Appena oltre confine, tutto cambia

La stagione estiva volge al termine, a breve mandrie e greggi scenderanno, chi ha più erba riuscirà a fermarsi magari fino a fine mese, inizi di ottobre… per altri invece è questione di giorni. Prima del ritorno degli animali, volevo ancora fare una gita in Svizzera. Il confine non è lontano, così semplicemente basta scegliere una meta appena dietro la cresta, non più distante di altre località della Valle.

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Val Ferret – Valais, Svizzera

Dicevo di aver bisogno di cambiare paesaggi, anche se questi non sono così diversi da quelli nostrani. Quel che cambia spesso è la cura del paesaggio, il modo con cui viene gestito. Non c’è bisogno delle onnipresenti bandiere rossocrociate per capire che si è in terra elvetica. Nell’alpeggio al fondo della strada asfaltata si può mangiare un assortimento di prodotti locali, ma i prezzi, al cambio vigente, fanno rabbrividire un Italiano, che con la stessa cifra in patria può scegliere un ristorante di lusso e non una fonduta o una raclette seguita da un dolce. E’ cara, la Svizzera? Per noi sì, ma… non sarà che, in questo caso, semplicemente si pagano i prodotti al giusto prezzo?

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Lacs de Fenêtre – Val Ferret, Svizzera

La gita ha come meta degli splendidi laghetti alpini. A quelle quote non ci sono più animali, i pascoli sono già stati consumati da un gregge di pecore, a giudicare dalle tracce rimaste.

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Fioritura di eriofori ai Lac de Fenêtre – Val Ferret, Svizzera

Ci sono però numerosi animali selvatici (stambecchi, pernici) e distese di ciuffi bianchi: non più pecore, ma le infiorescenze degli eriofori intorno ai laghi e ai ruscelli.

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Alpeggio Plan de la Chaux – Val Ferret, Svizzera

Sulla via del rientro, facciamo una deviazione per passare accanto alle mandrie al pascolo. Nei pressi dell’alpeggio era parcheggiata un’auto con targa italiana, quindi ci si poteva aspettare qualche operaio che, dal nostro paese, era andato in là a far la stagione. Non si tratta di casi isolati, ma di un fenomeno via via crescente. Spesso si tratta di allevatori che mandano in alpeggio presso terzi i loro animali e vanno a guadagnare uno stipendio oltreconfine. E così nei nostri alpeggi lavorano operai rumeni, albanesi, marocchini… e in Svizzera troviamo pastori valdostani, piemontesi, lombardi…

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Mandria al pascolo – Val Ferret, Svizzera

La mandria è composta interamente da bovine di razza d’Herens, molto apprezzate da queste parti soprattutto dagli appassionati delle battaglie. Qui trovate il sito degli allevatori di questa razza, dove potete vedere i risultati dei combats, gli alpeggi dove vi sono mandrie come questa, le date dei prossimi combats, ma anche la situazione nei vari alpeggi. Cosa significa? Andiamo con ordine, ce lo spiegherà il pastore!

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Luciano toglie il filo che suddivide il pascolo – Val Ferret, Svizzera

Il guardiano della mandria in quel momento stava dando il pezzo per il pascolo pomeridiano/serale. Dopo un primo scambio di battute in Francese, si scopre non solo la provenienza comune, ma ci si riconosce pure! E così ha inizio una lunga chiacchierata in cui vengo a sapere tante cose su come funziona qui l’alpeggio.

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Un bell’esemplare di razza d’Herens – Val Ferret, Svizzera

Il pastore che sta al pascolo costantemente con la mandria, tra le sue mansioni ha anche il compito di scrivere su un quaderno ogni giorno chi è la regina. Gli animali sono tutti identificati con una placchetta numerata attaccata al collare che sorregge la campana. Bisogna osservare i combattimenti che avvengono durante il giorno e segnare chi vince e chi perde. Avere la regina dell’alpeggio è un grande prestigio per l’allevatore, ma alla soddisfazione morale si aggiunge quella economica, visto che gli appassionati arrivano a spendere anche 30.000 CHF per acquistare una regina.

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Non sono i cinghiali a scavare questi buchi nei pascoli, ma le reines mentre mostrano la loro forza! – Val Ferret, Svizzera

Si guarda la bellezza, si guarda la forza dell’animale. E’ una questione di passione. E così allevatori e appassionati vanno in alpeggio a vedere quando, per la prima volta, gli animali escono insieme al pascolo e iniziano i combattimenti per stabilire le gerarchie. Poi ci sono invece i combats organizzati, così come avviene in Valle d’Aosta.

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Luciano e una delle bovine in cerca di attenzioni – Val Ferret, Svizzera

Il motivo per cui i Valdostani sono così apprezzati negli alpeggi del Vallese è anche il fatto che conoscono questa razza, il suo particolare comportamento, ma anche condividono questa passione. “Qui gli alpeggi sono dei consorzi, la gente è davvero precisa e corretta. Lo stipendio è più che buono, paragonato a quello che rende ormai questo mestiere da noi… Ci pagano un tanto al mese, in più abbiamo un tot per andare a comprare da mangiare. Da noi certe cifre te le sogni, il prodotto non vale più niente. Una vacca da macello qui viene pagata 10 CHF/kg.” (In Valle d’Aosta ci si aggira sui 2-2,5 €/kg, fate voi il paragone!)

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Plan de la Chaux – Val Ferret, Svizzera

In Svizzera la vita è più cara che da noi, basta entrare in un qualsiasi negozio e guardare i prezzi del formaggio o della carne. Ma è sufficiente, come vi dicevo prima, dare uno sguardo al menù accanto all’alpeggio al fondo della strada sterrata, dove si possono gustare alcuni piatti tipici, dai taglieri di salumi e formaggi alla fondue o la raclette. Sono prezzi esagerati? Per noi… sì, ma sono anche prezzi giusti, proporzionati al lavoro che c’è dietro ai prodotti, alle materie prime. Non ha senso che, in Italia, un formaggio di montagna, d’alpeggio, costi solo pochi euro più di un insapore formaggio di caseificio industriale.

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Luciano e il suo cane – Val Ferret, Svizzera

Luciano ci mostra dove la mandria si abbasserà a breve, per concludere la stagione. “Nell’altro alpeggio sopra ci sono i manzi, lì c’è un ragazzo francese che si occupa di pascolarli. Prende 150 CHF al giorno. All’inizio queste erano quasi tutte da mungere, ma ormai siamo alla fine e alcune partoriranno ad ottobre. Qui facciamo formaggio Raclette. Ci sono animali da diversi proprietari, ci può essere quello che ne ha tante, magari anche 40, ma c’è chi ne ha anche solo 3 o 4. Conosco un allevatore che ha 5 vacche di queste nere, poi una decina di vacche da latte. Con questi numeri ha fatto una stalla da un milione di franchi, tira su una famiglia e ha anche un dipendente. E’ vero, in Svizzera danno i contributi, ma il paesaggio è tutto tenuto alla perfezione. Guarda giù per la valle come sfalciano i prati fin sul bordo della strada e fin contro il bosco…

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Sistema per lo spandimento dei liquami nei pascoli già utilizzati – Val Ferret, Svizzera

Gli allevatori pagano 400 CHF per bestia a mandarle su in alpe, ma poi se vengono a fare dei lavori per l’alpeggio, segnano le ore, le giornate di lavoro, e scalano dalla cifra da pagare. Oppure c’è quello che porta su la legna. C’è davvero grande correttezza in tutto.” Dopo questi discorsi, verrebbe davvero voglia di fare lo stesso, di passare il confine per fare la stagione. Forse, con i soldi guadagnati in alpeggio, non ce la faresti a vivere là, ma sicuramente sono buone cifre da portare in Italia. Ma il punto non è questo… Ciò che non funziona è che, in Italia, le piccole aziende (di montagna e non) soccombono, non riescono a vivere solo del loro (duro) lavoro. I prodotti (carne, latte, latticini) vengono venduti a prezzi irrisori che talvolta non pagano nemmeno le spese necessarie per ottenerli, senza contare le ore di lavoro, che in questo mestiere devono andare sotto il nome di “passione”. Non va bene, e non va bene nemmeno appoggiarsi a quei contributi che oggi ci sono, domani chissà, e che troppo spesso fanno più male che bene, falsando il mercato l’intero sistema.

…per chi volesse assistere alla sfilata di mandrie e greggi di questa vallata, l’appuntamento è a La Foully il 22 settembre

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Non so se in valloni così ci sia ancora un futuro

Sono fortemente debitrice con chi, sul territorio, si sta adoperando per segnalarmi alpeggi “meritevoli” o luoghi particolari dove andare a fare le mie interviste. Nel caso del vallone dell’Alleigne a Champorcher, il mio grazie va a Marco, che mi ha accompagnata. Anche lui allevatore (dice che lui lo fa solo per hobby! la sua famiglia gestisce l’agriturismo Relais des Reines), conosce bene molte realtà della zona e non solo.

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Sentiero del Vallone dell’Alleigne – Champorcher (AO)

Mi aveva detto che questo vallone meritava una visita sia dal punto di vista paesaggistico/territoriale, sia per chi avrei trovato il alpeggio. Se un paio di settimane fa ero stata in un alpeggio che continua a vivere grazie all’apertura di una strada, qui gli ambientalisti hanno avuto la meglio e si continua a salire con una stretta mulattiera. Le pietre del fondo sono consumate da milioni di passi di uomini e animali, provo a pensare cosa possa significare oggi salire e scendere con il mulo carico di provviste o di formaggi. “Era anche un’antica via del sale“, mi racconta Marco.

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La pista, mai conclusa, nella prima parte del vallone dell’Alleigne – Champorcher (AO)

A dire il vero una strada la si voleva fare, una pista trattorabile, di cui è visibile il primo tratto, che si interrompe dopo qualche centinaia di metri. L’opposizione era stata fortissima e così alla fine il vallone è rimasto senza strada. “Che poi era stato individuato un tracciato che non andava a toccare la vecchia mulattiera, passava più in alto. E comunque non si voleva fare una strada… hai visto com’era nel primo tratto! Ai tempi avevano fatto il presidio e raccoglievano firme alla partenza del sentiero“, mi racconta Marco. La salita è impegnativa anche solo per una semplice escursione, quando nello zaino c’è al massimo una maglia, una borraccia e un panino.

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Vallone dell’Alleigne: il torrente – Champorcher (AO)

A fianco del sentiero, un torrente limpidissimo e fresco. La gita è piacevole, ma vi ricordo di provare a mettervi nei panni di chi deve salire e scendere per lavoro. Certo, una volta lo si faceva, lo facevano tutti, ma oggi almeno bisognerebbe riconoscere un valore doppio ai prodotti di chi lavora in certe condizioni. Chi è disposto a farlo? Ma poi, la gente, i turisti, salgono fino all’alpeggio? Quando incontreremo Mario, su in alto nei pascoli, dirà che la maggior parte dei turisti si ferma al primo pianoro, solo qualcuno prosegue per il lago e nessuno viene a comprare formaggio, mica hanno voglia di caricarselo a spalle!

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Peroisaz – Vallone dell’Alleigne, Champorcher (AO)

L’alpeggio di Peroisaz è stato in parte ristrutturato, ci sono ancora attrezzature e materiali per completare i lavori, chissà come, chissà quando. Gli animali sono già al pascolo più a monte, la salita per arrivare fin quassù è stata lunga e impegnativa. All’alpeggio ci sono Samuele e il suo fratellino. Samuele è qui per dare una mano ai fratelli Vallomy: “Giù sua mamma ha le capre, poi ha qualche mucca qui con le nostre“, racconterà Mario.

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Mario – Peroisaz, Champorcher (AO)

Nicola è sceso a valle, così chiacchieriamo solo con Mario, che comunque di cose da raccontare ne ha tante. “Sono 26 anni che veniamo qui, prima andavamo a Fontainemore e prima ancora a San Grato. Ho iniziato nel 1968 con mio papà, ho fatto un po’ di ferie nel 1968 quando sono stato ricoverato all’ospedale e poi quando ho fatto il servizio militare, altrimenti sono sempre stato con le bestie.

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Mandria al pascolo – Vallone dell’Alleigne, Champorcher (AO)

Marco me l’aveva detto che qui avremmo incontrato animali “della razza vecchia”, vacche valdostane come esistevano una volta, sia per la colorazione, sia per le dimensioni, non incrociate e selezionate, ma più piccole e rustiche, adatte al pascolo (anche perché quassù di sicuro non vengono fatte integrazioni con i mangimi). “Sono 26 anni che vengo su e non so se merita continuare o no. I padroni della baite diventano vecchi, sono 4 privati, hanno aggiustato un po’, ma non hanno finito. Ci fosse la strada sarebbe differente. Gli altri alpeggi nel vallone sono tutti diroccati. Non so se in valloni così ci sia ancora un futuro: se non cambia niente, io non lo consiglierei a nessuno di continuare.

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Capre valdostane – Vallone dell’Alleigne, Champorcher (AO)

Le capre le devo pascolare con le mucche e chiuderle a mezzogiorno, ci sono troppi lupi, appena siamo saliti qui ce ne ha presa una appena davanti alle baite, l’abbiamo visto! Giù al tramuto basso ce ne ha prese altre. Qui ci sono solo più brutte bestie, vipere e lupi! Patiscono ad essere chiuse a mezzogiorno, poi si picchiano, ma non possiamo fare diversamente. Abbiamo preso un maschio per far nascere capretti di un certo tipo, ma poi la selezione ce la fa in lupo, invece!

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Eriofori al Lago Chilet – Champorcher (AO)

Avevamo anche le pecore, mi piacciono le pecore, ho le biellesi, quelle belle grosse. Le ho sempre avute, 100-110… Qui stavano bene, le mettevamo su al lago e andavamo a vederle, salivo a dare il sale. Adesso tutta quella bella erba che c’è là resta da mangiare, è troppo lontano andare con le mucche fino in cresta. Tre anni fa il lupo ci ha preso 12 pecore. Tre volte ho preso in mano il telefono per chiamare il commerciante e venderle, ma non me la sono sentita. Adesso ne ho solo più poche, le ho a Lillianes vicino a casa, se la sognano l’erba che avevano qui! Comunque il lupo ce le uccide anche là…

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Mandria al pascolo – Vallone dell’Alleigne, Champorcher (AO)

Marco e Mario chiacchierano in patois, riesco forse a capire qualche parola in più rispetto ad altre parti della val d’Aosta. “Il miglior burro di Dondena vale meno del letame di Peroisaz, così dicevano una volta, tanto qui è buona l’erba! Ci sono ancora i canali, e poi i tubi, dove metti il liquame della stalla di erba ne viene di più. Quando si saliva in autunno a vedere le pecore, l’erba era verde dove era stato messo il letame.

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Rientro a Peroisaz – Champorcher (AO)

Pian piano le vacche vengono fatte scendere verso l’alpeggio, il sentiero è ripido e sassoso. “Non le portiamo alle battaglie, quando scendono di qui… sono già troppo stanche!“, scherza Mario.

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Gregge di capre – Peroisaz, Champorcher (AO)

Anche le capre hanno fatto l’abitudine a rientrare in stalla, quindi precedono la mandria senza che vi sia la necessità di mandare il cane per farle scendere. Chiedo informazioni sulla parabola che vedo contro il muro di una delle vecchie stalle e mi raccontano che era stata posizionata dai padroni per controllare i lavori e gli operai (!!!) durante la ristrutturazione. Ma c’erano sempre dei problemi e non ha mai funzionato bene.

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Con il bel tempo questo posto è davvero scenografico: “…ma quando tira il vento… quassù è terribile! E’ anche un posto da fulmini, durante i temporali.

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Le mucche devono fare tutto il giro sotto la stalla per entrare! Quando hanno ristrutturato, hanno fatto un piccolo passaggio sopra con i gradini in pietra, le bestie dovrebbero passare lì! Figuriamoci!!” In effetti la gradinata è ripida e stretta, a malapena si riesce a posare un piede, calzando degli scarponi.

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Il Sargnun

A pranzo, Mario ci offre anche il Sargnun, una ricotta impastata con peperoncino e semi. “Ho usato quelli dell’agrou, qui il cumino non c’è. Si può anche stagionare, si fanno delle pagnotte e si mette sopra al camino, che prenda il fumo. Una volta facevano la sagra del Sargnun a Champorcher.” Avevo già visto questo latticino in Piemonte, nell’area del canavesana (peraltro confinante con questa vallata).

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Tome di diversa stagionatura

Qui i formaggi sono prodotti solo per uso personale, quando sono state ristrutturate le strutture, non è stata prevista una casera. Si fa toma e non Fontina, dato che la lavorazione della toma è più rapida e comporta un impegno minore rispetto alle due lavorazioni giornaliere della Fontina.

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Mario e i suoi chamonix – Peroisaz, Champorcher (AO)

Durante il pranzo c’è modo di chiacchierare di tante cose e ascoltare storie del passato e del presente, poi Mario e Marco iniziano a discutere di campanacci. Qui in Val d’Aosta la passione è per gli chamonix. Sembra quasi un parlare in codice, solo gli iniziati capiscono cosa possa voler dire un certo numero “…un nove… un undici… la serie completa…

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Mario e i suoi giovani amici – Peroisaz, Champorcher (AO)

E’ ora di rientrare, si sta facendo tardi, il cammino è ancora lungo. Salutiamo Mario, Samuele e suo fratello, poi proviamo a cercare un sentiero diverso da quello percorso in salita per scendere a valle. La traccia però si perde tra pascoli e boschi, ogni tanto pare essere più evidente, poi tocca di nuovo procedere a casaccio per qualche centinaio di metri. E’ questo ciò che accade ai sentieri quando la montagna non è più utilizzata come un tempo.

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Chavanne – Vallone dell’Alleigne, Champorcher (AO)

Ci sono delle baite abbandonate, una scritta sull’architrave recita “1856”. Anche questi erano alpeggi e ce n’erano diversi altri, alcuni sono ormai quasi scomparsi nel bosco che è avanzato. Chi saliva da queste parti, evidentemente ha smesso di farlo da anni.

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Vallone dell’Alleigne – Champorcher (AO)

I pascoli sono però ancora utilizzati, c’è una mandria che rumina sdraiata nel prato al fondo della conca. Non c’è nessun guardiano, solo fili, picchetti e batteria. E’ una situazione ormai “normale” dalle mie parti, in Piemonte, ma qui in Val d’Aosta è un segno di qualcosa che sta cambiando, qualcosa che va perduto per sempre. Animali in asciutta che stanno all’aperto giorno e notte, stalle e alpeggi che vanno all’abbandono, più nessuna opera di fertirrigazione… Non posso non pensare ancora una volta a come siano sbagliati i principi secondo i quali sono erogati i contributi agricoli. Non basta mettere insieme ettari e UBA (carico di animali), bisognerebbe vedere chi e come gestiste quegli ettari, quegli animali!

Riflessioni dopo la fiera di Roaschia

Erano anni che non tornavo a Roaschia per la fiera, nonostante avessi ricevuto più volte inviti da vecchi amici. L’ultima volta c’ero stata quando ancora si teneva in autunno. Poi, a causa della concomitanza con altri eventi e, soprattutto, di alcune edizioni caratterizzate da maltempo e anche dalla neve, è stata spostata al mese di maggio. E così per me spesso era andata a coincidere con la transumanza, oppure ero già in alpeggio o ancora, in questi ultimi anni, andavo ad altre fiere in vallate più vicine.

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L’arrivo degli animali nella giornata di sabato – Roaschia CN

Anche quest’anno, per la 24° edizione della Mostra interprovinciale della razza frabosana-roaschina, il fine settimana scelto presentava numerose altre opzioni per gli appassionati di rassegne zootecniche e manifestazioni legati alla zootecnia in generale. La festa dei margari a Saluzzo, con la sfilata delle mandrie nel centro della cittadina, la Fira d’la Pouià a Bobbio Pellice… Diventa difficile organizzare qualcosa, al giorno d’oggi!

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Roaschia vuol dire pecore, ma soprattutto vuol dire pastori. O meglio, voleva dire pastori. La razza frabosana-roaschina esiste ancora, anche se è tra quelle in via di estinzione. Viene allevata in purezza o insieme ad altre razze specialmente nelle aree di origine in provincia di Cuneo e in quella di Torino (in Val Pellice troviamo un buon numero di capi), solitamente da chi la utilizza per la mungitura. Si tratta di una pecora rustica, adatta alla montagna, una razza da latte, anche se ovviamente le sue produzioni non possono essere paragonate ad altre razze specializzate. Come sempre accade in questi casi, dobbiamo tener conto della qualità del latte (sono animali alimentati al pascolo all’aperto, nella maggior parte dei casi vengono condotti in alpeggio, mentre d’inverno consumano fieno) e dell’adattamento al territorio. Altre razze più produttive, nelle stesse condizioni di allevamento, non darebbero le stesse quantità di latte.

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Pastore roaschino in alpeggio agli inizi degli anni ’50 – Museo della pastorizia, Roaschia CN

Gli abitanti di Roaschia, piccolo paese di montagna all’imbocco della Valle Gesso, si erano specializzati in un mestiere, quello del pastore. Gli abitanti si suddividevano in bodi (patate), cioè gli stanziali, che rimanevano nel villaggio, e gratta (letteralmente ladri), i pastori che partivano con la famiglia, il gregge, il carro. Ladri di erba che pascolavano lungo il cammino. Termini entrambi spregiativi che sottolineavano una spaccatura nella comunità, i cui echi permangono tutt’oggi, quando di pastori a Roaschia non ce ne sono più (l’unico residente ad avere pecore si definisce “allevatore”, dato che il suo mestiere principale è un altro). Di questa fiera e di questo “mondo” avevo parlato in passato sul mio vecchio blog qui (edizione 2010), ma anche con la recensione di un libro qui.

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Roaschia dall’alto

A parte questi giorni di festa, Roaschia vive quella che è la realtà di tanti borghi di montagna: pochissimi residenti stabili, scarse possibilità occupazionali, un territorio vasto e difficile da “curare”. Molte case vedono il ritorno delle famiglie originarie nel periodo estivo, altre sono state acquistate o affittate a villeggianti, altre ancora mostrano ben visibili i cartelli “vendesi”. Ieri ho incontrato tanta gente che mi ha detto essere originaria di Roaschia, ma che abita altrove, un po’ ovunque in tutto il Piemonte.

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Il Sindaco e Pinulin, ex pastore

Lo stesso Sindaco, che con tanto entusiasmo si è prodigato per mandare avanti la fiera, ha una storia particolare. Il suo cognome, Viale, è uno dei 5 cognomi di Roaschia, ma il suo accento tradisce origini molto diverse. E’ infatti nato in Venezuela! Giuseppe Pinulin Ghibaudo, tra i promotori della fiera quando era stata istituita 24 anni fa, ex pastore, ripete al Sindaco che: “…bisogna mettere legna, o la fiera muore!” Racconta agli studenti dell’Istituto Agrario il suo passato di pastore, ma anche una sua recente protesta: “Ho lavorato una vita, tra sacrifici e fatiche, e adesso la mia pensione è misera. Mi è arrivata la bolletta della luce più cara perché c’era il canone della TV, ma io non ho la TV. Così ho mandato una raccomandata, ma mi è arrivato lo stesso da pagare. Ho scritto hai giornali per denunciare la cosa e poi non ho pagato, così mi hanno tolto la luce.

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Pecore frabosane-roaschine alla fiera di Roaschia CN

Non è facile mantenere vive queste fiere. Ho raccolto un po’ di impressioni in giro, per capre che aria tira. C’era chi diceva che la crisi è generale: ci sono spese, c’è poco tempo, portare gli animali alla fiera è un costo, una volta veniva rimborsata la spesa del camion per la partecipazione. Altri dicevano che la stagione non è adatta, c’è chi sta salendo in alpeggio, chi ha il fieno da fare. Inoltre adesso “…le pecore non sono belle! Ce ne sono di appena tosate, altre da tosare. In autunno fanno più bella figura!” Mi ricordo che, quando il camion veniva pagato, partecipavano anche allevatori della Provincia di Torino. C’era comunque un clima di rassegnazione tra gli allevatori: si fatica e si stenta a portare a casa la pagnotta. Gli agnelli valgono sempre meno, a volte non si trova a venderli. Si sta lavorando ad un Presidio SlowFood legato ai prodotti di questa razza, ma tutta la procedura è ancora in corso. Dato che si tratta di una mostra legata ad una razza, per incentivare la partecipazione si potrebbe forse pensare a vincolare parte del contributo appositamente stanziato per le razze in via di estinzione alla partecipazione alla mostra?

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Pecore vallesane dal naso nero alla fiera di Roaschia CN

Mi ha dato da pensare il fatto che “l’arrivo” accolto con maggiore entusiasmo sia stato quello di animali non legati alla razza frabosana-roaschina! Un’azienda ha infatti portato capi di varie razze, dalle capre tibetane alle pecore Ouessant, ma in assoluto le più amate (non dagli anziani pastori locali!!) sono state le Vallesane dal naso nero, razza originaria della Svizzera. Giusto o sbagliato avere questi animali “fuori concorso”? Secondo me ben venga tutto ciò che può contribuire a dare nuova linfa alla manifestazione, rimanendo comunque a tema e spiegando l’evoluzione dell’allevamento, che comprende anche questi animali visti più come animali domestici che come specie da reddito. Però la mostra resta quella della pecora locale!

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Museo della pastorizia a Roaschia CN, attrezzi per la caseificazione

Tutto parte dalla storia di Roaschia e dei suoi pastori, ma bisogna andare oltre, perché il museo statico non riesce più a coinvolgere. Ciò vale anche per la fiera, non sono sufficienti gli animali in mostra nei box.

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L’arrivo del gregge – Roaschia CN

Trovo quindi molto azzeccata l’idea di far passare il gregge nel paese. Nella giornata del sabato il gregge è risalito lungo la valle, per poi dar vita ad una transumanza ad uso del pubblico. Si tratta di un gregge di allevatori che si spostano verso la valle Gesso, quindi compiono solo una deviazione per partecipare alla manifestazione.

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Si fa una tappa prima di entrare nel paese, organizzando il “corteo” – Roaschia CN

Nicolò è giovane e allora ci tiene a farlo…“, così commenta il papà Aldo, scendendo dal trattore al seguito del gregge. Tutto ciò è una fatica aggiuntiva ai lavori quotidiani di mungitura, pascolo, partecipazione a fiere e mercatini per vendere i prodotti. Certamente con questa transumanza particolare la giornata si allunga.

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Il carro al seguito del gregge – Roaschia CN

Si aggiunge anche il carro, a ricostruire quella che era la vita dei pastori nomadi roaschini. Oggi c’è il fuoristrada e la roulotte, mentre un tempo la trazione era animale e, nel carro, si viveva, si stipava tutto il necessario, si trasportavano insieme agnelli che ancora non camminavano e bambini piccoli. Molti anziani abitanti di Roaschia sono nati fuori dal paese, in vari comuni lungo a strada della transumanza, fino in Lomellina.

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Il passaggio del gregge in piazza – Roaschia CN

La sfilata, la transumanza, serve a rendere viva la giornata. Il pubblico apprezza in passaggio del gregge, altri ne accompagnano il cammino. Anche solo per pochi minuti si vivono istanti di vita del pastore, il fascino della pastorizia nomade viene trasmesso a chi vi assiste.

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Pastore in pensione seguono la transumanza – Roaschia CN

Nel caso di Roaschia buna parte del pubblico, specialmente nella prima giornata, è composto da persone che quella vita l’hanno praticata o l’hanno sentita raccontare più e più volte da genitori e nonni. Ci sono anche Anna e Rosa, le ultime ad aver vissuto la vita dei pastori roaschini insieme ai loro mariti.

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Giuseppe, uno degli ultimi pastori – Roaschia CN

Giuseppe si aggiunge al corteo, con tanto di zaino e ombrello, che il vero pastore non lasciava mai a casa, perché non si sa mai. “C’è poca gente, c’è troppa poca gente…“. E’ vero, non c’è tantissima gente. Forse bisognerebbe accorpare le due giornate, forse bisognerebbe studiare qualcosa in più oltre alla transumanza, che sicuramente è un elemento che funziona.

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Gregge di pecore frabosane-roaschine – Roaschia CN

Il gregge prosegue il suo cammino fino a raggiungere un prato dove verrà lasciato a pascolare nelle reti. Solo qualcuno lo segue, soprattutto persone che filmano o scattano foto, gli altri restano in paese. La transumanza del XXI secolo è anche avere un drone che ti ronza sopra la testa per effettuare delle riprese!

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Gregge e patou – Roaschia CN

Si arriva a destinazione poco sopra al paese. Gli animali iniziano a pascolare, il cane da guardiania studia la situazione, un po’ frastornato da tutta la confusione di quella giornata. Solitamente non c’è così tanta gente intorno alle pecore!

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Dopo la transumanza, gli agnelli vengono fatti scendere dal carro – Roaschia CN

Il carro con l’asino erano solo scenografia, gli agnelli oggi sono a bordo di un altro carro, quello al seguito del trattore. E i pastori torneranno a casa la sera, portando il latte munto, che verrà caseificato non all’aperto sul fuoco, ma in un locale idoneo come prescritto dalla legge.

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Formaggi di pecora e di capra dell’azienda bio En Barlet – Roaschia CN

Eccoli i formaggi di quel gregge, in vendita il giorno successivo alla fiera. “Si può ancora vivere con un piccolo gregge, senza avere centinaia e centinaia di animali, ma ti devi sbattere! Devi mungere, fare il formaggio e andare a fare fiere e mercati. Oggi io sono qui e Marilena è in Francia ad un’altra fiera. Poi devi sperare che vada bene, che ci sia gente, sperare di vendere…

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La premiazione – Roaschia CN

Nella giornata della domenica ci sono state le premiazioni dei capi presentati alla mostra, un po’ di fiera, il pranzo e attività pomeridiane. Quello che sicuramente mi sento di suggerire è un’impostazione totalmente diversa del mercato. Per attirare il pubblico, bisognerebbe distinguersi con bancarelle che davvero spingano chi è interessato all’argomento a venire alla fiera di Roaschia. Espositori a tema: formaggio di pecora/capra, manufatti legati alla pecora (lana, feltro, ecc.), attrezzature, campane, artigianato di qualità che non si trovi a ogni mercatino di paese. Anche nel menù del pranzo, ottimamente organizzato dalla Proloco, avrei osato di più inserendo la pecora (ad esempio nel salumi) o l’agnello. Non conosco le proposte delle due strutture recettive del paese per il pranzo della domenica, ma mi sarebbe piaciuto vedere all’esterno lavagnette che dicessero “qui oggi carne di agnello/pecora roaschina”. Nella cena del sabato sera invece sia il ragù della pasta, sia il secondo che ho mangiato, erano a base di agnello. L’avrei però espressamente indicato nelle locandine della manifestazione.

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Dimostrazione di tosatura con le forbici – Roaschia CN

Per concludere il pomeriggio della domenica, c’è stato nuovamente il passaggio del gregge (in discesa e fuori dal paese, dato che c’erano le bancarelle), dimostrazione di tosatura, cardatura della lana, caseificazione e… un po’ di musica e danze tradizionali. Sono state due belle giornate, ma concordo con il fatto che occorra fare qualcosa in più per mantenere il pubblico e attirarne altro. “L’anno scorso c’era molta più gente…” è una frase che ho sentito ripetere spesso.

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Tetti Lombardo – Roaschia CN

Concluderei con alcune considerazioni che vanno oltre il tema della pastorizia, com’è nella filosofia di questo nuovo blog. Il sabato pomeriggio sono andata a far due passi, raggiungendo alcune frazioni a monte di Roaschia. Il territorio è molto boscoso, i prati sono più ristretti di un tempo. I vecchi sentieri che collegavano i vari “Tetti” sono segnalati con apposite paline, ma non tutti risultano facilmente percorribili, poiché la vegetazione avanza e non vi è un passaggio costante.

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Casa abbandonata a Tetti Colla – Roaschia CN

In quei villaggi che ho toccato nella mia breve escursione si alternavano case ristrutturate, orti, alberi di frutta, segno che si tratta di abitazioni utilizzate per lo meno come seconde case, a ruderi più o meno segnati dal tempo. Si trattava comunque di frazioni raggiunte da strade asfaltate. Non era una montagna abbandonata del tutto, ma nemmeno più viva come un tempo. Non c’erano segni di vere e proprie attività agricole, solo lembi di terra ancora mantenuti puliti intorno alle case, piccoli campi di patate.

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Istallazione artistica a cura dei giovani di Roaschia, cannucce colorate che simboleggiano le fibre di amianto nell’aria

Nessuno si interessa di queste realtà e, ahimè, ci si ricorda di paesi come Roaschia non per valorizzarli, ma per individuarli come sede per… una discarica di rifiuti speciali, amianto nel caso specifico! “Da una parte abbiamo il Parco delle Alpi Marittime con tutti i suoi valori ambientali e… a pochi chilometri in linea d’aria vogliono fare una discarica?? Dicono che hanno individuato questo sito partendo da migliaia di altri in tutta Italia. Si tratterebbe delle nostre vecchie cave in disuso che adesso si stanno ricoprendo di erba. Ci siamo opposti. Stiamo raccogliendo firme e io sono andato fino a Bruxelles per dire all’Europa cosa succede qui. Mi fa male che la Regione ci voglia imporre questo e che l’Italia non ci ascolti, ho dovuto rivolgermi all’Europa!“, così mi racconta il Sindaco.

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C’è un’altra particolarità a Roaschia: sulla porta del Municipio c’è un cartello che indica una panetteria – alimentari. Ed è l’unico negozio del paese. Chiedo spiegazioni al Sindaco: “Quando facevo campagna elettorale, ho chiesto cosa serviva a Roaschia. Mi hanno detto che mancava un negozio. Aprirne uno era impossibile, così abbiamo trovato questa soluzione nel Municipio. Inoltre do un buono di 120 euro ad ogni residente, da spendere nel negozio, in modo da garantire 9000 euro di incassi. E’ un aiuto anche sul piano sociale.” Un aiuto contro lo spopolamento, perché un paese senza un negozio è ancora più vicino alla morte. Un’iniziativa davvero interessante che potrebbero copiare molti altri Comuni.

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Il negozio di Roaschia CN

Entro e trovo la titolare intenta a disporre i prodotti freschi: c’è un po’ di tutto, ma sta aspettando altri rifornimenti dal fondovalle, perché ovviamente si tratta di una rivendita. “Non è facile, non ci si può aspettare grossi incassi. D’inverno non c’è quasi nessuno, d’estate invece ci sono i villeggianti e i turisti. Ci si accontenta. E’ un peccato che il ristorante qui vicino non si fornisca da noi… Purtroppo succede anche questo…“. Non c’è più la contrapposizione tra i pastori nomadi e i residenti stanziali, ma anche in piccole comunità vi sono fratture che comunque non aiutano la sopravvivenza della montagna.