AAA Fontina cercasi

Nei giorni scorsi, ho ricevuto un’e-mail da parte di un’amica che fa parte di un GAS in Piemonte (Valle di Susa). Sapete cosa sono i GAS? Gruppi di acquisto solidale. Dal sito di riferimento, ecco la definizione di GAS: “…sono un’esperienza di consumo critico nata in Italia negli anni ’90, attraverso cui i cittadini si organizzano per acquistare insieme direttamente dai produttori secondo criteri di rispetto per le persone e l’ambiente e preferendo piccoli produttori locali con un progetto legato al territorio.

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…dirette ai pascoli… – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Grazie all’organizzazione in gruppi, i consumatori acquistano prodotti realizzati con una certa “filosofia” direttamente dai piccoli produttori e li ricevono anche a centinaia di km di distanza. Si acquistano arance dalla Sicilia, pecorino dalla Sardegna e così via. Non posso andare di persona ad acquistare dall’azienda, so che quell’azienda produce rispettando certi canoni (di lavoro, di benessere animale, di salubrità del prodotto, di alimentazione delle vacche, capre, pecore…), certamente non sarebbe economicamente attuabile l’acquisto per una singola persona, ma organizzandosi in gruppo l’azienda farà delle spedizioni di una certa importanza. Ovviamente la spedizione deve prevedere già una suddivisione dell’acquisto: per intenderci, non la forma di pecorino, ma le fette sottovuoto etichettate, di modo che ciascuno ritirerà direttamente il suo pezzo. Una volta rodato il sistema, può anche funzionare bene. Io non ho esperienze dirette né di vendita, né di acquisto secondo questi canali, ma conosco persone che piazzano parte delle produzioni anche attraverso i GAS e altri che invece se ne servono per acquistare. Generalmente me ne hanno parlato positivamente.

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Fontine “fresche” nel Vallone di San Grato – Issime (AO)

Dopo questa premessa necessaria per spiegare a tutti di cosa stiamo parlando, veniamo al nostro caso. L’amica mi contatta perché, sapendomi in Valle d’Aosta, avrebbe bisogno di trovare un fornitore di Fontina per il loro GAS. Avevano già fatto un tentativo, che però si era arenato sul discorso porzionamento ed etichettatura. Cioè, come si diceva sopra, spedire le fette tagliate ed etichettate, non la forma intera. Magari alcuni lettori/produttori, a questo punto staranno dicendo: “Io lo posso fare! Gliela vendo io la Fontina!“.

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Mandria nei pascoli alti della Tsa de Fontaney – Vallone di St.Barthélemy, Nus (AO)

Come vi dicevo, il cliente del GAS però è un consumatore molto attento. Non cerca solo il “nome” Fontina, ma vorrebbe una Fontina buona, sana, d’alpeggio, prodotta secondo certe metodologie. “Io sono interessata a trovare la Fontina prodotta il più possibile solo con erbe di pascolo. Questo perché il latte derivante da mucche che hanno mangiato solo erba e/o fieno, possibilmente di alta montagna, è di valori nutritivi assai maggiori, oltre che più buono.” Personalmente, concordo al 100% con lei, ma so bene che la realtà valdostana vede, anche in alpeggio, l’utilizzo di mangimi. (Succede anche altrove, ma adesso stiamo parlando di Fontina). La Fontina è una DOP, ma il disciplinare prevede che ciò accada e definisce cosa è possibile impiegare nelle integrazioni alimentari oltre al fieno e/o al pascolo.

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Caseificazione in alpeggio – Pila (AO)

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere e non poco su un discorso di quantità e qualità. Posso ancora comprendere le integrazioni al fieno, poiché parliamo di fieno di montagna, molto profumato, ma talvolta non così ricco. Guardate le foto d’epoca, le vacche non erano mai particolarmente grasse. Mangiando solo fieno e venendo munte, le riserve dell’animale si consumano. Ma quando sono al pascolo in montagna, perché dare mangimi? Per avere più latte, certo. Ma se abbiamo meno latte e questo ha caratteristiche organolettiche (oltre che gustative) migliori? Otterremo meno prodotto, ma di qualità più elevata, da vendere a prezzo maggiore ad un consumatore attento. E senza avere la spesa aggiuntiva del mangime! Giusto?

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Pascoli al lago di Cignana – Valtournenche (AO)

Un progetto in tal senso è stato fatto, ne avevo già anche parlato. Iniziato nel 2017, è continuato anche la scorsa estate, coinvolgendo un maggior numero di alpeggi. Parliamo quindi di Fontine prodotte d’estate, con latte derivante solo dal pascolo. Bene… c’è qualcuno di questi produttori interessato a collaborare con questo GAS? Ricordiamo tutti i requisiti richiesti:

1) l’allevatore possa prendere l’ordine via email
2) possa spedire la fontina via corriere
3) possa ricevere i soldi via bonifico
4) possa fare le porzioni di 1 kg (circa) sottovuoto
5) Ci garantisca sulla fiducia che la fontina sia prodotta da lui medesimo, con latte prodotto da vacche che hanno mangiato solo erba dei pascoli, non mangimi o integrazioni – in pratica un disciplinare biologico non certificato.

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Vacche di razza valdostana al pascolo – Pila (AO)

Ovviamente potrebbe essere anche un produttore che non ha aderito al progetto di cui sopra, ma che garantisce di non dare mangimi alle vacche in alpeggio. Vediamo un po’ se riusciamo a trovarlo… e comunque, oltre al GAS interessato all’acquisto, sono certa che ci siano molti altri consumatori che preferirebbero acquistare un prodotto del genere. Visto che ci si lamenta spesso del prezzo basso della Fontina o del latte venduto per fare la Fontina… non sarebbe il caso di puntare sulla qualità? I consumatori consapevoli e attenti ci sono, iniziamo a soddisfare loro. Non possiamo solo lamentarci che bisogna tenere il prezzo basso perché altrimenti non si vende… Fornirò alla mia amica i recapiti di chiunque si farà avanti, sarà il GAS a contrattare le condizioni con il produttore, eventualmente anche valutando le varie offerte ricevute. Scrivetemi, oppure contattatemi su Facebook. Spero di potervi raccontare il seguito di questa “storia”…

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Meditazioni di inizio anno

In passato avrei scritto di getto, a caldo, appena lette certe notizie, appena sentite certe dichiarazioni. Adesso invece medito sulle cose che sto per scrivervi da un po’ di tempo. Ci penso mentre sono al pascolo, mentre cucino, quando pulisco la stalla, quando guido. Insomma, quando la mente non è impegnata in altro, i pensieri tornano lì.

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Pascolando in un gennaio troppo caldo e secco – Petit Fenis, Nus (AO)

Dopo aver letto decine e decine di reazioni a certi fatti capitati qua e là, mi sono innervosita, però… come dicevo, non ho scritto qui subito quello che avrei voluto dire. Ho lasciato decantare e ho fatto un esperimento. Ho postato su facebook alcune foto diverse tra loro e ho aspettato le immancabili reazioni… Quello che sto per scrivere, probabilmente non piacerà a molte persone. Ci sarà chi non capirà fino in fondo quello che voglio dire, chi mi giudicherà negativamente, chi mi accuserà inventandosi chissà quali retroscena. Mi spiace per tutti voi, non lo faccio per “interesse”, non ho alcuna ambizione politica, ma scrivo solo per dialogare con chi vuole ascoltarmi e con chi è pronto a provare a seguire il mio ragionamento.

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Paesaggio rurale montano, il villaggio di Sommarese (AO) circondato da prati e pascoli, ma tutt’intorno avanza il bosco

Chi mi conosce sa che ho sempre solo scritto e parlato di ciò che conoscevo, non porto avanti cause “per sentito dire”. Così, nel tempo, mi sono trovata a raccontare le realtà che via via incontravo o mi trovavo a vivere. Oggi quindi vi voglio sottoporre delle riflessioni che prendono spunto da ciò che accade nella dimensione in cui mi trovo, geograficamente e lavorativamente parlando. Come vi dicevo, ho fatto un esperimento.

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Resti di una predazione in mezzo alla strada al Col d’Arlaz, tra Montjovet e Challand (AO)
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Gamba di capriolo, resto di una predazione recente – Petit Fenis, Nus (AO)

Per due volte ho pubblicato immagini che potrebbero riguardare la presenza del lupo: delle ossa completamente spolpate (non so di quale animale selvatico), fotografate in mezzo alla strada asfaltata nella tarda mattinata del giorno di Natale, degli escrementi di canide di grosse dimensioni, contenenti molti peli e frammenti di ossa, una gamba di capriolo spolpata di fresco nel bel mezzo di un pascolo dove quasi quotidianamente porto le capre, a poca distanza da casa. Le reazioni sono state immediate e anche molto colorite. In un caso, pur avendo esplicitamente richiesto di evitare le polemiche inutili, i toni tra chi commentava si sono immediatamente infiammati. Non c’è niente da fare, per molti (allevatori e non) il lupo è una tematica che fa scattare il commento a spada tratta, spesso con argomentazioni tecnicamente molto discutibili.

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Pubblicità della Fontina sul volantino del supermercato Basko

Poi ho pubblicato la pagina di un volantino pubblicitario di un supermercato. Si tratta della catena Basko, ditta ligure presente anche in parte del territorio piemontese. Nel numero di dicembre, un’intera pagina era dedicata alla Fontina, fornita al supermercato tramite una ditta che la acquista da un affinatore di Cogne. Penso sia una buona pubblicità per il prodotto a livello di immagine, anche se ci sono un po’ troppi dati tecnici che, al consumatore, dicono forse poco. Quello che a me diceva molto era il prezzo: scontata del 35% (!!) per le feste, la Fontina costava 19,90 € al kg, anzi… 1,99 € all’etto, c’è scritto. Il prezzo pieno sarebbe stato 30,90 € al kg, per una Fontina di alpeggio. So che sono in tanti i Valdostani a seguire la mia pagina facebook, quando pubblico una foto di una Reina si scatenano a mettere like e commentare. Io a questo punto mi aspettavo un’indignazione ben maggiore rispetto a quella suscitata dalle due ossa spolpate… invece zero, silenzio assoluto, non un Valdostano che abbia detto una parola. Ci sono stati solo un paio di commenti specifici riguardanti le percentuali di grassi saturi e insaturi da parte di addetti ai lavori di altre parti d’Italia e niente più.

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Gregge di capre nel recinto elettrificato usato come protezione notturna – Moncorvè, Valsavarenche (AO)

A questo punto lasciatemi dire una cosa… leggo tutti i vostri commenti sul lupo che mette in ginocchio l’allevamento, che fa chiudere le aziende… ma siete proprio sicuri che la colpa sia il lupo? Non crediate che io non sappia che tipo di problema è il lupo. L’ho vissuto sulla mia pelle in quello che, all’epoca, era stato l’alpeggio con il maggior numero di attacchi in Piemonte. So cosa vuol dire trovare pecore sbranate, resti di pecore, animali feriti, ecc. So cosa comporta in termini emotivi sia subire un attacco, sia vivere con l’angoscia per tutti i mesi d’alpeggio. So cosa significa cercare di prevenire gli attacchi con i diversi metodi ammessi e consigliati: la fatica di portare reti, quella di piantarle, tutti i problemi connessi all’inserimento dei cani da guardiania, la loro gestione e la “convivenza” con gli altri fruitori della montagna.

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Gregge di un pastore piemontese che trascorre l’estate in Valle d’Aosta, preceduto da uno dei cani da guardiania durante la transumanza autunnale – Pontey (AO)

So che ci sono state persone in Valle che hanno venduto le pecore… ma la causa è esclusivamente il lupo? Poi, in Valle d’Aosta, chi è che vive di SOLO allevamento ovino? Certo, il lupo ha attaccato anche dei bovini, e mi fa un po’ sorridere leggere i commenti di chi dice che il filo elettrico non basta a tenerlo lontano dalle vacche. Magari sarebbe il caso di informarsi un po’ meglio, prima di lasciarsi andare a certe dichiarazioni. Nel caso delle pecore, le reti (di altezza adeguata) aiutano (anche se non sono infallibili), ma nessuno ha mai parlato di fili per evitare gli attacchi ai bovini!!

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Cantina d’alpeggio – Pila (AO)

Ma non è di questo che voglio parlare… quello che volevo dire (o ripetere, dato che l’ho già detto anche in passato) è che il lupo è la goccia che fa traboccare un vaso ormai stracolmo di altri veri, grossi problemi. Problemi che però nessuno (o quasi) si mette a discutere sui social. Troppo complicato farlo? Troppo rischioso? O troppo complicato proporre delle soluzioni? Non lo so. Però mi aspettavo almeno un commento sui prezzi della Fontina in Valle, sui prezzi del latte venduto ai caseifici. Sulle aziende che chiudono una dopo l’altra, sulle centinaia di vacche andate al macello dalla fine della stagione d’alpe ad oggi. Sulle aziende che stanno in piedi solo grazie ai contributi e che boccheggiano se questi non arrivano…

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Le piccole aziende di montagna sono fondamentali anche per il ruolo che svolgono a livello territoriale e paesaggistico – Arbaz, Challand-st.-Anselme
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Paesaggi rurali a rischio di estinzione – Col d’Arlaz (AO)

Sulle aziende che sembrano funzionare, ma in realtà poggiano su realtà famigliari dove danno una preziosa mano figli che ancora studiano, mogli o altri famigliari che hanno un loro stipendio, genitori e zii in pensione, e così via. Sulle piccole aziende, quelle che veramente sono sostenibili dal punto di vista ambientale, quelle che davvero curano il territorio, sfalciando ancora prati ripidi, curando il territorio perché ci tengono davvero… ma che con quel numero di bestie “sostenibile” per il territorio, non sostengono più l’economia aziendale, per non parlare di quella famigliare.

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Nell’allevamento tradizionale molte delle difficoltà si superano grazie alla passione… ma quando l’azienda non è più economicamente sostenibile, la passione non basta più – Bataille des reines nel Vallone di St. Barthélemy (AO)

E’ il lupo il problema? Ma diciamocelo… io non so se i capi predati nelle passate stagioni siano stati indennizzati e se veramente sono state pagate le cifre che avevo letto nei bollettini ufficiali… ma so quanto sono state pagate le pecore che certi allevatori hanno venduto la scorsa primavera, pecore di razza autoctona, in via di estinzione. C’è chi ha accettato una ventina di euro a capo, perché nessuno le voleva. Era meglio farle mangiare dal lupo, se si vuol ragionare guardando solo il portafogli! Se però si trovasse a vendere la carne di capra o di pecora, se ci fosse richiesta di agnelli e capretti, se tutto funzionasse, il lupo sarebbe un problema di tutt’altro tipo. Se ci fosse un’economia stabile, troveresti chi te le prende in montagna per l’estate, garantendoti una buona sorveglianza. Ma se tutto non va, allora vendi, allora lasci perdere, e la colpa la dai al problema simbolo, al problema che ha un nome, al lupo.

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Vitello di razza valdostana castana – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

E’ un problema facilmente comprensibile per tutti… e gli allevatori saprebbero come risolverlo, per quello ne parlano tanto? Però vorrei che chi di dovere mettesse lo stesso impegno a parlare degli altri veri grandi problemi che stanno mettendo in ginocchio le aziende della Valle. Tipo i vitelli di razza valdostana, che uno deve vendere per poter mungere e caseificare o dare il latte ai caseifici. Lo volete sapere quanto viene pagata una vitellina di 50kg di razza valdostana all’allevatore? Più o meno cinquanta euro… I più colpiti dal lupo sono i piccoli, piccolissimi allevatori, perché sono già fortemente in crisi. Dover “convivere” con il lupo, le spese aggiuntive che questo comporta, i mancati redditi, i danni di eventuali predazioni porta al collasso. I grandi allevatori (parlo soprattutto dei pastori di pecore, piemontesi o di altre regioni) pian piano si sono adattati: continuano a patire tutti questi fattori, ma li ammortizzano con la quantità e comunque hanno già del personale per badare costantemente agli animali.

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Gregge vagante in Piemonte, con uno dei cani da guardiania

Il discorso sarebbe ancora più lungo, ma la questione di base è comunque questa. Adesso ditemi, voi che leggete, che non siete allevatori: acquistate prodotti di montagna da chi vive e lavora in montagna? Sapete qual è il “giusto prezzo”, oppure nel fare la spesa puntate al risparmio sempre e comunque? Vi domandate cosa c’è in termini di lavoro, orari, fatiche, dietro quel formaggio, quel salume, quel piatto? Oppure già preferite acquistare meno, puntando però alla qualità e spendendo anche quegli euro in più, consapevoli di tutto ciò di cui vi ho appena parlato?

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Prati fortemente danneggiati dai cinghiali – Col d’Arlaz (AO)

Forse è il caso di fermarsi qui. Amici allevatori… smettetela di preoccuparvi che il lupo mangi i vostri bambini: corrono rischi ben più gravi di altro genere. Lo so che il lupo passa appena fuori dalla porta di casa di molti di noi, compresa la mia. Lo fa anche la volpe (pericolosa per gli agnelli, per il pollaio), la poiana (che non perde occasione di prendere una gallina), ma pure cervi, caprioli e cinghiali in quantità (che devastano prati e pascoli, causando danni gravissimi). La montagna è sempre più abbandonata, per quello la fauna selvatica si espande. Son stufa di vedere spacciata come “notizia” la presenza di un lupo per le strade di un villaggio di montagna.

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Bell’esemplare di toro di razza valdostana pezzata rossa – Challand-St.-Anselme

Sono tanti, sono molti più di quello che si dice, il loro territorio si espande, non c’è da stupirsi. Piuttosto c’è da prevenire i danni, attrezzandosi come si deve. E’ giustissimo chiedere di poter difendere i nostri animali dagli attacchi dei predatori, fare in modo che il lupo torni ad avere paura dell’uomo. Però non dimenticatevi di assicurare un futuro ai vostri figli, un futuro in cui fare l’allevatore sia ancora un mestiere dignitoso, dove si vendono i prodotti a un prezzo equo, consono al vostro lavoro, ai vostri sacrifici quotidiani. La passione è fondamentale, ma il vostro lavoro deve portare un reddito. Chiedete pure a chi vi rappresenta, sindacati agricoli e politici, di continuare ad occuparsi del “problema lupo”, ma… prima cercate di ESIGERE delle risposte su tutto il resto, perché non potete continuare a svendere i vostri prodotti e a pagar caro tutto ciò che vi serve per mandare avanti l’attività. Anzi, nel prezzo dei prodotti, dovreste aggiungere anche qualcosa per compensare danni e disagi legati alla presenza dei predatori. Allora sì…

L’unica salvezza è il prodotto

Quando si parla di Valle d’Aosta, nel resto d’Italia, anche nel confinante Piemonte, c’è la convinzione che si tratti di una di quelle regioni montane dov’è ancora alta l’attenzione e la cura del territorio. Dove fare l’allevatore “conta ancora qualcosa” e le aziende agricole godono di un certo benessere.

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Prati in fiore – Nus (AO)

Possono averlo pensato anche quelli che, sabato scorso, hanno visto il Giro d’Italia transitare sulle strade della Valle, attraversando villaggi, prati in fiore con i loro sistemi di irrigazione (la cui utilità quest’anno è scarsa, viste le piogge quasi quotidiane). Apparentemente il sistema qui sembra funzionare.

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Salita in alpeggio – Petit Fenis, Nus (AO)

Sempre in questi giorni, tra una nuvola e l’altra, qualcuno può anche essere andato a fare una gita e aver incontrato sulla sua strada qualche transumanza che saliva a piedi verso gli alpeggi, oppure camion e camioncini per il trasporto animale che si dirigevano verso le varie vallate. O ancora ha visto le prime mandrie nei pascoli a mezza quota. Ma nessuno ha visto le decine e decine di animali condotti al macello, perché servono soldi per mandare avanti le aziende, perché gli allevatori sono stufi, sfiduciati, perché questo mestiere non rende più. Non è normale portare al macello le bestie a pochi giorni dalla salita in alpeggio… Cosa sta succedendo?

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Prati in fiore in una rara giornata di sole – Petit Fenis, Nus (AO)

Si arriva da una stagione invernale lunga e difficile. Tutto è iniziato nell’aprile 2017, quando a fine mese una gelata tardiva ha colpito l’intero comparto agricolo qui e altrove in quasi tutto il Nord Italia. Non sono gelate “solo” le viti, le piante da frutto, le verdure, ma anche l’erba dei prati. Il primo taglio di fieno è stato scarso e di bassa qualità. C’è poi stata un’estate calda e siccitosa, quindi anche i tagli successivi non sono stati buoni, specie dove non si poteva irrigare. Infine le bestie sono scese prima dall’alpeggio, sempre per la siccità, trovandosi a pascolare in anticipo quel che c’era ancora, per poi rientrare in stalla ed iniziare a consumare il (poco) fieno. Quando è stato ora di acquistarlo perché era terminato quello nei fienili, il prezzo era alle stelle. L’inverno è stato lungo, la neve è arrivata presto e, a quote medio-basse, l’ultima è caduta ancora un paio di settimane fa.

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Lo stesso prato dell’immagine precedente dopo il violento temporale di sabato pomeriggio

Ciò nonostante, molti hanno messo fuori gli animali in anticipo, a pascolare quello che avrebbe poi dovuto essere il primo taglio del mese di maggio/giugno. O così, o non avere niente da mettere nelle mangiatoie. Anche il 2018 quindi parte molto male, con l’aggiunta di un meteo che non accenna a stabilizzarsi e, alle piogge, alterna temporali violenti che provocano l’allettamento dell’erba (cioè la schiacciano, come vedete nella foto). Quando finalmente si riuscirà ad iniziare a tagliare, il fieno sarà già vecchio, faticherà ad asciugare, ecc…

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Manzette di razza valdostana (castana, pezzata nera, pezzata rossa) – Nus (AO)

Ma non è possibile che sia solo una o due annate “storte” a determinare una crisi così drastica nell’intero settore zootecnico valdostano. Avevo già raccolto voci e impressioni la scorsa estate, attraverso le interviste che sono confluite in “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta – 23 itinerari“, poi ho letto qua e là sfoghi e commenti di chi non ce la fa più. Essendomi stato commissionato un articolo sull’argomento, ho chiesto un’intervista al Presidente AREV Jean Paul Chadel, che proprio in questi giorni è arrivato al primo anno dalla sua nomina. L’ho incontrato l’altro giorno, reduce da una serie di riunioni che non avevano contribuito a risollevare il suo morale. Diplomato all’Institut Agricole di Aosta, lui stesso allevatore, conosce a fondo questa realtà.

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Mandria in alpeggio – La Manda, Valtournenche (AO)

Lo stato attuale della zootecnia valdostana è disastroso.” Chadel non gira intorno al problema, con grande franchezza dipinge il quadro di una situazione sull’orlo del collasso. “Come tutta l’agricoltura di montagna, si dipende in linea diretta dagli aiuti comunitari, ma questi è dal 2015 che non arrivano, sono parzialmente fermi e le aziende ne hanno bisogno per andare avanti. E’ un sistema suicida, servono perché, allo stato attuale, i costi di gestione delle aziende superano le entrate.

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Alpeggio danneggiato dalle nevicate – Vallone di Saint Barthelemy, Nus (AO)

C’è stato il costo del fieno che ha inciso, quest’anno c’è una stagione tardiva, molti alpeggi e strade sono state danneggiati durante l’inverno, sono tutti costi che si aggiungono, ma il vero problema sta a monte. Tutta la filiera produttiva valdostana è stata impostata per garantire il benessere degli animali, ma non quello del produttore. I contributi vengono erogati perché a Bruxelles hanno stimato che la gestione del territorio montano, che ha bisogno di cure, senza gli allevatori avrebbe costi 20 volte maggiori. Pertanto vengono dati i contributi. Ma l’unica nostra salvezza è il prodotto, non sono i contributi ad aiutare l’allevamento, l’hanno già distrutto! Per quello adesso siamo in ginocchio!

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Fontine in alpeggio – Alpe Djouan, Valsavarenche (AO)

In Valle d’Aosta “prodotto” significa soprattutto Fontina. “La Fontina dà lavoro a centinaia di persone, ma non dà da vivere a chi la produce!” Chi vende il latte ai caseifici riceve somme che non pagano i costi per mantenere gli animali, chi vende le Fontine alla cooperativa non ha una remunerazione adeguata. “Il sistema cooperativo dovrebbe aiutarci, ma da una parte siamo noi allevatori a non essere cooperativi, dall’altra il sistema è gestito politicamente e non ha come obiettivo il benessere degli allevatori. Da un punto di vista politico, qui in Valle prima si è speso troppo e male, così oggi il sistema sta crollando.

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Alpeggio abbandonato – Conca di By, Ollomont (AO)

C’è il rischio di rimanere senza parole, di fronte a simili affermazioni. Ma Chadel ha ancora qualcosa da dire, per completare le prospettive che attendono l’allevamento valdostano. “Nell’ultimo decennio ha chiuso il 30% delle aziende e non parlo solo di anziani che hanno cessato l’attività senza avere continuità. Il sistema attuale sta crollando. Se questo accadrà, chi sopravviverà lo farà lavorando in altro modo. Si abbandoneranno gli alpeggi scomodi, i mayen, le razze autoctone meno produttive. Anche i prodotti scompariranno, cambierà tutto, persino il paesaggio.” Perché infatti continuare al alzarsi nel cuore della notte per mungere, lavorare due volte al giorno il latte come si fa oggi per la Fontina, vincolata inoltre alle razze locali? Magari ci sarà chi punterà a razze da carne e chi a vacche dalla lattazione più abbondante, a discapito della qualità, del prodotto, del territorio, della tradizione.

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Mandria in alpeggio a By di Farinet – Ollomont (AO)

Oggi chi vuole partire da zero è un pazzo. La stalla e gli investimenti che deve fare non se li ripagherà in tutta la vita. La passione negli allevatori c’è ancora, per forza, ma l’entusiasmo no. Io però continuo ancora a credere in quello che sto facendo. Sapendo le difficoltà che ci sono, il prodotto, i prodotti, sono la nostra unica salvezza. Parlo della Fontina d’alpeggio, che deve essere identificabile dal consumatore. Sarà uno dei nostri punti di partenza. Poi abbiamo un progetto sul latte IGP. Inoltre bisogna valorizzare la carne dei nostri animali: nonostante il metodo di allevamento, sono vendute dai produttori a prezzi inferiori alla media, anche se poi al consumatore nei negozi arrivano ad altre cifre. Il consumatore che abbiamo oggi è più informato e consapevole, quindi capirebbe se ci muovessimo a presentare i prodotti in un altro modo, con più valorizzazione e prezzi che ripaghino gli allevatori del lavoro svolto.

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Pierrey – Vallone di Saint Barthelemy, Nus (AO)

Non so cosa accadrà in futuro, in questa e nelle prossime stagioni. Il clima che si respira tra gli allevatori è effettivamente di profonda sfiducia. Ripensando alle interviste raccolte lo scorso anno, si staccavano dal coro le voci di chi aveva già cambiato qualcosa nel sistema, inventando nuovi prodotti da vendere direttamente o comunque puntando sulla valorizzazione e sul rapporto con il consumatore. Chi questo mondo l’ha sempre vissuto fin dalla nascita, ci può far vedere quante cose sono già andate perse nella gestione degli alpeggi, con pascoli scomodi che non vengono più utilizzati e altri che vengono pascolati “male”. Il concime non sempre viene sparso a fertilizzare i pascoli, sempre meno animali salgono sugli alpeggi… Speriamo cambi qualcosa. Come consumatori, cerchiamo di contribuire, tanti piccoli gesti possono invertire la tendenza. Investiamo un po’ di tempo e di denaro per cercare il prodotto giusto, sia per portarcelo a casa, sia per degustarlo in loco (magari negli agriturismo).

Chi non conosce la Fontina?

Era da qualche tempo che volevo scrivere un articolo sulla Fontina. La spinta finale me l’ha data un amico valdostano che, fuori regione per motivi di lavoro, l’altro giorno ha acquistato un pezzo del suddetto formaggio per preparare un piatto tipico del suo paese, da consumare in compagnia di amici. Le sue considerazioni espresse su Facebook hanno aggiunto un tassello a questa travagliata storia…

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Fontina d’alpeggio in una bancarella di produttori a Roccaforte Mondovì (CN)

Come saprete, la scorsa estate ho girato dalla bassa all’alta Valle per raccogliere materiale e testimonianze per un libro di itinerari di prossima pubblicazione (uscirà nel 2018). Ho così avuto modo di vedere dove nasce la Fontina d’alpeggio, ascoltare le storie (e le lamentele, in alcuni casi) di chi la produce. Mi sono documentata sulla sua storia, sulle origini del suo nome e sul perché la Fontina d’alpeggio, in alpeggio, non si possa acquistare…

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Produttori con i loro formaggi alla fiera di Luserna San Giovanni (TO)

Mi era capitato, tempo fa, di sentir dire che “la Fontina d’alpeggio non esiste più, non trovi nessuno che ne abbia da vendere, ormai danno il latte ai caseifici“. Sì e no… è vero che alcuni produttori conferiscono il latte ai caseifici anche d’estate, è vero che molte delle Fontine prodotte in quota non vengano più stagionate in alpeggio, ma sono conferite “bianche” al consorzio o a privati, che si occupano poi della stagionatura e della vendita. Ma comunque, in alpeggio, la Fontina non la potete acquistare, a meno che sia stata prodotta in fondovalle o nei primissimi giorni d’alpe, perché il disciplinare prevede almeno 80 giorni di stagionatura dopo il giorno di produzione.

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Stand della Fontina a Cheese – Bra (CN)

Prima di passare ad altre considerazioni, lasciatemi dire che, secondo me, soprattutto in Val d’Aosta, la Fontina viene venduta al consumatore ad un prezzo troppo basso. Innanzitutto, la sua lavorazione: latte intero, entro due ore dalla mungitura (quindi due volte al giorno), per non parlare poi di tutta la stagionatura con salatura e spazzolamenti vari. Poi è una DOP, quindi viene controllata e marchiata, ciò che non è conforme, si scarta. Infine, il suddetto disciplinare, impone una certa alimentazione alle vacche (che sono rigorosamente di razza autoctona valdostana), quindi nella stagione invernale il fieno deve essere solo valdostano. Aggiungiamo che il territorio è interamente montano, quindi 365 giorni all’anno le condizioni di vita e di lavoro son diverse da quelle di un’azienda di pianura.

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Degustazione di Fontina d’alpeggio a Cheese – Bra (CN)

E’ vero che il disciplinare prevede l’eventuale impiego di altri alimenti che non siano solo erba e fieno, ma solo in certe percentuali e solo quelli indicati. Come vi avevo raccontato quest’estate, c’è anche un progetto a cui hanno aderito alcuni alpeggi, di non impiegare mangimi per un certo periodo d’estate. Quelle Fontine vengono vendute separatamente. Insomma, la Fontina è un formaggio conosciuto, la sua storia è antica, le sue vendite e la sua esportazione risalgono ai secoli scorsi, quando venivano i commercianti da fuori regione ad acquistarle a fine stagione d’alpeggio. Ma oggi che succede??

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La Fontina comprata in Piemonte dal mio amico, con tanto di carta e marchio ufficiali

Come vi dicevo, c’è stato un amico che, fuori regione (e ben conoscendo la buona Fontina) ha dovuto comprarne una fetta per cucinare un piatto tipico della Vallée. Così ha scritto dopo averla scartata e assaggiata: “Qualcuno sa spiegarmi… Mentre in Valle d’Aosta per il MODON D’OR fanno passerella politici e non, in Piemonte, un valdostano vuole cucinare per amici la Soupetta di Cogne. Dopo essermi procurato le spezie giuste, mi fermo in un negozio dove vendono esclusivamente prodotti di marca, mi avvicino al bancone dei formaggi che trovo veramente ben fornito, si presenta una commessa che mi domanda: Desidera? Vorrei della Fontina! La vuole di Aosta o quella dolce? La vorrei di Aosta! La commessa ne prende un pezzo ed io lo compro tutto, lei lo incarta e me lo porge, la pago €. 16,90 al kg. (per informazione la Fontina dolce si chiama Fontella). Arrivo a casa di amici, scarto la Fontina, l’assaggio, amara come il fiele. Nella speranza che qualcuno, guardando le foto sappia spiegarmi di cosa si tratta, ricordo che la Fontina dovrebbe essere il nostro fiore all’occhiello e ambasciatrice della Valle al di fuori dei nostri confini, saluto. Un valdostano amareggiato “in tutti i sensi” Ps. la crosta non l’ho grattata io.

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Fontina DOP e DOP alpeggio in vendita a Cheese – Bra (CN)

A questo punto le considerazioni da fare sarebbero molte. La prima è che, appena fuori valle, i prezzi lievitano tantissimo. Sapete che in Val d’Aosta in media la trovate a 10-12 euro al kg? Al caseificio così come dal privato, anche quelle veramente buone, così buone che viene spontaneo dire al produttore: “Te la pago di più perché non è giusto che la vendi ad un prezzo di una toma qualsiasi!“.

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Fontine e tome valdostane – Condove (TO)

Ho fatto un esperimento ed ho provato a chiedere agli amici on-line se comprano Fontina, dove e come la giudicano. Vi copio un po’ dei loro commenti. “Acquistata sempre facendo attenzione al marchio del consorzio sulla crosta. Poi quando ho tempo, da ottobre in poi, cerco di andare a trovarmi i produttori/clienti e lì il profumo e il gusto cambia con i fiori di alpeggio. Non tutta la fontina è uguale. E da un produttore all’altro cambia un po’. Il consorzio garantisce un prodotto conforme.” “Io Fontina buona qua in Piemonte non ne ho quasi mai trovata… spesso e volentieri è amara…“. “Buona quella di alpeggio e quella di caseificio acquistata in Valle, fuori dalla Valle quella dei supermercati ha poco sapore, buona quella dei piccoli negozi specializzati in formaggi.” “Buona solamente quando la comperi in Vallée. Diversamente è sempre amara.” “La sua bontà è direttamente proporzionale al prezzo, sovente prendo quella bio al Naturasì di Pinerolo, la pago 21 euro al kg ed è molto gustosa, mi è capitata di prenderla al Unes di Villar Perosa ad un costo decisamente inferiore, ma di fontina aveva solo l’etichetta.” Una voce dalla Toscana: “La fontina fa schifo… vai nei supermercati e non sa di nulla… se vai in da un casaro dove nasce e dove la fanno davvero è fantastica ragion per cui vai a sapere che ci mandano qui… una volta ad Aosta c’avrei preso l’indigestione, ce la portò un vecchietto che teneva le mucche, avrei mangiato anche la carta!” Dalla Lombardia: “Qui da noi, nei supermercati, non sa di niente e costa cara.” Altri amici invece hanno risposto indicando i nomi dei produttori da cui vanno direttamente a fornirsi, oppure la acquistano in occasione della Fiera di Sant’Orso.

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La Fontina è una sola… ed essendo una DOP non può essere fatta altrove! – Coazze (TO)

Aggiungo qualche mia esperienza personale. Il consumatore deve sempre fare ben attenzione, perché spesso viene spacciato per Fontina… del formaggio che Fontina non è! Quante volte nelle fiere mi è capitato di vedere delle “fontine” di chissà dove, ma sicuramente non valdostane!

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Parmigiano valdostano?? – Lanzo (TO)

Il plagio e i tarocchi colpiscono ogni formaggio, non ne è vittima solo la Fontina. Nelle fiere davvero si può trovare di tutto. Non è detto che il gusto sia cattivo, ma se vogliamo un certo prodotto, dobbiamo conoscerne le caratteristiche. Soprattutto poi non mi puoi vendere ad un certo prezzo un formaggio che non è quello autentico.

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Toma “fontinata” – Luserna San Giovanni (TO)

Nel caso della Fontina però, se compriamo un formaggio con un marchio, una DOP, vorremmo che sia buono! Probabilmente ci sono “tome fontinate” (in questo caso penso sia ammesso chiamarle così, sappiamo che stiamo comprando una toma prodotta con il metodo della Fontina, ma non rispettando il disciplinare della DOP e l’origine probabilmente non sarà valdostana) più buone di certa Fontina che si trova in giro! Per completezza di informazione, il Fontal è un formaggio industriale che non ha niente a vedere con la Fontina, con la sua lavorazione e con la Val d’Aosta (qui per saperne di più sul Fontal).

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Stagionatura a Merdeux – St.Rhemy-en-Bosses (AO)

I controlli in alpeggio sono molto rigorosi, l’ho sentito dire e ripetere in ogni alpeggio dove sono stata. Lo sono per tutti i formaggi, ma in particolar modo per la Fontina. Potremmo dire che ciò sia giusto, perché si tratta di una DOP, di quel fiore all’occhiello di cui si parlava prima, di quell’ambasciatrice della Val d’Aosta nel resto d’Italia, del mondo. Ma forse bisognerebbe essere più rigorosi nel resto della filiera, non solo in alpeggio! Perché sono stata in un alpeggio dove ho assaggiato un formaggio meraviglioso che non solo non può più essere chiamato Fontina (anche se era nato come tale) perché viene lasciato stagionare “abbandonato” in alpeggio… Ma non può nemmeno essere venduto, tant’è vero che l’alpigiano deve mettere il cartello “uso personale” allo scaffale dove lo tiene (andate a leggere qui).

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Fontina in vendita a Cheese – Bra (CN)

Poi però, anche in manifestazioni “di settore” troviamo delle Fontine che hanno più di un anno e che sono state confezionate e tenute sottovuoto (per quanto tempo??), come si può vedere nell’immagine sopra. E questo è il meno, tornando alla Fontina con la carta “ufficiale”, ma con la crosta tagliata dell’amico di cui sopra. E poi, per favore, rendetela più riconoscibile, più tracciabile. Tolta la placchetta dove c’è il numero del caseificio dov’è stata fatta (che poi lo può capire solo un addetto ai lavori, facendo una ricerca), il consumatore come fa a sapere se viene dal caseificio, dall’azienda agricola, all’alpeggio? Penso che in molti sarebbero disposti a pagare qualche euro in più al chilo una buona Fontina di tizio o di caio, trovandola in Piemonte o in Lombardia o in Lazio. Poi… se non è buona, so chi l’ha fatta e magari gli scrivo anche due righe attraverso internet!

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C’è scritto Fontina, ma poi si vende un po’ di tutto… – Luserna San Giovanni (TO)

Non sono così ingenua da non sapere/immaginare cosa ci sia dietro, è stato un discorso ricorrente negli alpeggi quest’estate. Ma che senso ha tenere i prezzi uniformi verso il basso? Fino a quando reggerà questo sistema? Fino a quando reggeranno i piccoli allevatori di montagna di questa regione? E soprattutto, che senso ha mandare in giro nella grande distribuzione Fontina di livello medio-basso, insapore, gommosa, per non parlare di tutta quella amara?? Pensate che c’è addirittura gente che pensa che la Fontina debba essere amara!!!!! Ci sarà sempre differenza tra un formaggio d’alpeggio e uno di caseificio, che si chiami Fontina, Asiago, Montasio o quel che è… Il consumatore deve essere consapevole e informato, deve saper scegliere e cercare, ma non deve nemmeno essere imbrogliato quando paga anche caro un formaggio marchiato, che dovrebbe avere certe caratteristiche garantite. Buon appetito a tutti…

 

Ci tengo che tutto sia fatto bene!

Con Enzo ci eravamo sentiti varie volte, da quando mi avevano dato il suo numero di telefono. O non poteva lui, o non potevo io… quasi credevo che non sarei più andata, anche perché io pensavo di intervistarlo in un vallone dove ero già stata per un’escursione l’anno scorso, un bell’itinerario da suggerire nel libro, e invece alla fine mi toccava raggiungerlo sull’altro versante…

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Alpe Le Bois – Valgrisenche (AO)

Mi ha richiamata lui, chiedendomi quando sarei andata. Lo ammetto, stavo quasi per rinunciare, ma alla fine siamo riusciti a combinare per un bel pomeriggio decisamente autunnale. Per fortuna, perché ne valeva veramente la pena, sia per il posto, sia per la chiacchierata. Con Enzo a dire il vero ci eravamo già incontrati lo scorso anno alla fiera di Luserna San Giovanni, dato che lui, oltre ad essere un allevatore, è anche commerciante di bestiame. L’appuntamento per quel giorno invece era sopra alla diga di Beauregard, al cancello che blocca l’accesso alle auto.

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Interno della vecchia stalla, Alpe Le Bois – Valgrisenche (AO)

Salgo pure io, seguendo Enzo e suo figlio Julien, che mi fanno fare una visita completa, fermandosi a tutti i tramuti, mostrandomi gli interni delle stalle e delle baite, le parti antiche e le nuove ristrutturazioni. “Prima affittavamo. Andavamo già su verso San Grato, poi siamo venuti anche qui, dopo due anni c’è stata l’occasione di comprare e così ho preso questi alpeggi e li abbiamo sistemati.

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Alpe Plontaz – Valgrisenche (AO)

Al secondo alpeggio la strada arrivava già nel 1973, poi all’ultimo non l’hanno fatta fino negli anni ’90. Hanno dovuto fare tutto il giro, salire e poi scendere, perché c’era uno sotto che non lasciava passare sui suoi terreni. L’alpeggio va curato come si deve, come una volta! Io ci tengo che sia tutto fatto bene, anche la casa deve essere tenuta pulita. Ci si cambia le scarpe per entrare e quando si va via, si pulisce tutto. Poi vengono le donne a mettere a posto a fine stagione, ma già gli operai devono lasciar pulito!

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Brévil – Valgrisenche (AO)

L’ordine e la pulizia regnano ovunque, nelle baite, all’esterno e anche sui pascoli, dove il sistema di ruscelli per la fertirrigazione è ancora curato e utilizzato. Ormai i pascoli sono quasi stati interamente mangiati e i colori sono quelli dell’autunno. La quota è elevata, ma la stagione è comunque stata molto particolare, quest’anno, tra sbalzi di temperatura, temporali e siccità. Le baite nei vari tramuti hanno un portico tra la stalla e la casa con una fontana dove ci si può lavare prima di entrare nella struttura, rimanendo al coperto in caso di pioggia.

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Mungitura manuale, Brévil – Valgrisenche (AO)

Fino a 5-6 anni fa ho avuto operai valdostani, poi sono venuti anziani, hanno smesso e non c’è stato un ricambio di giovani. Così ho preso dei marocchini, sono più bravi a mungere a mano, mi sono trovato bene. Sono di parola, se dicono che fanno la stagione, la finiscono, non se ne vanno dopo un mese o due. Se i Valdostani avessero voglia di lavorare, potrebbero venire! Ma non hanno più voglia di lavorare tanto… Io voglio che si munga a mano perché così si controlla meglio l’animale, poi la mungitrice rimpiazza solo il lavoro di mungere. Per avere la gente seduta che guarda la macchina, meglio essere in 5-6 a mungere a mano e poi dopo via a fare i ruscelli!

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Enzo all’alpeggio di Brévil – Valgrisenche (AO)

Enzo conosce molta gente, anche tra i pastori di pecore. Pure lui aveva un gregge, ma adesso alleva solo più bovini, pezzate rosse valdostane. “Una volta c’era chi aveva anche un po’ di pecore, ma 7-8, non di più. Poi venivano i Biellesi, ma anche allora per le pecore c’erano solo gli alpeggi diroccati.

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La casera, Brévil – Valgrisenche (AO)

E’ vero, in Val d’Aosta abbiamo avuto dei contributi per mettere a posto gli alpeggi, ma c’è anche stato chi non li ha sfruttati. Continuiamo ad andare per un periodo anche di là a San Grato, ma lì non hanno ristrutturati nulla. Il casaro è uno dei miei operai, un paio di anni fa, mentre lavorava da altri, le sue Fontine hanno vinto il premio al concorso.

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Fontine, Brévil – Valgrisenche (AO)

Le Fontine le porto via, ma quelle fatte quassù me le tengo. Le vendo io o le do in pagamento a quelli che mi mandano le mucche. Una volta a San Pietro si pesava il latte di tutte le mucche… a chi ha la mucca buona, qualcosa do ancora adesso. La Fontina non viene valorizzata abbastanza, quella buona finisce mischiata alle altre, una volta erano tenere che sembravano burro. Adesso il latte viene trasportato nei camion, alla fine nei caseifici scaldano di più il latte perché è tutto mischiato. Una volta, nelle latterie turnarie, non ti accettavano il latte se venivi da troppo lontano, perché arrivava freddo.

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Uscita dalla stalla, Brévil – Valgrisenche (AO)

Io ho l’alpeggio mio, qualche guadagno quindi ce l’hai ancora, ma i momenti in cui rastrellavi grandi soldi sono finiti! Io sono fissato per le bianche e rosse, le bestie le devi far rendere, non solo portare su bestie per avere letame per concimare i prati!

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Verso i pascoli, Brévil – Valgrisenche (AO)

C’è quella luce e quell’aria di fine stagione, anche i colori dicono che a breve bisognerà scendere. Si farà ancora una tappa nei tramuti sottostanti, mentre quassù verrà messo il letame nei pascoli, per garantirsi della buona erba per la stagione successiva. Devo salutare, devo rientrare, lasciandomi alle spalle questo vallone e questi alpeggi. Quando arrivo al lago, il sole è ormai tramontato dietro alle creste e soffia un vento freddo, autunnale.

Saliamo qui dal 1933

Dopo vari tentativi per combinare questa intervista, finalmente sono riuscita a raggiungere Rino a Torgnon. Questo comune collocato in quota sui versanti della Valtournenche è ricchissimo di alpeggi. Una lunghissima pista sterrata, da cui si staccano diramazioni secondarie, permette di raggiungerli attraversando le varie conche, alternando boschi di conifere e pascoli. La pista è chiusa al traffico (a parte gli aventi diritto) ed è molto frequentata dagli amanti della bicicletta. Alla fine del percorso si raggiunge il lago di Cignana (qui il percorso escursionistico per il lago, che però non passa all’alpeggio di cui sto per parlarvi).

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Telinod – Torgnon (AO)

La segnaletica è perfetta, quasi senza consultare la cartina, arrivo all’alpeggio Telinod mentre la mandria sta uscendo dalla stalla, diretta verso i pascoli. Saluto la signora Franca, poi raggiungo Rino, che sta tirando i fili per dare il pezzo alle vacche. La cagna mi abbaia, diffidente: “E’ da pascolo… ma anche da guardia!

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Delimitazione del pascolo, Telinod – Torgnon (AO)

Terminato il lavoro, mentre gli animali brucano tranquilli, possiamo chiacchierare. “L’alpeggio è comunale, siamo in affitto, sarebbe troppo bello fosse nostro! Veniva già qui mio nonno, è dal 1933 che saliamo qui, poi mio papà e adesso noi… Io con la moglie e i figli e mio fratello.

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Al pascolo, Telinod – Torgnon (AO)

Una volta mio papà aveva tutte pezzate nere, le rosse non le voleva… Abbiamo iniziato io e mio fratello, quando abbiamo fatto la stalla nuova, abbiamo aumentato il numero dei capi e preso le pezzate rosse, per la resa. Poi c’è qualche castana per le battaglie, abbiamo anche quella passione lì. Qualcuna ci vuole, ma non troppe. Qui abbiamo le nostre bestie e altre che ci danno in affida per l’estate. La transumanza, con le nostre, la facciamo interamente a piedi, in salita e in discesa. E’ una vera festa!

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Al pascolo, Telinod – Torgnon (AO)

E’ una bella, lunga chiacchierata, quella con Rino. Mi racconta le cose di oggi, ma anche tanto sul passato. “Oggi usiamo solo più questo alpeggio come strutture: quello vecchio lì sulla strada, ce n’era un altro sotto e uno più sopra, ma non li usiamo più. Dovessi tornare sotto… nelle baite vecchie… tutto a mano… non c’era la luce, si usava l’acetilene. Quando pioveva era tutto umido, c’era il camino e il buco nel tetto per fare uscire il fumo. Mangiavi al freddo con la giacca e il berretto, adesso non c’è paragone!

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Rino al pascolo, Telinod – Torgnon (AO)

Le maggiori soddisfazioni di questo mestiere sono la libertà… la passione, prima cosa, altrimenti non si farebbe! A me piace tanto il pascolo, anche sotto la pioggia, non me ne fa niente di stare al pascolo quando piove. E’ una soddisfazione vedere le mucche sazie, belle.

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La famiglia Barrel, Telinod – Torgnon (AO)

Adesso siamo solo noi, prendiamo un operaio a contratto quando abbiamo bisogno, a volte tutta l’estate, a volte no. Mio fratello adesso è giù a far fieno. Il figlio maggiore si è sposato quest’anno, ha 25 anni. Sembra che vogliano continuare… Speriamo per il futuro che questo mestiere cambi per il meglio! A volte ti chiedi chi te lo fa fare… Ma hai tutte le attrezzature, è il tuo mestiere, mica vai a fare altro.

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Fontine, Telinod – Torgnon (AO)

A differenza della maggior parte degli alpeggi di Torgnon, che conferiscono il latte al caseificio di fondovalle, a Telinod si caseifica e si vendono i prodotti. “Facciamo Fontina, formaggio semi-grasso, ricotta, seras, brossa, burro e burro fuso. Molti negozi ci ordinano i prodotti e noi li portiamo giù. Parte delle Fontine le diamo alla cooperativa.

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In caseificio, Telinod – Torgnon (AO)

Quel giorno è il figlio minore in caseificio a girare le Fontine, ma solitamente i casari sono lo zio o il fratello maggiore, uno impegnato con la fienagione e l’altro con lo spandimento dei liquami della concimaia sui pascoli.

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Concimazione dei pascoli, Telinod – Torgnon (AO)

La strada qui l’hanno fatta a scaglioni, in 4 tratte. Prima si saliva a piedi con i muli… Dall’alpeggio sotto avevano fatto una pista dove si poteva salire con il trattore e ce lo facevamo imprestare per portare su la roba. Circa 35 anni fa noi siamo stati i primi ad utilizzare il motore a scoppio collegato all’attrezzo per girare la cagliata e per la mungitrice a carrello.

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Vista sul Cervino – Tognon (AO)

Proseguo oltre l’alpeggio, fino ad affacciarmi dove si può vedere il Cervino. E’ un vero peccato che le mandria non sia più qui al pascolo, sarebbe stata una magnifica foto… I pascoli invece sono già stati brucati, anche da queste parti l’erba quest’anno non era abbondante. Qualche pioggia c’è stata, poi anche la grandine e la neve.

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Rientro in stalla, Telinod – Torgnon (AO)

Mentre rientro, incontro numerosi ciclisti che approfittano della splendida giornata. La mandria sta tornando in stalla, io mi affretto a ripercorrere tutta la strada, incontrando escursionisti a piedi solo nell’ultimo tratto. Anche quest’anno in uno degli alpeggi di Torgnon si è tenuto uno degli appuntamenti di Alpage Ouverts, Telinod l’ha già ospitato in tre occasioni. In quelle giornate è possibile anche usufruire delle navette.

I figli li lasciamo liberi di scegliere

Sapevo che sarebbe stato “un bel posto”, ma la gita per raggiungere l’alpeggio Djouan ha regalato scorci oltre le aspettative. Sicuramente questo è un itinerario che fonde l’aspetto gradevole dell’escursione in montagna, l’incontro con il mondo dell’alpeggio del XXI secolo, le tracce della vita d’alpeggio di un tempo, l’acquisto dei prodotti e molto altro ancora.

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Sentiero per Orvieille – Valsavarenche (AO)

Salgo lungo l’antico sentiero che portava alla casa di caccia, percorribile anche d’inverno, nel bosco che si interrompe per mostrare radure, alpeggi abbandonati e scorci sui ghiacciai del gruppo del Gran Paradiso.

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Orvieille – Valsavarenche (AO)

L’antica casa di caccia è oggi adibita a casotto per i guardiaparco. Tutto questa zona è completamente interdetta ai cani, come anche segnalato alla base del sentiero, quindi non potete condurli qui nemmeno tenendoli al guinzaglio. L’alpeggio è visibile più in quota, anche se la mandria è già salita a pascolare più a monte.

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Alpeggio Djouan con il gruppo del Gran Paradiso sullo sfondo – Valsavarenche (AO)

Quando gli amici vengono a trovarci, dicono che qui siamo davvero in Paradiso!“, mi dirà poco dopo Tiziana, la moglie di Elio. Sono venuta qui per incontrarli e farmi raccontare un po’ di cose su questo alpeggio e sulla loro “storia”.

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Alpeggio Djouan, la famiglia Montrosset – Valsavarenche (AO)

Oltre alla famiglia, ci sono anche degli operai salariati. “Io lavoro via, vengo su solo nei fine settimana, prendo le ferie quando c’è da fare il fieno, se avanzo dei giorni allora sto su un po’ di più. I figli li lasciamo liberi di scegliere, se vogliono continuare questo lavoro o no, non li forziamo. Il maggiore ha finito l’Institut Agricole e quest’anno andrà all’Università di Agraria a Torino…” Così racconta Tiziana. Ma saranno soprattutto suo marito Elio e la suocera Lidia a parlare della vita in alpeggio.

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Prove di battaglia, Alpe Djouan – Valsavarenche (AO)

Sono io che ho trasmesso loro questa malattia, ho sempre avuto nere… ho la passione!“, racconta Lidia. “Se non era per quello, forse adesso non eravamo qui!“, le fa eco Elio.

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Manze ai Laghi di Djouan – Valsavarenche (AO)

Siamo in pieno Parco del Gran Paradiso, i rapporti con l’Ente sono buoni, o comunque non è che ci siano particolari motivi per interagire. “Certo, il Parco è più per le bestie selvatiche… abbiamo visto il lupo un po’ di tempo fa, proprio sul sentiero che sale ai laghi. Abbiamo i manzi, su. Poi qui ci sono tante marmotte, distruggono i ruscelli. Tu scavi per portare giù il liquame nei pascoli, finisce in un buco e non arriva dove deve arrivare!

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Stagionatura, Alpeggio Djouan – Valsavarenche (AO)

Di gente lungo il sentiero ne passa molta. Uno si ferma e si chiede se è possibile mangiare. Alla risposta negativa, che quello è un alpeggio, una casa privata, e si può solo comprare formaggio e fontina, l’uomo commenta: “Ah… le cose buone ve le tenete per voi!“. In generale il rapporto con i turisti è buono, anche se non mancano i casi di inciviltà: “E’ tutto sporco lungo i sentieri, fazzoletti e salviette tutto su! Poi sovente ti capita di raccogliere immondizia nei pascoli!“. Presso l’alpeggio è possibile acquistare i prodotti: “Le Fontine per lo più le diamo ad un privato, poi facciamo del formaggio grasso da vendere qui. Una volta però c’era più gente che chiedeva di comprare formaggio…

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Alpeggio Djouan – Valsavarenche (AO)

Un tempo erano utilizzati tutti i fabbricati, qui e in basso. Quelli sotto erano mayen della gente del posto. Noi questo è il settimo anno che saliamo qui. E’ un alpeggio comunale. Ci hanno rinnovato il contratto anche perché hanno visto come lo abbiamo gestito. Qui c’è il vincolo che non possono salire greggi di pecore, per evitare che vengano su animali lasciati quasi incustoditi, solo per prendere i contributi.

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Alpeggio Djouan – Valsavarenche (AO)

L’uomo da secoli utilizza questi ricchi pascoli… su di una pietra della baita c’è la data 1751. Da allora sono cambiate molte cose, gli edifici sono stati ammodernati, l’alpeggio è accogliente, all’interno la cucina è dotata di tutte le principali comodità, non si direbbe quasi di essere in alpeggio. “Una volta si dormiva sopra alle mucche, con quattro assi… c’era tanta gente per ogni alpeggio, 7-8 persone a lavorare, ciascuno aveva il suo compito“, racconta Lidia, classe 1935.

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Rientro all’alpe Djouan – Valsavarenche (AO)

Salgo a cercare la mandria, la incontro appena oltre il costone, è quasi ora di rientrare in stalla. Scatto innumerevoli foto, poi decido di proseguire per i laghi. Mi è stato detto che sono molto belli… ci sarebbe stata la possibilità di salire fino al Colle dell’Entrelor, ma mi sono fermata a chiacchierare e così si è fatto tardi. La camminata fino al lago superiore è comunque già abbastanza lunga.

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Laghi di Djouan – Valsavarenche (AO)

Ai laghi di Djouan, come mi era stato detto, incontro i manzi. Un filo chiude il sentiero prima di un tratto ripido, per evitare che scendano, ma comunque quassù hanno abbondante (e ottima) erba a volontà.

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Stalla abbandonata – Laghi di Djouan, Valsavarenche (AO)

Un tempo quassù c’era il tramuto superiore, ormai abbandonato. Chissà perché la lunga stalla era stata costruita ad una certa distanza dall’abitazione d’alpeggio? Non mi è mai capitato di vedere una cosa del genere… “Non saliamo più lassù: qui, anche se non c’è la strada, ci sono tutte le comodità, le strutture a norma per lavorare il latte.” Se le Fontine di questo alpeggio sono state premiate con la medaglia d’oro tre anni fa, solo con i pascoli “bassi”, chissà che formaggi si sarebbero potuti fare lassù, con quei meravigliosi e profumati pascoli ricchi di ottime erbe…

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Vecchio canale per l’acqua tra le rocce – Laghi di Djouan, Valsavarenche (AO)

Mentre scendo, mi capita di alzare gli occhi verso le rocce sovrastanti e scorgo qualcosa di anomalo. Sembravano tronchi ammucchiati tra le rocce, ma a queste quote non vi sono più alberi. Guardo meglio e capisco che si tratta dei resti di un antico canale per l’acqua. Con una leggera pendenza, utilizzando mezzi tronchi scavati, sorretti da pali sapientemente incastrati, il canale costeggiava tutto il versante.

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Antico canale per l’acqua (ru) – Valsavarenche (AO)

Arrivava poi ad un altro piccolo alpeggio, ora abbandonato, attraversando i pascoli come canale scavato nella terra, in parte sorretto da muri. In alcuni tratti era addirittura coperto, cammino sulle lastre di pietra che ancora lo proteggono. Lo seguo a lungo, corre in alto sui pascoli, parallelo al sentiero, molto più a valle.

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Canale per l’irrigazione tra i pascoli, Alpeggio Djouan – Valsavarenche (AO)

Ogni tanto si scorgono altri canalini, rinforzati da pietre laterali, che seguono la linea della massima pendenza, per portare l’acqua a valle lungo questi versanti più aridi. Lentamente il tempo cancella i segni dell’antica gestione di questi alpeggi. “Una volta c’erano chilometri e chilometri di ruscelli… oggi il personale è solo più la metà, certi lavori non si fanno più…“, mi aveva raccontato prima Lidia.

10 anni alla Cogne, poi ho deciso di cambiare

Ritorno in Valpelline, c’ero già stata per una lunga gita il mese scorso, ma in quell’occasione avevamo solo camminato, nessuna sosta negli alpeggi. Questa volta invece mi accompagna di nuovo Renzino e saliamo alla Conca di By passando dalla strada.

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La conca di By vista da Champillon – Doues (AO)

Con noi c’è anche suo papà, 87 anni di età, che per lungo tempo ha lavorato lassù. Negli anni ’70 era guardiano della diga e gli alpigiani usavano la teleferica nella stagione estiva per mandare giù le fontine. Una comodità, rispetto a salire e scendere dalla ripida e tortuosa mulattiera che porta a Glassier, frazione di Ollomont. Pian piano, nel corso degli anni, è anche stata realizzata una bella strada poderale, che permette agli aventi diritto di raggiungere i numerosi alpeggi collocati in questo ampio e scenografico vallone. Tutti gli altri possono percorrerla a piedi, in bicicletta o a cavallo.

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Mungitura a By di Farinet, Ollomont (AO)

Arriviamo da Riccardo mentre è alle prese con la mungitura pomeridiana, la moglie Marilena quel giorno non c’è, è scesa in fondovalle, con lui ci sono gli operai. Finisce i lavori, poi ci fa fare un tour delle stalle e delle cantine. L’alpeggio è stato interamente ristrutturato. “E’ privato, la padrona mi ha detto che hanno speso un milione e mezzo per ristrutturare. La Regione ha aiutato per fare questi lavori, davano contributi, altrimenti chi li spende tutti quei soldi?

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Formaggi nella stagionatura – By di Farinet, Ollomont (AO)

Le nuove cantine però non sono più buone come quelle antiche: “Sono troppo calde, troppo asciutte. I formaggi seccano. Qui ci complicano troppo la vita, tutti gli anni ci fanno i controlli e c’è sempre qualcosa che non va. Adesso per trasportare la Fontina vogliono che io abbia un cassone apposta, lavabile. Ce l’ho in plastica, non va bene, lo vogliono in acciaio. Ma se uno è pulito… plastica o acciaio… Va bene l’igiene, ma qui si esagera. E’ un lavoro duro, ma la cosa peggiore è la burocrazia.

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Fontine nella stagionatura – By di Farinet, Ollomont (AO)

Quest’anno produciamo meno, ci sono state 100 Fontine in meno in due mesi. L’erba era già troppo matura quando siamo saliti, poi il secco, il caldo… L’80% della Fontina la do ad un grossista, il resto ce la vendiamo noi. Lo scorso anno abbiamo fatto una prova con l’Arpav,  associazione dei proprietari di alpeggio, e l’Institut Agricole, per valorizzare la Fontina di alpeggio senza integrazioni di mangime. Quelle Fontine si vendono da parte e il prezzo ottenuto è stato buono, una media di 18€/kg. Lo rifarò anche quest’anno.

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Partenza per il pascolo serale – By di Farinet, Ollomont (AO)

La mandria parte per il pascolo accompagnata dal pastore, mentre all’alpeggio si finisce di pulire le stalle e lavorare il latte. “Sono 11 anni che veniamo qui, prima sono stato 18 anni a Vertosan con mio cognato. Prima ancora ho lavorato 10 anni alla Cogne, poi ho deciso di cambiare, mio papà comunque le bestie le aveva, le abbiamo sempre avute. Ho fatto 6 anni ragioneria e… sono uscito in quarta, senza diploma! Mio papà mi aveva obbligato a studiare. Adesso mio figlio è entrato anche lui alla Cogne. Una mano la dà se c’è bisogno, ma questo non è il suo mondo. Poi lui ha famiglia, due bambini… così ha un orario, uno stipendio.

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Valdostana pezzata rossa – By di Farinet, Ollomont (AO)

Ho solo più bianche e rosse, solo una nera… Devi vivere, devi produrre! Una volta avevo solo nere, qui ad Ollomont tutti le avevano. Io non ho tanto la passione delle reines, quelle che ci sono qui sono di altri proprietari che le mandano su per l’estate. Ci sono persone che, per puntare tutto sulle reines, hanno fatto fallimento.

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Ionut taglia la cagliata – By di Farinet (AO)

Ho insegnato io al casaro. Era andato via quello che avevo, lui lavorava già per me a pulire le stalle, era preciso, ordinato. Ho insistito, è anche un buon mestiere, lo vedi subito l’operaio che ha voglia di far bene.” Così vado ad intervistarlo, in una delle casere più pulite che mi sia capitato di vedere in questi mesi. “Sono in Italia da 9 anni, mi trovo bene a lavorare qui, fare il casaro è un bel lavoro. Fare le Fontine buone ti dà soddisfazione, le fanno tutti, perciò se tu riesci a farle buone, sei più contento! In Romania avevo mucche e pecore, sono venuto in qua con un amico che già lavorava con le mucche.

Senza la strada non sarei venuto

Rimbalzando da una parte all’altra della Vallée, mi imbatto in storie d’alpeggio che toccano tematiche di vario tipo, non solo strettamente connesse alla zootecnia o alla caseificazione. Il “problema” delle piste agro-silvo-pastorali non è un argomento inedito, io l’ultima volta lo avevo trattato qui sul mio vecchio blog. Salendo a Comboé sapevo che sarebbe stato uno degli argomenti della chiacchierata con Stefano, il conduttore dell’alpeggio.

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La conca di Comboé – Charvensod, AO

Mi piace camminare in montagna, ma dovendo raggiungere gli alpeggi per intervistare gli allevatori, sono spesso costretta a farlo in auto, altrimenti arriverei a destinazione quando la gente ha già chiuso gli animali in stalla e si prepara a pranzare. Gli orari della Val d’Aosta sono questi, nel primo pomeriggio ci si riposa, per poi iniziare a mungere verso le 15. Per arrivare a Comboé Stefano mi aveva spiegato che, avendo il permesso della Forestale, potevo arrivare fino alla sbarra e quindi proseguire a piedi. La strada che mi sono trovata a percorrere è ben fatta, forse appena un po’ ripida in un tratto. A distanza di una decina di anni dalla sua realizzazione, è ben inserita nel paesaggio. Eppure questi erano stati i toni, ai tempi della sua realizzazione. Qui il sito di chi si opponeva alla strada.

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La gente comunque può solo venire su a piedi, chi vuole può fare il vecchio sentiero che incrocia la strada. C’è la sbarra e nessuno può salire in auto. Comunque la maggior parte della gente che viene qui arriva da Pila. Prendono la funivia e poi tagliano in qua, è la via più comoda. Sono tre anni che ho affittato questo alpeggio, senza la strada non l’avrei preso. Porto giù 50-60 fontine alla settimana, senza strada al giorno d’oggi sarebbe stato affittato da qualcuno che non lavora il latte. Poi noi facciamo anche andare avanti l’azienda in fondovalle, si scende al mattino e si sale la sera per fare i fieni. Dopo aver fatto la pista hanno anche ristrutturato i due tramuti qui a Comboé, realizzato la centralina idroelettrica e predisposto l’impianto di irrigazione. E’ vero, adesso siamo anche abituati alle comodità… ma chi lo farebbe ancora, a piedi, dal Chamolè, con i muli? Oppure l’elicottero, ma sono costi!

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Stefano è al pascolo, ho salutato velocemente il resto della famiglia passando accanto all’alpeggio. Sono appena saliti a quello che è il tramuto più alto nei giorni precedenti. “Qui è un alpeggio a conduzione famigliare, io, la moglie, i tre figli, due sono già più grandi e danno una mano. Poi abbiamo un aiutante. Per queste transumanze vengono anche amici e parenti a dare una mano, è un grosso aiuto! I figli sembra abbiano intenzione di proseguire il mestiere, non so se sia un bene o un male…

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Il rapporto con gli animali – Comboé, Charvensod (AO)

Non potevo trovare un interlocutore migliore: Stefano è un buon narratore, inoltre conosce già i miei libri. E’ amareggiato per la chiusura del blog, ma gli spiego che da qualche settimana mi sono “trasferita” qui. Ci saranno poi tante cose da leggere a fine stagione, quando si rientrerà in cascina. “Mi piace metterli lì alla sera e leggere qualcosa, poi io ho anche la passione per le pecore, le avevo, ma ho dovuto venderle.

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La parte alta del vallone di Comboé – Charvensod (AO)

La paura è che la stagione sia breve, l’erba è bassa, ce n’è poca, appena ci si allontana dall’acqua è già secca, bruciata dal sole e dal vento. “Speriamo piova un po’, anche se ormai quello che c’è… c’è! Ma almeno proprio da non far seccare tutto!

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Abbeverata nel vallone di Comboé – Charvensod (AO)

E’ un piacere qui vederle bere ai ruscelli. Prima andavo in un alpeggio sotto lo Zerbion dove di acqua ce n’era proprio poca, solo nelle vasche vicino alle case, Lì salivamo con 70, 80 vacche.

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Stefano e la sua mandria – vallone di Comboé – Charvensod (AO)

Io sono partito da niente, il nonno aveva le bestie, ma i miei genitori lavoravano in fabbrica. A 14 anni ho iniziato ad andare a fare la stagione dove mio nonno mandava le bestie. Ho fatto 11 anni lì, poi 4 dalla famiglia di mia moglie, dopo ci siamo tolti e siamo andati per conto nostro, 9 anni sullo Zerbion e dopo abbiamo partecipato al’appalto qui. Sono partito proprio da zero, prendevo delle mucche per lo svernamento, le tenevo in stalle vecchie, 6-7 stalle, tutte da pulire con la carriola. Mi piaceva anche uscire e far festa, tornavo, mi cambiavo e andavo direttamente in stalla!

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Bagno di polvere e prove di battaglia – Vallone di Comboé, Charvendod (AO)

Quando sei stanco vai in stalla, le vedi coricate sulla paglia e ti passa tutto. Per esempio quando vai ad Aosta e passi la giornata negli uffici, torni a casa che hai mal di testa… La soddisfazione è fare quello che ti piace, lo dico sempre ai figli, se fai quello che ti piace, affronti tutte le difficoltà.

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Chiacchiera, Stefano, mi racconta la storia di questo vallone così conosciuto in Val d’Aosta, meta di escursioni estive. Lui è della bassa valle, ma si è trasferito qui per l’estate, essendo riuscito ad aggiudicarsi l’appalto. Questo alpeggio è migliore di quello che utilizzava prima. “Nella bassa valle, io sono di Champdepraz, gli alpeggi sono ancora più a conduzione famigliare. In media e alta valle invece molti hanno solo più gli operai in alpeggio, salgono a portare la spesa ogni tanto, poi scendono. Per me questo è uno schifo, scrivilo pure! Certo, se fossimo più gente, si potrebbe star dietro meglio a tutte le cose, i ruscelli, l’irrigazione. Ma intanto gli operai non stanno lì a curare il territorio. Fanno il lavoro, ma non c’è la passione.

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Rientro all’alpeggio, Comboé – Charvensod (AO)

Verso le 11 lentamente la mandria inizia a ritornare verso l’alpeggio. Le capre, che pascolavano lì vicino, non si vedono più, ma probabilmente sono già rientrate da sole. Ci va del tempo per tornare alle baite, poi man mano gli animali vengono fatti entrare nelle stalle e legati al loro posto.

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Affettuosità – Comboé, Charvensod (AO)

Quando hanno rifatto l’alpeggio, sotto il pavimento di legno della stalla hanno… trovato i resti di un morto! Non si è mai saputo chi fosse… hanno fatto indagini, ma niente. E’ seppellito al cimitero, c’è scritto “sconosciuto di Comboé”, c’è sempre qualcuno che lascia un fiore…

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Fontine, Comboé – Charvensod (AO)

Nelle mie intenzioni c’era l’idea di salire fino al lago sovrastante la conca, ma la chiacchierata è andata per le lunghe, Stefano e Tiziana insistono perché io mi fermi a pranzo con loro. Per fortuna ho accettato, perché mentre finivamo di pranzare è arrivato un temporale con tanto di tuoni, che finalmente ha interrotto la siccità. “I formaggi li fa Tiziana, Fontine e formaggi misti di capra. Le donne sono quelle che fanno e disfano la famiglia, io posso dire di aver trovato l’America con lei! Non è una “velocista”, ma non molla mai. Sarei perso, senza di lei!

La soddisfazione è essere su tutti insieme

Continuano le mie interviste negli alpeggi della Val d’Aosta, con incontri uno più bello dell’altro, sorprese, chiacchierate… In modo simile a quel che già mi capitava in Piemonte, anche qui a poco a poco sta partendo quel meccanismo per cui in ogni alpeggio mi chiedono notizie su i “colleghi” che ho già incontrato, oppure mi fanno raccontare com’è un certo vallone, un alpeggio.

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Dopo aver scaricato i formaggi, gli asini risalgono in alpeggio – San Grato, Issime (AO)

Nel Vallone di San Grato ad Issime non ero mai stata. Siamo nella vallata di Gressoney, vallata walser, ripida, aspra, rocciosa, eppure ancora tenacemente utilizzata dall’uomo. A San Grato si arriva in auto solo avendo il permesso, altrimenti l’auto dev’essere lasciata molto più in basso, poi si può scegliere se salire lungo la pista forestale o seguendo i vecchi sentieri. Giunti in prossimità del villaggio, ecco un primo segno di come vengono ancora utilizzati qui gli alpeggi: dei giovani stanno scaricando dal basto degli asini diversi formaggi prodotti in qualche alpeggio della vallata. Poi il conducente riparte con i suoi animali.

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Arrivando a Töifi – Issime (AO)

Chiediamo indicazioni per l’alpeggio della famiglia Ronco: “Quale Ronco?“, il cognome dev’essere comune, da queste parti. Ci sono mandrie qua e là nelle vicinanze, ma alla fine ci viene indicato il posto che cerchiamo, in mezzo ad un pianoro. Gli animali sono ancora in stalla dopo la mungitura mattutina, in un recinto ci sono solo i vitelli, che ci osservano passare, guardandoci con curiosità.

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Uscita dalla stalla – Töifi – Issime (AO)

Nei pressi di una delle numerose baite in pietra, c’è un gruppo di persone in attesa. Avevo concordato la data per salire qui, ma non avevo saputo dire un’ora esatta, dato che non sapevo quanto tempo mi ci sarebbe voluto per arrivare. Alla fine eccomi lì, a ricevere una bella accoglienza calorosa. Prima un po’ di chiacchiere e un “giro dell’azienda”, mentre gli animali vengono messi al pascolo, poi l’intervista.

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L’interno di una delle stalle – Töifi – Issime (AO)

Le baite sono state ristrutturate, manca ancora la casera, infatti il latte viene provvisoriamente lavorato in un container. E’ Pierangelo a raccontare. “Sono edifici tradizionali e la soprintendenza mette numerosi vincoli, non si possono fare modifiche, bisogna mantenere le altezze, non si può cambiare l’esterno. Essere riusciti a ristrutturare è una gran cosa, anche perché adesso non ci sono più i contributi come una volta. Devi fare delle gran battaglie, con tutti i vincoli che ci sono, e le spese sono elevate.

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Töifi – Issime (AO)

Le baite sono piccole, la famiglia è numerosa. La vera abitazione è poco sotto, dove finisce una pista trattorabile realizzata in un secondo tempo rispetto alla strada. “La pista fino a San Grato l’anno fatta nel 2002, 2003. Noi è da generazioni che saliamo qui, il papà è nato nella baita qui sopra. Abbiamo fatto una piccola pista fino alla casa, serve anche per aggiustare le baite, portare i materiali, i mezzi. Nel tramuto sopra si va solo a piedi, con il cavallo. I trasporti con l’elicottero sono troppo cari. A casa abbiamo tanti fiori, le bambine ci tengono ad averli.

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Le sorelle Ronco fanno uscire le vacche dalle stalle – Töifi – Issime (AO)

L’alpeggio è a conduzione famigliare: “Non abbiamo operai, qui siamo dai nonni ai nipoti. Ho tre figlie, una studia giù all’università, agraria. L’altra va all’Institut Agricole e la piccola adesso dice che vorrà fare veterinaria.” E’ Anna, la moglie di Pierangelo, a prendere la parola: “Le soddisfazioni per noi vengono dal lavoro, ma anche dal fatto che siamo qui tutti insieme. I giovani potrebbero aver preso altre strade. D’estate stanno qui, non scendono mai. Forse perché già d’inverno sono fuori casa, dovendo studiare lontano. Le abbiamo portate su tutte da piccole, sono nate una a gennaio, l’altra a marzo, l’ultima a maggio, ma sono sempre venute su già la prima estate.

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Pierangelo nel caseificio, Töifi – Issime (AO)

Bisogna girare la produzione del mattino. Da queste parti pensavo di trovare la Toma di Gressoney, ma invece anche questa volta mi trovo a fotografare fontine. “Ho sempre fatto Fontina. Lo scorso anno ho partecipato al concorso regionale e abbiamo preso una medaglia, è stata una grande soddisfazione.

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La stagionatura delle fontine, Töifi – Issime (AO)

La stagionatura inizia in alpeggio, ma poi le forme vengono vendute per completare il processo altrove. “La fontina d’alpeggio dovrebbe essere più valorizzata, visti anche i costi che ci sono per farla. Dobbiamo rifare le analisi dell’acqua ad ogni tramuto, tutti gli anni, e sono 95 euro ogni volta. Anche il latte, una volta al mese dobbiamo prendere il campione nella caldaia e portarlo noi ad analizzare!

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Foto di gruppo – Töifi – Issime (AO)

In alpeggio ci sono anche il nonno e la nonna, è diventata una cosa rara trovare tutta la famiglia insieme in alpeggio. Ciascuno svolge il suo ruolo, secondo le necessità e le possibilità. “Mungiamo con la mungitrice, ma su mungiamo a mano perché non c’è la corrente. Mungiamo un po’ tutti, anche le figlie, così imparano.

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Vallone di San Grato – Issime (AO)

Sarebbe stato bello continuare la chiacchierata, magari davanti al “piatto tipico della domenica di Issime”, un “riso con fagioli e tanto formaggio!“, come mi spiega Anna, ma decidiamo d proseguire fino al tramuto successivo. Lungo il sentiero, le tipiche architetture walser e i mezzi di trasporto locali, altri asini e muli con il loro basto carico di tutto ciò che serve. Sembra di aver fatto un passo indietro nel tempo.

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Madonna delle nevi – Issime (AO)

Nonostante le difficoltà negli spostamenti, il vallone è ancora molto utilizzato, anche se i pascoli (già esigui) sembrano essere sempre più invasi dalla vegetazione arbustiva. Salendo lungo il sentiero/mulattiera, si incontrano innumerevoli edifici più o meno in buone condizioni.

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Vallone di San Grato, Issime (AO)

Gli insediamenti in questo vallone sono molto antichi, ci sono edifici che risalgono anche al 1500. Ciascuno meriterebbe una deviazione, un’immagine, dato che ve ne sono di molto particolari.

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Vallone di San Grato, Issime (AO)

Costruito contro una roccia, vi è anche questa baita, alla quale è stato recentemente rifatto il tetto. La porta è solo accostata, al’interno un rapido sguardo rivela come siano state utilizzate le pareti rocciose già esistenti, oltre a questi particolari travi ricurvi. All’esterno, sulla sommità della roccia piatta addossata al muro a valle, è stato scavata a colpi di scalpello una sorta di canalina per convogliare le acque che defluivano dal tetto. Oggi è stata messa una grondaia nuova, precedentemente doveva essere in legno.

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Vallone di San Grato, Issime (AO)

 

Ecco l’alpeggio visto dall’esterno. Sicuramente un tempo ciascuna famiglia saliva con un numero molto inferiore rispetto ai capi di bestiame odierni, anche se qui comunque le mandrie non sono grosse, visti gli spazi a disposizione. Chi mantiene ancora vivo il mestiere dell’allevatore in luoghi come questi dovrebbe essere premiato, non è un’esagerazione parlare di una sorta di “eroismo”. Invece ahimè il sistema degli aiuti economici, i cosiddetti “contributi”, premiano le grandi estensioni, i grossi numeri