicazioni e suggerimenti, oppure mi accompagna, andando “a caso” solo guardando gli alpeggi sulla mappa , farei ben poco. Già così le mie interviste procedono a rilento: un po’ influisce il meteo variabile, ma il più delle volte devo rimandare perché l’allevatore non è disponibile (il fieno, altri impegni in fondovalle, ecc ecc).

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Monorotaia (in disuso) all’alpe Fontin – Quart (AO)

Quella domenica comunque raggiungiamo l’alpe Fontin. E’ uno dei luoghi che mi sono stati indicati come possibile origine per il noto formaggio che si produce in Val d’Aosta. Una delle altre ragioni che mi portano qui è vedere la monorotaia che porta al tramuto di Léché. Già nelle scorse settimane vi ho parlato di alpeggi senza strada, alpeggi dove la strada è stata fatta, ma si era ipotizzato anche di realizzare una monorotaia. Qui in effetti era stata scelta proprio questa soluzione alternativa. Cercando on-line, ho trovato questo articolo che, all’epoca, parlava dell’operazione.

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Monorotaia Fontin – Léché, uno dei tratti danneggiati, Quart (AO)

Era il 2009 e, con il contributo della Regione, il Comune di Quart: “…ha investito 2,4 mln di euro per ristrutturare l’alpeggio comunale Fontin che è servito anche da una monorotaia a cremagliera lunga circa due chilometri, una delle poche del genere realizzate in Europa e unica in Italia.” Più avanti si legge che: “… la costruzione della monorotaia è costata circa 700.000 euro.” Poche centinaia di metri dopo l’alpeggio, il binario è già danneggiato in più punti, divelto probabilmente da frane o valanghe. Non è molto usurato, sembra non essere stato utilizzato molte volte, c’è addirittura ancora il grasso e non è arrugginito.

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Canale di scolo dei liquami – Léché, Quart (AO)

Quello che mi viene ripetuto spesso in queste settimane è che, sugli alpeggi, non c’è più la cura di un tempo. E’ cambiato il modo di pascolare, il numero dei capi, la presenza di personale… In Val d’Aosta resisteva ancora il sistema di fertirrigazione, legato anche all’abitudine di far rientrare in stalla gli animali sia durante il giorni, sia di notte. I liquami andavano poi nella concimaia e, avvenuto il pascolamento, grazie ad un sistema di canaline si ridistribuiva il letame sui prati. Oggi non tutti lo fanno ancora, non con la stessa cura, oppure dove si può si ricorre alle botti spandiletame. Altrimenti i liquami vanno a perdersi in un unico maleodorante e antiestetico ruscello, che non concima, ma facilita lo sviluppo di vegetazione “nitrofila” (amante dell’azoto), come ortiche, romici, ecc.

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Léché – Quart (AO)

Il tramuto alto di Léché è un alpeggio di lusso. Lo si raggiunge solo a piedi. C’è un operaio straniero, ci racconta che le strutture sono belle, c’è la latteria al piano terra, la cucina e le stanze a quello superiore, non manca nulla. L’elicottero porta il materiale necessario e porta via le Fontine. Lui ha finito di lavorare il latte e adesso sta cucinando, il suo collega è al pascolo.

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Mandria al pascolo – Léché, Quart (AO)

Incontriamo la mandria più a monte. Mi era rimasta la curiosità di vedere questo posto dopo che, lo scorso anno, da un colle che si affacciava su questo vallone, avevo visto delle vacche che parevano “appese” sul versante. In effetti il pascolo è ripido, quasi più adatto ad un gregge che ad una mandria. L’erba però è di buona qualità, anche se bassa e un po’ scarsa, in questa stagione dal meteo bizzarro.

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Vista su Valchourda dal Colle Léché – Quart (AO)

Dal colle, nonostante il maltempo, il panorama a 360° è di quelli che non stufano mai. La Val d’Aosta è molto conosciuta per le sue montagne, ma in questi mesi mi sono fatta l’idea che, a parte le sue mete più note e gettonate, tutto il resto del territorio sia molto meno frequentato che non in Piemonte. In tutti questi anni, con qualsiasi condizione meteo, in qualsiasi giorno della settimana e dell’anno, dalle mie parti non mi è mai successo di fare una gita in montagna senza incontrare nessun altro! Specialmente se si tratta di escursioni senza alcuna difficoltà…

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Cresta del Grand Pays – Quart (AO)

Proviamo a proseguire in cresta, tra rocce calcaree e fiori di stelle alpine. Il paesaggio alterna conche erbose a salti rocciosi. L’aria quassù è già cambiata, non c’è già più il caldo che affligge il fondovalle e la pianura. Il sentiero dopo la cima diventa evanescente e così si tenta la discesa lungo tracce, per raggiungere un altro sentiero che risale nel vallone sottostante.

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Pascoli – Collet, Quart (AO)

Se il versante dove pascolava la mandria aveva poca erba, qui il tappeto erboso è folto, ricco, gli scarponi affondano letteralmente tra carice e trifoglio alpino, il profumo è inebriante. E’ inevitabile pensare: “…come starebbero bene qui le pecore… e le capre…“. Ma lì in quel vallone non ci sono più animali. Le “tracce” dicono che in passato ci sono ancora stati dei bovini, forse manze. Non si sono più strutture utilizzabili quassù. Eppure in passato era un buon alpeggio, l’unica pecca era la scarsità di acqua. C’erano tante capre quassù fino a qualche decennio fa. Devo andare a parlare con un anziano che veniva in alpeggio qui, oggi ha 92 anni… Le capre si mungevano e il loro latte serviva, insieme a quello vaccino, per la Fontina! Oggi, con la presenza del lupo, non si possono lasciare quassù greggi di pecore o di capre, anche perché manca un ricovero per il pastore.

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Camosci – Collet, Quart (AO)

Oggi qui c’è un grosso branco di camosci, ne contiamo più di trenta, femmine con i piccolo, poi due maschi solitari che pascolano per conto loro.

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Sentiero per Collet – Quart (AO)

Il vecchio sentiero era un piccolo capolavoro, con tutti i suoi tagli per far defluire l’acqua. Oggi quasi più nessuno lo percorre, né uomini, né mandrie, né greggi, così pian piano sta scomparendo tra l’erba e i cespugli che avanzano. Non basta il turista, l’escursionista, a mantenere viva la montagna. O meglio, perché il turista possa godere della montagna, è necessario che ci siano stabilmente sul territorio coloro che la abitano e vi lavorano.

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Alpeggio Collet – Quart (AO)

L’alpeggio è abbandonato. Lì vicino c’è ancora la fontana, i tubi portano acqua anche in un periodo di siccità. La baita è completamente crollata, delle due grosse stalle resta lo scheletro o poco più. Fin qui probabilmente i pascoli vengono ancora utilizzati dagli animali che salgono nel vallone dove siamo saliti al mattino: se non quelli da mungere, almeno le manze, che non devono scendere ogni giorno a Fontin per la mungitura.

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Stalle abbandonate, Collet – Quart (AO)

E’ una sensazione agrodolce quella che accompagna gli ultimi passi in discesa, per tornare all’alpeggio dove arriva la pista interpoderale. Da una parte l’abbandono totale, dall’altra una monorotaia costata centinaia di migliaia di euro, anch’essa però abbandonata. L’alpeggio dove forse è “nata” la Fontina… e nessuno con cui poter parlare di queste cose (meno che mai assaggiare o acquistare un pezzo di formaggio). Il tutto in un meraviglioso paesaggio sconosciuto ai più.