Il lavoro non manca, ma…

La stagione d’alpeggio sta iniziando, si iniziano a vedere i primi camion che risalgono le strade tortuose verso i pascoli, altrove sono già risuonati i campanacci e campanelle lungo le vie che conducono ai monti. Il clima non ricorda le ultime primavere, quando a fine maggio faceva già fin troppo caldo, così in montagna qualche giorno fa era ancora decisamente freddo, nel corso del mese appena concluso la neve più di una volta è scesa anche sotto i 2000m.

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Primavera: un alpeggio in attesa di riaccogliere una mandria nella nuova stagione – Torgnon (AO)

Ma non voglio parlare del tempo, vorrei affrontare un altro problema, la carenza di manodopera in alpeggio. Anche quest’anno si lamenta una generale mancanza di operai, o comunque una gran difficoltà nel reperire personale affidabile, con un minimo di pratica nel settore, su cui poter contare per i mesi corrispondenti alla stagione in alpe (fine maggio/inizi di giugno – fine settembre/inizi di ottobre). Già da qualche tempo la gran parte degli operai salariati presenti nelle aziende zootecniche non è di origini italiane. Anche per questo motivo, nelle ultime due annate ci sono state difficoltà aggiuntive legate alle restrizioni negli spostamenti tra diversi Stati, europei o extra-europei. Ma non è stato quello l’unico ostacolo, perché se hai un contratto di lavoro puoi spostarti comunque dove vuoi, seguendo i protocolli previsti, i giorni di quarantena, ecc…

Uno dei tanti alpeggi delle vallate valdostane – Quart (AO)

Tra gli addetti ai lavori si dice che, dalla Romania, adesso gli operai agricoli preferiscono andare in Germania, dove gli stipendi sono più elevati. D’altra parte, ci sono Italiani che, dalla Valle d’Aosta, dal Piemonte, dalla Lombardia, vanno a lavorare in alpeggi svizzeri per lo stesso motivo: la paga. Qualcuno addirittura manda in affida i propri animali per andare a lavorare oltralpe.

Uscita al pascolo – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

La mia pagina dedicata al lavoro in alpeggio ormai necessita di un cambiamento nell’organizzazione. Un tempo vi erano solo annunci di persone che cercavano lavoro, inframmezzate da rarissime offerte da parte di aziende. Oggi invece si assiste ad una sempre maggiore pubblicazione di annunci da parte di chi cerca dipendenti. Appena avrò il tempo, cercherò di suddividere le due categorie in pagine separate, al fine di consentire una consultazione migliore. Anche altri siti dedicati a questo tema vedono comunque un aumento di richieste da parte delle aziende (qui invece la pagina di chi cerca lavoro).

Alpeggio in bassa valle – Fontainemore (AO)

Solitamente, quando qualcuno mi scrive per questo motivo, mi limito ad aggiungere l’inserzione, lasciando a chi legge la libertà di contattare la persona e trattare i vari aspetti di un eventuale accordo. Un giorno però ho ricevuto un’e-mail da parte di Elisa, una ragazza di 22 anni, piemontese, che mi raccontava la sua storia e mi chiedeva se potevo aiutarla a trovare un posto di lavoro in alpeggio. Lei di esperienza già ne aveva, allegava all’e-mail anche il suo curriculum, ma “parlavano” soprattutto le foto che la ritraevano al pascolo o al lavoro in alpeggi “difficili”. Cercava un posto dove poter ampliare le sue conoscenze/capacità, soprattutto per quel che riguarda la caseificazione, però preferiva essere con una famiglia e non con soli uomini. Mi sono presa a cuore la sua richiesta per vari motivi, ma soprattutto per la determinazione, la voglia di fare e la passione che percepivo nelle sue parole.

Mungitura manuale in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Sono bastate poche ore per trovarle lavoro presso una famiglia valdostana, una tra le tante (in Piemonte e Valle d’Aosta) che mi hanno contattata perché interessati ad avere Elisa in alpeggio con loro. C’è stato più di uno che mi ha scritto: “Abbiamo davvero bisogno… anche di qualcuno non esperto, ma che abbia voglia di darsi da fare e di imparare.

Mandria al pascolo – Valchiusella (TO)

Visto che mi ero appellata ad amici e conoscenti su Facebook per trovare chi potesse essere interessato alla sua richiesta, sempre sulla mia bacheca social ho raccontato l’esito positivo della ricerca e n’è scaturito un gran dibattito. Io infatti, alla luce delle tante offerte ricevute, mi chiedevo se non vi fossero stati altri giovani (ma pure meno giovani) bisognosi di lavoro, desiderosi di fare “un’esperienza di vita”, di mettersi alla prova. Avevo davanti a me i contatti di tutti coloro che avevano bisogno di un aiutante e avrei potuto rapidamente indirizzare gli interessati a queste famiglie.

Sorveglianza delle capre in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Chi commentava si è diviso su due posizioni contrapposte. Da una parte c’erano coloro che sostenevano che i giovani d’oggi non hanno più voglia di fare certi mestieri, di faticare e di sporcarsi le mani, dall’altra chi diceva che ci sarebbero quelli che lo vorrebbero fare, ma spesso la paga offerta è al limite dello sfruttamento. Mentre leggevo i commenti, pensavo che, parallelamente al dibattito, mi sarebbe piaciuto ricevere messaggi in privato da persone che mi chiedevano di esser messe in contatto con le aziende, ma non ne ho ricevuto nessuno. In compenso mi ha scritto qualche giovane per raccontarmi quali lavori farà nel corso della prossima estate (dalla raccolta della frutta al tuttofare in rifugi di montagna). Mi hanno anche scritto operatori di altri settori raccontandomi di non riuscire a trovare personale serio e motivato!

Uscita al pascolo di un gregge di capre da latte – Cogne (AO)

Dopo questa lunga premessa, volevo soffermarmi sul punto più discusso, la “giusta paga” per il lavoro in alpeggio. Non parlo da esperta del settore, non so quali siano le normative in materia e come ci si regoli con un lavoro che non può essere incasellato nelle canoniche otto ore. Io ho sempre lavorato in proprio, con contratti a progetto, collaborazioni, incarichi come libero professionista, dove però non ero mai io a fissare il prezzo del mio lavoro… Sapevo a grandi linee cosa dovevo fare, avevo una scadenza, l’importo era prefissato e tutte le spese erano a mio carico. Ogni imprevisto, ogni contrattempo, si “mangiavano” qualcosa di ciò che dovevo incassare, ciò che mi sarebbe rimasto in tasca l’avrei scoperto solo alla chiusura definitiva del lavoro.

Alpeggio ristrutturato, ma privo di viabilità – Val Pellice (TO)

So bene che non tutti sono onesti e corretti nel trattamento e nella retribuzione dei loro aiutanti. So che c’è ancora molto lavoro nero e non sempre le condizioni di vita e lavoro sono ottimali. Quest’ultimo aspetto però vede sia situazioni in cui è il solo operaio a trovarsi in condizioni disagiate, sia condivisione di strutture precarie con i titolari.

Mungitura pomeridiana in stalla – Vertosan (AO)

Nel dibattito, parallelamente al QUANTO mi paghi, si è parlato anche di QUANTE ORE devo lavorare. Io ritengo che non si possa parlare di un orario di lavoro parlando di alpeggio e di animali. Chi sceglie questo settore, dovrebbe farlo sempre e comunque con passione per gli animali. Non dico assolutamente che ci si debba accontentare di poche centinaia di euro al mese, ma nemmeno si possono guardare le ore quotidiane. Si rientra dal pascolo in base ad un orario? Sì, ma solo se è l’orario della mungitura! Quando però manca un animale, cosa faccio? Non dovrei tornare indietro a cercarlo perché ho esaurito le mie ore lavorative quotidiane? Oppure lo faccio, ma il giorno dopo faccio pascolare meno il bestiame per “recuperare” le ore spese il giorno prima? E se c’è un parto notturno a cui dedico diverse ore? Non mi alzo alla solita ora per mungere? Non è così che funziona…

La caldaia del latte in casificio – Cogne (AO)

Ci sono le ore di lavoro più duro, quando si munge, quando si puliscono le stalle, quando si spostano e piazzano fili, picchetti, recinti, quando ci si occupa della caseificazione e dei formaggi. Ci sono le ore al pascolo, dove la sorveglianza non sempre è impegnativa, a volte ci si può anche concedere una pennichella.

Giovane pastore – Val Passiria (BZ)

Quando titolare e operai sono insieme in alpeggio, generalmente ad una certa ora il dipendente è libero di ritirarsi: questo è ciò che ho visto ogni volta che sono stata ospite in alpeggio (ovviamente ci sono mille situazioni, l’una differente dall’altra, non è semplice generalizzare). Un altro aspetto da considerare è la questione del vitto e dell’alloggio. Quando si è in alpe con i titolari, si mangia tutti insieme. Quando il titolare non è presente, le scorte alimentari vengono portate dal fondovalle con cadenza periodica, ogni volta che ve n’è la necessità. In altri casi i dipendenti vengono incaricati di tutti i lavori, che gestiscono in autonomia, approvvigionandosi autonomamente. A livello economico, non è la stessa cosa. Per chi riceve vitto e alloggio, la paga risulta essere netta, dato che non ha alcuna spesa per tutti i mesi in cui è in alpeggio (trasporto, corrente elettrica, acqua…). Voi che lavoro fate? Ogni giorno vi trovate a dover raggiungere una sede, mangiate pranzo (fuori casa) e cena, colazione, avete le spese della casa in cui abitiate, quindi a fine mese parte della paga è già andata a coprire questi costi, giusto?

Vecchio alpeggio ancora in uso – Val Soana (TO)

Visto che la ricerca di personale in alpeggio è grande, chi fosse interessato ha una vasta scelta, non è obbligato ad accettare quando le condizioni offerte non gli paiono eque. Uno sente più aziende, valuta le offerte, cerca di capire cosa gli viene chiesto di fare. Ormai è semplice farsi mandare foto delle strutture in cui ci si troverà a vivere, se anche non fosse possibile andarle a visionare di persona. Ovviamente, la tutela sotto ogni aspetto è poi data da un contratto. Le condizioni di vita e di lavoro in alpeggio in molti luoghi sono enormemente migliorate rispetto al passato, ma permangono situazioni in cui le strutture sono primitive, manca una strada, non c’è la corrente elettrica, mancano i servizi igienici, la doccia. Occorre valutare tutto prima.

Alpeggio sulle montagne di Roisan (AO)

Tornando all’importo dello stipendio, è vero che ci sono regioni/stati dove questo è più alto. Sono paesi dove la politica ha una considerazione maggiore per l’agricoltura. Sono però anche luoghi dove il costo della vita è elevato. Non a caso chi lavora in Svizzera cerca di spendere il meno possibile del suo stipendio in quel Paese! Addirittura c’è chi si fa portare periodicamente la spesa da parenti rimasti in Italia.

Il frutto del lavoro quotidiano nella stagionatura – Valchiusella (TO)

E’ facile criticare la paga offerta dal datore di lavoro, ma se andassimo davvero a fare i conti in tasca alle aziende locali, vedremmo che a molti a fine anno resta ben poco. Come aumentare il reddito? Se si incrementa il bestiame, aumenta anche il lavoro, così da aver la necessità di aiutanti. Ma di quanto deve aumentare il reddito per coprire le spese di stipendio/contributi per l’operaio e far avanzare qualcosa per l’azienda?

Fine stagione per il gregge, i proprietari tornano a prendere le loro capre – Valsavarenche (AO)

Perché è in alpeggio che servono più dipendenti? Le ragioni possono essere diverse. In alcuni casi il titolare resta in pianura/fondovalle per occuparsi del foraggio (fienagione, irrigazione e raccolta del mais, ecc…), quindi in alpe deve esserci qualcuno che s occupi di tutti i lavori (mungitura e caseificazione se si tratta di animali da latte, pascolo, predisposizione e movimentazione dei recinti, pulizia stalle, ecc…). Oppure un allevatore può salire in montagna con i suoi animali e sorvegliarli di persona, ma in aggiunta ne prende altri in affida, da medio/piccoli allevatori. Questi ultimi non affittano un alpeggio, così li affidano ad altri per la stagione estiva. In questo caso quasi sicuramente c’è bisogno di aiutanti oltre ai famigliari, perché il bestiame monticato aumenta in modo considerevole rispetto a quello presente in azienda d’inverno. Poi ancora possiamo avere alpeggi dove più allevatori raggruppano il loro bestiame (ovicaprini, bovini) per l’estate e pagano uno o più pastori per la sorveglianza e la gestione. Questi non sono che alcuni esempi. Ci sono anche alpeggi dove si pratica attività di accoglienza, così c’è necessità di qualcuno che si occupi del bestiame, o di dare una mano con i turisti quando ce n’è la necessità, ecc…

Alpeggio con attività di ristorazione – Val Passiria (BZ)

Ma in definitiva, quanto si guadagna lavorando in alpeggio in Italia? Non saprei darvi una cifra standard. 1000, 1500 euro al mese, qualcuno vi offrirà di più, qualcuno di meno. Dipende da quale e quanto lavoro c’è da fare, dipende dalle capacità, dall’esperienza. Un esperto casaro percepirà uno stipendio diverso da un aiuto pastore. Il giusto prezzo secondo me è dato dall’insieme di tutti gli aspetti di cui si è parlato, quindi ogni situazione è differente dalle altre.

Vecchio alpeggio ancora in uso – Pontboset (AO)

Sicuramente è positivo il fatto che, anche in Italia, stiano muovendo i primi passi delle scuole o dei corsi dedicati a questo settore (fino ad ora la formazione era limitata al settore caseario). Ricordo inoltre che esistono anche organizzazioni che permettono a chi lo desidera di fare un’esperienza come volontari in aziende agricole (ovviamente con orari ridotti, per periodi più o meno lunghi in base alle richieste del volontario e alle necessità dell’azienda). Segnalo anche la pagina del volontariato in montagna in Alto Adige.

Finirà l’estate…

Ci eravamo illusi che stesse arrivando l’autunno, che il caldo fosse alle spalle, quando le nuvole si erano alzate e avevamo visto la prima spruzzata di neve sulle cime e non solo. Si respirava un’altra aria, finalmente frizzante, carica di quell’odore intenso di erba secca, aghi di larice, foglie di rododendro e di ginepro.

Gregge al pascolo nel Vallone del Gran San Bernardo (AO)

Le ombre si allungano, i raggi del sole sono radenti e i colori, specialmente in alta quota, iniziano a cambiare, ma solo sui pascoli, per le foglie degli alberi c’è ancora tempo. Non so voi, ma io ho voglia di autunno. Basta caldo, basta sole che brucia, afa… Ho voglia di aria che pizzica, di maglie con le maniche lunghe, ho voglia di “tana”, di entrare in casa e accendere la stufa, di cucinarci sopra una polenta, di cuocere in forno una torta.

La nevicata di fine agosto sulle cime nel Vallone di Saint Barthélmy – Nus (AO)

All’improvviso, dopo quella pioggia/neve, la montagna per qualche giorno pareva essersi spopolata. I parcheggi alla partenza dei sentieri erano vuoti, la montagna risuonava solo più del sibilo del vento, dei fischi delle marmotte, dei campanacci delle vacche che uscivano dalle stalle per il pascolo, accompagnati dalle grida dei pastori e dall’abbaiare dei cani.

La mandria esce dalla stalla dopo la mungitura per il pascolo serale – Barbonce, Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

L’illusione è durata poco, perché il caldo è tornato, così si continua in pantaloncini e canottiera, si suda al minimo sforzo, si fatica il doppio… Specialmente nel fine settimana, sono tornate pure le “orde” di turisti ad affollare i percorsi più classici, a bivaccare sui pascoli intorno ai rifugi. Oltre al caldo, perdura anche la siccità, che ha ingiallito i prati anzitempo soprattutto in montagna. Già a fine luglio, inizi di agosto, in certi posti ci si lamentava per la siccità. Altrove invece sembra che una volta ogni settimana debba scaricare almeno un temporale, un violento temporale, spesso con venti di burrasca e grandine devastante. Stranezze di un clima sempre più estremo…

Violenta cella temporalesca sulla pianura piemontese (foto da Centro Meteo Piemonte CMP)
Pascoli riarsi dalla siccità a fine luglio nel Vallone del Grauson – Cogne (AO)

Dove la siccità dura da settimane, interrotta solo da brevi spruzzate di pioggia (quasi sempre seguite da giornate di vento) è tutto giallo, marrone, grigio, polveroso. Qua e là ci sono già state le prime transumanze, anticipate rispetto al solito, proprio per colpa della carenza di acqua e dei pascoli riarsi.

Transumanza precoce nelle Valli di Lanzo – Ala di Stura (TO) (foto f.lli Massa)

I nevai sono spariti quasi ovunque, molti ruscelli e torrenti sono asciutti, i laghi più piccoli si sono prosciugati interamente, altri si sono ritirati, lasciando scoperte metri di sponde sassose. Uno “spettacolo” inquietante e preoccupante.

Il Lac de Luseney in secca a metà settembre – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Speriamo arrivi la pioggia, speriamo scendano le temperature. Speriamo non nevichi troppo presto… Lo scorso anno la neve precoce, come spiegano anche gli antichi detti, aveva portato un inverno povero e quasi inesistente, per lo meno da queste parti. Se guardiamo i “segni” della natura, qui i sorbi sono carichi all’inverosimile di frutti. Non è così ovunque, in vallate piemontesi dove i pascoli sono più verdi (grazie a qualche pioggia ogni tanto), i rami dei sorbi non si piegano sotto a grappoli pesantissimi.

Pianta di sorbo montano con abbondanza di frutti – Petit Fenis, Nus (AO)

Per me questo periodo dell’anno rappresenta l’inizio di un nuovo ciclo. Una sorta di capodanno, se vogliamo chiamarlo così. Gli animali rientrano dall’alpeggio e si ricomincia. Ma farlo con temperature quasi maggiori di quando le avevamo accompagnate ai monti non è ciò che mi auguro. Eppure l’altra sera, a più di 2000 metri di quota, all’imbrunire si stava ancora bene in pantaloncini e maglietta.

Gregge al pascolo sulle montagne di Ostana – Valle Po (CN)

Mancano pochi giorni all’autunno del calendario, le previsioni meteo al momento sembrano dire che saluteremo l’estate con un po’ di pioggia, ma purtroppo è da settimane che mostrano la nuvola con le gocce, poi con il passare dei giorni i millimetri previsti si riducono e il giorno stesso le previsioni cambiano ancora, dicendo che neanche questa volta vedremo la pioggia…

Siccità nei pascoli d’alpeggio – Vallone di Vertosan (AO)

Nella speranza che sia l’ultima estate

Siamo nel cuore dell’estate turistica che, in questo “strano” anno, più che mai ha portato gente in montagna. A chi già la frequentava abitualmente, si sono aggiunti quelli che solitamente andavano altrove, quelli che non ne sapevano e non ne sanno niente, quelli che cercano il fresco, quelli che, per non essere “assembrati” in una spiaggia o in una città d’arte… e si “assembrano” lungo un torrente o un lago alpino!

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Se non ci fosse il divieto qualche centinaio di metri prima… tutto il pianoro sarebbe invaso dalle auto! – Clavalité, Fenis (AO)

La convivenza turista/escursionista con montanari, allevatori, pastori e margari non sempre è delle migliori. C’è quello che si accampa nel prato da sfalciare con coperte e borse frigo a far pic-nic, quello che lascia i cani liberi e questi, tra le altre cose, vanno a spaventare gli animali al pascolo, quello che non richiude il passaggio dopo aver intersecato il recinto elettrificato durante il suo cammino, quello che getta/abbandona immondizia lungo i sentieri o nei pascoli, e molto altro ancora. Stiamo però parlando di comportamenti scorretti che, mi auguro, rappresentino una minoranza di tutti coloro che vanno in montagna. Ma, soprattutto, ci sono già leggi che si occupano della gran parte di queste cattive abitudini.

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Sentiero “affollato” da escursionisti – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Ci sono invece due aspetti per i quali, secondo me, occorre fare chiarezza al più presto, in modo che questa sia l’ultima estate in cui si debba assistere ad eterne discussioni, anche dai toni molto accesi. Il primo è il concetto che “la montagna è di tutti”, il secondo il “problema” dei cani da guardiania, che spesso confluiscono in un’unica problematica, dato che la presenza di cani da difesa con le greggi fa sì che il turista si lamenti perché viene limitato nei propri spostamenti sui sentieri.

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Pista che transita accanto ad un alpeggio – Cignana, Valtournenche (AO)

Vorrei che qualcuno mi chiarisse le idee a livello normativo su alcuni punti.  Ritengo che montagna non sia di tutti, poiché ogni alpeggio ha un proprietario e/o un affittuario. L’alpeggio comprende gli edifici (abitazione, stalla, locali di caseificazione e stagionatura dei formaggi) e i territori di pascolo. Il proprietario può essere una persona, un consorzio, un Comune, ma anche una Regione, mentre l’affittuario solitamente è un singolo allevatore, che salirà in alpe con i propri animali e con eventuali altri capi presi in affida, badando a loro o personalmente o con l’aiuto di operai.

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Cartello che segnala la presenza di vacche nutrici e il pericolo per chi volesse avvicinarle – Val Poschiavo, Svizzera (foto S.Spavetti)

Il territorio degli alpeggi però è attraversato talvolta da strade, piste agropastorali, ma soprattutto da sentieri. Tranne in casi limite, non ho mai sentito di divieti ai turisti sul territorio d’alpe (non so che sviluppi abbia poi avuto concretamente questa vicenda austriaca), ma può capitare di incontrare un gregge al pascolo con presenza di cani da guardiania che ci impone di abbandonare il sentiero per aggirare gli animali in sicurezza, oppure una rete di un recinto o fili e picchetti che intersecano il nostro cammino su un percorso segnalato. Allora mi chiedo: esistono degli obblighi per l’allevatore? Immagino che, giustamente, non si possa “chiudere” un sentiero, anche perché questi sono segnati sulle mappe, esistono dei catasti dei sentieri, vengono interdetti solo per eccezionali ragioni di sicurezza (frane incombenti, crolli di parte del tracciato). Ma non si può nemmeno vietare il pascolo “intorno” al sentiero perché certe persone hanno paura delle vacche, dei cani o perché tizio o caio (spesso per loro comportamenti scorretti) hanno avuto un incidente con gli animali. Quanta ragione può avere il turista che si lamenta perché il sentiero viene intersecato da una recinzione mobile di qualsiasi genere?

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Intersezione recinto con sentiero – Praterier, Nus (AO)

Ci sono situazioni in cui, con i bovini, si può suddividere la zona di pascolo sopra e sotto il sentiero, con appositi recinti, ma non sempre ciò è fattibile, quindi quel che si può fare è agevolare il transito degli escursionisti (ne abbiamo già anche parlato qui). Però occorre che le cose vengano dette chiaramente, al fine che non si debba discutere continuamente con quelli che “la montagna è di tutti”. La montagna è di tutti quelli che la rispettano e che rispettano reciprocamente le esigenze altrui: si cerca di comprendere le esigenze lavorative dell’allevatore, si rispettano i suoi strumenti di lavoro (quindi un filo trovato chiuso lo si apre per passare… e poi lo si richiude) e, viceversa, l’allevatore deve agevolare il passaggio delle persone sui sentieri. Gli animali però pascolano dove c’è erba, quindi pure intorno al sentiero (anche perché, altrimenti, l’escursionista in certi punti si troverebbe a dover camminare tra erba alta, talvolta bagnata, talvolta secca e “disordinata”).

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Passaggio per gli escursionisti – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Ancora più chiarezza serve per la questione dei cani da guardiania: un filo bene o male lo scavalchi, ma un cane può letteralmente impedirti di andare oltre. E’ lecito? Qui penso che possiamo parlare di un vero e proprio vuoto normativo, poiché le leggi esistenti non prendono in considerazione questo tipo di cani “da lavoro”. Sulla Gazzetta ufficiale troviamo questi articoli relativi ai cani, ma ci sono poi molteplici altre normative che li riguardano, per quanto concerne i diritti e i doveri dei loro padroni. Ai cani da caccia è consentito “vagare”, mentre per tutti gli altri si configura l’omessa custodia (reato penale). Quindi?

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Collari anti-lupo (vreccali) – (foto A.Bosco)

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Pastore della Sila con vreccale – Quincinetto (TO) (foto F.Bosonin)

Quindi occorre intervenire. Gli aspetti sono molteplici. Per esempio se avete aperto il link, avrete letto “Nella detenzione di cani non si possono utilizzare ne’ applicare
i seguenti apparecchi e attrezzature: collari con punte acuminate, (…)“, mentre il vreccale (collare con punte) viene utilizzato da sempre per salvare i cani da guardiania dai morsi del lupo quando arrivano al corpo a corpo nel loro lavoro di difesa del gregge (leggete ad esempio questa testimonianza).

Ma quel che mi preoccupa in particolare è il rapporto con gli altri fruitori della montagna. Il video sopra (realizzato da Agridea e Pro Natura Svizzera) dice che, in alcuni casi, se il cane proprio non vi lascia passare, dovete tornare indietro… In questi ultimi tempi, quasi quotidianamente mi tocca leggere l’ennesima polemica sui gruppi di montagna sui social. Per fortuna seguo solo quelli di alcune vallate piemontesi! Che ci troviamo in Valsesia o in Val di Susa, la musica è sempre la stessa: “Un cane mi è venuto contro, un cane dei pastori ha aggredito il mio cane, un pastore maremmano mi ha seguito fin lì, abbiamo avuto paura, sono stato morso, non siamo riusciti a passare, ho dovuto portare il mio cane dal veterinario, ecc ecc…“. E vi risparmio il tono dei commenti, le accuse ai pastori (che, secondo la maggioranza, maltrattano i propri animali, non li nutrono a dovere…), per non parlare poi dei consigli (“portatevi dietro un spray al peperoncino da usare contro i cani, glielo spruzzate negli occhi se si avvicinano a voi…“).

Servono norme precise, indicazioni chiare e univoche per gli escursionisti, serve più assistenza ai pastori? Il video sopra è stato realizzato qualche anno fa dal Gruppo Grandi Carnivori del CAI, ma scommetto che molti soci CAI si lamentano comunque per ciò che accade sui sentieri. Ultimamente sono usciti vari cartelli che segnalano la presenza di cani da guardiania, ma non sono uguali ovunque, variano di valle in valle, da regione a regione, pur ripetendo più o meno le stesse cose. Qualcuno, fortunatamente, ha anche cercato di dare delle regole anche per i turisti, visto proprio il gran numero di episodi non proprio a lieto fine (tra segnalazioni, denunce, parole grosse e polemiche).

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Cartello della Regione Toscana

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Cartello del Progetto Pasturus

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Cartello in uso in Trentino (foto D.Paratscha)

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Nuovi cartelli in uso da quest’estate in Provincia di Biella

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Vademecum per escursionisti e per pastori a cura dell’ASL TO3

Però… in questo elenco di “regole per i pastori”, ci sono alcuni punti che differiscono da quanto ho sempre sentito dire e spiegare dai tecnici agli stessi pastori. Per esempio il fatto che non si ammetta la presenza del cane senza il pastore, a meno che il gregge sia nel recinto (con gli stessi cani). Dai tempi in cui ero io stessa al pascolo con le pecore, ricordo bene come si parlasse del buon cane riferendosi a quello che era in grado di stare con il gregge senza allontanarsene anche senza la presenza del padrone, proteggendolo dal predatore senza interagire con altri elementi di disturbo, come i turisti, a meno che questi si ostinassero a passare in mezzo al gregge. Più volte mi è capitato, specialmente in Francia, di incontrare greggi con cani, senza pastore. Ma succede anche da noi, anche perché è materialmente impossibile esserci sempre.

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Un amico in visita ad un pastore “solitario” in alpeggio – Valchiusella (TO)

Faccio un paio di esempi: un pastore che gestisce un gregge da solo, senza aiutanti, nel suo lavoro quotidiano avrà sicuramente dei momenti in cui non può stare con gli animali, per esempio quando deve spostare il recinto. Quindi… si aprono le reti, il gregge parte verso i pascoli insieme ai cani, il pastore raccoglie le reti, le sposta e le riposiziona. Ultimato il lavoro, raggiungerà il gregge, magari dopo un paio d’ore. Come potrebbe fare altrimenti? So di allevatori che sono riusciti a non abbandonare l’allevamento di animali come capre (o pecore), utili anche per avere formaggi a latte misto, proprio grazie a cani che seguono il gregge mentre loro mungono le bovine e si occupano della caseificazione. L’alternativa sarebbe dover assumere una persona solo per seguire questo (piccolo) gregge al pascolo dal mattino fino alla sera, senza altri scopi se non quello di… controllare i cani!!

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I cani da guardiania accompagnano gli animali 365 giorni all’anno. Qui uno dei cani in testa al gregge durante uno spostamento nella stagione invernale nel Biellese

Ma poi, se il gregge è grosso, il pastore non sarà praticamente mai dove ci sono i cani da guardiania, quando si è al pascolo. Altrimenti cesserebbe anche parte del loro scopo, dato che devono sorvegliare territorio e gregge, per prevenire l’avvicinamento e l’attacco da parte dei predatori. Proprio per quello, se il gregge conta diverse centinaia di capi, serviranno più cani, perché uno o due, da soli, non sono sufficienti allo scopo.

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Uno dei custodi del gregge in Abruzzo (foto P.Tomei)

Provate a parlare con qualche pastore, in questi giorni. Vi racconteranno ogni sorta di disavventure con i turisti. C’è chi è stato chiamato dai Vigili perché il suo cane (libero) avrebbe morso qualcuno… e mentre era là, qualcun altro faceva denuncia perché aveva visto il cane legato… Vi racconteranno di quello che ha chiamato il Comune perché c’erano i cani nelle reti con il gregge e abbaiavano, così lui aveva paura di passare. Ci sono quelli che si ostinano a correre, a urlare, che tirano pietre e agitano bastoni. Quelli che gettano da mangiare ai cani. Per non parlare poi di chi si avvicina al gregge con uno o più cani (liberi o al guinzaglio).

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Un buon cane dev’essere nato tra gli animali che dovrà proteggere (foto M.Baldo)

Le regole che deve seguire il turista ormai sono risapute, ripetute in ogni tipo di cartello, in tutte le lingue, anche con i disegni. Molti le seguono… e va tutto bene. Altri no, e succedono degli incidenti. Se tutti i cani da guardiania attaccassero i turisti, ogni giorno in tutto l’arco alpino ci sarebbero stati centinaia di casi! Non nego che però ci possa essere il cane problematico, per indole e/o per errata educazione da parte del proprietario. Sarebbe importante inserire sempre cani che provengono da aziende agricole dove sono nati in mezzo alle pecore, alle capre. Ci sono persone che sanno consigliare gli allevatori in tal senso, il loro ruolo è fondamentale, in questo momento servirebbero ancora più figure simili, perché in molte regioni d’Italia i pastori non sanno come “usare” questi cani. Non è una colpa, semplicemente abbiamo bisogno che qualcuno ce lo spieghi, che venga a vedere come vanno le cose, che ci insegni correzioni, che ci dia suggerimenti. Bisogna testare il cane per vedere come si comporta con gli estranei. Non sono cose che si improvvisano, ci va tempo e i pastori non possono essere abbandonati a sé stessi, in queste fasi. Anche perché il loro lavoro con gli animali è già tanto e il tempo è sempre poco.

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Nuove leve per il futuro – Gressoney (AO) (foto A.Maffeo)

Quindi… oltre a colmare il vuoto normativo sulla figura “cane da guardiania” (o fare comunque più chiarezza su di essa), secondo me tutte le regioni dovrebbero investire in un’assistenza tecnica ai pastori (qualcuno l’ha già messo in pratica). Non tutti aderiranno. Un amico mi raccontava di averlo fatto, con buoni risultati (nessun attacco da quando ha i cani), ma anche con grandi sacrifici, infatti dorme in macchina accanto al gregge nelle reti, di notte. “Io ho molto aiuto e consigli dal tecnico, per lavorare con i cani e le reti. Il guaio è che altri pensano che io, facendo così, sia di quelli che “accettano il lupo”. Ma non è così, io temo per le mie bestie e vado avanti per la mia strada.

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Fienagione a Venoz – Nus (AO)

Per concludere un discorso che altrimenti potrebbe diventare lunghissimo, ricordiamoci che alla montagna servono sia il turista, sia il montanaro, che sia questo un pastore, un taglialegna, un agricoltore, un artigiano… o anche solo qualcuno che ci viva stabilmente, facendo l’orto, mettendo i fiori alle finestre, tenendo viva una casa e un pezzetto di terra intorno. Una “montagna esclusivamente turistica” non è sostenibile: per lunghi periodi all’anno sarà una cattedrale nel deserto e, i turisti che accoglierà nelle restanti settimane/mesi, saranno predatori in cerca di qualcosa che non è il vero spirito della montagna. Se viene a mancare il turista, quelle località diventeranno come un sito minerario quando il filone estrattivo si esaurisce. Nella montagna viva invece turismo e attività agricole, zootecniche, artigianali si integreranno. Quindi i Comuni di montagna non dovrebbero sottomettersi al turista che va a lamentarsi per la presenza dei cani, non dovrebbero emettere ordinanze che ne limitano l’uso, ma dovrebbero informare maggiormente i fruitori occasionali del territorio alpino su quali sono le modalità di lavoro in uso quassù, i ritmi di vita del pastore, l’utilità di questo mestiere per il territorio, per la biodiversità animale e vegetale.

Che stagione sarà?

Le stalle si stanno svuotando, in questi giorni c’è stato un flusso incessante di camion, camioncini, trattori con bighe, tutti carichi di vacche dirette agli alpeggi del vallone che si apre qui sopra. E lo stesso sta succedendo altrove. La stagione d’alpeggio 2020 è iniziata, nonostante tutto. Ma che stagione sarà? Oggi è la Giornata Mondiale dell’Ambiente, così si fa un gran parlare di biodiversità, di scomparsa di specie (animali e vegetali), di inquinamento, di clima (e dei suoi cambiamenti).

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Biodiversità in un prato in Valtournenche (AO)

Anche i prati e i pascoli di montagna sono ricchissimi di biodiversità, il fatto che l’uomo li gestisca (con lo sfalcio e con la brucatura da parte di mandrie e greggi) ne garantisce la biodiversità, a patto che il carico di animali sia adeguato (né troppi capi, né troppo pochi). Certamente, anche il bosco è ricco di biodiversità, ma diversa da quella di un prato. E c’è ancora più biodiversità quando si alternano ambienti diversi (boschi, radure, pascoli di alta quota, ecc…). Visto che, purtroppo, sempre di più una certa fetta di informazione demonizza l’allevamento in generale, senza far differenze tra quello intensivo e quello estensivo più tradizionale, è sempre meglio ripetere queste cose. E ribadire come l’allevamento estensivo sia importante sia per la biodiversità (vegetale, ma anche animale, grazie alla scelta di razze autoctone), sia per il paesaggio.

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L’alpeggio Berruard (1947m) già caricato ad inizio giugno – Ollomont (AO)

Ma torniamo alla nostra stagione d’alpeggio che sta prendendo il via. Dopo un inverno ancora una volta abbastanza mite, la neve si è poi abbassata di quota quando la primavera stava per iniziare, ma ovviamente non è rimasta a lungo sul suolo. Così a fine maggio l’erba è già verde anche intorno a quegli alpeggi che dovrebbero vedere l’arrivo delle mandrie solo nel cuore della stagione estiva. Non è un buon segno e non fa ben sperare.

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Pascoli a 2100m il 2 giugno nella Conca di By – Ollomont (AO)

Un amico pastore salito in montagna con il suo gregge già agli inizi di maggio mi diceva che l’erba “veniva già grossa“, cioè era già alta, dura. A queste quote lo si vede anche nei prati, dove l’erba sarebbe già matura per la fienagione, se soltanto il tempo lo permettesse. I temporali e le piogge, oltre ad averla infradiciata, l’hanno persino coricata al suolo.

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Al 7 di maggio la neve era già quasi interamente sciolta alla Tsa de Pierrey (2333m) – Vallone di St.Barthélemy, Nus (AO)

In alto c’è poca, pochissima neve e questo sarà un problema, se dovesse esserci siccità. Per ora le previsioni indicano un periodo di instabilità che sembrerebbe dover durare per parecchi giorni, ma l’estate è lunga, non sono sufficienti dieci giorni di pioggia a giugno per garantire buona erba e acqua nei ruscelli e nei laghi fino a settembre. Soprattutto se poi le temperature dovessero salire e farsi estreme come già accaduto nelle ultime estati.

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L’inizio del Ru de By – Ollomont (AO)

La Valle d’Aosta è una regione abbastanza secca e ventosa, fin dall’antichità l’uomo ha realizzato una vasta rete di canali (ru) per portare l’acqua sui versanti dove altrimenti non ve ne sarebbe la disponibilità. I ruscelli iniziano in un corso d’acqua dove c’è la presa principale e la distribuiscono man mano dove ce n’è bisogno, con un sistema di saracinesche, vasche e canali secondari. L’irrigazione dei prati in gran parte delle zone è stata modernizzata con dei sistemi di girandole, la cui apertura temporizzata è regolata dai computer, ma… all’inizio c’è sempre solo un torrente di alta montagna alimentato dallo scioglimento di neve e ghiacciai.

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Ciò che resta dei ghiacciai del gruppo del Monte Bianco visti dalla Val Veny – Courmayeur (AO)

…ghiacciai che arretrano sempre di più, alimentati da sempre meno neve. Per cui ci si augura che piova ogni tanto, almeno un temporale, per mantenere l’erba verde, per farla crescere nei pascoli più bassi dopo che è stata consumata, di modo che gli animali possano passare una seconda volta a fine stagione. Si spera che ci sia acqua nei torrenti, per far sì che gli animali possano bere, ma anche per utilizzarla per l’irrigazione, laddove questa venga fatta anche in alpeggio.

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Un tratto del Ru de By – Doues (AO)

Come sarà la stagione dal punto di vista del clima e, conseguentemente, della vegetazione, lo potremo dire solo al mese di ottobre, quando le montagne torneranno silenziose. Interrogativi quest’anno comunque ne abbiamo ben più del solito, per quello che riguarda la vendita dei prodotti, l’afflusso di turisti, l’atteggiamento di questi ultimi nei confronti dell’ambiente montano, dei suoi abitanti…

Tra i tanti problemi, la manodopera

Mi trovo in difficoltà, in questi giorni: tante sarebbero le cose di cui scrivere, tante le problematiche, i dubbi, le incertezze. Per quasi tutte però lo scriverne non cambierebbe nulla, se non come forma di sfogo o di confronto virtuale. Invece parlare ora del problema della manodopera negli alpeggi magari può aiutare qualcuno a risolvere un problema che incombe.

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Alpeggio ancora chiuso ad inizio stagione – Val Soana (TO)

La gran parte delle attività sta soffrendo per la crisi e l’immobilità determinata dall’emergenza Covid-19. Anche se gli interrogativi sono ancora tanti, nel mondo zootecnico tradizionale si guarda con sempre più apprensione anche alla stagione d’alpeggio imminente. Con la speranza di poter salire tutti, con la speranza ancor più grande che, per quando sarà ora di transumanza, non ci siano più nuovi contagi, non si sa se quest’anno si potrà contare sulla manodopera straniera.

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Il siero ai vitelli: tanti e differenti sono i lavori in alpeggio – Ceresole Reale (TO)

Ammesso che il peggio dell’emergenza sanitaria sia alle spalle e che si possano assumere operai per i lavori in alpe, è probabile che una certa fascia di manodopera stagionale, che proveniva da paesi esteri solo per l’estate, sia impossibilitata ad entrare in Italia. Una situazione simile la sta già vivendo il settore dell’ortofrutta, che lamenta mancanza/carenze di personale per la raccolta (un esempio qui). E’ però più facile imparare a raccogliere fragole o pomodori, piuttosto che mungere vacche in alpeggio…

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Uscita mattutina al pascolo – Fontainemore (AO)

Però il nuovo mondo che ci aspetta fuori dalle porte il giorno che finalmente potremo riaprirle probabilmente ci chiederà di cambiare tante cose, nelle nostre vite. La mia pagina del cerco-offro lavoro in alpeggio/azienda zootecnica continua ad essere attiva, per pubblicare un annuncio, è sufficiente inviarmelo via e-mail. In certi alpeggi si cercano esperti mungitori e/o casari, in altri tuttofare, per pulire stalle, condurre gli animali al pascolo, montare e smontare recinzioni. Occorre essere temprati alla vita in montagna, si lavora 7 giorni su sette, con qualsiasi condizione atmosferica, talvolta le sistemazioni saranno spartane, a seconda delle strutture di cui è/non è dotato l’alpeggio.

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Vacche in stalla in alpeggio – Cogne (AO)

Non fatemi domande sulla “giusta paga”: usciremo tutti da questo periodo in ginocchio se non peggio. Le aziende zootecniche tradizionali non se la stanno passando bene, tra animali invenduti o venduti sottocosto, prodotti caseari che si accumulano nelle cantine. Speriamo solo ci si possa rimettere tutti in piedi e che, ripartendo i sacrifici, si possa ricominciare. Lavoro, in questo settore, ce n’è… bisogna aver voglia di farlo!

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Vacche al pascolo – Ribordone (TO)

Convivenza e ignoranza

Lentamente le montagne si svuotano. Chi prima, chi dopo, a seconda della quota e della disponibilità di erba, tutti lasciano gli alpeggi a fine state, inizio autunno. Scendono le mandrie, scendono le greggi. Chi resta in valle si abbassa a pascolare intorno ai villaggi, fino al momento di mettere in stalla gli animali.

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Desarpa – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Quel giorno allora le montagne saranno silenziose, il silenzio che precede (si spera) l’arrivo della neve. A me la montagna piace in ogni stagione, l’alternarsi di questi momenti (transumanza in salita, pascolo estivo, discesa autunnale, aria fredda e silenziosa) genera in me sentimenti di gioia e malinconia. Mai potrei però immaginare, d’estate, la fascia di territorio “d’alpeggio” priva del tintinnio delle campane, dei belati, dei muggiti, dell’abbaiare dei cani.

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Tubi per lo spandimento dei liquami in alpeggio – Piani di Cappia, Valchiusella (TO)

Eppure non per tutti è così. Ci sono persone che si professano “amanti della montagna”, ma che si auspicano di vederla senza allevatori, mandrie, greggi. Ovviamente, anche questo mondo si è pian piano evoluto, portando “modernità” e semplificazioni nel lavoro anche in alpeggio a 2000 e più metri di quota. Non vedo perché il margaro, il pastore, dovrebbero rimanere fermi al XVIII o al XIX secolo per “fare folklore” mentre il resto del mondo va avanti!

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Pascoli delimitati da picchetti e fili – Val Ferret, Svizzera

Qual è dunque il problema? Da una parte, sicuramente, ci sono allevatori che non rispettano l’ambiente. Non difendo assolutamente chi abbandona attrezzature e immondizia in giro, chi non ritira fili e picchetti a fine stagione (pericolosi per la fauna selvatica e per chi pratica scialpinismo, oltre che a rappresentare uno spreco inutile di materiali), chi non smaltisce correttamente sacchi del sale, tubi e picchetti rotti, vasche da bagno sfondate e così via. Ma che dire invece di quei turisti che si lamentano con toni accesi della presenza di fili e picchetti a delimitare i pascoli lungo strade di montagna, piste sterrate comprese?

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Post comparso nel gruppo Facebook “Valle Maira” nel settembre 2018

Addirittura si invoca la denuncia alle Forze dell’Ordine… Tralasciando che i fili non sono metallici (sono in materiale plastico con un sottile filo metallico per la trasmissione dell’impulso elettrico) e che, ovviamente, i picchetti non sono piantati sull’asfalto… Invece di usare il buonsenso (reciproco) e il rispetto del prossimo (cosa di cui si era già parlato qui), ormai si è sempre tutti pronti ad attaccare briga alla prima occasione. E’ vero che, in caso di caduta, un ciclista potrebbe farsi male se proprio centrasse uno di questi picchetti di ferro (ma ve ne sono anche di plastica, di vetroresina, c’è addirittura chi usa vecchi bastoncini da sci!), ma potrebbe anche sbattere la testa contro una roccia, centrare un palo che sorregge un segnale stradale, finire contro un guard-rail o un paracarro!

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Animali vaganti e incustoditi su una strada di montagna – Forcola di Livigno, Svizzera

Il margaro mette fili e picchetti per delimitare il suo pascolo (di proprietà o affittato), per evitare che gli animali vadano a finire sulla strada. Perché si mettono a filo della strada? Per comodità e per far sì che gli animali puliscano anche la sponda stradale! Anni fa, con un amico, scendevo in bici da Sant’Anna di Vinadio (CN) e, nell’affrontare una curva, lui che era davanti a me si trovò a dover schivare all’improvviso una vacca proprio nel bel mezzo della strada. Quello sì che fu un momento di vero pericolo! Comunque, come avete visto in una delle immagini sopra, i picchetti di ferro non li usano solo in Piemonte, ma anche nella ricchissima e civilissima Svizzera!

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Stambecchi al pascolo in territorio d’alpeggio – Lac de Luseney, Vallone di St. Barthélemy (AO)

Ma le lamentele di certi amanti (ed esperti!) della montagna non si fermano qui. E’ sicuramente vero che esistono alpeggi con situazioni di sovraccarico (anche se spero che si tratti di un fenomeno sempre più sporadico, dato che amici mi hanno segnalato di aver ricevuto un controllo a sorpresa in alpe, sia per quanto riguarda le “carte”, sia la gestione del pascolo, controllo durato molte ore, a tavolino e sul territorio), ma non sono gli animali domestici a scoraggiare la presenza di selvatici. Anzi, la gran parte degli allevatori vede (e fotografa, postandoli poi sui social) camosci, stambecchi, marmotte, volpi, pernici, ecc. proprio mentre sta pascolando il proprio gregge o la propria mandria.

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Parte del branco di stambecchi del Luseney – Vallone di Saint Barthélemy (AO)

Purtroppo quest’anno di cervi ne ho visti pochi – mi raccontava un amico in alpeggio in una nota località turistica del Piemonte – Si sono abbassati di quota quando c’è stata tanta neve lo scorso inverno. I più deboli o sono morti o sono stati presi dal lupo. Sicuramente, da quando c’è il lupo, di selvatici in generale se ne vedono meno. Per il resto invece la selvaggina riceve anche benefici dal fatto che si pascola con il bestiame.

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Le manze sono già scese, ma intorno alle baite i pascoli sono più verdi che altrove – Fontainemore (AO)

Basta vedere in primavera o in autunno… Tutti i camosci o i cervi che pascolano dov’è più verde, cioè dov’è stato concimato, dove hanno mangiato e pulito le pecore o le vacche. Ma la gente ormai queste cose non le capisce più, magari le vede, ma non sa perché è così!

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La mandria scende a piedi, con un mezzo al seguito per le eventuali emergenze – Vallone di St.-Barthélemy (AO)

Sempre sullo stesso tema, un allevatore in Valle d’Aosta mi raccontava la sua estate: “Dove sono io passa un sentiero molto trafficato che porta a un rifugio. Certo che lì la gente non vede gli animali selvatici… In certi giorni è peggio che essere nella via centrale di Aosta! Bambini che gridano, genitori che li richiamano, cani che corrono e abbaiano liberi, senza guinzaglio. Però poi siamo noi a dare fastidio a loro, noi con il nostro lavoro e i nostri animali! L’altro giorno un turista mi ha aggredito verbalmente perché ero andato con la Panda a portare filo e picchetti i manzi. Ha persino chiamato la forestale!” Chissà se questo solerte escursionista ambientalista, nel recarsi al lavoro o per svolgere le proprie attività, va sempre e solo a piedi? “Ho sorpreso anche gente che mi rubava i picchetti del recinto per usarli come bastoncini. Ormai è un disastro!

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Sentiero escursionistico sistemato dal margaro per transitare in sicurezza con animali e attrezzature – Val Germanasca (TO)

Potrei, ahimé, citarvi molti altri esempi sullo stesso tema. Da quello che entra nell’alpeggio (utilizzato e abitato) come se fosse un luogo da visitare liberamente, in quanto facente parte “dell’ambiente turistico MONTAGNA”, a chi si lamenta per il suono delle campane nei pascoli accanto al rifugio in cui ha pernottato. Potrei parlarvi di sentieri messi in sicurezza dagli allevatori per potervi transitare con gli animali. Potrei parlarvi di fontane a cui si dissetano sia il bestiame domestico, sia gli escursionisti di passaggio. O ancora di stalle e altre strutture di alpeggio che diventano comodi ripari durante un temporale che coglie il turista lungo il suo cammino.

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Bataille des Reines – Vallone di St.-Barthélemy (AO)

Potrei dirvi che l’allevamento di montagna richiama turisti, sia per godere dello spettacolo di alcuni eventi (fiere, rassegne, feste della transumanza, alpeggi aperti, batailles des reines, ecc.), sia perché fortunatamente c’è anche chi ama vedere gli animali al pascolo durante la propria escursione, fotografarli, acquistare i prodotti caseari. Ma tutto ciò è normale: mi preoccupa invece chi addita allevatori e allevamento come elementi negativi per l’ambiente/paesaggio alpino.

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Partecipanti al Tor des Geants – Rifugio Barma, Fontainemore (AO)

Il punto è sempre solo uno: siamo di fronte a un totale scollamento tra il mondo rurale, zootecnico, montano, agricolo… e il resto della società. Ormai anche chi vive in campagna (perché l’ambiente è più sano rispetto a quello urbano!), ma non fa un lavoro direttamente legato alla terra, si lamenta perché il gallo del vicino canta, perché passa il margaro durante la transumanza e mette le vacche a pascolare nel prato dietro casa sua… Si parla tanto di ritorno alla terra, ma… a parte coloro che scelgono di tornare a fare i contadini, allevatori, ecc., come dobbiamo comportarci con tutti gli altri?

Gioie e dolori del meteo

Si sta avviando a conclusione un’altra estate difficile per l’agricoltura e la zootecnia. Il “bello” è che, nella stessa regione o magari anche nella stessa valle, quest’anno possiamo trovare chi si lamenta per la siccità e chi per la troppa pioggia. Nel 2017 si era tutti concordi nel piangere per la mancanza di precipitazioni, invece quella del 2018 è stata un’estate di temporali, a volte anche fortissimi temporali.

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Siccità a fine estate – Nus (AO)

Dove i temporali non sono arrivati, la situazione è questa: terra riarsa, erba secca, alberi sofferenti che iniziano a perdere le foglie. E sono due estati che la situazione si ripete, qua e là sulle rocce, dove c’è poco suolo, alcune piante sembrano definitivamente morte.

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Irrigazione a pioggia dopo il secondo taglio – Nus (AO)

I prati che vengono ancora utilizzati fortunatamente hanno buoni sistemi di irrigazione, altrimenti la situazione sarebbe drammatica. Il “bel” tempo ha aiutato la fienagione, il fieno è seccato senza prendere pioggia, ma… la pioggia serve eccome!

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Prati prima dello sfalcio e girandole per l’irrigazione – Nus (AO)

Dove manca l’irrigazione, il fieno non dev’esser stato abbondante. Si prospetta una nuova annata “critica”? Così pare, stando alle voci tra gli addetti ai lavori. Da una parte il primo taglio in pianura è stato tardivo a causa delle piogge primaverili, quindi c’è poi stato meno fieno nel secondo taglio. Un’altro fattore che farà alzare il prezzo del fieno è legato all’anno precedente, quando si sono svuotati i fienili fino all’ultima pagliuzza per soddisfare il bisogno di tutti.

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Prati irrigati e fiori di colchico autunnale – Nus (AO)

Mentre da qualche parte l’erba sta ricrescendo (sempre solo grazie all’irrigazione) dopo il secondo taglio, in attesa della discesa degli animali dagli alpeggi c’è invece chi gioisce per la buona annata con tanto pascolo e chi forse non è nemmeno riuscito a fare il fieno!

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Al pascolo in alpeggio – Elva (CN), Valle Maira

Qualche settimana fa ero a Elva, in Valle Maira, dove mi raccontavano che i temporali e il maltempo non avevano ancora permesso di sfalciare. A quelle quote si fa un solo taglio di fieno, poi quando gli animali si abbassano scendendo dagli alpeggi, quelli che restano lì, nelle aziende locali, pascolano la ricrescita dell’erba. Fino a quel momento quindi la situazione era abbastanza critica, perché è vero che i pascoli in quota erano ancora belli verdi, ma non si era messo da parte niente per l’inverno e l’erba stava invecchiando, venendo dura, fino a non rappresentare più un buon pascolo autunnale per le mandrie.

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Primi freddi in alta quota – Moncorvè, Valsavarenche (AO)

Che dire poi delle temperature? Non è anomalo vedere la brina, il ghiaccio, le prime spruzzate di neve a fine agosto in montagna. L’anomalia era il caldo precedente, lo zero termico a quote molto elevate. Di tutta la neve caduta lo scorso inverno, cos’è rimasto? Qualche nevaio in punti più freschi, qualche accumulo di valanga in un canalone.

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Vista su Succinto – Valchiusella (TO)

La “verde” Valchiusella quest’anno tiene fede al suo nome. Quello è il colore dominante, nei prati, nei pascoli in quota e nei boschi. Giornate di cielo blu alternate a benefiche piogge e temporali sarebbero ciò che tutti vorrebbero. Purtroppo però il tempo non lo possiamo comandare a piacimento (anche se abbiamo una buona dose di responsabilità nelle mutazioni climatiche degli ultimi tempi).

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Gregge in alpeggio – Valchiusella (TO)

Il maltempo in alpeggio porta giornate difficili, ma è solo la pioggia a poter consentire a questo gregge di tornare a pascolare lì, esattamente un mese dopo essersi spostato nell’alpeggio superiore. Visto che l’estate si sta avviando a conclusione, l’auspicio è che si possa avere almeno un buon autunno, con alternanza tra piogge moderate (che ci si augura arrivino al più presto, dove serve!) e giornate di sole…

Mi sa che mi sono sbagliata

Lo scorso inverno, ma poi anche dopo, in primavera, ogni volta che nevicava, dicevamo che “era tutto buono”, che la neve sarebbe servita come scorta d’acqua, che nell’estate ci sarebbe poi stata tanta erba sui pascoli. Eppure adesso sugli alpeggi in molti si lamentano dicendo che “in alto non c’è niente”, che “su l’erba è tutta rossa, tutta bruciata”.

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Capre in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Che succede? Sono le solite lamentale del mondo agricolo che non è mai contento? Sicuramente la situazione non è la stessa in tutti gli alpeggi, ma effettivamente in molte “montagne” si riscontra lo stesso problema.

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Torrente tran Pian della Ciamarella e Pian della Mussa – Valli di Lanzo (TO)

Ecco allora i torrenti fragorosi di acqua fresca, alimentati dalle sorgenti e dai nevai che ancora stanno sciogliendo. Lì intorno l’erba è fresca, verde, abbondante. Viene da pensare che sia proprio ora di salire più in alto a pascolare, con la mandria o il gregge.

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Fioritura di Onobrychis montana – Pian della Ciamarella, Valli di Lanzo (TO)

Il pascolo intorno all’alpeggio è di alta qualità, ottime erbe che daranno un buon latte da trasformare in tome saporite. Ma… Ma l’erba è effettivamente bassa, scarsa. A parte questa macchia rosa intenso di leguminose, ci sono chiazze di altro colore.

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Pascoli a Pian della Ciamarella – Valli di Lanzo (TO)

Specialmente sui dossi, dove lo strato di suolo è più scarso e affiorano le rocce, ecco quello che si diceva, “l’erba bruciata”. Qui le bestie da mangiare non troveranno molto. Me lo diceva anche un pastore al telefono: “Su è tutto rosso… non so se ce la faremo ad arrivare alla fine di agosto! Il sole brucia e l’aria è fredda, l’erba non è venuta e quella poca che c’era sta seccando.

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Temporale e grandine in alpeggio – Praz-Croux-désot, Nus (AO)

Nel frattempo sono arrivati i temporali. Non è detto che siano arrivati proprio dappertutto, non è detto che abbiano bagnato molto. Alcuni sono così forti e improvvisi da dilavare, più che bagnare. Anche in montagna poi possono aver fatto danni, sotto forma di grandinate. Insomma, a quanto pare questa è un’altra annata difficile.

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Stalla danneggiata dalla neve all’alpeggio Giasset – Pian della Mussa, Balme (TO)

Gli allevatori che devono salire a Pian della Ciamarella si sono trovati la stalla danneggiata dalla neve della scorsa stagione, tanto per cominciare. Solo una piccola porzione di tetto ha resistito, l’altra non ce più e bisognerà ricostruirla.

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Alpe della Ciamarella – Valli di Lanzo (TO)

Ma come mai i pascoli in quota sono così “bruciati”? Qualche ipotesi? Ricordiamoci che lo scorso anno c’è stata una terribile e prolungata, la cotica erbosa ha sicuramente sofferto nel suo complesso, qualche essenza vegetale ha patito più di altre. Poi c’è stata la neve, il freddo le piogge primaverili. Alle quote più basse la neve è sciolta pian piano, penetrando nel terreno. Più in alto invece, quando ha smesso di piovere, è arrivato quasi di colpo il caldo improvviso. La neve è letteralmente evaporata (sublimata, per usare le parole giuste), sotto l’erba ha iniziato a germogliare, ma di acqua dal cielo dopo non ne è più arrivata.

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Mandria in attesa di andare al pascolo – Pian della Mussa, Balme (TO)

Vedremo se questi temporali salveranno ancora la stagione, anche se, ad alta quota, la stagione è corta e ha i giorni contati. Negli alpeggi più alti si sale ora, a fine luglio, ai primi di agosto, e non si resta che poche settimane, dopo potrebbero arrivare anche le prime improvvise nevicate. In questi giorni le montagne si affolleranno sempre più di turisti ed escursionisti: se siete anche voi tra di loro, provate ad osservare più a fondo i territori che attraverserete…

In guardia!

Non so se il pubblico di questo blog sia sempre quello di “storie di pascolo vagante“, ma comunque vi racconto cosa succede a questa stagione, dato che non tutti sono addetti ai lavori e quindi non sanno come funziona il meccanismo secondo il quale d’estate alcuni allevatori si separano dai propri animali.

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Le Grand Alp – Vallone di Clavalitè, Fenis (AO)

E’ ormai tempo di salire in alpeggio. Alle quote più alte sta sciogliendo la neve, complice il caldo eccezionale che ha portato lo zero termico ad altezze anche superiori ai 4000m. Molti partono prima, dato che affrontano la stagione d’alpeggio avendo a disposizione diversi tramuti, cioè si appoggiano a fabbricati d’alpeggio a quote differenti. Si sale alla prima baita, si pascola e poi si va oltre, fino al tramuto a quota maggiore, spesso anche sopra ai 2000m.

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Un gregge viene caricato sugli autotreni per raggiungere l’alpeggio – Pinerolo (TO)

C’è chi sale a piedi, chi con i camion, ma gli animali che compongono greggi e mandrie non sempre appartengono ad uno stesso proprietario. Ci possono essere tante forme di “organizzazione” differenti, a seconda delle situazioni.

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Capre di provenienza diversa si “studiano” appena dopo essere state scaricate in alpeggio – Valsainte, Trois Villes (AO)

Gli animali vengono dati “in guardia” o “in affida” per la stagione di alpeggio da chi ne ha un numero esiguo e non potrebbe permettersi l’affitto di un territorio d’alpe per i mesi estivi, oppure da chi ha qualche animale per hobby e pratica un altro lavoro. Chi li prende solitamente ha già un suo gregge/mandria, a cui aggiunge i capi esterni. Talvolta il detentore in alpe possiede solo pochi capi e la “guardia” rappresenta il suo stipendio per quei mesi.

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Prato di media valle in attesa della fienagione – Tolaseche, Nus (AO)

Altri ancora, allevatori di professione, mandano in montagna i loro capi per occuparsi dell’approvvigionamento dei foraggi per l’inverno, cioè della fienagione in fondovalle o in pianura, o anche per seguire i campi di mais, ecc… Ovviamente la guardia si paga, un tanto a capo, con differenze a seconda delle zone, se si tratta di capi in lattazione oppure no, età degli animali ecc…

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Gregge di capre di diversi proprietari sorvegliato da un operaio – Introd (AO)

Gli animali sicuramente stanno meglio in montagna, a quote maggiori, dove possono pascolare a piacimento, lontani dal caldo della pianura. Con il ritorno dei predatori, l’esigenza di affidare i propri capi ad un pastore si è fatta ancora maggiore: impensabile lasciare pecore o capre abbandonate a sé stesse con un controllo solo sporadico per tutta l’estate. Così possono anche esserci greggi composti da capi di numerosi proprietari che hanno deciso di unire i propri animali e affidarli alla sorveglianza di un pastore stipendiato.

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Mandria diretta ai pascoli in prossimità della sede aziendale di fondovalle – Introd (AO)

Pian piano quindi tutti saliranno agli alpeggi. C’è anche chi li manda in affida per andare a sua volta a fare il guardiano di animali altrove, soprattutto oltreconfine, dove le paghe sono maggiori e il reddito percepito permette di continuare a fare l’allevatore in patria. Spero che avremo modo di riparlare anche di questo aspetto, nel corso dell’estate…