La fine di un incubo

Credo fosse stato proprio Fulvio, anni fa, a dirmi che i pastori possono seguire solo una legge, quella del tempo e delle stagioni. Questa è la legge della pastorizia, del pascolo vagante. Le leggi degli uomini, pensate in uffici di città, da persone che spesso hanno poca dimestichezza con i mestieri pratici, talvolta si mettono di traverso al cammino infinito del gregge. Era il 2004 quando facevamo questi discorsi. Ma parlare di un pastore “fuorilegge”, significava alludere al pascolamento in luoghi dove non si aveva il permesso, o a sforamenti rispetto alle date dei suddetti permessi.

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Il pastore Fulvio Benedetto mostra il libretto di pascolo vagante – Val Chisone, autunno 2004

Nel 2004 esisteva ancora il “libretto di pascolo vagante”, da far timbrare nei Comuni 15 giorni prima di arrivare con il gregge… Mai e poi mai Fulvio avrebbe pensato di essere accusato di qualcosa che non fosse “pascolo abusivo”. Per quanto questo sia un reato penale, è cosa da niente rispetto alle vicende che gli sono piombate addosso poco meno di due anni fa. Ne avevo già parlato qui, quando si cercava una foto che potesse scagionarlo dalle terribili accuse  che gli venivano rivolte. Accuse così paradossali che lui per primo aveva forse liquidato con un’alzata di spalle e una risata. Ma la giustizia era andata avanti inesorabile, fino a quei terribili giorni in cui era rimbalzata la notizia del suo arresto. Chi lo conosce aveva sempre creduto nella sua piena innocenza: ma questa storia ha insegnato a tanti come, in momenti del genere, la cosa più difficile è provare proprio l’estraneità ai fatti di cui si è accusati. Molto più facile presentare presunte prove, piuttosto che elementi concreti che confutino un’accusa infondata.

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L’articolo di oggi suL’Eco del Chisone

La notizia è di ieri: il processo a carico del pastore Fulvio Benedetto si è chiuso con l’assoluzione da parte del giudice. Sul perché gli fossero state rivolte quelle accuse, di congetture tra amici e conoscenti ne abbiamo fatte tante. La verità forse la sa solo quella donna che l’ha accusato. Personalmente credo che la pm sia stata anche vittima di pregiudizi e luoghi comuni che, in ambienti lontani dalla realtà in cui Fulvio vive e lavora quotidianamente, ahimé circolano tutt’ora. Così si fa in fretta a pensare e credere che un pastore vagante possa segregare e violentare per lungo tempo in una roulotte una donna… Siamo state in tante, donne, a pensare all’assurdità di ciò che stava accadendo: donne che denunciano mariti e compagni di violenze, spesso vengono ascoltate troppo tardi, quando si arriva al tragico epilogo. Una donna invece accusa un uomo di fatti accaduti 5-6 anni prima e… ecco che il pastore finisce in carcere in isolamento per lunghi, interminabili giorni, a cui seguono settimane, mesi di carcere.

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La colazione del pastore in una gelida mattina invernale nelle campagne del pinerolese, dicembre 2004

Nella roulotte il pastore di tempo ne passa poco, consuma giusto i pasti (e neanche tutti), riposa dopo una lunga giornata al pascolo, sotto al sole, la pioggia, il vento…  La roulotte segue in gregge nei suoi spostamenti. Ci sono pastori più solitari e altri più “popolari”. Nel caso di Fulvio, gli ospiti, i visitatori, gli amici sono una presenza quasi quotidiana, in ogni stagione. Per non parlare poi di quelli che raggiungono lui e il suo gregge per ragioni di studio, di ricerca o per realizzare servizi fotografici, interviste.

Attaccati-alla-lana from Emiliano Ciacco Biscotti on Vimeo.

Così siamo rimasti tutti con il fiato sospeso a seguire la vicenda, attoniti per la sua assurdità, preoccupati per l’uomo, per la vicenda umana, per il destino del gregge. Tanti hanno dato una mano, un sostegno, in modi differenti. Non può essere considerato una “prova giudiziaria”, ma se così tante persone si sono mobilitate (anche solo condividendo l’appello che avevo scritto qualche mese fa, forse in assoluto il post che ha ricevuto più condivisioni e visualizzazioni da quando sono su facebook e da quando scrivo sui blog), un motivo ci sarà. Nel video che ho condiviso sopra, Fulvio cita una frase che mi ha ripetuto spesso: “Quando ti senti perso (perdù), attaccati alla pecora (lanù, l’animale con la lana)”, a significare che la pecora è sempre stata la salvezza delle genti del suo paese di montagna. Chissà, forse proprio il pensiero del gregge gli ha dato la forza di superare quei terribili giorni di un incubo durato anche troppo a lungo…

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L’invidia degli altri

La scorsa domenica ero a Genova in occasione del Book Pride, per l’uscita del mio nuovo libro, il romanzo “Il canto della fontana“. Parlare di una propria opera dove nessuno (o quasi) ti conosce è una soddisfazione maggiore, perché chi si ferma a chiedere maggiori informazioni sull’opera o a chiacchierare con l’Autore è sicuramente una persona interessata, non si tratta dell’amico che si sente in dovere di acquistarti il libro…

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Ultime giornate al pascolo in quota – Cret, Nus (AO)

Più volte, chiacchierando con questi potenziali lettori, è ritornata la classica frase sul “beato te che…”. Che fai questa vita, che vivi in quei posti, che stai in montagna con gli animali, ecc ecc ecc. L’immaginario collettivo sembra fermarsi ai momenti belli, alle immagini come quella che ho appena pubblicato.

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Al pascolo prima di iniziare la discesa di fine stagione – Venoz, Nus (AO)

Quando cerco di spiegare che occorre andare oltre la poesia, che è un lavoro come un altro, anzi… il settore zootecnico vincola come pochi altri mestieri, ricevo in cambio sguardi eloquenti: “Cosa ti lamenti, che fai un mestiere invidiabile!”. Ma cosa invidiate? Me lo spiegate? Forse abbiamo punti di vista differenti.

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Con Joli coeur, capra viziata e “molto social”! – Petit Fenis, Nus (AO)

Io non mi lamento affatto, le mie scelte le ho fatte, poi molte cose le ho comprese solo vivendole. Quello che cerco di spiegare è la differenza tra l’immagine stereotipata a metà tra il cartone animato di Heidi e il quadretto romantico. Se vi piace questa vita, se ciò a cui aspirate è il contatto con la natura, le soddisfazioni che vengono dal lavoro con gli animali, spazi in montagna, in collina ce ne sono, potete iniziare anche voi.

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In posa per uno scatto con l’alta valle sullo sfondo – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma mettete in conto non solo l’affettuosità degli animali: considerate che al momento magico delle nascite si contrappongono i casi di malattia e anche di morte. Per non parlare poi delle difficoltà economiche nel gestire un’azienda agricola/zootecnica in montagna… Degli orari che gli animali ti richiedono…

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Il cielo in un pomeriggio autunnale di vento – Petit Fenis, Nus (AO)

La montagna che offre momenti magici, paesaggi incantati… Il lavoro di allevatore spesso ti permette di goderne appieno, specialmente se sei al pascolo. Devi però stare al pascolo anche quando fa freddo, quando soffia il vento freddo dal mattino alla sera, quando piove o c’è la nebbia.

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La desarpa – Blavy, Nus (AO)

E la montagna te la godi in modo subordinato al tuo lavoro: mentre scendi con gli animali per la transumanza di fine stagione, incontri decine e decine di auto con persone che salgono, pronte a inforcare la bicicletta o mettere lo zaino in spalla e compiere delle meravigliose escursioni approfittando del clima ancora mite, dei colori caldi dell’autunno. Tu che fai l’allevatore invece in alta montagna probabilmente non ci salirai più fino alla tarda primavera o in estate.

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Contrasti e giochi di nuvole – Petit Fenis, Nus (AO)

Quando, anni fa, proprio d’autunno, ero salita in un villaggio di montagna per intervistare un giovane allevatore, anch’io avevo esclamato qualcosa sul “beato te che stai in un posto del genere!”. Il giallo e l’arancione delle foglie contrastavano con il blu del cielo e il profilo delle montagne. Lui non mi sembrava così entusiasta: forse pensava alle levatacce mattutine per andare a scuola in fondovalle, agli amici che non abitavano lì (non aveva ancora la patente). Ad età maggiori uno pensa ai negozi (o fai la scorta, o devi magari farti mezz’ora e più di macchina per raggiungere un alimentari), ai servizi di ogni tipo (dalla posta all’ospedale), al maltempo, alla neve che rendono questi spostamenti ancora più complicati. Se anche ti ritagli quel po’ di tempo libero (cosa non facile, con gli animali), non sempre è facile e immediato raggiungere un luogo per staccare dalla quotidianità, magari anche solo perché sei stanco morto e non hai più voglia di muoverti di casa.

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Rientro dopo il pascolo pomeridiano – Petit Fenis, Nus (AO)

Quando ero in alpeggio, gli amici che sono venuti a trovarmi per un paio di giorni o anche solo per una cena sono stati pochissimi. Nonostante le mie amicizie comprendessero quasi esclusivamente persone che la montagna la frequentano in modo assiduo nel tempo libero. Quando quest’estate, in modo scherzoso, pubblicavo su facebook immagini di giornate soleggiate e prati di montagna, nessuno ha risposto ai miei appelli per abbronzatura gratuita durante la fienagione. Immagino che, chi ha una seconda casa in montagna, dove ci si può abbronzare sulla sedia sdraio, non abbia problemi a trovare amici che si invitano per qualche giorno… Capite cosa volevo dire?

Incontri che ti cambiano la giornata

Questa volta non ho una storia d’alpe da riportarvi, perché… non sono riuscita a farmela raccontare! Capita anche questo. Raramente, in tutti questi anni, mi è successa una cosa simile, ma comunque fa parte “del gioco”. Diciamo che lo stereotipo del montanaro rude e burbero fortunatamente è stato via via sostituito dalla presenza di alpigiani sorridenti, chiacchieroni e disponibili, quali quelli che possiamo incontrare per lo meno nella maggior parte degli alpeggi dove si ha contatto con il pubblico per la vendita dei prodotti.

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Invito al rispetto dei prati – Val d’Aosta

L’altro giorno uno di loro mi diceva: “…e poi sta anche a noi parlare con i turisti! Spesso siamo proprio noi ad essere diffidenti verso di loro, ma dipende da come ti comporti, poi possono anche nascere belle amicizie!“. C’è il turista maleducato, che non rispetta e non comprende il lavoro dell’alpigiano, ma ci sono anche soggetti che sembrano infastiditi da chi passa da loro in alpeggio, anche se hanno il punto vendita dei loro prodotti. Avevo contattato una famiglia per una delle mie consuete interviste, ci eravamo accordati, ma già telefonicamente la signora mi era già sembrata un po’ burbera. Si era nel pieno della stagione turistica e comprendevo perfettamente il timore di essere intralciati nei lavori, ma le mie interviste non avvengono mai a tavolino, seguo le persone mentre lavorano. Comunque, una volta sul posto (alle 8:00 del mattino, di turisti nemmeno l’ombra, c’erano 2,5°C all’aperto!), non mi è stata concessa l’intervista e non mi è stata data la possibilità di scattare foto. Capisco il momento non particolarmente roseo, le condizioni di salute precarie del marito, però avrebbe potuto dirmelo subito, quando avevo telefonato… “I formaggi noi li vendiamo tutti e non abbiamo bisogno di pubblicità… e poi non si viene ad agosto a far foto alla caldaia del latte, che è quasi vuota!“. Non si può arrivare ovunque a fine stagione… e comunque le foto le avrei fatte volentieri alla cantina o al punto vendita… ma non c’è stato verso. “Vada a farsi un giro e provi a passare tra un’ora…

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Marmotta – Parco del Gran Paradiso (AO)

Il giro sono andata a farmelo di sicuro, allontanandomi alla svelta, ma è durato molto più di un’ora. Il libro a cui sto lavorando prevede l’abbinamento di itinerari ad alpeggi… in questo caso l’alpeggio era alla partenza del sentiero, per cui sono andata almeno a vedere cosa trovavo più a monte, nella speranza che il panorama mi facesse passare il nervoso. Capisco tutto, ma capisco anche come simili incontri contribuiscano ad alimentare un certo stereotipo nei confronti del mondo degli alpigiani. Mi avevano assicurato che qui i formaggi sono davvero buoni… che fare? Sul libro consiglierò l’acquisto, ma non la conversazione con la signora?!

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Inizio del territorio del Parco – Val d’Aosta

Il posto però è splendido, individuo un bel giro ad anello da proporre. C’è un altro alpeggio, ma la gentile signora mi aveva già detto che lì non vendono formaggio, conferiscono le Fontine alla cooperativa. Oltre a godermi il panorama, i ghiacciai, le marmotte, le fioriture di stelle alpine, lascio che la mia fantasia costruisca una storia.

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…incontri lungo il sentiero…

Sì perché, prima in salita, poi in discesa, mi capita di camminare dietro ad una coppia particolare. Al mattino, mentre di buon passo cercavo di smaltire il nervoso per lo sfortunato incontro, mi sono trovata davanti due escursionisti. Come spesso succede, nel silenzio della montagna, essendo io da sola, mi sono arrivati brandelli di conversazione. Inizialmente ho pensato ad un nonno con il nipote, l’adulto aveva un cappello con paraorecchi abbastanza démodé, occhiali da alta montagna, camminava appoggiandosi ad un alpenstock dalla punta di ferro. Il ragazzino invece aveva una picozza (?!??). Il sentiero era largo, battutissimo, si trattava di una gita elementare, una classica meta da famiglie. “…lassù… la valanga mi spingeva verso il bordo…“. Ho quindi pensato ad una persona di età già avanzata che raccontava al nipote le sue vecchie glorie di gioventù. Li ho superati e non ho più pensato a loro. Mentre scendevo, ecco però lo stridere della picozza sulle pietre del sentiero. L’uomo aveva tolto il copricapo ed ho così scoperto che si trattava di padre e figlio. Avevano il mio passo e così per un lungo tratto ho camminato dietro di loro, osservando e ascoltando mio malgrado ciò che non si disperdeva nell’aria. Erano… belli! Non solo una bellezza fisica, sicuramente infatti si trattava di belle persone, ma emanavano amore. Innanzitutto si parlavano, dialogavano e si ascoltavano a vicenda, diversamente da altri ragazzini che incrociavamo, qualcuno con le cuffiette nelle orecchie, altri con lo smartphone o l’i-pod in mano a trasmettere musica. Altri ancora procedevano muti, oppure vociando e ridacchiando con i coetanei. Padre e figlio si raccontavano le cose, discutevano di ciò che vedevano, degli incontri lungo il sentiero. “…sarà un’atleta che si allena… qui c’è il Tor des Geants, una gara in cui c’è da fare un percorso di vari giorni, vince chi ci mette meno tempo…” “E dove dormono? Ma non si fermano mai?” “Il meno possibile…” “Ma così allora non vedono niente, è assurdo, in posti così belli…“, ragionava il ragazzino.

Dalla punta degli scarponi allo zaino, parevano appena usciti da un negozio di sport. Il giovane osservava con stupore lo scarpone riemerso asciutto dal torrente appena attraversato. Misteri dell’idrorepellenza! Chi erano? Voglio pensare che la madre sia rimasta giù, nell’albergo o nell’appartamento affittato, a prendere il sole o a chiacchierare con le amiche. Padre e figlio invece sono andati ad affrontare, con cameratismo maschile, questa escursione fino ai piedi del ghiacciaio. Ogni tanto il padre abbraccia il bambino, sull’orlo dell’adolescenza. Tra un anno o due forse non si lascerà più abbracciare così… o accarezzare sulla testa. Il padre è sicuramente un professionista, durante l’anno lavora, magari si vedono poco, ma queste giornate sono tutte per loro, fanno cose “da uomini”, vanno a scoprire insieme la montagna. L’accento è lombardo, incontrano dei conoscenti anche loro in vacanza da quelle parti, sento parlare di Varese. Penso al padre e figlio de “Le otto montagne” di Paolo Cognetti… Vedo e sento, anche a distanza di qualche passo, l’orgoglio del padre nei confronti del figlio e l’adorazione del ragazzino per il genitore. Spero che diventi un adulto che ama la montagna, che la rispetta, che continui ad avere voglia di vederla, assaporarla, non di percorrerla in una corsa contro il tempo, senza nemmeno sapere dove si sta transitando in quell’istante.

Rallentano, li supero, li saluto. Mi hanno risollevato il morale. Non mi fermo più all’alpeggio, non vedo nessuno, scorgerò la signora più a valle, è andata a vedere cosa stava succedendo nei pressi del parcheggio dove avevo lasciato la macchina, dove è arrivato l’elisoccorso per prestare aiuto ad un turista che si è sentito male. Non mi riconosce o forse preferisce non farlo…