Un bel periodo di m…

Verrà il giorno in cui torneremo a muoverci, a spostarci, a vivere liberamente. Ma questa libertà sempre e comunque dovrà prevedere delle regole, perché non siamo soli, non siamo unici, ma ci troviamo a condividere spazi, territori, esigenze. Io non sono tra quelli che credono che quello che stiamo vivendo possa renderci migliori. Il mio timore, piuttosto, è che il giorno in cui potremo tornare ad “uscire”, molti saranno ancora più egoisti e prepotenti.

Il fieno rifiutato dalle bovine nella stalla di Aymavilles (AO) – foto E.Cuc (da Facebook)

Vi racconto un paio di esperienze vissute in prima persona o capitate ad amici e conoscenti. Partiamo da una stalla della Valle d’Aosta. Scrive l’allevatrice Elisa Cuc: “Da ieri sera che abbiamo iniziato la rotoballa non ne hanno mangiata nemmeno la metà! Le nostre mucche non mangiamo perché sentono l’odore delle feci e delle urine dei cani. Con questo chiedo di usare un po’ di buon senso e pensare che quando chiediamo di non portare i cani nei prati c’è un motivo ben fondato ed oltre a non mangiare rischiano anche malattie parassitarie.” Il post rimbalza su Facebook e viene condiviso più volte, gli allevatori ovunque hanno lo stesso problema.

Alcuni dei commenti apparsi su facebook

Tra i commenti che ho letto, volevo segnalarvene un paio. “Ma chi ha un cane sa che c’è questo problema?” “Ma perché gli allevatori si lamentano, se poi coprono i prati di letame?” Ci troviamo quindi di fronte a un problema duplice: la mancanza di rispetto (bisognerebbe sempre e comunque raccogliere le feci canine, inoltre un prato o un pascolo ha necessariamente un padrone, quindi il tuo cane è in una proprietà privata, dove non dovrebbe stare) e l’ignoranza, cioè la non conoscenza. Non è male anche quello che propone, come soluzione, il “recintare i prati“.

Uno dei tanti “ricordini” in un prato accanto a un sentiero dove in estate si farà fieno e dove fino a novembre hanno pascolato le vacche – Petit Fenis, Nus (AO)

Facciamo un po’ di chiarezza… Il fattore di rischio sanitario legato a fieno/erba imbrattati da feci canine è dovuto alla Neospora caninum. Qui potete leggere un articolo a riguardo. Poi occorre evidentemente spiegare che c’è una certa differenza tra un escremento di un animale carnivoro e quello di un erbivoro (come la vacca, la pecora, la capra), per non parlare poi dei cani nutriti a crocchette! Qualcuno ha mai fatto caso a quanto tempo impiega a scomparire una cacca di cane? Le deiezioni degli erbivori, non a caso, vanno a costituire il letame, quello che viene impiegato per fertilizzare (naturalmente) campi e prati. Viene sparso sui prati (e sui pascoli) dopo il pascolamento, per restituire al terreno quello che l’uomo o gli animali “portano via”. Lo si fa sotto forma di liquame o di letame “maturo” (dell’anno prima), sparso e distribuito con mezzi idonei. Quando gli animali consumeranno quell’erba, saranno passati mesi, avrà nevicato, piovuto, sarà arrivata la primavera, poi l’estate. Si taglia il fieno e… l’autunno/inverno successivo, mentre su quei prati l’allevatore sta spargendo nuovo letame, le vacche consumeranno quel foraggio.

Prato/pascoli dov’è appena stato sparso il letame nel tardo autunno – Petit Fenis, Nus (AO)

Passiamo ad un altro fatto. Siamo in Veneto, in provincia di Verona. Il fotografo Marco Malvezzi posta questa foto e così racconta: “Questo è il tetto di una stalla, di un allevatore che conosco, su in Lessinia. Ieri qualche bravo turista “rispettoso” ha ben pensato di camminarci sopra, usandolo come trampolino o chissà. Poi magari succede un incidente, e l’allevatore viene pure denunciato. Questo è il livello medio (sottolineo medio, non son tutti così, per fortuna) del rispetto che c’è nei confronti della montagna e dei suoi abitanti. Poi ci si stupisce perché qualcuno si incazza e inveisce contro questi incivili e si afferma che “i montanari sono inospitali”… secondo me hanno anche troppa pazienza.

Il tetto della stalla in un alpeggio della Lessinia usato come “parco giochi” – foto M.Malvezzi, da facebook

Quanti casi più o meno simili abbiamo visto tutti noi… Trovare le stalle degli alpeggi usati come latrine, scoprire veri e propri danneggiamenti causati da persone che sono passate di lì nella stagione in cui l’alpeggio non è utilizzato. Ho visto addirittura i segni di un fuoco acceso contro il muro della baita.

Un alpeggio nella stagione autunnale – Quart (AO)

Mi ha molto colpita uno dei commenti alla foto di Malvezzi. Chi scrive è Ilaria Teofani, che conosce bene la montagna, ma si definisce un’eterna navigante. Vi racconto qualcosa di lei, per comprendere meglio le sue parole. Nata a Civitavecchia, “…dall’ età di sei anni frequento la montagna, dai 6 ai 30 anni ho salito in lungo e largo le amate Dolomiti, sempre nel cuore, con il mio zaino pieno sempre di buone letture. Nel 2014 ho cominciato a vivere tra Piemonte e Valle d’Aosta per ragioni familiari e di lavoro. E in questa occasione, dopo un viaggio in solitaria in valle d’Aosta ho riscoperto la montagna, una montagna diversa dalle mie Dolomiti, quindi una nuova avventura di vita. Per ragioni di lavoro e salute ho deciso di trasferirmi in montagna, pur restando vicino alla pianura piemontese. Il mio progetto era aprire una libreria di montagna in montagna…

Un alpeggio in Valle d’Aosta – Vallone di Saint Barthélemy, Nus

Ecco cos’ha scritto Ilaria commentando il gesto di chi era salito sul tetto della stalla per “gioco”. “Abito in montagna da due anni e mezzo, la frequento e rispetto da una vita pur venendo da contesti totalmente diversi, grande città di mare, di porto, una metropoli come Roma, e tre anni quasi di provincia torinese. Più sto quassù e più capisco molte cose sulla distanza siderale tra montanari e avventori di pianura. Soprattutto sulla pressoché totale ignoranza, anche spesso in buona fede, ma molto diffusa, su cosa significhi davvero vivere in paesi alti quotidianamente e in diverse stagioni dell’ anno, su quali siano davvero le esigenze di chi vive quassù, quali siano le loro opinioni su ciò che accade nell’ attualità e su quali siano realmente i loro desideri, progetti e idee di futuro. Su quali siano le loro battaglie quotidiane passate, presenti e future, su quali siano le loro aspettative e le loro paure.
Non ci parlano con i montanari… Io, che sono un ospite e che quindi ho un punto di osservazione più oggettivo e distaccato, e in un certo senso quindi privilegiato sul piano dell’ analisi, lo vedo che non ci parlano. E quindi non sanno. Alla fine si rischia di pontificare, anche molto in buona fede, su molte cose…senza conoscere il parere, e le relative motivazioni, dei padroni di casa. E la mia curiosità, osservazione e analisi continua, tra le difficoltà quotidiane e il vin brule`in mezzo alla neve con i miei compaesani… non mi stancherò mai di comunicare e cercare di capire a fondo il posto dove mi trovo a vivere in questo periodo della mia vita, sia come luogo fisico sia come luogo antropologico, come casa madre delle persone che mi hanno accolto nella loro comunità.

Turismo estivo in Valsavarenche (AO)

Concordo con queste parole, non avrei saputo spiegare meglio il concetto. Però c’è un’unica cosa che vorrei aggiungere. Non farei una distinzione tra montanari e avventori di pianura, o meglio, allargherei il concetto a chi vive/lavora a contatto con la terra e chi, pur vivendo in ambito rurale (montano, ma non solo), se n’è distaccato completamente, perdendo il senso di ogni meccanismo naturale, perdendo le conoscenze basilari, dimenticando le radici. La conseguenza è che queste persone si comportano esattamente come chi arriva da una realtà lontana dal “territorio”. Anzi, per esperienza personale, spesso si incontrano grossi problemi con chi si è allontanato volontariamente da un mondo rurale che trovava poco consono alle proprie aspirazioni, mentre tra chi vive in un ambiente urbano si incontrano anche soggetti molto attenti, curiosi e consapevoli.

Il mondo agricolo ha sempre più bisogno del turismo per poter sopravvivere

La montagna in futuro ha sicuramente bisogno del turismo per ripartire, ma dovrà più che mai essere un turista informato, attento, rispettoso. Altrimenti, egoisticamente, mi viene da dire che si sta tanto bene così, con poche macchine che passano, con poca gente in giro. Senza turismo (attività peraltro “moderna”, rispetto alla storia delle Alpi), bisognerebbe però ripensare gran parte dell’economia, bisognerebbe tornare all’autosussistenza, bisognerebbe rinunciare a molti aspetti della vita quotidiana di tutti noi.

Pensieri montanari

Le brume oggi avvolgono la valle e si intravvede appena il profilo delle montagne. Le capre cercano ghiande a muso basso nel sottobosco. E’ una giornata d’autunno come tante, come sempre. Sì, quassù è tutto immutato, almeno in apparenza. Se non si ascoltasse il telegiornale o la radio, se non si aprissero i social, se non ci si muovesse da casa, ci potrebbe un’illusione di normalità. Ma non sono così fuori dal mondo, so bene quel che succede “intorno” a me, però nello stesso tempo mi sento fisicamente e mentalmente lontana da tutto, ogni giorno più lontana. Un po’ è un allontanamento volontario, per non farmi prendere da una certa isteria collettiva, un po’ è una strategia di sopravvivenza, dato che l’evitare contatti è comunque la migliore garanzia, di questi tempi (tanti non possono permetterselo, io sì, abbastanza), un po’ è un sentirmi sempre più distante dal modo di vivere e pensare di molta, moltissima gente. L’isolamento non è un gran sacrificio, i luoghi affollati mi hanno sempre messo a disagio, la compagnia ideale per i momenti “sociali” è sempre solo composta da pochi buoni amici.

Atmosfere autunnali con sguardo sulla valle – Petit Fenis, Nus (AO)

Che la folla, la concentrazione di esseri viventi, di esseri umani, fosse malsana già si sapeva. La qualità della vita si abbassa quando molte persone vivono le une vicine alle altre, sopra, sotto alle altre. Forse dal di fuori lo vediamo e lo capiamo meglio? Forse chi vive in città sta bene dov’è, si sente addirittura protetto, avendo perso di vista tutto ciò che è naturale. Cosa penserà quel minuscolo pedone che cammina su di un marciapiedi in città, circondato da immensi grattacieli incombenti su di lui, affiancato da un flusso ininterrotto di auto, furgoni, bus?

Atmosfere urbane – Genova

Io, in montagna, so di non essere niente, una nullità. Più che mai in questa stagione si rafforza questa sensazione, quando in quota c’è un silenzio assoluto e le pareti, spruzzate di neve, sembrano ancora più alte ed austere, svettanti verso il cielo. Mi sento fragile, so che basta anche solo un minuscolo sasso in caduta dall’alto per colpirmi a morte. Il pericolo è ovunque, evitarlo può dipendere dal mio comportamento, dalla mia prudenza, ma non solo, c’è sempre una componente di casualità. Più di una volta, pascolando le pecore, ho visto una pietra rotolare sul versante e colpire fatalmente un animale che fino ad un attimo prima era lì a mangiare con le sue compagne.

Autunno nel Vallone di Saint Barthélemy – Nus (AO)

Quassù vita e morte sono una cosa naturale, quotidiana, ciclica. Gli stambecchi più forti, sani, grassi, pascolano in branco, i maschi da una parte, femmine e capretti dall’altra. Poi c’è il vecchio maschio solitario, o l’individuo ferito, malato, quello che non ha accumulato abbastanza riserve per superare la stagione invernale. In questo caso non c’è solidarietà, quella esiste più nelle favole che non in natura, dove questi animali si allontanano o vengono allontanati dal branco, perché fragili, deboli, portatori di malattie, facilmente cacciabili dai predatori, quindi pericolosi per i loro simili.

Maschi di stambecco nel pieno della forma a fine settembre – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Quando l’uomo gli animali li alleva, interviene per curarli, per quanto possibile. Però la morte arriva, talvolta per problemi di parto, oppure colpisce un soggetto già debole, capita anche che muoia o si debba sopprimere un capo giovane, quello che fino a poco prima sembrava essere il più bello e in forze, ma che poi si ammala all’improvviso. Non si si abitua mai, fa male, ma si sa che è così, la morte è una componente della vita. C’è gente che invece persino evita di nominarla…

Vecchio stambecco solitario, troppo magro per affrontare l’inverno – Champoluc, Val d’Ayas (AO)

Cosa passa per la testa di tutti coloro che pensano che un virus sia un “complotto”? Senza dubbio c’è chi si sta approfittando della situazione che si è venuta a creare con la pandemia e le varie decisioni prese per cercare di arginarla. Il male di uno può essere il bene dell’altro, è una legge di natura anche quella, in fondo. Ci sarà sempre chi si ciba della carcassa di quello stambecco solitario, il giorno che non si alzerà più.

Grifoni intorno ad una carcassa in un canalone – Val di Susa (TO)

Io il virus lo vedo come un segnale della natura verso l’uomo, che sta vivendo nel modo sbagliato, o anche come uno strumento della natura per auto-regolarsi, perché siamo in troppi, viviamo tutti appiccicati gli uni agli altri, in ambienti inquinati, facendo una vita spesso poco sana, quindi siamo troppo fragili. Inoltre ci vogliamo spostare continuamente, con ogni mezzo, persone e merci in un giorno possono fare il giro del globo. Sarebbe da stupirsi se un virus non riuscisse a spostarsi velocemente, così com’è accaduto.

Turisti in una giornata di pioggia nelle vie di Bolzano

Un gregge di capre sta bene, è sano, in forma. Viene unito ad altre greggi per la stagione estiva, tanti animali, appartenenti a cinque, dieci, venti proprietari diversi, tutti ugualmente sani, ma forse no. Sulla quantità, in mezzo a quelle cento o duecento capre, ce n’è uno o forse due che hanno un problema non visibile… ed ecco che tutti gli individui più deboli, quelli con meno anticorpi, quelli che hanno avuto meno contatti con altri in passato, si ammalano.

Gregge di capre in alpeggio – Pont, Valsavarenche (AO)

Passerà anche questo virus. Quel che mi preoccupa maggiormente è il fatto che, già in passato, non si sia investito abbastanza sulla sanità, visto che tutti vogliamo vivere il più a lungo possibile, mi preoccupa il fatto che già prima dovevi aspettare mesi per una semplice visita, che certi giorni passavi ore al telefono per riuscire a prendere la linea per prenotare una visita dal tuo medico di base! Adesso ci vogliono di nuovo chiudere in casa affinché non ci si ammali di Covid-19. Anzi, per non contagiarsi, perché non tutti si ammalano, e anche se ci si ammala, si può anche guarire. Qualcuno muore. Potrei essere io, ma sulla Terra sono quella nullità di cui si parlava. Chiusi in casa senza lavorare, come si fa? Qui in montagna un minimo di autosufficienza ce l’abbiamo, di fame non moriamo, di freddo nemmeno. Ma in città?

Folla nel centro di Aosta per la Fiera di Sant’Orso

I politici che vogliono “chiudere” perché la gente non muoia di Covid, perché non hanno mai chiuso le fabbriche di armi? Quelle ammazzano la gente, senza ombra di dubbio. E perché lo Stato vende le sigarette? C’è scritto persino sul pacchetto che il fumo uccide. Non mi fa “paura” il virus, cerco di seguire le regole per prevenire un possibile contagio, ma quassù non è difficile. Contatti pochissimi, tutte le occasioni “sociali” a cui partecipavamo sono state annullate (fiere, rassegne del bestiame, ecc.), ho fatto scorta della maggior parte dei generi alimentari che mi serviranno nei prossimi mesi. Quelli che non produciamo noi, solitamente li acquistavo in fiera (riso, farina da polenta, spezie, legumi), ma sto provvedendo a farmeli spedire dai produttori.

Fine stagione nei pascoli d’alpeggio per un gregge di pecore che pratica il pascolo vagante – Bardonecchia (TO)

Sicuramente altrove è diverso, lo capisco che abbiate paura. Quando si è in tanti, in troppi, tutti ammassati, ci sono più rischi ed è ovvio che servano più vaccini, più medicinali. Se si vive secondo natura, godendo del sole, del freddo, di cibi genuini, del territorio, di stagione, il nostro sistema immunitario e il nostro corpo sono più forti. Se sto fuori al freddo, rischio meno di prendermi un’influenza rispetto a chi sta tutto il giorno al chiuso. Gli animali, sotto la neve, all’aperto, se sono sani e hanno la pancia piena, non patiscono le basse temperature. Sono “cose della natura”, non c’è nemmeno da spiegarle a chi vive in montagna e fa questo mestiere.

Pascolo autunnale, tra ghiande e foglie – Petit Fenis, Nus (AO)

Le capre continuano a cercare ghiande, qualcuna alza il muso e si drizza per afferrare con i denti una foglia. Anche se, essendo animali domestici, siamo noi a pensare alla loro alimentazione, la natura fornirebbe comunque il giusto cibo per affrontare l’inverno: castagne e ghiande, altamente nutritive, insieme a tutte le foglie che, lentamente, cadranno a terra nei prossimi giorni.

Montagne silenziose, gli alpeggi si sono svuotati e il turismo di massa dei mesi scorsi è cessato con i primi freddi – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Non vi ho dato soluzioni, ci mancherebbe, chi sono io per farlo? Ho solo messo giù, nero su bianco, un po’ di pensieri. Riflessioni anche dure, ma occorre essere realisti e concreti, in un mondo sempre più virtuale che oggi si sta scontrando con questo aspetto della realtà. Anche nel più tecnologico dei mondi siamo comunque soggetti alle leggi della natura… e non sarà barricandoci in casa che diventeremo immortali! (testo scritto il 21.10.20)

Finirà l’estate…

Ci eravamo illusi che stesse arrivando l’autunno, che il caldo fosse alle spalle, quando le nuvole si erano alzate e avevamo visto la prima spruzzata di neve sulle cime e non solo. Si respirava un’altra aria, finalmente frizzante, carica di quell’odore intenso di erba secca, aghi di larice, foglie di rododendro e di ginepro.

Gregge al pascolo nel Vallone del Gran San Bernardo (AO)

Le ombre si allungano, i raggi del sole sono radenti e i colori, specialmente in alta quota, iniziano a cambiare, ma solo sui pascoli, per le foglie degli alberi c’è ancora tempo. Non so voi, ma io ho voglia di autunno. Basta caldo, basta sole che brucia, afa… Ho voglia di aria che pizzica, di maglie con le maniche lunghe, ho voglia di “tana”, di entrare in casa e accendere la stufa, di cucinarci sopra una polenta, di cuocere in forno una torta.

La nevicata di fine agosto sulle cime nel Vallone di Saint Barthélmy – Nus (AO)

All’improvviso, dopo quella pioggia/neve, la montagna per qualche giorno pareva essersi spopolata. I parcheggi alla partenza dei sentieri erano vuoti, la montagna risuonava solo più del sibilo del vento, dei fischi delle marmotte, dei campanacci delle vacche che uscivano dalle stalle per il pascolo, accompagnati dalle grida dei pastori e dall’abbaiare dei cani.

La mandria esce dalla stalla dopo la mungitura per il pascolo serale – Barbonce, Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

L’illusione è durata poco, perché il caldo è tornato, così si continua in pantaloncini e canottiera, si suda al minimo sforzo, si fatica il doppio… Specialmente nel fine settimana, sono tornate pure le “orde” di turisti ad affollare i percorsi più classici, a bivaccare sui pascoli intorno ai rifugi. Oltre al caldo, perdura anche la siccità, che ha ingiallito i prati anzitempo soprattutto in montagna. Già a fine luglio, inizi di agosto, in certi posti ci si lamentava per la siccità. Altrove invece sembra che una volta ogni settimana debba scaricare almeno un temporale, un violento temporale, spesso con venti di burrasca e grandine devastante. Stranezze di un clima sempre più estremo…

Violenta cella temporalesca sulla pianura piemontese (foto da Centro Meteo Piemonte CMP)
Pascoli riarsi dalla siccità a fine luglio nel Vallone del Grauson – Cogne (AO)

Dove la siccità dura da settimane, interrotta solo da brevi spruzzate di pioggia (quasi sempre seguite da giornate di vento) è tutto giallo, marrone, grigio, polveroso. Qua e là ci sono già state le prime transumanze, anticipate rispetto al solito, proprio per colpa della carenza di acqua e dei pascoli riarsi.

Transumanza precoce nelle Valli di Lanzo – Ala di Stura (TO) (foto f.lli Massa)

I nevai sono spariti quasi ovunque, molti ruscelli e torrenti sono asciutti, i laghi più piccoli si sono prosciugati interamente, altri si sono ritirati, lasciando scoperte metri di sponde sassose. Uno “spettacolo” inquietante e preoccupante.

Il Lac de Luseney in secca a metà settembre – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Speriamo arrivi la pioggia, speriamo scendano le temperature. Speriamo non nevichi troppo presto… Lo scorso anno la neve precoce, come spiegano anche gli antichi detti, aveva portato un inverno povero e quasi inesistente, per lo meno da queste parti. Se guardiamo i “segni” della natura, qui i sorbi sono carichi all’inverosimile di frutti. Non è così ovunque, in vallate piemontesi dove i pascoli sono più verdi (grazie a qualche pioggia ogni tanto), i rami dei sorbi non si piegano sotto a grappoli pesantissimi.

Pianta di sorbo montano con abbondanza di frutti – Petit Fenis, Nus (AO)

Per me questo periodo dell’anno rappresenta l’inizio di un nuovo ciclo. Una sorta di capodanno, se vogliamo chiamarlo così. Gli animali rientrano dall’alpeggio e si ricomincia. Ma farlo con temperature quasi maggiori di quando le avevamo accompagnate ai monti non è ciò che mi auguro. Eppure l’altra sera, a più di 2000 metri di quota, all’imbrunire si stava ancora bene in pantaloncini e maglietta.

Gregge al pascolo sulle montagne di Ostana – Valle Po (CN)

Mancano pochi giorni all’autunno del calendario, le previsioni meteo al momento sembrano dire che saluteremo l’estate con un po’ di pioggia, ma purtroppo è da settimane che mostrano la nuvola con le gocce, poi con il passare dei giorni i millimetri previsti si riducono e il giorno stesso le previsioni cambiano ancora, dicendo che neanche questa volta vedremo la pioggia…

Siccità nei pascoli d’alpeggio – Vallone di Vertosan (AO)

Servono regole?

Questo forse è stato l’ultimo weekend di pace per alcune vallate e di delirio per altre. Vivendo questa situazione dalla Valle d’Aosta, regione interamente montuosa e con meno abitanti concentrati in aree urbane rispetto al vicino Piemonte, fortunatamente non ho vissuto quello che si è verificato altrove, con un vero e proprio assalto delle cavallette sul territorio montano non appena sono state “aperte le porte”.

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Area attrezzata deserta in una domenica di maggio – La Magdaleine (AO)

Dal 3 giugno si potrà tornare a spostarsi tra le regioni, quindi anche qui arriveranno i turisti, chi preferisce il mare alla montagna si recherà altrove e comunque ci si distribuirà forse un po’ meglio sul territorio. Tante parole sono già state dette e scritte in merito, aggiungo anche il mio pensiero, se avete voglia di leggerlo.

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Panorama della Val Veny – Courmayeur (AO)

Prima riflessione: le città non sono un posto molto vivibile, la gente che vi abita non vede l’ora di abbandonarle e cercare altrove svago, relax, aria buona. Non è passato nemmeno un secolo da quando le valli sono state bruscamente spopolate per cercare una “vita migliore” in città: più comodità, un lavoro con uno stipendio, un orario… E poi ecco che sono nate le ferie, il tempo libero, tutte cose che in campagna/montagna non esistevano. Le montagne e le colline si sono spopolate, molte delle attività agricole sono state abbandonate, si è toccato il fondo… e poi è iniziata una risalita, ma con delle trasformazioni.

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Infrastrutture per lo sci invernale – La Salette, Valtournenche (AO)

Da una parte si è puntato sul turismo, questa nuova vacca da mungere, questa gallina dalle uova d’oro. Un turismo legato a singole stagioni (la neve, l’inverno), a nuove strutture con forte impatto (impianti di risalita, grossi alberghi, piste) a cui, soprattutto recentemente, si sono affiancate forme più responsabili, più attente al territorio e alla sua riscoperta (trekking, escursioni, attività didattiche e ambientali), con una forte attenzione all’enogastronomia locale. Questo ultimo aspetto ha permesso una rinascita e anche un nuovo insediamento di aziende agricole, alcune delle quali fortemente legate al turismo (con attività ricettive sia per il pernottamento, sia per la ristorazione).

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Uno dei tanti cartelli che invitano al rispetto – Val Veny, Courmayeur (AO)

Non sto a parlare delle nuove regole per chi fa accoglienza, a tutti i problemi che coinvolgono gli operatori del settore turistico, non ne so abbastanza, lascio che siano loro a raccontarveli. Da persona che il territorio lo vive e lo frequenta, però qualche considerazione da fare ce l’ho. Quello che sta accadendo me lo aspettavo. Lo ripeto da anni, c’è una fetta di “turisti”, di “vacanzieri”, di “merenderos” che vedono nella montagna un luogo di svago senza regole, senza confini, senza proprietari. “La montagna è di tutti“, “...i pastori mica sono padroni della montagna!” e altre affermazioni del genere le ho lette solo qualche giorno fa, dopo il famoso primo weekend di apertura, quando “il mondo” si è riversato sulle Terre Alte, non avendo altri posti dove andare, dopo essere stato accusato della famigerata movida perché ci si trovava tutti insieme in città. I posti per ritrovarsi sono quelli, la gente è tanta, cosa c’era da stupirsi nel fatto che si fosse ritrovata “tutta” lì?

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Oltre ai cartelli “istituzionali”, è meglio ribadire il concetto – Val Veny, Courmayeur (AO)

Quando è stato concesso di ritornare all’aria aperta, a camminare in montagna, sono uscite molte tabelle con regole per chi si apprestava ad andarci. Regole anche ridicole, in un certo senso. Ovvie, scontate, per chi in montagna c’è sempre andato ed è stato obbligato a guardarla da lontano per (soli) due mesi. Il problema è che quelle regole andavano fatte leggere, imparare a memoria a quelli che ci sono andati per la prima volta. O che ci sono sempre solo andati saltuariamente in estate quando faceva troppo caldo, quando per “fare una gita” si intendeva arrivare in macchina “da qualche parte”, scaricare coperte, tavolini ecc ecc per fare un pic nic a poca distanza dall’auto.

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Più gente che altrove, ma quasi nessuno rispetto ad una normale domenica di bel tempo – Chamois (AO)

La perdita delle radici rurali è avvenuta velocemente, molti dei “cittadini” arrivano in montagna assolutamente impreparati e ignoranti, ma se le carenze sono solo queste e c’è la buona volontà, con qualche regola si risolve tutto. Se invece si aggiunge la maleducazione, l’arroganza e una dose di irascibilità portata a limiti estremi dalla difficile situazione che stiamo vivendo, lo scontro tra “cittadino” e “montanaro” si fa insanabile (specie se anche il secondo è esasperato e pure lui irascibile). Generalizzare non è mai corretto, ma sbaglia tanto l’abitante della montagna che teme a priori l’arrivo dei turisti cittadini, quanto colui che fa una gita la domenica e già alla sera insulta sui social gli allevatori che hanno cani da guardiania, i contadini che l’hanno cacciato in malo modo quando raccoglieva le erbe selvatiche in mezzo ad un prato e così via. Non esiste il cittadino e il montanaro, ma esiste la persona rispettosa e quella maleducata, con tutte le sfumature e le eccezioni possibili e immaginabili.

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Prati in piena fioritura – Valtournenche (AO)

La montagna non è di tutti e, lasciatemelo dire, non è per tutti. Non è DI TUTTI perché ogni lembo di terra ha un proprietario, un affittuario, delle regole. Ci son terreni privati, comunali, demaniali, terreni che vengono sfalciati, pascolati, boschi che vengono tagliati e are che sono sottoposte a vincoli di tutela perché parchi o aree di interesse naturalistico, faunistico, ecc. Gli alpeggi o hanno un proprietario che li utilizza con i suoi animali o, più spesso, sono dati in affitto ad un allevatore che li gestisce con la sua mandria, il suo gregge, nella stagione estiva. Quindi chi li attraversa è un ospite che si trova sì in un “bel posto” per svagarsi, per fare sport, ma è a casa d’altri per di più in un luogo di lavoro. Lo stesso vale per un bosco, per una baita che, per quanto possa sembrare abbandonata, non è un self service da cui asportare oggetti e materiali… Ovviamente, a maggior ragione, in qualsiasi posto vi troviate, questo non è una discarica dove abbandonare i resti del vostro pic-nic. Penso comunque che chi getta immondizia in montagna lo faccia anche al mare, al lago o lungo le strade della periferia urbana, spero che nessuno si trasformi in incivile solo per ragioni di quota!

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Non a tutti piace la montagna senza eventi e manifestazioni, con “troppa pace” – Chamois (AO)

Non è PER TUTTI perché ha le sue leggi naturali. Bisogna conoscerla sia per rispettarla, sia per affrontarla. O anche solo per “trovarcisi bene” durante una vacanza, soprattutto quest’anno quando molte iniziative organizzate per lo svago dei turisti probabilmente non ci saranno (concerti, sagre, manifestazioni di vario tipo). Quindi… cosa fare in montagna? Riposarsi, prendere il sole, affrontare lunghe camminate, escursioni più impegnative, gite in bicicletta. Gustare un pranzo in rifugio e/o una cena nei vari ristoranti tipici. Ma ricordiamoci che ci può essere il maltempo, il temporale improvviso o la pioggia di più giorni. Magari anche una spruzzata di neve persino al mese di luglio, a certe quote. Dobbiamo affrontarla attrezzati come vestiario, come calzature, come preparazione fisica. Avere una mappa da consultare (cartacea… le app non sempre riesci ad aprirle, senza segnale telefonico)… Bisogna anche saper guidare, in montagna, perché a volte trovi chi va a cacciarsi in difficoltà con mezzi non adatti o chi non sa affrontare strade strette e tortuose. Insomma, tante piccole regole scontate per chi ci va da sempre, ma che possono mettere in difficoltà chi la montagna non la conosce e non è abituato a percorrerla.

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La nebbia può scendere in pochi minuti e rendere il panorama irriconoscibile – La Salette, Valtournenche (AO)

In queste settimane ho notato un aumento di richieste di consigli (su gruppi on-line dedicati alle vallate alpine) riguardanti le escursioni. “Dove posso andare con un bambino piccolo?” “Mi piacerebbe raggiungere un lago/un rifugio/vedere animali selvatici ecc ecc senza dover camminare troppo” e altre domande del genere. Dato che non ci si poteva allontanare dalla propria regione, chi chiedeva non era un turista in cerca di consigli per le vacanze, ma qualcuno che in montagna non c’era mai andato. Quella che per me è una semplice passeggiata, per un neofita può trasformarsi in un incubo: penso a scarpe non adatte, penso ad un temporale improvviso, alla nebbia che sale… Già normalmente capita, di ritorno da qualche gita, di incontrare qualcuno seduto su un sasso o che arranca sotto il sole pomeridiano e, nel vederti, pone la fatidica domanda: “Quanto manca?” Quanto manca… a cosa? Qual è la tua meta? E poi… con un passo normale mancano 10 minuti, mezz’ora, un’ora, ma non so quanto potrai impiegarci tu!

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Capre in un recinto accanto ad una strada nei pressi di un’area attrezzata per turisti – Champléve, Valtournenche (AO)

Potrei scrivere per ore, su queste tematiche. C’è poi la solita diatriba dei cani da guardiania che tanto scalda gli animi con lettere ai giornali e violenti post sui social, ci sono i cani dei turisti lasciati liberi, ci sono le deiezioni (dei cani, dei turisti e tutti i fazzolettini lungo i sentieri, adesso iniziano a comparire anche le mascherine). Insomma, sarebbe tutto riassumibile con un paio di concetti elementari: buona educazione, rispetto e buonsenso, ma una certa parte di popolo fuoriuscito dal lockdown sembra aver cancellato queste parole dal suo bagaglio (o forse già ne era privo), mentre si è caricato di una bella dose di arroganza e insofferenza.

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Segnaletica sul muro di un vecchio alpeggio – Valtournenche (AO)

Concludo con un’altro argomento di stretta attualità collegato con quanto scritto sopra: la “montagna a pagamento” di cui si sta tanto parlando (e che è già diventata una realtà in alcune zone). Numeri chiusi e pedaggi? Non sono contraria a priori, ma… il numero chiuso mi fa un po’ paura, perché se chiudo qui, chiudo là, cosa succede dove lascio libero accesso a tutti? Sul pagamento di un ticket invece sono d’accordo, ma non deve essere una tassa e basta, deve essere usato per finanziare quei servizi di cui usufruirà chi paga (perché parcheggia in un certo posto o perché percorre una certa strada di alta montagna). Quindi pago volentieri se ho un parcheggio con cestini per la raccolta differenziata, dei servizi igienici, una buona segnaletica sulla sentieristica che parte da quel luogo dove lascio la mia auto, solo per fare alcuni esempi.

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Il Lago di Lod in attesa dei turisti – Chamois (AO)

Non so se al mare o in altri “luoghi turistici” si viva il “problema” allo stesso modo. Non conosco abbastanza le altre realtà per poter fare dei confronti. Ciò che si sta verificando in questi giorni non è che un peggioramento di ciò che già avveniva ogni estate. Ricordo per esempio ciò che accadde l’anno scorso durante un periodo di caldo eccezionale tra fine giugno ed inizi di luglio, con la gente che scappava dalle città sperando di trovare refrigerio in montagna. Non solo infinite code nelle valli al rientro, ma sovraffollamento, immondizia ovunque, prati calpestati, ecc…

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Le vacche escono dalla stalla dirette verso i pascoli, scene di normale vita rurale in una zona altamente turistica – Losanche, Valtournenche (AO)

Soluzioni? Buonsenso e buona educazione risolverebbero almeno l’80% delle criticità. Per il sovraffollamento non so che dire, siamo sicuramente un po’ allo stretto in generale sulla Terra e molti di noi, sia nella vita di tutti i giorni, sia nei momenti in cui siamo turisti, vorrebbero poter godere di un luogo in pace e tranquillità. Penso a quella signora che, l’altro giorno, in un gruppo di montagna su facebook chiedeva: “Dove posso andare per fare una gita tranquilla senza incontrare gente?“. Ognuno dava il suo consiglio, ma chissà quanti di quelli che leggevano saranno poi andati lì ieri, tutti a cercare la stessa meta solitaria??

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Ancora un cartello che invita al rispetto – La Magdaleine (AO)

Incertezza e confusione

Voi come vi sentite? A me sembra di essere sospesa in una bolla, le giornate passano, si trascinano, ci sono cose da fare, con gli animali non ti fermi mai, ma sono tutte uguali, non c’è più il diversivo della domenica, quando si andava ad una fiera, ad una manifestazione, a trovare qualcuno. Almeno adesso possiamo tornare a camminare in montagna e… fin quando i confini regionali (e nazionali) saranno chiusi, ci sarà poca gente, il che non è un male, per chi la montagna la ama e la apprezza con i suoi silenzi, le sue vastità, la lentezza.

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La neve del 1 marzo – La Pesse, Nus (AO)

Quest’anno la primavera è bellissima, ci sta regalando colori, giornate limpide, giochi di luci e nuvole. Dopo un inverno non così ricco di neve (almeno a queste quote) è stato marzo a portarci il candido mantello. Quando è iniziata la “chiusura”, la natura fuori dalla porta invece si è esibita in una stagione “giusta”, per ora senza eccessi, anche se in questi giorni sono attesi i primi picchi di calore.

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Pulsatille nei pascoli di alta quota – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Qui almeno ce ne siamo accorti e abbiamo potuto apprezzare lo spettacolo naturale, ma non vedevo l’ora di poter salire più in alto e godere delle prime fioriture sui pascoli, le più spettacolari. Ma anche nella loro immutata bellezza, non sono sufficienti a forare quella bolla in cui siamo sospesi e riportarci a ciò che avevamo prima, nel bene e nel male.

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Pierrey – Vallone di St.Barthélemy – Nus (AO)

Siamo ancora un po’ tutti in attesa di “ripartire”, anche chi non ha mai smesso di lavorare nei campi, nei prati, nelle stalle. Ma ripartire… come? L’altro giorno parlavo con un allevatore di una nota località turistica di montagna: “Sono più di 50 anni che vado in quell’alpeggio, ci sono andato fin da bambino. Qui una volta tutti avevano bestie, oggi d’inverno ci sono solo più cinque stalle aperte. Noi, per andare avanti, abbiamo integrato: abbiamo realizzato in alpeggio un piccolo punto ristoro e la vendita diretta dei prodotti. In questi anni passati ha funzionato ed economicamente ha aiutato. Quest’anno non so proprio come andrà… Però per chi ha lasciato perdere del tutto l’agricoltura, puntando solo esclusivamente sul turismo, sarà molto peggio che per noi!

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Il gregge in transumanza attraversa un parcheggio affollato – Pont, Valsavarenche (AO)

Già… chi farà turismo, quest’anno? E come? Non tutti se lo potranno permettere. Poi ci sono le mille regole e limitazioni, la preoccupazione del contagio, tutti quelli che dicono che la montagna sarà da preferire come meta turistica… Non so che dire, sono spaventata da tutto questo, non so cosa mi preoccupi di più.

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Rifugio Coda, sullo spartiacque tra Biellese e Valle d’Aosta

Nel leggere linee guida, normative regionali e comunali, non so se ridere o se piangere. Ignoro se voi abbiate o meno la possibilità di andare in ferie, ma vi viene voglia di farlo, con un “clima” del genere? Come riuscirete a rilassarvi tra spazi da rispettare, mancanza di tutta una serie di intrattenimenti (ludici, culturali, sportivi…), divieto persino per i bambini di giocare insieme (in spiaggia, ma non solo), ristoranti da prenotare in anticipo (immagino che ci sarà anche un tempo massimo per le consumazioni, altrimenti il ristorante fallirà di sicuro, se uno dei pochi tavoli rimasti viene occupato per tutta la sera da chi prende solo un’insalatina e una macedonia).

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Ruscello tra i pascoli, Vallone di St.Barthélmy, Nus (AO)

Lo so che per qualcuno suonerà male, ma… non sarebbe forse meglio un altro approccio? Regole d’igiene, certamente, quelle non guastano mai (e chi lavora in un’azienda agricola che trasforma prodotti di normative ne ha già sempre dovute seguire non poche). Però a fronte di mille divieti, di spauracchi di nuovi periodi di chiusura totale, di vita sociale, educazione scolastica, ecc ridotte a voci, suoni, visi dietro ad uno schermo, verrebbe da dire: “Facciamoci gli anticorpi e si salvi chi può“. Certo, potrebbe toccare anche a me o a qualcuno a cui voglio bene… ma sono pensieri che vengono, specie quando c’è così tanta confusione su questo virus. Su come si diffonde, sui suoi effetti, su quanto durerà, sul vaccino (che, ammesso che si trovi, potrebbe non essere efficace perché il virus, nel frattempo, potrebbe mutare), e via discorrendo. Mascherine sì, mascherine sempre, mascherine no, guanti, un metro, due metri…

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Fiera a Valpelline (AO), edizione 2019

Insomma, al pensiero di dover tornare ad essere “rinchiusa” per mesi, senza la possibilità nemmeno di camminare da sola nei boschi dietro casa, o alla prospettiva di una vita “sospesa” che si protrae magari anche per anni, con la paura e la diffidenza verso chiunque, contatti con il prossimo quasi solo virtuali, box come quelli per i vitelli per andare in spiaggia o al ristorante, non una festa di paese, non un concerto, non una fiera… beh, persino un’amante dei posti solitari e del silenzio come me inizia ad avere certi pensieri.

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Prati a Seissogne – St.Marcel (AO)

Anche perché avete un bel dire che la montagna offre più possibilità di isolarsi e stare all’aria aperta, ma… ammesso che riaprano i confini regionali e nazionali, si creerà un affollamento pure lì, sia per chi si spingerà più lontano a piedi, sia per chi raggiungerà solo mete più accessibili. Non riesco ad essere ottimista, su questi aspetti. La gente è più che mai nervosa, irritabile, egoista e prepotente. Altro che appellarsi al rispetto reciproco e alla comprensione! Da una parte ci saranno gli interessi economici, dall’altra i timori di rischi sanitari, dall’altra ancora la voglia di poter dimenticare ciò che attende il “vacanziero in tempi di Covid” al ritorno da quel periodo di svago…

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Capre al pascolo – Nus (AO)

I pensieri si accavallano, qui nella mia bolla. Le capre pascolano inconsapevoli, per loro la stagione è buona, le piogge hanno portato erba e foglie in quantità, fino all’altro giorno non faceva nemmeno troppo caldo e presto verrà il giorno di partire verso l’alpeggio. Piccole certezze e punti fermi in un periodo di grande confusione…

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Ultimamente non mi vengono le parole. Ho scritto diversi post, che però poi non ho pubblicato. Non mi sento abbastanza competente per parlare, per giudicare, per fare delle proposte. All’inizio di questo strano periodo mi hanno “salvata” i capretti, il momento delle nascite lo aspetti tutto l’anno, sai che sarà fatto di gioie, dolori, sorprese, a volte qualche lacrima, spesso tante risate nel vedere i piccoletti alle prese con i primi giochi.

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Prime uscite al pascolo con i capretti a metà marzo – Petit Fenis, Nus (AO)

Il primo momento di “blocco” lo abbiamo affrontato così, niente cambiava nelle nostre vite, dovevamo stare a casa per badare agli animali ed essere pronti a tener d’occhio il parto successivo. E’ un momento molto delicato e non sempre va tutto bene, senza l’intervento tempestivo e l’aiuto dell’allevatore (ma anche del veterinario, nei casi più complicati). Per dare coraggio e portare una ventata di aria fresca, condividevo con gioia le foto dei nostri animali. All’inizio tutti apprezzavano e mi ringraziavano.

Abbiamo anche suonato le campane, un suono di ringraziamento per i medici e infermieri, un suono di ricordo per chi non c’era più, un suono di gioia per i bambini frastornati da questo improvviso cambiamento di vita. Ormai è passato un mese da quel giorno, il primo giorno di primavera. L’umore di tutti nel frattempo è cambiato, perché volevamo, speravamo che andasse tutto bene, invece non è stato così.

Adesso ci ritroviamo confusi, stufi, preoccupati, frustrati. All’inizio non sapevamo, non capivamo fino in fondo. Non siamo medici, non siamo scienziati, non siamo politici e amministratori che devono prendere le decisioni. Essendo una cosa del tutto nuova, la gran parte di noi non poteva far altro che aspettare, adeguandosi a ciò che ci veniva detto di fare. L’isolamento aveva un senso, sia per prevenire/fermare il contagio, sia per ridurre il rischio di incidenti di qualsiasi tipo, che avrebbero sovraccaricato gli ospedali in un momento delicatissimo, tra il gran numero di malati da Covid e la necessità di riorganizzare i reparti.

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Al pascolo sopra al villaggio – Petit Fenis, Nus (AO)

In montagna, dopo una prima fase di grande confusione in cui, senza comprendere ancora bene che nemico si dovesse fronteggiare, qua e là si invitava a non disertare impianti e alberghi in nome dell’aria pura… dopo si è capito che il naturale isolamento di queste terre poteva essere una salvezza. Ed era giusto bloccare chi, a pandemia ormai dichiarata, partiva verso le seconde case, arrivando da nord come da sud. Si sapeva già che, oltre ai malati, c’erano persone asintomatiche, ma portatrici del virus. Non era “razzismo” contro chi veniva da fuori, ma buonsenso e istinto di sopravvivenza. Meno ci si spostava, minori erano i rischi di ingresso e diffusione del virus.

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Spensieratezza al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Aspettavamo quindi, tutti nel nostro isolamento, o in uscite controllate, solo per necessità di vario tipo, di veder scendere il numero dei deceduti e dei contagiati. Invece sono venute a galla le falle del sistema, gli scandali delle case di riposo. Non erano solo notizie del TG, ma anche testimonianze dirette della gente che conoscevi. “Hanno fatto stare a casa un mio collega perché lo zio che vive con loro si è ammalato. Non hanno fatto il tampone a nessuno in famiglia, dopo 2 settimane l’hanno fatto tornare al lavoro, visto che nessuno aveva sintomi…“. “Quando mio papà si è ammalato, ci hanno fatto stare in isolamento. Poi lui è mancato e ci hanno rimandate a casa, senza farci tamponi.” “Mia cognata lavora in una casa di riposo, hanno fatto i tamponi agli ospiti, ma a loro che entravano e uscivano solo a fine marzo…

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L’orto, più che mai fondamentale nell’isolamento – St. Marcel, (AO)

Pian piano la gran parte di noi si è stufata. Bene o male tutti hanno avuto la vita stravolta, gli è stato vietato il contatto con affetti che non vivono nella stessa casa, tutto si è complicato, le difficoltà economiche si sono abbattute sulle famiglie, sulle aziende. Lo stress psicologico ha avuto la meglio, la privazione di molte liberà ha superato la paura del contagio, in un certo senso. Anche perché si iniziava a capire come fare per difendersi (norme igieniche, evitare i luoghi affollati, utilizzo di protezioni) e non si capiva più perché, anche in montagna, non si potesse uscire a fare due passi o a fare l’orto. Pian piano sull’orto c’è stato qualche spiraglio (bontà loro, vicino a casa ce l’hanno poi lasciato fare, da un paio di giorni anche se non è nello stesso comune), ma sulle “attività all’aria aperta”, veto assoluto.

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In questa stagione più in alto dovrebbe essere così.. – Vallone di St. Barthélemy, Nus (AO)

Fatemi dire due cose: la comunicazione ha avuto varie pecche, in questi mesi, tra cui quella di demonizzare le attività “ludiche” all’aperto. Una buona fetta del pubblico ha identificato in “untori” coloro che vanno in bici, a piedi, di corsa. Se ho ben capito, il divieto è nato perché si cercava il più possibile di ridurre i rischi di incidenti (da quando hanno chiuso prima gli impianti di sci, poi tutto il resto, in due mesi l’elisoccorso sarà passato una volta sola, qui sopra, mentre prima i voli erano quasi incessanti, soprattutto nel fine settimana) e quindi il numero di persone che necessitavano di assistenza, cure, personale sanitario e posti letto in ospedale. Poi, ovviamente, le attività di gruppo potevano favorire i contagi. Però lo stare all’aria aperta fa bene a tutti: il sole è fondamentale per la vitamina D, che sembrerebbe rinforzare le difese contro il virus, il movimento fa bene al corpo e allo spirito. Quindi… in assoluta sicurezza, da soli o con il proprio partner, con i figli, con chi abita con noi, senza cimentarsi in imprese pericolose, perché non poter uscire di casa?

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Sui sentieri… solo con le capre! – Petit Fenis, Nus (AO)

Non so altrove, ma qui la sorveglianza è costante. Non solo nei fine settimana, ma ogni giorno le forze dell’ordine preposte a tali controlli passano e ripassano, pronti a fermare chi affrontava un’escursione anche breve (o andava nell’orto, nella vigna presso un altro villaggio). Come dicevo, alla questione degli orti finalmente si è trovata la soluzione. Gli orti sono fondamentali soprattutto per produrre cibo da consumarsi a breve termine o in futuro, riducendo così la necessità di affollare negozi e supermercati (dov’è sempre stato concesso andare, a volte affrontando anche lunghe code).

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La fioritura del tarassaco nei prati – Petit Fenis, Nus (AO)

Alcuni amici mi hanno chiesto se volevo aderire ad una raccolta firme lanciata qui in Valle d’Aosta per chiedere che, data anche la particolare conformazione territoriale, si potesse tornare ad uscire, in totale sicurezza e con buonsenso. Non mi dite: “Eh ma se poi qualcuno va a scalare il Cervino e si fa male…“. Se qualche idiota lo fa, lo si prende e gli si fa pagare una multa da togliergli tutte le voglie, magari destinando i soldi della sanzione all’ospedale. C’è e ci sarà sempre chi non rispetterà le regole, non lo farà entrando in un negozio e non lo farà in montagna, ma per colpa degli stupidi e degli irresponsabili, chi invece si comporta bene deve pagarne le conseguenze peggiori? Un coltello può essere usato per uccidere, ma anche per affettare il formaggio o il pane, tutto sta a chi lo usa, no? Eppure non è mai stata vietata, la vendita dei coltelli…

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Il sentiero che da Nus ( AO) sale alle frazioni della collina

In meno di due giorni la raccolta firme ha già superato le 5000 adesioni, speriamo possa portare a qualche risultato. Magari potreste dirmi: “Ma tu ci stai già, in montagna, cosa vuoi ancora?“. E’ vero, sto in montagna ed esco al pascolo, ma senza capre non potrei nemmeno andare a raccogliere le erbe selvatiche, ottime e salutari! Non potrei andare a più di 200 metri, tanto quanto chi sta in città. Voi che non capite l’esigenza di chi, come me, vorrebbe poter fare una passeggiata… cosa vi manca di più, in questi giorni? L’aperitivo? L’andare al cinema? Il fare shopping? Cosa di queste cose si può fare da soli o in due, in piena sicurezza, senza correre il rischio di infettare/essere infettati? Sono tante le necessità di ciascuno di noi, in questi giorni, per cui non possono continuare a tenerci segregati all’infinito. Qui si ragiona sulla necessità di poter camminare all’aria aperta, altrove persone competenti in altri settori analizzeranno come predisporre per l’apertura dei locali pubblici, dei rifugi alpini, delle scuole, ecc.

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Pascolo pomeridiano – Petit Fenis, Nus (AO)

Concludo con una riflessione: molti di coloro che, sui social, puntano il dito contro chi va a fare due passi o una corsetta, sono anche allevatori/agricoltori, categoria che ha patito vincoli minori sulla mobilità rispetto al resto della popolazione. Come dicevo prima, in virtù del nostro lavoro, possiamo uscire nei prati, nei campi possiamo portare al pascolo gli animali e qualcuno ha già anche affrontato le prime transumanze. Se vediamo qualcuno che corre o cammina accanto ai nostri prati, né ci sta contaminando (il virus si trasmette in altri modi), né è per colpa di quel poveretto (che vuol giusto fare un po’ di attività fisica perché chiuso tra le quattro mura di casa non ce la fa più) che le regioni e il Governo non sbloccano il ritorno alle varie attività. Se volete firmare anche voi per un lento ritorno all’aria aperta, in piena sicurezza e rispetto del prossimo, per tornare ad apprezzare paesaggi, territori (e poi anche i prodotti), potete farlo qui.

Parlar di lupi ad Aosta

Ieri si è tenuta la serata “Il lupo in Valle d’Aosta. Una convivenza possibile”, organizzata da alcune associazioni ambientaliste, che prevedeva l’intervento di tre tecnici (Luca Giunti, Roberto Sobrero, Dario De Siena) e del responsabile del settore flora, fauna e ambiente della Regione (Paolo Oreiller). Purtroppo la sala, pur capiente, non è riuscita ad accogliere tutti coloro che erano interessati ad assistere all’evento. Molti allevatori, arrivati con un ritardo anche solo di qualche minuto dall’inizio previsto (tempo di finire i lavori in stalla, mangiare, lavarsi e raggiungere il capoluogo per le 20:30…), non sono letteralmente riusciti ad accedere alla sala, già gremita. Un vero peccato, perché la serata è stata interessante, istruttiva e, fortunatamente, non è degenerata in polemiche inutili. Penso che, alla fine, siano usciti delusi soprattutto gli estremisti (da una parte e dall’altra), e questo può essere indice di una buona qualità nell’informazione data. Però qualche critica da fare ce l’avrei…

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Fare una sintesi su quanto detto non è facile, perché gli argomenti trattati sono stati molteplici, tutti ugualmente importanti e articolati. Quello che vorrei evidenziare è come la questione sia stata affrontata in modo estremamente obiettivo, con una grande attenzione rivolta agli allevatori. Dal momento che il pubblico in sala comprendeva ogni categoria di persone, è stato mostrato come il lupo ha colonizzato il territorio, quanti danni fa con le predazioni, come questo sia un danno sia economico, sia psicologico e morale, quanto sia complesso cercare di difendere gli animali dagli attacchi… ma sono state date anche regole ben precise per tutti gli abitanti/fruitori della montagna.

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L’osso è tagliato di netto, ma chi ha portato nei boschi questa zampa bovina?

Innanzitutto è stata posta l’attenzione su come non si debba MAI foraggiare gli animali selvatici, volontariamente o involontariamente (non lasciare cibo per il lupo, ma nemmeno lasciare cibo per altri animali, che potrebbe attirare il lupo, non lasciare scarti di macellazioni, placente, ecc intorno all’azienda agricola o nella concimaia). Per chi va a spasso con il proprio cane, è stato spiegato come vi sia pericolo per il cane se lasciato LIBERO (d’altra parte la legge prevede che venga tenuto al guinzaglio o comunque nelle immediate vicinanze del padrone). Un cane libero che entra nel territorio di un branco di lupi è spacciato. …ma lasciare un cane che gira libero può essere anche pericoloso per il bestiame presente…

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Resti di una predazione su selvatico – St.Denis (AO)

Sto citando a memoria alcuni dei passaggi che ritengo particolarmente importanti da far conoscere al pubblico. Per quanto riguarda la pericolosità per l’uomo, è stato detto che, certo, il lupo può essere pericoloso in determinate situazioni. E’ vero che, in passato, si registravano attacchi alle persone, ma erano tempi in cui la montagna era densamente popolata e la selvaggina invece scarseggiava. Tutti i lupi ritrovati morti in questi anni non presentavano una condizione di malnutrizione: fauna selvatica ce n’è eccome, il lupo attacca per fame e si rivolge soprattutto alle prede conosciute, che sa come cacciare. Se però cerchiamo di avvicinarci (volontariamente o involontariamente) ad una tana, se cerchiamo di prendere un lupo ferito o malato, o se incontriamo un lupo in una situazione in cui lui si sente in pericolo (spazio ristretto, passaggio obbligato), allora sicuramente potrebbe esserci l’incidente per l’uomo.

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Dopo gli attacchi, queste pecore vengono ritirate in stalla anche in alpeggio ed escono al pascolo insieme alla mandria bovina – Colle del Nivolet, Valsavarenche (AO)

Per quanto riguarda le predazioni al bestiame domestico, il lupo attacca la preda che gli “costa” meno in termini di dispendio energetico e pericolosità e che gli garantisce il miglior beneficio. Tra prendere una pecora al pascolo e correre dietro ad un camoscio su per le cenge, prende la pecora. Ma se il bestiame domestico è ben protetto, tende ad andare a cercare cibo altrove. E’ stato detto chiaramente che non bisogna in alcun modo far sì che il lupo si avvicini all’uomo, bisogna disincentivare tale fenomeno. Si è parlato anche di abbattimenti? Sì… e non sono stati gli allevatori a farlo (con un certo disappunto da parte delle componenti ambientaliste più estreme presenti nel pubblico).

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Vasti pascoli nella piana del Nivolet, ma il territorio di un branco di lupi è ben più ampio di una vallata – Valsavarenche (AO)

Bisogna però tener conto che il lupo è una specie protetta e non sarà la Valle d’Aosta o qualsiasi altra regione a poter cambiare questo aspetto. Come è stato detto chiaramente in apertura di serata, il lupo è anche (e soprattutto) una questione politica. Se ci sarà un impegno politico, si potrà arrivare, attraverso la condivisione del Piano Lupo del Ministero dell’ambiente, anche a degli abbattimenti. Attraverso una valutazione, potrà essere eliminato il branco o il lupo particolarmente dannoso o aggressivo. Però è scientificamente provato che, una volta che il territorio è stato colonizzato, se si eliminano uno o più lupi, altri prenderanno il loro posto, se quello è un territorio dove c’è la possibilità di alimentarsi e sopravvivere. Lo dimostrano casi di studio come quello francese, paese europeo in cui si effettuano abbattimenti.

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Allevatore al pascolo con i suoi cani toccatori nel vallone di Comboé – Charvensod (AO)

Sul lupo in Valle sono stati presentati dati e numeri (si stimano 54 lupi, numero che aumenta in presenza delle cucciolate e dei giovani individui prima che avvenga la dispersione), attualmente organizzati in branchi che coprono tutto il territorio regionale. Gli attacchi ci sono, le misure di prevenzione contribuiscono a limitarli, ma non li azzerano. Veniamo quindi al punto dolente, su cui ci sarebbero molte considerazioni da fare e non so se riuscirò a scriverle tutte qui. Ieri sera c’è stato ben poco spazio per poterle esternare, poiché non si poteva andare avanti tutta la notte a parlare, la sala doveva chiudere. Sono stati presentati modelli di prevenzione, modelli che stanno dando risultati, ma… in situazioni e condizioni diverse da questo territorio.

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In Valle d’Aosta le vacche da latte vengono chiuse in stalla nelle ore centrali della giornata e la notte – Pila (AO)

Ritengo fondamentale che si pongano a confronto le diverse esperienze, c’è sempre da imparare, ma nello stesso tempo bisogna conoscere a fondo le modalità di lavoro e di gestione degli animali di un territorio. E’ stato detto che ogni luogo, magari anche ogni azienda è un caso a sé, ma in generale i modelli proposti ieri sera (si parlava infatti del modello ligure) non rispondono alle esigenze delle aziende valdostane. Ho però sentito parlare di progetti di “assistenza tecnica” per il futuro e questo mi sembra fondamentale (purché i tecnici abbiano alle spalle una solida formazione sia sul lupo, sia sulla gestione del bestiame e conoscano il più vasto numero possibile di situazioni in cui le aziende si trovano a dover “convivere” con il lupo, in Italia e non solo). L’allevatore non deve mai essere lasciato da solo (economicamente, psicologicamente e concretamente) in questa lotta. Perché di lotta (alla sopravvivenza) si tratta, specialmente in un contesto come quello attuale, dove molti allevatori di montagna (specie se piccoli) stanno vivendo una condizione economica molto critica e molti di loro si trovano in condizioni di “rassegnazione” (parola che mi è stata ripetuta più volte, da persone che lavorano in ambiti diversi, ma comunque a contatto con gli allevatori). Lo dico e lo ripeto spesso, ma è stato citato anche ieri sera, come più che mai in queste situazioni il lupo sia la goccia che fa traboccare il vaso. Bisogna quindi aiutare le aziende che “combattono” per convivere con il lupo. Questo sì che è un caso dove stanziare contributi. La Valle d’Aosta  qualcosa lo sta già facendo (finanziando strumenti di difesa attiva e anche contribuendo almeno in parte allo stipendio di un pastore a guardia del gregge), ma le spese dovrebbero essere totalmente coperte, se davvero si vuole proteggere lupo e allevamento.

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Cucciolo di pastore maremmano-abruzzese in un gregge nel Biellese

L’intervento che ho gradito meno, ieri sera, ha riguardato i cani. Innanzitutto sono state consigliate (giustamente) altre razze rispetto al maremmano-abruzzese, ma… prima di tutto sarebbe stato necessario sapere che, in Valle d’Aosta come in Piemonte, le razze ammesse a finanziamento nel bando appositamente creato erano solo il pastore maremmano abruzzese e il Montagna dei Pirenei. Il Pastore della Sila, elogiato dal tecnico, è stato effettivamente scelto da pochi, pochissimi allevatori, ma non rientrava nel suddetto bando, quindi chi li ha è come se non fosse riconosciuto dalle regioni… Sempre nello stesso intervento è stato detto che la Valle d’Aosta non ha una tradizione nell’impiego di cani anche perché “non si fa la transumanza”. Dunque, siamo d’accordo che non ci sia cultura e tradizione per i cani da guardiania (e serve molto lavoro/assistenza su questo aspetto), ma per i cani da lavoro (paratori o toccatori che dir si voglia) gli allevatori li hanno eccome, anche delle razze citate (per esempio il Beauceron, che vedo spesso girando negli alpeggi d’estate). Inoltre la transumanza non sarà quella abruzzese, ma dagli alpeggi si sale e si scende…

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Beauceron, utilizzato per la conduzione di una mandria – Vallone di Saint Barthélemy (AO)

E poi… le razze… spero si smetta di usare il pedigree come parametro per valutare un “buon cane”. Spero che si lavori molto sulla corretta scelta e inserimento dei cani (con assistenza, come detto sopra), ma che si scelgano cani nati e cresciuti in allevamenti di bestiame e non in allevamenti di cani. Ovviamente in aziende di zone dove il lupo c’è e i cani già lavorano per evitare gli attacchi. Sempre sui cani, parallelamente, occorre molto più dell’accenno “i turisti devono rispettare gli animali al pascolo difesi da un cane“. Perché non è vero che il cane che dà problemi è solo colpa dell’allevatore: in più occasioni ho visto gli stessi cani aggredire o semplicemente abbaiare a seconda di come si comportavano i turisti.

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La convivenza forzata talvolta porta alla vendita di tutti/alcuni animali: noi abbiamo dovuto rinunciare alle pecore – Nus (AO)

Ci sono stati anche tre allevatori (invitati dagli organizzatori) che hanno portato il loro esempio di convivenza. Perdonatemi, ma… certo, sono casi esistenti sul territorio, ma quanto erano rappresentativi della media azienda zootecnica valdostana? Tutti noi presenti sul territorio, volenti o nolenti, conviviamo con il lupo. Pure io potevo dire che la nostra è una convivenza al momento riuscita… se per successo si escludono le predazioni dirette. Ma abbiamo già dovuto vendere le pecore (una ventina di capi di razza autoctona rosset, in via di estinzione) perché era impossibile in termini di tempo e di costi gestirle come si deve per poterle proteggere dal lupo. Abbiamo dovuto cambiare in parte la gestione del pascolo sia per i caprini, sia per i bovini. Per l’alpeggio ci affidiamo a terzi e… teniamo le dita incrociate (per le capre comunque c’è la custodia costante e il ricovero notturno in un doppio recinto elettrificato). Abbiamo dovuto abbandonare dei pascoli, appezzamenti ripidi dove non è possibile sfalciare, dal momento che lasciare lì gli animali in reti/fili non era più sicuro. Questa è la convivenza, con costi economici, fisici, temporali.

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Uno dei pascoli ripidi dove mettevamo il recinto delle pecore dopo due anni di inutilizzo – Nus (AO)

Oltre a ciò che ho scritto fin qui, la principale criticità che posso riscontrare nella serata e di non aver fornito “soluzioni applicabili”. In parte perché era impossibile farlo in quella sede, in parte perché chi parlava non conosceva a fondo il sistema zootecnico valdostano (dove le vacche già vengono ricoverate in stalla la notte, dove già non si fa partorire in alpeggio le bovine, ecc…), in parte perché ogni problema richiede un suo studio e una sua soluzione. Però, ai non addetti ai lavori presenti in sala, può esser stata data l’impressione che le soluzioni ci sono e anche i valdostani devono adottarle, così da ridurre il numero di attacchi. Per esempio è stato detto che i cani da guardiania funzionano anche con i bovini, ma la mia esperienza personale mi dice che i casi in cui ciò è stato applicato con successo sono ancora molto pochi per poterlo affermare con tanta leggerezza.

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Mandria di vacche piemontesi ricoverate per la notte in un doppio recinto (reti + filo), con presenza di cani da guardiania, in un alpeggio della Val Chisone (TO)

Anche a chi a questo punto allora invocherebbe lo “sterminio” dei lupi (cosa IMPOSSIBILE dal punto di vista legale), vorrei solo ricordare che… ammesso e concesso che si arrivi a poter sparare al lupo, nel frattempo o comunque anche mentre il numero di lupi viene ipoteticamente ridotto… che si fa? Continuiamo a lasciarci mangiare pecore, capre, vitelli, ecc?? Non è meglio studiare strategie per mettere in sicurezza i nostri animali e, nel frattempo, tener lontano il lupo?

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Capre in alpeggio a Moncorvè – Valsavarenche (AO)

Se avessi la possibilità di partecipare ad un tavolo dove si parla concretamente di decisioni e strategie, da parte mia una delle prime considerazioni sarebbe: “Una squadra che viene per abbattere un lupo è un costo e non è detto che abbia successo. Ma perché non dare all’allevatore (con regolare porto d’armi) il permesso di sparare esclusivamente a quei lupi che vede avvicinarsi ai suoi animali, alla sua stalla?” Visto che bisogna indurre i lupi a girare alla larga, non sarebbe quella una soluzione (non da sola, ma abbinata alle altre strategie di difesa già citate)?

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Manzi incustoditi in un alpeggio ad alta quota nel Vallone delle Laures – Brissogne (AO)

Insomma, la serata di ieri ci è servita per conoscere meglio il lupo (e il “nemico” bisogna conoscerlo, per poterlo combattere), ma anche per sentire come i veri ambientalisti sono quelli che hanno a cuore tanto l’animale selvatico e l’ambiente, quanto l’allevatore e l’allevamento. Non a caso la serata ha lasciato l’amaro in bocca a tanti. Adesso però che si fa? Mi auspico che si voglia far qualcosa davvero (pur tra i mille problemi politici che la Valle sta vivendo) per accelerare questa ricerca di strategie per aiutare effettivamente gli allevatori a prevenire/combattere gli attacchi. Ma bisogna anche dare una risposta chiara a chi dice: “Noi come facciamo? Secondo quello che avete detto, per noi non c’è speranza.” Parlo di alpeggi difficili, senza strade, con strutture fatiscenti, dove vengono lasciate a pascolare bestie non produttive, animali giovani o da carne. Recintare interi alpeggi è impossibile, oltre al costo, alla fatica, alla morfologia del territorio, non dimentichiamoci il passaggio di tutti gli altri animali selvatici (ungulati ecc) che verrebbero a scontrarsi con questi recinti.

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Un camoscio in mezzo ai pascoli d’alpeggio – Piana del Nivolet, Valsavarenche (TO)

Direi che vi ho lasciati con tante riflessioni da fare, ma è la stessa sensazione che ho avuto ieri sera uscendo dalla conferenza. A molti non piaceranno parti del mio articolo, li invito a replicare suggerendomi soluzioni effettivamente applicabili. Il mio invito è tenere sempre presente che il problema è di tutti e va spalmato su tutta la popolazione, non solo sugli allevatori. Questo punto è particolarmente complesso, dato che stiamo vivendo in un’epoca in cui parte della società demonizza gli allevatori senza distinzioni, ritenendo che ogni allevamento sia una fabbrica di sofferenza e di morte, non capendo le differenze tra allevamento intensivo ed estensivo, ma nemmeno il ruolo che l’allevamento sostenibile ha nel mantenimento dell’ambiente, del paesaggio e della biodiversità.

Grigio autunno

L’autunno è la stagione dei colori, ma quest’anno è stata anche la stagione del grigio, quassù. Siamo agli ultimi giorni, l’inverno sta per iniziare, ma più che mai in queste giornate corte e con poca luce è autunno. Sono autunnali soprattutto le temperature, ma anche le condizioni meteo.

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Ultime chiazze di neve lungo il sentiero – Petit Fenis, Nus (AO)

 

Tanti sono stati i giorni di pioggia e soprattutto di nebbia/nuvole basse nel mese di novembre. La stessa situazione si sta riproponendo ora. La neve si è fatta vedere qualche volta, a tratti mista a pioggia, oppure ha cercato di accumularsi, di scendere fino in fondovalle. Ma è durata poco, è arrivato il vento caldo e poi ancora la pioggia. Giorno dopo giorno, anche quella accumulata lungo le strade è sparita, sciogliendosi in rivoli che confluivano in quelli della pioggia o penetrando a fatica nel terreno, ormai inzuppato.

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La nebbia si deposita in goccioline sopra ogni cosa – Petit Fenis, Nus (AO)

L’umidità intride ogni cosa: sia la nebbia, sia la pioggia, restano attaccate all’erba, ai rami, alle ragnatele. Non si esce più al pascolo, l’erba rimasta nei prati sta marcendo, ma le capre non amano la pioggia, quindi restano in stalla, attendendo un tempo migliore. In fondo non fa così freddo, ma farle uscire dopo giorni all’asciutto quando fuori c’è tutta questa umidità forse non è proprio il massimo, per loro.

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Panorami nebbiosi – Petit Fenis, Nus (AO)

Questo grigiume stufa. Qui si è abituati al panorama, alle montagne, al vento, non alla nebbia che dura giornate intere. Eppure tocca attendere ancora, nell’immediato non si prevedono giornate di sole. Ma nemmeno di neve, solo sempre pioggia e nebbia. C’era chi si stupiva per la neve di fine ottobre, ma quella non era anomala.

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Amenti maschili di betulla – Petit Fenis, Nus (AO)

Strano e preoccupante è il “caldo” di questi giorni, con temperature minime notturne di 6-7 gradi persino a queste quote. Su in alto, dove c’era la neve (e ce n’era tanta), sta piovendo: piove anche sulle piste di sci dove molti sperano di passare le prossime vacanze natalizie. Le temperature dovrebbero abbassarsi nei prossimi giorni, ma saranno comunque superiori alla media della stagione. Così qui continuerà a piovere e gli amenti dei noccioli, delle betulle e dei saliconi continueranno ad ingrossarsi come se fosse già la fine di febbraio…

“Avventura e divertimento” al pascolo

In questi ultimi anni sempre più persone hanno “scoperto” il mondo della pastorizia e hanno voluto condividere con il resto del mondo il fascino che esso ha esercitato su di loro. È un percorso che ho compiuto anch’io, come ben sapete. Nel mio caso però in un certo senso questo percorso non si è mai concluso, piuttosto si è evoluto per strade che si sono diversificate nel tempo, sia per scelte, sia per i casi della vita.

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Gregge in alpeggio al Moncenisio (TO)

C’è chi è stato affascinato e ha cercato di trasmettere al pubblico delle emozioni, dei momenti, delle immagini che altrimenti quasi nessuno avrebbe neanche lontanamente immaginato. Sono stati realizzati film, documentari, articoli, libri, mostre fotografiche. C’è anche stato chi ha capito il potenziale emotivo che queste storie e queste immagini potevano suscitare e le ha usate per costruire “prodotti” che potessero funzionare dal punto di vista commerciale.

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Transumanza autunnale in Valchiusella (TO)

Ognuno fa il suo mestiere, per carità… quello che però mi infastidisce maggiormente è veder trattato l’argomento in modo eccessivamente superficiale o sotto un ottica “sbagliata”, perché al giorno d’oggi più che mai al pubblico bisogna dare un messaggio chiaro e corretto, visto che sul mondo dell’allevamento circolano fin troppi luoghi comuni e disinformazione.

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Gregge in alpeggio con maltempo imminente (foto di Mauro Scattolini)

Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere una bella foto realizzata da un fotografo che si sta interessando all’argomento della pastorizia. Lo scatto, realizzato in montagna, ritraeva il gregge in un contesto di maltempo in arrivo. Lo so che dal punto di vista grafico l’immagine funziona bene… ma non bisogna dimenticare il contesto! Essendo stata postata in un gruppo di allevatori, qualcuno aveva fatto osservare che, per l’appunto, la foto era bella, ma l’allevatore e il gregge stavano per passare dei momenti non tanto piacevoli.

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Maltempo in alpeggio in Valchiusella (TO)

Non ricordo a memoria tutta la risposta del fotografo, ma mi è rimasto impresso il fatto che parlasse di “avventura e divertimento” che stavano per cominciare dopo quello scatto. Non basta passare una settimana o un mese con i pastori per capire certe cose… Io lo capisco, il fotografo, lui pregustava gli scatti “unici” che stava per realizzare. Può capitare anche ad altri di scattare una bella foto a un gregge in montagna, ma nel mezzo di un temporale o di una nevicata raramente ci sono spettatori esterni.

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Con il maltempo i lavori si complicano – Val Germanasca (TO)

Sapete dove sta la differenza tra il pastore e il fotografo che vivono questi momenti? Uno è emozionato per le situazioni eccezionali che sta cogliendo con la sua macchina, con la sua telecamera. L’altro è preoccupato per i suoi animali. Cambia la prospettiva, cambia il tipo di coinvolgimento emotivo. Ricordate quando cercavo la copertina giusta per il mio libro fotografico su 10 anni di pascolo vagante? Scartammo le immagini con la neve che forse avrebbero funzionato di più con il pubblico, ma evocavano brutte giornate, momenti duri, difficoltà a sfamare le bestie per i pastori.

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Perturbazione in arrivo al Moncenisio (TO)

Il temporale che incombe, la nebbia che avvolge, la nevicata improvvisa… belle da vedere, forse. Sicuramente creano suggestioni quando le osservi in fotografia. Ma per chi è lì con gli animali significano sia vivere momenti difficili (rimanere ore e ore al pascolo mentre freddo e umidità penetrano tra gli strati di abbigliamento, e non si arriverà nella baita (spesso fredda) fino alla sera), sia essere preoccupati per gli animali. Un fulmine può causare una strage… Un rigagnolo può gonfiarsi di fango scuro e vischioso, impedendo il rientro alla stalla, al recinto. Nella nebbia ancora più facilmente può essere in agguato un predatore. La neve nasconde l’erba, sarà più difficile sfamare il bestiame. Altro che avventura e divertimento!

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Prima neve in alpeggio a fine stagione al Moncenisio (TO)

Non che non si debbano mostrare queste immagini, anzi! Solo che vanno spiegate al pubblico, che conosce sempre meno queste realtà, che sta perdendo completamente il contatto con la terra, con la dimensione rurale del mondo. Si va dall’eccesso di chi accusa un allevatore di maltrattamento perché, d’inverno, vede un gregge all’aperto sotto la neve… a chi propone queste immagini semplicemente come un momento “avventuroso” del lavoro del pastore.

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Un pastore con il suo gregge in Val Germanasca (TO)

Forse chi sta lavorando a un progetto che riguarda la pastorizia o, più in generale, l’allevamento, prima di consegnarlo al pubblico dovrebbe farlo vedere ad un addetto ai lavori. Credo sia valido per qualunque mestiere, si tratti di pastori, pescatori, panettieri, vignaioli… Si eviterebbe così di scontentare proprio la categoria che invece si vuol “celebrare”. La maggior parte delle volte si eccede nel romanticismo. Si preferiscono le storie più naif, si cercano di escludere le “contaminazioni” con il XXI secolo, consegnando al pubblico dei ritratti fuori dal tempo.

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Maltempo in alpeggio – Val d’Angrogna (TO)

Reali, per carità, ma non rappresentativi dell’intera categoria. Certo dipende dalle finalità dell’opera: se si vuole cercare l’ultimo, il più anziano, se si vuole ascoltare la voce del passato o dell’eremita, va bene. Ma se si vuole fare un ritratto della pastorizia odierna bisogna coglierne le molteplici sfaccettature e i chiaroscuri. Così avremo l’anziano che cammina a fianco del suo asino… e il giovane con il fuoristrada e il rimorchio attrezzato, che parla magari di valorizzazione e innovazioni. Forse è “meno bello” per il quadretto, ma continuare ad insistere su scenette tradizionali ha poco senso, non trovate?

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Un “locale lavaggio” non proprio a norma…

A maggior ragione, se compaiono anche i prodotti e le trasformazioni, bisognerebbe spiegare (anche attraverso le parole di chi fa il mestiere) quali sono le normative vigenti. Lo so che le antiche tradizioni sono tanto pittoresche, ci può stare benissimo la voce della casara che dice che stiamo perdendo una parte importante del prodotto in nome di un rigore forse eccessivo… ma per trasformare e per vendere a norma di legge ci sono delle regole, celebrare chi le infrange è anche offensivo per chi ha speso migliaia di euro per adeguare locali e attrezzature. Se vengono mostrate queste immagini, vanno ugualmente spiegate nel loro contesto, altrimenti al pubblico arriva un messaggio errato o non completo.

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Una bella foto, ma al pastore non piacevano le pecore in primo piano… – Val Germanasca (TO)

Per concludere… non so come mai, ma raramente chi non è del mestiere fotografa o filma quelli che sono gli animali preferiti dell’allevatore. Anzi, spesso la telecamera indugia su quegli animali che non si vorrebbe proprio che venissero visti. Un po’ come se venissero a girare un servizio a casa vostra e.. dopo la prima panoramica, ecco un’inquadratura prolungata del cesto della biancheria sporca o di quello sgabuzzino sul retro dove ci sono accumulate mille cose che magari un giorno potrebbero servire! E così la telecamera inquadra a lungo quella pecora che bruca in ginocchio perché ha la zoppina e fatica a camminare… oppure l’agnellino rattrappito con la pancia gonfia per problemi gastrointestinali. O ancora la pecora il cui vello penzola a brandelli per la rogna… Non me le sto inventando, queste scene, le ho davvero viste tutte in foto e video trasmessi anche in televisione. D’altra parte pure io, all’inizio, mi ero fatta stampare una maglietta con la testa di una pecora che sbucava dalla finestra. “Proprio quella lì che è cieca da un occhio…“, mi aveva subito rimproverata il Pastore.

Clima e ambiente

Provo una certa amarezza, in questi giorni, a vedere che la gran parte del mondo zootecnico presente tra i miei contatti sui social stia attaccando e deridendo Greta e, più in generale, tutti coloro che si preoccupano per il clima e l’ambiente. Tra l’altro spesso viene fatta una gran confusione di tutta una serie di concetti che andrebbero invece trattati e analizzati singolarmente.

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Laghetto alpino con poca acqua ad inizio autunno – Vallone di Saint Bathélemy (AO)

Parliamo di ambiente. È vero che, nel mondo agricolo, sovente accusiamo i cosiddetti “ambientalisti”, perché le loro idee sono molte diverse dalle nostre. Per molti di loro l’ambiente è o dovrebbe essere un’utopica wilderness dove non esiste l’uomo e tutte le sue attività. Però poi magari pretendono di fare del turismo, dimenticandosi per esempio che i sentieri di montagna da sempre sono vie di transumanza… che spesso si dissetano a fontane che sono anche abbeveratoi… che le meravigliose fioriture dei PASCOLI alpini le abbiamo grazie al pascolamento, anno dopo anno.

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Irrigazione dei prati nel vallone dell’Urtier – Cogne (AO)

È vero che molto ambientalismo è moda, è un bel modo di riempirsi la bocca di belle parole e sentirsi a posto con la coscienza. Si predica bene, ma si razzola maluccio, perché a tante “comodità” molto poco ecologiche è dura rinunciare. Perché “…lo so che la macchina inquina, ma altrimenti come faccio ad andare…“, “…lo so che l’aria condizionata consuma energia, ma con ‘sto caldo come si fa a dormire, a lavorare…“.

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Dove no si può irrigare, così sono i pascoli ad inizio autunno – Nus (AO)

I punti fondamentali del tanto dibattere di questi giorni sono due: da una parte i cambiamenti climatici, dall’altra i danni che stiamo facendo all’ambiente (e in questo ci mettiamo tutto l’inquinamento, lo spreco, la cementificazione di sempre più superfici, ecc…). Sull’inquinamento possiamo e dobbiamo fare tutti qualcosa. Lo so che “tanto c’è chi inquina più di me, gli aerei, le industrie…”, ma ragionando così non andiamo da nessuna parte. Iniziamo tutti a ridurre qualcosa, a non acquistare con imballaggi in plastica prodotti che possiamo trovare sfusi, per esempio. Acquistiamo prodotti locali per ridurre l’inquinamento legato ai trasporti. Scegliamo sempre frutta e verdura di stagione. Farà bene a noi, all’ambiente e alle aziende del territorio. E questi sono solo alcuni esempi di ciò che possiamo fare.

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Discesa dalla Val Soana di un gregge a fine stagione – Pont Canavese (TO)

Sul cambiamento climatico il discorso si complica. Anche se c’è ancora purtroppo chi si ostina a negarlo, in base a sensazioni o al fatto che “…qui da noi quest’anno di pioggia ne è venuta…“, il fenomeno già ampiamente previsto dagli esperti è in corso e le conseguenze andranno ad influire in vari modi sul nostro futuro. Sono soprattutto coloro che vivono maggiormente a contatto con la natura e che praticano forme di agricoltura e allevamento più tradizionali ad esserne colpiti per primi e, spesso, in modo preoccupante.

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Pascolo invernale, inizi di gennaio, nel Canavese (TO)

Se anche inverni più miti potrebbero favorire una stagione di pascolamento più lunga, con benefici non solo per i pastori vaganti, nel Nord Italia, ma anche per gli allevatori di bovini, che già lasciano la vacca fuori dalla cascina ben oltre Santa Caterina… nello stesso tempo minori precipitazioni nevose e scarse scorte di ghiacciai e nevai rendono sempre più difficile la stagione d’alpeggio. Per non parlare poi delle siccità sempre più prolungate. Oppure di piogge concentrate in periodi ristretti, spesso così violente da causare danni (da vere e proprie alluvioni a temporali violenti, anche uniti a grandine, che rovinano anche e raccolti che dovranno servire da foraggio per l’inverno, come mais o fieno). Così teoricamente si potrebbe pascolare più a lungo in inverno, ma tocca scendere prima dagli alpeggi… e, spesso, gli effetti della siccità si fanno sentire anche in pianura.

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A metà settembre già si lascia l’alpeggio tra nuvole di polvere – Verrayes (AO)

Non c’è modo di slegare l’agricoltura e l’allevamento dal clima! Fare dell’ironia o negare che questo stia cambiando è da folli. Un’altra cosa è capire se e come si possa fare qualcosa per contrastare il fenomeno o combatterne gli effetti. Sul perché tale mutamento del clima stia avvenendo, non c’è una tesi unica e definitiva. Se provate a documentarvi seriamente su siti scientifici, troverete sia chi parla di cicli naturali, sia chi punta il dito quasi esclusivamente sul fattore antropico, cioè l’uomo, con tutte le emissioni legate alle sue molteplici attività. La mia preparazione non è certamente tale da potervi proporre una teoria, probabilmente si tratta di una combinazione delle due cose. Inquinare meno, male non fa di certo, poi probabilmente la natura farà il suo corso. Già nelle ere geologiche del passato ci sono stati grandi sconvolgimenti che hanno riguardato anche il clima e che hanno portato all’estinzione di piante e animali. Sapete allora qual è il problema principale? È che oggi sulla Terra c’è l’uomo, una specie presente un po’ dappertutto e in grandi quantità. Forse anche troppo presente! Non siamo tanto preoccupati per l’orso polare o per la stella alpina, ma per quello che accadrà a noi!

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Violento temporale con grandine ad inizio settembre – Garessio (CN)

Preoccuparsi per il futuro non è poi così sbagliato, soprattutto se si è giovani. Chi non si preoccupa o chi addirittura oggi ride o nega, non venga poi a lamentarsi… Sarebbe meglio iniziare a pensare a delle vere strategie per affrontare questi problemi, ma non solo a livello locale o solo riferite a certi settori. Si è parlato di togliere le agevolazioni al diesel agricolo in Italia. Penso che equivalga a dire innanzitutto: “Facciamo chiudere tutte le piccole aziende già sul filo della sopravvivenza.” Per tutti in generale aumenterebbero le spese, sarebbe impossibile non alzare i prezzi, così sarebbe ancora più vantaggioso acquistare prodotti che provengono da paesi con costi meno elevati e regole (anche sugli aspetti ambientali) meno rigide.

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Fienagione in montagna – Nus (AO)

…e poi comunque, togliendo il diesel agricolo… cosa si vuol fare? Tornare ai buoi e ai muli, con buona pace degli animalisti, o voler rottamare tutti i mezzi diesel? Sarebbe poi così positivo per l’ambiente, dover smaltire migliaia di mezzi per produrne di nuovi??? Meglio pensare, per esempio, a concrete strategie per risparmiare l’acqua, migliorare l’irrigazione ed evitarne gli sprechi. Questi sono veri interventi legati ai cambiamenti climatici. Vi lascio con queste riflessioni e con l’invito a informarvi davvero sulle tematiche climatiche e ambientali, invece di limitarsi ad insultare Greta o, più in generale, tutti quelli che si preoccupano per questi argomenti.

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Capre assetate in un giorno di gran caldo e vento a fine settembre – Nus (AO)

Ps: può esser vero che molti giovani scioperano per il clima più che altro per seguire la massa o per saltare un giorno di scuola… ma allora proponete voi alle scuole che conoscete un venerdì per l’ambiente con un agricoltore o un allevatore! Spiegate ai giovani come una giornata al pascolo sia importante per l’ambiente…