Storie di pietre (grazie alla tecnologia)

Domenica scorsa siamo andati in Valchiusella, sopra ad Inverso, per vedere la fioritura dei narcisi. C’era l’incognita del meteo, fortemente instabile. Si temeva la pioggia e si temeva pure che quella dei giorni precedenti avesse già rovinato eccessivamente i fiori.

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Narcisi in fiore ad Inverso – Valchiusella (TO)

Per fortuna il tempo ha tenuto, ma effettivamente la fioritura in certe zone era già quasi al termine. Comunque valeva la pena andare da quelle parti anche solo per vedere il paesaggio molto particolare. Un paesaggio “disegnato” dall’uomo.

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Salendo al Colletto di Bossola – Valchiusella (TO)

I pascoli, punteggiati di baite (che qui chiamano “cascine”, anche se niente hanno a che fare con le cascine di pianura), hanno un aspetto ancora curato, anche se si possono distinguere chiaramente zone più verdi, prive di felci e cespugli, da altre apparentemente meno utilizzato.

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Genziane in fiore al Colletto di Bossola – Valchiusella (TO)

Siamo arrivati fino al Colletto di Bossola, dove i narcisi erano meno fitti, ma subentravano le genziane. L’erba dei pascoli era ancora molto bassa, anche se la quota non è particolarmente elevata (nemmeno 1400m). Gli alpeggi veri e propri erano più in alto, si intravvedevano appena tra la nebbia.

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Narcisi in fiore – Inverso, Valchiusella (TO)

La sera ho pubblicato alcune di queste immagini su facebook, chiedendo a chi mi segue i nomi delle località dove avevo scattato le foto. Lo spettacolo della fioritura, che in certi punti era proprio nel momento del massimo splendore, già mi aveva appagata. Però… ho ricevuto anche un’inattesa e graditissima sorpresa.

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Baite d’alpeggio – Inverso, Valchiusella (TO)

Lo sapete, io amo le vecchie baite. Vorrei sempre che quelle pietre potessero parlare, raccontando la storia di chi le ha costruite, di chi ci ha vissuto, il perché di certi “elementi architettonici” che, talvolta, paiono quasi eccessivi per semplici baite di montagna. Uno dei tanti amici virtuali ha risposto alle mie richieste, con abbondanza di particolari, e così ho iniziato a fargli più domande.

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Cascine ad Inverso – Valchiusella (TO)

Andrea (ancora grazie!) mi ha detto che quelle cascine sono sempre state solo sede di alpeggio e non abitazioni permanenti. Anche un tempo, le mandrie (sicuramente più piccole che non oggi) salivano dal fondovalle, utilizzando man mano i pascoli, e spostandosi poi più a monte. Anche a fine stagione la discesa si effettuava a tappe. “I miei bisnonni avevano le vacche a Trausella, con la bella stagione iniziavano a salire alla prima cascina, poi ad una intermedia ed infine ad una di quelle lassù.

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Paesaggio d’alpe – Inverso, Valchiusella (TO)

Gli ho chiesto il perché dei muri in pietra, quelle strane “recinzioni” intorno alle baite. “Naturalmente le vacche non mangiavano nelle immediate vicinanze delle cascine, ma sui pascoli comunali. L’erba delle cascine mio bisnonno la falciava come fieno ed una buona parte la portava giù a Trausella. Guai se le vacche pascolavano nei prati delle cascine. Poi quando iniziava la discesa concimava tutti prati a mano. Altri tempi… altri uomini…

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Il “giardin” – Inverso, Valchiusella (TO)

Per finire, Andrea mi ha anche chiarito il “mistero” di una delle baite dove siamo passati. “Altri uomini… come quello che ha costruito il “Giardin”, mi hanno detto che era un omone forte e quelle pietre le ha fatte lui, in una cava più in alto, e trascinate giù in inverno.

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Il Giardin – Inverso, Valchiusella (TO)

Non avevo mai visto un simile “steccato” in pietra. “La mantegna in pietra mio nonno mi aveva detto che era per guidare le vacche alla cascina, per evitare che andassero giù nel prato. Le vacche mangiavano nei prati lì intorno, mentre quello all’interno della recinzione di pietre che hai visto tutto intorno, veniva falciato. Chiaramente un lavoro enorme sicuramente guidato da tanta ambizione.” Che dire… grazie alla tecnologia che ha permesso ad Andrea di raccontarmi/raccontarci queste belle “storie”. Il mio invito a tutti è quello alla riflessione, su cosa voleva dire un tempo vivere in montagna, su come la montagna veniva tenuta, curata, accudita… quando c’erano meno mezzi, meno risorse, ma tutto serviva per la sopravvivenza.

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Altri tempi, altri pascoli

I pascoli in quota stanno lentamente risvegliandosi con le prime fioriture che seguono lo scioglimento della neve. Le temperature di questi giorni sono fin troppo alte, chi si lamenta di non poter ancora salire in montagna dovrebbe ricordare che le transumanze del mese di maggio a certe quote appartengono soltanto agli ultimi anni, mentre in passato chi non aveva tramuti a mezza quota non affrontava la transumanza fino al mese di giugno, quando la neve se ne andava e i pascoli si coprivano d’erba.

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Pulsatilla vernalis – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Presto comunque i pascoli saranno verdi d’erba e l’aria risuonerà di campanacci, campanelle, muggiti e belati. Ma anche i pascoli cambiano, a seconda di come vengono utilizzati. Ovunque ci potrà capitare di vedere alpeggi abbandonati e alpeggi ancora in uso. Come mai? Spesso “semplicemente” perché oggi salgono meno mandrie/meno allevatori, ma ciascuno con più animali, quindi il territorio e le strutture presenti vengono utilizzate diversamente.

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Pascoli invasi da ginepri – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

I bei pascoli dei tempi andati possono impoverirsi. Talvolta spariscono. Quando non vengono più pascolati “bene”, cioè con il giusto carico di bestiame e per un periodo adeguato, pian piano compaiono i cespugli, che vanno a soffocare l’erba, sostituendosi ad essa. Il pascolo, non abbastanza pascolato (il gioco di parole è voluto), smette di essere tale e torna ad essere ambiente naturale, cioè una distesa di cespugli, molto meno varia della copertura di erbe e di fiori.

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Bosco e pascoli – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Guardate in questo pascolo come si stanno allargando i ginepri, quelle macchie più scure. Un tempo probabilmente, oltre a pascolare con più cura, i cespugli venivano anche eliminati, i pascoli concimati con maggiore attenzione.

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Alpeggio abbandonato – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Un alpeggio crollato al suolo mette tristezza, fa pensare al lavoro di chi lo costruì, alla vita e alle fatiche di chi ci lavorò. “Una volta erano tempi più difficili, più duri, ma c’erano anche maggiori soddisfazioni rispetto ad oggi. Quando mio papà e mio zio erano in alpeggio su in alto, scendevano tutti i giorni qui con il mulo per portare giù le Fontine, c’era un magazzino per stagionarle che era davvero speciale. Poi si risaliva con un carico di legna per il fuoco, per scaldare il latte.” Tristezza e rimpianto nelle parole di chi mi racconta queste storia. Non sono passati secoli, ma soltanto una cinquantina di anni. Chissà il futuro cosa riserva per questi territori, questi pascoli, questo mestiere?