Servono regole?

Questo forse è stato l’ultimo weekend di pace per alcune vallate e di delirio per altre. Vivendo questa situazione dalla Valle d’Aosta, regione interamente montuosa e con meno abitanti concentrati in aree urbane rispetto al vicino Piemonte, fortunatamente non ho vissuto quello che si è verificato altrove, con un vero e proprio assalto delle cavallette sul territorio montano non appena sono state “aperte le porte”.

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Area attrezzata deserta in una domenica di maggio – La Magdaleine (AO)

Dal 3 giugno si potrà tornare a spostarsi tra le regioni, quindi anche qui arriveranno i turisti, chi preferisce il mare alla montagna si recherà altrove e comunque ci si distribuirà forse un po’ meglio sul territorio. Tante parole sono già state dette e scritte in merito, aggiungo anche il mio pensiero, se avete voglia di leggerlo.

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Panorama della Val Veny – Courmayeur (AO)

Prima riflessione: le città non sono un posto molto vivibile, la gente che vi abita non vede l’ora di abbandonarle e cercare altrove svago, relax, aria buona. Non è passato nemmeno un secolo da quando le valli sono state bruscamente spopolate per cercare una “vita migliore” in città: più comodità, un lavoro con uno stipendio, un orario… E poi ecco che sono nate le ferie, il tempo libero, tutte cose che in campagna/montagna non esistevano. Le montagne e le colline si sono spopolate, molte delle attività agricole sono state abbandonate, si è toccato il fondo… e poi è iniziata una risalita, ma con delle trasformazioni.

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Infrastrutture per lo sci invernale – La Salette, Valtournenche (AO)

Da una parte si è puntato sul turismo, questa nuova vacca da mungere, questa gallina dalle uova d’oro. Un turismo legato a singole stagioni (la neve, l’inverno), a nuove strutture con forte impatto (impianti di risalita, grossi alberghi, piste) a cui, soprattutto recentemente, si sono affiancate forme più responsabili, più attente al territorio e alla sua riscoperta (trekking, escursioni, attività didattiche e ambientali), con una forte attenzione all’enogastronomia locale. Questo ultimo aspetto ha permesso una rinascita e anche un nuovo insediamento di aziende agricole, alcune delle quali fortemente legate al turismo (con attività ricettive sia per il pernottamento, sia per la ristorazione).

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Uno dei tanti cartelli che invitano al rispetto – Val Veny, Courmayeur (AO)

Non sto a parlare delle nuove regole per chi fa accoglienza, a tutti i problemi che coinvolgono gli operatori del settore turistico, non ne so abbastanza, lascio che siano loro a raccontarveli. Da persona che il territorio lo vive e lo frequenta, però qualche considerazione da fare ce l’ho. Quello che sta accadendo me lo aspettavo. Lo ripeto da anni, c’è una fetta di “turisti”, di “vacanzieri”, di “merenderos” che vedono nella montagna un luogo di svago senza regole, senza confini, senza proprietari. “La montagna è di tutti“, “...i pastori mica sono padroni della montagna!” e altre affermazioni del genere le ho lette solo qualche giorno fa, dopo il famoso primo weekend di apertura, quando “il mondo” si è riversato sulle Terre Alte, non avendo altri posti dove andare, dopo essere stato accusato della famigerata movida perché ci si trovava tutti insieme in città. I posti per ritrovarsi sono quelli, la gente è tanta, cosa c’era da stupirsi nel fatto che si fosse ritrovata “tutta” lì?

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Oltre ai cartelli “istituzionali”, è meglio ribadire il concetto – Val Veny, Courmayeur (AO)

Quando è stato concesso di ritornare all’aria aperta, a camminare in montagna, sono uscite molte tabelle con regole per chi si apprestava ad andarci. Regole anche ridicole, in un certo senso. Ovvie, scontate, per chi in montagna c’è sempre andato ed è stato obbligato a guardarla da lontano per (soli) due mesi. Il problema è che quelle regole andavano fatte leggere, imparare a memoria a quelli che ci sono andati per la prima volta. O che ci sono sempre solo andati saltuariamente in estate quando faceva troppo caldo, quando per “fare una gita” si intendeva arrivare in macchina “da qualche parte”, scaricare coperte, tavolini ecc ecc per fare un pic nic a poca distanza dall’auto.

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Più gente che altrove, ma quasi nessuno rispetto ad una normale domenica di bel tempo – Chamois (AO)

La perdita delle radici rurali è avvenuta velocemente, molti dei “cittadini” arrivano in montagna assolutamente impreparati e ignoranti, ma se le carenze sono solo queste e c’è la buona volontà, con qualche regola si risolve tutto. Se invece si aggiunge la maleducazione, l’arroganza e una dose di irascibilità portata a limiti estremi dalla difficile situazione che stiamo vivendo, lo scontro tra “cittadino” e “montanaro” si fa insanabile (specie se anche il secondo è esasperato e pure lui irascibile). Generalizzare non è mai corretto, ma sbaglia tanto l’abitante della montagna che teme a priori l’arrivo dei turisti cittadini, quanto colui che fa una gita la domenica e già alla sera insulta sui social gli allevatori che hanno cani da guardiania, i contadini che l’hanno cacciato in malo modo quando raccoglieva le erbe selvatiche in mezzo ad un prato e così via. Non esiste il cittadino e il montanaro, ma esiste la persona rispettosa e quella maleducata, con tutte le sfumature e le eccezioni possibili e immaginabili.

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Prati in piena fioritura – Valtournenche (AO)

La montagna non è di tutti e, lasciatemelo dire, non è per tutti. Non è DI TUTTI perché ogni lembo di terra ha un proprietario, un affittuario, delle regole. Ci son terreni privati, comunali, demaniali, terreni che vengono sfalciati, pascolati, boschi che vengono tagliati e are che sono sottoposte a vincoli di tutela perché parchi o aree di interesse naturalistico, faunistico, ecc. Gli alpeggi o hanno un proprietario che li utilizza con i suoi animali o, più spesso, sono dati in affitto ad un allevatore che li gestisce con la sua mandria, il suo gregge, nella stagione estiva. Quindi chi li attraversa è un ospite che si trova sì in un “bel posto” per svagarsi, per fare sport, ma è a casa d’altri per di più in un luogo di lavoro. Lo stesso vale per un bosco, per una baita che, per quanto possa sembrare abbandonata, non è un self service da cui asportare oggetti e materiali… Ovviamente, a maggior ragione, in qualsiasi posto vi troviate, questo non è una discarica dove abbandonare i resti del vostro pic-nic. Penso comunque che chi getta immondizia in montagna lo faccia anche al mare, al lago o lungo le strade della periferia urbana, spero che nessuno si trasformi in incivile solo per ragioni di quota!

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Non a tutti piace la montagna senza eventi e manifestazioni, con “troppa pace” – Chamois (AO)

Non è PER TUTTI perché ha le sue leggi naturali. Bisogna conoscerla sia per rispettarla, sia per affrontarla. O anche solo per “trovarcisi bene” durante una vacanza, soprattutto quest’anno quando molte iniziative organizzate per lo svago dei turisti probabilmente non ci saranno (concerti, sagre, manifestazioni di vario tipo). Quindi… cosa fare in montagna? Riposarsi, prendere il sole, affrontare lunghe camminate, escursioni più impegnative, gite in bicicletta. Gustare un pranzo in rifugio e/o una cena nei vari ristoranti tipici. Ma ricordiamoci che ci può essere il maltempo, il temporale improvviso o la pioggia di più giorni. Magari anche una spruzzata di neve persino al mese di luglio, a certe quote. Dobbiamo affrontarla attrezzati come vestiario, come calzature, come preparazione fisica. Avere una mappa da consultare (cartacea… le app non sempre riesci ad aprirle, senza segnale telefonico)… Bisogna anche saper guidare, in montagna, perché a volte trovi chi va a cacciarsi in difficoltà con mezzi non adatti o chi non sa affrontare strade strette e tortuose. Insomma, tante piccole regole scontate per chi ci va da sempre, ma che possono mettere in difficoltà chi la montagna non la conosce e non è abituato a percorrerla.

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La nebbia può scendere in pochi minuti e rendere il panorama irriconoscibile – La Salette, Valtournenche (AO)

In queste settimane ho notato un aumento di richieste di consigli (su gruppi on-line dedicati alle vallate alpine) riguardanti le escursioni. “Dove posso andare con un bambino piccolo?” “Mi piacerebbe raggiungere un lago/un rifugio/vedere animali selvatici ecc ecc senza dover camminare troppo” e altre domande del genere. Dato che non ci si poteva allontanare dalla propria regione, chi chiedeva non era un turista in cerca di consigli per le vacanze, ma qualcuno che in montagna non c’era mai andato. Quella che per me è una semplice passeggiata, per un neofita può trasformarsi in un incubo: penso a scarpe non adatte, penso ad un temporale improvviso, alla nebbia che sale… Già normalmente capita, di ritorno da qualche gita, di incontrare qualcuno seduto su un sasso o che arranca sotto il sole pomeridiano e, nel vederti, pone la fatidica domanda: “Quanto manca?” Quanto manca… a cosa? Qual è la tua meta? E poi… con un passo normale mancano 10 minuti, mezz’ora, un’ora, ma non so quanto potrai impiegarci tu!

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Capre in un recinto accanto ad una strada nei pressi di un’area attrezzata per turisti – Champléve, Valtournenche (AO)

Potrei scrivere per ore, su queste tematiche. C’è poi la solita diatriba dei cani da guardiania che tanto scalda gli animi con lettere ai giornali e violenti post sui social, ci sono i cani dei turisti lasciati liberi, ci sono le deiezioni (dei cani, dei turisti e tutti i fazzolettini lungo i sentieri, adesso iniziano a comparire anche le mascherine). Insomma, sarebbe tutto riassumibile con un paio di concetti elementari: buona educazione, rispetto e buonsenso, ma una certa parte di popolo fuoriuscito dal lockdown sembra aver cancellato queste parole dal suo bagaglio (o forse già ne era privo), mentre si è caricato di una bella dose di arroganza e insofferenza.

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Segnaletica sul muro di un vecchio alpeggio – Valtournenche (AO)

Concludo con un’altro argomento di stretta attualità collegato con quanto scritto sopra: la “montagna a pagamento” di cui si sta tanto parlando (e che è già diventata una realtà in alcune zone). Numeri chiusi e pedaggi? Non sono contraria a priori, ma… il numero chiuso mi fa un po’ paura, perché se chiudo qui, chiudo là, cosa succede dove lascio libero accesso a tutti? Sul pagamento di un ticket invece sono d’accordo, ma non deve essere una tassa e basta, deve essere usato per finanziare quei servizi di cui usufruirà chi paga (perché parcheggia in un certo posto o perché percorre una certa strada di alta montagna). Quindi pago volentieri se ho un parcheggio con cestini per la raccolta differenziata, dei servizi igienici, una buona segnaletica sulla sentieristica che parte da quel luogo dove lascio la mia auto, solo per fare alcuni esempi.

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Il Lago di Lod in attesa dei turisti – Chamois (AO)

Non so se al mare o in altri “luoghi turistici” si viva il “problema” allo stesso modo. Non conosco abbastanza le altre realtà per poter fare dei confronti. Ciò che si sta verificando in questi giorni non è che un peggioramento di ciò che già avveniva ogni estate. Ricordo per esempio ciò che accadde l’anno scorso durante un periodo di caldo eccezionale tra fine giugno ed inizi di luglio, con la gente che scappava dalle città sperando di trovare refrigerio in montagna. Non solo infinite code nelle valli al rientro, ma sovraffollamento, immondizia ovunque, prati calpestati, ecc…

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Le vacche escono dalla stalla dirette verso i pascoli, scene di normale vita rurale in una zona altamente turistica – Losanche, Valtournenche (AO)

Soluzioni? Buonsenso e buona educazione risolverebbero almeno l’80% delle criticità. Per il sovraffollamento non so che dire, siamo sicuramente un po’ allo stretto in generale sulla Terra e molti di noi, sia nella vita di tutti i giorni, sia nei momenti in cui siamo turisti, vorrebbero poter godere di un luogo in pace e tranquillità. Penso a quella signora che, l’altro giorno, in un gruppo di montagna su facebook chiedeva: “Dove posso andare per fare una gita tranquilla senza incontrare gente?“. Ognuno dava il suo consiglio, ma chissà quanti di quelli che leggevano saranno poi andati lì ieri, tutti a cercare la stessa meta solitaria??

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Ancora un cartello che invita al rispetto – La Magdaleine (AO)

Incertezza e confusione

Voi come vi sentite? A me sembra di essere sospesa in una bolla, le giornate passano, si trascinano, ci sono cose da fare, con gli animali non ti fermi mai, ma sono tutte uguali, non c’è più il diversivo della domenica, quando si andava ad una fiera, ad una manifestazione, a trovare qualcuno. Almeno adesso possiamo tornare a camminare in montagna e… fin quando i confini regionali (e nazionali) saranno chiusi, ci sarà poca gente, il che non è un male, per chi la montagna la ama e la apprezza con i suoi silenzi, le sue vastità, la lentezza.

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La neve del 1 marzo – La Pesse, Nus (AO)

Quest’anno la primavera è bellissima, ci sta regalando colori, giornate limpide, giochi di luci e nuvole. Dopo un inverno non così ricco di neve (almeno a queste quote) è stato marzo a portarci il candido mantello. Quando è iniziata la “chiusura”, la natura fuori dalla porta invece si è esibita in una stagione “giusta”, per ora senza eccessi, anche se in questi giorni sono attesi i primi picchi di calore.

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Pulsatille nei pascoli di alta quota – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Qui almeno ce ne siamo accorti e abbiamo potuto apprezzare lo spettacolo naturale, ma non vedevo l’ora di poter salire più in alto e godere delle prime fioriture sui pascoli, le più spettacolari. Ma anche nella loro immutata bellezza, non sono sufficienti a forare quella bolla in cui siamo sospesi e riportarci a ciò che avevamo prima, nel bene e nel male.

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Pierrey – Vallone di St.Barthélemy – Nus (AO)

Siamo ancora un po’ tutti in attesa di “ripartire”, anche chi non ha mai smesso di lavorare nei campi, nei prati, nelle stalle. Ma ripartire… come? L’altro giorno parlavo con un allevatore di una nota località turistica di montagna: “Sono più di 50 anni che vado in quell’alpeggio, ci sono andato fin da bambino. Qui una volta tutti avevano bestie, oggi d’inverno ci sono solo più cinque stalle aperte. Noi, per andare avanti, abbiamo integrato: abbiamo realizzato in alpeggio un piccolo punto ristoro e la vendita diretta dei prodotti. In questi anni passati ha funzionato ed economicamente ha aiutato. Quest’anno non so proprio come andrà… Però per chi ha lasciato perdere del tutto l’agricoltura, puntando solo esclusivamente sul turismo, sarà molto peggio che per noi!

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Il gregge in transumanza attraversa un parcheggio affollato – Pont, Valsavarenche (AO)

Già… chi farà turismo, quest’anno? E come? Non tutti se lo potranno permettere. Poi ci sono le mille regole e limitazioni, la preoccupazione del contagio, tutti quelli che dicono che la montagna sarà da preferire come meta turistica… Non so che dire, sono spaventata da tutto questo, non so cosa mi preoccupi di più.

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Rifugio Coda, sullo spartiacque tra Biellese e Valle d’Aosta

Nel leggere linee guida, normative regionali e comunali, non so se ridere o se piangere. Ignoro se voi abbiate o meno la possibilità di andare in ferie, ma vi viene voglia di farlo, con un “clima” del genere? Come riuscirete a rilassarvi tra spazi da rispettare, mancanza di tutta una serie di intrattenimenti (ludici, culturali, sportivi…), divieto persino per i bambini di giocare insieme (in spiaggia, ma non solo), ristoranti da prenotare in anticipo (immagino che ci sarà anche un tempo massimo per le consumazioni, altrimenti il ristorante fallirà di sicuro, se uno dei pochi tavoli rimasti viene occupato per tutta la sera da chi prende solo un’insalatina e una macedonia).

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Ruscello tra i pascoli, Vallone di St.Barthélmy, Nus (AO)

Lo so che per qualcuno suonerà male, ma… non sarebbe forse meglio un altro approccio? Regole d’igiene, certamente, quelle non guastano mai (e chi lavora in un’azienda agricola che trasforma prodotti di normative ne ha già sempre dovute seguire non poche). Però a fronte di mille divieti, di spauracchi di nuovi periodi di chiusura totale, di vita sociale, educazione scolastica, ecc ridotte a voci, suoni, visi dietro ad uno schermo, verrebbe da dire: “Facciamoci gli anticorpi e si salvi chi può“. Certo, potrebbe toccare anche a me o a qualcuno a cui voglio bene… ma sono pensieri che vengono, specie quando c’è così tanta confusione su questo virus. Su come si diffonde, sui suoi effetti, su quanto durerà, sul vaccino (che, ammesso che si trovi, potrebbe non essere efficace perché il virus, nel frattempo, potrebbe mutare), e via discorrendo. Mascherine sì, mascherine sempre, mascherine no, guanti, un metro, due metri…

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Fiera a Valpelline (AO), edizione 2019

Insomma, al pensiero di dover tornare ad essere “rinchiusa” per mesi, senza la possibilità nemmeno di camminare da sola nei boschi dietro casa, o alla prospettiva di una vita “sospesa” che si protrae magari anche per anni, con la paura e la diffidenza verso chiunque, contatti con il prossimo quasi solo virtuali, box come quelli per i vitelli per andare in spiaggia o al ristorante, non una festa di paese, non un concerto, non una fiera… beh, persino un’amante dei posti solitari e del silenzio come me inizia ad avere certi pensieri.

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Prati a Seissogne – St.Marcel (AO)

Anche perché avete un bel dire che la montagna offre più possibilità di isolarsi e stare all’aria aperta, ma… ammesso che riaprano i confini regionali e nazionali, si creerà un affollamento pure lì, sia per chi si spingerà più lontano a piedi, sia per chi raggiungerà solo mete più accessibili. Non riesco ad essere ottimista, su questi aspetti. La gente è più che mai nervosa, irritabile, egoista e prepotente. Altro che appellarsi al rispetto reciproco e alla comprensione! Da una parte ci saranno gli interessi economici, dall’altra i timori di rischi sanitari, dall’altra ancora la voglia di poter dimenticare ciò che attende il “vacanziero in tempi di Covid” al ritorno da quel periodo di svago…

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Capre al pascolo – Nus (AO)

I pensieri si accavallano, qui nella mia bolla. Le capre pascolano inconsapevoli, per loro la stagione è buona, le piogge hanno portato erba e foglie in quantità, fino all’altro giorno non faceva nemmeno troppo caldo e presto verrà il giorno di partire verso l’alpeggio. Piccole certezze e punti fermi in un periodo di grande confusione…

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Ultimamente non mi vengono le parole. Ho scritto diversi post, che però poi non ho pubblicato. Non mi sento abbastanza competente per parlare, per giudicare, per fare delle proposte. All’inizio di questo strano periodo mi hanno “salvata” i capretti, il momento delle nascite lo aspetti tutto l’anno, sai che sarà fatto di gioie, dolori, sorprese, a volte qualche lacrima, spesso tante risate nel vedere i piccoletti alle prese con i primi giochi.

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Prime uscite al pascolo con i capretti a metà marzo – Petit Fenis, Nus (AO)

Il primo momento di “blocco” lo abbiamo affrontato così, niente cambiava nelle nostre vite, dovevamo stare a casa per badare agli animali ed essere pronti a tener d’occhio il parto successivo. E’ un momento molto delicato e non sempre va tutto bene, senza l’intervento tempestivo e l’aiuto dell’allevatore (ma anche del veterinario, nei casi più complicati). Per dare coraggio e portare una ventata di aria fresca, condividevo con gioia le foto dei nostri animali. All’inizio tutti apprezzavano e mi ringraziavano.

Abbiamo anche suonato le campane, un suono di ringraziamento per i medici e infermieri, un suono di ricordo per chi non c’era più, un suono di gioia per i bambini frastornati da questo improvviso cambiamento di vita. Ormai è passato un mese da quel giorno, il primo giorno di primavera. L’umore di tutti nel frattempo è cambiato, perché volevamo, speravamo che andasse tutto bene, invece non è stato così.

Adesso ci ritroviamo confusi, stufi, preoccupati, frustrati. All’inizio non sapevamo, non capivamo fino in fondo. Non siamo medici, non siamo scienziati, non siamo politici e amministratori che devono prendere le decisioni. Essendo una cosa del tutto nuova, la gran parte di noi non poteva far altro che aspettare, adeguandosi a ciò che ci veniva detto di fare. L’isolamento aveva un senso, sia per prevenire/fermare il contagio, sia per ridurre il rischio di incidenti di qualsiasi tipo, che avrebbero sovraccaricato gli ospedali in un momento delicatissimo, tra il gran numero di malati da Covid e la necessità di riorganizzare i reparti.

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Al pascolo sopra al villaggio – Petit Fenis, Nus (AO)

In montagna, dopo una prima fase di grande confusione in cui, senza comprendere ancora bene che nemico si dovesse fronteggiare, qua e là si invitava a non disertare impianti e alberghi in nome dell’aria pura… dopo si è capito che il naturale isolamento di queste terre poteva essere una salvezza. Ed era giusto bloccare chi, a pandemia ormai dichiarata, partiva verso le seconde case, arrivando da nord come da sud. Si sapeva già che, oltre ai malati, c’erano persone asintomatiche, ma portatrici del virus. Non era “razzismo” contro chi veniva da fuori, ma buonsenso e istinto di sopravvivenza. Meno ci si spostava, minori erano i rischi di ingresso e diffusione del virus.

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Spensieratezza al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Aspettavamo quindi, tutti nel nostro isolamento, o in uscite controllate, solo per necessità di vario tipo, di veder scendere il numero dei deceduti e dei contagiati. Invece sono venute a galla le falle del sistema, gli scandali delle case di riposo. Non erano solo notizie del TG, ma anche testimonianze dirette della gente che conoscevi. “Hanno fatto stare a casa un mio collega perché lo zio che vive con loro si è ammalato. Non hanno fatto il tampone a nessuno in famiglia, dopo 2 settimane l’hanno fatto tornare al lavoro, visto che nessuno aveva sintomi…“. “Quando mio papà si è ammalato, ci hanno fatto stare in isolamento. Poi lui è mancato e ci hanno rimandate a casa, senza farci tamponi.” “Mia cognata lavora in una casa di riposo, hanno fatto i tamponi agli ospiti, ma a loro che entravano e uscivano solo a fine marzo…

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L’orto, più che mai fondamentale nell’isolamento – St. Marcel, (AO)

Pian piano la gran parte di noi si è stufata. Bene o male tutti hanno avuto la vita stravolta, gli è stato vietato il contatto con affetti che non vivono nella stessa casa, tutto si è complicato, le difficoltà economiche si sono abbattute sulle famiglie, sulle aziende. Lo stress psicologico ha avuto la meglio, la privazione di molte liberà ha superato la paura del contagio, in un certo senso. Anche perché si iniziava a capire come fare per difendersi (norme igieniche, evitare i luoghi affollati, utilizzo di protezioni) e non si capiva più perché, anche in montagna, non si potesse uscire a fare due passi o a fare l’orto. Pian piano sull’orto c’è stato qualche spiraglio (bontà loro, vicino a casa ce l’hanno poi lasciato fare, da un paio di giorni anche se non è nello stesso comune), ma sulle “attività all’aria aperta”, veto assoluto.

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In questa stagione più in alto dovrebbe essere così.. – Vallone di St. Barthélemy, Nus (AO)

Fatemi dire due cose: la comunicazione ha avuto varie pecche, in questi mesi, tra cui quella di demonizzare le attività “ludiche” all’aperto. Una buona fetta del pubblico ha identificato in “untori” coloro che vanno in bici, a piedi, di corsa. Se ho ben capito, il divieto è nato perché si cercava il più possibile di ridurre i rischi di incidenti (da quando hanno chiuso prima gli impianti di sci, poi tutto il resto, in due mesi l’elisoccorso sarà passato una volta sola, qui sopra, mentre prima i voli erano quasi incessanti, soprattutto nel fine settimana) e quindi il numero di persone che necessitavano di assistenza, cure, personale sanitario e posti letto in ospedale. Poi, ovviamente, le attività di gruppo potevano favorire i contagi. Però lo stare all’aria aperta fa bene a tutti: il sole è fondamentale per la vitamina D, che sembrerebbe rinforzare le difese contro il virus, il movimento fa bene al corpo e allo spirito. Quindi… in assoluta sicurezza, da soli o con il proprio partner, con i figli, con chi abita con noi, senza cimentarsi in imprese pericolose, perché non poter uscire di casa?

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Sui sentieri… solo con le capre! – Petit Fenis, Nus (AO)

Non so altrove, ma qui la sorveglianza è costante. Non solo nei fine settimana, ma ogni giorno le forze dell’ordine preposte a tali controlli passano e ripassano, pronti a fermare chi affrontava un’escursione anche breve (o andava nell’orto, nella vigna presso un altro villaggio). Come dicevo, alla questione degli orti finalmente si è trovata la soluzione. Gli orti sono fondamentali soprattutto per produrre cibo da consumarsi a breve termine o in futuro, riducendo così la necessità di affollare negozi e supermercati (dov’è sempre stato concesso andare, a volte affrontando anche lunghe code).

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La fioritura del tarassaco nei prati – Petit Fenis, Nus (AO)

Alcuni amici mi hanno chiesto se volevo aderire ad una raccolta firme lanciata qui in Valle d’Aosta per chiedere che, data anche la particolare conformazione territoriale, si potesse tornare ad uscire, in totale sicurezza e con buonsenso. Non mi dite: “Eh ma se poi qualcuno va a scalare il Cervino e si fa male…“. Se qualche idiota lo fa, lo si prende e gli si fa pagare una multa da togliergli tutte le voglie, magari destinando i soldi della sanzione all’ospedale. C’è e ci sarà sempre chi non rispetterà le regole, non lo farà entrando in un negozio e non lo farà in montagna, ma per colpa degli stupidi e degli irresponsabili, chi invece si comporta bene deve pagarne le conseguenze peggiori? Un coltello può essere usato per uccidere, ma anche per affettare il formaggio o il pane, tutto sta a chi lo usa, no? Eppure non è mai stata vietata, la vendita dei coltelli…

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Il sentiero che da Nus ( AO) sale alle frazioni della collina

In meno di due giorni la raccolta firme ha già superato le 5000 adesioni, speriamo possa portare a qualche risultato. Magari potreste dirmi: “Ma tu ci stai già, in montagna, cosa vuoi ancora?“. E’ vero, sto in montagna ed esco al pascolo, ma senza capre non potrei nemmeno andare a raccogliere le erbe selvatiche, ottime e salutari! Non potrei andare a più di 200 metri, tanto quanto chi sta in città. Voi che non capite l’esigenza di chi, come me, vorrebbe poter fare una passeggiata… cosa vi manca di più, in questi giorni? L’aperitivo? L’andare al cinema? Il fare shopping? Cosa di queste cose si può fare da soli o in due, in piena sicurezza, senza correre il rischio di infettare/essere infettati? Sono tante le necessità di ciascuno di noi, in questi giorni, per cui non possono continuare a tenerci segregati all’infinito. Qui si ragiona sulla necessità di poter camminare all’aria aperta, altrove persone competenti in altri settori analizzeranno come predisporre per l’apertura dei locali pubblici, dei rifugi alpini, delle scuole, ecc.

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Pascolo pomeridiano – Petit Fenis, Nus (AO)

Concludo con una riflessione: molti di coloro che, sui social, puntano il dito contro chi va a fare due passi o una corsetta, sono anche allevatori/agricoltori, categoria che ha patito vincoli minori sulla mobilità rispetto al resto della popolazione. Come dicevo prima, in virtù del nostro lavoro, possiamo uscire nei prati, nei campi possiamo portare al pascolo gli animali e qualcuno ha già anche affrontato le prime transumanze. Se vediamo qualcuno che corre o cammina accanto ai nostri prati, né ci sta contaminando (il virus si trasmette in altri modi), né è per colpa di quel poveretto (che vuol giusto fare un po’ di attività fisica perché chiuso tra le quattro mura di casa non ce la fa più) che le regioni e il Governo non sbloccano il ritorno alle varie attività. Se volete firmare anche voi per un lento ritorno all’aria aperta, in piena sicurezza e rispetto del prossimo, per tornare ad apprezzare paesaggi, territori (e poi anche i prodotti), potete farlo qui.

Parlar di lupi ad Aosta

Ieri si è tenuta la serata “Il lupo in Valle d’Aosta. Una convivenza possibile”, organizzata da alcune associazioni ambientaliste, che prevedeva l’intervento di tre tecnici (Luca Giunti, Roberto Sobrero, Dario De Siena) e del responsabile del settore flora, fauna e ambiente della Regione (Paolo Oreiller). Purtroppo la sala, pur capiente, non è riuscita ad accogliere tutti coloro che erano interessati ad assistere all’evento. Molti allevatori, arrivati con un ritardo anche solo di qualche minuto dall’inizio previsto (tempo di finire i lavori in stalla, mangiare, lavarsi e raggiungere il capoluogo per le 20:30…), non sono letteralmente riusciti ad accedere alla sala, già gremita. Un vero peccato, perché la serata è stata interessante, istruttiva e, fortunatamente, non è degenerata in polemiche inutili. Penso che, alla fine, siano usciti delusi soprattutto gli estremisti (da una parte e dall’altra), e questo può essere indice di una buona qualità nell’informazione data. Però qualche critica da fare ce l’avrei…

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Fare una sintesi su quanto detto non è facile, perché gli argomenti trattati sono stati molteplici, tutti ugualmente importanti e articolati. Quello che vorrei evidenziare è come la questione sia stata affrontata in modo estremamente obiettivo, con una grande attenzione rivolta agli allevatori. Dal momento che il pubblico in sala comprendeva ogni categoria di persone, è stato mostrato come il lupo ha colonizzato il territorio, quanti danni fa con le predazioni, come questo sia un danno sia economico, sia psicologico e morale, quanto sia complesso cercare di difendere gli animali dagli attacchi… ma sono state date anche regole ben precise per tutti gli abitanti/fruitori della montagna.

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L’osso è tagliato di netto, ma chi ha portato nei boschi questa zampa bovina?

Innanzitutto è stata posta l’attenzione su come non si debba MAI foraggiare gli animali selvatici, volontariamente o involontariamente (non lasciare cibo per il lupo, ma nemmeno lasciare cibo per altri animali, che potrebbe attirare il lupo, non lasciare scarti di macellazioni, placente, ecc intorno all’azienda agricola o nella concimaia). Per chi va a spasso con il proprio cane, è stato spiegato come vi sia pericolo per il cane se lasciato LIBERO (d’altra parte la legge prevede che venga tenuto al guinzaglio o comunque nelle immediate vicinanze del padrone). Un cane libero che entra nel territorio di un branco di lupi è spacciato. …ma lasciare un cane che gira libero può essere anche pericoloso per il bestiame presente…

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Resti di una predazione su selvatico – St.Denis (AO)

Sto citando a memoria alcuni dei passaggi che ritengo particolarmente importanti da far conoscere al pubblico. Per quanto riguarda la pericolosità per l’uomo, è stato detto che, certo, il lupo può essere pericoloso in determinate situazioni. E’ vero che, in passato, si registravano attacchi alle persone, ma erano tempi in cui la montagna era densamente popolata e la selvaggina invece scarseggiava. Tutti i lupi ritrovati morti in questi anni non presentavano una condizione di malnutrizione: fauna selvatica ce n’è eccome, il lupo attacca per fame e si rivolge soprattutto alle prede conosciute, che sa come cacciare. Se però cerchiamo di avvicinarci (volontariamente o involontariamente) ad una tana, se cerchiamo di prendere un lupo ferito o malato, o se incontriamo un lupo in una situazione in cui lui si sente in pericolo (spazio ristretto, passaggio obbligato), allora sicuramente potrebbe esserci l’incidente per l’uomo.

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Dopo gli attacchi, queste pecore vengono ritirate in stalla anche in alpeggio ed escono al pascolo insieme alla mandria bovina – Colle del Nivolet, Valsavarenche (AO)

Per quanto riguarda le predazioni al bestiame domestico, il lupo attacca la preda che gli “costa” meno in termini di dispendio energetico e pericolosità e che gli garantisce il miglior beneficio. Tra prendere una pecora al pascolo e correre dietro ad un camoscio su per le cenge, prende la pecora. Ma se il bestiame domestico è ben protetto, tende ad andare a cercare cibo altrove. E’ stato detto chiaramente che non bisogna in alcun modo far sì che il lupo si avvicini all’uomo, bisogna disincentivare tale fenomeno. Si è parlato anche di abbattimenti? Sì… e non sono stati gli allevatori a farlo (con un certo disappunto da parte delle componenti ambientaliste più estreme presenti nel pubblico).

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Vasti pascoli nella piana del Nivolet, ma il territorio di un branco di lupi è ben più ampio di una vallata – Valsavarenche (AO)

Bisogna però tener conto che il lupo è una specie protetta e non sarà la Valle d’Aosta o qualsiasi altra regione a poter cambiare questo aspetto. Come è stato detto chiaramente in apertura di serata, il lupo è anche (e soprattutto) una questione politica. Se ci sarà un impegno politico, si potrà arrivare, attraverso la condivisione del Piano Lupo del Ministero dell’ambiente, anche a degli abbattimenti. Attraverso una valutazione, potrà essere eliminato il branco o il lupo particolarmente dannoso o aggressivo. Però è scientificamente provato che, una volta che il territorio è stato colonizzato, se si eliminano uno o più lupi, altri prenderanno il loro posto, se quello è un territorio dove c’è la possibilità di alimentarsi e sopravvivere. Lo dimostrano casi di studio come quello francese, paese europeo in cui si effettuano abbattimenti.

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Allevatore al pascolo con i suoi cani toccatori nel vallone di Comboé – Charvensod (AO)

Sul lupo in Valle sono stati presentati dati e numeri (si stimano 54 lupi, numero che aumenta in presenza delle cucciolate e dei giovani individui prima che avvenga la dispersione), attualmente organizzati in branchi che coprono tutto il territorio regionale. Gli attacchi ci sono, le misure di prevenzione contribuiscono a limitarli, ma non li azzerano. Veniamo quindi al punto dolente, su cui ci sarebbero molte considerazioni da fare e non so se riuscirò a scriverle tutte qui. Ieri sera c’è stato ben poco spazio per poterle esternare, poiché non si poteva andare avanti tutta la notte a parlare, la sala doveva chiudere. Sono stati presentati modelli di prevenzione, modelli che stanno dando risultati, ma… in situazioni e condizioni diverse da questo territorio.

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In Valle d’Aosta le vacche da latte vengono chiuse in stalla nelle ore centrali della giornata e la notte – Pila (AO)

Ritengo fondamentale che si pongano a confronto le diverse esperienze, c’è sempre da imparare, ma nello stesso tempo bisogna conoscere a fondo le modalità di lavoro e di gestione degli animali di un territorio. E’ stato detto che ogni luogo, magari anche ogni azienda è un caso a sé, ma in generale i modelli proposti ieri sera (si parlava infatti del modello ligure) non rispondono alle esigenze delle aziende valdostane. Ho però sentito parlare di progetti di “assistenza tecnica” per il futuro e questo mi sembra fondamentale (purché i tecnici abbiano alle spalle una solida formazione sia sul lupo, sia sulla gestione del bestiame e conoscano il più vasto numero possibile di situazioni in cui le aziende si trovano a dover “convivere” con il lupo, in Italia e non solo). L’allevatore non deve mai essere lasciato da solo (economicamente, psicologicamente e concretamente) in questa lotta. Perché di lotta (alla sopravvivenza) si tratta, specialmente in un contesto come quello attuale, dove molti allevatori di montagna (specie se piccoli) stanno vivendo una condizione economica molto critica e molti di loro si trovano in condizioni di “rassegnazione” (parola che mi è stata ripetuta più volte, da persone che lavorano in ambiti diversi, ma comunque a contatto con gli allevatori). Lo dico e lo ripeto spesso, ma è stato citato anche ieri sera, come più che mai in queste situazioni il lupo sia la goccia che fa traboccare il vaso. Bisogna quindi aiutare le aziende che “combattono” per convivere con il lupo. Questo sì che è un caso dove stanziare contributi. La Valle d’Aosta  qualcosa lo sta già facendo (finanziando strumenti di difesa attiva e anche contribuendo almeno in parte allo stipendio di un pastore a guardia del gregge), ma le spese dovrebbero essere totalmente coperte, se davvero si vuole proteggere lupo e allevamento.

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Cucciolo di pastore maremmano-abruzzese in un gregge nel Biellese

L’intervento che ho gradito meno, ieri sera, ha riguardato i cani. Innanzitutto sono state consigliate (giustamente) altre razze rispetto al maremmano-abruzzese, ma… prima di tutto sarebbe stato necessario sapere che, in Valle d’Aosta come in Piemonte, le razze ammesse a finanziamento nel bando appositamente creato erano solo il pastore maremmano abruzzese e il Montagna dei Pirenei. Il Pastore della Sila, elogiato dal tecnico, è stato effettivamente scelto da pochi, pochissimi allevatori, ma non rientrava nel suddetto bando, quindi chi li ha è come se non fosse riconosciuto dalle regioni… Sempre nello stesso intervento è stato detto che la Valle d’Aosta non ha una tradizione nell’impiego di cani anche perché “non si fa la transumanza”. Dunque, siamo d’accordo che non ci sia cultura e tradizione per i cani da guardiania (e serve molto lavoro/assistenza su questo aspetto), ma per i cani da lavoro (paratori o toccatori che dir si voglia) gli allevatori li hanno eccome, anche delle razze citate (per esempio il Beauceron, che vedo spesso girando negli alpeggi d’estate). Inoltre la transumanza non sarà quella abruzzese, ma dagli alpeggi si sale e si scende…

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Beauceron, utilizzato per la conduzione di una mandria – Vallone di Saint Barthélemy (AO)

E poi… le razze… spero si smetta di usare il pedigree come parametro per valutare un “buon cane”. Spero che si lavori molto sulla corretta scelta e inserimento dei cani (con assistenza, come detto sopra), ma che si scelgano cani nati e cresciuti in allevamenti di bestiame e non in allevamenti di cani. Ovviamente in aziende di zone dove il lupo c’è e i cani già lavorano per evitare gli attacchi. Sempre sui cani, parallelamente, occorre molto più dell’accenno “i turisti devono rispettare gli animali al pascolo difesi da un cane“. Perché non è vero che il cane che dà problemi è solo colpa dell’allevatore: in più occasioni ho visto gli stessi cani aggredire o semplicemente abbaiare a seconda di come si comportavano i turisti.

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La convivenza forzata talvolta porta alla vendita di tutti/alcuni animali: noi abbiamo dovuto rinunciare alle pecore – Nus (AO)

Ci sono stati anche tre allevatori (invitati dagli organizzatori) che hanno portato il loro esempio di convivenza. Perdonatemi, ma… certo, sono casi esistenti sul territorio, ma quanto erano rappresentativi della media azienda zootecnica valdostana? Tutti noi presenti sul territorio, volenti o nolenti, conviviamo con il lupo. Pure io potevo dire che la nostra è una convivenza al momento riuscita… se per successo si escludono le predazioni dirette. Ma abbiamo già dovuto vendere le pecore (una ventina di capi di razza autoctona rosset, in via di estinzione) perché era impossibile in termini di tempo e di costi gestirle come si deve per poterle proteggere dal lupo. Abbiamo dovuto cambiare in parte la gestione del pascolo sia per i caprini, sia per i bovini. Per l’alpeggio ci affidiamo a terzi e… teniamo le dita incrociate (per le capre comunque c’è la custodia costante e il ricovero notturno in un doppio recinto elettrificato). Abbiamo dovuto abbandonare dei pascoli, appezzamenti ripidi dove non è possibile sfalciare, dal momento che lasciare lì gli animali in reti/fili non era più sicuro. Questa è la convivenza, con costi economici, fisici, temporali.

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Uno dei pascoli ripidi dove mettevamo il recinto delle pecore dopo due anni di inutilizzo – Nus (AO)

Oltre a ciò che ho scritto fin qui, la principale criticità che posso riscontrare nella serata e di non aver fornito “soluzioni applicabili”. In parte perché era impossibile farlo in quella sede, in parte perché chi parlava non conosceva a fondo il sistema zootecnico valdostano (dove le vacche già vengono ricoverate in stalla la notte, dove già non si fa partorire in alpeggio le bovine, ecc…), in parte perché ogni problema richiede un suo studio e una sua soluzione. Però, ai non addetti ai lavori presenti in sala, può esser stata data l’impressione che le soluzioni ci sono e anche i valdostani devono adottarle, così da ridurre il numero di attacchi. Per esempio è stato detto che i cani da guardiania funzionano anche con i bovini, ma la mia esperienza personale mi dice che i casi in cui ciò è stato applicato con successo sono ancora molto pochi per poterlo affermare con tanta leggerezza.

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Mandria di vacche piemontesi ricoverate per la notte in un doppio recinto (reti + filo), con presenza di cani da guardiania, in un alpeggio della Val Chisone (TO)

Anche a chi a questo punto allora invocherebbe lo “sterminio” dei lupi (cosa IMPOSSIBILE dal punto di vista legale), vorrei solo ricordare che… ammesso e concesso che si arrivi a poter sparare al lupo, nel frattempo o comunque anche mentre il numero di lupi viene ipoteticamente ridotto… che si fa? Continuiamo a lasciarci mangiare pecore, capre, vitelli, ecc?? Non è meglio studiare strategie per mettere in sicurezza i nostri animali e, nel frattempo, tener lontano il lupo?

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Capre in alpeggio a Moncorvè – Valsavarenche (AO)

Se avessi la possibilità di partecipare ad un tavolo dove si parla concretamente di decisioni e strategie, da parte mia una delle prime considerazioni sarebbe: “Una squadra che viene per abbattere un lupo è un costo e non è detto che abbia successo. Ma perché non dare all’allevatore (con regolare porto d’armi) il permesso di sparare esclusivamente a quei lupi che vede avvicinarsi ai suoi animali, alla sua stalla?” Visto che bisogna indurre i lupi a girare alla larga, non sarebbe quella una soluzione (non da sola, ma abbinata alle altre strategie di difesa già citate)?

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Manzi incustoditi in un alpeggio ad alta quota nel Vallone delle Laures – Brissogne (AO)

Insomma, la serata di ieri ci è servita per conoscere meglio il lupo (e il “nemico” bisogna conoscerlo, per poterlo combattere), ma anche per sentire come i veri ambientalisti sono quelli che hanno a cuore tanto l’animale selvatico e l’ambiente, quanto l’allevatore e l’allevamento. Non a caso la serata ha lasciato l’amaro in bocca a tanti. Adesso però che si fa? Mi auspico che si voglia far qualcosa davvero (pur tra i mille problemi politici che la Valle sta vivendo) per accelerare questa ricerca di strategie per aiutare effettivamente gli allevatori a prevenire/combattere gli attacchi. Ma bisogna anche dare una risposta chiara a chi dice: “Noi come facciamo? Secondo quello che avete detto, per noi non c’è speranza.” Parlo di alpeggi difficili, senza strade, con strutture fatiscenti, dove vengono lasciate a pascolare bestie non produttive, animali giovani o da carne. Recintare interi alpeggi è impossibile, oltre al costo, alla fatica, alla morfologia del territorio, non dimentichiamoci il passaggio di tutti gli altri animali selvatici (ungulati ecc) che verrebbero a scontrarsi con questi recinti.

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Un camoscio in mezzo ai pascoli d’alpeggio – Piana del Nivolet, Valsavarenche (TO)

Direi che vi ho lasciati con tante riflessioni da fare, ma è la stessa sensazione che ho avuto ieri sera uscendo dalla conferenza. A molti non piaceranno parti del mio articolo, li invito a replicare suggerendomi soluzioni effettivamente applicabili. Il mio invito è tenere sempre presente che il problema è di tutti e va spalmato su tutta la popolazione, non solo sugli allevatori. Questo punto è particolarmente complesso, dato che stiamo vivendo in un’epoca in cui parte della società demonizza gli allevatori senza distinzioni, ritenendo che ogni allevamento sia una fabbrica di sofferenza e di morte, non capendo le differenze tra allevamento intensivo ed estensivo, ma nemmeno il ruolo che l’allevamento sostenibile ha nel mantenimento dell’ambiente, del paesaggio e della biodiversità.

Grigio autunno

L’autunno è la stagione dei colori, ma quest’anno è stata anche la stagione del grigio, quassù. Siamo agli ultimi giorni, l’inverno sta per iniziare, ma più che mai in queste giornate corte e con poca luce è autunno. Sono autunnali soprattutto le temperature, ma anche le condizioni meteo.

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Ultime chiazze di neve lungo il sentiero – Petit Fenis, Nus (AO)

 

Tanti sono stati i giorni di pioggia e soprattutto di nebbia/nuvole basse nel mese di novembre. La stessa situazione si sta riproponendo ora. La neve si è fatta vedere qualche volta, a tratti mista a pioggia, oppure ha cercato di accumularsi, di scendere fino in fondovalle. Ma è durata poco, è arrivato il vento caldo e poi ancora la pioggia. Giorno dopo giorno, anche quella accumulata lungo le strade è sparita, sciogliendosi in rivoli che confluivano in quelli della pioggia o penetrando a fatica nel terreno, ormai inzuppato.

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La nebbia si deposita in goccioline sopra ogni cosa – Petit Fenis, Nus (AO)

L’umidità intride ogni cosa: sia la nebbia, sia la pioggia, restano attaccate all’erba, ai rami, alle ragnatele. Non si esce più al pascolo, l’erba rimasta nei prati sta marcendo, ma le capre non amano la pioggia, quindi restano in stalla, attendendo un tempo migliore. In fondo non fa così freddo, ma farle uscire dopo giorni all’asciutto quando fuori c’è tutta questa umidità forse non è proprio il massimo, per loro.

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Panorami nebbiosi – Petit Fenis, Nus (AO)

Questo grigiume stufa. Qui si è abituati al panorama, alle montagne, al vento, non alla nebbia che dura giornate intere. Eppure tocca attendere ancora, nell’immediato non si prevedono giornate di sole. Ma nemmeno di neve, solo sempre pioggia e nebbia. C’era chi si stupiva per la neve di fine ottobre, ma quella non era anomala.

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Amenti maschili di betulla – Petit Fenis, Nus (AO)

Strano e preoccupante è il “caldo” di questi giorni, con temperature minime notturne di 6-7 gradi persino a queste quote. Su in alto, dove c’era la neve (e ce n’era tanta), sta piovendo: piove anche sulle piste di sci dove molti sperano di passare le prossime vacanze natalizie. Le temperature dovrebbero abbassarsi nei prossimi giorni, ma saranno comunque superiori alla media della stagione. Così qui continuerà a piovere e gli amenti dei noccioli, delle betulle e dei saliconi continueranno ad ingrossarsi come se fosse già la fine di febbraio…

“Avventura e divertimento” al pascolo

In questi ultimi anni sempre più persone hanno “scoperto” il mondo della pastorizia e hanno voluto condividere con il resto del mondo il fascino che esso ha esercitato su di loro. È un percorso che ho compiuto anch’io, come ben sapete. Nel mio caso però in un certo senso questo percorso non si è mai concluso, piuttosto si è evoluto per strade che si sono diversificate nel tempo, sia per scelte, sia per i casi della vita.

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Gregge in alpeggio al Moncenisio (TO)

C’è chi è stato affascinato e ha cercato di trasmettere al pubblico delle emozioni, dei momenti, delle immagini che altrimenti quasi nessuno avrebbe neanche lontanamente immaginato. Sono stati realizzati film, documentari, articoli, libri, mostre fotografiche. C’è anche stato chi ha capito il potenziale emotivo che queste storie e queste immagini potevano suscitare e le ha usate per costruire “prodotti” che potessero funzionare dal punto di vista commerciale.

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Transumanza autunnale in Valchiusella (TO)

Ognuno fa il suo mestiere, per carità… quello che però mi infastidisce maggiormente è veder trattato l’argomento in modo eccessivamente superficiale o sotto un ottica “sbagliata”, perché al giorno d’oggi più che mai al pubblico bisogna dare un messaggio chiaro e corretto, visto che sul mondo dell’allevamento circolano fin troppi luoghi comuni e disinformazione.

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Gregge in alpeggio con maltempo imminente (foto di Mauro Scattolini)

Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere una bella foto realizzata da un fotografo che si sta interessando all’argomento della pastorizia. Lo scatto, realizzato in montagna, ritraeva il gregge in un contesto di maltempo in arrivo. Lo so che dal punto di vista grafico l’immagine funziona bene… ma non bisogna dimenticare il contesto! Essendo stata postata in un gruppo di allevatori, qualcuno aveva fatto osservare che, per l’appunto, la foto era bella, ma l’allevatore e il gregge stavano per passare dei momenti non tanto piacevoli.

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Maltempo in alpeggio in Valchiusella (TO)

Non ricordo a memoria tutta la risposta del fotografo, ma mi è rimasto impresso il fatto che parlasse di “avventura e divertimento” che stavano per cominciare dopo quello scatto. Non basta passare una settimana o un mese con i pastori per capire certe cose… Io lo capisco, il fotografo, lui pregustava gli scatti “unici” che stava per realizzare. Può capitare anche ad altri di scattare una bella foto a un gregge in montagna, ma nel mezzo di un temporale o di una nevicata raramente ci sono spettatori esterni.

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Con il maltempo i lavori si complicano – Val Germanasca (TO)

Sapete dove sta la differenza tra il pastore e il fotografo che vivono questi momenti? Uno è emozionato per le situazioni eccezionali che sta cogliendo con la sua macchina, con la sua telecamera. L’altro è preoccupato per i suoi animali. Cambia la prospettiva, cambia il tipo di coinvolgimento emotivo. Ricordate quando cercavo la copertina giusta per il mio libro fotografico su 10 anni di pascolo vagante? Scartammo le immagini con la neve che forse avrebbero funzionato di più con il pubblico, ma evocavano brutte giornate, momenti duri, difficoltà a sfamare le bestie per i pastori.

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Perturbazione in arrivo al Moncenisio (TO)

Il temporale che incombe, la nebbia che avvolge, la nevicata improvvisa… belle da vedere, forse. Sicuramente creano suggestioni quando le osservi in fotografia. Ma per chi è lì con gli animali significano sia vivere momenti difficili (rimanere ore e ore al pascolo mentre freddo e umidità penetrano tra gli strati di abbigliamento, e non si arriverà nella baita (spesso fredda) fino alla sera), sia essere preoccupati per gli animali. Un fulmine può causare una strage… Un rigagnolo può gonfiarsi di fango scuro e vischioso, impedendo il rientro alla stalla, al recinto. Nella nebbia ancora più facilmente può essere in agguato un predatore. La neve nasconde l’erba, sarà più difficile sfamare il bestiame. Altro che avventura e divertimento!

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Prima neve in alpeggio a fine stagione al Moncenisio (TO)

Non che non si debbano mostrare queste immagini, anzi! Solo che vanno spiegate al pubblico, che conosce sempre meno queste realtà, che sta perdendo completamente il contatto con la terra, con la dimensione rurale del mondo. Si va dall’eccesso di chi accusa un allevatore di maltrattamento perché, d’inverno, vede un gregge all’aperto sotto la neve… a chi propone queste immagini semplicemente come un momento “avventuroso” del lavoro del pastore.

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Un pastore con il suo gregge in Val Germanasca (TO)

Forse chi sta lavorando a un progetto che riguarda la pastorizia o, più in generale, l’allevamento, prima di consegnarlo al pubblico dovrebbe farlo vedere ad un addetto ai lavori. Credo sia valido per qualunque mestiere, si tratti di pastori, pescatori, panettieri, vignaioli… Si eviterebbe così di scontentare proprio la categoria che invece si vuol “celebrare”. La maggior parte delle volte si eccede nel romanticismo. Si preferiscono le storie più naif, si cercano di escludere le “contaminazioni” con il XXI secolo, consegnando al pubblico dei ritratti fuori dal tempo.

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Maltempo in alpeggio – Val d’Angrogna (TO)

Reali, per carità, ma non rappresentativi dell’intera categoria. Certo dipende dalle finalità dell’opera: se si vuole cercare l’ultimo, il più anziano, se si vuole ascoltare la voce del passato o dell’eremita, va bene. Ma se si vuole fare un ritratto della pastorizia odierna bisogna coglierne le molteplici sfaccettature e i chiaroscuri. Così avremo l’anziano che cammina a fianco del suo asino… e il giovane con il fuoristrada e il rimorchio attrezzato, che parla magari di valorizzazione e innovazioni. Forse è “meno bello” per il quadretto, ma continuare ad insistere su scenette tradizionali ha poco senso, non trovate?

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Un “locale lavaggio” non proprio a norma…

A maggior ragione, se compaiono anche i prodotti e le trasformazioni, bisognerebbe spiegare (anche attraverso le parole di chi fa il mestiere) quali sono le normative vigenti. Lo so che le antiche tradizioni sono tanto pittoresche, ci può stare benissimo la voce della casara che dice che stiamo perdendo una parte importante del prodotto in nome di un rigore forse eccessivo… ma per trasformare e per vendere a norma di legge ci sono delle regole, celebrare chi le infrange è anche offensivo per chi ha speso migliaia di euro per adeguare locali e attrezzature. Se vengono mostrate queste immagini, vanno ugualmente spiegate nel loro contesto, altrimenti al pubblico arriva un messaggio errato o non completo.

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Una bella foto, ma al pastore non piacevano le pecore in primo piano… – Val Germanasca (TO)

Per concludere… non so come mai, ma raramente chi non è del mestiere fotografa o filma quelli che sono gli animali preferiti dell’allevatore. Anzi, spesso la telecamera indugia su quegli animali che non si vorrebbe proprio che venissero visti. Un po’ come se venissero a girare un servizio a casa vostra e.. dopo la prima panoramica, ecco un’inquadratura prolungata del cesto della biancheria sporca o di quello sgabuzzino sul retro dove ci sono accumulate mille cose che magari un giorno potrebbero servire! E così la telecamera inquadra a lungo quella pecora che bruca in ginocchio perché ha la zoppina e fatica a camminare… oppure l’agnellino rattrappito con la pancia gonfia per problemi gastrointestinali. O ancora la pecora il cui vello penzola a brandelli per la rogna… Non me le sto inventando, queste scene, le ho davvero viste tutte in foto e video trasmessi anche in televisione. D’altra parte pure io, all’inizio, mi ero fatta stampare una maglietta con la testa di una pecora che sbucava dalla finestra. “Proprio quella lì che è cieca da un occhio…“, mi aveva subito rimproverata il Pastore.

Clima e ambiente

Provo una certa amarezza, in questi giorni, a vedere che la gran parte del mondo zootecnico presente tra i miei contatti sui social stia attaccando e deridendo Greta e, più in generale, tutti coloro che si preoccupano per il clima e l’ambiente. Tra l’altro spesso viene fatta una gran confusione di tutta una serie di concetti che andrebbero invece trattati e analizzati singolarmente.

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Laghetto alpino con poca acqua ad inizio autunno – Vallone di Saint Bathélemy (AO)

Parliamo di ambiente. È vero che, nel mondo agricolo, sovente accusiamo i cosiddetti “ambientalisti”, perché le loro idee sono molte diverse dalle nostre. Per molti di loro l’ambiente è o dovrebbe essere un’utopica wilderness dove non esiste l’uomo e tutte le sue attività. Però poi magari pretendono di fare del turismo, dimenticandosi per esempio che i sentieri di montagna da sempre sono vie di transumanza… che spesso si dissetano a fontane che sono anche abbeveratoi… che le meravigliose fioriture dei PASCOLI alpini le abbiamo grazie al pascolamento, anno dopo anno.

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Irrigazione dei prati nel vallone dell’Urtier – Cogne (AO)

È vero che molto ambientalismo è moda, è un bel modo di riempirsi la bocca di belle parole e sentirsi a posto con la coscienza. Si predica bene, ma si razzola maluccio, perché a tante “comodità” molto poco ecologiche è dura rinunciare. Perché “…lo so che la macchina inquina, ma altrimenti come faccio ad andare…“, “…lo so che l’aria condizionata consuma energia, ma con ‘sto caldo come si fa a dormire, a lavorare…“.

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Dove no si può irrigare, così sono i pascoli ad inizio autunno – Nus (AO)

I punti fondamentali del tanto dibattere di questi giorni sono due: da una parte i cambiamenti climatici, dall’altra i danni che stiamo facendo all’ambiente (e in questo ci mettiamo tutto l’inquinamento, lo spreco, la cementificazione di sempre più superfici, ecc…). Sull’inquinamento possiamo e dobbiamo fare tutti qualcosa. Lo so che “tanto c’è chi inquina più di me, gli aerei, le industrie…”, ma ragionando così non andiamo da nessuna parte. Iniziamo tutti a ridurre qualcosa, a non acquistare con imballaggi in plastica prodotti che possiamo trovare sfusi, per esempio. Acquistiamo prodotti locali per ridurre l’inquinamento legato ai trasporti. Scegliamo sempre frutta e verdura di stagione. Farà bene a noi, all’ambiente e alle aziende del territorio. E questi sono solo alcuni esempi di ciò che possiamo fare.

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Discesa dalla Val Soana di un gregge a fine stagione – Pont Canavese (TO)

Sul cambiamento climatico il discorso si complica. Anche se c’è ancora purtroppo chi si ostina a negarlo, in base a sensazioni o al fatto che “…qui da noi quest’anno di pioggia ne è venuta…“, il fenomeno già ampiamente previsto dagli esperti è in corso e le conseguenze andranno ad influire in vari modi sul nostro futuro. Sono soprattutto coloro che vivono maggiormente a contatto con la natura e che praticano forme di agricoltura e allevamento più tradizionali ad esserne colpiti per primi e, spesso, in modo preoccupante.

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Pascolo invernale, inizi di gennaio, nel Canavese (TO)

Se anche inverni più miti potrebbero favorire una stagione di pascolamento più lunga, con benefici non solo per i pastori vaganti, nel Nord Italia, ma anche per gli allevatori di bovini, che già lasciano la vacca fuori dalla cascina ben oltre Santa Caterina… nello stesso tempo minori precipitazioni nevose e scarse scorte di ghiacciai e nevai rendono sempre più difficile la stagione d’alpeggio. Per non parlare poi delle siccità sempre più prolungate. Oppure di piogge concentrate in periodi ristretti, spesso così violente da causare danni (da vere e proprie alluvioni a temporali violenti, anche uniti a grandine, che rovinano anche e raccolti che dovranno servire da foraggio per l’inverno, come mais o fieno). Così teoricamente si potrebbe pascolare più a lungo in inverno, ma tocca scendere prima dagli alpeggi… e, spesso, gli effetti della siccità si fanno sentire anche in pianura.

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A metà settembre già si lascia l’alpeggio tra nuvole di polvere – Verrayes (AO)

Non c’è modo di slegare l’agricoltura e l’allevamento dal clima! Fare dell’ironia o negare che questo stia cambiando è da folli. Un’altra cosa è capire se e come si possa fare qualcosa per contrastare il fenomeno o combatterne gli effetti. Sul perché tale mutamento del clima stia avvenendo, non c’è una tesi unica e definitiva. Se provate a documentarvi seriamente su siti scientifici, troverete sia chi parla di cicli naturali, sia chi punta il dito quasi esclusivamente sul fattore antropico, cioè l’uomo, con tutte le emissioni legate alle sue molteplici attività. La mia preparazione non è certamente tale da potervi proporre una teoria, probabilmente si tratta di una combinazione delle due cose. Inquinare meno, male non fa di certo, poi probabilmente la natura farà il suo corso. Già nelle ere geologiche del passato ci sono stati grandi sconvolgimenti che hanno riguardato anche il clima e che hanno portato all’estinzione di piante e animali. Sapete allora qual è il problema principale? È che oggi sulla Terra c’è l’uomo, una specie presente un po’ dappertutto e in grandi quantità. Forse anche troppo presente! Non siamo tanto preoccupati per l’orso polare o per la stella alpina, ma per quello che accadrà a noi!

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Violento temporale con grandine ad inizio settembre – Garessio (CN)

Preoccuparsi per il futuro non è poi così sbagliato, soprattutto se si è giovani. Chi non si preoccupa o chi addirittura oggi ride o nega, non venga poi a lamentarsi… Sarebbe meglio iniziare a pensare a delle vere strategie per affrontare questi problemi, ma non solo a livello locale o solo riferite a certi settori. Si è parlato di togliere le agevolazioni al diesel agricolo in Italia. Penso che equivalga a dire innanzitutto: “Facciamo chiudere tutte le piccole aziende già sul filo della sopravvivenza.” Per tutti in generale aumenterebbero le spese, sarebbe impossibile non alzare i prezzi, così sarebbe ancora più vantaggioso acquistare prodotti che provengono da paesi con costi meno elevati e regole (anche sugli aspetti ambientali) meno rigide.

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Fienagione in montagna – Nus (AO)

…e poi comunque, togliendo il diesel agricolo… cosa si vuol fare? Tornare ai buoi e ai muli, con buona pace degli animalisti, o voler rottamare tutti i mezzi diesel? Sarebbe poi così positivo per l’ambiente, dover smaltire migliaia di mezzi per produrne di nuovi??? Meglio pensare, per esempio, a concrete strategie per risparmiare l’acqua, migliorare l’irrigazione ed evitarne gli sprechi. Questi sono veri interventi legati ai cambiamenti climatici. Vi lascio con queste riflessioni e con l’invito a informarvi davvero sulle tematiche climatiche e ambientali, invece di limitarsi ad insultare Greta o, più in generale, tutti quelli che si preoccupano per questi argomenti.

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Capre assetate in un giorno di gran caldo e vento a fine settembre – Nus (AO)

Ps: può esser vero che molti giovani scioperano per il clima più che altro per seguire la massa o per saltare un giorno di scuola… ma allora proponete voi alle scuole che conoscete un venerdì per l’ambiente con un agricoltore o un allevatore! Spiegate ai giovani come una giornata al pascolo sia importante per l’ambiente…

Si dovesse pagare in proporzione…

Non è la prima volta che parlo di fienagione su queste pagine. Oggi volevo stimolare un ragionamento, scontato per alcuni, ma forte totalmente ignoto per altri. Chi fa l’allevatore, specialmente in paesi dove le stagioni impongono un periodo in cui il pascolamento all’aperto è impossibile per mancanza di alimenti “freschi”, deve ricorrere a quelli conservati. Il più naturale (oserei anche dire il migliore) è il fieno.

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Fieno ammucchiato al fondo di un prato ripido: verrà buttato sulla strada, dove lo si imballerà con l’imballatrice – Petit Fenis, Nus (AO)

Fin dall’antichità l’uomo ha raccolto e stoccato il fieno. Se, un tempo, questa era comunque un’attività faticosa, oggi più che mai si nota una differenza tra i territori. Il fieno di montagna non è diverso solo per caratteristiche, profumo, essenze vegetali presenti al suo interno. Lo è anche per metodo di “produzione” e fatica spesa.

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Trattore con imballatrice su un prato “bello” di montagna – Petit Fenis, Nus (AO)

Esistono ancora prati dove il fieno lo si raccoglie a mano e lo si trasporta sciolto in teli o con altri accorgimenti per essere stoccato nei fienili o per raggiungere un luogo dove si possono utilizzare i macchinari per imballarlo. La gran parte dei prati che vengono sfalciati vede comunque l’impiego dei macchinari. Vi sarebbero macchinari pensati appositamente per la montagna, per i terreni ripidi, per le estensioni ridotte, ma da queste parti purtroppo non se n’è mai incentivato l’acquisto e l’utilizzo. Forse però questo tema meriterebbe un’apposita riflessione in un altro momento…

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Fienagione a monte di Verrayes (AO)

Torniamo al nostro fieno di montagna. Ci sono anche in quota spazi dove è un po’ più facile farlo: o nei fondivalle o in aree con superficie di una certa estensione e discretamente pianeggianti. Non siamo proprio nei prati che misurano ettari come quelli di pianura, ma comunque qui si lavora più agevolmente, senza dover scendere dai trattori e senza dover fare troppe manovre (anche ardite) con i mezzi.

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Rotoballe di medie dimensioni di fieno di primo taglio – Petit Fenis, Nus (AO)

Il prezzo del fieno lo fa il “mercato”, non l’agricoltore. Il prezzo del fieno è determinato dalla quantità disponibile a livello generale, dalla qualità, dalla richiesta da parte degli acquirenti. Dipende dall’annata, dalle condizioni meteo (che influenzano notevolmente questa produzione), da quello che è successo nella tua regione, ma anche in quelle vicine. Se devo vendere del fieno, nessuno mi paga le ore di lavoro… A nessuno interessa se è un fieno di prato pianeggiante o ripido. Si guarda se è primo, secondo, terzo taglio. Si guarda da dove viene. Spesso la qualità la si scoprirà solo quando si apre la balla per metterla nella mangiatoia.

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Fieno di primo taglio pronto per essere imballato – Petit Fenis, Nus (AO)

Non interessa a nessuno se e quanto hai faticato per raccogliere quel fieno. Generalmente, su un prato di montagna, quando c’è da far fieno vedi sempre un bel po’ di gente: chi guida i mezzi, chi rastrella a mano. In pianura c’è un grosso, enorme trattore, con attrezzature proporzionate agli spazi per tagliar, girare, ammucchiare, imballare… e una persona alla guida.

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I prati piccoli o quelli troppo ripidi si tagliano con la falciatrice – Petit Fenis, Nus (AO)
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Il fieno viene girato a mano con l’aiuto dei rastrelli – Hers, Verrayes (AO)

In montagna capita spesso di avere appezzamenti di piccole dimensioni, “fazzoletti”, strisce, forme non assimilabili a figure geometriche semplici. Questo è mio, quella è tua, aspetto che tagli tu, così poi io posso accedere al mio pezzo. Quante fatiche, su quei pezzetti, quante manovre con i mezzi per raccogliere tutto! Ma è la loro cura che fa sì che la montagna sia ancora “bella” da vedere. Gradita anche al turista. Qui da noi, nessuno riconosce un valore a queste pratiche di “cura del paesaggio”.

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Ballette prodotte al fondo di un prato ripido – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma il valore del fieno di montagna non lo riconosce nessuno in generale. Il fieno è fieno, se tu l’hai tagliato, girato e ammucchiato a mano, ore e ore su quel ripido prato dove si scivolava persino, calpestando il fieno secco, nessuno ti premierà. Il premio forse è la tua soddisfazione per mantenere in vita quelle terre. Ma se vedi che sei da solo a farlo, che hai troppo lavoro per riuscire a star dietro a tutto, che nessuno ti riconosce questi sacrifici, man mano ti stufi… Così i pezzi più scomodi poco per volta vengono abbandonati al loro destino di rovi, cespugli, bosco.

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Rotoballe in un prato a 1000m di quota – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma voi ci avete mai pensato a tutto questo, quando comprate un formaggio “di montagna”? O della carne dal macellaio di fiducia, sapendo che è carne Italiana, di un allevamento locale? E lo sapete che, all’allevatore, non viene ripagata monetariamente tutta la fatica fatta per alimentare la sua vacca, la sua capra, con quel fieno?

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L’incubo di chi fa fieno: il temporale serale che incombe – Petit Fenis, Nus (AO)

Quassù il primo taglio richiede diverse settimane, pezzo dopo pezzo. In pianura una superficie equivalente probabilmente la si taglia e imballa in un paio di giorni, il tempo che sia secco. La fienagione è anche tempo di imprevisti (e imprecazioni), tra macchinari fondamentali che si spaccano nel momento del bisogno (la cui riparazione richiede tempo, oltre che denaro) e improvvisi temporali non previsti da nessun sito meteo. Certo, far fieno in montagna è una palestra con solarium tutta al naturale, ma di amici che vengano ad aiutare in quei giorni raramente se ne trovano. Se i prodotti finali (latte, carne, formaggi) dovessero essere pagati in proporzione alle ore di lavoro che hanno alle loro spalle, già solo con la fienagione, qui in montagna raggiungerebbero prezzi davvero esorbitanti!

I contributi che ammazzano la montagna

Era il 2003 quando mi trovai a girare per alpeggi, impegnata in un’attività di censimento delle strutture d’alpe e delle loro produzioni casearie. Non conoscevo ancora a fondo quel mondo, ma pian piano mi addentrai tra le sue molte realtà, fino ad entrare a farne parte.

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Pascoli primaverili – St.Rhemy-en-Bosses (AO)

Che il mondo reale fosse diverso dalla favola di Heidi era scontato, ma che progressivamente il marcio, la mafia, le speculazioni si infiltrassero così profondamente in questa “realtà idilliaca” non lo avrei mai immaginato. Allora, agli inizi degli anni 2000, venni a conoscenza della questione dei “tori” in alpeggio. Si sa, l’Italia è terra di menti ingegnose, così ci fu chi sfruttò a suo favore una forma di aiuto, di contributo a sostegno delle aziende agricole erogato dalla Comunità Europea e pensato per i grossi allevamenti di vitelloni all’ingrasso delle pianure. Per incentivare la messa al pascolo di questi animali, veniva dato un contributo sull’intera stalla se una certa percentuale usciva dai capannoni e… pascolava.

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Alpeggio in Val di Susa (TO)

Più o meno doveva essere così e poteva anche avere un senso, ma poi ci fu chi iniziò ad affittare alpeggi pagandoli cifre esorbitanti per aggiudicarsi queste superfici, portare su un camion di poveri vitelloni assolutamente inadatti al clima e al terreno. Ma tutto questo non importava all’allevatore, quel che gli interessava erano i milioni di lire, e subito dopo migliaia di euro, che arrivavano nelle sue casse. Non di rado capitò che i vitelloni morirono, lassù…

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Gregge al pascolo in alta Val Chisone (TO)

Credo che fu quello l’inizio di tutto. Poi ci furono altre “scoperte” più o meno legali che portarono a speculazioni sempre più feroci sugli ettari ed ettari di pascoli montani. Parlo di Alpi, ma anche di Appennini. Non sto a scendere nei dettagli, ma per far capire anche ai non addetti ai lavori, il meccanismo prevede solitamente degli speculatori “di professione”, che investono cifre ingenti per accaparrarsi i pascoli pubblici che vanno all’asta. Gli ettari dei pascoli servono loro come superfici per presentare delle domande per beneficiare di contributi europei. Solitamente la condizione per ottenerli è che vengano pascolati, quindi spesso si ricorre ai “veri” allevatori ai quali sono stati portati via gli alpeggi.

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Pascoli e baite nel Vallone di Bellino (CN)

Negli anni il meccanismo è variato, ci sono stati vani tentativi di contrastare questo fenomeno. Così si è passati da contratti in cui lo speculatore affidava il pascolo a chi gli animali li aveva davvero, a fantomatiche società dove le bestie cambiavano proprietario, sempre per portare soldi (e non parlo di un paio di migliaia di euro ma cifre ben più grosse) agli speculatori. C’erano e ci sono ancora alpeggi dove salgono solo asini, lasciati incustoditi e usati solo per essere “in regola” sulla carta. Ci sono greggi di pecore che vanno da una parte all’altra delle Alpi sempre per lo stesso motivo. Allevatori in difficoltà, rimasti senza alpeggio, che si prestano a questi giochi perché non sanno più dove andare e come sfamare le proprie bestie d’estate. Pensate a cosa possa voler dire perdere l’alpeggio e dover pure intestare i propri animali a una di queste “porcherie”, così come mi diceva al telefono una persona vittima di questo sistema.

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Pascoli della Valchiusella (TO)

Ogni tanto sembra che qualcuno voglia far qualcosa per contrastare il fenomeno… Non è più una novità, le amministrazioni locali dovrebbero essere preparate a veder arrivare “forestieri” a caccia di ettari di pascolo. Ma poi anche quest’anno, 2019, vieni a sapere che certi alpeggi comunali sono andati all’asta ad aprile o a maggio, gli affitti sono stati portati alle stelle da personaggi venuti da fuori, da prestanome per chissà chi o per chissà quali strani giri sconosciuti a noi profani. Parlo del Piemonte, della Valchiusella, dell’alta Val di Susa. L’allevatore che saliva lì da anni può esercitare il diritto di prelazione, certo. Ma come fai a spendere 10 o magari anche 20 volte più di quel che spendevi prima? Da 5-6 mila euro all’anno a 30, 50, 70 mila o anche di più. All’allevatore tradizionale, al piccolo pastore o margaro, quegli ettari non rendono come agli speculatori. Lui non ha quei contributi. Lui, oltre al suo lavoro (che spesso ormai basta quasi solo più a coprire le spese), ne ha altri pensati veramente per chi fa correttamente questo mestiere, ma magari sono bloccati da qualche parte, non gli arrivano nemmeno, ci sono dei ritardi, delle non conformità nelle pratiche… Come vi ho detto, la galassia degli aiuti comunitari non è semplice da comprendere e da spiegare in poche righe.

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Gregge in alta Val Chisone (TO)

Soldi… maledetti soldi… Sono in tanti a dire che, se non ci fossero i contributi, le cose andrebbero meglio. Sparirebbero quelle “aziende” nate apposta per percepirli. Il mercato dei prodotti sarebbe più sano, non falsato dal sistema. Scenderebbero certi costi, come gli affitti degli alpeggi. Ci sarebbe più spazio per chi vuol fare davvero questo mestiere con passione, con amore per gli animali, le tradizioni, i prodotti, il territorio.

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Una vacca con il suo vitello – Val di Susa (TO)

Mi domando perché le amministrazioni comunali permettano che accadano ancora certe cose. Ingenuità? Mah… Scarsa lungimiranza? Meglio riempire oggi le casse, piuttosto che pensare a che territorio ci troveremo domani? E le associazioni di categoria cosa fanno? Sono conniventi con chi opera le speculazioni? Ma sì, perché queste domande di contributi le puoi fare solo passando attraverso un CAF agricolo… E le domande che fanno girare grosse cifre rendono di più anche a chi queste pratiche le elabora.

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Pascoli della Valchiusella (TO)

Cosa faranno quegli allevatori che, da una vita, salivano su quegli alpeggi? Come si fa a fare le aste ad aprile, a maggio? Dove va chi non ha più la montagna adesso? Non che sia più facile trovarne di vuote a novembre o dicembre, ma almeno hai il tempo per organizzarti. Ma non è solo questo, non è solo la difficoltà che colpisce il singolo. È la montagna che va dritta verso la morte. Non tutti gli allevatori lavorano correttamente, come in ogni settore. C’è chi la montagna la gestisce meglio, chi peggio, così forse proprio questo potrebbe essere un buon metro per valutare chi ha diritto a premi e aiuti. Comunque, ci sono maggiori garanzie che curi il territorio il piccolo, chi ha un numero più ristretto di animali, chi anno dopo anno torna nello stesso posto e ha interesse ad avere dei buoni pascoli, delle strutture in ordine.

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L’arrivo di una bovina in alpeggio per la stagione estiva – Verrayes (AO)

Invece questi piccoli stanno morendo, schiacciati da mille problemi. Loro, i custodi della biodiversità, delle tradizioni, del territorio, dei saperi. È vero che certi bandi per l’affitto degli alpeggi oggi includono parametri come le razze locali o la produzione dei formaggi tipici, ma non basta. Chi ha i soldi, questi vincoli li supera agevolmente, e nelle sue tasche pioveranno ancora altre centinaia di migliaia di euro.

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Edificio d’alpeggio in Valgrisenche (AO)

Magari gli speculatori che nelle scorse settimane si sono accaparrati nuove montagne verranno tenuti sotto stretta sorveglianza (non c’è più il corpo forestale, ma qualcuno magari se ne occuperà). Forse ci saranno inchieste che si trascineranno per anni. Potrebbe succedere che qualcuno arrivi a dire che è stato un errore… Nel frattempo gli anni saranno passati, il conto l’avrà pagato la montagna e i suoi abitanti. Non pensiate che siano poche, le aziende che chiudono. Viene detto che è per la “crisi”, ma sotto questo termine troviamo tanti problemi, tra cui quello di cui vi ho appena parlato.

L’intervista con la RAI

Lo scorso gennaio una troupe della redazione Rai della Valle d’Aosta mi aveva seguita e intervistata in una “giornata tipo”. Finalmente il servizio, un condensato di quelle ore di filmati e interviste, è andato in onda ieri sera nel tg regionale delle 19:30. Condivido qui il video, di modo che lo possiate vedere… in tutta Italia!