Un bel periodo di m…

Verrà il giorno in cui torneremo a muoverci, a spostarci, a vivere liberamente. Ma questa libertà sempre e comunque dovrà prevedere delle regole, perché non siamo soli, non siamo unici, ma ci troviamo a condividere spazi, territori, esigenze. Io non sono tra quelli che credono che quello che stiamo vivendo possa renderci migliori. Il mio timore, piuttosto, è che il giorno in cui potremo tornare ad “uscire”, molti saranno ancora più egoisti e prepotenti.

Il fieno rifiutato dalle bovine nella stalla di Aymavilles (AO) – foto E.Cuc (da Facebook)

Vi racconto un paio di esperienze vissute in prima persona o capitate ad amici e conoscenti. Partiamo da una stalla della Valle d’Aosta. Scrive l’allevatrice Elisa Cuc: “Da ieri sera che abbiamo iniziato la rotoballa non ne hanno mangiata nemmeno la metà! Le nostre mucche non mangiamo perché sentono l’odore delle feci e delle urine dei cani. Con questo chiedo di usare un po’ di buon senso e pensare che quando chiediamo di non portare i cani nei prati c’è un motivo ben fondato ed oltre a non mangiare rischiano anche malattie parassitarie.” Il post rimbalza su Facebook e viene condiviso più volte, gli allevatori ovunque hanno lo stesso problema.

Alcuni dei commenti apparsi su facebook

Tra i commenti che ho letto, volevo segnalarvene un paio. “Ma chi ha un cane sa che c’è questo problema?” “Ma perché gli allevatori si lamentano, se poi coprono i prati di letame?” Ci troviamo quindi di fronte a un problema duplice: la mancanza di rispetto (bisognerebbe sempre e comunque raccogliere le feci canine, inoltre un prato o un pascolo ha necessariamente un padrone, quindi il tuo cane è in una proprietà privata, dove non dovrebbe stare) e l’ignoranza, cioè la non conoscenza. Non è male anche quello che propone, come soluzione, il “recintare i prati“.

Uno dei tanti “ricordini” in un prato accanto a un sentiero dove in estate si farà fieno e dove fino a novembre hanno pascolato le vacche – Petit Fenis, Nus (AO)

Facciamo un po’ di chiarezza… Il fattore di rischio sanitario legato a fieno/erba imbrattati da feci canine è dovuto alla Neospora caninum. Qui potete leggere un articolo a riguardo. Poi occorre evidentemente spiegare che c’è una certa differenza tra un escremento di un animale carnivoro e quello di un erbivoro (come la vacca, la pecora, la capra), per non parlare poi dei cani nutriti a crocchette! Qualcuno ha mai fatto caso a quanto tempo impiega a scomparire una cacca di cane? Le deiezioni degli erbivori, non a caso, vanno a costituire il letame, quello che viene impiegato per fertilizzare (naturalmente) campi e prati. Viene sparso sui prati (e sui pascoli) dopo il pascolamento, per restituire al terreno quello che l’uomo o gli animali “portano via”. Lo si fa sotto forma di liquame o di letame “maturo” (dell’anno prima), sparso e distribuito con mezzi idonei. Quando gli animali consumeranno quell’erba, saranno passati mesi, avrà nevicato, piovuto, sarà arrivata la primavera, poi l’estate. Si taglia il fieno e… l’autunno/inverno successivo, mentre su quei prati l’allevatore sta spargendo nuovo letame, le vacche consumeranno quel foraggio.

Prato/pascoli dov’è appena stato sparso il letame nel tardo autunno – Petit Fenis, Nus (AO)

Passiamo ad un altro fatto. Siamo in Veneto, in provincia di Verona. Il fotografo Marco Malvezzi posta questa foto e così racconta: “Questo è il tetto di una stalla, di un allevatore che conosco, su in Lessinia. Ieri qualche bravo turista “rispettoso” ha ben pensato di camminarci sopra, usandolo come trampolino o chissà. Poi magari succede un incidente, e l’allevatore viene pure denunciato. Questo è il livello medio (sottolineo medio, non son tutti così, per fortuna) del rispetto che c’è nei confronti della montagna e dei suoi abitanti. Poi ci si stupisce perché qualcuno si incazza e inveisce contro questi incivili e si afferma che “i montanari sono inospitali”… secondo me hanno anche troppa pazienza.

Il tetto della stalla in un alpeggio della Lessinia usato come “parco giochi” – foto M.Malvezzi, da facebook

Quanti casi più o meno simili abbiamo visto tutti noi… Trovare le stalle degli alpeggi usati come latrine, scoprire veri e propri danneggiamenti causati da persone che sono passate di lì nella stagione in cui l’alpeggio non è utilizzato. Ho visto addirittura i segni di un fuoco acceso contro il muro della baita.

Un alpeggio nella stagione autunnale – Quart (AO)

Mi ha molto colpita uno dei commenti alla foto di Malvezzi. Chi scrive è Ilaria Teofani, che conosce bene la montagna, ma si definisce un’eterna navigante. Vi racconto qualcosa di lei, per comprendere meglio le sue parole. Nata a Civitavecchia, “…dall’ età di sei anni frequento la montagna, dai 6 ai 30 anni ho salito in lungo e largo le amate Dolomiti, sempre nel cuore, con il mio zaino pieno sempre di buone letture. Nel 2014 ho cominciato a vivere tra Piemonte e Valle d’Aosta per ragioni familiari e di lavoro. E in questa occasione, dopo un viaggio in solitaria in valle d’Aosta ho riscoperto la montagna, una montagna diversa dalle mie Dolomiti, quindi una nuova avventura di vita. Per ragioni di lavoro e salute ho deciso di trasferirmi in montagna, pur restando vicino alla pianura piemontese. Il mio progetto era aprire una libreria di montagna in montagna…

Un alpeggio in Valle d’Aosta – Vallone di Saint Barthélemy, Nus

Ecco cos’ha scritto Ilaria commentando il gesto di chi era salito sul tetto della stalla per “gioco”. “Abito in montagna da due anni e mezzo, la frequento e rispetto da una vita pur venendo da contesti totalmente diversi, grande città di mare, di porto, una metropoli come Roma, e tre anni quasi di provincia torinese. Più sto quassù e più capisco molte cose sulla distanza siderale tra montanari e avventori di pianura. Soprattutto sulla pressoché totale ignoranza, anche spesso in buona fede, ma molto diffusa, su cosa significhi davvero vivere in paesi alti quotidianamente e in diverse stagioni dell’ anno, su quali siano davvero le esigenze di chi vive quassù, quali siano le loro opinioni su ciò che accade nell’ attualità e su quali siano realmente i loro desideri, progetti e idee di futuro. Su quali siano le loro battaglie quotidiane passate, presenti e future, su quali siano le loro aspettative e le loro paure.
Non ci parlano con i montanari… Io, che sono un ospite e che quindi ho un punto di osservazione più oggettivo e distaccato, e in un certo senso quindi privilegiato sul piano dell’ analisi, lo vedo che non ci parlano. E quindi non sanno. Alla fine si rischia di pontificare, anche molto in buona fede, su molte cose…senza conoscere il parere, e le relative motivazioni, dei padroni di casa. E la mia curiosità, osservazione e analisi continua, tra le difficoltà quotidiane e il vin brule`in mezzo alla neve con i miei compaesani… non mi stancherò mai di comunicare e cercare di capire a fondo il posto dove mi trovo a vivere in questo periodo della mia vita, sia come luogo fisico sia come luogo antropologico, come casa madre delle persone che mi hanno accolto nella loro comunità.

Turismo estivo in Valsavarenche (AO)

Concordo con queste parole, non avrei saputo spiegare meglio il concetto. Però c’è un’unica cosa che vorrei aggiungere. Non farei una distinzione tra montanari e avventori di pianura, o meglio, allargherei il concetto a chi vive/lavora a contatto con la terra e chi, pur vivendo in ambito rurale (montano, ma non solo), se n’è distaccato completamente, perdendo il senso di ogni meccanismo naturale, perdendo le conoscenze basilari, dimenticando le radici. La conseguenza è che queste persone si comportano esattamente come chi arriva da una realtà lontana dal “territorio”. Anzi, per esperienza personale, spesso si incontrano grossi problemi con chi si è allontanato volontariamente da un mondo rurale che trovava poco consono alle proprie aspirazioni, mentre tra chi vive in un ambiente urbano si incontrano anche soggetti molto attenti, curiosi e consapevoli.

Il mondo agricolo ha sempre più bisogno del turismo per poter sopravvivere

La montagna in futuro ha sicuramente bisogno del turismo per ripartire, ma dovrà più che mai essere un turista informato, attento, rispettoso. Altrimenti, egoisticamente, mi viene da dire che si sta tanto bene così, con poche macchine che passano, con poca gente in giro. Senza turismo (attività peraltro “moderna”, rispetto alla storia delle Alpi), bisognerebbe però ripensare gran parte dell’economia, bisognerebbe tornare all’autosussistenza, bisognerebbe rinunciare a molti aspetti della vita quotidiana di tutti noi.

Finirà l’estate…

Ci eravamo illusi che stesse arrivando l’autunno, che il caldo fosse alle spalle, quando le nuvole si erano alzate e avevamo visto la prima spruzzata di neve sulle cime e non solo. Si respirava un’altra aria, finalmente frizzante, carica di quell’odore intenso di erba secca, aghi di larice, foglie di rododendro e di ginepro.

Gregge al pascolo nel Vallone del Gran San Bernardo (AO)

Le ombre si allungano, i raggi del sole sono radenti e i colori, specialmente in alta quota, iniziano a cambiare, ma solo sui pascoli, per le foglie degli alberi c’è ancora tempo. Non so voi, ma io ho voglia di autunno. Basta caldo, basta sole che brucia, afa… Ho voglia di aria che pizzica, di maglie con le maniche lunghe, ho voglia di “tana”, di entrare in casa e accendere la stufa, di cucinarci sopra una polenta, di cuocere in forno una torta.

La nevicata di fine agosto sulle cime nel Vallone di Saint Barthélmy – Nus (AO)

All’improvviso, dopo quella pioggia/neve, la montagna per qualche giorno pareva essersi spopolata. I parcheggi alla partenza dei sentieri erano vuoti, la montagna risuonava solo più del sibilo del vento, dei fischi delle marmotte, dei campanacci delle vacche che uscivano dalle stalle per il pascolo, accompagnati dalle grida dei pastori e dall’abbaiare dei cani.

La mandria esce dalla stalla dopo la mungitura per il pascolo serale – Barbonce, Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

L’illusione è durata poco, perché il caldo è tornato, così si continua in pantaloncini e canottiera, si suda al minimo sforzo, si fatica il doppio… Specialmente nel fine settimana, sono tornate pure le “orde” di turisti ad affollare i percorsi più classici, a bivaccare sui pascoli intorno ai rifugi. Oltre al caldo, perdura anche la siccità, che ha ingiallito i prati anzitempo soprattutto in montagna. Già a fine luglio, inizi di agosto, in certi posti ci si lamentava per la siccità. Altrove invece sembra che una volta ogni settimana debba scaricare almeno un temporale, un violento temporale, spesso con venti di burrasca e grandine devastante. Stranezze di un clima sempre più estremo…

Violenta cella temporalesca sulla pianura piemontese (foto da Centro Meteo Piemonte CMP)
Pascoli riarsi dalla siccità a fine luglio nel Vallone del Grauson – Cogne (AO)

Dove la siccità dura da settimane, interrotta solo da brevi spruzzate di pioggia (quasi sempre seguite da giornate di vento) è tutto giallo, marrone, grigio, polveroso. Qua e là ci sono già state le prime transumanze, anticipate rispetto al solito, proprio per colpa della carenza di acqua e dei pascoli riarsi.

Transumanza precoce nelle Valli di Lanzo – Ala di Stura (TO) (foto f.lli Massa)

I nevai sono spariti quasi ovunque, molti ruscelli e torrenti sono asciutti, i laghi più piccoli si sono prosciugati interamente, altri si sono ritirati, lasciando scoperte metri di sponde sassose. Uno “spettacolo” inquietante e preoccupante.

Il Lac de Luseney in secca a metà settembre – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Speriamo arrivi la pioggia, speriamo scendano le temperature. Speriamo non nevichi troppo presto… Lo scorso anno la neve precoce, come spiegano anche gli antichi detti, aveva portato un inverno povero e quasi inesistente, per lo meno da queste parti. Se guardiamo i “segni” della natura, qui i sorbi sono carichi all’inverosimile di frutti. Non è così ovunque, in vallate piemontesi dove i pascoli sono più verdi (grazie a qualche pioggia ogni tanto), i rami dei sorbi non si piegano sotto a grappoli pesantissimi.

Pianta di sorbo montano con abbondanza di frutti – Petit Fenis, Nus (AO)

Per me questo periodo dell’anno rappresenta l’inizio di un nuovo ciclo. Una sorta di capodanno, se vogliamo chiamarlo così. Gli animali rientrano dall’alpeggio e si ricomincia. Ma farlo con temperature quasi maggiori di quando le avevamo accompagnate ai monti non è ciò che mi auguro. Eppure l’altra sera, a più di 2000 metri di quota, all’imbrunire si stava ancora bene in pantaloncini e maglietta.

Gregge al pascolo sulle montagne di Ostana – Valle Po (CN)

Mancano pochi giorni all’autunno del calendario, le previsioni meteo al momento sembrano dire che saluteremo l’estate con un po’ di pioggia, ma purtroppo è da settimane che mostrano la nuvola con le gocce, poi con il passare dei giorni i millimetri previsti si riducono e il giorno stesso le previsioni cambiano ancora, dicendo che neanche questa volta vedremo la pioggia…

Siccità nei pascoli d’alpeggio – Vallone di Vertosan (AO)

Che stagione sarà?

Le stalle si stanno svuotando, in questi giorni c’è stato un flusso incessante di camion, camioncini, trattori con bighe, tutti carichi di vacche dirette agli alpeggi del vallone che si apre qui sopra. E lo stesso sta succedendo altrove. La stagione d’alpeggio 2020 è iniziata, nonostante tutto. Ma che stagione sarà? Oggi è la Giornata Mondiale dell’Ambiente, così si fa un gran parlare di biodiversità, di scomparsa di specie (animali e vegetali), di inquinamento, di clima (e dei suoi cambiamenti).

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Biodiversità in un prato in Valtournenche (AO)

Anche i prati e i pascoli di montagna sono ricchissimi di biodiversità, il fatto che l’uomo li gestisca (con lo sfalcio e con la brucatura da parte di mandrie e greggi) ne garantisce la biodiversità, a patto che il carico di animali sia adeguato (né troppi capi, né troppo pochi). Certamente, anche il bosco è ricco di biodiversità, ma diversa da quella di un prato. E c’è ancora più biodiversità quando si alternano ambienti diversi (boschi, radure, pascoli di alta quota, ecc…). Visto che, purtroppo, sempre di più una certa fetta di informazione demonizza l’allevamento in generale, senza far differenze tra quello intensivo e quello estensivo più tradizionale, è sempre meglio ripetere queste cose. E ribadire come l’allevamento estensivo sia importante sia per la biodiversità (vegetale, ma anche animale, grazie alla scelta di razze autoctone), sia per il paesaggio.

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L’alpeggio Berruard (1947m) già caricato ad inizio giugno – Ollomont (AO)

Ma torniamo alla nostra stagione d’alpeggio che sta prendendo il via. Dopo un inverno ancora una volta abbastanza mite, la neve si è poi abbassata di quota quando la primavera stava per iniziare, ma ovviamente non è rimasta a lungo sul suolo. Così a fine maggio l’erba è già verde anche intorno a quegli alpeggi che dovrebbero vedere l’arrivo delle mandrie solo nel cuore della stagione estiva. Non è un buon segno e non fa ben sperare.

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Pascoli a 2100m il 2 giugno nella Conca di By – Ollomont (AO)

Un amico pastore salito in montagna con il suo gregge già agli inizi di maggio mi diceva che l’erba “veniva già grossa“, cioè era già alta, dura. A queste quote lo si vede anche nei prati, dove l’erba sarebbe già matura per la fienagione, se soltanto il tempo lo permettesse. I temporali e le piogge, oltre ad averla infradiciata, l’hanno persino coricata al suolo.

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Al 7 di maggio la neve era già quasi interamente sciolta alla Tsa de Pierrey (2333m) – Vallone di St.Barthélemy, Nus (AO)

In alto c’è poca, pochissima neve e questo sarà un problema, se dovesse esserci siccità. Per ora le previsioni indicano un periodo di instabilità che sembrerebbe dover durare per parecchi giorni, ma l’estate è lunga, non sono sufficienti dieci giorni di pioggia a giugno per garantire buona erba e acqua nei ruscelli e nei laghi fino a settembre. Soprattutto se poi le temperature dovessero salire e farsi estreme come già accaduto nelle ultime estati.

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L’inizio del Ru de By – Ollomont (AO)

La Valle d’Aosta è una regione abbastanza secca e ventosa, fin dall’antichità l’uomo ha realizzato una vasta rete di canali (ru) per portare l’acqua sui versanti dove altrimenti non ve ne sarebbe la disponibilità. I ruscelli iniziano in un corso d’acqua dove c’è la presa principale e la distribuiscono man mano dove ce n’è bisogno, con un sistema di saracinesche, vasche e canali secondari. L’irrigazione dei prati in gran parte delle zone è stata modernizzata con dei sistemi di girandole, la cui apertura temporizzata è regolata dai computer, ma… all’inizio c’è sempre solo un torrente di alta montagna alimentato dallo scioglimento di neve e ghiacciai.

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Ciò che resta dei ghiacciai del gruppo del Monte Bianco visti dalla Val Veny – Courmayeur (AO)

…ghiacciai che arretrano sempre di più, alimentati da sempre meno neve. Per cui ci si augura che piova ogni tanto, almeno un temporale, per mantenere l’erba verde, per farla crescere nei pascoli più bassi dopo che è stata consumata, di modo che gli animali possano passare una seconda volta a fine stagione. Si spera che ci sia acqua nei torrenti, per far sì che gli animali possano bere, ma anche per utilizzarla per l’irrigazione, laddove questa venga fatta anche in alpeggio.

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Un tratto del Ru de By – Doues (AO)

Come sarà la stagione dal punto di vista del clima e, conseguentemente, della vegetazione, lo potremo dire solo al mese di ottobre, quando le montagne torneranno silenziose. Interrogativi quest’anno comunque ne abbiamo ben più del solito, per quello che riguarda la vendita dei prodotti, l’afflusso di turisti, l’atteggiamento di questi ultimi nei confronti dell’ambiente montano, dei suoi abitanti…

Clima e ambiente

Provo una certa amarezza, in questi giorni, a vedere che la gran parte del mondo zootecnico presente tra i miei contatti sui social stia attaccando e deridendo Greta e, più in generale, tutti coloro che si preoccupano per il clima e l’ambiente. Tra l’altro spesso viene fatta una gran confusione di tutta una serie di concetti che andrebbero invece trattati e analizzati singolarmente.

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Laghetto alpino con poca acqua ad inizio autunno – Vallone di Saint Bathélemy (AO)

Parliamo di ambiente. È vero che, nel mondo agricolo, sovente accusiamo i cosiddetti “ambientalisti”, perché le loro idee sono molte diverse dalle nostre. Per molti di loro l’ambiente è o dovrebbe essere un’utopica wilderness dove non esiste l’uomo e tutte le sue attività. Però poi magari pretendono di fare del turismo, dimenticandosi per esempio che i sentieri di montagna da sempre sono vie di transumanza… che spesso si dissetano a fontane che sono anche abbeveratoi… che le meravigliose fioriture dei PASCOLI alpini le abbiamo grazie al pascolamento, anno dopo anno.

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Irrigazione dei prati nel vallone dell’Urtier – Cogne (AO)

È vero che molto ambientalismo è moda, è un bel modo di riempirsi la bocca di belle parole e sentirsi a posto con la coscienza. Si predica bene, ma si razzola maluccio, perché a tante “comodità” molto poco ecologiche è dura rinunciare. Perché “…lo so che la macchina inquina, ma altrimenti come faccio ad andare…“, “…lo so che l’aria condizionata consuma energia, ma con ‘sto caldo come si fa a dormire, a lavorare…“.

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Dove no si può irrigare, così sono i pascoli ad inizio autunno – Nus (AO)

I punti fondamentali del tanto dibattere di questi giorni sono due: da una parte i cambiamenti climatici, dall’altra i danni che stiamo facendo all’ambiente (e in questo ci mettiamo tutto l’inquinamento, lo spreco, la cementificazione di sempre più superfici, ecc…). Sull’inquinamento possiamo e dobbiamo fare tutti qualcosa. Lo so che “tanto c’è chi inquina più di me, gli aerei, le industrie…”, ma ragionando così non andiamo da nessuna parte. Iniziamo tutti a ridurre qualcosa, a non acquistare con imballaggi in plastica prodotti che possiamo trovare sfusi, per esempio. Acquistiamo prodotti locali per ridurre l’inquinamento legato ai trasporti. Scegliamo sempre frutta e verdura di stagione. Farà bene a noi, all’ambiente e alle aziende del territorio. E questi sono solo alcuni esempi di ciò che possiamo fare.

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Discesa dalla Val Soana di un gregge a fine stagione – Pont Canavese (TO)

Sul cambiamento climatico il discorso si complica. Anche se c’è ancora purtroppo chi si ostina a negarlo, in base a sensazioni o al fatto che “…qui da noi quest’anno di pioggia ne è venuta…“, il fenomeno già ampiamente previsto dagli esperti è in corso e le conseguenze andranno ad influire in vari modi sul nostro futuro. Sono soprattutto coloro che vivono maggiormente a contatto con la natura e che praticano forme di agricoltura e allevamento più tradizionali ad esserne colpiti per primi e, spesso, in modo preoccupante.

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Pascolo invernale, inizi di gennaio, nel Canavese (TO)

Se anche inverni più miti potrebbero favorire una stagione di pascolamento più lunga, con benefici non solo per i pastori vaganti, nel Nord Italia, ma anche per gli allevatori di bovini, che già lasciano la vacca fuori dalla cascina ben oltre Santa Caterina… nello stesso tempo minori precipitazioni nevose e scarse scorte di ghiacciai e nevai rendono sempre più difficile la stagione d’alpeggio. Per non parlare poi delle siccità sempre più prolungate. Oppure di piogge concentrate in periodi ristretti, spesso così violente da causare danni (da vere e proprie alluvioni a temporali violenti, anche uniti a grandine, che rovinano anche e raccolti che dovranno servire da foraggio per l’inverno, come mais o fieno). Così teoricamente si potrebbe pascolare più a lungo in inverno, ma tocca scendere prima dagli alpeggi… e, spesso, gli effetti della siccità si fanno sentire anche in pianura.

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A metà settembre già si lascia l’alpeggio tra nuvole di polvere – Verrayes (AO)

Non c’è modo di slegare l’agricoltura e l’allevamento dal clima! Fare dell’ironia o negare che questo stia cambiando è da folli. Un’altra cosa è capire se e come si possa fare qualcosa per contrastare il fenomeno o combatterne gli effetti. Sul perché tale mutamento del clima stia avvenendo, non c’è una tesi unica e definitiva. Se provate a documentarvi seriamente su siti scientifici, troverete sia chi parla di cicli naturali, sia chi punta il dito quasi esclusivamente sul fattore antropico, cioè l’uomo, con tutte le emissioni legate alle sue molteplici attività. La mia preparazione non è certamente tale da potervi proporre una teoria, probabilmente si tratta di una combinazione delle due cose. Inquinare meno, male non fa di certo, poi probabilmente la natura farà il suo corso. Già nelle ere geologiche del passato ci sono stati grandi sconvolgimenti che hanno riguardato anche il clima e che hanno portato all’estinzione di piante e animali. Sapete allora qual è il problema principale? È che oggi sulla Terra c’è l’uomo, una specie presente un po’ dappertutto e in grandi quantità. Forse anche troppo presente! Non siamo tanto preoccupati per l’orso polare o per la stella alpina, ma per quello che accadrà a noi!

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Violento temporale con grandine ad inizio settembre – Garessio (CN)

Preoccuparsi per il futuro non è poi così sbagliato, soprattutto se si è giovani. Chi non si preoccupa o chi addirittura oggi ride o nega, non venga poi a lamentarsi… Sarebbe meglio iniziare a pensare a delle vere strategie per affrontare questi problemi, ma non solo a livello locale o solo riferite a certi settori. Si è parlato di togliere le agevolazioni al diesel agricolo in Italia. Penso che equivalga a dire innanzitutto: “Facciamo chiudere tutte le piccole aziende già sul filo della sopravvivenza.” Per tutti in generale aumenterebbero le spese, sarebbe impossibile non alzare i prezzi, così sarebbe ancora più vantaggioso acquistare prodotti che provengono da paesi con costi meno elevati e regole (anche sugli aspetti ambientali) meno rigide.

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Fienagione in montagna – Nus (AO)

…e poi comunque, togliendo il diesel agricolo… cosa si vuol fare? Tornare ai buoi e ai muli, con buona pace degli animalisti, o voler rottamare tutti i mezzi diesel? Sarebbe poi così positivo per l’ambiente, dover smaltire migliaia di mezzi per produrne di nuovi??? Meglio pensare, per esempio, a concrete strategie per risparmiare l’acqua, migliorare l’irrigazione ed evitarne gli sprechi. Questi sono veri interventi legati ai cambiamenti climatici. Vi lascio con queste riflessioni e con l’invito a informarvi davvero sulle tematiche climatiche e ambientali, invece di limitarsi ad insultare Greta o, più in generale, tutti quelli che si preoccupano per questi argomenti.

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Capre assetate in un giorno di gran caldo e vento a fine settembre – Nus (AO)

Ps: può esser vero che molti giovani scioperano per il clima più che altro per seguire la massa o per saltare un giorno di scuola… ma allora proponete voi alle scuole che conoscete un venerdì per l’ambiente con un agricoltore o un allevatore! Spiegate ai giovani come una giornata al pascolo sia importante per l’ambiente…

Il clima che cambia e gli alpeggi

Proprio mentre scrivo, lungo la strada che sale ai villaggi più in quota e poi ai pascoli degli alpeggi, continua l’andirivieni di camion e camioncini che portano su il bestiame, per lo più bovini. Chi inizia a pascolare a quote non troppo elevate, anche quest’anno è già salito o sta salendo in montagna, per dare il via alla stagione d’alpe.

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L’alpeggio di Vascoccia mostra ancora evidenti i segni dei danneggiamenti delle valanghe dell’inverno 2017-2018 – Ayas (AO)

Su queste pagine si parla spesso di clima, perché il lavoro dell’allevatore, specie se tradizionale, è strettamente legato ad esso. Ne subisce le conseguenze dirette ed indirette. Il “maltempo” può essere nemico, rendere tutto più difficile, creare danni, ma nello stesso tempo è fondamentale. Annate grame quelle in cui non nevica d’inverno, o la siccità prevale sulle piogge. Ma il clima è davvero impazzito? Siamo noi i responsabili, o tutto ciò che sta accadendo fa parte di cicli naturali che si verificano periodicamente?

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Pascoli di inizio giugno a monte di Barmasc – Val d’Ayas (AO)

Non sono io la persona che può dare una risposta a questi quesiti, come la maggior parte di voi, posso vedere ciò che accade quotidianamente e le conseguenze dirette sul territorio. Poi, ovviamente, posso leggere e informarmi, anche se non è facile trovare le notizie reali, i dati scientifici, in mezzo a tanta disinformazione creata ad arte. Quest’anno ho comunque visto un inverno caldo, avaro di precipitazioni (specie nevose), un gran numero di giornate ventose, ben poca poggia in primavera. Se, a tutto questo, sommiamo la siccità e il gran caldo della scorsa estate e dell’autunno, ecco che in alpeggio non troviamo condizioni ottimali nemmeno quest’anno.

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Transumanza a piedi verso i pascoli del Vallone di Saint Barthélemy – Nus (AO)

Quest’anno c’è poco, quest’anno tocca ritardare, lo scorso anno a questa stagione…“. Discorsi del genere sono comuni, ma… sono solo sensazioni? I nostri ricordi sono affidabili? C’è qualcosa che davvero è cambiato negli alpeggi, in questi anni, in relazione al clima? Problematiche? Avrò modo di approfondire l’argomento sul campo, nei prossimi mesi. Ho infatti ricevuto un incarico da parte dell’IAR di Aosta (Institut Agricole Régional), nell’ambito di un progetto Life che si chiama Pastoralp.

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Vitelli al pascolo sopra a St-Rhemy en Bosses (AO)

Il mio compito sarà quello di girare per gli alpeggi del Parco Nazionale del Gran Paradiso (vallate piemontesi e valdostane) per intervistare gli allevatori su diverse tematiche, ma principalmente sulla percezione dei cambiamenti climatici e sull’effetto che questi fenomeni hanno sul loro lavoro. Una delle finalità del progetto è anche quella di elaborare delle strategie per affrontare al meglio le problematiche che emergeranno, ma anche delle linee guida per chi si troverà a dover prendere delle decisioni future in materia di pascoli alpini. Sul sito comunque potete approfondire meglio tutti gli aspetti del progetto, attualmente in corso.

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Gregge al pascolo in una frazione di Trasquera (VB)

Vedremo il “quadro” che ne risulterà. Ovviamente non potrò parlarvi dei risultati, il materiale raccolto è destinato al progetto e alla stesura di una relazione finale. Qui potrò mostrarvi immagini e raccontarvi le storie di quegli allevatori che, extra questionario, avranno voglia di far quattro chiacchiere con me. Si parlerà del “tempo”, certo… ma anche di tutte le altre problematiche economiche, sociali, ambientali che toccano il mondo dell’alpe oggi, nel XXI secolo.

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Ru Courtaud – Ayas (AO)

Si parlerà dell’acqua, sotto forma di precipitazioni, ma anche di elemento fondamentale per la vita degli animali e dei pascoli. Non si può pascolare senza acqua… e i pascoli inaridiscono, senza la pioggia o senza l’irrigazione, così preziosa in regioni come la Valle d’Aosta, dove i ru (le rogge) hanno origini antichissime. Quello nell’immagine ad esempio risale al 1400.

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I pascoli di Champlong – Verrayes (AO)

Si parlerà anche dei pascoli, pascoli abbandonati, pascoli recuperati, pascoli “d’oro” per effetto delle speculazioni. Pascoli la cui biodiversità vegetale viene preservata dal pascolamento degli animali (guardate qui il video andato in onda su Geo qualche tempo fa, dove si parla delle “mucche paesaggiste” proprio nel territorio del Parco). Su queste pagine sarò presente quando riuscirò, tra una valle e l’altra, tra un questionario e una giornata a rastrellare fieno…

Non basta…

Sì, ha piovuto, ha anche nevicato, ma… per lo meno da queste parti, possiamo dire senza dubbio che… non basta! E non si tratta di essere incontentabili, è proprio che la siccità non è ancora stata debellata.

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Prati dopo la pioggia – Petit Fenis, Nus (AO)

Sono state sufficienti anche solo poche gocce per far sì che tutto sembrasse finalmente un po’ più verde. E non era solo un’impressione, dopo una giornata di pioggia i prati erano effettivamente più verdi, piante e cespugli improvvisamente avevano aperto le gemme, i versanti pian piano iniziavano a tingersi di macchie di colore.

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Cime innevate verso Clavalitè – Fenis (AO)

Anche la neve in montagna è una vera manna, in modo da coprire finalmente i pascoli, oltre a garantire uno scioglimento progressivo per avere acqua, umidità anche più avanti nella stagione.

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Ghiaccio nei prati dove ha funzionato l’irrigazione a pioggia – Vollein, Quart (AO)

Dopo la breve pioggia però qui è già subito tornato il vento, insieme al freddo. Sui prati è ricomparsa la brina (che avevamo visto poco d’inverno), mentre dove gli impianti di irrigazione già funzionano, ecco degli arabeschi di ghiaccio…

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Prati a Petit Fenis, Nus (AO)

L’erba dei prati è bassa, ha patito troppo nelle scorse stagioni, tra siccità, vento, caldo fuori stagione, e sicuramente il meteo non aiuta a riprendersi. Il timore che il fieno possa di nuovo essere scarso anche quest’anno inizia a manifestarsi… Un’altra cattiva annata e la zootecnia già in crisi finirà in ginocchio.

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Prati di metà aprile a Petit Fenis, Nus (AO)

Nei prati appena un poco più in pendenza la situazione è quella che potete vedere nell’immagine sopra… Si può solo sperare che piova ancora, e al più presto.

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Pascolo in un prato abbandonato – Petit Fenis, Nus (AO)

E’ passata poco più di una settimana dalle piogge e già la terra è di nuovo arida, polverosa. Il meteo continua a posticipare una possibile nuova perturbazione, oppure le nuvole arrivano, passano e vanno a depositare altrove il loro prezioso carico liquido.

Aspettando la pioggia

Dicono che tra oggi e domani arriverà, e speriamo che non sia un pesce d’aprile… Abbiamo bisogno di pioggia, abbiamo disperatamente bisogno di acqua. Servirà a spegnere gli incendi che, in certe vallate, stanno bruciando da giorni. Servirà ad evitare che i piromani ne inneschino altri. Servirà ad alleviare la tremenda sete della terra.

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Pascoli di mezza montagna inariditi – Arlod, Nus (AO)

Purtroppo ci sono persone che nemmeno si rendono conto della situazione in cui ci troviamo. L’acqua in casa dai rubinetti scende, e allora va tutto bene… L’altro giorno leggevo, in un gruppo di montagna, la domanda di una signora che chiedeva come mai fosse tutto giallo al Pian del Valasco (CN), nota meta degli escursionisti cuneesi e non solo.

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Pascoli secchi e devastati dai cinghiali – Arlod, Nus (AO)

Come mai? Forse perché a questa stagione lassù dovrebbe, come minimo, essere ancora tutto bianco… Bianco di neve, neve che è stata scarsa e che si è sciolta per le alte temperature invernali e per il vento. Vento che ha soffiato tanto, troppo spesso, da gennaio fino ad oggi. E la pioggia non è ancora praticamente mai caduta, forse due gocce un giorno, seguite da tre o quattro giorni di vento.

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Effetti della siccità su un prato-pascolo a 1000m di quota – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma sì, prima o poi pioverà… però ogni giorno di quel “poi” è sempre peggio. La terra, la vegetazione sta patendo. Nei prati si vedono chiazze di terra, terra dura, secca, polverosa. E l’erba non ha una “bella faccia”.

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Prato-pascolo a 1000m di quota ad inizio primavera – Petit Fenis, Nus (AO)

Guardate lo stesso prato dove c’è un po’ più di umidità. Non è ancora proprio l’aspetto normale che dovrebbe avere in questa stagione, ma è già meglio di dove l’acqua proprio non c’è.

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Irrigazione sui prati – Petit Fenis, Nus (AO)

Chi ne ha la possibilità, ha già iniziato ad irrigare nelle scorse settimane, per alleviare la sofferenza del cotico erboso. E’ vero che, con la pioggia, la vegetazione “partirà”, ma sarà comunque più indietro rispetto alle annate con un’umidità meglio distribuita nei mesi.

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Effetti della siccità su un prato ripido – Petit Fenis, Nus (AO)

Maggiore è la pendenza dei prati e dei pascoli, più questi appaiono secchi: qui anche la poca neve è rimasta meno a lungo, poi sotto ci sono più sassi, il terreno è drenante, l’umidità è un lontanissimo ricordo.

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Mazzolina già spigata – Petit Fenis, Nus (AO)

Le piante si difendono come possono: dove c’è un po’ di verde, non è raro vedere graminacee già con la spiga. Sono rimaste basse, hanno poche foglie, ma c’è già la spiga (cioè il fiore), dove in seguito si formeranno i semi. La pianta sente che c’è un problema, che la stagione potrebbe essere più corta del normale, così accelera i tempi, investe meno risorse nella crescita e produce già subito il seme per il prossimo anno.

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Primi fiori di lupinella – Petit Fenis, Nus (AO)

Addirittura sta fiorendo qualche pianta di lupinella! Questa leguminosa solitamente a queste quote ha la sua massima fioritura nel mese di maggio. Anche lei è bassa, con poche foglie e fiori piccoli. Certo, dovrebbe piovere a partire da oggi pomeriggio… Non sarà una grande pioggia, darà quel poco di sollievo…

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Ciliegi selvatici in fiore – Petit Fenis, Nus (AO)

…renderà più brillante il verde dei prati, che ora è spento anche nelle belle giornate di sole. “Rovinerà” le fioriture dei ciliegi, ma farà sì che le piante possano iniziare a mettere le foglie. Speriamo che, d’ora in poi, ogni tanto ci sia qualche giorno di pioggia. Non servirà tanto per le falde acquifere impoverite, ma per evitare che muoiano le piante. Potrebbe ancora salvare la stagione, ma… già in molti dicono che di fieno quest’anno se ne raccoglierà poco. E chissà i pascoli degli alpeggi come saranno, quest’estate? E ci sarà acqua per abbeverare gli animali?

Gioie e dolori del meteo

Si sta avviando a conclusione un’altra estate difficile per l’agricoltura e la zootecnia. Il “bello” è che, nella stessa regione o magari anche nella stessa valle, quest’anno possiamo trovare chi si lamenta per la siccità e chi per la troppa pioggia. Nel 2017 si era tutti concordi nel piangere per la mancanza di precipitazioni, invece quella del 2018 è stata un’estate di temporali, a volte anche fortissimi temporali.

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Siccità a fine estate – Nus (AO)

Dove i temporali non sono arrivati, la situazione è questa: terra riarsa, erba secca, alberi sofferenti che iniziano a perdere le foglie. E sono due estati che la situazione si ripete, qua e là sulle rocce, dove c’è poco suolo, alcune piante sembrano definitivamente morte.

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Irrigazione a pioggia dopo il secondo taglio – Nus (AO)

I prati che vengono ancora utilizzati fortunatamente hanno buoni sistemi di irrigazione, altrimenti la situazione sarebbe drammatica. Il “bel” tempo ha aiutato la fienagione, il fieno è seccato senza prendere pioggia, ma… la pioggia serve eccome!

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Prati prima dello sfalcio e girandole per l’irrigazione – Nus (AO)

Dove manca l’irrigazione, il fieno non dev’esser stato abbondante. Si prospetta una nuova annata “critica”? Così pare, stando alle voci tra gli addetti ai lavori. Da una parte il primo taglio in pianura è stato tardivo a causa delle piogge primaverili, quindi c’è poi stato meno fieno nel secondo taglio. Un’altro fattore che farà alzare il prezzo del fieno è legato all’anno precedente, quando si sono svuotati i fienili fino all’ultima pagliuzza per soddisfare il bisogno di tutti.

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Prati irrigati e fiori di colchico autunnale – Nus (AO)

Mentre da qualche parte l’erba sta ricrescendo (sempre solo grazie all’irrigazione) dopo il secondo taglio, in attesa della discesa degli animali dagli alpeggi c’è invece chi gioisce per la buona annata con tanto pascolo e chi forse non è nemmeno riuscito a fare il fieno!

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Al pascolo in alpeggio – Elva (CN), Valle Maira

Qualche settimana fa ero a Elva, in Valle Maira, dove mi raccontavano che i temporali e il maltempo non avevano ancora permesso di sfalciare. A quelle quote si fa un solo taglio di fieno, poi quando gli animali si abbassano scendendo dagli alpeggi, quelli che restano lì, nelle aziende locali, pascolano la ricrescita dell’erba. Fino a quel momento quindi la situazione era abbastanza critica, perché è vero che i pascoli in quota erano ancora belli verdi, ma non si era messo da parte niente per l’inverno e l’erba stava invecchiando, venendo dura, fino a non rappresentare più un buon pascolo autunnale per le mandrie.

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Primi freddi in alta quota – Moncorvè, Valsavarenche (AO)

Che dire poi delle temperature? Non è anomalo vedere la brina, il ghiaccio, le prime spruzzate di neve a fine agosto in montagna. L’anomalia era il caldo precedente, lo zero termico a quote molto elevate. Di tutta la neve caduta lo scorso inverno, cos’è rimasto? Qualche nevaio in punti più freschi, qualche accumulo di valanga in un canalone.

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Vista su Succinto – Valchiusella (TO)

La “verde” Valchiusella quest’anno tiene fede al suo nome. Quello è il colore dominante, nei prati, nei pascoli in quota e nei boschi. Giornate di cielo blu alternate a benefiche piogge e temporali sarebbero ciò che tutti vorrebbero. Purtroppo però il tempo non lo possiamo comandare a piacimento (anche se abbiamo una buona dose di responsabilità nelle mutazioni climatiche degli ultimi tempi).

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Gregge in alpeggio – Valchiusella (TO)

Il maltempo in alpeggio porta giornate difficili, ma è solo la pioggia a poter consentire a questo gregge di tornare a pascolare lì, esattamente un mese dopo essersi spostato nell’alpeggio superiore. Visto che l’estate si sta avviando a conclusione, l’auspicio è che si possa avere almeno un buon autunno, con alternanza tra piogge moderate (che ci si augura arrivino al più presto, dove serve!) e giornate di sole…

Storie di pietre (grazie alla tecnologia)

Domenica scorsa siamo andati in Valchiusella, sopra ad Inverso, per vedere la fioritura dei narcisi. C’era l’incognita del meteo, fortemente instabile. Si temeva la pioggia e si temeva pure che quella dei giorni precedenti avesse già rovinato eccessivamente i fiori.

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Narcisi in fiore ad Inverso – Valchiusella (TO)

Per fortuna il tempo ha tenuto, ma effettivamente la fioritura in certe zone era già quasi al termine. Comunque valeva la pena andare da quelle parti anche solo per vedere il paesaggio molto particolare. Un paesaggio “disegnato” dall’uomo.

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Salendo al Colletto di Bossola – Valchiusella (TO)

I pascoli, punteggiati di baite (che qui chiamano “cascine”, anche se niente hanno a che fare con le cascine di pianura), hanno un aspetto ancora curato, anche se si possono distinguere chiaramente zone più verdi, prive di felci e cespugli, da altre apparentemente meno utilizzato.

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Genziane in fiore al Colletto di Bossola – Valchiusella (TO)

Siamo arrivati fino al Colletto di Bossola, dove i narcisi erano meno fitti, ma subentravano le genziane. L’erba dei pascoli era ancora molto bassa, anche se la quota non è particolarmente elevata (nemmeno 1400m). Gli alpeggi veri e propri erano più in alto, si intravvedevano appena tra la nebbia.

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Narcisi in fiore – Inverso, Valchiusella (TO)

La sera ho pubblicato alcune di queste immagini su facebook, chiedendo a chi mi segue i nomi delle località dove avevo scattato le foto. Lo spettacolo della fioritura, che in certi punti era proprio nel momento del massimo splendore, già mi aveva appagata. Però… ho ricevuto anche un’inattesa e graditissima sorpresa.

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Baite d’alpeggio – Inverso, Valchiusella (TO)

Lo sapete, io amo le vecchie baite. Vorrei sempre che quelle pietre potessero parlare, raccontando la storia di chi le ha costruite, di chi ci ha vissuto, il perché di certi “elementi architettonici” che, talvolta, paiono quasi eccessivi per semplici baite di montagna. Uno dei tanti amici virtuali ha risposto alle mie richieste, con abbondanza di particolari, e così ho iniziato a fargli più domande.

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Cascine ad Inverso – Valchiusella (TO)

Andrea (ancora grazie!) mi ha detto che quelle cascine sono sempre state solo sede di alpeggio e non abitazioni permanenti. Anche un tempo, le mandrie (sicuramente più piccole che non oggi) salivano dal fondovalle, utilizzando man mano i pascoli, e spostandosi poi più a monte. Anche a fine stagione la discesa si effettuava a tappe. “I miei bisnonni avevano le vacche a Trausella, con la bella stagione iniziavano a salire alla prima cascina, poi ad una intermedia ed infine ad una di quelle lassù.

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Paesaggio d’alpe – Inverso, Valchiusella (TO)

Gli ho chiesto il perché dei muri in pietra, quelle strane “recinzioni” intorno alle baite. “Naturalmente le vacche non mangiavano nelle immediate vicinanze delle cascine, ma sui pascoli comunali. L’erba delle cascine mio bisnonno la falciava come fieno ed una buona parte la portava giù a Trausella. Guai se le vacche pascolavano nei prati delle cascine. Poi quando iniziava la discesa concimava tutti prati a mano. Altri tempi… altri uomini…

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Il “giardin” – Inverso, Valchiusella (TO)

Per finire, Andrea mi ha anche chiarito il “mistero” di una delle baite dove siamo passati. “Altri uomini… come quello che ha costruito il “Giardin”, mi hanno detto che era un omone forte e quelle pietre le ha fatte lui, in una cava più in alto, e trascinate giù in inverno.

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Il Giardin – Inverso, Valchiusella (TO)

Non avevo mai visto un simile “steccato” in pietra. “La mantegna in pietra mio nonno mi aveva detto che era per guidare le vacche alla cascina, per evitare che andassero giù nel prato. Le vacche mangiavano nei prati lì intorno, mentre quello all’interno della recinzione di pietre che hai visto tutto intorno, veniva falciato. Chiaramente un lavoro enorme sicuramente guidato da tanta ambizione.” Che dire… grazie alla tecnologia che ha permesso ad Andrea di raccontarmi/raccontarci queste belle “storie”. Il mio invito a tutti è quello alla riflessione, su cosa voleva dire un tempo vivere in montagna, su come la montagna veniva tenuta, curata, accudita… quando c’erano meno mezzi, meno risorse, ma tutto serviva per la sopravvivenza.

Un mondo che cambia

È certamente bello leggere le storie che parlano di allevatori, di montanari che raccontano la loro vita, le loro esperienze. Ma la montagna non è un paradiso incantato lontano da tutte le problematiche del “resto del mondo”. Anzi, in questi ultimi anni sempre più si sono estesi in quota meccanismi e dinamiche che poco hanno a che vedere con l’alpe e le sue genti di un tempo.

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Transumanza (fonte Pandosia)

Anche anticamente i pascoli erano una risorsa contesa: l’origine della maggior parte dei formaggi oggi più noti e ricercati la possiamo datare grazie a documenti storici in cui vengono nominati trattando controversie per il possesso o l’utilizzo da parte di greggi e mandrie dei territori in alta quota. Lassù si producevano quei caci che spettavano poi a questo o quel signore locale e c’era sovente chi se li contendeva, dato che rappresentavano una vera ricchezza.

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Le vallate del Piemonte nel 1741 (fonte Vendita stampe antiche)

Il meccanismo era… semplice e comprensibile, si trattava di tasse in natura, beni materiali. Ma poi sono passati i secoli, si sale ancora in alpe per sfruttarne le risorse pascolive, lasciando i prati di pianura e di fondovalle allo sfalcio per l’approvvigionamento di fieno. Però c’è anche dell’altro…

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Mandria in alpeggio – vallate cuneesi (CN)

Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere, a commento di un articolo dove si parlava di montagna, l’opinione di un tizio che diceva di sapere, grazie alle parole del classico amico “ben informato”, che gli allevatori salgono in alpeggio per i contributi e che prendono “…1000 euro a capo” (sic!). Internet è un potente mezzo di (dis)informazione, si trova di tutto e di più, molti non si prendono la briga di verificare le fonti e le notizie, parecchi credono a ciò che fa loro più comodo!

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Pascoli d’alpe – Valle Stura (CN)

Diventa complicato spiegare a chi non è addetto ai lavori cosa ci sia di vero e di falso in questa affermazione. Soldi ne girano, c’è chi ne prende tanti, chi pochi, chi niente. Vi posso dire che ci sono anche alpeggi dove vengono perpetrate delle vere e proprie truffe, utilizzati solo sulla carta da chi alla fine intasca i soldi di questi famigerati “contributi”. Vi sono allevatori che “prestano” le loro bestie ad altri per non dover rimanere in pianura, dato che non sono riusciti ad affittare un alpeggio a loro nome. Laddove si tratti di proprietà pubbliche, spesso le aste vanno alle stelle, prezzi esorbitanti che margari e pastori non possono permettersi. Salendo a nome di altri, non pagano l’affitto, ma non percepiscono nemmeno contributi. E ancora c’è chi cerca di tirare avanti restando ai margini di questa galassia, cercando di vivere principalmente del suo lavoro, senza presentare domande di alcun genere.

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Gregge in alpeggio – vallate pinerolesi (TO)

Il discorso è lungo e complesso… ma 1000 euro a capo non te li dà nessuno. Sono altri i parametri su cui si basa questo complesso meccanismo. “Certo che una volta… ci telefonavamo e ci chiedevamo tra di noi com’era l’erba quell’anno o quante bestie avevamo salito… Adesso uno chiede all’altro quanti titoli ha o ci si domanda quanti ne avrà quell’altro che ha affittato gli alpeggi di mezza vallata!” Così mi diceva amaramente un pastore qualche tempo fa.

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Gregge in alpeggio – Lombardia (BS)

Dato che ormai, per cercare di “evitare le truffe”, gli animali monticati devono essere per la gran parte di proprietà di chi affitta l’alpeggio, molti, per tale scopo, hanno scelto le pecore, meno impegnative nella stagione invernale. Oppure certi pastori di sono prestati a meccanismi che già anni fa mi aveva spiegato un amico nel nord-est: “Ti pagano la tosatura e anche i camion se gli vai a pulire la montagna…

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Pascolo vagante nella pianura torinese (TO)

Quest’estate, durante una manifestazione letteraria, ho incontrato un veterinario Asl in pensione, lui ben conosceva la realtà del pascolo vagante: “Come sono cambiati i pastori che conoscevamo… Si è perso un mondo!“. Ho ben paura anch’io che per alcuni le pecore siano solo più numeri… che non vi sia più nei loro occhi quella passione che mi aveva affascinata, ma sia altro a far brillare lo sguardo. Purtroppo mi è già capitato di condividere anche con altre persone gli stessi amari pensieri, gente che fa o che ha fatto parte di quella realtà.

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Gregge in alpeggio – Lombardia (BS)

Tornerò ancora a parlarvi dei contributi, l’argomento non si esaurisce certamente qui! È ovvio che non si possa vivere di sola passione, il momento è difficile per tutti, ma non era ai titoli e alla PAC che pensavo quando, già anni fa, parlavo di pastori che dovevano essere più imprenditori… Io pensavo alla valorizzazione del prodotto, sognavo la carne di agnello da pascolo vagante… Sognavo…