Ma come sono poi andate le cose?

Tra gli addetti ai lavori si continua a parlare di problemi, di crisi, di difficoltà, invece ogni tanto esce il servizio o l’articolo dove pare ci sia il boom del ritorno alla terra, dell’agricoltura/allevamento come unico (o quasi) settore in ripresa. Sarà vero? Ci sarà proprio tutto questo ritorno? Magari sì… ma poi qualcuno torna ad intervistare questi neo-rurali? Ci sarà di sicuro chi andrà avanti e chi invece cambierà di nuovo strada.

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Non sono ancora passati 10 anni dall’uscita del mio libro dedicato ai giovani allevatori “Di questo lavoro mi piace tutto”, dove intervistavo ragazze e ragazzi tra i 15 e i 30 anni che raccontavano la loro storia, le loro difficoltà, i loro sogni. Le interviste però in effetti erano iniziate 10 anni fa… Più e più volte ho lanciato l’idea sul fatto che potrebbe essere uno studio interessante andare a vedere “che fine hanno fatto”,  ma nessuno ha mai raccolto la proposta. Per chi fosse interessato, il libro è ancora disponibile e lo spedisco io personalmente (contattatemi qui).

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Mattia, il più giovane tra gli intervistati, con la sorella Giorgia, in alpeggio in Valle Stura (CN)

Ho pensato però che si poteva tentare un esperimento: almeno per tutti quelli che sono su Facebook, tenterò di contattarli, chiedendo loro se hanno voglia di rispondere ad un paio di domande su come sono andate le cose. Poi, chi vorrà raccontare qualcosa in più, sarà il benvenuto. Il tutto poi verrà pubblicato qui sul blog, come testimonianza di un “campione” di giovani allevatori.

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Gruppo con numerosi giovani alla fiera di Bobbio Pellice (TO) qualche anno fa

Non ho idea di quale sarà il risultato: alcuni di loro li conosco bene e li incontro ancora di tanto in tanto, le vicende di vita e di lavoro per loro si sono intrecciate, prendendo strade a volte più tortuose, a volte più lineari. Sono nati nuclei famigliari, nuove coppie, bambini che già camminano davanti a mandrie e greggi… Purtroppo qualcuno di loro ci ha anche lasciato. Della vita privata mi racconteranno ciò che vorranno, ma la mia curiosità riguarda soprattutto l’ambito lavorativo.

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Giovani durante una transumanza in Val Germanasca (TO) ai tempi della raccolta di materiale per il mio libro

Sarà l’ennesimo modo per raccontare al pubblico, attraverso le parole dei protagonisti, come vanno realmente le cose. Perché è facile dire “ci sono gli aiuti, ci sono i contributi per i giovani”, oppure credere che in questo settore sia facile costruire un’azienda. E come sono andate le cose per chi partiva dal nulla, senza una famiglia che già facesse quel mestiere? Vedremo chi raccoglierà la sfida… Poi, se ci fossero altri giovani allevatori che vogliono raccontarmi/raccontarci la loro storia scrivendo e mandando delle immagini, saranno i benvenuti!

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Una lunga riflessione di un pastore emigrato

Quando ho ricevuto l’e-mail di Andrea, gli ho risposto dicendo che non sapevo se avrei potuto pubblicare tutta la sua storia su queste pagine. Poi ho letto e riletto il suo testo e ho deciso di apportare solo dei minimi tagli. Prendetevi un po’ di tempo per leggere questo post fino in fondo. Le sue riflessioni secondo me genereranno in ciascuno di noi molti pensieri. Lascio allora la parola a lui e alle sue immagini… visto che il post è molto lungo, vi terrà compagnia anche nei giorni in cui non riesco ad aggiornare queste pagine!

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Andrea e Kira

Mi chiamo Andrea e sono un pastore di vacche da latte, trapiantato per il momento in Francia sui Pirenei. Ho 35 anni, sono originario della provincia di Brescia, Lago di Garda. Vengo da una famiglia che non ha alcun legame con l’agricoltura e l’allevamento, se non un bisnonno contadino che ho avuto la fortuna di conoscere e di ammirare e che sicuramente ha avuto una forte influenza sulla mia infanzia e mio padre che ha una grandissima passione per i cavalli (lasciati allo stato brado e cavalcati nei trekking di montagna). Ho cominciato ad avvicinarmi all’agricoltura quando avevo 18 anni, soprattutto lavorando sugli ulivi per la produzione di olio di oliva. L’agricoltura mi ha sempre appassionato perché adoro lavorare all’aria aperta, perché ho una grande passione per il lavoro fisico e di fatica, non so perché, ma amo sgobbare. Quindi per diversi anni della mia vita ho tirato a campare lavorando sugli ulivi e facendo vendemmie o raccolte di frutta e verdure.

Poi la mia vita ha preso un’altra direzione: ho vissuto in Australia per 5 anni, dove per 3 anni ho lavorato nel mondo della fotografia pubblicitaria, principalmente come assistente fotografo, ma anche come fotografo fino a quando ho sviluppato una certa coscienza che mi ha fatto comprendere che in realtà, avendo sempre detestato le pubblicità, non riuscivo a vedere un senso in ciò che stavo facendo. La fotografia è una delle mie grandi passioni, tramandata da mio padre fotografo, che però ho cominciato a vivere con meno entusiasmo con l’avvento del digitale che l’ha resa secondo me un mezzo creativo troppo inflazionato e troppo legato a meccanismi di lavoro e di postproduzione troppo artificiosi. Senza valutare il fatto che detesto passare le ore davanti al computer.

Tornato in Italia ho ricominciato a fare lavori di agricoltura e di giardinaggio, ma sentivo che mi mancava qualcosa. Come contadino ero anche in gamba perché in ogni cosa che faccio ci metto sempre anima e cuore, ma non ero particolarmente dotato nel rapporto con le piante. Ho fatto un periodo di tre anni a lavorare in un vivaio di piante grasse, avevo bisogno in quel periodo di un lavoro sicuro a tempo pieno, ma in realtà il lavoro non mi appassionava e ho cominciato ad essere negativo e stanco. Così ogni volta che andavo in montagna e mi capitava di vedere i pastori e i malghesi mi sembrava di sognare ad occhi aperti, vedevo una vita lontana da meccanismi di una società che spesso fatico a comprendere, la relazione con gli animali, con la montagna, con i cani da lavoro, una vita così concreta e reale. Mi sembrava un sogno perché davo per scontato che fosse una vita riservata alle persone che erano cresciute in questo ambiente, inconsciamente pensavo che dato il mio background non sarei mai stato in grado di fare una vita del genere. Fortunatamente la mia compagna dell’epoca mi ha praticamente “obbligato” a cambiare vita. Abbiamo così cercato l’incontro con una coppia di pastori delle nostre zone e a loro abbiamo chiesto consiglio. Loro facevano le stagioni in alpeggio in Svizzera con le vacche da latte e così ci hanno invitati: siamo andati a trovarli in Svizzera e abbiamo passato più di un mese a condividere la vita con loro. Dopo una settimana avevo già capito che quella era la mia vita! La stagione successiva il destino ha voluto che si liberassero due posti nella stessa malga così abbiamo fatto la nostra prima stagione lì, io ero aiuto casaro e responsabile della cantina e dovevo fare con i pastori le mungiture. Ma la mia vera passione era il lavoro di pastore e quindi ho fatto i salti mortali tutta la stagione per riuscire ad uscire anche al pascolo ed imparare così a pascolare gli animali. L’inverno precedente avevo anche trovato Kira, il mio cane da pastore e la mia necessità era anche riuscire ad arrivare a fine stagione con un cane pronto al lavoro. Fortunatamente Kira è un cane la cui priorità assoluta è lavorare, veramente ho avuto una gran fortuna ad incontrarla perché ha imparato molto in fretta, a sette mesi radunava già le mucche e si districava bene nel lavoro e poi chiaramente è andata migliorando nel corso della stagione, veramente una mitica ed un altro motivo per cui ringrazierò eternamente la famiglia di pastori che mi hanno introdotto al mestiere è anche che mi hanno donato questa compagna di vita. È da quando sono nato che ho la passione dei cani ma ho sempre aspettato di prenderne uno perché la mia vita prima non era mai stata abbastanza stabile secondo me. È per questo che uno dei motivi che mi lega molto al mestiere è anche il rapporto con i cani. Perché posso vivere la relazione con loro in completo equilibrio e armonia.

Prima di affrontare la stagione con le mucche avevo anche provato a fare una mezza stagione in Svizzera con delle pecore da carne, un gregge di mille pecore in una malga a 2500 metri d’altezza. Di quell’esperienza mi è piaciuto molto il luogo, isolato e selvaggio, ma mi è servita a capire che adoro il rapporto con gli animali da latte (un rapporto secondo me più empatico e vicino) e non amo particolarmente i meccanismi del gregge ed il carattere delle pecore. Io amo il momento della mungitura, poter relazionarmi ad ogni animale due volte al giorno, poter dare un nome alle vacche e farglielo imparare, parlargli, confidargli i miei pensieri.

Poi la mia vita ha cambiato nuovamente direzione, la mia compagna dopo un entusiasmo iniziale ha cominciato ad avere dei dubbi, credo che volesse vivere in un altro modo, quindi sono tornato a fare lavori di campagna e a dedicarmi alla fotografia, abbiamo fatto un viaggio in India e Nepal (il secondo della mia vita) e poi come tanti giovani abbiamo sentito la necessità di migrare all’estero, scegliendo la Francia, per cercare delle migliori condizioni di vita. In quel periodo il rapporto con la mia compagna ha cominciato a deteriorarsi, siamo andati a vivere a Toulouse nonostante io avessi già ben chiaro in testa che non sarei resistito troppo a lungo a fare una vita da cittadino. E infatti lì sia io che la Kira siamo caduti in una sorta di depressione, sono resistito 3 mesi fortunatamente mantenendo un certo equilibrio e poi nella mia testa si è delineata ben chiara la necessità di tornare verso le montagne. Su internet (www.emploiberger.blogspot.com) ho messo un annuncio spiegando la mia esperienza e dopo 10 giorni sono stato contattato da quello che è diventato il mio capo.

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La casa/alpeggio sui Pirenei

Al tempo non parlavo una parola di francese, l’ho incontrato mi ha portato a vedere le mucche e poi mi ha portato in montagna, ho visto il luogo, fantastico, ci siamo stretti la mano e de lì è cominciato tutto. Ho avuto una bella fortuna, ma sono convinto che nella vita la fortuna aiuta gli audaci. È incredibile perché nel momento difficile a Toulouse avevo cominciato a sognare di andare sui Pirenei e di trovare un alpeggio di 20 vacche da latte, e così è stato.
Non so se lo definirei proprio un alpeggio o piuttosto una azienda di media montagna, siamo a 1100 metri di altezza, ho una bella casa, con una stabulazione fissa che durante il periodo estivo uso come sala di mungitura. Governo 20 vacche da latte di razza abondance (una razza dell’alta Savoia, rustica e molto adatta alla montagna), un toro e una sessantina di manze, solitamente anche i cavalli che sfortunatamente quest’anno non sono potuti salire, dico sfortunatamente perché sono molto utili a recuperare i pascoli messi peggio.

La prima stagione è stata molto difficile perché il mio capo non riusciva a trovare un pastore e così da quando mi ha trovato verso fine aprile a quando è riuscito ad organizzare tutto siamo riusciti a cominciare in giugno. Sono arrivato qui e dopo 3 giorni sono arrivate le mucche, mi sono ritrovato con l’erba già molto dura, i recinti da fare, senza parlare la lingua e senza conoscere il territorio. Eppure sono riuscito a giostrarmi bene tutto, addirittura senza saperlo ho fatto il record di produzione di latte rispetto ai sette anni precedenti sia come quantità che come qualità, non so nemmeno io come, vista la qualità dell’erba: per compensare tale problema all’inizio ho fatto mangiare a fondo le manze sui pascoli che d’abitudine usiamo per le vacche per farle poi salire di quota verso metà luglio in modo da ricominciare la rotazione dei pascoli con le mucche con un’erba molto più morbida.
La Kira fortunatamente nonostante i due anni di pausa si ricordava bene il proprio lavoro ed è stata un aiuto essenziale.

La lingua è stata un aspetto molto difficile, anche perché l’azienda del mio capo è molto lontana da qui e quindi l’ho praticamente visto ad inizio stagione e poi un altro paio di volte, mi sono trovato qui a gestire tutto parlando veramente molto, molto male ma forse proprio questo mi ha fatto imparare il francese molto rapidamente.
E poi assolutamente non posso non parlare del grandioso Gilbert, l’uomo che ha dato vita all’azienda qui e che poi andando in pensione ha venduto tutto al mio capo. Un uomo di 72 anni, nipote di immigrati toscani, che nella sua vita ha fatto di tutto dallo sceneggiatore di teatro, al pastore di pecore all’allevatore di mucche, una persona con cui è nato un rapporto di amicizia, rispetto ed ammirazione reciproci, dice sempre che per lui sono come il figlio che non ha mai avuto, sicuramente il mio migliore amico qui in Francia. Lui è il mio “vicino” di casa, una delle 30 persone che vive qui stabilmente tutto l’anno (qui sfortunatamente la maggior parte delle case sono seconde case, a mio parere uno dei problemi legati ai meccanismi della montagna è il turismo che rende proibitivi i prezzi per chi vorrebbe veramente installarsi e crearsi una vita) e che mi ha aiutato e mi ha insegnato molto, sempre disponibile, sempre appassionato. È stato lui a colmare la mia mancanza di esperienza visto che prima di venire qui avevo praticamente fatto una stagione e mezza. Un personaggio sul quale si potrebbe tranquillamente scrivere un libro che vive la vita con una forza ed una passione impareggiabili. Mi ricorderò sempre il primo giorno che ci siamo incontrati, io arrivavo con le mucche chiamandole… “dai che noooom”… la Kira dietro, lui vedendomi aveva già capito che gli piacevo, ci siamo stretti la mano e lui mi ha detto: “io sono Gilbert Gilles, nipote di Panicchi, un rosso toscano” quelle poche parole che sa dire in Italiano e guardandoci abbiamo riso eravamo già migliori amici, sempre mi ricorderò quel momento con grande emozione. Ed è stato il Gilbert e sua moglie Marie ad avere la pazienza di ascoltare il mio pessimo Francese a cercare di capirmi a correggermi con calma e a farmi imparare. Superfluo dire che qui condividiamo tanti momenti, di svago tra i pranzi, le cene e gli aperitivi quando il lavoro me lo permette, ed i momenti di lavoro condiviso (facciamo un grande orto di patate assieme, la legna, e ci aiutiamo reciprocamente nel bisogno).

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Al pascolo

Così ho portato a termine la prima stagione, con la mia tipica insicurezza io ero convinto di fare un pessimo lavoro e invece senza saperlo ho conquistato il rispetto di tutti, tanto che nella valle ha cominciato a diffondersi la fama del pastore Italiano. Una bella soddisfazione anche perché io nella vita sono sempre convinto di non essere all’altezza delle situazioni che affronto e invece qui sto dimostrando a me stesso che questo è veramente il mio mestiere, mi riesce molto bene, non so perché, forse per la passione o per una certa predisposizione, non lo dico per egocentrismo ma perché è quello che mi dicono tutte le persone del mestiere con cui ho a che fare e che mi trattano con rispetto e ammirazione.
Da quel momento ho chiesto al mio capo di poter usare la casa tutto l’anno e mi sono stabilito qui a vivere, in questo angolo di paradiso.

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La mandria di Abondance

La seconda stagione ho potuto organizzarmela un po’ meglio ed è stata un successo, le vacche belle tonde, con il pelo lucido, tranquille, rilassate, serene, i pascoli sempre più belli, le quantità di latte altissime, il cane che ormai conosce il territorio e lavora bene con calma senza agitare le mucche tira fuori la grinta solo quando ce n’è bisogno.
Ora sto facendo la terza stagione, d’abitudine facevamo stagioni di 6 mesi, quest’anno il mio capo mi ha proposto di cominciare ad inizio marzo con le vacche in stalla e di finire a fine novembre ed io ho accettato molto volentieri.
Per il momento non facciamo ancora il formaggio perché non c’è un caseificio, da quando sono qui è in progetto ma non è ancora pronto e questo è forse il lato che mi frustra un po’ di più, mi sembra di fare il lavoro a metà e non ne vedo molto il senso ma è vero che non dipende da me e quindi pazienza…

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La mitica Jilda, la vacca più eccentrica ed anarchica della mandria

Qui mi trovo molto bene, sicuramente sto facendo un’esperienza molto interessante e che mi sta facendo crescere professionalmente. Questi anni mi hanno dato la dimostrazione che posso riuscire bene nel lavoro che amo fare e mi stanno dando la motivazione e la voglia a farlo per il resto della mia vita. Questa esperienza mi ha dato anche la possibilità di conoscere un luogo nuovo con dei meccanismi sociali diversi dalla mia terra. Sto vivendo nel dipartimento dell’Ariege un luogo conosciuto e quasi “deriso” per la sua arretratezza ed io proprio in questo aspetto trovo il suo lato interessante. L’Ariege ha la fortuna di essere rimasto per tanti anni un luogo selvaggio, tagliato fuori dalla Francia e dai suoi meccanismi di sviluppo. Questo ha fatto si che qui si creasse un tipo di rapporti sociali e di meccanismi commerciali e di lavoro diversi. Quasi tutti gli allevamenti sono di piccole dimensioni e di tipo estensivo (le mandrie di mucche da latte sono solitamente di 10-20-40 capi, di capre sui 100-150) ci sono tanti contadini che lavorano ancora in trazione animale, ci sono tanti mercati (praticamente uno in ogni paese) in cui la stragrande maggioranza dei venditori sono produttori locali o artigiani ed è quindi molto facile nutrirsi in modo sano senza dover forzatamente andare a cadere nei meccanismi del biologico (inteso come etichettatura commerciale) potendo invece prediligere il “genuino”. Io sto riuscendo anche, proprio prediligendo tali mercati a sfuggire a meccanismi di consumismo e di arricchimento dell’industria alimentare. Diciamo che c’è una diffusa visione della vita che vuole opporsi a meccanismi moderni malsani ed insostenibili. Sfortunatamente però anche qui la situazione sta cambiando, sta arrivando anche qui la corsa allo sviluppo e alla ricchezza, negli ultimi dieci anni nelle due maggiori cittadine hanno cominciato a diffondersi le catene di franchising, i fast food, i grandi supermercati togliendo spazio al commercio locale. Il turismo si sta sviluppando molto in fretta con il miraggio dell’aumento del lavoro e della ricchezza la gente non si rende conto che sta svendendo la propria terra a meccanismi poco sostenibili (almeno secondo me). È un peccato perché io vedo in luoghi come questo degli esempi di sostenibilità ma in realtà è proprio la società consumista e capitalista che riesce sempre ad avere la meglio. E naturalmente con tutti questi meccanismi folli è arrivata anche l’introduzione dell’orso, con pretese di intenti ecologisti sostenuti da investimenti enormi che potrebbero essere usati in maniera ben più sensata per altre iniziative di carattere naturalista. E così la popolazione degli orsi aumenta (sono orsi importati con spese altissime dalla Slovenia) e gli allevatori/pastori cercano di adattarsi e ridurre al minimo i danni, il problema è anche il fatto che non viene dato il giusto lasso di tempo per adattarsi. A me sembra tutta una mossa per cambiare la destinazione d’uso della montagna. Mi sembra che le politiche Europee attraverso diversi meccanismi (aiuti economici, introduzione e tutela dei predatori) vogliano avere sempre più controllo sulle piccole realtà di montagna e trasformarla gradualmente in un luogo sempre più selvaggio e destinato quasi esclusivamente ad attività legate al turismo di massa.

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Kira e la nuova arrivata Surya

Un altro problema che noto è la divisione della popolazione: allevatori contro ecologisti (o hippy), contrari all’orso e pro-orso, contrari all’apertura di una miniera e pro-miniera e intanto si stanno facendo portare via quel tipo di vita genuina tipica di qui, facendo infiltrare interessi economici e multinazionali nel proprio territorio. Come al solito la gente si riempie la testa di ideali che creano divisione, un buon esempio è l’agricoltore vegano che è in guerra con l’allevatore senza rendersi conto che un vegetariano ed un allevatore estensivo sono in realtà più fratelli che nemici. Io sono in un momento in cui comincio a detestare gli ideali e preferisco invece relazionarmi alla vita con azioni concrete ed onestà di intento. Vedo tante persone della mia generazione che si riempiono la testa di ideali, femminismo, antirazzismo, ecologia, sostenibilità… e tali ideali diventano un’esasperazione e non si traducono poi in azioni concrete, ognuno si mette sul suo piedistallo con la pretesa di non avere colpe quando in realtà siamo tutti colpevoli e tutti vittime di un sistema folle. Siamo tutti drogati di una libertà esasperata, di una vita viziata e non ci rendiamo conto che ci stanno levando i valori più essenziali di libertà concreta, cioè di fare un mestiere che ci appassioni con meccanismi umani, di poter creare una famiglia e di poterla sostenere, di poter dedicare del tempo alla crescita e all’educazione dei propri figli, di poter avere una casa e una dignità personale, di poter rapportarsi in modo costruttivo alla comunità che ci circonda e in cui possiamo sentirci tutelati. Tutto questo sta andando perduto in cambio di uno smartphone, di un’automobile acquistata a rate, di un aperitivo il cui tasso alcolico rischia di farci perdere la patente, in cambio di una vacanza al mare una settimana all’anno e di un giro al centro commerciale a comprare articoli di cui non abbiamo veramente bisogno.

L’unica cosa che mi manca è vivere nel mio paese, in certi momenti mi sembra di essere un albero senza radici, mi manca la mia famiglia, i miei migliori amici, mi manca la mia lingua, la nostra cultura, il nostro senso dell’umorismo, anche la nostra tradizione pastorale, mi manca il fatto di essere me stesso nel mio ambiente. È una cosa che mi sono reso conto riescono a capire bene gli immigrati con cui mi ritrovo a confrontarmi.

E così sto cominciando a riflettere su un ritorno a casa, nella mia terra, da un lato so che le cose potranno essere un po’ più difficili in Italia ma questo non mi fa paura, so che in un modo o nell’altro riuscirò ad organizzarmi e a “sopravvivere” anche lì. E’ strano ma è proprio facendo questa esperienza da immigrato che mi sto rendendo conto della negatività della cosa. Il fatto di andare all’estero è sempre visto come una cosa positiva, “perché in Italia è tutto una merda”, “perché le esperienze all’estero ci donano tanto”, ma magari non è forzatamente così, magari anche emigrare porta tanti disagi, ci astrae dalla nostra realtà per poi, un giorno, farci venire questo desiderio esasperato di tornare, magari proprio quando all’estero siamo riusciti a crearci una situazione stabile ed equilibrata che poi ci sentiamo quasi costretti a lasciare per un ritorno in patria. Lo dico perché parlando con altri amici che hanno pensato di partire mi rendo conto di non essere il solo a vivere questo disagio, gli amici di una vita lontani, i genitori che cominciano ad invecchiare, i nipoti e i figli degli amici che crescono senza che noi possiamo nemmeno rendercene conto e noi qui lontani da tutto quasi rinchiusi in una bolla di benessere.
Un altro motivo di disagio è anche il fatto di rendersi conto che si può anche vivere 30 anni in un paese straniero ma secondo me non si arriva mai all’integrazione assoluta si continua a rimanere per sempre immigrati in un certo modo.
E così guardo questa condizione degli Italiani sempre spinti ad emigrare per trovare delle condizioni di vita migliori e mi chiedo se ne valga veramente la pena… non saprei, anche perché sicuramente ci sarà qualcuno che si trova ben integrato all’estero e non ha alcuna intenzione di tornare a casa.

Io invece sto pianificando un rientro, vorrei tornare in Italia e stabilirmi con un piccolo allevamento di mucche o di capre da latte e fare il formaggio, so che le difficoltà saranno tante ma anziché spaventarmi la cosa mi dà coraggio e determinazione, sono ben conscio che la situazione in Italia è difficile ma per me è un motivo in più per tornare e combattere una sorta di battaglia fianco a fianco con i miei famigliari, i miei amici, la mia gente per riuscire ad apportare qualcosa di positivo nel mio paese. Quest’inverno vorrei tornare in Italia due mesi per cominciare a guardarmi intorno e farmi un’idea delle possibilità che si prospettano, a dire il vero la cosa che più mi spaventa è il pensiero di non fare una stagione la prossima estate perché questo mestiere diventa un po’ come una droga, arriviamo in autunno stanchi e con la voglia di riposare un po’ ma con il finire dell’inverno sentiamo subito la forte necessità di salire verso le montagne, con gli animali.

Un altro aspetto che mi porta un po’ di sofferenza è la solitudine, ma non la solitudine della montagna che anzi io apprezzo molto perché rende i rapporti più sinceri e forti, bensì la solitudine dell’immigrato lontano dalla propria gente e la solitudine di un uomo di 35 anni senza compagna. Sento il desiderio di creare la mia famiglia e di avere dei bambini e sono solo, è una condizione molto strana dovuta secondo me della follia della nostra epoca in cui le coppie non riescono a stare unite in un rapporto duraturo, le persone non sono più capaci di pazientare e di trovare gioia in ciò che hanno, si cerca sempre qualcosa in più, si vede sempre la felicità in ciò che non si ha, almeno secondo me.
Così mi trovo a combattere con questi pensieri, il sogno di incontrare una donna che ha voglia di condividere questo stile di vita, molto sano, pieno di serenità, di benessere psico fisico, di equilibrio e di fatica J in una società che si sta muovendo nella direzione opposta e nella quale la maggior parte delle donne credono di avere tutt’altri bisogni. È da tre anni che sono solo e in cui proprio non riesco ad incontrare una persona che mi faccia innamorare, incontro ragazze della mia età con dei sogni adolescenziali, con poca serietà e poca voglia di mettersi seriamente in gioco per creare qualcosa di concreto quando io sto cercando invece una donna matura con i miei stessi sogni e progetti di vita simili, con il bisogno di fare una vita concreta e semplice.

Vedo come pastori, malghesi ed allevatori estensivi vengano sempre messi su un piedistallo o messi in croce, ammirati o condannati a seconda della percezione delle persone, siamo sempre percepiti in modo contrastante ed un po’ estremo. Passiamo da essere degli eroi, guardiani della montagna, eremiti che hanno fatto una scelta coraggiosa a degli assassini, selvaggi, insensibili, distruttori di un ecosistema, un equilibrio e una pace della montagna. A me tutto ciò sembra ridicolo, io non amo essere condannato né tantomeno messo su un piedistallo, mi piace semplicemente essere trattato come ogni altra persona e che mi venga concessa la libertà di vivere la mia vita a modo mio, secondo i miei bisogni. Io non faccio questo lavoro per salvare il mondo anche se devo ammettere che uno dei motivi è il fatto che secondo la mia percezione della realtà è un modo di vivere sano e sostenibile. Ma lo faccio soprattutto perché è il mio mestiere, ciò che riesco a fare bene e che mi dona soddisfazioni, come penso dovrebbe fare qualsiasi altro essere umano. La differenza è che noi, nel nostro mestiere veniamo continuamente giudicati (in modo positivo e negativo) tutti ci guardano e pensano di avere il diritto di dire la propria opinione quasi come se tutti conoscessero in prima persona il nostro mestiere con i suoi pregi e le sue difficoltà, quando praticamente nessuno esterno a questo mondo può capirne i meccanismi. Allora io non capisco il perché di tutte queste opinioni nei nostri confronti. Per esempio il turista che ci critica in nome di un presunto amore nei confronti della montagna e della natura, perché allora non critica un avvocato, un chirurgo, un industriale, un operaio, una qualsiasi persona che vive in città e che con il suo stile di vita inquina quanto qualsiasi altra persona (distruggendo come ogni persona occidentale la natura), perché non critica chi va in vacanza una volta all’anno prendendo un aereo che è super-inquinante o perché non critica sé stesso in prima persona che per venire in montagna inquina con la propria automobile, magari avendo comprato vestiti ed attrezzatura alla decathlon (fatti di materiali sintetici ed inquinanti e venduti attraverso meccanismi insostenibili). Non sono forse le azioni di ogni singolo individuo a distruggere la natura con i suoi equilibri e le sue biodiversità? Siamo tutti vittime e tutti colpevoli di un sistema malato… e allora perché siamo sempre noi ad essere presi in esame e giudicati, quasi come se la gente si senta in dovere di esprimere il proprio parere positivo o negativo nei nostri confronti? A me piacerebbe che fossimo semplicemente lasciati stare, che la gente si rendesse conto che abbiamo lo stesso diritto di portare avanti la nostra vita come tutti gli altri e che semplicemente la nostra vita si svolge a contatto con la natura e la montagna.

Grazie Andrea, grazie davvero per aver condiviso con me, con noi, la tua storia. In bocca al lupo per tutto e… spero che ci farai sapere come sono andate le cose, se tornerai in Italia, se aprirai la tua azienda. Capisco perfettamente quello che dici, al posto tuo avrei gli stessi dubbi e non saprei cosa consigliarti, perché le strade che hai davanti sono tutte molto ripide… e purtroppo non basta aver voglia di sgobbare duramente per avere un successo garantito!

Le capre di Ardesio

Ieri ero in Val Seriana, ad Ardesio (BG), dov’ero stata invitata alla Fiera della capra. Per me è stato un ritorno, dato che avevo già partecipato all’edizione del 2010 e del 2015.

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Ardesio 2018 – Val Seriana (BG)

Quest’anno la fiera era alla sua 19° edizione. La giornata è stata accompagnata da temperature abbastanza rigide, ma anche da una bella giornata, almeno fino al primo pomeriggio. E il pubblico è accorso in massa, nella tarda mattinata c’era davvero tanta gente!

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L’arrivo alla fiera – Ardesio (BG)

Gli allevatori presenti erano 35, con più di 400 capre in mostra. Al mattino, man mano, chi a piedi, chi con i mezzi appositi, allevatori e appassionati hanno condotto i loro greggi (o parte di essi) alla fiera.

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Becchi dal palco imponente – Ardesio (BG)

Rispetto al passato, ho visto meno capi di razza Frisa valtellinese, mentre le razze più rappresentate erano l’Orobica e la Bionda dell’Adamello (non so esattamente i numeri, è impressione che ho avuto ad occhio). Non mancavano capre di altre razze (camosciata, saanen, meticce e così via).

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L’amore per i propri animali – Ardesio (BG)

In queste manifestazioni, uno dei protagonisti è… la passione! L’elemento che accomuna tutti, che spinge a partecipare anche quando ci sarebbe tanto da fare in azienda… E la passione la si vede brillare soprattutto negli occhi di giovani e giovanissimi, per i quali questa è una giornata molto importante. Non un gioco, ma un momento da adulti, e gli animali devono fare bella figura. Ecco così una bella spazzolata finale al pelo di capre e becchi!

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Categoria becchi – Ardesio (BG)

La mattinata si è conclusa, come sempre, con la sfilata dei capi, suddivisi per categorie, al fine di assegnare i premi agli animali più belli.

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Formaggi locali – Ardesio (BG)

Nel resto del paese intanto si poteva fare un giro tra le bancarelle: prodotti tipici, materiale, attrezzature, formaggi locali e non, come in qualsiasi fiera.

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Fiera della capra… e dell’asinello! – Ardesio (BG)

In cima al paese non mancavano poi gli asini, secondo elemento di questa manifestazione. In un’altra zona invece c’erano i cavalli e si poteva fare anche un giro in carrozza nella piazza e tra le vie di Ardesio.

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Bastoni da pastore – Ardesio (BG)

Una piazza era occupata dagli artigiani, che mostravano dal vivo come si realizzano i loro manufatti: bastoni da pastore, cesti di vimini, coltelli e altro ancora.

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Arrosticini – Ardesio (BG)

All’ora di pranzo, perché non gustare gli arrosticini di pecora? E’ vero che qui è più tipica la bergna (carne secca di pecora), ma i giovani dell’azienda Palamini si sono lanciati nello street-food. “E’ anche un modo per utilizzare la carne delle nostre pecore con più soddisfazione che non a venderla al commerciante!” Gli arrosticini sono già tutti pronti, la serie di spiedini viene posizionata sull’apposito sostegno e, con il calore, sono cotti in pochi minuti di attesa. Il pubblico sembra gradire, anch’io non potevo resistere, dato che amo questa carne: erano ottimi, succosi, saporiti!

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Si lascia la fiera – Ardesio (BG)

Pian piano al pomeriggio qualcuno iniziava a rientrare. Io ho avuto modo di chiacchierare con un po’ di gente e, per l’ennesima volta, me ne sono ripartita riflettendo sul ruolo svolto da questi allevamenti nel territorio montano. C’erano aziende più grosse, c’erano piccoli allevatori, c’erano appassionati.

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Un po’ di sfilata nel centro – Ardesio (BG)

Quale sarà il futuro di questa banda di allegri ragazzini, che ha fatto fare tre volte il giro della rotonda al piccolo gregge, a beneficio del pubblico? Nel convegno del sabato sera e in varie chiacchierate alla domenica si è parlato (giustamente) del ruolo della formazione, ma anche di aziende che vivano in modo economicamente sostenibile. Non si può avere come unico tornaconto la soddisfazione per avere una bella capra, per la nascita di un capretto, mentre il bilancio dell’azienda traballa. Ci sarà ancora da parlare di queste cose…

AAA Alpeggio cercasi

L’anno nuovo è appena iniziato, i pascoli di montagna finalmente riposano sotto metri di neve e se ne attende ancora in abbondanza proprio nei prossimi giorni. Perché allora parlare di alpeggi adesso?

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Colle del Colombardo – Val di Susa/Val di Viù (TO)

Perché per il giorno in cui la neve sarà sciolta e l’erba inizierà a “muoversi”, gli allevatori che praticano la transumanza e monticano in alpeggio, devono avere una sede dove salire con le proprie bestie. E non per tutti questo è così scontato.

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Fabbricato d’alpeggio – Chianocco, Val di Susa (TO)

Recentemente mi è capitato di ricevere diversi messaggi da amici e conoscenti che si rivolgono a me per sapere se per caso io sia informata dell’esistenza di qualche alpeggio libero. “Tu che giri, magari sai qualcosa… in Piemonte o anche in Val d’Aosta…“. Immaginatevi cosa possa voler dire per un allevatore non avere la certezza di dove porterà i propri animali nella stagione estiva! Rimanere in pianura… o in fondovalle… a mangiare cosa? A tenere le bestie in stalla d’estate?? Oppure doverle mandare ad altri… C’è sia l’aspetto economico, sia quello sentimental-psicologico! Chi fa questa vita da sempre, si sente morire al pensiero di non poter salire in alpeggio.

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Pascoli salendo al Col de Larche – Francia

Ma perché, potrebbero chiedermi i non addetti ai lavori, chi è già in alpeggio non continua ad andare nello stesso posto, stagione dopo stagione? Dovete sapere che vi sono alpeggi di proprietà, per cui quindi non si pone il problema, alpeggi privati o consortili, che vengono affittati agli allevatori con trattativa diretta, e alpeggi pubblici (in Piemonte per lo più comunali, ma esistono anche alpeggi di proprietà regionale, per esempio in Lombardia). Questi ultimi generalmente vanno all’asta alla scadenza del contratto, quindi non è detto che l’affittuario attuale riesca ad aggiudicarseli nuovamente. Esiste il diritto di prelazione, ma la cifra da sborsare è quella che ha vinto l’asta… e potrebbe essere anche troppo elevata per l’allevatore.

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Pascoli di inizio stagione – Pian della Mussa, Valli di Lanzo (TO)

Il problema principale è legato alla solita questione dei contributi: non è che oggi non si trovino alpeggi perché il numero degli allevatori è in crescita! La questione è che vi sono territori d’alpe (anche molto vasti) che vengono affittati da chi allevatore non è, ma prende i pascoli e ci mette sopra degli animali per beneficiare di ingenti somme di denaro. Oppure, vi sono allevatori che si sono ingranditi notevolmente e necessitano di anche più di un alpeggio per collocare tutti i loro capi di bestiame. Anche loro beneficiano dei contributi, che permettono loro di essere più competitivi dei medio-piccoli allevatori. E i contributi spingono alcuni ad ingrandirsi anche oltremisura, affittando altri alpeggi dove metter su i propri capi, affidati a personale stipendiato.

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Mandria al pascolo – Valle di Champorcher (AO)

Ecco allora che il giovane che vuole iniziare ad andare in alpeggio (o come nuovo allevatore o dividendosi dalla famiglia) non trova niente di libero. Oppure si tratta del piccolo allevatore che vive in valle, che non è sceso nella pianura ad affittare cascine, che non si è ingrandito fino ad avere centinaia e centinaia di capi. Quello che si arrabatta con i propri animali, produce formaggio, sempre sul filo della sopravvivenza, ma mantiene anche in vita la propria valle, pascolando in bassa quota in primavera e autunno, tagliando il fieno in estate.

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Reveraz désot – Valgrisenche (AO)

Qualche giorno fa un amministratore mi diceva che, nello scorso anno, gli affitti degli alpeggi sono stati l’entrata principale per il suo Comune. Non fatico a crederlo, gli alpeggi sono sempre stati una delle principali ricchezze del territorio alpino, solo che oggi non lo sono più per i loro prodotti (formaggi, lana, carne), ma per ciò che mettono in moto questi meccanismi economici che davvero risultato incomprensibili a chi guarda dal di fuori senza conoscerne i dettagli. Gli alpeggi affittati a caro prezzo, quale ricchezza portano? Soldi per le casse comunali… ma non portano territorio vivo, non portano giovani famiglie, non portano produzione e vendita di latticini sul posto… Morale della favola, non ho mai una risposta per chi mi chiede se conosco un alpeggio libero. E mi fa male doverlo dire a coppie di giovani nei cui occhi brilla la passione, la voglia di fare…

Per tutto questo devo dire grazie a mio papà

Per concludere le mie visite in alpeggio, sono salita in Val d’Ayas, una vallata che offre molto dal punto di vista escursionistico e paesaggistico. La mia meta ovviamente era un alpeggio dove si producono (e vendono) prodotti caseari, ma anche un villaggio walser molto particolare. Nonostante avessi già visto delle foto, non ero del tutto pronta per quello che avrei trovato lassù.

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Mascognaz – Val d’Ayas (AO)

Mascognaz, questo è il nome della località. Qui potete trovare un po’ di informazioni sulla storia di questo antico villaggio e sulle polemiche legate al suo recupero/trasformazione. Inevitabilmente ci sarà stato un periodo in cui il posto è stato oggetto di cantieri, ma oggi il villaggio è un piccolo gioiellino. Si tratta di un hotel di lusso, ben integrato con la realtà che lo ospita. Esternamente le baite hanno conservato le loro caratteristiche, mentre all’interno troviamo ogni comfort. “E’ un hotel a 4 stelle con clientela molto selezionata, italiani e stranieri. E’ venuto anche Sarkozy con Carla Bruni…“, mi racconta Aurelio, facendomi fare il giro turistico del villaggio.

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Mascognaz – Val d’Ayas (AO)

L’alpeggio e il villaggio con i suoi ospiti non sono in contrapposizione, anzi! “Il turista ci dà da vivere. Poi hanno capito che senza l’agricoltura e allevamento, Mascognaz non sarebbe Mascognaz! Gli stranieri comunque sono più consapevoli. Quando hanno aggiustato qui, il padrone si è sempre confrontato con mio papà. Io passo con le bestie nel villaggio per andare a pascolare. Poi, quando scendiamo, mi fanno mettere il liquame sui prati intorno alle baite, per avere l’erba migliore.” Aurelio mi porta all’interno, scambiamo due parole con il personale, la visita continua, poi torniamo sui pascoli. “I miei hanno fatto una vita dura qui… Usavamo 7-8 stalle, tutte da pulire a mano con la carriola.

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La famiglia Vercellin – Mascognaz (AO)

Veniamo qui da 50 anni. Mio papà ha comprato nel 2000, abbiamo subito ristrutturato. Quando noi ci siamo spostati qui, nell’alpeggio nuovo, hanno iniziato  lavori per l’albergo. Adesso ho anche preso un altro alpeggio più sopra. E’ stato un rischio, ci ho pensato a lungo, ma sono contento di averlo fatto. Il giorno dopo averlo preso, ho incontrato due imprenditori qui della zona e mi hanno detto che avevo fatto bene: <<Pensa da lassù tuo papà come sarebbe contento!>>. Mi ha toccato il cuore, mi ha fatto luccicare gli occhi! Per tutto questo che ho qui, devo dire grazie a mio papà.

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Uscita mattutina verso i pascoli – Mascognaz, Val d’Ayas (AO)

Quando sono arrivata a Mascognaz, c’erano 4 gradi alle 8:00 del mattino e la mandria stava per uscire verso i pascoli, accompagnata dal più giovane della famiglia, Denis. Entrambi i figli di Aurelio hanno frequentato l’Institut Agricole di Aosta, Sylvie ha appena finito i tre anni: “I miei genitori dicono che è una scuola che non prepara abbastanza, che non ho niente in mano, ma abbiamo fatto sia teoria, sia pratica. Però a fare i formaggi ho imparato soprattutto dalla nonna…

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Sylvie estrae la cagliata, Mascognaz – Val d’Ayas (AO)

Quest’anno è il primo anno che nonna Clara si è un po’ fatta da parte, lasciando a Sylvie il posto in casera. “Per tutta la vita, due volte al giorno, ho sempre fatto formaggi… Da queste parti, dire Mascognaz voleva dire Fontina, negli altri alpeggi non riuscivano a farla, non veniva…“, racconta Clara.

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La cantina, Mascognaz – Val d’Ayas (AO)

Questo però è il primo anno che a Mascognaz di Fontine non se ne producono più: in cantina ci sono solo formaggi, con tanto di marchio. “Sono 5-6 anni che facciamo il Mascognaz, sono stato il primo a registrare e depositare il marchio del formaggio qui in valle. Ci troviamo bene, abbiamo meno spese e un prodotto più valorizzato. Ho fatto per vent’anni il marchiatore di Fontine, quindi conosco bene la realtà della Valle… Riesco a vendere tutto il mio prodotto qui in alpeggio, ho più richiesta che produzione, secondo me è un gran bel risultato.

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Paola nel punto vendita – Mascognaz, Val d’Ayas (AO)

Aurelio è un assiduo lettore di questo blog. Non è stato lui ad invitarmi a salire qui, ma il suo nome mi è stato fatto diverse volte dai miei “suggeritori”.  “Ho letto che tanti si lamentano dei turisti in alpeggio… qui sono rispettosi, certamente bisogna usare le buone maniere! Però sono i turisti che ci danno da vivere. C’è un cartello davanti al villaggio che invita a rispettare i pascoli, la pulizia. La gente che viene qui, sono dei signori in tutti i sensi.

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Alpe Mascognaz, Val d’Ayas (AO)

Per avvicinare ancora di più il turista all’alpeggio e alle sue produzioni, su prenotazione, è possibile organizzare delle visite. “A volte può essere anche un po’ una perdita di tempo… ma fa anche piacere quando la gente è interessata. Abbiamo molta richiesta anche di burro, avrei le attrezzature per fare lo yogurt, ma ho lasciato perdere. Ci volevano tutte le schede tecniche di ogni marmellata che mettevi nello yogurt… troppa burocrazia.

Aurelio e Denis, Mascognaz – Val d’Ayas (AO)

Sapendo della mia venuta, Aurelio aveva lasciato da pascolare un pezzo particolare, dove il panorama era migliore per scattare le foto. “Sai che è la prima intervista che mi fanno? Foto me ne hanno fatte tante… ma intervistarmi, è la prima volta!” Ci tiene a raccontarmi la sua vita, che in fondo è storia semplice. “Le soddisfazioni maggiori sono quelle di venire in alpeggio, essere proprietari e sapere che la clientela apprezza il tuo prodotto!

Denis e la sua prima mucca, Mascognaz – Val d’Ayas (AO)

Il futuro per questo alpeggio sembra garantito, i figli paiono aver ereditato la passione e l’entusiasmo dei genitori. Riparto mentre arriva gente a comprare formaggio, poi altri amici in visita… la stagione non è ancora terminata, visto che la famiglia Vercellin resterà qui fino ad ottobre.

I figli li lasciamo liberi di scegliere

Sapevo che sarebbe stato “un bel posto”, ma la gita per raggiungere l’alpeggio Djouan ha regalato scorci oltre le aspettative. Sicuramente questo è un itinerario che fonde l’aspetto gradevole dell’escursione in montagna, l’incontro con il mondo dell’alpeggio del XXI secolo, le tracce della vita d’alpeggio di un tempo, l’acquisto dei prodotti e molto altro ancora.

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Sentiero per Orvieille – Valsavarenche (AO)

Salgo lungo l’antico sentiero che portava alla casa di caccia, percorribile anche d’inverno, nel bosco che si interrompe per mostrare radure, alpeggi abbandonati e scorci sui ghiacciai del gruppo del Gran Paradiso.

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Orvieille – Valsavarenche (AO)

L’antica casa di caccia è oggi adibita a casotto per i guardiaparco. Tutto questa zona è completamente interdetta ai cani, come anche segnalato alla base del sentiero, quindi non potete condurli qui nemmeno tenendoli al guinzaglio. L’alpeggio è visibile più in quota, anche se la mandria è già salita a pascolare più a monte.

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Alpeggio Djouan con il gruppo del Gran Paradiso sullo sfondo – Valsavarenche (AO)

Quando gli amici vengono a trovarci, dicono che qui siamo davvero in Paradiso!“, mi dirà poco dopo Tiziana, la moglie di Elio. Sono venuta qui per incontrarli e farmi raccontare un po’ di cose su questo alpeggio e sulla loro “storia”.

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Alpeggio Djouan, la famiglia Montrosset – Valsavarenche (AO)

Oltre alla famiglia, ci sono anche degli operai salariati. “Io lavoro via, vengo su solo nei fine settimana, prendo le ferie quando c’è da fare il fieno, se avanzo dei giorni allora sto su un po’ di più. I figli li lasciamo liberi di scegliere, se vogliono continuare questo lavoro o no, non li forziamo. Il maggiore ha finito l’Institut Agricole e quest’anno andrà all’Università di Agraria a Torino…” Così racconta Tiziana. Ma saranno soprattutto suo marito Elio e la suocera Lidia a parlare della vita in alpeggio.

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Prove di battaglia, Alpe Djouan – Valsavarenche (AO)

Sono io che ho trasmesso loro questa malattia, ho sempre avuto nere… ho la passione!“, racconta Lidia. “Se non era per quello, forse adesso non eravamo qui!“, le fa eco Elio.

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Manze ai Laghi di Djouan – Valsavarenche (AO)

Siamo in pieno Parco del Gran Paradiso, i rapporti con l’Ente sono buoni, o comunque non è che ci siano particolari motivi per interagire. “Certo, il Parco è più per le bestie selvatiche… abbiamo visto il lupo un po’ di tempo fa, proprio sul sentiero che sale ai laghi. Abbiamo i manzi, su. Poi qui ci sono tante marmotte, distruggono i ruscelli. Tu scavi per portare giù il liquame nei pascoli, finisce in un buco e non arriva dove deve arrivare!

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Stagionatura, Alpeggio Djouan – Valsavarenche (AO)

Di gente lungo il sentiero ne passa molta. Uno si ferma e si chiede se è possibile mangiare. Alla risposta negativa, che quello è un alpeggio, una casa privata, e si può solo comprare formaggio e fontina, l’uomo commenta: “Ah… le cose buone ve le tenete per voi!“. In generale il rapporto con i turisti è buono, anche se non mancano i casi di inciviltà: “E’ tutto sporco lungo i sentieri, fazzoletti e salviette tutto su! Poi sovente ti capita di raccogliere immondizia nei pascoli!“. Presso l’alpeggio è possibile acquistare i prodotti: “Le Fontine per lo più le diamo ad un privato, poi facciamo del formaggio grasso da vendere qui. Una volta però c’era più gente che chiedeva di comprare formaggio…

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Alpeggio Djouan – Valsavarenche (AO)

Un tempo erano utilizzati tutti i fabbricati, qui e in basso. Quelli sotto erano mayen della gente del posto. Noi questo è il settimo anno che saliamo qui. E’ un alpeggio comunale. Ci hanno rinnovato il contratto anche perché hanno visto come lo abbiamo gestito. Qui c’è il vincolo che non possono salire greggi di pecore, per evitare che vengano su animali lasciati quasi incustoditi, solo per prendere i contributi.

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Alpeggio Djouan – Valsavarenche (AO)

L’uomo da secoli utilizza questi ricchi pascoli… su di una pietra della baita c’è la data 1751. Da allora sono cambiate molte cose, gli edifici sono stati ammodernati, l’alpeggio è accogliente, all’interno la cucina è dotata di tutte le principali comodità, non si direbbe quasi di essere in alpeggio. “Una volta si dormiva sopra alle mucche, con quattro assi… c’era tanta gente per ogni alpeggio, 7-8 persone a lavorare, ciascuno aveva il suo compito“, racconta Lidia, classe 1935.

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Rientro all’alpe Djouan – Valsavarenche (AO)

Salgo a cercare la mandria, la incontro appena oltre il costone, è quasi ora di rientrare in stalla. Scatto innumerevoli foto, poi decido di proseguire per i laghi. Mi è stato detto che sono molto belli… ci sarebbe stata la possibilità di salire fino al Colle dell’Entrelor, ma mi sono fermata a chiacchierare e così si è fatto tardi. La camminata fino al lago superiore è comunque già abbastanza lunga.

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Laghi di Djouan – Valsavarenche (AO)

Ai laghi di Djouan, come mi era stato detto, incontro i manzi. Un filo chiude il sentiero prima di un tratto ripido, per evitare che scendano, ma comunque quassù hanno abbondante (e ottima) erba a volontà.

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Stalla abbandonata – Laghi di Djouan, Valsavarenche (AO)

Un tempo quassù c’era il tramuto superiore, ormai abbandonato. Chissà perché la lunga stalla era stata costruita ad una certa distanza dall’abitazione d’alpeggio? Non mi è mai capitato di vedere una cosa del genere… “Non saliamo più lassù: qui, anche se non c’è la strada, ci sono tutte le comodità, le strutture a norma per lavorare il latte.” Se le Fontine di questo alpeggio sono state premiate con la medaglia d’oro tre anni fa, solo con i pascoli “bassi”, chissà che formaggi si sarebbero potuti fare lassù, con quei meravigliosi e profumati pascoli ricchi di ottime erbe…

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Vecchio canale per l’acqua tra le rocce – Laghi di Djouan, Valsavarenche (AO)

Mentre scendo, mi capita di alzare gli occhi verso le rocce sovrastanti e scorgo qualcosa di anomalo. Sembravano tronchi ammucchiati tra le rocce, ma a queste quote non vi sono più alberi. Guardo meglio e capisco che si tratta dei resti di un antico canale per l’acqua. Con una leggera pendenza, utilizzando mezzi tronchi scavati, sorretti da pali sapientemente incastrati, il canale costeggiava tutto il versante.

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Antico canale per l’acqua (ru) – Valsavarenche (AO)

Arrivava poi ad un altro piccolo alpeggio, ora abbandonato, attraversando i pascoli come canale scavato nella terra, in parte sorretto da muri. In alcuni tratti era addirittura coperto, cammino sulle lastre di pietra che ancora lo proteggono. Lo seguo a lungo, corre in alto sui pascoli, parallelo al sentiero, molto più a valle.

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Canale per l’irrigazione tra i pascoli, Alpeggio Djouan – Valsavarenche (AO)

Ogni tanto si scorgono altri canalini, rinforzati da pietre laterali, che seguono la linea della massima pendenza, per portare l’acqua a valle lungo questi versanti più aridi. Lentamente il tempo cancella i segni dell’antica gestione di questi alpeggi. “Una volta c’erano chilometri e chilometri di ruscelli… oggi il personale è solo più la metà, certi lavori non si fanno più…“, mi aveva raccontato prima Lidia.

Le radici profonde impongono di mantenere il territorio

Dopo tante nuove esplorazioni, è venuta per me l’ora di qualche “ritorno”. Ero già stata a Buthier anni fa, in compagnia degli amici Renata e Bruno, per far visita a René in alpeggio (qui e qui avevo parlato di quelle giornate). Nonostante qualche difficoltà nella comunicazione (i telefoni spesso in montagna non prendono), riesco ad avvisare René. Sta per spostarsi nella Tsa, il tramuto a quota maggiore, lassù proprio non c’è modo di telefonare, comunque lui non scende mai, quindi qualunque giorno poteva andar bene, l’avrei sicuramente trovato.

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La mandria dell’az.agr. Verney – Buthier, Gignod (AO)

Parto al mattino presto, lungo la strada per arrivare al primo tramuto, incontro una mandria diretta verso i pascoli, condotta da un uomo e un bambino. Ne approfitto per scattare qualche foto, la luce è cambiata, i temporali violenti del pomeriggio precedente hanno segnato il confine tra le calde giornate afose e quell’aria con i raggi del sole più obliqui che lentamente porterà all’autunno. Certo, siamo solo al mese di luglio, ci saranno ancora giornate calde, ma ogni anno c’è quel momento in cui si gira pagina, cambiala luce, le temperature, l’atmosfera. Roberto, il guardiano delle vacche, mi spiega la strada da percorrere.

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Il vallone della Tsa de l’Ars – Gignod (AO)

Sono passati solo due anni, ma sono stata in così tante vallate, nel frattempo… Quando però mi trovo sul posto, ricordo luoghi e percorso, così arrivo senza problemi al tramuto di Ars, poi di lì proseguo a piedi nel vallone. La volta scorsa l’avevo visto con le nuvole e la pioggia, nel mese di giugno, quando c’era ancora qualche chiazza di neve e l’erba stava appena spuntando.

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Pulsatille e genziane – Tsa de l’Ars, Gignod (AO)

Questa volta invece le pulsatille sono già sfiorite, i mirtilli iniziano a maturare e centinaia di genziane purpuree sono in boccio. I pascoli sono verdi, qui la siccità sembra essersi fatta sentire meno, ma l’erba è bassa come un po’ dovunque quest’anno. Non sento le campane e non vedo gli animali, eppure dovrebbero essere qui…

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Tsa de l’Ars, Gignod (AO)

La mandria la vedo solo quando arrivo alla Tsa, è al pascolo più in alto. “Quando sono venuto qui, non ero ancora proprietario, poi i cugini hanno smesso e abbiamo comprato noi. E’ stato un colpo di fortuna… Abbiamo approfittato del fatto che all’epoca stanziavano il 75% di contributo per aggiustare le baite, così abbiamo rifatto i due tramuti più malmessi“, mi racconterà René.

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René e Didier – Tsa de l’Ars, Gignod (AO)

E’ al pascolo con il nipote Didier, figlio di una sorella. “Subito non ti ho conosciuta. Ho detto a lui: “E’ una che conosce le bestie…” Qui turisti non ne passano, vanno nell’altro vallone, dove c’è il rifugio Chaligne. Quest’anno c’è anche lui, ha fatto tre anni l’Institut, poi ha lavorato un anno, vorrebbe fare questo mestiere, ma si sa come sono i genitori… sono protettivi, vorrebbero che facesse altro!

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Tsa de l’Ars, Gignod (AO)

Oggi è difficile fare questo lavoro, ci sono troppi costi. La vera azienda di montagna aveva al massimo dieci vacche in lattazione e avevi già lavoro a sufficienza. Adesso devi avere più animali, prendere operai, hai tante spese… La politica doveva contribuire a mantenere le piccole aziende, invece le ha fatte chiudere. Erano quelle che mantenevano il territorio! Hanno rovinato il sistema… Hanno contribuito all’abbandono della montagna e adesso si lamentano che non ci sono più i ruscelli, il bosco non è curato, i pascoli si chiudono, la montagna frana… Invece di creare tante squadre forestali, che poi sono fallite, bisognava far vivere le piccole aziende!

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Renè e i suoi animali – Tsa de l’Ars, Gignod (AO)

René dà il sale alle vacche ad una ad una, una manciata in bocca, a mano a mano che vengono a chiederlo: “Così è più facile gestirle…” Nonostante i soli cinquant’anni di età, può già fare dei confronti tra il passato e la situazione attuale: “Ho visto tanti cambiamenti. Prima c’erano operai valdostani, man mano sono invecchiati, c’era ancora qualche giovane che andava a fare le stagioni, ma dopo un paio di anni si metteva in proprio. Dall’88-89 hanno iniziato ad arrivare i marocchini, poi albanesi, adesso anche rumeni. Gli alpeggi non sono più mantenuti come una volta, la manodopera costa, poi non è nata sul territorio, i lavori non li sa fare, non li capisce fino in fondo.

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Fontine e formaggio della lavorazione mattutina – Tsa de l’Ars, Gignod (AO)

E’ cambiato il sistema di lavorare. Adesso ci sono le mungitrici, una volta bastava che il secchio per mungere fosse ben pulito. Le fontine le faccio solo nei due tramuti alti, altrimenti vendo il latte, come d’inverno. Anche le fontine le vendo “bianche” allo stesso privato che mi prende il latte. Prendo 55 centesimi del latte in alpeggio, 52 quando sono giù. Forse a qualcuno sembrerà una bella cifra, ma noi abbiamo più costi degli allevatori di pianura… Uno studio realizzato dall’Institut aveva dimostrato che, per produrre il nostro latte, i costi di produzione sarebbero 72 centesimi al litro, calcolando tutto!

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Rientro alla Tsa de l’Ars, Gignod (AO)

Le vacche decidono da sole di scendere verso l’alpeggio. Le seguiamo, poi proseguiremo la chiacchierata una volta che saranno state legate al loro posto. “Le soddisfazioni vengono dal fatto che siamo nati qui e le radici profonde ci impongono di mantenere il territorio. Poi c’è la passione per la razza… Le Pezzate rosse danno più latte, sono docili, ma le nere…

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Tsa de l’Ars, Gignod (AO)

Specie quando ero più giovane, c’era la passione nel portarle alle battaglie. Era anche un modo di far vedere il valore della tua mandria. Una volta le battaglie si facevano quando si portavano in montagna, o in primavera nei villaggi. Si scommetteva qualcosa, del vino… Era un modo per stare insieme e fare festa. Deve esserci più sportività, accettare le sconfitte e non andare alle stelle quando vinci. Anche in questo è cambiato tutto… C’è gente che tiene le nere solo per hobby, comprano le bestie che hanno vinto, le tengono giù in fondovalle. L’allevatore invece ha la soddisfazione di tirarsi su la reina mentre fa il suo mestiere in alpeggio.

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Valdostana castana e pezzata rossa – Tsa de l’Ars, Gignod (AO) 

Il tempo sta cambiando, l’aria si fa più fredda, le previsioni annunciano nuovi temporali nel primo pomeriggio (in realtà bisognerà poi attendere la sera), così faccio ancora qualche domanda a René, poi mi affretto a rientrare, mentre lui e i nipoti (c’è anche un fratello di Didier, che però non era salito con la mandria al mattino) vanno a tirare i fili per il pascolo serale. Mi chiede anche lui delle informazioni sugli alpeggi delle mie vallate: “Ogni tanto mi manca non avere del tempo libero per poter vedere altri posti… ma il lavoro è questo.

La gente apprezza che ci sia più scelta

Ci sono giovani che continuano la tradizione e altri che puntano sull’innovazione. Le scelte controcorrente possono essere criticate, ma l’importante è essere convinti delle proprie idee. Soprattutto sono importanti i risultati. Girando per gli alpeggi valdostani, sto pian piano comprendendo come la Fontina non sia un prodotto vendibile in loco, dato che richiede i 90 giorni di stagionatura. C’è chi le affianca il “formaggio valdostano” e chi fa scelte di altro tipo.

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Irrigazione in alpeggio – Veplace, Nus (AO)

Sono andata a trovare Luca e Lucrezia all’alpeggio Veplace sopra a Saint Barthelemy, nel comune di Nus. I cartelli lungo la strada indicano che è possibile, presso il loro punto vendita, acquistare diversi tipi di latticini. Arrivo in una rara giornata di nuvole basse e aria umida, la speranza per tutti è che porti pioggia, perché l’irrigazione da sola non basta a sconfiggere questa terribile siccità.

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Veplace, Nus (AO)

Veniamo qui da sette anni, prima non avevo montagne, mandavo via le bestie. Sono entrato che l’alpeggio era nuovo, non era mai stato affittato prima. Già i nonni avevano le bestie, da entrambe le parti. Giù avevo già l’azienda, mio papà aveva fatto la stalla nuova, io mi sono preso la grana dell’alpeggio. E’ un grosso impegno.

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Assortimento di formaggi, Az. agricola Elex – Nus (AO)

Facciamo ricotta, yogurt, burro di panna, reblec, tomini, tome semigrasse, tome alle erbe, al peperoncino, al ginepro. Non facciamo fontine, abbiamo deciso così, tanto la fanno tutti. E’ una scelta che funziona, abbiamo la nostra clientela e turisti d’estate qui in alpeggio. Nel mese di aprile abbiamo aperto il punto vendita in cascina, tre giorni alla settimana c’è mia mamma che lo tiene aperto. La gente apprezza che ci sia più scelta.

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Stagionatura dei formaggi –  Veplace, Nus (AO)

Qui è una zona abbastanza tranquilla, la gente viene a fare gite, passeggiate, è proprio questo che dà la qualità rispetto ad altre località. Lo scorso anno abbiamo fatto alpages ouverts e ci sono state circa 450 persone. E’ organizzato dall’AREV, loro fanno il pranzo, la carne, noi la polenta. Poi c’è la visita alla stalla, ai pascoli, si assiste alla caseificazione. Trovo che sia una festa molto positiva per far conoscere questo mondo, c’è sia gente della valle, del paese, sia turisti. Tutti gli anni noi comunque facciamo una festa, quest’anno sarà il 19 agosto. Pranzo con polenta e spezzatino, degustazione dei nostri prodotti, la ricotta pura o con i gusti, ecc.” (Se interessati, prenotate al 3355679031, affrettatevi!)

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Locale lavaggio bidoni – Veplace, Nus (AO)

Quello che serve per il nostro lavoro è… semplificare! Qui i muri sono del proprietario, io non poso fare chissà quali modifiche. Ogni volta che aggiungo un prodotto, una lavorazione, vengono i veterinari a fare un sopralluogo e spesso ci sono problemi. Sto su quattro mesi e ogni anno vengono a fare almeno 3 controlli. Adesso mi hanno fatto mettere dei teli di nylon contro le pareti della cantina… volevano che dessi il bianco! In cantina! Se non si semplifica, le piccole aziende non si tirano più fuori.

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Estrazione della cagliata – Veplace, Nus (AO)

A lavorare il latte c’è Lucrezia, la moglie di Luca. “Manca ancora tanta esperienza, ho molto da imparare! Mi ha insegnato suo papà, che ha lavorato anche come casaro in alpeggio e aveva vinto il premio per le Fontine.

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Luca e le sue reine – Veplace, Nus (AO)

La mandria è al pascolo più in alto con un aiutante, in stalla ci sono le reine, che verranno messe a pascolare separatamente. “Ho comunque vacche valdostane, anche se, non facendo fontina, non ho il vincolo della razza e potrei prenderne altre più produttive. Ci sto pensando… Le reine sono quel qualcosa in più che ti dà lo stimolo per andare avanti, per staccare un giorno. E’ un divertimento, una passione, un diversivo, una soddisfazione!

La soddisfazione è essere su tutti insieme

Continuano le mie interviste negli alpeggi della Val d’Aosta, con incontri uno più bello dell’altro, sorprese, chiacchierate… In modo simile a quel che già mi capitava in Piemonte, anche qui a poco a poco sta partendo quel meccanismo per cui in ogni alpeggio mi chiedono notizie su i “colleghi” che ho già incontrato, oppure mi fanno raccontare com’è un certo vallone, un alpeggio.

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Dopo aver scaricato i formaggi, gli asini risalgono in alpeggio – San Grato, Issime (AO)

Nel Vallone di San Grato ad Issime non ero mai stata. Siamo nella vallata di Gressoney, vallata walser, ripida, aspra, rocciosa, eppure ancora tenacemente utilizzata dall’uomo. A San Grato si arriva in auto solo avendo il permesso, altrimenti l’auto dev’essere lasciata molto più in basso, poi si può scegliere se salire lungo la pista forestale o seguendo i vecchi sentieri. Giunti in prossimità del villaggio, ecco un primo segno di come vengono ancora utilizzati qui gli alpeggi: dei giovani stanno scaricando dal basto degli asini diversi formaggi prodotti in qualche alpeggio della vallata. Poi il conducente riparte con i suoi animali.

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Arrivando a Töifi – Issime (AO)

Chiediamo indicazioni per l’alpeggio della famiglia Ronco: “Quale Ronco?“, il cognome dev’essere comune, da queste parti. Ci sono mandrie qua e là nelle vicinanze, ma alla fine ci viene indicato il posto che cerchiamo, in mezzo ad un pianoro. Gli animali sono ancora in stalla dopo la mungitura mattutina, in un recinto ci sono solo i vitelli, che ci osservano passare, guardandoci con curiosità.

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Uscita dalla stalla – Töifi – Issime (AO)

Nei pressi di una delle numerose baite in pietra, c’è un gruppo di persone in attesa. Avevo concordato la data per salire qui, ma non avevo saputo dire un’ora esatta, dato che non sapevo quanto tempo mi ci sarebbe voluto per arrivare. Alla fine eccomi lì, a ricevere una bella accoglienza calorosa. Prima un po’ di chiacchiere e un “giro dell’azienda”, mentre gli animali vengono messi al pascolo, poi l’intervista.

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L’interno di una delle stalle – Töifi – Issime (AO)

Le baite sono state ristrutturate, manca ancora la casera, infatti il latte viene provvisoriamente lavorato in un container. E’ Pierangelo a raccontare. “Sono edifici tradizionali e la soprintendenza mette numerosi vincoli, non si possono fare modifiche, bisogna mantenere le altezze, non si può cambiare l’esterno. Essere riusciti a ristrutturare è una gran cosa, anche perché adesso non ci sono più i contributi come una volta. Devi fare delle gran battaglie, con tutti i vincoli che ci sono, e le spese sono elevate.

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Töifi – Issime (AO)

Le baite sono piccole, la famiglia è numerosa. La vera abitazione è poco sotto, dove finisce una pista trattorabile realizzata in un secondo tempo rispetto alla strada. “La pista fino a San Grato l’anno fatta nel 2002, 2003. Noi è da generazioni che saliamo qui, il papà è nato nella baita qui sopra. Abbiamo fatto una piccola pista fino alla casa, serve anche per aggiustare le baite, portare i materiali, i mezzi. Nel tramuto sopra si va solo a piedi, con il cavallo. I trasporti con l’elicottero sono troppo cari. A casa abbiamo tanti fiori, le bambine ci tengono ad averli.

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Le sorelle Ronco fanno uscire le vacche dalle stalle – Töifi – Issime (AO)

L’alpeggio è a conduzione famigliare: “Non abbiamo operai, qui siamo dai nonni ai nipoti. Ho tre figlie, una studia giù all’università, agraria. L’altra va all’Institut Agricole e la piccola adesso dice che vorrà fare veterinaria.” E’ Anna, la moglie di Pierangelo, a prendere la parola: “Le soddisfazioni per noi vengono dal lavoro, ma anche dal fatto che siamo qui tutti insieme. I giovani potrebbero aver preso altre strade. D’estate stanno qui, non scendono mai. Forse perché già d’inverno sono fuori casa, dovendo studiare lontano. Le abbiamo portate su tutte da piccole, sono nate una a gennaio, l’altra a marzo, l’ultima a maggio, ma sono sempre venute su già la prima estate.

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Pierangelo nel caseificio, Töifi – Issime (AO)

Bisogna girare la produzione del mattino. Da queste parti pensavo di trovare la Toma di Gressoney, ma invece anche questa volta mi trovo a fotografare fontine. “Ho sempre fatto Fontina. Lo scorso anno ho partecipato al concorso regionale e abbiamo preso una medaglia, è stata una grande soddisfazione.

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La stagionatura delle fontine, Töifi – Issime (AO)

La stagionatura inizia in alpeggio, ma poi le forme vengono vendute per completare il processo altrove. “La fontina d’alpeggio dovrebbe essere più valorizzata, visti anche i costi che ci sono per farla. Dobbiamo rifare le analisi dell’acqua ad ogni tramuto, tutti gli anni, e sono 95 euro ogni volta. Anche il latte, una volta al mese dobbiamo prendere il campione nella caldaia e portarlo noi ad analizzare!

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Foto di gruppo – Töifi – Issime (AO)

In alpeggio ci sono anche il nonno e la nonna, è diventata una cosa rara trovare tutta la famiglia insieme in alpeggio. Ciascuno svolge il suo ruolo, secondo le necessità e le possibilità. “Mungiamo con la mungitrice, ma su mungiamo a mano perché non c’è la corrente. Mungiamo un po’ tutti, anche le figlie, così imparano.

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Vallone di San Grato – Issime (AO)

Sarebbe stato bello continuare la chiacchierata, magari davanti al “piatto tipico della domenica di Issime”, un “riso con fagioli e tanto formaggio!“, come mi spiega Anna, ma decidiamo d proseguire fino al tramuto successivo. Lungo il sentiero, le tipiche architetture walser e i mezzi di trasporto locali, altri asini e muli con il loro basto carico di tutto ciò che serve. Sembra di aver fatto un passo indietro nel tempo.

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Madonna delle nevi – Issime (AO)

Nonostante le difficoltà negli spostamenti, il vallone è ancora molto utilizzato, anche se i pascoli (già esigui) sembrano essere sempre più invasi dalla vegetazione arbustiva. Salendo lungo il sentiero/mulattiera, si incontrano innumerevoli edifici più o meno in buone condizioni.

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Vallone di San Grato, Issime (AO)

Gli insediamenti in questo vallone sono molto antichi, ci sono edifici che risalgono anche al 1500. Ciascuno meriterebbe una deviazione, un’immagine, dato che ve ne sono di molto particolari.

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Vallone di San Grato, Issime (AO)

Costruito contro una roccia, vi è anche questa baita, alla quale è stato recentemente rifatto il tetto. La porta è solo accostata, al’interno un rapido sguardo rivela come siano state utilizzate le pareti rocciose già esistenti, oltre a questi particolari travi ricurvi. All’esterno, sulla sommità della roccia piatta addossata al muro a valle, è stato scavata a colpi di scalpello una sorta di canalina per convogliare le acque che defluivano dal tetto. Oggi è stata messa una grondaia nuova, precedentemente doveva essere in legno.

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Vallone di San Grato, Issime (AO)

 

Ecco l’alpeggio visto dall’esterno. Sicuramente un tempo ciascuna famiglia saliva con un numero molto inferiore rispetto ai capi di bestiame odierni, anche se qui comunque le mandrie non sono grosse, visti gli spazi a disposizione. Chi mantiene ancora vivo il mestiere dell’allevatore in luoghi come questi dovrebbe essere premiato, non è un’esagerazione parlare di una sorta di “eroismo”. Invece ahimè il sistema degli aiuti economici, i cosiddetti “contributi”, premiano le grandi estensioni, i grossi numeri

Sono partito da zero in tutto

La Val d’Aosta è disseminata di alpeggi, ma per trovare quelli “giusti” per le mie interviste, mi sto affidando soprattutto ai suggerimenti degli amici “sul campo”. Uno di loro, dopo aver lavorato per anni all’Institut Agricole di Aosta, ora è partito alla volta della Francia per una nuova avventura (e per fare l’agricoltore, così ci dirà poi lui qualcosa in più su cosa vuol dire lavorare oltralpe). Appena prima di varcare il confine, ha comunque trovato il tempo per mandarmi un elenco di alpeggi dove, secondo lui, meritava andare.

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Sulla facciata dell’alpeggio Verney – Piccolo San Bernardo (AO)

Quello di Davide Ramires era uno dei suggerimenti che ho ricevuto. “Davide, appassionato di reines, è nato in una famiglia “cittadina” e dopo il diploma (eravamo compagni di classe) ha concretizzato la sua passione…“, così scriveva il mio amico.

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Sylvie, Davide e le loro Bimbe – Alpeggio Verney, La Thuile (AO)

Ho incontrato Davide e la sua famiglia in un sabato mattina soleggiato e caldo anche a quelle quote. Siamo poco lontano dal Colle del Piccolo San Bernardo, questo è un alpeggio a conduzione famigliare, con l’aiuto di alcuni operai, tra cui un ragazzo valdostano che ha qui anche i suoi animali.

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Estrazione della cagliata – Alpeggio Verney, La Thuile (AO)

Davide mi aveva detto di arrivare per le 9, ora in cui estrae la cagliata dalla caldaia e mette le Fontine nelle fascelle. “Il mestiere l’ho imparato guardando, anche da piccolo sono sempre andato in montagna negli alpeggi. Un’estate mancava gente nell’alpeggio dell’Institut e ho imparato lì a lavorare il latte. Faccio il casaro perché è il lavoro che mi permette anche di scendere ed occuparmi della burocrazia.

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La mandria sorvegliata dal cane e dal pastore – Alpeggio Verney, La Thuile (AO)

Potessi, preferirei fare il pastore. Ma c’è spesso da scendere per le carte… Poi mi faccio io i fieni, molti prima di salire, poi quando siamo in alpeggio quando scendo a farli il latte lo lavora mia moglie. Abbiamo gli operai, ma è difficile trovare quelli giusti. Si tribola sempre e comunque…

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Le Fontine vengono messe in forma – Alpeggio Verney, La Thuile (AO)

Davide non è nato in una famiglia di allevatori. “Mia mamma è originaria di Roma, mio papà guardiaparco…“. Conosco di fama suo papà, innumerevoli volte mi è capitato di ammirare le sue fotografie sulle riviste oppure on-line. “I miei mi hanno aiutato molto, mi rendo conto che senza di loro non ce l’avrei mai fatta.

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Le Fontine vengono caricate per far spurgare il siero – Alpeggio Verney, La Thuile (AO)

Non pensavo di prendere l’alpeggio. Mi ha chiamato quello dove mandavamo i manzi e mi ha detto che c’era l’alpeggio libero. Subito ho detto di no, poi ho cambiato idea. Ho iniziato facendo il contratto di un anno, qui c’erano già tutte le attrezzature per lavorare il latte, altrimenti non sarei partito a fare questo, troppe spese. Adesso è l’alpeggio che “salva” l’inverno.

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Sono partito da zero in tutto. La passione è iniziata dalle reines. Non ci ho messo tanto a riempire la stalla, adesso ho esagerato, ne ho da tutte le parti, ma se non c’è il numero, non si sta a galla.” Le reines di Davide adesso sono in stalla, mentre tutti gli altri animali invece sono fuori al pascolo. Per loro un trattamento del tutto particolare che io, poco addentro a questo mondo, fatico a comprendere fino in fondo… Pian piano, intervista dopo intervista, spero di carpirne i segreti, per poterli poi raccontare nel prossimo libro.

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La mandria – Alpeggio Verney, La Thuile (AO)

Per vedere le vacche al pascolo, bisogna salire più in alto. Vista la bella giornata, oggi sono state condotte lassù. Speravo di poter scattare una foto con il Monte Bianco sullo sfondo, ma l’erba è buona e abbondante anche più in basso, così la mandria la incontriamo prima di trovarci al cospetto dei ghiacciai.

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Pascoli di alta quota, il Monte Bianco sullo sfondo – La Thuile (AO)

Il pascolo è davvero ricco, la vegetazione è già avanti: nonostante si tratti della prima settimana di luglio, anche a quelle quote, il trifoglio alpino è già sfiorito. Il caldo si è fatto sentire fin quassù, nonostante questo sia un luogo notoriamente fresco e battuto dalle perturbazioni in transito.

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Panorama sul Colle del Piccolo San Bernardo – La Thuile (AO)

La mandria pascola quieta. Non ci sono molti altri animali intorno, abbiamo incontrato un altro gruppo di vacche salendo, ma l’alpeggio che confina a monte con i pascoli di Davide è vuoto. Ci racconta di come, negli ultimi anni, lì si siano alternati diversi conduttori. “Sono venute anche delle pecore, dal Piemonte… quest’anno doveva salire un margaro sempre dal Piemonte, ma non abbiamo ancora visto nessuno. Ci sono sempre meno animali, in Val d’Aosta!

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Pascoli di alta quota – La Thuile (AO)

Qualcosa vendiamo qui, ad inizio stagione facciamo anche del formaggio valdostano, formaggio con il peperoncino, vari prodotti per poterli vendere ai turisti. Le Fontine in parte le conferisco a La Thuile, collaboriamo con il consorzio, loro ci portano su visite guidate, turisti, per far vedere i luoghi dove nasce e si produce la Fontina.

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Rientro della mandria – Alpeggio Verney, La Thuile (AO)

Davide continua a raccontare, mentre le bimbe entrano ed escono dalla stanza. “Spesso conoscono le bestie meglio loro degli operai! Sono contente di stare qui. A loro piace andare a scuola, ma poi “vivono” per venire su.” Si avvicina l’ora di pranzo, la mandria lentamente scende per rientrare in stalla. Gli animali verranno legati al loro posto, gli uomini mangeranno, si riposeranno, poi ci sarà la mungitura pomeridiana e il ciclo andrà avanti, sempre uguale, come ogni giorno.