…vedremo, quando sarà ora di mettersi in cammino…

Hai sentito la notizia? Sei contenta del riconoscimento Unesco per la transumanza?” Più di una persona mi ha mandato un messaggio simile tra ieri e oggi. Ho sentito, ma chi mi conosce sa quanto io non sia facile agli entusiasmi.  Forse dovrei invidiare chi è riuscito a fare proclami scoppiettanti in merito, ma io preferisco aspettare e vedere i risultati concreti, se ci saranno.

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Transumanza di un gregge in Val Chisone (TO)

Ne avevo già parlato marginalmente qui, parlando della candidatura dei muretti a secco (a proposito, quella non è passata?): cosa comporta questo riconoscimento? Ci saranno ricadute favorevoli sul lavoro degli allevatori? Ci si potrà appellare a qualcuno in nome del patrimonio Unesco quando un Comune o un altro ente vorrà vietare/introdurre limiti alla transumanza sul suo territorio?

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Discesa dall’alpe – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Lasciatemi dire una cosa: allo stato attuale, la transumanza a piedi è praticata soprattutto dagli allevatori più attaccati alla tradizione, al territorio. Solitamente si tratta di medio/piccole aziende di montagna o della fascia pedemontana. C’è poi chi raggiunge il fondovalle con mezzi e poi completa la transumanza a piedi, con le campane a risuonare festose, annunciando il ritorno di uomini e animali sui pascoli. Mi viene un groppo in gola al solo pensiero… Non riesco a non emozionarmi quando passa una transumanza, anche se in questi anni ne ho fatte così tante, accompagnando amici, scattando foto o spostando i nostri animali.

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Giovani e giovanissimi alla sfilata degli animali durante la Fiera di Luserna (TO)

Unesco o non Unesco, queste transumanze sono a rischio di estinzione perché sono le aziende che le compiono ad essere in crisi. Non sono solo parole di circostanza, conosco tanti, troppi allevatori che “tirano avanti” riuscendo a malapena a pareggiare le spese. Ne è testimonianza il fatto che… se non arrivano i famigerati “contributi”, c’è chi vende le bestie e chiude. Così lasciatemi dire una cosa: gli unici che possono salvare davvero la transumanza sono gli allevatori che continueranno a farla come parte integrante delle loro attività. Se non ci saranno più loro, quelle che vedrete alle feste saranno parodie di transumanza, sfilate ad uso e consumo del pubblico. Animali allevati ce ne saranno ancora e… si chiamerà qualcuno per portarli a sfilare quando “ce ne sarà la necessità”?

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Festa per la discesa dagli alpeggi – Cogne (AO)

Mi auguro che non si arrivi a questo! Ma sicuramente ci sarà un “fiorire” di progetti legati alla transumanza. Posso dare un consiglio a coloro che vorranno creare feste a tema? Non è facile organizzare una festa della transumanza. Potete chiedere a chi già lo fa da anni. Innanzitutto, le esigenze di calendario del Comune, dell’Associazione, della Pro Loco vorrebbero una data mesi prima, mentre la transumanza solitamente non ha un giorno fisso, si scende in base alla disponibilità di foraggio e alle condizioni meteo. Abbiamo fissato il giorno della festa per il 3 ottobre, ma il 30 settembre arriva un’abbondante nevicata… che si fa? Chi dà dei prati in fondovalle alla mandria/gregge che dovrà sfilare? Chi porta del fieno per foraggiare gli animali in attesa del grande giorno? Oppure la data è il 30 settembre, ma c’è ancora erba da pascolare per una settimana, dieci giorni: se scendo lasciando indietro questo foraggio, intaccherò prima le scorte in cascina.

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Grande pubblico per la sfilata degli animali – Luserna San Giovanni (TO)

Non si organizza una festa della transumanza senza averne prima parlato con gli allevatori della valle, bisogna che ci sia la volontà di farlo da ambo le parti, imporre una cosa simile non darà risultati. Viceversa, chi accetta, deve sapere che potrebbe incorrere nei rischi menzionati sopra. Sicuramente meglio la festa… del divieto che ti obbliga a prendere i camion e scendere con costi aggiuntivi senza quell’adrenalina che ti aiuta ad arrivare alla sera di quei lunghissimi giorni di transumanza.

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Discesa dall’alpeggio Veplace – Nus (AO)

E’ importante non perdere la memoria delle transumanze del passato (vi sono regioni dov’è quasi una rarità, sono stata ad un convegno in Lazio, ma l’impressione è che sia molto più viva dalla mie parti!), ma quello che è più urgente ora è non perdere quella fetta di allevatori che ancora la praticano, sulle Alpi e sugli Appennini. Vanno bene gli aspetti culturali, ma questo non è uno spettacolo, è un lavoro (sicuramente con aspetti spettacolari che possono essere apprezzati anche da un pubblico). Quindi, parallelamente a chi la tutelerà dal punto di vista culturale, deve muoversi chi può garantire un futuro agli allevatori, perché i due euro al kg pagati per la carne di un bovino adulto fanno venir voglia di comprare un freezer e metter da parte come cibo per cani (visto il costo di crocchette, scatolette e altro). Per non parlare di quando i macellai nemmeno ti ritirano gli agnelli… “…non c’è richiesta, arriva carne da fuori a prezzi stracciati…

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Ancora giovani allevatori alla fiera di Luserna San Giovanni (TO)

Spero almeno che il “patrimonio Unesco” metta al riparo anche dalle follie “animaliste”. Strano che non si siano ancora state prese di posizione da parte dei più esaltati alla notizia del riconoscimento. Mi fa male vedere come sempre più amministrazioni, enti, canali di informazione preferiscano “non urtare” queste persone, nascondendo o evitando far vedere aspetti di vita e lavoro della zootecnia, invece di cercare di spiegare e far comprendere di cosa si tratta.

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Il pascolo vagante: una continua transumanza – Cumiana (TO)

Per la transumanza vera e propria occorre attendere maggio, giugno. I pastori vaganti invece sono in continua transumanza. Chissà chi sarà il primo a dire all’automobilista che suona il clacson, inveisce, minaccia il ricorso alle forze dell’ordine: “Mi spiace per il piccolo disagio, ma questo che vede è un patrimonio dell’Unesco!

Lassù in fondo alla valle

Lo scorso fine settimana sono stata in Valsesia. Anzi, in una vallata laterale della Valsesia che si chiama Val Sermenza. Quando si arriva a Balmuccia, la segnaletica stradale indica 17 chilometri a Carcoforo, ma vi sembrerà di percorrerne molti di più, prima di arrivare a destinazione.

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Val Sermenza (VC)

Già la Valsesia è stretta, ma qui le pareti incombono ancora di più. In un pomeriggio d’autunno il sole non raggiunge più alcuni punti della strada, dove l’umidità delle piogge dei giorni precedenti e la rugiada della notte non riescono ad asciugare. La via è lunga, tortuosa, passa attraverso paesini arroccati le cui case, appiccicate le une alle altre, anche ad un passaggio frettoloso in auto mostrano i segni delle architetture walser, pitture a tema religioso e, purtroppo, anche un generale spopolamento.

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Paesaggi rurali in Val Sermenza (VC)

La strada si allunga ancora di più se uno si ferma a scattare foto, ma certi scorci sono di una bellezza e di una magia unica. Verrebbe voglia di lasciare l’auto e percorrerla interamente a piedi, quella valle. Andare alla scoperta dei villaggi, dei paesaggi rurali e dei personaggi che ancora tengono in vita questi paesaggi, questo territorio. Ma il tempo è tiranno, così rubo solo qualche scatto…

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Becco e capre cashmere, Rimasco (VC)

…e non resisto alla tentazione di fermarmi quando sono degli animali ad attirare la mia attenzione. C’è un gregge di capre cashmere accanto alla strada. Scoprirò più tardi di chi sono e anche la storia della loro proprietaria, una donna insediatasi da queste parti tra mille problemi e difficoltà. “Perché la gente lascia andare tutto all’abbandono, ma se le tue capre vanno a pascolare un po’ di erba secca ti denunciano…“. Storie già sentite, storie che parlano di mondi diversi e di modi diversi di vedere il mondo.

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Mandria al pascolo – Campo Ragozzi, Val Sermenza (VC)

Poco dopo, sullo sfondo di un’altro villaggio appena sopra la strada, ecco una mandria in lenta sfilata lungo uno di quei sentieri stretti, a scalini, tipici di queste zone. Non so da dove arrivasse, ma si ferma a pascolare ai piedi delle case, dove i pastori hanno sistemato picchetti e tirato fili.

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Carcoforo in un pomeriggio autunnale – Val Sermenza (VC)

Poi finalmente arrivo a Carcoforo, dove ero stata invitata a presentare il mio libro. Lasciatemi aprire una piccola parentesi personale per ringraziare gli organizzatori dell’evento, che mi hanno accolta con grande gentilezza e disponibilità. Troppe volte ormai capita di essere invitati solo come “nome da inserire in una locandina”, il che solitamente porta a serate deludenti con poco pubblico e scarso interesse generale. Se invece chi organizza ci crede, lo fa con cuore e passione, ecco allora una serata di successo in un microscopico paesino in fondo a una vallata di montagna.

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Esposizione di campanacci a Carcoforo (VC)

…e dire che si contavano anche molte assenze per “colpa” della fiera di Doccio dell’indomani, dopo esser stata rinviata per ragioni di meteo avverso. Comunque, nella sala, era stata allestita un’esposizione di campanacci portati dagli allevatori locali e le aziende agricole avevano donato una forma dei loro formaggi da degustare la sera in occasione della cena. Alla presentazione è seguito un bel dibattito, quindi cena e concerto.

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Serata “Giovani in transumanza” – Carcoforo (VC)

Che sorpresa scoprire che uno dei componenti del gruppo era tra i protagonisti del mio libro “Di questo lavoro mi piace tutto”! Stefano lo avevo intervistato “virtualmente” via computer, ma sabato sera ho conosciuto dal vivo questo veterinario i cui nonni erano allevatori che salivano in alpeggio. Stefano seguiva il mio vecchio blog e l’avevo “incontrato” quando mi aveva scritto parlandomi proprio dei suoi nonni. L’altra sera la musica si è protratta fino a tarda notte, poi qualcuno è andato a dormire, altri sono tornati a casa, sono andati in stalla e… sono ripartiti alla volta della Fiera di Doccio, compreso uno dei musicisti, con alcuni degli animali della sua azienda!

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Formaggi delle aziende locali – Carcoforo (VC)

Tornando però alla serata, è stato bello avere un esempio di montagna vera, che si impegna per resistere alle difficoltà intrinseche del territorio, unite con tutti i vincoli e cavilli che la società odierna riesce a creare per rendere ancora più difficile il vivere e il lavorare di chi abita quassù. Sono state anche interessanti le domande poste dal pubblico e gli spunti di riflessione nati in seguito alla discussione tra moderatore, partecipanti alla serata e la sottoscritta. Ancora un grazie ad organizzatori (di Carcoforo e Rimasco) e a tutti i partecipanti.

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Una mandria arriva alla fiera di Doccio (VC)

Il mattino dopo era d’obbligo una tappa alla Fiera di Doccio, manifestazione che è “cresciuta” rispetto all’ultima volta che c’ero stata qualche anno fa. Un bel numero di bancarelle e di stand di produttori locali. Tra gli allevatori qualche defezione dovuta al fatto che la fiera era stata rimandata di una settimana, venendo così a coincidere con altri appuntamenti.

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Formaggi e salumi – Fiera di Doccio (VC)
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Una mandria diretta alla fiera – Doccio (VC)

Sia alla serata, sia alla fiera, non mancavano i giovani. Durante l’evento di sabato sera ha fatto una puntata a Carcoforo il neo presidente della provincia di Vercelli che, nel suo intervento, ha detto che bisogna spronare i giovani a seguire questa strada (quella dell’allevamento di montagna). L’ho detto replicando direttamente al presidente e lo ribadisco ora: non c’è bisogno di spronare nessuno, ragazzi e ragazze che fanno o vogliono fare gli allevatori e/o gli agricoltori in montagna ce ne sono. Il compito della politica è di fare in modo che il loro entusiasmo non muoia sepolto sotto vincoli, cavilli, burocrazia, leggi inadatte al territorio, miopia e sordità di chi ci amministra…

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Giovani allevatori puliscono i loro animali prima della rassegna – Doccio (VC)

…perché, nonostante tutte le belle parole che si sentono sul ritorno alla terra, se sei giovane e vuoi iniziare a fare questo mestiere, i sacrifici richiesti dal lavoro in sé sono ancora il minimo. Un ragazzo mi ha chiesto: “Secondo te è possibile, per uno come me che non ha già un’azienda alle spalle, trasformare il mio hobby in lavoro e vivere di pastorizia?“. Bella domanda. Non ho LA risposta. Sicuramente chi arriva da un’altra realtà può fare il pastore, ma magari deve farlo con un’altra ottica, non così strettamente tradizionale, più aperta alla valorizzazione di tutti i prodotti della pastorizia. Ma detto questo… Servono capitali, serve personale, servono consumatori attenti e pronti a spendere “qualcosa in più” per un prodotto del territorio, per un prodotto di qualità. Qualcuno ce la fa…

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La bancarella di Valsesia cashmere – Doccio (VC)

Alla Fiera di Doccio ho incontrato Alberto, che avevo intervistato anni fa alla Fiera di Campertogno e che compare in “Capre 2.0“. Loro allevano capre cashmere, man mano sono “cresciuti”, hanno fatto errori da cui hanno tratto insegnamenti. “Oggi abbiamo migliorato molto la fibra e utilizziamo tutto, anche le parti più scadenti, facciamo anche il feltro. Continuiamo a fare il sapone con il latte e tra poco sarà la stagione giusta per fare salami con gli animali più vecchi. Solo se si valorizza tutto si riesce a vivere.” Alberto però mi racconta anche di altri che avevano scelto queste capre rustiche e meno impegnative di quelle da latte per trasferirsi a vivere in montagna e dare il via ad un’attività: “…qualche anno e poi le hanno vendute. E altri le hanno comprate, sempre senza saper niente di qualità della fibra. Non è facile, bisogna mettersi lì e documentarsi, imparare, lavorare.” Discorso valido per qualsiasi tipo di animale o di attività.

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Carcoforo al mattino – Val Sermenza (VC)

Chissà quale sarà il futuro per l’alta Val Sermenza: luoghi sicuramente interessanti per un turismo che non cerca la confusione, ma apprezza il paesaggio, le antiche architetture, i prodotti del territorio. Un turista che alloggia volentieri nel bed&breakfast, magari annesso ad un’azienda agricola… ma che resta deluso dal fatto che, a colazione, gli servano la marmellatina monoporzione industriale, la brioche confezionata, poiché la legge impedisce a queste strutture di preparare la torta o le confetture in casa…

Il giusto prezzo

Ma voi… la passata di pomodoro, a che prezzo la acquistate? Cosa centra la passata di pomodoro su questo blog, vi starete domandando. Centra… Perché in questi giorni si è scatenato un dibattito in seguito a un tragico fatto capitato in montagna, al Pian della Mussa. Un pastore è morto, è scivolato mentre era al pascolo, così dicono le ricostruzioni. Io, nella vicenda, ci ho visto un tragico e triste fatto, ma purtroppo sono cose che succedono. Capita a chi va in montagna per divertimento, a chi ci lavora. Sono già passati alcuni anni da quando una fine simile toccò a Giacomino in Val Soana. Per lui solo brevi articoli nella cronaca locale.

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I pascoli dell’alpe Arietta, non lontano dal luogo dove il pastore Giacomino morì nel 2015 – Val Soana (TO)

L’uomo deceduto l’altro giorno invece si chiamava Mihail, veniva dalla Romania e, come tanti altri suoi connazionali, lavorava come pastore. Non so niente di lui, della sua storia, ma di pastori e aiutanti d’alpeggio ne ho incontrati molti, italiani e stranieri. Conoscendo però il mestiere, questa morte colpisce perché uno sa come basta poco perché possa accadere, ti immedesimi, pensi a quella volta che aspettavi un pastore che rientrasse la sera, nell’oscurità, dopo una lunga giornata di pioggia e nebbia. Il telefono non prendeva e ti chiedevi come mai non fosse ancora arrivato, quando tu eri scesa nel tardo pomeriggio era tutto tranquillo, a parte la nebbia che non si alzava. Cento, mille volte va tutto bene, e una no. Leggo la notizia e penso alla triste fine. Mi hanno detto che un cane è sceso, quasi a dare l’allarme, mentre l’altro è rimasto a vegliarlo.

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Anziano pastore con il suo piccolo gregge – Vallone di Ribordone (TO)

Poi però ho letto questo articolo e tutte le polemiche che ne sono scaturite e mi sono arrabbiata. Perché la morte di quest’uomo passava in secondo piano e veniva usata per far polemiche in un mix di cattiva informazione infarcito di luoghi comuni. Innanzitutto, chi l’ha detto che guadagnava 1000 euro al mese? Poi… il mestiere del pastore è quello, 7 giorni su 7, sole e vento, nebbia e pioggia. Se vuoi le 8 ore, il fine settimana libero, vai a fare altro. Non potrà mai nessuna legge imporre qualcosa di diverso. Gli animali hanno queste esigenze, se d’estate le porti in alpeggio, sei lontano da tutto e hai ancora meno tempo libero.

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Alpeggio in condizioni precarie, abitato da margari (senza aiutanti stranieri) – Val Soana (TO)

E che dire di “…l’unico rifugio fornito da una vecchia roulotte, ovviamente senza corrente e acqua potabile. Un giaciglio simile a quelli che, spesso, si vedono spuntare il giro per le campagne…”? La roulotte è la soluzione per tutti quegli alpeggi dove la strada arriva, fino ad un certo punto almeno, ma non ci sono baite o queste sono completamente diroccate. Meglio ancora la roulotte di un container, che sarà o gelido, o rovente a seconda dei momenti e delle giornate. Ovvio che la roulotte non ha l’acqua (che però anche in questo caso esternamente non mancava), per la corrente sono sicura che c’era almeno una batteria dove ricaricare il cellulare. Quanti sono gli alpeggi che non hanno la corrente? Molti più di quel che si pensa…

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Transumanza autunnale in media Valle d’Aosta

Anche l’UNCEM ha preso parola in merito, facendo seguito all’artico uscito su La Stampa. Al corretto discorso di base, contro lo sfruttamento di qualsiasi persona, senza distinzione di razza o paese di provenienza, mi viene però da fare qualche precisazione. Bene per la presa di posizione contro la mafia degli alpeggi e le speculazioni sui pascoli (che hanno molte responsabilità per ciò che concerne i vari problemi degli alpeggi), ma c’è dell’altro. Per esempio, in quanto Unione Nazionale Comuni, Comunità, Enti Montani… non si potrebbe far qualcosa affinché gli alpeggi, almeno partendo da quelli pubblici, non possano essere affittati se non hanno un ricovero abitabile degno di questo mondo? E’ vero che si affittano i pascoli, ma bene o male tutti gli animali condotti in alpeggio, più che mai ora con i predatori, hanno bisogno di sorveglianza. Invece gli affitti lievitano anche laddove le baite sono in condizioni peggiori rispetto al XIX secolo o mancano del tutto. Ovvio che, sia che si affitti dall’ente pubblico, sia che si tratti di privati, chi stipula un contratto per qualche anno non farà a sue spese una casa, quindi ci si aggiusta con una roulotte…

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Gregge di capre accompagnato da un pastore di origini africane – Valsavarenche (AO)

Altro punto: era uno schiavo sfruttato, questo pastore? Non penso, infatti ce ne sono tanti di operai che se ne vanno per cercare un mestiere differente o lavoro presso altri allevatori, la richiesta non manca. Il problema non è questo, o meglio, di problemi ce ne sono numerosi. Partiamo dal lato economico e così capite perché vi parlavo della conserva di pomodoro. Io non la compro, perché la maggior parte della frutta e della verdura la raccolgo nell’orto. Ma voi che vi indignate per i 1000 euro al mese del pastore (ammesso che quella fosse la sua paga, netta, senza spese perché generalmente al cibo pensa il datore di lavoro), voi che vi indignate per gli immigrati sfruttati nei campi, quanto la pagate la conserva? Perché tutto parte di qui. Se fate la spesa al discount, se andate al supermercato e cercate il prodotto in offerta, il barattolo a 0,99 centesimi, l’olio extravergine a 3,99 euro… allora siete in qualche modo complici. NON può, un prodotto agricolo, costare così poco. Dietro un chilo di pomodori ci sono mesi di lavoro, per non parlare poi del processo di trasformazione.

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Stagionatura dei formaggi – Cogne (AO)

Capite cosa intendo dire? Non potete dire che un formaggio d’alpeggio a 14, 15 euro al kg sia caro. Se volete pagarlo 7, 8 euro, siete anche voi che fate sì che lo stipendio di Mihail, Ahmed, Vasile, Viorel, Youssef non sia consono all’impegno che comporta il suo lavoro. Ma la catena è lunga, la colpa non è tutta vostra. La colpa è nel “mercato” che fa sì che, per esempio, una vacca sana, al macello, venga pagata 2 – 2,5 euro al kg. E che il quinto quarto non venga pagato (fegato, lingua, rognoni, ecc…), mentre poi in macelleria acquistate tutto pagandolo vari euro al kg. Che dire di un vitello di due mesi di vita pagato 50 euro da chi lo acquista per poi ingrassarlo? O del latte pagato 50, 60 centesimi al litro (pagato non subito, ovviamente… magari dopo mesi!)? Voi che vi indignate, il latte lo comprate al distributore di un’azienda agricola, o al supermercato?

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Giovane casaro di origine rumena in alpeggio a Ollomont (AO)

La politica non può limitarsi ad imporre un salario equo al pastore, all’aiutante dell’azienda zootecnica. La politica deve far sì che, per esempio, la piccola azienda di montagna che ha bisogno del pastore rumeno, marocchino, indiano o anche italiano, possa pagarlo più di 1000 euro al mese, possa assumerlo regolarmente per i mesi estivi o per tutto l’anno, se serve. Quindi deve far sì che i prodotti della zootecnia di montagna vengano pagati il giusto prezzo. Adesso perché le cose vanno così male? La concorrenza dei prodotti esteri… il mercato globale… la crisi… E che dire dell’influenza dei famigerati “contributi”? Questi dovrebbero aiutare in particolar modo le aziende di montagna, quelle in aree marginali. Ma poi, chissà come mai, finisce quasi sempre per piovere sul bagnato. Agli altri restano le briciole, o nemmeno quelle.

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Aiutanti stranieri al lavoro in una stalla in alpeggio – Valle d’Aosta

Ma non sarà la corruzione annidata anche nella politica? Perché i cosiddetti speculatori degli alpeggi, quelli della mafia dei pascoli d’oro, queste cose non se le saranno inventate una mattina leggendo il giornale al bar. Oltre a prendere centinaia di migliaia di euro di contributi, oltre a rilanciare i prezzi degli alpeggi a cifre inarrivabili per l’allevatore medio-piccolo, questi personaggi immettono sul mercato anche carne che contribuisce a svalutare il mercato. Molti allevano ovini perché più facili da gestire e più economici (li usano proprio solo come mezzo per avere i contributi… leggete qui cosa succede talvolta, questi non sono degni di essere chiamati pastori!), poi agnelli e pecore a fine carriera al macello li portano anche loro. E così il prezzo scende ancora…

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Gregge in alpeggio – Val Chisone (TO)

La vicenda era partita con un tragico incidente sul lavoro. Non parlavamo di mancanza di sicurezza in un cantiere o in uno stabilimento industriale. A tutti i costi c’è stato chi ha voluto usare la cosa per puntare il dito sullo “sfruttamento” della manodopera nel settore. Un’amica mi ha detto: “Ormai a far questo lavoro passiamo solo più per sanguinari, sfruttatori…“. Aggiungo che, leggendo solo i titoli degli articoli, altri rincarano la dose con “…gli allevatori ormai vivono di contributi…“. Signori miei, non è già un mestiere facile, deve piacere, per farlo, perché mai con gli animali potrai guardare le otto ore, il giorno, la notte, le feste, le ferie. I problemi sono moltissimi, come avete potuto leggere fin qui, ma ne ho tralasciati e omessi molti altri ancora. Sappiate solo che, a molti di quegli allevatori che lavorano in modo “sostenibile” dal punto di vita ambientale, praticando un allevamento estensivo e non intensivo, spesso 1000 euro puliti in tasca non restano, a fine mese.

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Piero, più di 50 anni di pastorizia – Colle del Nivolet, Valle Orco (TO)

Soldi ne entrano… ma ne escono tantissimi. Spese fisse, tasse, assicurazioni dei mezzi, contributi pensionistici. Poi c’è sempre un macchinario che si rompe e richiede manutenzione, pezzi di ricambio… Spese di affitto di pascoli, prati, alpeggi, strutture. Camion per le transumanze… Fieno, mangimi… Non giudicate il lavoro degli allevatori senza sapere. Ci sono sicuramente dei delinquenti che non hanno a cuore né il benessere animale, né quello delle persone che lavorano per loro, ma perché generalizzare? E perché trasformare questo incidente in una polemica? Perché puntare il dito sulla “solitudine”? Il mestiere del pastore è questo: presenza costante, anche se impegno variabile, 7 giorni su 7, quasi sempre da solo (ma alla maggior parte dei pastori questo non pesa affatto), con qualsiasi tempo.

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Il pastore con il suo piccolo gregge al Colle del Nivolet – Valle Orco (TO)

Chiudiamo qui la questione, per questa volta. Cerchiamo di lasciar da parte le polemiche e dedichiamo un pensiero all’uomo che non c’è più, a tutti i pastori morti in montagna, vittime di un attimo di disattenzione, della stanchezza, dei fulmini, di strade piene di curve affrontate dopo troppe ore di lavoro al freddo, sotto la pioggia…

Alpeggi e formaggi

Come sapete, sto svolgendo un lavoro che consiste nel sottoporre un questionario agli allevatori che monticano nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Ovviamente non posso raccontare qui le informazioni che raccolgo con quelle domande, ma le mie visite negli alpeggi generano numerose riflessioni di vario tipo che vanno ben oltre gli obiettivi dell’incarico ricevuto.

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Il latte viene fatto scaldare nella caldaia sul fuoco a legna all’aperto – Valli Orco e Soana (TO)

Dopo aver pubblicato sui social le immagini scattate durante queste mie visite in alpeggio, un amico valdostano ha commentato “se fai così in Valle, vai in galera“, riferendosi alle foto della caseificazione in certi alpeggi piemontesi. Parallelamente, altri mi chiedevano se potevo portare loro qualcuno di quei formaggi… A questo punto, credo sia doveroso specificare alcune cose.

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Formaggi d’alpeggio nella cantina di stagionatura – Valli Orco e Soana (TO)

Le normative sanitarie, giustamente, tutelano il consumatore. I controlli sulla sanità degli animali fanno sì che pericolose patologie non vengano trasmesse dall’animale all’uomo (es. tubercolosi, brucellosi) e, più in generale, le analisi del latte controllano che questo non sia “sporco” (carica batterica, ecc…). Non è che, automaticamente, in un ambiente “sano” come quello dell’alta montagna, si ottenga un prodotto altrettanto sano. Bisogna avere bestie sane ed essere attenti all’igiene. Ciò detto, dal mio punto di vista, ogni tanto le normative sono eccessivamente rigide o vengono applicate senza il buon senso. Un caseificio è un caseificio, a 2000m di quota come in un complesso industriale di pianura? Ma il consumatore che cerca il prodotto d’alpeggio, cosa vuole ritrovare in quel formaggio?

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Bovine al pascolo, Gran Prà – Valle Orco (TO)

Un prodotto genuino, che abbia al suo interno quei sapori, quei profumi che siano in grado di appagare il palato e raccontare una storia. Una storia fatta di transumanze, di campanacci, di pascoli in fiore ad alta quota, di giornate di sole e di nebbia, di animali che pascolano liberi. Il consumatore attento non vuole il mangime portato in quota per aumentare le produzioni di latte. Il consumatore buongustaio che ricorda i sapori di una volta, vede le foto e mi chiede quel formaggio lì, quello fatto sul fuoco a legna. Sa che, nella toma o nella ricotta, troverà quel leggero sentore di fumo che è andato perso altrove, negli sterili caseifici con il fornello a gas.

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Caseificio d’alpeggio in Val di Rhemes (AO)

Ammetto di esser rimasta sorpresa pure io. Non credevo che, in Piemonte, consentissero ancora la caseificazione con fuoco a legna. In certi alpeggi mi hanno detto che lì il formaggio era solo “…per uso famigliare, più qualche amico, qualche privato che ci chiede qualche toma, il resto del latte lo diamo ai vitelli.” Altri invece mi hanno detto di avere le autorizzazioni regolari per la caseificazione, i prodotti vengono poi smerciati nei punti vendita aziendali o a commercianti. In vallate non lontane, già 10-15 anni fa mi avevano detto che non veniva loro consentito l’utilizzo della legna.

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Caseificazione in Val Soana (TO)

Ho incontrato molte diverse realtà, ho assaggiato anche numerosi formaggi. Come sempre, non sono le piastrelle, l’inox, la plastica, il locale lavaggio bidoni o altre cose del genere a fare il “buon” formaggio. In un formaggio le componenti sono tante: l’animale, il foraggio che consuma, l’igiene al momento della mungitura, l’igiene delle attrezzature, il processo della caseificazione, la mano del casaro, la tecnica di caseificazione e salatura, il locale di stagionatura…

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Formaggio con evidenti difetti – Valle d’Aosta

Da un locale perfetto secondo le normative vigenti, possono anche uscire formaggi non buoni e/o formaggi con difetti. Se compro una fetta e non una forma intera, chiedo di assaggiare un pezzetto, per valutarne il gusto dopo aver visto l’aspetto (è amaro? è troppo salato??). I problemi nell’igiene delle attrezzature e del latte solitamente emergono nel formaggio sotto forma di occhiature irregolari e gonfiori nella forma. Per chi volesse approfondire l’argomento, ho trovato questa pagina che spiega abbastanza bene cosa guardare e come valutare anche per chi non è proprio addetto ai lavori.

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Caldaia di siero dopo l’estrazione della cagliata – Valli Orco e Soana (TO)

L’argomento, come vedete, è abbastanza complesso. Chi ha speso molti soldi per mettersi in regola, chi ha pagato multe salate per essere risultato fuori legge ai controlli, si indigna vedendo “certe cose” che, nella sua vallata, nel suo alpeggio, non sono più consentite. Che dire poi di chi, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal confine regionale, si trova soggetto a controlli che apparentemente non riguardano, o riguardano in minor modo di “vicini”?

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Stagionatura e affioramento naturale della panna per raffreddamento in acqua – Valli Orco e Soana (TO)

E’ di recente pubblicazione questa guida pubblicata dall’ASL TO3, molto utile anche per il consumatore. Nei giorni scorsi ho sentito dire “…il burro in teoria non potremmo farlo, perché le normative non lo consentono, ma la gente lo cerca quasi più del formaggio!“. Nella suddetta guida in realtà viene menzionato, quindi non mi è chiaro come e perché certe normative vengano applicate e fatte osservare in modo differente.

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Tome d’alpeggio nella cantina di stagionatura – Valli Orco e Soana (TO)

Molti alpeggi sono “tramuti”, cioè ci si ferma in quella sede un paio di settimane, un mese, ad inizio e fine stagione. Nel tramuto magari la casera a norma non c’è, è presente solo nell’alpe principale, ma ovviamente si caseifica lo stesso anche lì… I controllo ci sono, in alcune aree sono più severi, in altre pare che siano più tolleranti e (giustamente?) comprensivi. C’è chi segue la legge, chi la interpreta e chi non dimentica il buon senso.

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Caseificazione in alpeggio in Valle Orco (TO)

Parlando con un anziano allevatore in una vallata valdostana non coinvolta dal progetto a cui sto lavorando, questo mi diceva di aver raccolto le confidenze di un veterinario incaricato di controllare le casere d’alpeggio. Lui ormai ha solo più pochi capi e non è più toccato direttamente dall’argomento. Il veterinario gli ha detto che, se si continua così, “…finirà che smetteranno tutti! Se chiederanno di applicare alla lettera tutte le normative, la gran parte delle casere risulterà essere fuorilegge.

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Cantina di stagionatura con apposito “armadio” per proteggere le forme dalle mosche – Ciantel del Re, Ribordone (TO)

A cosa alludeva? Le strutture d’alpeggio sono spartane. Sono già state messe piastrelle, scarichi al pavimento, finestre, zanzariere, rubinetti a pedale, servizi igienici, spogliatoi. In certe vallate già hanno imposto un apposito locale separato per il lavaggio bidoni (ma altrove quanti bidoni lavati alla fontana ho ancora visto!). Chiederanno altezze e spazi maggiori nei locali? Cosa chiederanno ancora? In alpeggio si sta due, tre mesi… Le strutture raramente sono di proprietà. Qualcuna è pubblica, ma i Comuni hanno soldi da spendere a beneficio di una singola famiglia che usa quel bene per un paio di settimane all’anno? I privati poi molto spesso non aggiustano nemmeno le strutture abitative affittate ai margari: “…aumentano l’affitto, ma il tetto non lo aggiustano da anni…“, mi raccontava un’anziana allevatrice.

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Ricchi pascoli d’alta quota – Valle d’Aosta

C’è già davvero chi ha smesso. In un bellissimo alpeggio, con pascoli dalle erbe ricche, che darebbero un latte meraviglioso, con il profumo inebriante del trifoglio alpino che aleggiava nell’aria fresca del mattino in alta quota, ho ascoltato una storia pazzesca. Una storia dove si diceva che le vacche lì sono tutte in asciutta, perché da qualche anno lì non è più possibile lavorare il latte. La burocrazia e le normative applicate alla lettera si intrecciano con dissidi famigliari tra i proprietari dell’alpeggio e con difficoltà logistiche, con il risultato che lassù non si produce più né Fontina, né Formaggio valdostano. “La gente passa, mi chiede se ho formaggio… devo rispondere che non possiamo più farlo.

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I pascoli di Pian dei Morti – Campiglia Soana (TO)

Non è facile, la vita dell’alpeggio. Un tempo sarebbe stato impensabile, salire in alpe senza mungere gli animali. Un margaro l’altro giorno mi diceva che, per lui, la “goccia di latte” è importante. Certo, la bellezza dell’animale appaga l’occhio, ma il senso di questo mestiere è produrre qualcosa. E un formaggio d’alpeggio può essere un vero “gioiello”, un capolavoro che racchiude al suo interno una storia antica, un territorio. Bisogna incoraggiare chi sceglie ancora di alzarsi prima dell’alba per mungere, chi porta a valle i formaggi a dorso di mulo perché non c’è il sentiero… Bisogna aiutare i margari tradizionali, i veri allevatori. Altrimenti non è lontano il giorno in cui troveremo solo più grosse mandrie, immensi greggi, sorvegliati da operai che magari non parlano italiano. Già accade in molte zone… Non sono gli operai stranieri ad indignarmi (Italiani disposti a fare questa vita ce ne sono più pochi): è il fatto che il reddito di quegli animali non è il latte, il formaggio, la carne. Quegli animali sono lì per far sì che qualcuno percepisca dei contributi…

Sperando che non diventi solo folklore

A fine mese, 30 e 31 gennaio, le date sono sempre le stesse, ad Aosta l’appuntamento è quello con la Fiera di Sant’Orso. Tradizione millenaria, quella della fiera… Oggi è diventato un appuntamento soprattutto con l’artigianato del legno, in tutte le sue espressioni. Anche se certi oggetti li rivedi di anno in anno, è sempre bello aggirarsi per la fiera (nonostante la folla) per scovare i pezzi unici. Semplici o elaborati, ma meravigliosi nella loro forma e idea.

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Artigianato del legno alla Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molti riguardano l’ambiente rurale, sono espressione del territorio in cui nascono. Gli stessi artigiani talvolta hanno vissuto o vivono tuttora la realtà zootecnica. Però il più delle volte quella che viene rappresentata è una scena dal sapore antico. E’ vero che questo mestiere talvolta è “senza tempo”, è vero che certi aspetti non cambiano e non cambieranno mai…

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Scene di vita d’alpeggio – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Nelle sculture si munge sempre a mano, non con la mungitrice, per fare un esempio! Però la scultura centrale, quella di uno degli artisti più famosi e apprezzati, in una delle passate edizioni (2017, mi sembra) ritraeva degli animali che venivano caricati su di un camion. Un’eccezione in mezzo a tante sculture velate di romanticismo e nostalgia.

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Artigianato del legno a tema zootecnico – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si ritrae ciò che è bello, ciò che piace. E l’idea astratta della pastorizia, dell’allevamento, piace sempre e comunque. Poi è sicuramente uno dei simboli di questa regione. Ma la mia paura è che, continuando di questo passo, resterà davvero quasi solo più un soggetto per le sculture…

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Il pastore e il suo gregge – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molte riguardano la pastorizia: pecore, un pastore con il gregge e gli asini… ma lo sapete che la maggior parte degli ovini che passano l’estate in alpeggio in Valle d’Aosta viene “da fuori”? La pecora rosset, razza autoctona, è sempre più a rischio di estinzione. Il numero di capi allevato cala sempre più, tra problemi di gestione legati alla presenza del lupo e scarsa remuneratività dell’allevamento. Così arrivano greggi dal Piemonte (cosa che accadeva già in passato, con le gregge biellesi), ma anche greggi da altre regioni d’Italia, in alpeggi affittati da “allevatori-speculatori” soprattutto per percepire i contributi…

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I collari per campanacci realizzati dagli studenti dell’Institut Agricole Règional di Aosta

La passione e la voglia di mandare avanti questo settore c’è ancora: non mancano i giovani che praticano il mestiere, ma quali prospettive anno? Dove non c’è questo ricambio generazionale, le aziende chiudono, e non sono poche quelle che hanno venduto gli animali negli ultimi tempi. Chi continua lo fa tra mille problemi.

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Un giovane allatta con il biberon un vitello di razza castana – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si commentava su Facebook questo articolo, dove vengono presentati i dati dell’annuario 2017 dell’agricoltura italiana: 320 mila aziende in meno in tre anni, ma cresce la Sau (superficie agricola utilizzata). Vero a livello nazionale, ma nelle aree “marginali” spesso la chiusura di aziende porta all’abbandono delle porzioni di territorio più difficili da utilizzare (prati ripidi da sfalciare a mano, ecc…).

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I simboli della passione degli allevatori valdostani: campanacci e batailles des reines

La forza della passione fa sì che ci sia sempre qualcuno che continua, nonostante tutto. Ma chissà come… già oggi molti allevatori di reines, appassionati delle battaglie, non sono più allevatori con una loro mandria che sale in alpeggio. Hanno delle vacche solo ed esclusivamente per partecipare alle battaglie (e lo stesso vale per le capre), ma il loro mestiere principale è un altro.

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La bataille des reines – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Resterà solo un elemento di folklore, allora? Mi auguro di no… Ma “quelli dei piani alti” dovrebbero ascoltare di più le grida di dolore dei piccoli allevatori di montagna. Va bene fare un giro alla fiera, va bene ammirare tutto questo, ma bisogna anche impegnarsi per far sì che resti vivo, e non solo un ricordo scolpito nel legno.

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Le pecore – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Una di queste grida io l’ho letta e l’ho riportata qui. La lancia Enrico, allevatore valdostano, la cui storia ho anche raccontato in “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta” (MonteRosa Edizioni). Trascrivo il suo commento: “Sono un piccolo allevatore di montagna come tantissimi ve n’erano in Italia, faccio parte di una razza in via d’estinzione, che presto dovrà essere ricordata anch’essa nei giorni della memoria. Sembra un sacrilegio ciò che ho appena affermato, ma purtroppo è così, la piccola agricoltura è stata volutamente e sistematicamente sterminata da una classe dirigente che sa guardare solamente ai dati del mero profitto.

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Fiera di Sant’Orso, Aosta

Burocrazia asfissiante, mancato rispetto dei pagamenti, lupo, deprezzamento del valore di prodotti di nicchia che oserei chiamare eroici, stanno svuotando le nostre montagne, è la fine di un mondo che era uno dei pilastri dell’economia di tutte le valli alpine, arrecando danni irreparabili nel mantenimento di centinaia di razze autoctone, sulla biodiversità dei pascoli e sulla stabilità degli stessi. Mi scuso per questo sfogo, ma quando leggo o sento certi professoroni che si riempiono la bocca di dati al fine di distrarre tutti dalla triste realtà di un’agricoltura italiana agonizzante, perdo la ragione. Sono quattro anni che non ricevo i premi a me spettanti per un problema informatico risolvibile in due minuti! Vivo grazie all’aiuto dei miei genitori, come me siamo in tanti, troppo piccoli perché AGEA (agenzia per le erogazioni in agricoltura) s’interessi a noi.

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Uno gnomo e un tatà – Fiera di Sant’Orso, Aosta

E’ bella la fiera di Sant’Orso, anche grazie a questi pezzi di artigianato legati alla tradizione, al territorio… E’ bello il territorio valdostano, il territorio delle Alpi, perché c’è ancora l’agricoltura, la zootecnia. Speriamo proprio che qualcuno ascolti queste grida, le comprenda e le trasformi in azioni concrete per far sì che gli operatori del settore primario nelle aree montane non si trasformino nella bella immagine che vedete qui sopra, un essere mitologico e un giocattolo…

L’unica salvezza è il prodotto

Quando si parla di Valle d’Aosta, nel resto d’Italia, anche nel confinante Piemonte, c’è la convinzione che si tratti di una di quelle regioni montane dov’è ancora alta l’attenzione e la cura del territorio. Dove fare l’allevatore “conta ancora qualcosa” e le aziende agricole godono di un certo benessere.

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Prati in fiore – Nus (AO)

Possono averlo pensato anche quelli che, sabato scorso, hanno visto il Giro d’Italia transitare sulle strade della Valle, attraversando villaggi, prati in fiore con i loro sistemi di irrigazione (la cui utilità quest’anno è scarsa, viste le piogge quasi quotidiane). Apparentemente il sistema qui sembra funzionare.

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Salita in alpeggio – Petit Fenis, Nus (AO)

Sempre in questi giorni, tra una nuvola e l’altra, qualcuno può anche essere andato a fare una gita e aver incontrato sulla sua strada qualche transumanza che saliva a piedi verso gli alpeggi, oppure camion e camioncini per il trasporto animale che si dirigevano verso le varie vallate. O ancora ha visto le prime mandrie nei pascoli a mezza quota. Ma nessuno ha visto le decine e decine di animali condotti al macello, perché servono soldi per mandare avanti le aziende, perché gli allevatori sono stufi, sfiduciati, perché questo mestiere non rende più. Non è normale portare al macello le bestie a pochi giorni dalla salita in alpeggio… Cosa sta succedendo?

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Prati in fiore in una rara giornata di sole – Petit Fenis, Nus (AO)

Si arriva da una stagione invernale lunga e difficile. Tutto è iniziato nell’aprile 2017, quando a fine mese una gelata tardiva ha colpito l’intero comparto agricolo qui e altrove in quasi tutto il Nord Italia. Non sono gelate “solo” le viti, le piante da frutto, le verdure, ma anche l’erba dei prati. Il primo taglio di fieno è stato scarso e di bassa qualità. C’è poi stata un’estate calda e siccitosa, quindi anche i tagli successivi non sono stati buoni, specie dove non si poteva irrigare. Infine le bestie sono scese prima dall’alpeggio, sempre per la siccità, trovandosi a pascolare in anticipo quel che c’era ancora, per poi rientrare in stalla ed iniziare a consumare il (poco) fieno. Quando è stato ora di acquistarlo perché era terminato quello nei fienili, il prezzo era alle stelle. L’inverno è stato lungo, la neve è arrivata presto e, a quote medio-basse, l’ultima è caduta ancora un paio di settimane fa.

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Lo stesso prato dell’immagine precedente dopo il violento temporale di sabato pomeriggio

Ciò nonostante, molti hanno messo fuori gli animali in anticipo, a pascolare quello che avrebbe poi dovuto essere il primo taglio del mese di maggio/giugno. O così, o non avere niente da mettere nelle mangiatoie. Anche il 2018 quindi parte molto male, con l’aggiunta di un meteo che non accenna a stabilizzarsi e, alle piogge, alterna temporali violenti che provocano l’allettamento dell’erba (cioè la schiacciano, come vedete nella foto). Quando finalmente si riuscirà ad iniziare a tagliare, il fieno sarà già vecchio, faticherà ad asciugare, ecc…

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Manzette di razza valdostana (castana, pezzata nera, pezzata rossa) – Nus (AO)

Ma non è possibile che sia solo una o due annate “storte” a determinare una crisi così drastica nell’intero settore zootecnico valdostano. Avevo già raccolto voci e impressioni la scorsa estate, attraverso le interviste che sono confluite in “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta – 23 itinerari“, poi ho letto qua e là sfoghi e commenti di chi non ce la fa più. Essendomi stato commissionato un articolo sull’argomento, ho chiesto un’intervista al Presidente AREV Jean Paul Chadel, che proprio in questi giorni è arrivato al primo anno dalla sua nomina. L’ho incontrato l’altro giorno, reduce da una serie di riunioni che non avevano contribuito a risollevare il suo morale. Diplomato all’Institut Agricole di Aosta, lui stesso allevatore, conosce a fondo questa realtà.

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Mandria in alpeggio – La Manda, Valtournenche (AO)

Lo stato attuale della zootecnia valdostana è disastroso.” Chadel non gira intorno al problema, con grande franchezza dipinge il quadro di una situazione sull’orlo del collasso. “Come tutta l’agricoltura di montagna, si dipende in linea diretta dagli aiuti comunitari, ma questi è dal 2015 che non arrivano, sono parzialmente fermi e le aziende ne hanno bisogno per andare avanti. E’ un sistema suicida, servono perché, allo stato attuale, i costi di gestione delle aziende superano le entrate.

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Alpeggio danneggiato dalle nevicate – Vallone di Saint Barthelemy, Nus (AO)

C’è stato il costo del fieno che ha inciso, quest’anno c’è una stagione tardiva, molti alpeggi e strade sono state danneggiati durante l’inverno, sono tutti costi che si aggiungono, ma il vero problema sta a monte. Tutta la filiera produttiva valdostana è stata impostata per garantire il benessere degli animali, ma non quello del produttore. I contributi vengono erogati perché a Bruxelles hanno stimato che la gestione del territorio montano, che ha bisogno di cure, senza gli allevatori avrebbe costi 20 volte maggiori. Pertanto vengono dati i contributi. Ma l’unica nostra salvezza è il prodotto, non sono i contributi ad aiutare l’allevamento, l’hanno già distrutto! Per quello adesso siamo in ginocchio!

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Fontine in alpeggio – Alpe Djouan, Valsavarenche (AO)

In Valle d’Aosta “prodotto” significa soprattutto Fontina. “La Fontina dà lavoro a centinaia di persone, ma non dà da vivere a chi la produce!” Chi vende il latte ai caseifici riceve somme che non pagano i costi per mantenere gli animali, chi vende le Fontine alla cooperativa non ha una remunerazione adeguata. “Il sistema cooperativo dovrebbe aiutarci, ma da una parte siamo noi allevatori a non essere cooperativi, dall’altra il sistema è gestito politicamente e non ha come obiettivo il benessere degli allevatori. Da un punto di vista politico, qui in Valle prima si è speso troppo e male, così oggi il sistema sta crollando.

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Alpeggio abbandonato – Conca di By, Ollomont (AO)

C’è il rischio di rimanere senza parole, di fronte a simili affermazioni. Ma Chadel ha ancora qualcosa da dire, per completare le prospettive che attendono l’allevamento valdostano. “Nell’ultimo decennio ha chiuso il 30% delle aziende e non parlo solo di anziani che hanno cessato l’attività senza avere continuità. Il sistema attuale sta crollando. Se questo accadrà, chi sopravviverà lo farà lavorando in altro modo. Si abbandoneranno gli alpeggi scomodi, i mayen, le razze autoctone meno produttive. Anche i prodotti scompariranno, cambierà tutto, persino il paesaggio.” Perché infatti continuare al alzarsi nel cuore della notte per mungere, lavorare due volte al giorno il latte come si fa oggi per la Fontina, vincolata inoltre alle razze locali? Magari ci sarà chi punterà a razze da carne e chi a vacche dalla lattazione più abbondante, a discapito della qualità, del prodotto, del territorio, della tradizione.

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Mandria in alpeggio a By di Farinet – Ollomont (AO)

Oggi chi vuole partire da zero è un pazzo. La stalla e gli investimenti che deve fare non se li ripagherà in tutta la vita. La passione negli allevatori c’è ancora, per forza, ma l’entusiasmo no. Io però continuo ancora a credere in quello che sto facendo. Sapendo le difficoltà che ci sono, il prodotto, i prodotti, sono la nostra unica salvezza. Parlo della Fontina d’alpeggio, che deve essere identificabile dal consumatore. Sarà uno dei nostri punti di partenza. Poi abbiamo un progetto sul latte IGP. Inoltre bisogna valorizzare la carne dei nostri animali: nonostante il metodo di allevamento, sono vendute dai produttori a prezzi inferiori alla media, anche se poi al consumatore nei negozi arrivano ad altre cifre. Il consumatore che abbiamo oggi è più informato e consapevole, quindi capirebbe se ci muovessimo a presentare i prodotti in un altro modo, con più valorizzazione e prezzi che ripaghino gli allevatori del lavoro svolto.

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Pierrey – Vallone di Saint Barthelemy, Nus (AO)

Non so cosa accadrà in futuro, in questa e nelle prossime stagioni. Il clima che si respira tra gli allevatori è effettivamente di profonda sfiducia. Ripensando alle interviste raccolte lo scorso anno, si staccavano dal coro le voci di chi aveva già cambiato qualcosa nel sistema, inventando nuovi prodotti da vendere direttamente o comunque puntando sulla valorizzazione e sul rapporto con il consumatore. Chi questo mondo l’ha sempre vissuto fin dalla nascita, ci può far vedere quante cose sono già andate perse nella gestione degli alpeggi, con pascoli scomodi che non vengono più utilizzati e altri che vengono pascolati “male”. Il concime non sempre viene sparso a fertilizzare i pascoli, sempre meno animali salgono sugli alpeggi… Speriamo cambi qualcosa. Come consumatori, cerchiamo di contribuire, tanti piccoli gesti possono invertire la tendenza. Investiamo un po’ di tempo e di denaro per cercare il prodotto giusto, sia per portarcelo a casa, sia per degustarlo in loco (magari negli agriturismo).

Per informare, perché si sappia

Da quando ho aperto questo nuovo blog, interrompendo le “Storie di pascolo vagante“, non ho ancora mai scritto niente affrontando direttamente l’argomento lupo, anche se qua e là qualcosa (specialmente nell’intervistare gli allevatori la scorsa estate) ovviamente è venuto fuori. Come ribadisco sempre più spesso, ho poco da aggiungere sull’argomento, il discorso è sempre quello, in tutte le sue complesse sfaccettature.

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Predazione su capra a Rubiana – Val di Susa (TO)

Se volete rileggervi tutto quanto detto nel corso degli anni (anche maturando idee e punti di vista, sulla base di esperienze dirette e concrete), lo trovate qui. Oggi ho deciso di affrontare nuovamente la questione dopo un paio di vicende di cui sono venuta a conoscenza direttamente. Una ha riguardato l’azienda di un’amica, una di quelle persone per cui si può usare l’espressione “che resistono in montagna”. Conosco bene lei e la sua storia. Innanzitutto, dopo esserci sentite al telefono, volevo riportarvi alcuni passi di ciò che lei ha scritto su Facebook appena dopo aver subito l’attacco. “Non sapevo se scrivere o tenermi tutto dentro.(…) Non farò e non accetterò polemiche. Volevo solo condividere il nostro ULTIMO DOLORE. Il lupo ci ha ucciso la nostra capretta Fiocco di neve, prelevandola da una stalletta attaccata a casa. Solo un consiglio: non sottovalutate la loro forza, non ascoltate più parole come: non si avvicina alle case, non è pericoloso per l’uomo, hai tanti cani e non viene, stai tranquilla è solo un esemplare, rilassati Cappuccetto Rosso, vedrai che qui non viene. Il latte di Fiocchino non lo berrò più, né vedrò nascere il capretto che aveva in grembo. Il dolore delle mie bambine, e la nostra rabbia. (…) Noi allevatori oltre ad aver subito il danno dobbiamo spendere un sacco di denaro per rendere le nostre aziende delle fortezze medioevali. (…) Ezechiele alla fine non ne può nulla (…).

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Casa abbandonata nei boschi – Cumiana (TO)

La mia amica mi ha detto: “Scrivi pure, la gente deve sapere cosa sta succedendo!” Purtroppo però so che questo discorso rimarrà lì sospeso tra chi è sovrastato dal dolore e dalla rabbia, dal senso di impotenza e di abbandono… e tutti gli altri, quelli che “tanto sono solo cani” e quelli che “basta difendersi, i mezzi ci sono”. Come vi dicevo, la sua è una storia di resistenza. Ha scelto di tornare in una vecchia casa di famiglia a mezza quota in Val di Susa. Ha lottato contro l’abbandono del territorio, contro la burocrazia che le ha messo mille volte i bastoni tra le ruote. Continua a cercare di far sì che la sua azienda possa crescere, insieme alla sua famiglia (tre bambini piccoli). Hanno un po’ di animali, gli orti, un piccolo agriturismo, tagliano legna. Si chiama multifunzionalità e qualcuno dice che è la strada giusta per le piccole aziende di montagna… una strada tutta in salita e piena di sassi. Qualcuno lo sposti, altri li devi aggirare, pian piano di sfianchi di fatica.

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Baite abbandonate a mezza quota – Condove, Val di Susa (TO)

Anche nel suo caso, ho potuto vedere lo stesso percorso che ha colpito altre aziende, magari più grandi, allevatori con centinaia di capi che, nel corso degli anni, hanno dovuto sopportare un carico di difficoltà, problematiche e pressioni sempre maggiori. Hanno sempre resistito e lottato, ma poi è stato l’attacco del lupo a farli “crollare”. Non un crollo da intendersi come una resa, ma uno sbottare contro ciò che stava accadendo. Perché il lupo resta comunque un simbolo. Io oggi lo vedo come il simbolo della montagna sempre più abbandonata a se stessa, dove chi resiste si sente peggio che in una riserva indiana. Si sente un’isola in mezzo al nulla. Perché c’è l’attacco, l’animale ucciso, i cani feriti, gli altri animali atterriti… ma c’è molto altro.

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Piccolo gregge con cane da guardiania – Pomaretto, Val Chisone (TO)

Per esempio (tra le tante cose), c’è il fatto che questa mia amica abbia preso, qualche mese fa, dei cuccioli di cane da guardiania. Ma non ha scelto le razze più conosciute e impiegate da queste parti (maremmano abruzzese o pastore dei Pirenei), non ha nemmeno voluto un cane da pastore del Caucaso o dell’Asia Centrale, troppo grossi. Ha preso dei cani da pastore della Sila, cani di alta genealogia, selezionati per la difesa dal lupo, cani gestibili anche in presenza di persone. Peccato che non abbia potuto chiedere i contributi previsti nel PSR dalla Regione Piemonte per gli allevamenti che si dotano di sistemi per la difesa dai predatori, perché questa razza non è stata inserita tra quelle adatte… E questa non è che una delle beffe burocratiche di cui è stata “vittima”, prima e dopo l’attacco alla sua capra.

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Pascolo vagante nella pianura torinese – Settimo Torinese (TO)

In passato vi ho spesso parlato delle grosse greggi, che hanno problemi con i predatori d’estate in alpeggio. Cercano di difendersi con i recinti notturni, i cani da guardiania, la presenza del pastore. Poi viene l’autunno e scendono in pianura. Ma c’è chi resta in media valle, in fondovalle, in collina. Piccole, piccolissime aziende. Certo, potreste dire che la mia amica dovrebbe recintare la sua proprietà, visto che il lupo (o i lupi) le sono venuti davanti a casa e hanno tirato fuori da una piccola stia la capretta che era stata messa là in convalescenza, di modo che non dovesse competere con le compagne per il cibo in stalla, visto che era un po’ più debole. Ma la mia amica sta già faticando a finire pian piano i lavori di ritrutturazione/costruzione stalle. Solo lei (e tutti quelli che sono nelle sue condizioni) sa quanto sta spendendo, tra permessi, materiali, lavoro. Mi ha detto che, per le recinzioni (fisse) più urgenti intorno a stalle e pollai, dovrebbe preventivare 3000 euro. Un’inezia? Non per chi cerca di tirare avanti con una piccola azienda agricola e tre bambini piccoli.

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Corriere di Chieri – 13 gennaio 2018

E’ facile, dal di fuori, trovare le soluzioni generiche. Io guardo i casi uno ad uno, parlo solo più quando conosco la situazione direttamente, per poter avere davvero il quadro del contesto in cui si è verificato l’attacco. Spero che non ci siano le solite inutili polemiche dopo questo mio post. Vi sto presentando una realtà, per informarvi nel caso in cui aveste voglia di capirne di più sull’argomento, senza limitarvi alle generalizzazioni. Comunque, sappiate che attacchi e avvistamenti (confermati) non avvengono solo più nelle aree di montagna. Ve ne sono stati alcuni recentemente sulla collina di Torino e nel vicino Monferrato. Non è cosa che mi sorprenda, visto che il lupo man mano colonizza nuovi territori, si sposta, cerca cibo. Ci sono i branchi stabili e gli animali giovani che vanno “in dispersione”, cioè si allontanano dal branco in cerca di nuovi territori.

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Capre e cani da guardiania alla festa del Cevrin -Coazze, Val Sangone (TO)

Tutti coloro che hanno allevamenti, anche piccoli, anche hobbistici, farebbero meglio a dotarsi di cani da guardiania anche al di fuori delle zone montane, se mettono gli animali al pascolo, anche se all’interno di recinzioni elettrificate. Non farlo è rischioso. Farlo comporta sicuramente un impegno aggiuntivo e qualche problema con la gente di passaggio, specie se accompagnata da cani.

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Cane da guardiania sorveglia la vallata mentre il gregge pascolo alle sue spalle – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Colgo l’occasione per segnalare a tutti gli escursionisti che il CAI (Club Alpino Italiano) ha adottato una serie di norme di comportamento da tenere in presenza di tali cani in montagna. Da quando sono stati introdotti, già erano presenti i cartelli forniti dalla Regione Piemonte, ma più volte mi era capitato di leggere vibranti polemiche da parte di escursionisti, ecc. Il comunicato termina con questa frase “Gli escursionisti responsabili, sono parte della montagna e sostengono le attività degli allevatori rispettando le greggi e i cani che le proteggono adottando sempre comportamenti ragionati e non impulsivi. Con il ritorno del lupo il cambiamento non è a senso unico solo per pastori ed allevatori. In montagna siamo solo degli ospiti.

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Gregge accompagnato da cane da guardiania durante la fiera di Bobbio Pellice (TO)

So bene cosa comporti tutto ciò, so quali saranno i disagi per entrambi, perché li ho vissuti in prima persona, sia come allevatrice, sia come escursionista. Non chiedetemi delle soluzioni, io purtroppo non ne ho. L’unica cosa che mi sento di ribadire è che il “problema lupo” e il modo in cui la questione è stata affrontata tutto laddove si è manifestata è il simbolo dell’attenzione che le istituzioni hanno nei confronti di chi vive e lavora in montagna. I montanari comunque restano lassù, attaccati alla loro terra, alle loro convinzioni. I lupi invece, se non hanno abbastanza cibo, si spostano e vanno a cercarne altrove…

BEE – bella roba!

Avrei voluto raccontarvi di una bella fiera, molto partecipata. A dire la verità però, quando sento e vedo certe cose, mi passa fin la voglia di scrivere, perché sembra che uno sia sempre solo lì a lamentarsi di quel che non va per il verso giusto.

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Fiera BEE a Villanova Mondovì (CN)

Domenica scorsa ero stata invitata a Villanova Mondovì per la fiera BEE – Formaggi di montagna, 4° edizione di questa manifestazione. Non c’ero mai andata e la prima impressione che ne ho ricavato, arrivando in piazza, è stata quella che mi ha fatto esclamare: “Ogni tanto bisogna proprio cambiare zone per vedere qualcosa di nuovo e scoprire belle manifestazioni, non sempre le solite fiere nei soliti posti!

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Pecora garessina, razza in via di estinzione – Villanova M.vì (CN)

C’era un buon numero di animali, capre e pecore di razze diverse, locali e non, portate in piazza dagli allevatori della zona. Non si trattava di una rassegna, quindi non c’erano premiazioni o valutazioni dei capi esposti, ma mi è stato detto che agli allevatori è stato corrisposto un piccolo rimborso delle spese per venire lì e “animare” la fiera.

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“Incontro” con le “specie esotiche” – Fiera BEE, Villanova M.vì

Senza il bestiame infatti non sarebbe stata la stessa cosa! C’erano gli allevatori che chiacchieravano tra di loro, c’era chi le bestie le aveva un tempo, c’erano i contadini, poi c’era tanto, tantissimo pubblico venuto sia per ammirare e “incontrare” gli animali, sia per la fiera e le bancarelle. Si commentavano le bestie, il prezzo del fieno, il tempo…

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Inaugurazione delle manifestazione, Fiera BEE – Villanova M.vì (CN)

Una prima delusione è venuta dai politici: arrivati per inaugurare la fiera, hanno presenziato anche alla “colazione letteraria” che doveva aprire la manifestazione. Dopo essersi riempiti la bocca sui soliti discorsi a base di “territorio”, “importanza delle piccole aziende locali” ecc ecc ecc, hanno puntato dritto al buffet, chiacchierando ad alta voce con il loro codazzo al seguito e ignorando bellamente la persona che stava parlando del suo lavoro, un film sui pastori. Abbiamo dovuto interrompere l’incontro, tanto praticamente più nessuno ci stava ascoltando, tra il vociare dei politici e la fame atavica scatenata dalla “colazione” gratuita (castagne cotte nel latte e paste ‘d melia). Davvero una magra figura ed un’immensa mancanza di rispetto da parte di quei “rappresentanti del popolo”.

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Formaggi ovicaprini, Fiera BEE – Villanova M.vì

Le bancarelle erano state scelte con cura, produttori locali e non, formaggi di montagna, ovicaprini, vaccini, tradizionali e innovativi, per tutti i gusti. C’era chi veniva da fuori provincia, chi anche da fuori regione. C’era un’ottima possibilità di scelta per i consumatori, che a queste manifestazioni cercano proprio il contatto diretto con il produttore.

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Formaggi in fiera – Villanova M.vì

Purtroppo però, a fine mattinata, c’è stato un brutto colpo per alcuni degli allevatori/casari presenti in fiera con le loro bancarelle. I Carabinieri Forestali hanno fatto un blitz, colpendo duramente alcuni di loro, sanzionati con verbali salati. Ma non solo! Sono stati sequestrati dei prodotti e una bancarella è stata fatta CHIUDERE! “Una vergogna… i clienti lì in fila per comprare e loro mi hanno fatto smontare tutto! In venti anni di mercati non mi era mai successa una cosa del genere! Neanche avessi avuto chissà che merce sul banco!“, mi racconta sconvolta una margara che conosco bene, tra i protagonisti di questa amara avventura.

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Formaggi in fiera – Villanova M.vì

Già, perché le “irregolarità” rilevate riguardavano la mancanza di documenti per la tracciabilità dei prodotti. La maggior parte infatti non riportava esposto il “numero di lotto” dei formaggi. Certo, la legge è legge, per carità… ma cosa dice davvero la legge?

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Formaggi in fiera – Villanova M.vì

Poi comunque sono stati colpiti solo alcuni dei presenti (appena è corsa la voce, chi poteva si è messo ad aggiungere foglietti scritti a mano…), mentre praticamente tutti erano nella stessa situazione. Sì perché… bisogna o non bisogna avere questi documenti? e bisogna esporli? Alcuni amici “del settore” mi hanno detto di no. Uno di loro mi ha addirittura suggerito le leggi da citare per un ricorso. Un altro mi ha detto che “la normativa è troppo complessa e non è chiara nemmeno a chi se ne occupa tutti i giorni“.

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Formaggi in fiera – Villanova M.vì

Ma che senso ha tutto ciò? Bancarelle piene di scritte, persino gli “ingredienti” del formaggio (ma se uno è intollerante al latte, il formaggio non va a comprarlo… o no?), normative e riferimento di ogni tipo. A me basta il nome del produttore, la sede della sua azienda, il nome del suo alpeggio. Una volta che è ben chiaro quello e la sua faccia dietro al banco, se proprio mi dovesse venire mal di pancia, so a chi rivolgermi. Altro che il numero di lotto ecc ecc!

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Formaggi in fiera – Villanova M.vì

Ma poi… già controllate il caseificio che sia a norma, la cantina per la stagionatura, il latte che sia sano, che siano sane anche le vacche, le capre, le pecore… che ci sia il furgone per il trasporto, il banco per la vendita… e poi andate a sequestrare il formaggio perché non c’è il numero di lotto?? Erano tutti produttori di azienda agricola, gente che probabilmente al mattino è andata in stalla, prima di partire e venire lì. Gente che lotta con tutte le sue forze per sopravvivere, gente che cerca di essere in regola, ma… certe volte le regole sono proprio assurde! Manca un foglio? Chiedimi di portartelo, di mandartelo via fax. No, mi fai 1500 euro di verbale, mi sequestri la merce, mi fai chiudere il banco? Neanche vendessero droga… o veleno…

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Formaggi in fiera – Villanova M.vì (CN)

Sorrideva, il produttore dei Paesi Baschi, offriva assaggi del suo pecorino. Chissà se hanno chiesto anche a lui il numero di lotto? Chi è stato sanzionato, ha detto che non tornerà a quella fiera. Altri che non avevano potuto partecipare, hanno commentato che non ci andranno nemmeno nelle edizioni future, se quella è l’aria che tira.

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Prodotti tipici – Villanova M.vì (CN)

Non so quale aria si respiri in casa di chi vende altri prodotti agricoli, freschi o trasformati, ma leggi e normative complicano la vita a tutti, e più sei piccolo, più fatichi a starci dietro e a sopravvivere, dato che ogni nuova norma comporta nuove spese che non puoi caricare sul tuo prodotto, o non riesci più a venderlo.

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Fiera BEE – Villanova M.vì (CN)

Era una bella fiera, quella di Villanova Mondovì, oltre ai formaggi si trovava un po’ di tutto, dai dolci alle marmellate, dalle spezie all’artigianato. Ma cosa ci sarà ancora il prossimo anno, dopo questa “batosta”? Certo, potrete dirmi che i produttori di formaggio hanno solo da mettersi in regola, senza dubbio è vero, ma se invece fosse vero che non è obbligatorio esporre questo famigerato numero di lotto… perché allora fare questo blitz e parlarne come se si fosse trattato di un importante passo nelle repressione di cattive pratiche che mettono a rischio la salute dei consumatori?

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Capre girgentane – Villanova M.vì (CN)

Così sono andate le cose a BEE. Chi non conosce i meccanismi interni della faccenda, legge l’articolo o sente la notizia e trae la conclusione che, ad una manifestazione dedicata ai formaggi, sono stati sequestrati dei prodotti per la “tutela dei consumatori”. Ne deduce che non fossero sani. Meglio andare al supermercato allora, a prendere qualche “buon” formaggio industriale, che chissà cosa ci propinano quei pastori e margari…

Riflessioni dopo la fiera di Roaschia

Erano anni che non tornavo a Roaschia per la fiera, nonostante avessi ricevuto più volte inviti da vecchi amici. L’ultima volta c’ero stata quando ancora si teneva in autunno. Poi, a causa della concomitanza con altri eventi e, soprattutto, di alcune edizioni caratterizzate da maltempo e anche dalla neve, è stata spostata al mese di maggio. E così per me spesso era andata a coincidere con la transumanza, oppure ero già in alpeggio o ancora, in questi ultimi anni, andavo ad altre fiere in vallate più vicine.

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L’arrivo degli animali nella giornata di sabato – Roaschia CN

Anche quest’anno, per la 24° edizione della Mostra interprovinciale della razza frabosana-roaschina, il fine settimana scelto presentava numerose altre opzioni per gli appassionati di rassegne zootecniche e manifestazioni legati alla zootecnia in generale. La festa dei margari a Saluzzo, con la sfilata delle mandrie nel centro della cittadina, la Fira d’la Pouià a Bobbio Pellice… Diventa difficile organizzare qualcosa, al giorno d’oggi!

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Roaschia vuol dire pecore, ma soprattutto vuol dire pastori. O meglio, voleva dire pastori. La razza frabosana-roaschina esiste ancora, anche se è tra quelle in via di estinzione. Viene allevata in purezza o insieme ad altre razze specialmente nelle aree di origine in provincia di Cuneo e in quella di Torino (in Val Pellice troviamo un buon numero di capi), solitamente da chi la utilizza per la mungitura. Si tratta di una pecora rustica, adatta alla montagna, una razza da latte, anche se ovviamente le sue produzioni non possono essere paragonate ad altre razze specializzate. Come sempre accade in questi casi, dobbiamo tener conto della qualità del latte (sono animali alimentati al pascolo all’aperto, nella maggior parte dei casi vengono condotti in alpeggio, mentre d’inverno consumano fieno) e dell’adattamento al territorio. Altre razze più produttive, nelle stesse condizioni di allevamento, non darebbero le stesse quantità di latte.

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Pastore roaschino in alpeggio agli inizi degli anni ’50 – Museo della pastorizia, Roaschia CN

Gli abitanti di Roaschia, piccolo paese di montagna all’imbocco della Valle Gesso, si erano specializzati in un mestiere, quello del pastore. Gli abitanti si suddividevano in bodi (patate), cioè gli stanziali, che rimanevano nel villaggio, e gratta (letteralmente ladri), i pastori che partivano con la famiglia, il gregge, il carro. Ladri di erba che pascolavano lungo il cammino. Termini entrambi spregiativi che sottolineavano una spaccatura nella comunità, i cui echi permangono tutt’oggi, quando di pastori a Roaschia non ce ne sono più (l’unico residente ad avere pecore si definisce “allevatore”, dato che il suo mestiere principale è un altro). Di questa fiera e di questo “mondo” avevo parlato in passato sul mio vecchio blog qui (edizione 2010), ma anche con la recensione di un libro qui.

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Roaschia dall’alto

A parte questi giorni di festa, Roaschia vive quella che è la realtà di tanti borghi di montagna: pochissimi residenti stabili, scarse possibilità occupazionali, un territorio vasto e difficile da “curare”. Molte case vedono il ritorno delle famiglie originarie nel periodo estivo, altre sono state acquistate o affittate a villeggianti, altre ancora mostrano ben visibili i cartelli “vendesi”. Ieri ho incontrato tanta gente che mi ha detto essere originaria di Roaschia, ma che abita altrove, un po’ ovunque in tutto il Piemonte.

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Il Sindaco e Pinulin, ex pastore

Lo stesso Sindaco, che con tanto entusiasmo si è prodigato per mandare avanti la fiera, ha una storia particolare. Il suo cognome, Viale, è uno dei 5 cognomi di Roaschia, ma il suo accento tradisce origini molto diverse. E’ infatti nato in Venezuela! Giuseppe Pinulin Ghibaudo, tra i promotori della fiera quando era stata istituita 24 anni fa, ex pastore, ripete al Sindaco che: “…bisogna mettere legna, o la fiera muore!” Racconta agli studenti dell’Istituto Agrario il suo passato di pastore, ma anche una sua recente protesta: “Ho lavorato una vita, tra sacrifici e fatiche, e adesso la mia pensione è misera. Mi è arrivata la bolletta della luce più cara perché c’era il canone della TV, ma io non ho la TV. Così ho mandato una raccomandata, ma mi è arrivato lo stesso da pagare. Ho scritto hai giornali per denunciare la cosa e poi non ho pagato, così mi hanno tolto la luce.

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Pecore frabosane-roaschine alla fiera di Roaschia CN

Non è facile mantenere vive queste fiere. Ho raccolto un po’ di impressioni in giro, per capre che aria tira. C’era chi diceva che la crisi è generale: ci sono spese, c’è poco tempo, portare gli animali alla fiera è un costo, una volta veniva rimborsata la spesa del camion per la partecipazione. Altri dicevano che la stagione non è adatta, c’è chi sta salendo in alpeggio, chi ha il fieno da fare. Inoltre adesso “…le pecore non sono belle! Ce ne sono di appena tosate, altre da tosare. In autunno fanno più bella figura!” Mi ricordo che, quando il camion veniva pagato, partecipavano anche allevatori della Provincia di Torino. C’era comunque un clima di rassegnazione tra gli allevatori: si fatica e si stenta a portare a casa la pagnotta. Gli agnelli valgono sempre meno, a volte non si trova a venderli. Si sta lavorando ad un Presidio SlowFood legato ai prodotti di questa razza, ma tutta la procedura è ancora in corso. Dato che si tratta di una mostra legata ad una razza, per incentivare la partecipazione si potrebbe forse pensare a vincolare parte del contributo appositamente stanziato per le razze in via di estinzione alla partecipazione alla mostra?

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Pecore vallesane dal naso nero alla fiera di Roaschia CN

Mi ha dato da pensare il fatto che “l’arrivo” accolto con maggiore entusiasmo sia stato quello di animali non legati alla razza frabosana-roaschina! Un’azienda ha infatti portato capi di varie razze, dalle capre tibetane alle pecore Ouessant, ma in assoluto le più amate (non dagli anziani pastori locali!!) sono state le Vallesane dal naso nero, razza originaria della Svizzera. Giusto o sbagliato avere questi animali “fuori concorso”? Secondo me ben venga tutto ciò che può contribuire a dare nuova linfa alla manifestazione, rimanendo comunque a tema e spiegando l’evoluzione dell’allevamento, che comprende anche questi animali visti più come animali domestici che come specie da reddito. Però la mostra resta quella della pecora locale!

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Museo della pastorizia a Roaschia CN, attrezzi per la caseificazione

Tutto parte dalla storia di Roaschia e dei suoi pastori, ma bisogna andare oltre, perché il museo statico non riesce più a coinvolgere. Ciò vale anche per la fiera, non sono sufficienti gli animali in mostra nei box.

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L’arrivo del gregge – Roaschia CN

Trovo quindi molto azzeccata l’idea di far passare il gregge nel paese. Nella giornata del sabato il gregge è risalito lungo la valle, per poi dar vita ad una transumanza ad uso del pubblico. Si tratta di un gregge di allevatori che si spostano verso la valle Gesso, quindi compiono solo una deviazione per partecipare alla manifestazione.

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Si fa una tappa prima di entrare nel paese, organizzando il “corteo” – Roaschia CN

Nicolò è giovane e allora ci tiene a farlo…“, così commenta il papà Aldo, scendendo dal trattore al seguito del gregge. Tutto ciò è una fatica aggiuntiva ai lavori quotidiani di mungitura, pascolo, partecipazione a fiere e mercatini per vendere i prodotti. Certamente con questa transumanza particolare la giornata si allunga.

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Il carro al seguito del gregge – Roaschia CN

Si aggiunge anche il carro, a ricostruire quella che era la vita dei pastori nomadi roaschini. Oggi c’è il fuoristrada e la roulotte, mentre un tempo la trazione era animale e, nel carro, si viveva, si stipava tutto il necessario, si trasportavano insieme agnelli che ancora non camminavano e bambini piccoli. Molti anziani abitanti di Roaschia sono nati fuori dal paese, in vari comuni lungo a strada della transumanza, fino in Lomellina.

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Il passaggio del gregge in piazza – Roaschia CN

La sfilata, la transumanza, serve a rendere viva la giornata. Il pubblico apprezza in passaggio del gregge, altri ne accompagnano il cammino. Anche solo per pochi minuti si vivono istanti di vita del pastore, il fascino della pastorizia nomade viene trasmesso a chi vi assiste.

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Pastore in pensione seguono la transumanza – Roaschia CN

Nel caso di Roaschia buna parte del pubblico, specialmente nella prima giornata, è composto da persone che quella vita l’hanno praticata o l’hanno sentita raccontare più e più volte da genitori e nonni. Ci sono anche Anna e Rosa, le ultime ad aver vissuto la vita dei pastori roaschini insieme ai loro mariti.

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Giuseppe, uno degli ultimi pastori – Roaschia CN

Giuseppe si aggiunge al corteo, con tanto di zaino e ombrello, che il vero pastore non lasciava mai a casa, perché non si sa mai. “C’è poca gente, c’è troppa poca gente…“. E’ vero, non c’è tantissima gente. Forse bisognerebbe accorpare le due giornate, forse bisognerebbe studiare qualcosa in più oltre alla transumanza, che sicuramente è un elemento che funziona.

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Gregge di pecore frabosane-roaschine – Roaschia CN

Il gregge prosegue il suo cammino fino a raggiungere un prato dove verrà lasciato a pascolare nelle reti. Solo qualcuno lo segue, soprattutto persone che filmano o scattano foto, gli altri restano in paese. La transumanza del XXI secolo è anche avere un drone che ti ronza sopra la testa per effettuare delle riprese!

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Gregge e patou – Roaschia CN

Si arriva a destinazione poco sopra al paese. Gli animali iniziano a pascolare, il cane da guardiania studia la situazione, un po’ frastornato da tutta la confusione di quella giornata. Solitamente non c’è così tanta gente intorno alle pecore!

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Dopo la transumanza, gli agnelli vengono fatti scendere dal carro – Roaschia CN

Il carro con l’asino erano solo scenografia, gli agnelli oggi sono a bordo di un altro carro, quello al seguito del trattore. E i pastori torneranno a casa la sera, portando il latte munto, che verrà caseificato non all’aperto sul fuoco, ma in un locale idoneo come prescritto dalla legge.

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Formaggi di pecora e di capra dell’azienda bio En Barlet – Roaschia CN

Eccoli i formaggi di quel gregge, in vendita il giorno successivo alla fiera. “Si può ancora vivere con un piccolo gregge, senza avere centinaia e centinaia di animali, ma ti devi sbattere! Devi mungere, fare il formaggio e andare a fare fiere e mercati. Oggi io sono qui e Marilena è in Francia ad un’altra fiera. Poi devi sperare che vada bene, che ci sia gente, sperare di vendere…

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La premiazione – Roaschia CN

Nella giornata della domenica ci sono state le premiazioni dei capi presentati alla mostra, un po’ di fiera, il pranzo e attività pomeridiane. Quello che sicuramente mi sento di suggerire è un’impostazione totalmente diversa del mercato. Per attirare il pubblico, bisognerebbe distinguersi con bancarelle che davvero spingano chi è interessato all’argomento a venire alla fiera di Roaschia. Espositori a tema: formaggio di pecora/capra, manufatti legati alla pecora (lana, feltro, ecc.), attrezzature, campane, artigianato di qualità che non si trovi a ogni mercatino di paese. Anche nel menù del pranzo, ottimamente organizzato dalla Proloco, avrei osato di più inserendo la pecora (ad esempio nel salumi) o l’agnello. Non conosco le proposte delle due strutture recettive del paese per il pranzo della domenica, ma mi sarebbe piaciuto vedere all’esterno lavagnette che dicessero “qui oggi carne di agnello/pecora roaschina”. Nella cena del sabato sera invece sia il ragù della pasta, sia il secondo che ho mangiato, erano a base di agnello. L’avrei però espressamente indicato nelle locandine della manifestazione.

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Dimostrazione di tosatura con le forbici – Roaschia CN

Per concludere il pomeriggio della domenica, c’è stato nuovamente il passaggio del gregge (in discesa e fuori dal paese, dato che c’erano le bancarelle), dimostrazione di tosatura, cardatura della lana, caseificazione e… un po’ di musica e danze tradizionali. Sono state due belle giornate, ma concordo con il fatto che occorra fare qualcosa in più per mantenere il pubblico e attirarne altro. “L’anno scorso c’era molta più gente…” è una frase che ho sentito ripetere spesso.

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Tetti Lombardo – Roaschia CN

Concluderei con alcune considerazioni che vanno oltre il tema della pastorizia, com’è nella filosofia di questo nuovo blog. Il sabato pomeriggio sono andata a far due passi, raggiungendo alcune frazioni a monte di Roaschia. Il territorio è molto boscoso, i prati sono più ristretti di un tempo. I vecchi sentieri che collegavano i vari “Tetti” sono segnalati con apposite paline, ma non tutti risultano facilmente percorribili, poiché la vegetazione avanza e non vi è un passaggio costante.

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Casa abbandonata a Tetti Colla – Roaschia CN

In quei villaggi che ho toccato nella mia breve escursione si alternavano case ristrutturate, orti, alberi di frutta, segno che si tratta di abitazioni utilizzate per lo meno come seconde case, a ruderi più o meno segnati dal tempo. Si trattava comunque di frazioni raggiunte da strade asfaltate. Non era una montagna abbandonata del tutto, ma nemmeno più viva come un tempo. Non c’erano segni di vere e proprie attività agricole, solo lembi di terra ancora mantenuti puliti intorno alle case, piccoli campi di patate.

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Istallazione artistica a cura dei giovani di Roaschia, cannucce colorate che simboleggiano le fibre di amianto nell’aria

Nessuno si interessa di queste realtà e, ahimè, ci si ricorda di paesi come Roaschia non per valorizzarli, ma per individuarli come sede per… una discarica di rifiuti speciali, amianto nel caso specifico! “Da una parte abbiamo il Parco delle Alpi Marittime con tutti i suoi valori ambientali e… a pochi chilometri in linea d’aria vogliono fare una discarica?? Dicono che hanno individuato questo sito partendo da migliaia di altri in tutta Italia. Si tratterebbe delle nostre vecchie cave in disuso che adesso si stanno ricoprendo di erba. Ci siamo opposti. Stiamo raccogliendo firme e io sono andato fino a Bruxelles per dire all’Europa cosa succede qui. Mi fa male che la Regione ci voglia imporre questo e che l’Italia non ci ascolti, ho dovuto rivolgermi all’Europa!“, così mi racconta il Sindaco.

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C’è un’altra particolarità a Roaschia: sulla porta del Municipio c’è un cartello che indica una panetteria – alimentari. Ed è l’unico negozio del paese. Chiedo spiegazioni al Sindaco: “Quando facevo campagna elettorale, ho chiesto cosa serviva a Roaschia. Mi hanno detto che mancava un negozio. Aprirne uno era impossibile, così abbiamo trovato questa soluzione nel Municipio. Inoltre do un buono di 120 euro ad ogni residente, da spendere nel negozio, in modo da garantire 9000 euro di incassi. E’ un aiuto anche sul piano sociale.” Un aiuto contro lo spopolamento, perché un paese senza un negozio è ancora più vicino alla morte. Un’iniziativa davvero interessante che potrebbero copiare molti altri Comuni.

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Il negozio di Roaschia CN

Entro e trovo la titolare intenta a disporre i prodotti freschi: c’è un po’ di tutto, ma sta aspettando altri rifornimenti dal fondovalle, perché ovviamente si tratta di una rivendita. “Non è facile, non ci si può aspettare grossi incassi. D’inverno non c’è quasi nessuno, d’estate invece ci sono i villeggianti e i turisti. Ci si accontenta. E’ un peccato che il ristorante qui vicino non si fornisca da noi… Purtroppo succede anche questo…“. Non c’è più la contrapposizione tra i pastori nomadi e i residenti stanziali, ma anche in piccole comunità vi sono fratture che comunque non aiutano la sopravvivenza della montagna.