Tra i tanti problemi, la manodopera

Mi trovo in difficoltà, in questi giorni: tante sarebbero le cose di cui scrivere, tante le problematiche, i dubbi, le incertezze. Per quasi tutte però lo scriverne non cambierebbe nulla, se non come forma di sfogo o di confronto virtuale. Invece parlare ora del problema della manodopera negli alpeggi magari può aiutare qualcuno a risolvere un problema che incombe.

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Alpeggio ancora chiuso ad inizio stagione – Val Soana (TO)

La gran parte delle attività sta soffrendo per la crisi e l’immobilità determinata dall’emergenza Covid-19. Anche se gli interrogativi sono ancora tanti, nel mondo zootecnico tradizionale si guarda con sempre più apprensione anche alla stagione d’alpeggio imminente. Con la speranza di poter salire tutti, con la speranza ancor più grande che, per quando sarà ora di transumanza, non ci siano più nuovi contagi, non si sa se quest’anno si potrà contare sulla manodopera straniera.

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Il siero ai vitelli: tanti e differenti sono i lavori in alpeggio – Ceresole Reale (TO)

Ammesso che il peggio dell’emergenza sanitaria sia alle spalle e che si possano assumere operai per i lavori in alpe, è probabile che una certa fascia di manodopera stagionale, che proveniva da paesi esteri solo per l’estate, sia impossibilitata ad entrare in Italia. Una situazione simile la sta già vivendo il settore dell’ortofrutta, che lamenta mancanza/carenze di personale per la raccolta (un esempio qui). E’ però più facile imparare a raccogliere fragole o pomodori, piuttosto che mungere vacche in alpeggio…

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Uscita mattutina al pascolo – Fontainemore (AO)

Però il nuovo mondo che ci aspetta fuori dalle porte il giorno che finalmente potremo riaprirle probabilmente ci chiederà di cambiare tante cose, nelle nostre vite. La mia pagina del cerco-offro lavoro in alpeggio/azienda zootecnica continua ad essere attiva, per pubblicare un annuncio, è sufficiente inviarmelo via e-mail. In certi alpeggi si cercano esperti mungitori e/o casari, in altri tuttofare, per pulire stalle, condurre gli animali al pascolo, montare e smontare recinzioni. Occorre essere temprati alla vita in montagna, si lavora 7 giorni su sette, con qualsiasi condizione atmosferica, talvolta le sistemazioni saranno spartane, a seconda delle strutture di cui è/non è dotato l’alpeggio.

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Vacche in stalla in alpeggio – Cogne (AO)

Non fatemi domande sulla “giusta paga”: usciremo tutti da questo periodo in ginocchio se non peggio. Le aziende zootecniche tradizionali non se la stanno passando bene, tra animali invenduti o venduti sottocosto, prodotti caseari che si accumulano nelle cantine. Speriamo solo ci si possa rimettere tutti in piedi e che, ripartendo i sacrifici, si possa ricominciare. Lavoro, in questo settore, ce n’è… bisogna aver voglia di farlo!

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Vacche al pascolo – Ribordone (TO)

Le leggi e la montagna

Mi dà fastidio quando sento ripetere all’infinito una delle boutade di Mauro Corona sulla montagna che dovrebbe essere priva di leggi: “Per la montagna sogno l’anarchia imprenditoriale, soprattutto nelle zone povere, a rischio di spopolamento (…)“, così aveva detto in un’intervista. E’ facile fare il personaggio, è facile spararle grosse in TV o davanti ad una platea che viene ad ascoltarti. Ma poi? Dal punto di vista pratico?

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Turismo “di massa” al Colle del Nivolet, dove nei fine settimana l’accesso alle auto è stato vietato e sostituito da navette – confine tra Valle Orco (TO) e Valsavarenche (AO)

Certo, molte volte anche qui, su queste pagine virtuali, avete sentito parlare di eccesso di burocrazia, di leggi “sbagliate” o create da chi, apparentemente, non sa come funzionano concretamente le cose in certi territori, in certi mestieri. Ma, secondo me, non è all’anarchia che bisogna puntare, bensì a leggi fatte da chi conosce la realtà ed ha una buona dose di buonsenso/senso pratico. Forse, direte voi, dall’anarchia siamo passati all’utopia… Ma proviamo a fare qualche ragionamento.

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Infrastrutture per gli sport invernali e “vasche da bagno” per l’abbeverata degli animali: tante sono le forme di impatto ambientale negativo… – Val d’Ayas (AO)

Siete anche voi tra quelli che hanno annuito quando avete letto/sentito quella frase di Corona? Cosa avevate in mente? Di fare la famosa tettoia senza chiedere il permesso? Di brutture in montagna ce ne sono già fin troppe e non sono solo “quelli che vengono da fuori” ad averle fatte. Anzi, molto spesso certe ristrutturazioni inguardabili, certi depositi di attrezzi rotti, bidoni, taniche, nylon e chi più ne ha, più ne metta, appartengono a montanari doc.

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Articolo comparso su “La Stampa” di Aosta nelle scorse settimane

Prendiamo il caso degli alpeggi: l’altro giorno ho sentito parlare al tg regionale valdostano della necessità di studiare delle normative che tutelino gli alpeggi dall’arrivo degli speculatori da fuori valle. Le leggi servono eccome! Altrimenti in questo caso ai veri allevatori non resterebbe più un ettaro di terra… Però leggi fate con buonsenso, perché l’intervistato (perdonatemi, non ricordo chi fosse e a che ente appartenesse) parlava, tra le altre cose, di limitare l’accesso agli alpeggi ad allevatori della valle che arrivano con i loro animali senza l’impiego di camion. Cosa vuol dire? Solo transumanze a piedi?

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Alpeggio in Val di Rhemes (AO)

E se dalla media valle devo portare le vacche a Cogne, a Morgex o al Gran San Bernardo? Ma anche solo se devo fare 20 o 30 km, in primavera gran parte delle vacche non sono uscite al pascolo e si cerca di evitare una “faticaccia” del genere, mentre in autunno tutti quelli che possono, scendono a piedi. E poi… ormai la situazione della zootecnia in Valle d’Aosta è decisamente critica, chiudere a chi viene da fuori vorrebbe dire lasciare alpeggi vuoti, non pascolati. Il problema non è il margaro o il pastore piemontese che non trova più pascoli nella sua regione, ma la mafia dei pascoli che affitta gli alpeggi solo per percepire contributi europei, fregandosene del benessere animale, della cura del territorio d’alpeggio, del prodotto tipico, ecc ecc…

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Sentiero lungo il Ru de Mazod: i percorsi lungo questi canali per l’acqua potrebbero essere valorizzati maggiormente a fine turistico – Quart (AO)

Se in un paese a rischio di spopolamento, in Italia, mi dici: “Fai quel che vuoi, basta che tieni vivo il villaggio“… chi pensate che ne approfitterebbe? Ahimè siamo conosciuti come il popolo che sa arrangiarsi con poco, ma anche come la patria dei “furbetti”. Così mi immagino subito qualcuno che, per approfittarne, compra un rudere a pochi soldi per avere la residenza nel villaggio semi disabitato in quota e poi “fa tutto quello che vuole”, e a quel punto non sarà solo più la tettoia dietro casa per mettere al riparo gli attrezzi o la legna.

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Il “sentiero balteo” tra i vigneti della collina di Nus: i “cammini” sono una forma di turismo che può avere ricadute importanti sul territorio, ma il paesaggio e il percorso non bastano, serve la ricettività e molto altro

Di forme di “mafia” che puntano ai terreni marginali ce ne sono. Purtroppo quando girano soldi, c’è sempre chi se ne vuole approfittare. E così eccoci impantanati in tante, troppe leggi, fatte rispettare in modo anche esagerato (senza buonsenso, appunto), interpretate a modo proprio anche da chi deve farle applicare o, ancora, bellamente ignorate da qualcuno. Il risultato è la situazione attuale, dove a gran voce si inneggia a ritornare o a resistere (in montagna), dove si invitano le aziende a diversificare (ma se già fatichi a farne uno, di lavoro, senza fare il conto delle ore dedicate all’attività, come fai a farne anche un altro?)…

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Biodiversità rurale: qualcosa su cui puntare per il paesaggio, per l’ambiente, per l’agricoltura e anche per impostare un altro sistema di attribuzione degli aiuti-contributi? – Quart (AO)

…e se “diversifichi”, ogni attività implica vincoli e complicazioni dal punto di vista fiscale, burocratico, normative per i locali di trasformazione, per la ricettività, per l’accoglienza dei turisti, del pubblico… Insomma, senza far tanti giri di parole e per dire le cose schiettamente, è un gran casino! Penso a quello che mi ha detto un’amica un giorno (ritorno alla montagna in un villaggio praticamente abbandonato, azienda agricola, allevamento, agriturismo): “Se avessimo saputo tutto quello che ci aspettava… forse certe scelte non le avremmo fatte“.

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Scorcio di un villaggio nel territorio di St. Marcel (AO)

Consapevolmente o inconsapevolmente, credo che tutti noi che abbiamo aziende agricole in montagna (e non solo) violiamo un paio di leggi al giorno (un animale caricato e trasportato per qualche chilometro in un mezzo non idoneo? una mezza dozzina di uova vendute senza avere il permesso? due formaggini veduti al vicino di casa?). Ma non per questo siamo delinquenti… Così come non è delinquente quell’esercente che tiene aperto l’ultimo negozietto nel paesino della valle e, abitando lì dove ha il punto vendita, serve il cliente fuori dall’orario di chiusura (perché lo sa che quel cliente ha gli animali, abita a quote ancora maggiori, ha i bambini piccoli, i genitori anziani malati, ecc…). Eppure, mi raccontavano in uno di questi negozi, quante volte si sono trovati la finanza in borghese o qualche altro controllo pronto a sanzionare queste gravissime infrazioni della legge!

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Energia eolica: energia pulita o impatto ambientale “negativo”? – St. Denis (AO)

Non è facile, non è affatto facile trovare soluzioni. Dobbiamo salvaguardare i montanari, ma dobbiamo anche salvaguardare l’ambiente, sono tutti temi che generano infinite discussioni e forti prese di posizione. Un po’ invidio quelli che dicono di avere la ricetta giusta per tutto, io fatico già solo a comprendere l’immensa varietà di opportunità e problematiche che offre il territorio che mi circonda dove ogni luogo ha una sua complessità, data da un insieme di fattori umani, territoriali, sociali, economici, ambientali…

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Il paesaggio rurale: una delle attrattive turistiche di paesi come la Svizzera – Engadina

…e così non sogno l’anarchia, sogno un mondo con più buonsenso per tutti. Sogni a parte, l’invito che faccio a chi si trova a dover amministrare/prendere decisioni, è di andare a studiare realtà simili dove le cose sembrano funzionare meglio che da noi. C’è sempre da imparare, sia dagli esempi positivi, sia dagli errori (propri e altrui). Problemi ne abbiamo tutti e l’erba del vicino spesso è verde solo in apparenza, ma qualcosa che funziona, qua e là, c’è. Partiamo di lì, non dal proclamare che c’è un boom di ritorni (alla montagna, all’agricoltura, alla terra) solo per interesse e per propaganda.

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Fiera di Valpelline (AO), quando la zootecnia di montagna si unisce all’artigianato, all’enogastronomia nel suo territorio e richiama turisti e addetti ai lavori 

Ma perché non fate formaggio?

Avete gli animali? …allora fate formaggio!” Quante volte ho sentito questa frase. La risposta è sempre la stessa. Sì, abbiamo animali, ma le capre non le mungiamo, mentre il latte delle vacche viene venduto al caseificio.

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Piccole produzioni casalinghe

Chi non ne sa più di tanto si accontenta di questa risposta, altri invece iniziano a darti delle “lezioni”. Lo so bene che la trasformazione del latte in azienda e la vendita diretta dei prodotti sono l’unica strada percorribile per sopravvivere, specie se si ha una piccola azienda in montagna, ma questa via non sempre è a portata di mano. La consiglio di sicuro a chi inizia un’attività, a tutti i giovani che vogliono allevare e mungere (che siano capre o vacche, ma anche pecore).

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Giovane allevatrice e casara alla Fiera di Luserna (TO)

Innanzitutto, per trasformare e vendere occorrono locali e attrezzature, il che significa grossi investimenti. Per quanti anni si venderanno formaggi per riuscire a ripagare queste spese? Nel frattempo poi ci saranno sempre tutte le altre uscite (alimentazione degli animali, eventuale affitto dei prati, dell’alpeggio, della cascina, ecc…, spese veterinarie, manutenzione dei mezzi, e così via).

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Al pascolo, un mese fa – Petit Fenis, Nus (AO)

L’altro fattore è il tempo. Gli animali impegnano. Li si deve sorvegliare al pascolo (più che mai adesso, con i predatori), bisogna foraggiarli quando sono in stalla, occorre pulire la lettiera, fare i fieni, spargere il letame, pulire i prati, ogni giorno ha la sua routine, ogni stagione i suoi lavori in aggiunta alla routine. C’è il momento dei parti, poi inizierà la mungitura, la cura di vitelli, agnelli, capretti… Se il latte lo si lavora in azienda, ecco che iniziano le varie operazioni, più o meno laboriose a seconda di ciò che si vuole ottenere. Intanto però qualcuno deve dar da mangiare agli animali o portarli al pascolo. Chi è in caseificio farà formaggi, ricotte, yoghurt, laverà tutto alla perfezione, quindi passerà in cantina a salare, girare, spazzolare i formaggi. Ma non basta averli in cantina, bisogna anche venderli! Raramente puoi sperare di piazzare tutto il prodotto a casa. In certi posti non venderai nulla per giorni, settimane.

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Altra bancarella di produttori alla Fiera di Luserna (TO)

Quindi devi andare a portare i tuoi prodotti (nei negozi, ristoranti), oppure venderli di persona attraverso mercatini, eventi, bancarelle poste lungo la strada principale. E mentre voi fate queste cose, chi svolge tutte le altre mansioni? Sembra facile, visto dal di fuori! E se d’estate andate in alpeggio? Noi d’estate gli animali li mandiamo in affida per poterci occupare della fienagione. Se vuoi vendere formaggio, devi garantire al consumatore 365 giorni di prodotto disponibile, altrimenti rischi di perdere la clientela.

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Giovane casara in alpeggio – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Certo, uno potrebbe prendere del personale, ma il personale costa, tra stipendio, contributi, vitto, ecc. I casi in cui tutti questi aspetti trovano la combinazione “perfetta” è un’azienda a conduzione famigliare in cui i figli sono già abbastanza grandi per dare una mano o occuparsi al 100% di una o più mansioni. Forse a questo punto esce persino quella settimana di ferie per i genitori… non esageriamo, facciamo 3-4 giorni all’anno!

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Formaggi alla fiera di Doccio (VC)

Battute a parte, la situazione generale è questa, poi ogni caso avrà i suoi punti di forza o le sue criticità. Per quello che mi riguarda in prima persona, oltre a vari aspetti di quanto spiegato sopra, dovessi occuparmi di caseificazione, promozione e commercializzazione dei prodotti, dovrei smettere di scrivere, di andare a presentare libri in giro, di tenere conferenze. Non potrei svolgere altri lavori (più remunerativi che stare tutto il giorno ad un mercatino senza certezza di vendere). Ma non potremmo concederci nemmeno gite di mezza giornata (cosa che invece ogni tanto riusciamo a fare). Quindi, pur sapendo che attualmente il prezzo del latte non paga tutto il lavoro necessario per produrlo, si continuerà così, fin quando sarà possibile, fin quando ce la faremo.

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Formaggi di capra alla festa del Cevrin – Coazze (TO)

…e occorre anche saperli fare, i formaggi! Per fortuna buoni formaggi in giro ce ne sono tanti, se volete qualcosa di mio, prendete un libro, sarà comunque un sostegno al mio lavoro!

La storia di una vita vissuta

Ho appena finito di leggere un libro, si intitola Heiða, è la storia di una piccola grande donna, allevatrice di pecore in Islanda, terra che non conosco, purtroppo. Il libro me l’ha consigliato un amico, gliene sono grata.

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Il gregge e la fattoria (foto da facebook)

Ho letto la recensione, prima di prenderlo, e non sapevo bene cosa aspettarmi. Anzi, dal sottotitolo pensavo si trattasse della storia di una ragazza che avesse cercato una nuova vita e un lavoro totalmente diverso dal proprio. “Lasciare tutto per la natura”. Tra l’altro, questo è il sottotitolo italiano, nella versione inglese è “Una pastora alla fine del mondo”, molto più corretto. Sia la recensione ufficiale sulla pagina della casa editrice, sia molte altre uscite on line, ma anche articoli di giornale fin nel titolo concentrano tutta l’attenzione sul fatto che Heiða fosse una modella.

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Heiða con un tipico maglione islandese (foto dal web)

Non è la prima volta che mi capita un caso del genere, nel senso che conosco almeno un’allevatrice di cui giornali e tv hanno parlato più per i suoi contatti (anche se del tutto marginali) con il mondo della moda che non per le grandi fatiche, la dedizione, il duro lavoro nell’ambito della pastorizia. Ma no, per i media è sempre “la modella che ha lasciato le passerelle per fare la pastora”.

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Con i montoni in stalla (foto da facebook)

Heiða nasce in mezzo alle pecore, in una fattoria in mezzo al nulla tra brughiere, ghiacciai e vulcani. Viene chiamata così proprio in onore di Heidi, nel nome c’era già un po’ il suo destino, ma si è sempre sentita dire che doveva trovare un marito per gestire l’azienda. Non l’ha fatto. Heiða è una gran donna, ma non solo per la sua statura. O meglio, siamo noi a vederla come una gran donna, sono sicura che lei si considera più che normale e, nel libro, non nasconde le sue debolezze. Non si vanta di ciò che fa, semplicemente lo descrive per far conoscere il suo mondo, la sua vita. Ma compie “imprese” che forse poche persone sarebbero in grado di fare. Lavora instancabilmente, conduce da sola una fattoria in un ambiente sicuramente difficile.

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Al lavoro con il gregge (foto da facebook)

Il suo isolamento si è però interrotto più volte, facendo anche altri lavori (specialmente in gioventù), dall’insegnante alla tosatrice di pecore, passando anche sulle passerelle della moda, più per gioco e per terapia (per rafforzare la propria autostima, dice) che non per reale interesse. Nel libro parla più del suo amore per i motori (il quad, la motoslitta) che non delle sfilate, a cui riserva poche righe! Rimpiange i tempi in cui andava a fare le gare di tosatura, non gli abiti delle grandi firme, la vita a New York.

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Heiða a un incontro pubblico (foto dal web)

Ho delle amiche che vorrei fare incontrare a Heiða. Avessero una lingua comune, sarebbero quasi sorelle… Venisse in Italia, la porterei da loro, in mezzo alle pecore… La differenza tra lei e queste pastore italiane che conosco, è che Heiða si è anche impegnata in politica, nonostante tutti i suoi impegni con gli animali e la fattoria, per difendere parte dei suoi pascoli dalla costruzione di una diga per una centrale. E ha vinto!

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Un momento di lavoro con i vari proprietari delle pecore (foto da facebook)

Il libro è un successo internazionale, c’è chi fa di Heiða un’icona del femminismo e/o dell’ambientalismo. Per me è soprattutto una donna che vive la sua vita con grande determinazione, spinta in gran parte delle sue scelte dall’immensa passione per gli animali. Non so se a tutti piacerà, qualcuno troverà magari noiose tutte le parti quasi tecniche dedicate all’allevamento ovino. Ognuno di noi verrà “toccato” da qualche aspetto della vita e del carattere di Heiða. Io ho vissuto con lei le nascite degli agnelli, la ricerca delle pecore in montagna a fine estate, tutti i momenti più vicino a ciò che conosco. Ma anche le lotte per tutelare gli spazi per la pastorizia. Ci sono infine alcuni aspetti della sua vita a cui mi sento vicina, così come la scelta di dedicare gli esigui guadagni e i momenti di “pausa” al viaggio e alla conoscenza di altre realtà.

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Il suo cane, compagno di tanti momenti (foto da facebook)

Leggetelo anche voi, poi mi direte cosa vi ha colpito di questo libro. Non è un romanzo, non aspettatevi storie d’amore (a parte quelle con il suo adorato cane Fifill).

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Un altro dei ritratti di Heiða Guðný Ásgeirsdóttir presenti nel libro (foto dal web)

Le mie scuse

Sto trascurando non poco queste pagine. Vi chiedo scusa, ma purtroppo il tempo è sempre poco, le cose da fare molte… non riesco nemmeno a dedicarmi ad un nuovo romanzo di cui ho già scritto l’intera trama, ma chissà quando potrò svilupparla in pagine, capitoli…

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I danni del vento, un dettaglio – Vallone di St.Barthélemy, Nus (AO)

Molti sarebbero i temi da trattare, l’altro giorno ho scattato numerose foto che mettevano in evidenza i danni del vento sui boschi anche in altre aree rispetto a quelle del Nord Est (vedi qui nella provincia di Cuneo, in Valle Pesio). Molto ci sarebbe da parlare di questi fatti, delle conseguenze immediate e di quelle che si protrarranno nel tempo, ma non sono argomenti di cui si può scrivere velocemente in cinque o dieci minuti.

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Autunno nei pressi dell’alpeggio Barbonce – Vallone di St.Barthélemy, Nus (AO)

Quelle volte che ho qualche ora libera, o quando decidiamo di prenderci uno stacco dai lavori quotidiani, si va a fare due passi “un po’ più su”, nelle montagne vicine, ma che comunque richiedono il giusto tempo per essere raggiunte. Se si guardasse tutto ciò che c’è da fare, non ci si muoverebbe mai di casa. Ma la vita è una e non si può/deve sempre solo lavorare.

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Pascolo autunnale – Petit Fenis, Nus (AO)

Per fortuna al momento si può ancora pascolare con le capre: un po’ di foglie dei cespugli, ma soprattutto tante ghiande e castagne. Questi ultimi sono alimenti molto nutrienti, quindi non è necessario stare l’intera giornata al pascolo, ma diverse ore, tra mattino e pomeriggio, già sono dedicate a questa attività.

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Primo piano caprino – Petit Fanis, Nus (AO)

Sarebbe bello riuscire a vivere solo scrivendo libri e pascolando le capre come passatempo… Ma per vivere di libri bisogna venderne centinaia di migliaia di copie, per pagarsi le spese e averne di che campare (agli scrittori, specie a quelli non famosi, da un libro vengono in tasca spesso solo pochi centesimi a copia), quindi purtroppo tocca fare anche altro.

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Aghi di larice e riflessi in una pozzanghera di neve sciolta – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Così se ti offrono un lavoro lo accetti, anche se il sogno era un altro. Cercherò di continuare a scrivere libri, anche se vedo che è sempre più difficile riuscire a venderli. Continuerò a fare fotografie, di animali, di montagne, di dettagli del mondo che mi circonda. Ma non so quando e se riuscirò ad aggiornare queste pagine. L’altro giorno un amico mi diceva che “storie di pascolo vagante” ha lasciato un gran vuoto. Purtroppo però quel mondo non è più il mio, quindi non avevo più di che scrivere. Il mio mondo oggi è questo, quello della “mezza montagna dell’uomo”, ma vivendola in prima persona… molto spesso manca il tempo per scriverne. Adesso è così, vedremo in futuro se riuscirò ad organizzarmi diversamente. Voi ogni tanto passate per vedere se c’è qualche aggiornamento, ma… leggete anche i miei libri! Grazie…

Una lunga riflessione di un pastore emigrato

Quando ho ricevuto l’e-mail di Andrea, gli ho risposto dicendo che non sapevo se avrei potuto pubblicare tutta la sua storia su queste pagine. Poi ho letto e riletto il suo testo e ho deciso di apportare solo dei minimi tagli. Prendetevi un po’ di tempo per leggere questo post fino in fondo. Le sue riflessioni secondo me genereranno in ciascuno di noi molti pensieri. Lascio allora la parola a lui e alle sue immagini… visto che il post è molto lungo, vi terrà compagnia anche nei giorni in cui non riesco ad aggiornare queste pagine!

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Andrea e Kira

Mi chiamo Andrea e sono un pastore di vacche da latte, trapiantato per il momento in Francia sui Pirenei. Ho 35 anni, sono originario della provincia di Brescia, Lago di Garda. Vengo da una famiglia che non ha alcun legame con l’agricoltura e l’allevamento, se non un bisnonno contadino che ho avuto la fortuna di conoscere e di ammirare e che sicuramente ha avuto una forte influenza sulla mia infanzia e mio padre che ha una grandissima passione per i cavalli (lasciati allo stato brado e cavalcati nei trekking di montagna). Ho cominciato ad avvicinarmi all’agricoltura quando avevo 18 anni, soprattutto lavorando sugli ulivi per la produzione di olio di oliva. L’agricoltura mi ha sempre appassionato perché adoro lavorare all’aria aperta, perché ho una grande passione per il lavoro fisico e di fatica, non so perché, ma amo sgobbare. Quindi per diversi anni della mia vita ho tirato a campare lavorando sugli ulivi e facendo vendemmie o raccolte di frutta e verdure.

Poi la mia vita ha preso un’altra direzione: ho vissuto in Australia per 5 anni, dove per 3 anni ho lavorato nel mondo della fotografia pubblicitaria, principalmente come assistente fotografo, ma anche come fotografo fino a quando ho sviluppato una certa coscienza che mi ha fatto comprendere che in realtà, avendo sempre detestato le pubblicità, non riuscivo a vedere un senso in ciò che stavo facendo. La fotografia è una delle mie grandi passioni, tramandata da mio padre fotografo, che però ho cominciato a vivere con meno entusiasmo con l’avvento del digitale che l’ha resa secondo me un mezzo creativo troppo inflazionato e troppo legato a meccanismi di lavoro e di postproduzione troppo artificiosi. Senza valutare il fatto che detesto passare le ore davanti al computer.

Tornato in Italia ho ricominciato a fare lavori di agricoltura e di giardinaggio, ma sentivo che mi mancava qualcosa. Come contadino ero anche in gamba perché in ogni cosa che faccio ci metto sempre anima e cuore, ma non ero particolarmente dotato nel rapporto con le piante. Ho fatto un periodo di tre anni a lavorare in un vivaio di piante grasse, avevo bisogno in quel periodo di un lavoro sicuro a tempo pieno, ma in realtà il lavoro non mi appassionava e ho cominciato ad essere negativo e stanco. Così ogni volta che andavo in montagna e mi capitava di vedere i pastori e i malghesi mi sembrava di sognare ad occhi aperti, vedevo una vita lontana da meccanismi di una società che spesso fatico a comprendere, la relazione con gli animali, con la montagna, con i cani da lavoro, una vita così concreta e reale. Mi sembrava un sogno perché davo per scontato che fosse una vita riservata alle persone che erano cresciute in questo ambiente, inconsciamente pensavo che dato il mio background non sarei mai stato in grado di fare una vita del genere. Fortunatamente la mia compagna dell’epoca mi ha praticamente “obbligato” a cambiare vita. Abbiamo così cercato l’incontro con una coppia di pastori delle nostre zone e a loro abbiamo chiesto consiglio. Loro facevano le stagioni in alpeggio in Svizzera con le vacche da latte e così ci hanno invitati: siamo andati a trovarli in Svizzera e abbiamo passato più di un mese a condividere la vita con loro. Dopo una settimana avevo già capito che quella era la mia vita! La stagione successiva il destino ha voluto che si liberassero due posti nella stessa malga così abbiamo fatto la nostra prima stagione lì, io ero aiuto casaro e responsabile della cantina e dovevo fare con i pastori le mungiture. Ma la mia vera passione era il lavoro di pastore e quindi ho fatto i salti mortali tutta la stagione per riuscire ad uscire anche al pascolo ed imparare così a pascolare gli animali. L’inverno precedente avevo anche trovato Kira, il mio cane da pastore e la mia necessità era anche riuscire ad arrivare a fine stagione con un cane pronto al lavoro. Fortunatamente Kira è un cane la cui priorità assoluta è lavorare, veramente ho avuto una gran fortuna ad incontrarla perché ha imparato molto in fretta, a sette mesi radunava già le mucche e si districava bene nel lavoro e poi chiaramente è andata migliorando nel corso della stagione, veramente una mitica ed un altro motivo per cui ringrazierò eternamente la famiglia di pastori che mi hanno introdotto al mestiere è anche che mi hanno donato questa compagna di vita. È da quando sono nato che ho la passione dei cani ma ho sempre aspettato di prenderne uno perché la mia vita prima non era mai stata abbastanza stabile secondo me. È per questo che uno dei motivi che mi lega molto al mestiere è anche il rapporto con i cani. Perché posso vivere la relazione con loro in completo equilibrio e armonia.

Prima di affrontare la stagione con le mucche avevo anche provato a fare una mezza stagione in Svizzera con delle pecore da carne, un gregge di mille pecore in una malga a 2500 metri d’altezza. Di quell’esperienza mi è piaciuto molto il luogo, isolato e selvaggio, ma mi è servita a capire che adoro il rapporto con gli animali da latte (un rapporto secondo me più empatico e vicino) e non amo particolarmente i meccanismi del gregge ed il carattere delle pecore. Io amo il momento della mungitura, poter relazionarmi ad ogni animale due volte al giorno, poter dare un nome alle vacche e farglielo imparare, parlargli, confidargli i miei pensieri.

Poi la mia vita ha cambiato nuovamente direzione, la mia compagna dopo un entusiasmo iniziale ha cominciato ad avere dei dubbi, credo che volesse vivere in un altro modo, quindi sono tornato a fare lavori di campagna e a dedicarmi alla fotografia, abbiamo fatto un viaggio in India e Nepal (il secondo della mia vita) e poi come tanti giovani abbiamo sentito la necessità di migrare all’estero, scegliendo la Francia, per cercare delle migliori condizioni di vita. In quel periodo il rapporto con la mia compagna ha cominciato a deteriorarsi, siamo andati a vivere a Toulouse nonostante io avessi già ben chiaro in testa che non sarei resistito troppo a lungo a fare una vita da cittadino. E infatti lì sia io che la Kira siamo caduti in una sorta di depressione, sono resistito 3 mesi fortunatamente mantenendo un certo equilibrio e poi nella mia testa si è delineata ben chiara la necessità di tornare verso le montagne. Su internet (www.emploiberger.blogspot.com) ho messo un annuncio spiegando la mia esperienza e dopo 10 giorni sono stato contattato da quello che è diventato il mio capo.

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La casa/alpeggio sui Pirenei

Al tempo non parlavo una parola di francese, l’ho incontrato mi ha portato a vedere le mucche e poi mi ha portato in montagna, ho visto il luogo, fantastico, ci siamo stretti la mano e de lì è cominciato tutto. Ho avuto una bella fortuna, ma sono convinto che nella vita la fortuna aiuta gli audaci. È incredibile perché nel momento difficile a Toulouse avevo cominciato a sognare di andare sui Pirenei e di trovare un alpeggio di 20 vacche da latte, e così è stato.
Non so se lo definirei proprio un alpeggio o piuttosto una azienda di media montagna, siamo a 1100 metri di altezza, ho una bella casa, con una stabulazione fissa che durante il periodo estivo uso come sala di mungitura. Governo 20 vacche da latte di razza abondance (una razza dell’alta Savoia, rustica e molto adatta alla montagna), un toro e una sessantina di manze, solitamente anche i cavalli che sfortunatamente quest’anno non sono potuti salire, dico sfortunatamente perché sono molto utili a recuperare i pascoli messi peggio.

La prima stagione è stata molto difficile perché il mio capo non riusciva a trovare un pastore e così da quando mi ha trovato verso fine aprile a quando è riuscito ad organizzare tutto siamo riusciti a cominciare in giugno. Sono arrivato qui e dopo 3 giorni sono arrivate le mucche, mi sono ritrovato con l’erba già molto dura, i recinti da fare, senza parlare la lingua e senza conoscere il territorio. Eppure sono riuscito a giostrarmi bene tutto, addirittura senza saperlo ho fatto il record di produzione di latte rispetto ai sette anni precedenti sia come quantità che come qualità, non so nemmeno io come, vista la qualità dell’erba: per compensare tale problema all’inizio ho fatto mangiare a fondo le manze sui pascoli che d’abitudine usiamo per le vacche per farle poi salire di quota verso metà luglio in modo da ricominciare la rotazione dei pascoli con le mucche con un’erba molto più morbida.
La Kira fortunatamente nonostante i due anni di pausa si ricordava bene il proprio lavoro ed è stata un aiuto essenziale.

La lingua è stata un aspetto molto difficile, anche perché l’azienda del mio capo è molto lontana da qui e quindi l’ho praticamente visto ad inizio stagione e poi un altro paio di volte, mi sono trovato qui a gestire tutto parlando veramente molto, molto male ma forse proprio questo mi ha fatto imparare il francese molto rapidamente.
E poi assolutamente non posso non parlare del grandioso Gilbert, l’uomo che ha dato vita all’azienda qui e che poi andando in pensione ha venduto tutto al mio capo. Un uomo di 72 anni, nipote di immigrati toscani, che nella sua vita ha fatto di tutto dallo sceneggiatore di teatro, al pastore di pecore all’allevatore di mucche, una persona con cui è nato un rapporto di amicizia, rispetto ed ammirazione reciproci, dice sempre che per lui sono come il figlio che non ha mai avuto, sicuramente il mio migliore amico qui in Francia. Lui è il mio “vicino” di casa, una delle 30 persone che vive qui stabilmente tutto l’anno (qui sfortunatamente la maggior parte delle case sono seconde case, a mio parere uno dei problemi legati ai meccanismi della montagna è il turismo che rende proibitivi i prezzi per chi vorrebbe veramente installarsi e crearsi una vita) e che mi ha aiutato e mi ha insegnato molto, sempre disponibile, sempre appassionato. È stato lui a colmare la mia mancanza di esperienza visto che prima di venire qui avevo praticamente fatto una stagione e mezza. Un personaggio sul quale si potrebbe tranquillamente scrivere un libro che vive la vita con una forza ed una passione impareggiabili. Mi ricorderò sempre il primo giorno che ci siamo incontrati, io arrivavo con le mucche chiamandole… “dai che noooom”… la Kira dietro, lui vedendomi aveva già capito che gli piacevo, ci siamo stretti la mano e lui mi ha detto: “io sono Gilbert Gilles, nipote di Panicchi, un rosso toscano” quelle poche parole che sa dire in Italiano e guardandoci abbiamo riso eravamo già migliori amici, sempre mi ricorderò quel momento con grande emozione. Ed è stato il Gilbert e sua moglie Marie ad avere la pazienza di ascoltare il mio pessimo Francese a cercare di capirmi a correggermi con calma e a farmi imparare. Superfluo dire che qui condividiamo tanti momenti, di svago tra i pranzi, le cene e gli aperitivi quando il lavoro me lo permette, ed i momenti di lavoro condiviso (facciamo un grande orto di patate assieme, la legna, e ci aiutiamo reciprocamente nel bisogno).

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Al pascolo

Così ho portato a termine la prima stagione, con la mia tipica insicurezza io ero convinto di fare un pessimo lavoro e invece senza saperlo ho conquistato il rispetto di tutti, tanto che nella valle ha cominciato a diffondersi la fama del pastore Italiano. Una bella soddisfazione anche perché io nella vita sono sempre convinto di non essere all’altezza delle situazioni che affronto e invece qui sto dimostrando a me stesso che questo è veramente il mio mestiere, mi riesce molto bene, non so perché, forse per la passione o per una certa predisposizione, non lo dico per egocentrismo ma perché è quello che mi dicono tutte le persone del mestiere con cui ho a che fare e che mi trattano con rispetto e ammirazione.
Da quel momento ho chiesto al mio capo di poter usare la casa tutto l’anno e mi sono stabilito qui a vivere, in questo angolo di paradiso.

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La mandria di Abondance

La seconda stagione ho potuto organizzarmela un po’ meglio ed è stata un successo, le vacche belle tonde, con il pelo lucido, tranquille, rilassate, serene, i pascoli sempre più belli, le quantità di latte altissime, il cane che ormai conosce il territorio e lavora bene con calma senza agitare le mucche tira fuori la grinta solo quando ce n’è bisogno.
Ora sto facendo la terza stagione, d’abitudine facevamo stagioni di 6 mesi, quest’anno il mio capo mi ha proposto di cominciare ad inizio marzo con le vacche in stalla e di finire a fine novembre ed io ho accettato molto volentieri.
Per il momento non facciamo ancora il formaggio perché non c’è un caseificio, da quando sono qui è in progetto ma non è ancora pronto e questo è forse il lato che mi frustra un po’ di più, mi sembra di fare il lavoro a metà e non ne vedo molto il senso ma è vero che non dipende da me e quindi pazienza…

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La mitica Jilda, la vacca più eccentrica ed anarchica della mandria

Qui mi trovo molto bene, sicuramente sto facendo un’esperienza molto interessante e che mi sta facendo crescere professionalmente. Questi anni mi hanno dato la dimostrazione che posso riuscire bene nel lavoro che amo fare e mi stanno dando la motivazione e la voglia a farlo per il resto della mia vita. Questa esperienza mi ha dato anche la possibilità di conoscere un luogo nuovo con dei meccanismi sociali diversi dalla mia terra. Sto vivendo nel dipartimento dell’Ariege un luogo conosciuto e quasi “deriso” per la sua arretratezza ed io proprio in questo aspetto trovo il suo lato interessante. L’Ariege ha la fortuna di essere rimasto per tanti anni un luogo selvaggio, tagliato fuori dalla Francia e dai suoi meccanismi di sviluppo. Questo ha fatto si che qui si creasse un tipo di rapporti sociali e di meccanismi commerciali e di lavoro diversi. Quasi tutti gli allevamenti sono di piccole dimensioni e di tipo estensivo (le mandrie di mucche da latte sono solitamente di 10-20-40 capi, di capre sui 100-150) ci sono tanti contadini che lavorano ancora in trazione animale, ci sono tanti mercati (praticamente uno in ogni paese) in cui la stragrande maggioranza dei venditori sono produttori locali o artigiani ed è quindi molto facile nutrirsi in modo sano senza dover forzatamente andare a cadere nei meccanismi del biologico (inteso come etichettatura commerciale) potendo invece prediligere il “genuino”. Io sto riuscendo anche, proprio prediligendo tali mercati a sfuggire a meccanismi di consumismo e di arricchimento dell’industria alimentare. Diciamo che c’è una diffusa visione della vita che vuole opporsi a meccanismi moderni malsani ed insostenibili. Sfortunatamente però anche qui la situazione sta cambiando, sta arrivando anche qui la corsa allo sviluppo e alla ricchezza, negli ultimi dieci anni nelle due maggiori cittadine hanno cominciato a diffondersi le catene di franchising, i fast food, i grandi supermercati togliendo spazio al commercio locale. Il turismo si sta sviluppando molto in fretta con il miraggio dell’aumento del lavoro e della ricchezza la gente non si rende conto che sta svendendo la propria terra a meccanismi poco sostenibili (almeno secondo me). È un peccato perché io vedo in luoghi come questo degli esempi di sostenibilità ma in realtà è proprio la società consumista e capitalista che riesce sempre ad avere la meglio. E naturalmente con tutti questi meccanismi folli è arrivata anche l’introduzione dell’orso, con pretese di intenti ecologisti sostenuti da investimenti enormi che potrebbero essere usati in maniera ben più sensata per altre iniziative di carattere naturalista. E così la popolazione degli orsi aumenta (sono orsi importati con spese altissime dalla Slovenia) e gli allevatori/pastori cercano di adattarsi e ridurre al minimo i danni, il problema è anche il fatto che non viene dato il giusto lasso di tempo per adattarsi. A me sembra tutta una mossa per cambiare la destinazione d’uso della montagna. Mi sembra che le politiche Europee attraverso diversi meccanismi (aiuti economici, introduzione e tutela dei predatori) vogliano avere sempre più controllo sulle piccole realtà di montagna e trasformarla gradualmente in un luogo sempre più selvaggio e destinato quasi esclusivamente ad attività legate al turismo di massa.

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Kira e la nuova arrivata Surya

Un altro problema che noto è la divisione della popolazione: allevatori contro ecologisti (o hippy), contrari all’orso e pro-orso, contrari all’apertura di una miniera e pro-miniera e intanto si stanno facendo portare via quel tipo di vita genuina tipica di qui, facendo infiltrare interessi economici e multinazionali nel proprio territorio. Come al solito la gente si riempie la testa di ideali che creano divisione, un buon esempio è l’agricoltore vegano che è in guerra con l’allevatore senza rendersi conto che un vegetariano ed un allevatore estensivo sono in realtà più fratelli che nemici. Io sono in un momento in cui comincio a detestare gli ideali e preferisco invece relazionarmi alla vita con azioni concrete ed onestà di intento. Vedo tante persone della mia generazione che si riempiono la testa di ideali, femminismo, antirazzismo, ecologia, sostenibilità… e tali ideali diventano un’esasperazione e non si traducono poi in azioni concrete, ognuno si mette sul suo piedistallo con la pretesa di non avere colpe quando in realtà siamo tutti colpevoli e tutti vittime di un sistema folle. Siamo tutti drogati di una libertà esasperata, di una vita viziata e non ci rendiamo conto che ci stanno levando i valori più essenziali di libertà concreta, cioè di fare un mestiere che ci appassioni con meccanismi umani, di poter creare una famiglia e di poterla sostenere, di poter dedicare del tempo alla crescita e all’educazione dei propri figli, di poter avere una casa e una dignità personale, di poter rapportarsi in modo costruttivo alla comunità che ci circonda e in cui possiamo sentirci tutelati. Tutto questo sta andando perduto in cambio di uno smartphone, di un’automobile acquistata a rate, di un aperitivo il cui tasso alcolico rischia di farci perdere la patente, in cambio di una vacanza al mare una settimana all’anno e di un giro al centro commerciale a comprare articoli di cui non abbiamo veramente bisogno.

L’unica cosa che mi manca è vivere nel mio paese, in certi momenti mi sembra di essere un albero senza radici, mi manca la mia famiglia, i miei migliori amici, mi manca la mia lingua, la nostra cultura, il nostro senso dell’umorismo, anche la nostra tradizione pastorale, mi manca il fatto di essere me stesso nel mio ambiente. È una cosa che mi sono reso conto riescono a capire bene gli immigrati con cui mi ritrovo a confrontarmi.

E così sto cominciando a riflettere su un ritorno a casa, nella mia terra, da un lato so che le cose potranno essere un po’ più difficili in Italia ma questo non mi fa paura, so che in un modo o nell’altro riuscirò ad organizzarmi e a “sopravvivere” anche lì. E’ strano ma è proprio facendo questa esperienza da immigrato che mi sto rendendo conto della negatività della cosa. Il fatto di andare all’estero è sempre visto come una cosa positiva, “perché in Italia è tutto una merda”, “perché le esperienze all’estero ci donano tanto”, ma magari non è forzatamente così, magari anche emigrare porta tanti disagi, ci astrae dalla nostra realtà per poi, un giorno, farci venire questo desiderio esasperato di tornare, magari proprio quando all’estero siamo riusciti a crearci una situazione stabile ed equilibrata che poi ci sentiamo quasi costretti a lasciare per un ritorno in patria. Lo dico perché parlando con altri amici che hanno pensato di partire mi rendo conto di non essere il solo a vivere questo disagio, gli amici di una vita lontani, i genitori che cominciano ad invecchiare, i nipoti e i figli degli amici che crescono senza che noi possiamo nemmeno rendercene conto e noi qui lontani da tutto quasi rinchiusi in una bolla di benessere.
Un altro motivo di disagio è anche il fatto di rendersi conto che si può anche vivere 30 anni in un paese straniero ma secondo me non si arriva mai all’integrazione assoluta si continua a rimanere per sempre immigrati in un certo modo.
E così guardo questa condizione degli Italiani sempre spinti ad emigrare per trovare delle condizioni di vita migliori e mi chiedo se ne valga veramente la pena… non saprei, anche perché sicuramente ci sarà qualcuno che si trova ben integrato all’estero e non ha alcuna intenzione di tornare a casa.

Io invece sto pianificando un rientro, vorrei tornare in Italia e stabilirmi con un piccolo allevamento di mucche o di capre da latte e fare il formaggio, so che le difficoltà saranno tante ma anziché spaventarmi la cosa mi dà coraggio e determinazione, sono ben conscio che la situazione in Italia è difficile ma per me è un motivo in più per tornare e combattere una sorta di battaglia fianco a fianco con i miei famigliari, i miei amici, la mia gente per riuscire ad apportare qualcosa di positivo nel mio paese. Quest’inverno vorrei tornare in Italia due mesi per cominciare a guardarmi intorno e farmi un’idea delle possibilità che si prospettano, a dire il vero la cosa che più mi spaventa è il pensiero di non fare una stagione la prossima estate perché questo mestiere diventa un po’ come una droga, arriviamo in autunno stanchi e con la voglia di riposare un po’ ma con il finire dell’inverno sentiamo subito la forte necessità di salire verso le montagne, con gli animali.

Un altro aspetto che mi porta un po’ di sofferenza è la solitudine, ma non la solitudine della montagna che anzi io apprezzo molto perché rende i rapporti più sinceri e forti, bensì la solitudine dell’immigrato lontano dalla propria gente e la solitudine di un uomo di 35 anni senza compagna. Sento il desiderio di creare la mia famiglia e di avere dei bambini e sono solo, è una condizione molto strana dovuta secondo me della follia della nostra epoca in cui le coppie non riescono a stare unite in un rapporto duraturo, le persone non sono più capaci di pazientare e di trovare gioia in ciò che hanno, si cerca sempre qualcosa in più, si vede sempre la felicità in ciò che non si ha, almeno secondo me.
Così mi trovo a combattere con questi pensieri, il sogno di incontrare una donna che ha voglia di condividere questo stile di vita, molto sano, pieno di serenità, di benessere psico fisico, di equilibrio e di fatica J in una società che si sta muovendo nella direzione opposta e nella quale la maggior parte delle donne credono di avere tutt’altri bisogni. È da tre anni che sono solo e in cui proprio non riesco ad incontrare una persona che mi faccia innamorare, incontro ragazze della mia età con dei sogni adolescenziali, con poca serietà e poca voglia di mettersi seriamente in gioco per creare qualcosa di concreto quando io sto cercando invece una donna matura con i miei stessi sogni e progetti di vita simili, con il bisogno di fare una vita concreta e semplice.

Vedo come pastori, malghesi ed allevatori estensivi vengano sempre messi su un piedistallo o messi in croce, ammirati o condannati a seconda della percezione delle persone, siamo sempre percepiti in modo contrastante ed un po’ estremo. Passiamo da essere degli eroi, guardiani della montagna, eremiti che hanno fatto una scelta coraggiosa a degli assassini, selvaggi, insensibili, distruttori di un ecosistema, un equilibrio e una pace della montagna. A me tutto ciò sembra ridicolo, io non amo essere condannato né tantomeno messo su un piedistallo, mi piace semplicemente essere trattato come ogni altra persona e che mi venga concessa la libertà di vivere la mia vita a modo mio, secondo i miei bisogni. Io non faccio questo lavoro per salvare il mondo anche se devo ammettere che uno dei motivi è il fatto che secondo la mia percezione della realtà è un modo di vivere sano e sostenibile. Ma lo faccio soprattutto perché è il mio mestiere, ciò che riesco a fare bene e che mi dona soddisfazioni, come penso dovrebbe fare qualsiasi altro essere umano. La differenza è che noi, nel nostro mestiere veniamo continuamente giudicati (in modo positivo e negativo) tutti ci guardano e pensano di avere il diritto di dire la propria opinione quasi come se tutti conoscessero in prima persona il nostro mestiere con i suoi pregi e le sue difficoltà, quando praticamente nessuno esterno a questo mondo può capirne i meccanismi. Allora io non capisco il perché di tutte queste opinioni nei nostri confronti. Per esempio il turista che ci critica in nome di un presunto amore nei confronti della montagna e della natura, perché allora non critica un avvocato, un chirurgo, un industriale, un operaio, una qualsiasi persona che vive in città e che con il suo stile di vita inquina quanto qualsiasi altra persona (distruggendo come ogni persona occidentale la natura), perché non critica chi va in vacanza una volta all’anno prendendo un aereo che è super-inquinante o perché non critica sé stesso in prima persona che per venire in montagna inquina con la propria automobile, magari avendo comprato vestiti ed attrezzatura alla decathlon (fatti di materiali sintetici ed inquinanti e venduti attraverso meccanismi insostenibili). Non sono forse le azioni di ogni singolo individuo a distruggere la natura con i suoi equilibri e le sue biodiversità? Siamo tutti vittime e tutti colpevoli di un sistema malato… e allora perché siamo sempre noi ad essere presi in esame e giudicati, quasi come se la gente si senta in dovere di esprimere il proprio parere positivo o negativo nei nostri confronti? A me piacerebbe che fossimo semplicemente lasciati stare, che la gente si rendesse conto che abbiamo lo stesso diritto di portare avanti la nostra vita come tutti gli altri e che semplicemente la nostra vita si svolge a contatto con la natura e la montagna.

Grazie Andrea, grazie davvero per aver condiviso con me, con noi, la tua storia. In bocca al lupo per tutto e… spero che ci farai sapere come sono andate le cose, se tornerai in Italia, se aprirai la tua azienda. Capisco perfettamente quello che dici, al posto tuo avrei gli stessi dubbi e non saprei cosa consigliarti, perché le strade che hai davanti sono tutte molto ripide… e purtroppo non basta aver voglia di sgobbare duramente per avere un successo garantito!

Appena oltre confine, tutto cambia

La stagione estiva volge al termine, a breve mandrie e greggi scenderanno, chi ha più erba riuscirà a fermarsi magari fino a fine mese, inizi di ottobre… per altri invece è questione di giorni. Prima del ritorno degli animali, volevo ancora fare una gita in Svizzera. Il confine non è lontano, così semplicemente basta scegliere una meta appena dietro la cresta, non più distante di altre località della Valle.

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Val Ferret – Valais, Svizzera

Dicevo di aver bisogno di cambiare paesaggi, anche se questi non sono così diversi da quelli nostrani. Quel che cambia spesso è la cura del paesaggio, il modo con cui viene gestito. Non c’è bisogno delle onnipresenti bandiere rossocrociate per capire che si è in terra elvetica. Nell’alpeggio al fondo della strada asfaltata si può mangiare un assortimento di prodotti locali, ma i prezzi, al cambio vigente, fanno rabbrividire un Italiano, che con la stessa cifra in patria può scegliere un ristorante di lusso e non una fonduta o una raclette seguita da un dolce. E’ cara, la Svizzera? Per noi sì, ma… non sarà che, in questo caso, semplicemente si pagano i prodotti al giusto prezzo?

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Lacs de Fenêtre – Val Ferret, Svizzera

La gita ha come meta degli splendidi laghetti alpini. A quelle quote non ci sono più animali, i pascoli sono già stati consumati da un gregge di pecore, a giudicare dalle tracce rimaste.

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Fioritura di eriofori ai Lac de Fenêtre – Val Ferret, Svizzera

Ci sono però numerosi animali selvatici (stambecchi, pernici) e distese di ciuffi bianchi: non più pecore, ma le infiorescenze degli eriofori intorno ai laghi e ai ruscelli.

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Alpeggio Plan de la Chaux – Val Ferret, Svizzera

Sulla via del rientro, facciamo una deviazione per passare accanto alle mandrie al pascolo. Nei pressi dell’alpeggio era parcheggiata un’auto con targa italiana, quindi ci si poteva aspettare qualche operaio che, dal nostro paese, era andato in là a far la stagione. Non si tratta di casi isolati, ma di un fenomeno via via crescente. Spesso si tratta di allevatori che mandano in alpeggio presso terzi i loro animali e vanno a guadagnare uno stipendio oltreconfine. E così nei nostri alpeggi lavorano operai rumeni, albanesi, marocchini… e in Svizzera troviamo pastori valdostani, piemontesi, lombardi…

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Mandria al pascolo – Val Ferret, Svizzera

La mandria è composta interamente da bovine di razza d’Herens, molto apprezzate da queste parti soprattutto dagli appassionati delle battaglie. Qui trovate il sito degli allevatori di questa razza, dove potete vedere i risultati dei combats, gli alpeggi dove vi sono mandrie come questa, le date dei prossimi combats, ma anche la situazione nei vari alpeggi. Cosa significa? Andiamo con ordine, ce lo spiegherà il pastore!

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Luciano toglie il filo che suddivide il pascolo – Val Ferret, Svizzera

Il guardiano della mandria in quel momento stava dando il pezzo per il pascolo pomeridiano/serale. Dopo un primo scambio di battute in Francese, si scopre non solo la provenienza comune, ma ci si riconosce pure! E così ha inizio una lunga chiacchierata in cui vengo a sapere tante cose su come funziona qui l’alpeggio.

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Un bell’esemplare di razza d’Herens – Val Ferret, Svizzera

Il pastore che sta al pascolo costantemente con la mandria, tra le sue mansioni ha anche il compito di scrivere su un quaderno ogni giorno chi è la regina. Gli animali sono tutti identificati con una placchetta numerata attaccata al collare che sorregge la campana. Bisogna osservare i combattimenti che avvengono durante il giorno e segnare chi vince e chi perde. Avere la regina dell’alpeggio è un grande prestigio per l’allevatore, ma alla soddisfazione morale si aggiunge quella economica, visto che gli appassionati arrivano a spendere anche 30.000 CHF per acquistare una regina.

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Non sono i cinghiali a scavare questi buchi nei pascoli, ma le reines mentre mostrano la loro forza! – Val Ferret, Svizzera

Si guarda la bellezza, si guarda la forza dell’animale. E’ una questione di passione. E così allevatori e appassionati vanno in alpeggio a vedere quando, per la prima volta, gli animali escono insieme al pascolo e iniziano i combattimenti per stabilire le gerarchie. Poi ci sono invece i combats organizzati, così come avviene in Valle d’Aosta.

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Luciano e una delle bovine in cerca di attenzioni – Val Ferret, Svizzera

Il motivo per cui i Valdostani sono così apprezzati negli alpeggi del Vallese è anche il fatto che conoscono questa razza, il suo particolare comportamento, ma anche condividono questa passione. “Qui gli alpeggi sono dei consorzi, la gente è davvero precisa e corretta. Lo stipendio è più che buono, paragonato a quello che rende ormai questo mestiere da noi… Ci pagano un tanto al mese, in più abbiamo un tot per andare a comprare da mangiare. Da noi certe cifre te le sogni, il prodotto non vale più niente. Una vacca da macello qui viene pagata 10 CHF/kg.” (In Valle d’Aosta ci si aggira sui 2-2,5 €/kg, fate voi il paragone!)

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Plan de la Chaux – Val Ferret, Svizzera

In Svizzera la vita è più cara che da noi, basta entrare in un qualsiasi negozio e guardare i prezzi del formaggio o della carne. Ma è sufficiente, come vi dicevo prima, dare uno sguardo al menù accanto all’alpeggio al fondo della strada sterrata, dove si possono gustare alcuni piatti tipici, dai taglieri di salumi e formaggi alla fondue o la raclette. Sono prezzi esagerati? Per noi… sì, ma sono anche prezzi giusti, proporzionati al lavoro che c’è dietro ai prodotti, alle materie prime. Non ha senso che, in Italia, un formaggio di montagna, d’alpeggio, costi solo pochi euro più di un insapore formaggio di caseificio industriale.

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Luciano e il suo cane – Val Ferret, Svizzera

Luciano ci mostra dove la mandria si abbasserà a breve, per concludere la stagione. “Nell’altro alpeggio sopra ci sono i manzi, lì c’è un ragazzo francese che si occupa di pascolarli. Prende 150 CHF al giorno. All’inizio queste erano quasi tutte da mungere, ma ormai siamo alla fine e alcune partoriranno ad ottobre. Qui facciamo formaggio Raclette. Ci sono animali da diversi proprietari, ci può essere quello che ne ha tante, magari anche 40, ma c’è chi ne ha anche solo 3 o 4. Conosco un allevatore che ha 5 vacche di queste nere, poi una decina di vacche da latte. Con questi numeri ha fatto una stalla da un milione di franchi, tira su una famiglia e ha anche un dipendente. E’ vero, in Svizzera danno i contributi, ma il paesaggio è tutto tenuto alla perfezione. Guarda giù per la valle come sfalciano i prati fin sul bordo della strada e fin contro il bosco…

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Sistema per lo spandimento dei liquami nei pascoli già utilizzati – Val Ferret, Svizzera

Gli allevatori pagano 400 CHF per bestia a mandarle su in alpe, ma poi se vengono a fare dei lavori per l’alpeggio, segnano le ore, le giornate di lavoro, e scalano dalla cifra da pagare. Oppure c’è quello che porta su la legna. C’è davvero grande correttezza in tutto.” Dopo questi discorsi, verrebbe davvero voglia di fare lo stesso, di passare il confine per fare la stagione. Forse, con i soldi guadagnati in alpeggio, non ce la faresti a vivere là, ma sicuramente sono buone cifre da portare in Italia. Ma il punto non è questo… Ciò che non funziona è che, in Italia, le piccole aziende (di montagna e non) soccombono, non riescono a vivere solo del loro (duro) lavoro. I prodotti (carne, latte, latticini) vengono venduti a prezzi irrisori che talvolta non pagano nemmeno le spese necessarie per ottenerli, senza contare le ore di lavoro, che in questo mestiere devono andare sotto il nome di “passione”. Non va bene, e non va bene nemmeno appoggiarsi a quei contributi che oggi ci sono, domani chissà, e che troppo spesso fanno più male che bene, falsando il mercato l’intero sistema.

…per chi volesse assistere alla sfilata di mandrie e greggi di questa vallata, l’appuntamento è a La Foully il 22 settembre

Lavoro in alpeggio

Quando c’era il vecchio blog, avevo iniziato a ricevere un numero sempre crescente di e-mail da parte di persone che volevano andare a lavorare in alpeggio, per fare un’esperienza, per un breve periodo estivo, per imparare un mestiere, per cambiare vita e abbandonare la città… Avevo quindi aperto un’apposita pagina dove, via via, inserivo i messaggi. Pian piano poi sono arrivati anche quelli di Italiani e stranieri già pratici del mestiere, che cercavano lavoro. Le aziende che invece avevano bisogno di manodopera tendenzialmente non scrivevano, al massimo consultavano l’elenco di annunci.

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Pastore in alpeggio in Valsavarenche (AO)

Poi quest’anno all’improvviso è cambiato qualcosa. Anche se il blog è chiuso, le pagine degli annunci restano attive (per pubblicare qualcosa, basta mandarmi un’e-mail e io provvedo ad inserire il testo) e, a quanto pare, sono molto consultate. Quest’anno sono aumentati gli annunci da parte di aziende. Aprendo la pagina non ne troverete più tantissimi, perché molti mi hanno scritto dopo aver trovato la persona che cercavano, chiedendo di rimuovere l’inserzione. Però credo ci sia da fare qualche riflessione su questo fenomeno.

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Momenti di lavoro in alpeggio – Val Chisone (TO)

Da una parte c’è forse una crisi nei “canali tradizionali”? Quelli attraverso i quali si trovavano normalmente gli operai? Oppure c’è maggior fiducia per il mezzo virtuale, dopo che qualche collega ha riferito di aver trovato in questo modo gli aiutanti giusti? Quello che so è che molti, quest’anno, si sono lamentati per le grandi difficoltà nel trovare personale per l’imminente stagione d’alpe: sia operai più specializzati, in grado di mungere e/o caseificare, sia pastori.

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Alpeggio nel Vallone di Saint Marcel (AO)

C’è chi si è trovato senza operai quando ormai era ora di salire in alpeggio e chi li ha “persi” strada facendo, rimanendo in difficoltà ora, nel cuore dell’estate. Oltre alle singole vicende che mi sono state raccontate da amici, l’elemento comune di molte storie è stato il contatto con qualcuno che cerca lavoro… ma che poi non si presenta all’appuntamento! Perché? Perché dirsi interessati e poi non rispondere più nemmeno al telefono?

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Alpeggio in alta quota – Valtournenche (AO)

Chi già ha esperienza, sa a cosa può andare incontro, chi invece è semplicemente affascinato dall’idea dell’alpeggio, del lavoro in montagna, a volte si scontra con una realtà diversa da quella attesa. Un discorso molto lungo potrebbe essere fatto sullo stipendio dei pastori (anni fa qualcosa lo avevo scritto qui): in Italia raramente le cifre sono elevate, sicuramente non comparabili con quelle percepite oltreconfine (Francia, Svizzera). L’importante è che i patti siano chiari fin dal principio, pare superfluo invitare alla correttezza da ambo le parti (anche se, ahimè, so bene che non sempre le cose vanno così).

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Vita d’alpeggio a Bonalé – La Salle (AO)

Il lavoro in alpeggio non è facile, a volte le condizioni di vita sono molto spartane (per gli operai come per i datori di lavoro), non si può pensare di fare le otto ore e i giorni festivi. Ma questo dovrebbe essere scontato per chi sceglie questa strada: se vuoi le ferie e la domenica libera, non vai a lavorare con gli animali. La stagione d’alpe dura da maggio-giugno a settembre-ottobre, per quei mesi si richiede impegno esclusivo, totale condivisione di compiti e orari. Qualcuno forse obietterà che non sia “legale” tutto questo: io non conosco le normative in materia, ma credo che nessuno venga obbligato a fare questo mestiere: una volta definita la paga e le condizioni di vita/lavoro in quel periodo, se hai preso l’impegno, dovresti portarlo a termine. Mi auguro che coloro che mi hanno chiesto di togliere l’annuncio abbiano effettivamente trovato dei validi collaboratori che li accompagneranno fino alla fine dell’estate e magari anche oltre…

Cambiare lavoro?

Recentemente mi è capitato di parlare con persone che non hanno contatti diretti con il mondo zootecnico. Stavo spiegando loro come questa stagione sia particolarmente dura per una serie di motivi: poche scorte di fieno a causa delle gelate primaverili e della siccità, costo del fieno (e degli altri foraggi) alle stelle, ma nello stesso tempo non aumenta il valore dei prodotti. Teoricamente dovrebbe succedere che, se mi costa di più produrre il bene xy, il suo prezzo di vendita finale aumenti. Ma non succede né con il latte, né con la carne… Mi sono così sentita chiedere come mai i titolari di queste aziende in crisi non cambiano lavoro. Perché non può essere solo una stagione sbagliata a mettere in ginocchio un’azienda, quindi erano già in crisi quando tutto “andava bene”. Vero, infatti le difficoltà c’erano già prima, questi mesi stanno danno il colpo di grazia a tanti che già vacillavano.

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Gregge in stalla, pianura torinese (TO)

Ma allora perché chi già era sull’orlo del baratro si ostina ad andare avanti? Perché l’allevatore che vende i propri animali deve essere proprio disperato… e quando li avrà venduti, non avrà risolto i suoi problemi, anzi… si aggiungerà un malessere che non so se trova uguali in chi cessa un’altra attività. Entrano in gioco tante cose, ma prima di tutto la PASSIONE, parola ricorrente abbinata a questo mestiere, e il legame con gli animali. Per dare una spiegazione a tutte quelle persone che chiedono “come mai non cambiano lavoro?“, ho provato a chiedere direttamente agli stessi allevatori. Ecco cosa mi hanno risposto alcuni di loro. Molti danno la risposta di Ubaldo: “Perché non si guarda al denaro, questa è una malattia spesso ereditaria.

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Covoni di fieno tradizionali – Angrogna, Val Pellice (TO)

Il denaro però alla fine lo devi guadare, quando finisce, quando non ne hai più nemmeno per comprare il fieno per le tue bestie, cosa fai? Non commentano su facebook, ma lo so che esistono anche queste realtà. Non per scelte sbagliate sul lavoro, ma per un crescente ammontare delle spese e una rendita sempre minore del proprio lavoro. Aumenta il gasolio, aumenta il fieno, aumenta il mangime, aumenta il prezzo di tutto quello che devi comprare, dal trattore al pezzo di ricambio, ma il latte te lo pagano sempre 30-40 centesimi al litro, gli agnelli a pochi euro al kg, i vitelli fatichi a darli via…

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Anziano allevatore durante una transumanza – Valle Maira (CN)

Non si cambia per rispetto di chi ha messo assieme qualcosa prima di noi, per rispetto di chi non ha da mangiare e perché non hai nessuno che ti comanda. Poi ci vuol coraggio anche ad andare a lavorare in fabbrica…“, dice Mario dalla Lombardia. Non mi ha scritto nessuno dicendomi: “Io l’ho fatto, io ho chiuso e sono andato a fare altro“, ma qualcuno mi ha detto “…questo è il mio mestiere, quale altro lavoro potrei andare a fare?“. Purtroppo so di persone che a forza di tirare la corda purtroppo o sono andate in fallimento o hanno dovuto vendere gli animali, poi il più delle volte hanno cercato lavoro come operai in aziende dello stesso settore. “Mi hanno chiamato per un lavoro di tutt’altro genere, sono lì da tre mesi, per un annetto o due posso farlo. Mungo mi lavo e vado dentro in macchina, faccio fatica e sono sempre teso“, racconta invece un giovane che cerca di portare avanti in parallelo le due cose, rendendosi conto che la sola azienda agricola non gli consente di vivere.

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Vacche in stalla – Valli di Lanzo (TO)

Silvio dalla provincia di Cuneo: “Sono… nuovo del mestiere… è da pochi mesi che mi sono iscritto alla categoria! Fin da piccolo però ho sempre trafficato, ero appassionato delle bestie con i nonni prima e dopo con mio padre, che era in pensione dalla Michelin. Io però sono finito a lavorare fuori e mio fratello è rimasto qua, poi il mio lavoro è andato a finire male come per tanti altri e alla chiusura mi sono ritrovato in disoccupazione. Adesso sono nei coltivatori con mio fratello e mia cognata, la resa sappiamo quella che è, si tribola ad andare avanti, ma finalmente faccio quello che mi piace che avrei già dovuto fare 30 anni fa, perché alla fine è la nostra vita, la nostra passione le nostre radici e non cambierei più con nessun altro lavoro e nessuna paga…

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Giovane appassionato – Aosta

Francesco, dalla Lombardia: “Sono un allevatore dopo aver fatto diverse marce indietro. Io allevavo capre quando ho cominciato, poi le ho vendute per mancanza di spazio. Sono cresciuto con i miei zii e con loro ho imparato a fare il formaggio, a gestire una mandria in alpe fino al 2005, poi da sera alla mattina mi sono trovato sbattuto fuori dalla stalla. Ho ripreso pian piano e adesso sono arrivato a 10 fattrici piemontesi. Ho fatto altri lavori, o meglio ci ho provato, ma non riesci… o meglio sei anche un operaio modello sempre attento, ma il tuo cuore è altrove…

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Capretti fiurinà – Scalenghe (TO)

Laura, dal Cuneese: “A me è stata invece rivolta la domanda inversa… Io lavoro in fabbrica e ho il posto fisso, ma tra qualche mese lascio per intraprendere l’attività d’allevatore di camosciate e trasformazione di latte. Parecchi mi hanno chiesto perché sono così ”stupida” da lasciare il lavoro fisso per un lavoro a casa che non si ha mai una sicurezza nelle entrate…“. Laura, dalla collina torinese: “È un modo di vivere, qualcosa che hai dentro. In un certo senso non è neanche una scelta, perché vivere diversamente è impensabile. Se fossi giovane rifarei lo stesso ma non in Italia.

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Transumanza in Val Pellice (TO)

Andrea, ancora dal Cuneese: “Noi alleviamo bovini, facciamo alpeggio e trasformiamo il latte tutto l’anno… Secondo me però la risposta è già nella domanda stessa, la chiave è la parola “lavoro”. Il nostro credo non possa essere considerato soltanto “lavoro” , è qualcosa che va oltre ad un orario, uno stipendio o un reddito, è qualcosa che abbiamo nel sangue e nel cuore, una natura, un istinto, un richiamo…. Con i nostri animali si crea un legame forte, a me piace pensare che sia come una grande famiglia, e in famiglia quando le cose non vanno bene ci si stringe cercando di farsi forza l’un l’altro e si cerca di tirare avanti… Di sola gloria non si vive, lo so, ma credo che “lasciare” i nostri animali per andate a fare altro sia proprio l’ultima delle soluzioni…

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Pecora con il suo agnello nato da poco – Cumiana (TO)

Marco, emigrato all’estero: “Non è un lavoro ma uno stile di vita. Le domande sono anche altre forse. Posso imporlo ai miei figli nel contesto sociale del 2018 anche quando i conti non sono rosei? E fino a che punto tirare la corda in passivo? Per la cronaca, io ho chiuso dieci anni fa in Piemonte e ho una azienda familiare in pedemontana polacca.  Che per certi versi vuol dire portare indietro l’orologio ai tempi abbastanza buoni dell’Italia e darsi un livello economico decoroso. So che è impopolare in questa sede, ma a un giovane consiglierei di prendere in considerazione l’estero. Anzi l’estero lo consiglierei anche a chi è in crisi e vuol valutare una alternativa alla chiusura. Ho dimenticato di descrivere l’azienda: avevo vacche piemontesi in provincia di Novara e adesso faccio lumache e ortaggi in Polonia con circa sette ettari. Ho 37 anni e due figli piccoli. Penso che un dato importante su una opinione sia anche l’età che uno ha. Io ho imparato a vedere il mondo diversamente con il passare degli anni.

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Vacche in alpeggio in Val di Susa (TO)

Virginia, dalle Langhe: “Domanda da un milione di dollari. Noi abbiamo un allevamento (piccolo) di bovine da latte, facciamo pascolo, vendiamo il latte ad un piccolo caseificio e una parte la trasformiamo noi. Perché non si cambia lavoro? Perché il nostro non è solo lavoro, è la nostra vita, la nostra passione. Siamo legati alle bestie ed al territorio. Io sono diplomata e avevo la possibilità di svolgere un lavoro con orari regolari e al pulito, ma non faceva per me. Pian piano abbiamo comprato le prime vacche e ora ci siamo ingranditi e i primi risultati cominciano a vedersi. Lo rifarei altre mille volte!!! Certo si fa fatica, ci si arrabbia, ma non ci arrendiamo mai e la mia vita, che poi è anche il mio lavoro, non la cambierei per niente al mondo!!!!

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Vacca in alpeggio – Gressoney (AO)

Jessica, allevatrice valdostana: “Abbiamo mucche da latte. Il senso di libertà che si prova a lavorare a contatto con la natura non ha prezzo! Un bel respiro profondo dell’aria fresca di alpeggio vi farebbe assaporare la mia sensazione di felicità! Che sia un lavoro duro, faticoso e anche poco redditizio può essere vero, ma quante soddisfazioni dà? Chi ha la fortuna di avere delle compagne di avventura così fedeli, che ti dimostrano affetto, ti coccolano, ti chiamano? Sono solo animali (dice qualcuno) ma si esprimono meglio che noi umani! Con i propri animali si viene ad instaurare un rapporto speciale fatto di lealtà , di fiducia reciproca, di momenti gioiosi come di momenti brutti, ma la passione e la voglia di non mollare fanno passare ogni paura! Bisogna provarle certe sensazioni per capirle!

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Mandria in alpeggio – Trentino

Marta, dalla Valsesia: “Io e i miei genitori abbiamo bovini da latte d’estate andiamo in alpeggio e trasformiamo, in inverno vendiamo il latte. Con i tempi che corrono anche io mi sono chiesta qualche volta se ne valga la pena o meno. In primo luogo per me è uno stile di vita, ci sono nata e tra i miei primissimi ricordi ci sono vacche, vitelli e cani da pastore. Certo è un lavoro duro, ma dal punto di vista personale gli animali mi danno moltissimo, è avere la vita tra le mani tutti i giorni, fare questo mestiere lo vedo più come un dono che come un dovere. I momenti di scoraggiamento non mancano, ma quante volte nella vita un operaio ha l’occasione di tenere fra le braccia un vitellino appena nato, andare a mungere con il sole che sorge e vedere la vita intorno a sé svegliarsi? Non trovo nemmeno le parole adatte per esprimere quante più cose ci siano nella vita dell’allevatore al di là del lavoro.

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Formaggi di alpeggio in vendita in una fiera in Valle Po (CN)

Elisabetta, in provincia di Torino: “Abbiamo un’azienda agricola con vacche da latte, Barà e piemontesi. Trasformiamo tutto il latte nel nostro piccolo caseificio e vendiamo i prodotti al mercato o li usiamo in agriturismo. Mio papà, mio fratello e mio nonno curano le vacche e la stalla, io con mia nonna e mia mamma produciamo e andiamo a vendere. Non è facile, ci sono molte spese e scadenze, non sempre va come vorresti. Manca l’erba in autunno, il fieno in inverno, l’erba per fienare in estate, ma non manca mai la voglia e la passione!! Troppe volte mi pento di non aver preso il diploma, un po’ per egoismo, un po’ per crescita personale, anche se penso che non sia un pezzo di carta a dimostrare chi sei. Troppe volte penso di mollare e di fare un lavoro tranquillo “da donna”, ma poi guardo cosa mi hanno lasciato i miei e mi dico: “No! Non si può cambiare lavoro!” Se nasci in una famiglia così, con certi valori, stringi i denti e vai…avanti!

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Capre valdostane in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Non so se questa carrellata di testimonianze sia sufficiente a spiegare ad un “non addetto ai lavori” perché non ci si arrende fino all’ultimo, anche quando si lavora in perdita, anche quando per mantenere i tuoi animali finisci per spendere i soldi che avevi messo da parte in passato. Lo fai sperando che prima o poi le cose cambino, che non vengano giorni peggiori, ma migliori.

(N.B. Le foto di questo post non fanno riferimento alle testimonianze, ma riguardano allevatori e aziende da me visitati nel corso degli ultimi anni)

 

Prati, pascoli e fienagione

Sapete distinguere un prato da un pascolo? E un prato-pascolo? Non è un gioco di parole… Senza scendere in tecnicismi da addetti ai lavori, semplicemente possiamo dire che un pascolo viene per l’appunto pascolato dagli animali. Un prato invece viene sfalciato per ottenere foraggio e in un prato pascolo alcuni tagli sono destinati al foraggio conservato, altri invece al pascolamento diretto.

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Pascolo di alta quota con la prima vegetazione dopo lo scioglimento della neve – Vallone di Rouen, Villaretto (TO)

A seconda delle quote, cambiano i periodi di utilizzo delle superfici erbose, sia da parte dell’uomo, sia da parte degli animali. Ovviamente si sfalcia e si pascola quando c’è erba e quando questa è abbastanza “matura”. Anticipare troppo vorrebbe dire avere mano foraggio a disposizione, tardare invece significa avere un prodotto di cattiva qualità.

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Prato del Colle – Villaretto (TO)

Per quanto riguarda la montagna, i tempi sono ovviamente posticipati rispetto alla pianura e il numero dei tagli di fieno è minore. Molti dei luoghi che un tempo venivano sfalciati, anche in alta quota, oggi sono destinati al solo pascolo di mandrie e greggi. Ciò avviene perché è cambiata l’organizzazione delle aziende, il numero di capi, le necessità per la sopravvivenza.

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Pascolo in fiore – Vetan (AO)

L’altro giorno un allevatore mi spiegava come sfalciasse parte del suo alpeggio in quota, ricavandone un fieno “…che riconosci subito quando lo prendi, sia per il profumo, sia per la resa!“. L’utilizzo di prati e pascoli varia anche in funzione del territorio: nelle vallate più ripide, ormai si fa fieno quasi solo più nel fondovalle, nelle zone maggiormente pianeggianti, mentre il resto o viene pascolato o addirittura è lasciato all’abbandono.

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Fienagione – Petit Fenis, Nus (AO)

Le mandrie salgono in alpeggio a pascolare, poi tornano nelle cascine, dove comprano il fieno (o se lo fanno, a seconda di com’è organizzata l’azienda). In montagna fa il fieno chi risiede in valle, aziende di dimensioni medio-piccole o piccolissime, mantenendo pulito (e paesaggisticamente ordinato) il territorio. La meccanizzazione è maggiore dove le superfici sono ampie e pianeggianti. Anche in montagna si cerca di semplificare il lavoro con i mezzi, qui vi avevo mostrato immagini della Svizzera, dove ampie porzioni di territorio sono esclusivamente montane, quindi la fienagione avviene necessariamente anche in quota. Si usano i macchinari dove si può, poi il rastrello per tirare verso il basso il fieno e procedere poi all’imballatura… peggio quando bisogna portarlo in alto. Resistono eroi che usano la falce, la gerla, i teli da riempire di fieno e portare a spalla, o che fanno i covoni

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Guglielmina, 85 anni, Petit Fenis, Nus (AO)

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Non avevo con me la macchina fotografica l’altro giorno, così ho scattato due foto solo con il cellulare. Nelle immagini vedete Guglielmina, 85 anni, rastrello in mano, a raccogliere quello che restava dopo il passaggio del trattore con l’imballatrice. Stava rientrando in auto con la figlia Federica quando ci hanno visti fare fieno, si sono fermate e ci hanno dato una mano. “Ma mamma era tutta contenta, la sera! E’ la sua vita, questa!“. Nonostante il caldo torrido, nonostante il sole che picchiava anche a 1000 metri di quota, nonostante il temporale che ci ha costretti ad interrompere il lavoro quando mancavano poche balle per aver finito.

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Fienagione – Petit Fenis, Nus (AO)

Farsi il fieno è fatica, è tempo, sono costi (bisogna dotarsi di tutti i macchinari necessari per tagliare, girare, fare le andane e imballare), ma farselo portare dalla pianura non è sicuramente economico! Per la Val d’Aosta, a cui si riferiscono queste immagini, c’è inoltre un discorso di vincoli legati alla DOP della Fontina, formaggio il cui disciplinare impone l’utilizzo di fieno prodotto in valle. Quindi ogni azienda deve provvedere alla fienagione necessaria per mantenere almeno le proprie vacche da latte per tutta la stagione invernale e primaverile, fin quando non potranno essere messe al pascolo nei prati vicini alla stalla o saliranno in alpeggio.

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Rotoballe – Petit Fenis (AO)

Primo taglio, secondo taglio, il terzo generalmente viene pascolato direttamente dagli animali, da una certa quota in su. Salendo come altitudine, il taglio generalmente è poi soltanto uno. Il fieno viene imballato con forme diverse, attualmente si tende a fare le rotoballe (di dimensioni diverse, da quelle più grandi e pesanti della pianura, fino a piccole balle cilindriche movimentabili a mano), anche se “resistono” le ballette a forma di parallelepipedo.

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Irrigazione dei prati – Saint Nicolas (AO)

Per avere erba e fieno servono in ugual misura acqua e sole. Fondamentale l’irrigazione a pioggia nelle vallate più secche, abbiamo già parlato dei sistemi di canalizzazione e utilizzo delle acque in certe zone. In questi giorni di fienagione fortunatamente il clima è ideale (anche se troppo caldo): in montagna non c’è afa, ma sole e vento, così nel giro di 2-3 giorni i prati vengono tagliati, il fieno imballato e riposto nei fienili. Ma senza l’irrigazione sarebbe ben difficile avere una rapida ricrescita dell’erba, che garantirà un secondo taglio nei prossimi mesi.