Sperando che non diventi solo folklore

A fine mese, 30 e 31 gennaio, le date sono sempre le stesse, ad Aosta l’appuntamento è quello con la Fiera di Sant’Orso. Tradizione millenaria, quella della fiera… Oggi è diventato un appuntamento soprattutto con l’artigianato del legno, in tutte le sue espressioni. Anche se certi oggetti li rivedi di anno in anno, è sempre bello aggirarsi per la fiera (nonostante la folla) per scovare i pezzi unici. Semplici o elaborati, ma meravigliosi nella loro forma e idea.

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Artigianato del legno alla Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molti riguardano l’ambiente rurale, sono espressione del territorio in cui nascono. Gli stessi artigiani talvolta hanno vissuto o vivono tuttora la realtà zootecnica. Però il più delle volte quella che viene rappresentata è una scena dal sapore antico. E’ vero che questo mestiere talvolta è “senza tempo”, è vero che certi aspetti non cambiano e non cambieranno mai…

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Scene di vita d’alpeggio – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Nelle sculture si munge sempre a mano, non con la mungitrice, per fare un esempio! Però la scultura centrale, quella di uno degli artisti più famosi e apprezzati, in una delle passate edizioni (2017, mi sembra) ritraeva degli animali che venivano caricati su di un camion. Un’eccezione in mezzo a tante sculture velate di romanticismo e nostalgia.

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Artigianato del legno a tema zootecnico – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si ritrae ciò che è bello, ciò che piace. E l’idea astratta della pastorizia, dell’allevamento, piace sempre e comunque. Poi è sicuramente uno dei simboli di questa regione. Ma la mia paura è che, continuando di questo passo, resterà davvero quasi solo più un soggetto per le sculture…

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Il pastore e il suo gregge – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molte riguardano la pastorizia: pecore, un pastore con il gregge e gli asini… ma lo sapete che la maggior parte degli ovini che passano l’estate in alpeggio in Valle d’Aosta viene “da fuori”? La pecora rosset, razza autoctona, è sempre più a rischio di estinzione. Il numero di capi allevato cala sempre più, tra problemi di gestione legati alla presenza del lupo e scarsa remuneratività dell’allevamento. Così arrivano greggi dal Piemonte (cosa che accadeva già in passato, con le gregge biellesi), ma anche greggi da altre regioni d’Italia, in alpeggi affittati da “allevatori-speculatori” soprattutto per percepire i contributi…

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I collari per campanacci realizzati dagli studenti dell’Institut Agricole Règional di Aosta

La passione e la voglia di mandare avanti questo settore c’è ancora: non mancano i giovani che praticano il mestiere, ma quali prospettive anno? Dove non c’è questo ricambio generazionale, le aziende chiudono, e non sono poche quelle che hanno venduto gli animali negli ultimi tempi. Chi continua lo fa tra mille problemi.

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Un giovane allatta con il biberon un vitello di razza castana – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si commentava su Facebook questo articolo, dove vengono presentati i dati dell’annuario 2017 dell’agricoltura italiana: 320 mila aziende in meno in tre anni, ma cresce la Sau (superficie agricola utilizzata). Vero a livello nazionale, ma nelle aree “marginali” spesso la chiusura di aziende porta all’abbandono delle porzioni di territorio più difficili da utilizzare (prati ripidi da sfalciare a mano, ecc…).

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I simboli della passione degli allevatori valdostani: campanacci e batailles des reines

La forza della passione fa sì che ci sia sempre qualcuno che continua, nonostante tutto. Ma chissà come… già oggi molti allevatori di reines, appassionati delle battaglie, non sono più allevatori con una loro mandria che sale in alpeggio. Hanno delle vacche solo ed esclusivamente per partecipare alle battaglie (e lo stesso vale per le capre), ma il loro mestiere principale è un altro.

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La bataille des reines – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Resterà solo un elemento di folklore, allora? Mi auguro di no… Ma “quelli dei piani alti” dovrebbero ascoltare di più le grida di dolore dei piccoli allevatori di montagna. Va bene fare un giro alla fiera, va bene ammirare tutto questo, ma bisogna anche impegnarsi per far sì che resti vivo, e non solo un ricordo scolpito nel legno.

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Le pecore – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Una di queste grida io l’ho letta e l’ho riportata qui. La lancia Enrico, allevatore valdostano, la cui storia ho anche raccontato in “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta” (MonteRosa Edizioni). Trascrivo il suo commento: “Sono un piccolo allevatore di montagna come tantissimi ve n’erano in Italia, faccio parte di una razza in via d’estinzione, che presto dovrà essere ricordata anch’essa nei giorni della memoria. Sembra un sacrilegio ciò che ho appena affermato, ma purtroppo è così, la piccola agricoltura è stata volutamente e sistematicamente sterminata da una classe dirigente che sa guardare solamente ai dati del mero profitto.

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Fiera di Sant’Orso, Aosta

Burocrazia asfissiante, mancato rispetto dei pagamenti, lupo, deprezzamento del valore di prodotti di nicchia che oserei chiamare eroici, stanno svuotando le nostre montagne, è la fine di un mondo che era uno dei pilastri dell’economia di tutte le valli alpine, arrecando danni irreparabili nel mantenimento di centinaia di razze autoctone, sulla biodiversità dei pascoli e sulla stabilità degli stessi. Mi scuso per questo sfogo, ma quando leggo o sento certi professoroni che si riempiono la bocca di dati al fine di distrarre tutti dalla triste realtà di un’agricoltura italiana agonizzante, perdo la ragione. Sono quattro anni che non ricevo i premi a me spettanti per un problema informatico risolvibile in due minuti! Vivo grazie all’aiuto dei miei genitori, come me siamo in tanti, troppo piccoli perché AGEA (agenzia per le erogazioni in agricoltura) s’interessi a noi.

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Uno gnomo e un tatà – Fiera di Sant’Orso, Aosta

E’ bella la fiera di Sant’Orso, anche grazie a questi pezzi di artigianato legati alla tradizione, al territorio… E’ bello il territorio valdostano, il territorio delle Alpi, perché c’è ancora l’agricoltura, la zootecnia. Speriamo proprio che qualcuno ascolti queste grida, le comprenda e le trasformi in azioni concrete per far sì che gli operatori del settore primario nelle aree montane non si trasformino nella bella immagine che vedete qui sopra, un essere mitologico e un giocattolo…

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Meditazioni di inizio anno

In passato avrei scritto di getto, a caldo, appena lette certe notizie, appena sentite certe dichiarazioni. Adesso invece medito sulle cose che sto per scrivervi da un po’ di tempo. Ci penso mentre sono al pascolo, mentre cucino, quando pulisco la stalla, quando guido. Insomma, quando la mente non è impegnata in altro, i pensieri tornano lì.

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Pascolando in un gennaio troppo caldo e secco – Petit Fenis, Nus (AO)

Dopo aver letto decine e decine di reazioni a certi fatti capitati qua e là, mi sono innervosita, però… come dicevo, non ho scritto qui subito quello che avrei voluto dire. Ho lasciato decantare e ho fatto un esperimento. Ho postato su facebook alcune foto diverse tra loro e ho aspettato le immancabili reazioni… Quello che sto per scrivere, probabilmente non piacerà a molte persone. Ci sarà chi non capirà fino in fondo quello che voglio dire, chi mi giudicherà negativamente, chi mi accuserà inventandosi chissà quali retroscena. Mi spiace per tutti voi, non lo faccio per “interesse”, non ho alcuna ambizione politica, ma scrivo solo per dialogare con chi vuole ascoltarmi e con chi è pronto a provare a seguire il mio ragionamento.

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Paesaggio rurale montano, il villaggio di Sommarese (AO) circondato da prati e pascoli, ma tutt’intorno avanza il bosco

Chi mi conosce sa che ho sempre solo scritto e parlato di ciò che conoscevo, non porto avanti cause “per sentito dire”. Così, nel tempo, mi sono trovata a raccontare le realtà che via via incontravo o mi trovavo a vivere. Oggi quindi vi voglio sottoporre delle riflessioni che prendono spunto da ciò che accade nella dimensione in cui mi trovo, geograficamente e lavorativamente parlando. Come vi dicevo, ho fatto un esperimento.

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Resti di una predazione in mezzo alla strada al Col d’Arlaz, tra Montjovet e Challand (AO)
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Gamba di capriolo, resto di una predazione recente – Petit Fenis, Nus (AO)

Per due volte ho pubblicato immagini che potrebbero riguardare la presenza del lupo: delle ossa completamente spolpate (non so di quale animale selvatico), fotografate in mezzo alla strada asfaltata nella tarda mattinata del giorno di Natale, degli escrementi di canide di grosse dimensioni, contenenti molti peli e frammenti di ossa, una gamba di capriolo spolpata di fresco nel bel mezzo di un pascolo dove quasi quotidianamente porto le capre, a poca distanza da casa. Le reazioni sono state immediate e anche molto colorite. In un caso, pur avendo esplicitamente richiesto di evitare le polemiche inutili, i toni tra chi commentava si sono immediatamente infiammati. Non c’è niente da fare, per molti (allevatori e non) il lupo è una tematica che fa scattare il commento a spada tratta, spesso con argomentazioni tecnicamente molto discutibili.

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Pubblicità della Fontina sul volantino del supermercato Basko

Poi ho pubblicato la pagina di un volantino pubblicitario di un supermercato. Si tratta della catena Basko, ditta ligure presente anche in parte del territorio piemontese. Nel numero di dicembre, un’intera pagina era dedicata alla Fontina, fornita al supermercato tramite una ditta che la acquista da un affinatore di Cogne. Penso sia una buona pubblicità per il prodotto a livello di immagine, anche se ci sono un po’ troppi dati tecnici che, al consumatore, dicono forse poco. Quello che a me diceva molto era il prezzo: scontata del 35% (!!) per le feste, la Fontina costava 19,90 € al kg, anzi… 1,99 € all’etto, c’è scritto. Il prezzo pieno sarebbe stato 30,90 € al kg, per una Fontina di alpeggio. So che sono in tanti i Valdostani a seguire la mia pagina facebook, quando pubblico una foto di una Reina si scatenano a mettere like e commentare. Io a questo punto mi aspettavo un’indignazione ben maggiore rispetto a quella suscitata dalle due ossa spolpate… invece zero, silenzio assoluto, non un Valdostano che abbia detto una parola. Ci sono stati solo un paio di commenti specifici riguardanti le percentuali di grassi saturi e insaturi da parte di addetti ai lavori di altre parti d’Italia e niente più.

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Gregge di capre nel recinto elettrificato usato come protezione notturna – Moncorvè, Valsavarenche (AO)

A questo punto lasciatemi dire una cosa… leggo tutti i vostri commenti sul lupo che mette in ginocchio l’allevamento, che fa chiudere le aziende… ma siete proprio sicuri che la colpa sia il lupo? Non crediate che io non sappia che tipo di problema è il lupo. L’ho vissuto sulla mia pelle in quello che, all’epoca, era stato l’alpeggio con il maggior numero di attacchi in Piemonte. So cosa vuol dire trovare pecore sbranate, resti di pecore, animali feriti, ecc. So cosa comporta in termini emotivi sia subire un attacco, sia vivere con l’angoscia per tutti i mesi d’alpeggio. So cosa significa cercare di prevenire gli attacchi con i diversi metodi ammessi e consigliati: la fatica di portare reti, quella di piantarle, tutti i problemi connessi all’inserimento dei cani da guardiania, la loro gestione e la “convivenza” con gli altri fruitori della montagna.

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Gregge di un pastore piemontese che trascorre l’estate in Valle d’Aosta, preceduto da uno dei cani da guardiania durante la transumanza autunnale – Pontey (AO)

So che ci sono state persone in Valle che hanno venduto le pecore… ma la causa è esclusivamente il lupo? Poi, in Valle d’Aosta, chi è che vive di SOLO allevamento ovino? Certo, il lupo ha attaccato anche dei bovini, e mi fa un po’ sorridere leggere i commenti di chi dice che il filo elettrico non basta a tenerlo lontano dalle vacche. Magari sarebbe il caso di informarsi un po’ meglio, prima di lasciarsi andare a certe dichiarazioni. Nel caso delle pecore, le reti (di altezza adeguata) aiutano (anche se non sono infallibili), ma nessuno ha mai parlato di fili per evitare gli attacchi ai bovini!!

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Cantina d’alpeggio – Pila (AO)

Ma non è di questo che voglio parlare… quello che volevo dire (o ripetere, dato che l’ho già detto anche in passato) è che il lupo è la goccia che fa traboccare un vaso ormai stracolmo di altri veri, grossi problemi. Problemi che però nessuno (o quasi) si mette a discutere sui social. Troppo complicato farlo? Troppo rischioso? O troppo complicato proporre delle soluzioni? Non lo so. Però mi aspettavo almeno un commento sui prezzi della Fontina in Valle, sui prezzi del latte venduto ai caseifici. Sulle aziende che chiudono una dopo l’altra, sulle centinaia di vacche andate al macello dalla fine della stagione d’alpe ad oggi. Sulle aziende che stanno in piedi solo grazie ai contributi e che boccheggiano se questi non arrivano…

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Le piccole aziende di montagna sono fondamentali anche per il ruolo che svolgono a livello territoriale e paesaggistico – Arbaz, Challand-st.-Anselme
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Paesaggi rurali a rischio di estinzione – Col d’Arlaz (AO)

Sulle aziende che sembrano funzionare, ma in realtà poggiano su realtà famigliari dove danno una preziosa mano figli che ancora studiano, mogli o altri famigliari che hanno un loro stipendio, genitori e zii in pensione, e così via. Sulle piccole aziende, quelle che veramente sono sostenibili dal punto di vista ambientale, quelle che davvero curano il territorio, sfalciando ancora prati ripidi, curando il territorio perché ci tengono davvero… ma che con quel numero di bestie “sostenibile” per il territorio, non sostengono più l’economia aziendale, per non parlare di quella famigliare.

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Nell’allevamento tradizionale molte delle difficoltà si superano grazie alla passione… ma quando l’azienda non è più economicamente sostenibile, la passione non basta più – Bataille des reines nel Vallone di St. Barthélemy (AO)

E’ il lupo il problema? Ma diciamocelo… io non so se i capi predati nelle passate stagioni siano stati indennizzati e se veramente sono state pagate le cifre che avevo letto nei bollettini ufficiali… ma so quanto sono state pagate le pecore che certi allevatori hanno venduto la scorsa primavera, pecore di razza autoctona, in via di estinzione. C’è chi ha accettato una ventina di euro a capo, perché nessuno le voleva. Era meglio farle mangiare dal lupo, se si vuol ragionare guardando solo il portafogli! Se però si trovasse a vendere la carne di capra o di pecora, se ci fosse richiesta di agnelli e capretti, se tutto funzionasse, il lupo sarebbe un problema di tutt’altro tipo. Se ci fosse un’economia stabile, troveresti chi te le prende in montagna per l’estate, garantendoti una buona sorveglianza. Ma se tutto non va, allora vendi, allora lasci perdere, e la colpa la dai al problema simbolo, al problema che ha un nome, al lupo.

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Vitello di razza valdostana castana – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

E’ un problema facilmente comprensibile per tutti… e gli allevatori saprebbero come risolverlo, per quello ne parlano tanto? Però vorrei che chi di dovere mettesse lo stesso impegno a parlare degli altri veri grandi problemi che stanno mettendo in ginocchio le aziende della Valle. Tipo i vitelli di razza valdostana, che uno deve vendere per poter mungere e caseificare o dare il latte ai caseifici. Lo volete sapere quanto viene pagata una vitellina di 50kg di razza valdostana all’allevatore? Più o meno cinquanta euro… I più colpiti dal lupo sono i piccoli, piccolissimi allevatori, perché sono già fortemente in crisi. Dover “convivere” con il lupo, le spese aggiuntive che questo comporta, i mancati redditi, i danni di eventuali predazioni porta al collasso. I grandi allevatori (parlo soprattutto dei pastori di pecore, piemontesi o di altre regioni) pian piano si sono adattati: continuano a patire tutti questi fattori, ma li ammortizzano con la quantità e comunque hanno già del personale per badare costantemente agli animali.

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Gregge vagante in Piemonte, con uno dei cani da guardiania

Il discorso sarebbe ancora più lungo, ma la questione di base è comunque questa. Adesso ditemi, voi che leggete, che non siete allevatori: acquistate prodotti di montagna da chi vive e lavora in montagna? Sapete qual è il “giusto prezzo”, oppure nel fare la spesa puntate al risparmio sempre e comunque? Vi domandate cosa c’è in termini di lavoro, orari, fatiche, dietro quel formaggio, quel salume, quel piatto? Oppure già preferite acquistare meno, puntando però alla qualità e spendendo anche quegli euro in più, consapevoli di tutto ciò di cui vi ho appena parlato?

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Prati fortemente danneggiati dai cinghiali – Col d’Arlaz (AO)

Forse è il caso di fermarsi qui. Amici allevatori… smettetela di preoccuparvi che il lupo mangi i vostri bambini: corrono rischi ben più gravi di altro genere. Lo so che il lupo passa appena fuori dalla porta di casa di molti di noi, compresa la mia. Lo fa anche la volpe (pericolosa per gli agnelli, per il pollaio), la poiana (che non perde occasione di prendere una gallina), ma pure cervi, caprioli e cinghiali in quantità (che devastano prati e pascoli, causando danni gravissimi). La montagna è sempre più abbandonata, per quello la fauna selvatica si espande. Son stufa di vedere spacciata come “notizia” la presenza di un lupo per le strade di un villaggio di montagna.

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Bell’esemplare di toro di razza valdostana pezzata rossa – Challand-St.-Anselme

Sono tanti, sono molti più di quello che si dice, il loro territorio si espande, non c’è da stupirsi. Piuttosto c’è da prevenire i danni, attrezzandosi come si deve. E’ giustissimo chiedere di poter difendere i nostri animali dagli attacchi dei predatori, fare in modo che il lupo torni ad avere paura dell’uomo. Però non dimenticatevi di assicurare un futuro ai vostri figli, un futuro in cui fare l’allevatore sia ancora un mestiere dignitoso, dove si vendono i prodotti a un prezzo equo, consono al vostro lavoro, ai vostri sacrifici quotidiani. La passione è fondamentale, ma il vostro lavoro deve portare un reddito. Chiedete pure a chi vi rappresenta, sindacati agricoli e politici, di continuare ad occuparsi del “problema lupo”, ma… prima cercate di ESIGERE delle risposte su tutto il resto, perché non potete continuare a svendere i vostri prodotti e a pagar caro tutto ciò che vi serve per mandare avanti l’attività. Anzi, nel prezzo dei prodotti, dovreste aggiungere anche qualcosa per compensare danni e disagi legati alla presenza dei predatori. Allora sì…

L’unica salvezza è il prodotto

Quando si parla di Valle d’Aosta, nel resto d’Italia, anche nel confinante Piemonte, c’è la convinzione che si tratti di una di quelle regioni montane dov’è ancora alta l’attenzione e la cura del territorio. Dove fare l’allevatore “conta ancora qualcosa” e le aziende agricole godono di un certo benessere.

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Prati in fiore – Nus (AO)

Possono averlo pensato anche quelli che, sabato scorso, hanno visto il Giro d’Italia transitare sulle strade della Valle, attraversando villaggi, prati in fiore con i loro sistemi di irrigazione (la cui utilità quest’anno è scarsa, viste le piogge quasi quotidiane). Apparentemente il sistema qui sembra funzionare.

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Salita in alpeggio – Petit Fenis, Nus (AO)

Sempre in questi giorni, tra una nuvola e l’altra, qualcuno può anche essere andato a fare una gita e aver incontrato sulla sua strada qualche transumanza che saliva a piedi verso gli alpeggi, oppure camion e camioncini per il trasporto animale che si dirigevano verso le varie vallate. O ancora ha visto le prime mandrie nei pascoli a mezza quota. Ma nessuno ha visto le decine e decine di animali condotti al macello, perché servono soldi per mandare avanti le aziende, perché gli allevatori sono stufi, sfiduciati, perché questo mestiere non rende più. Non è normale portare al macello le bestie a pochi giorni dalla salita in alpeggio… Cosa sta succedendo?

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Prati in fiore in una rara giornata di sole – Petit Fenis, Nus (AO)

Si arriva da una stagione invernale lunga e difficile. Tutto è iniziato nell’aprile 2017, quando a fine mese una gelata tardiva ha colpito l’intero comparto agricolo qui e altrove in quasi tutto il Nord Italia. Non sono gelate “solo” le viti, le piante da frutto, le verdure, ma anche l’erba dei prati. Il primo taglio di fieno è stato scarso e di bassa qualità. C’è poi stata un’estate calda e siccitosa, quindi anche i tagli successivi non sono stati buoni, specie dove non si poteva irrigare. Infine le bestie sono scese prima dall’alpeggio, sempre per la siccità, trovandosi a pascolare in anticipo quel che c’era ancora, per poi rientrare in stalla ed iniziare a consumare il (poco) fieno. Quando è stato ora di acquistarlo perché era terminato quello nei fienili, il prezzo era alle stelle. L’inverno è stato lungo, la neve è arrivata presto e, a quote medio-basse, l’ultima è caduta ancora un paio di settimane fa.

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Lo stesso prato dell’immagine precedente dopo il violento temporale di sabato pomeriggio

Ciò nonostante, molti hanno messo fuori gli animali in anticipo, a pascolare quello che avrebbe poi dovuto essere il primo taglio del mese di maggio/giugno. O così, o non avere niente da mettere nelle mangiatoie. Anche il 2018 quindi parte molto male, con l’aggiunta di un meteo che non accenna a stabilizzarsi e, alle piogge, alterna temporali violenti che provocano l’allettamento dell’erba (cioè la schiacciano, come vedete nella foto). Quando finalmente si riuscirà ad iniziare a tagliare, il fieno sarà già vecchio, faticherà ad asciugare, ecc…

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Manzette di razza valdostana (castana, pezzata nera, pezzata rossa) – Nus (AO)

Ma non è possibile che sia solo una o due annate “storte” a determinare una crisi così drastica nell’intero settore zootecnico valdostano. Avevo già raccolto voci e impressioni la scorsa estate, attraverso le interviste che sono confluite in “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta – 23 itinerari“, poi ho letto qua e là sfoghi e commenti di chi non ce la fa più. Essendomi stato commissionato un articolo sull’argomento, ho chiesto un’intervista al Presidente AREV Jean Paul Chadel, che proprio in questi giorni è arrivato al primo anno dalla sua nomina. L’ho incontrato l’altro giorno, reduce da una serie di riunioni che non avevano contribuito a risollevare il suo morale. Diplomato all’Institut Agricole di Aosta, lui stesso allevatore, conosce a fondo questa realtà.

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Mandria in alpeggio – La Manda, Valtournenche (AO)

Lo stato attuale della zootecnia valdostana è disastroso.” Chadel non gira intorno al problema, con grande franchezza dipinge il quadro di una situazione sull’orlo del collasso. “Come tutta l’agricoltura di montagna, si dipende in linea diretta dagli aiuti comunitari, ma questi è dal 2015 che non arrivano, sono parzialmente fermi e le aziende ne hanno bisogno per andare avanti. E’ un sistema suicida, servono perché, allo stato attuale, i costi di gestione delle aziende superano le entrate.

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Alpeggio danneggiato dalle nevicate – Vallone di Saint Barthelemy, Nus (AO)

C’è stato il costo del fieno che ha inciso, quest’anno c’è una stagione tardiva, molti alpeggi e strade sono state danneggiati durante l’inverno, sono tutti costi che si aggiungono, ma il vero problema sta a monte. Tutta la filiera produttiva valdostana è stata impostata per garantire il benessere degli animali, ma non quello del produttore. I contributi vengono erogati perché a Bruxelles hanno stimato che la gestione del territorio montano, che ha bisogno di cure, senza gli allevatori avrebbe costi 20 volte maggiori. Pertanto vengono dati i contributi. Ma l’unica nostra salvezza è il prodotto, non sono i contributi ad aiutare l’allevamento, l’hanno già distrutto! Per quello adesso siamo in ginocchio!

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Fontine in alpeggio – Alpe Djouan, Valsavarenche (AO)

In Valle d’Aosta “prodotto” significa soprattutto Fontina. “La Fontina dà lavoro a centinaia di persone, ma non dà da vivere a chi la produce!” Chi vende il latte ai caseifici riceve somme che non pagano i costi per mantenere gli animali, chi vende le Fontine alla cooperativa non ha una remunerazione adeguata. “Il sistema cooperativo dovrebbe aiutarci, ma da una parte siamo noi allevatori a non essere cooperativi, dall’altra il sistema è gestito politicamente e non ha come obiettivo il benessere degli allevatori. Da un punto di vista politico, qui in Valle prima si è speso troppo e male, così oggi il sistema sta crollando.

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Alpeggio abbandonato – Conca di By, Ollomont (AO)

C’è il rischio di rimanere senza parole, di fronte a simili affermazioni. Ma Chadel ha ancora qualcosa da dire, per completare le prospettive che attendono l’allevamento valdostano. “Nell’ultimo decennio ha chiuso il 30% delle aziende e non parlo solo di anziani che hanno cessato l’attività senza avere continuità. Il sistema attuale sta crollando. Se questo accadrà, chi sopravviverà lo farà lavorando in altro modo. Si abbandoneranno gli alpeggi scomodi, i mayen, le razze autoctone meno produttive. Anche i prodotti scompariranno, cambierà tutto, persino il paesaggio.” Perché infatti continuare al alzarsi nel cuore della notte per mungere, lavorare due volte al giorno il latte come si fa oggi per la Fontina, vincolata inoltre alle razze locali? Magari ci sarà chi punterà a razze da carne e chi a vacche dalla lattazione più abbondante, a discapito della qualità, del prodotto, del territorio, della tradizione.

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Mandria in alpeggio a By di Farinet – Ollomont (AO)

Oggi chi vuole partire da zero è un pazzo. La stalla e gli investimenti che deve fare non se li ripagherà in tutta la vita. La passione negli allevatori c’è ancora, per forza, ma l’entusiasmo no. Io però continuo ancora a credere in quello che sto facendo. Sapendo le difficoltà che ci sono, il prodotto, i prodotti, sono la nostra unica salvezza. Parlo della Fontina d’alpeggio, che deve essere identificabile dal consumatore. Sarà uno dei nostri punti di partenza. Poi abbiamo un progetto sul latte IGP. Inoltre bisogna valorizzare la carne dei nostri animali: nonostante il metodo di allevamento, sono vendute dai produttori a prezzi inferiori alla media, anche se poi al consumatore nei negozi arrivano ad altre cifre. Il consumatore che abbiamo oggi è più informato e consapevole, quindi capirebbe se ci muovessimo a presentare i prodotti in un altro modo, con più valorizzazione e prezzi che ripaghino gli allevatori del lavoro svolto.

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Pierrey – Vallone di Saint Barthelemy, Nus (AO)

Non so cosa accadrà in futuro, in questa e nelle prossime stagioni. Il clima che si respira tra gli allevatori è effettivamente di profonda sfiducia. Ripensando alle interviste raccolte lo scorso anno, si staccavano dal coro le voci di chi aveva già cambiato qualcosa nel sistema, inventando nuovi prodotti da vendere direttamente o comunque puntando sulla valorizzazione e sul rapporto con il consumatore. Chi questo mondo l’ha sempre vissuto fin dalla nascita, ci può far vedere quante cose sono già andate perse nella gestione degli alpeggi, con pascoli scomodi che non vengono più utilizzati e altri che vengono pascolati “male”. Il concime non sempre viene sparso a fertilizzare i pascoli, sempre meno animali salgono sugli alpeggi… Speriamo cambi qualcosa. Come consumatori, cerchiamo di contribuire, tanti piccoli gesti possono invertire la tendenza. Investiamo un po’ di tempo e di denaro per cercare il prodotto giusto, sia per portarcelo a casa, sia per degustarlo in loco (magari negli agriturismo).

Passione per la lana

Manca ancora l’ultima tappa della mia trasferta. Sono anche stata in Lessinia, ma di quello vi parlerò in seguito, dedicando un post ad un argomento scottante… Volevo invece raccontarvi qualcosa di più tranquillo e rilassante, così vi spiego cos’è stata la Via della Lana.

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La Via della Lana – Follina (TV)

Già anni fa ero stata invitata a questa manifestazione, ma erano tempi in cui il pascolo vagante mi impegnava in prima persona, quindi avevo dovuto rifiutare, temendo che la data coincidesse con la transumanza verso l’alpeggio. Quest’anno invece sono riuscita ad organizzarmi e così eccomi arrivare a Follina, in provincia di Treviso.

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Abbazia di Santa Maria – Follina (TV)

Il paese oggi è famoso soprattutto per la meravigliosa Abbazia, un vero gioiellino storico e architettonico. Follina rientra nei borghi più belli d’Italia soprattutto grazie a questo monumento.

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Follina (TV)

Facendo due passi nella zona centrale più antica, si nota soprattutto la presenza dell’acqua, ma anche quelle di molti (ex) lanifici. Quello dove si tiene la manifestazione invece è ancora attivo e lo scoprirò durante la visita guidata della domenica mattina. Il nome Follina pare derivi dalla “follatura”, uno dei passaggi della lavorazione dei tessuti in lana.

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Coperte di lana di pecora alpagota – Lanificio Paoletti, Follina (TV)

Il sabato, dopo la conferenza iniziale, dove si è parlato soprattutto (ovviamente) di lana, c’era modo di visitare alcuni spazi della fabbrica, compresa una stanza dove si potevano comprare gli scampoli più disparati, ma anche morbidissime e caldissime coperte e sciarpe. La situazione “lana”, come ben sanno gli addetti ai lavori, non è buona. I pastori faticano nuovamente a smaltirla (spesso senza nemmeno prendere un soldo), uno stabilimento che si occupava del lavaggio di molta lana nel Nord Italia (in provincia di Bergamo) è sull’orlo del fallimento, il consumatore ne usa poca… Insomma, che futuro c’è? Ci sono piccole iniziative locali di recupero, magari legate ad una razza di pecora o a una valle, ma sono marginali rispetto alla produzione globale. A Biella la lana la raccolgono, la scelgono e la vendono all’asta, consegnando al pastore una “pagella” su quello che ha conferito, ovviamente pagandogliela di conseguenza.

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Il becco castrato “tira” il gregge – Follina (TV)

La domenica sono arrivate le pecore, quelle del gregge vagante di Caterina e Sergio, che d’estate salgono in Valcellina, in Friuli Venezia Giulia. Dall’Alpago arrivava un altro gruppetto di animali, che è stato protagonista della tosatura.

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Tosatura di pecora alpagota – Follina (TV)

E’ infatti stato mostrato al pubblico come vengono tosate le pecore. Il tosatore non aveva ancora avviata la macchinetta che… già una signora del pubblico aveva esclamato: “Poverine!“. Caterina mi ha preceduta nella replica: “Signora… ma lei perché oggi che fa caldo non ha il cappotto addosso? Pensa che starebbero bene d’estate con tutta la lana addosso?

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Il sig. Paoletti con la pastora Caterina – Follina (TV)

L’animatore/ideatore/motore di tutta la manifestazione è stato soprattutto il sig. Paoletti, titolare del lanificio. Le persone impegnate nella buona riuscita de “La Via della Lana” sono state molte, ma senza la passione e la dedizione della famiglia Paoletti sicuramente queste giornate non sarebbero state così coinvolgenti ed emozionanti.

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Dalla balla di lana al filo – Follina (TV)

Personalmente devo dire che il momento che in assoluto ho apprezzato maggiormente è stata la visita completa al lanificio. Nel mio caso, la guida è stata il sig. Paoletti in persona. In questi anni vi ho parlato molte volte di passione riferendomi agli allevatori: bene, qui c’era passione allo stesso modo, la passione per la lana, per questa materia prima che qui viene ancora lavorata valorizzandola al meglio, rispettandola, con piena consapevolezza di tutto quello che c’è dietro a quel materiale che arriva in grosse balle compresse.

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Varie fasi della lavorazione della lana nel Lanificio Paoletti – Follina (TV)

Oggi il lanificio impiega solo più una trentina di persone, produce soprattutto filati per designer e grandi aziende della moda, firme importanti “…che però tirano sul centesimo nel pagare il prodotto. Un vestito che nelle boutique viene venduto a 700 euro avrà 25 euro di costo di tessuto!“. E’ stato estremamente affascinante vedere la lana passare di macchina in macchina e trasformarsi, fino ad avere il tessuto finale. Alcuni macchinari ancora in uso risalgono addirittura agli anni Cinquanta: “E’ quello per fare il tweed, ha tutte le trasmissioni a cinghie. Non lo cambiamo perché è ancora quello che ci permette di avere il prodotto migliore. Ma se si rompe qualcosa bisogna ripararlo, ovviamente non si trovano più i pezzi di ricambio.” In altri macchinari invece è subentrata la tecnologia, i computer. Il signor Paoletti racconta, spiega, mostra al gruppo ogni passaggio e si vede che ama il suo lavoro, quello che fa, fin nei dettagli. Anche nel caso di questo mestiere, se non ci fosse la passione probabilmente la famiglia avrebbe smesso, poiché molte cose, queste giornate in primo luogo, non verrebbero più fatte, dedicandoci così tanto tempo e impegno.

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Col-lana – Follina (TV)

La manifestazione prevedeva anche esposizioni di artigiani, molti dei quali usavano la lana come componente principale dei loro manufatti. Vi erano inoltre laboratori dedicati ai bambini, dove si imparava a fare il feltro, e molto altro ancora.

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La sala delle proiezioni – Follina (TV)

Io ero stata invitata non solo per parlare di pastorizia, ma soprattutto per portare il film “Tutti i giorni è lunedì”, realizzato qualche anno fa con il progetto Propast. Nel video si vedono 5 famiglie di pastori piemontesi, ciascuna con un’impostazione lavorativa differente, a mostrare come oggi non ci sia IL pastore, ma tanti pastori con le loro famiglie, le loro storie.

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Colline del Prosecco – Rolle (TV)

Sono poi ripartita da Follina attraversando le colline del Prosecco. Ho anche sentito parlare tanto di questi vigneti, nei giorni che sono stata là. Vigneti che un tempo appartenevano solo esclusivamente alle colline, mentre oggi hanno colonizzato tutto, anche aree non esattamente vocate a questo genere di coltivazione. L’estensione e l’espansione dei vigneti rappresenta anche un problema per i pastori transumanti… una delle tante difficoltà per il pascolo vagante. Permettetemi di chiudere ringraziando ancora sentitamente tutte le persone che mi hanno accolta e che ho incontrato nelle giornate passate a Follina. Complimenti davvero per la bellissima manifestazione e… al prossimo anno!

Ancora sul lavoro di allevatore

Quando ho chiesto a chi mi segue su Facebook di spiegare il perché l’allevatore continua a fare il suo mestiere “nonostante tutto”, di risposte ne ho ricevute molte. Ho già scritto ieri qui, riportando alcune testimonianze. Mi è stato fatto notare che mancava una motivazione: “A cinquant’anni (ma anche a 45, e ancora di più a 60) cosa vai a fare?“. Volevo però riportarvi altre storie che mi sono state mandate.

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Vacche piemontesi in alpeggio – Valle Po (CN)

Dalla provincia di Cuneo, mi scrive Giovanni, fedele lettore di questo blog e dei miei libri. La sua è una testimonianza importante anche perché spiega il modo in cui lui ce la sta facendo ad andare avanti in questo periodo difficile. “Approfitto per dirti il mio pensiero sul lavoro di allevatore. Io ho sempre voluto fare l’allevatore, non volevo nemmeno continuare gli studi dopo le medie, ma poi ho fatto superiori ed università  senza mai mollare gli animali. Finiti gli studi ho provato anche a fare il veterinario, ma mi mancava troppo dedicare tutto il mio tempo alle mie mucche! Così  sono andato contro tutto e tutti e ho fatto la mia scelta sapendo che non sarebbe stato facile, ma almeno facevo quello che ho sempre sognato.Devo però dire che aver incontrato l’associazione La Granda ha fatto la differenza: senza di loro probabilmente avrei già chiuso per i troppi costi che ha un piccolo allevamento; invece grazie al giusto valore riconosciuto all’animale e al fatto di essere un gruppo che ti fa coraggio davanti alle difficoltà sono ancora sulla breccia! Oltre al fatto di non sentirsi soli, alcune spese possono essere distribuite fra tutti e così  il singolo allevatore ha un risparmio. Io comunque non riuscirei a vedermi in un lavoro che non sia l’allevamento e il mondo rurale!

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Vitelli in alpeggio – Appennino (PC)

Lunga e articolata la testimonianza di Lorenzo, dalla Toscana. “E’ la passione per questo mestiere che non mi fa cambiare. Io non sono un “figlio d’arte” al massimo un “nipote d’arte” (e non ho mai conosciuto mio nonno). Fin da bambino ho sempre avuto la passione per gli animali da reddito, la coltivazione, in generale per l’agricoltura. Nonostante la completa mancanza di possibilità logistiche , ho sempre concentrato i miei sforzi per raggiungere la mia passione. Non ho mai fatto valutazioni economiche a priori, ma ho sempre cercato di fare scelte sostenibili. Non sono diventato ricco, ma non ho mai fallito in pieno, tanti errori, e di conseguenza tanti insegnamenti.

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Pascolo primaverile – Cumiana (TO)

Dopo gli studi agrari, prima di diventare agricoltore, ho fatto il giardiniere a Milano in proprio, il che mi ha permesso di guadagnare in pochi anni le risorse per comprare il terreno nudo in Toscana. Quindi ho toccato con mano altre forme di guadagno molto più facili. Ma solo la grande passione può darti la forza di vivere tutte le molteplici difficoltà del mondo agricolo.

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Momenti di vita pastorale – Cumiana (TO)

Lorenzo, nel suo messaggio, parla di un aspetto non trascurabile nell’andamento dell’azienda, quello della famiglia. “Non trascurabili pure i problemi familiari e matrimoniali… se entrambi non si ha una grande passione per questo mestiere, non si resiste più di tanto e non si può andare avanti insieme… Da poco , in seguito a questo cambiamento di “assetto familiare” ho potuto intraprendere anche l’allevamento da latte… Pure destagionalizzo… Mazzata ulteriore… Per chi non nasce in una famiglia di allevatori, ed è pure solo, è proprio paragonabile alla galera… E i guadagni, in rapporto agli impegni, precipitano quasi a zero. Ma la passione, solo lei! , ti spinge a continuare… E le piccole soddisfazioni, ti danno la forza di insistere e vedere il futuro più roseo. Certo viste tutte le difficoltà, per restare in piedi, bisogna perseguire grande professionalità. E sono convinto che ci si può arrivare.

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Pecore merinos alla fiera – Roaschia (CN)

Lorenzo passa quindi a fare delle importanti analisi economiche e sociali. “Il fattore importante, che manca alla stragrande maggioranza degli agricoltori ed allevatori, è non dare importanza all’aspetto commerciale. Dobbiamo chiudere il ciclo produttivo con la vendita dei nostri prodotti, senza passare attraverso intermediari. E non tutti possono fare vendita diretta, prodotti di nicchia, o altissima qualità, per pochi portafogli… non c’è spazio per tutti! Ci si deve dedicare anche ai comuni consumatori delle città, il volume del loro consumo è enorme. Se non si riesce ad organizzarsi da soli, bisogna unirsi in gruppo! Ci vuole molta intelligenza! E molta onestà. Pensare solo al proprio orticello non ci porta lontano… Per concludere, dopo tanti anni di lavoro e sacrifici, non so proprio se lo rifarei e in questo modo, ma sono certo che non avrei potuto fare altro, questione di genoma!

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Momenti di lavoro – Introd (AO)

Lorenzo è un allevatore-scrittore! Così mi ha mandato ancora un’altra riflessione (che condivido in pieno), a completare i discorsi che si facevano ieri: “E’ anche giusto che il fieno aumenti, a parte le speculazioni, se un ettaro ha reso un terzo, l’agricoltore ha diritto al solito stipendio, ci deve mangiare con quello. La cosa anormale, è che noi non riusciamo ad alzare i nostri prezzi. Oltretutto, così nessuno si rende conto di problemi che coinvolgono tutti, in modo diretto! Funziona così per ogni settore produttivo, perché con noi no!? Non ci sappiamo organizzare, siamo tutti cosi appassionati, attenti che non manchi niente ai nostri animali, o ai nostri campi…. e trascuriamo l’aspetto commerciale, ultimo anello della catena, ma il più importante, il principale, quello che potrebbe risolvere tanti dei nostri problemi.

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Pascoli d’alpeggio ad inizio stagione – Clavalitè (AO)

Le riflessioni sull’unione della categoria ci riportano a quanto diceva Giovanni all’inizio. Purtroppo però ho sia toccato con mano, sia visto e sentito tante esperienze, che mi portano a dire che nel settore zootecnico, per lo meno da queste parti, l’individualismo è tanto e la volontà di unirsi per obiettivi comuni molto scarsa. “Ci si deve concentrare su questo, soprattutto i giovani devono e possono farlo, aggregandoci, possiamo unire le produzioni, identificarle , proporle e gestirle. Come controlliamo ad esempio la salute degli animali, dobbiamo anche curare la vendita del prodotto, se serve, pure ricorrendo a persone specializzate. Questa autocritica, nasce dalla consapevolezza, che il più delle volte, viviamo male , il nostro mestiere è a rischio! Sappiamo tutti quanto è importante e nobile il nostro lavoro per mille aspetti, la passione che ci unisce , ci dia la forza e la voglia di risolvere questo problema.

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Formaggi prodotti all’interno del Parco Alpi Cozie a Cheese – Bra (CN)

Direi che questi amici ci hanno entrambi suggerito una strada per affrontare la crisi. E’ una vecchia ricetta, quella dell’unione che fa la forza. Voi cosa ne pensate? Avete avuto esperienze di questo tipo? Positive? Negative?

(Anche questa volta le foto sono generiche foto riguardanti l’allevamento e non sono relative alle realtà delle persone che mi hanno scritto)

Cambiare lavoro?

Recentemente mi è capitato di parlare con persone che non hanno contatti diretti con il mondo zootecnico. Stavo spiegando loro come questa stagione sia particolarmente dura per una serie di motivi: poche scorte di fieno a causa delle gelate primaverili e della siccità, costo del fieno (e degli altri foraggi) alle stelle, ma nello stesso tempo non aumenta il valore dei prodotti. Teoricamente dovrebbe succedere che, se mi costa di più produrre il bene xy, il suo prezzo di vendita finale aumenti. Ma non succede né con il latte, né con la carne… Mi sono così sentita chiedere come mai i titolari di queste aziende in crisi non cambiano lavoro. Perché non può essere solo una stagione sbagliata a mettere in ginocchio un’azienda, quindi erano già in crisi quando tutto “andava bene”. Vero, infatti le difficoltà c’erano già prima, questi mesi stanno danno il colpo di grazia a tanti che già vacillavano.

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Gregge in stalla, pianura torinese (TO)

Ma allora perché chi già era sull’orlo del baratro si ostina ad andare avanti? Perché l’allevatore che vende i propri animali deve essere proprio disperato… e quando li avrà venduti, non avrà risolto i suoi problemi, anzi… si aggiungerà un malessere che non so se trova uguali in chi cessa un’altra attività. Entrano in gioco tante cose, ma prima di tutto la PASSIONE, parola ricorrente abbinata a questo mestiere, e il legame con gli animali. Per dare una spiegazione a tutte quelle persone che chiedono “come mai non cambiano lavoro?“, ho provato a chiedere direttamente agli stessi allevatori. Ecco cosa mi hanno risposto alcuni di loro. Molti danno la risposta di Ubaldo: “Perché non si guarda al denaro, questa è una malattia spesso ereditaria.

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Covoni di fieno tradizionali – Angrogna, Val Pellice (TO)

Il denaro però alla fine lo devi guadare, quando finisce, quando non ne hai più nemmeno per comprare il fieno per le tue bestie, cosa fai? Non commentano su facebook, ma lo so che esistono anche queste realtà. Non per scelte sbagliate sul lavoro, ma per un crescente ammontare delle spese e una rendita sempre minore del proprio lavoro. Aumenta il gasolio, aumenta il fieno, aumenta il mangime, aumenta il prezzo di tutto quello che devi comprare, dal trattore al pezzo di ricambio, ma il latte te lo pagano sempre 30-40 centesimi al litro, gli agnelli a pochi euro al kg, i vitelli fatichi a darli via…

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Anziano allevatore durante una transumanza – Valle Maira (CN)

Non si cambia per rispetto di chi ha messo assieme qualcosa prima di noi, per rispetto di chi non ha da mangiare e perché non hai nessuno che ti comanda. Poi ci vuol coraggio anche ad andare a lavorare in fabbrica…“, dice Mario dalla Lombardia. Non mi ha scritto nessuno dicendomi: “Io l’ho fatto, io ho chiuso e sono andato a fare altro“, ma qualcuno mi ha detto “…questo è il mio mestiere, quale altro lavoro potrei andare a fare?“. Purtroppo so di persone che a forza di tirare la corda purtroppo o sono andate in fallimento o hanno dovuto vendere gli animali, poi il più delle volte hanno cercato lavoro come operai in aziende dello stesso settore. “Mi hanno chiamato per un lavoro di tutt’altro genere, sono lì da tre mesi, per un annetto o due posso farlo. Mungo mi lavo e vado dentro in macchina, faccio fatica e sono sempre teso“, racconta invece un giovane che cerca di portare avanti in parallelo le due cose, rendendosi conto che la sola azienda agricola non gli consente di vivere.

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Vacche in stalla – Valli di Lanzo (TO)

Silvio dalla provincia di Cuneo: “Sono… nuovo del mestiere… è da pochi mesi che mi sono iscritto alla categoria! Fin da piccolo però ho sempre trafficato, ero appassionato delle bestie con i nonni prima e dopo con mio padre, che era in pensione dalla Michelin. Io però sono finito a lavorare fuori e mio fratello è rimasto qua, poi il mio lavoro è andato a finire male come per tanti altri e alla chiusura mi sono ritrovato in disoccupazione. Adesso sono nei coltivatori con mio fratello e mia cognata, la resa sappiamo quella che è, si tribola ad andare avanti, ma finalmente faccio quello che mi piace che avrei già dovuto fare 30 anni fa, perché alla fine è la nostra vita, la nostra passione le nostre radici e non cambierei più con nessun altro lavoro e nessuna paga…

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Giovane appassionato – Aosta

Francesco, dalla Lombardia: “Sono un allevatore dopo aver fatto diverse marce indietro. Io allevavo capre quando ho cominciato, poi le ho vendute per mancanza di spazio. Sono cresciuto con i miei zii e con loro ho imparato a fare il formaggio, a gestire una mandria in alpe fino al 2005, poi da sera alla mattina mi sono trovato sbattuto fuori dalla stalla. Ho ripreso pian piano e adesso sono arrivato a 10 fattrici piemontesi. Ho fatto altri lavori, o meglio ci ho provato, ma non riesci… o meglio sei anche un operaio modello sempre attento, ma il tuo cuore è altrove…

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Capretti fiurinà – Scalenghe (TO)

Laura, dal Cuneese: “A me è stata invece rivolta la domanda inversa… Io lavoro in fabbrica e ho il posto fisso, ma tra qualche mese lascio per intraprendere l’attività d’allevatore di camosciate e trasformazione di latte. Parecchi mi hanno chiesto perché sono così ”stupida” da lasciare il lavoro fisso per un lavoro a casa che non si ha mai una sicurezza nelle entrate…“. Laura, dalla collina torinese: “È un modo di vivere, qualcosa che hai dentro. In un certo senso non è neanche una scelta, perché vivere diversamente è impensabile. Se fossi giovane rifarei lo stesso ma non in Italia.

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Transumanza in Val Pellice (TO)

Andrea, ancora dal Cuneese: “Noi alleviamo bovini, facciamo alpeggio e trasformiamo il latte tutto l’anno… Secondo me però la risposta è già nella domanda stessa, la chiave è la parola “lavoro”. Il nostro credo non possa essere considerato soltanto “lavoro” , è qualcosa che va oltre ad un orario, uno stipendio o un reddito, è qualcosa che abbiamo nel sangue e nel cuore, una natura, un istinto, un richiamo…. Con i nostri animali si crea un legame forte, a me piace pensare che sia come una grande famiglia, e in famiglia quando le cose non vanno bene ci si stringe cercando di farsi forza l’un l’altro e si cerca di tirare avanti… Di sola gloria non si vive, lo so, ma credo che “lasciare” i nostri animali per andate a fare altro sia proprio l’ultima delle soluzioni…

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Pecora con il suo agnello nato da poco – Cumiana (TO)

Marco, emigrato all’estero: “Non è un lavoro ma uno stile di vita. Le domande sono anche altre forse. Posso imporlo ai miei figli nel contesto sociale del 2018 anche quando i conti non sono rosei? E fino a che punto tirare la corda in passivo? Per la cronaca, io ho chiuso dieci anni fa in Piemonte e ho una azienda familiare in pedemontana polacca.  Che per certi versi vuol dire portare indietro l’orologio ai tempi abbastanza buoni dell’Italia e darsi un livello economico decoroso. So che è impopolare in questa sede, ma a un giovane consiglierei di prendere in considerazione l’estero. Anzi l’estero lo consiglierei anche a chi è in crisi e vuol valutare una alternativa alla chiusura. Ho dimenticato di descrivere l’azienda: avevo vacche piemontesi in provincia di Novara e adesso faccio lumache e ortaggi in Polonia con circa sette ettari. Ho 37 anni e due figli piccoli. Penso che un dato importante su una opinione sia anche l’età che uno ha. Io ho imparato a vedere il mondo diversamente con il passare degli anni.

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Vacche in alpeggio in Val di Susa (TO)

Virginia, dalle Langhe: “Domanda da un milione di dollari. Noi abbiamo un allevamento (piccolo) di bovine da latte, facciamo pascolo, vendiamo il latte ad un piccolo caseificio e una parte la trasformiamo noi. Perché non si cambia lavoro? Perché il nostro non è solo lavoro, è la nostra vita, la nostra passione. Siamo legati alle bestie ed al territorio. Io sono diplomata e avevo la possibilità di svolgere un lavoro con orari regolari e al pulito, ma non faceva per me. Pian piano abbiamo comprato le prime vacche e ora ci siamo ingranditi e i primi risultati cominciano a vedersi. Lo rifarei altre mille volte!!! Certo si fa fatica, ci si arrabbia, ma non ci arrendiamo mai e la mia vita, che poi è anche il mio lavoro, non la cambierei per niente al mondo!!!!

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Vacca in alpeggio – Gressoney (AO)

Jessica, allevatrice valdostana: “Abbiamo mucche da latte. Il senso di libertà che si prova a lavorare a contatto con la natura non ha prezzo! Un bel respiro profondo dell’aria fresca di alpeggio vi farebbe assaporare la mia sensazione di felicità! Che sia un lavoro duro, faticoso e anche poco redditizio può essere vero, ma quante soddisfazioni dà? Chi ha la fortuna di avere delle compagne di avventura così fedeli, che ti dimostrano affetto, ti coccolano, ti chiamano? Sono solo animali (dice qualcuno) ma si esprimono meglio che noi umani! Con i propri animali si viene ad instaurare un rapporto speciale fatto di lealtà , di fiducia reciproca, di momenti gioiosi come di momenti brutti, ma la passione e la voglia di non mollare fanno passare ogni paura! Bisogna provarle certe sensazioni per capirle!

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Mandria in alpeggio – Trentino

Marta, dalla Valsesia: “Io e i miei genitori abbiamo bovini da latte d’estate andiamo in alpeggio e trasformiamo, in inverno vendiamo il latte. Con i tempi che corrono anche io mi sono chiesta qualche volta se ne valga la pena o meno. In primo luogo per me è uno stile di vita, ci sono nata e tra i miei primissimi ricordi ci sono vacche, vitelli e cani da pastore. Certo è un lavoro duro, ma dal punto di vista personale gli animali mi danno moltissimo, è avere la vita tra le mani tutti i giorni, fare questo mestiere lo vedo più come un dono che come un dovere. I momenti di scoraggiamento non mancano, ma quante volte nella vita un operaio ha l’occasione di tenere fra le braccia un vitellino appena nato, andare a mungere con il sole che sorge e vedere la vita intorno a sé svegliarsi? Non trovo nemmeno le parole adatte per esprimere quante più cose ci siano nella vita dell’allevatore al di là del lavoro.

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Formaggi di alpeggio in vendita in una fiera in Valle Po (CN)

Elisabetta, in provincia di Torino: “Abbiamo un’azienda agricola con vacche da latte, Barà e piemontesi. Trasformiamo tutto il latte nel nostro piccolo caseificio e vendiamo i prodotti al mercato o li usiamo in agriturismo. Mio papà, mio fratello e mio nonno curano le vacche e la stalla, io con mia nonna e mia mamma produciamo e andiamo a vendere. Non è facile, ci sono molte spese e scadenze, non sempre va come vorresti. Manca l’erba in autunno, il fieno in inverno, l’erba per fienare in estate, ma non manca mai la voglia e la passione!! Troppe volte mi pento di non aver preso il diploma, un po’ per egoismo, un po’ per crescita personale, anche se penso che non sia un pezzo di carta a dimostrare chi sei. Troppe volte penso di mollare e di fare un lavoro tranquillo “da donna”, ma poi guardo cosa mi hanno lasciato i miei e mi dico: “No! Non si può cambiare lavoro!” Se nasci in una famiglia così, con certi valori, stringi i denti e vai…avanti!

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Capre valdostane in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Non so se questa carrellata di testimonianze sia sufficiente a spiegare ad un “non addetto ai lavori” perché non ci si arrende fino all’ultimo, anche quando si lavora in perdita, anche quando per mantenere i tuoi animali finisci per spendere i soldi che avevi messo da parte in passato. Lo fai sperando che prima o poi le cose cambino, che non vengano giorni peggiori, ma migliori.

(N.B. Le foto di questo post non fanno riferimento alle testimonianze, ma riguardano allevatori e aziende da me visitati nel corso degli ultimi anni)

 

Va male anche di là?

Arriva l’estate, gli alpeggi si animano, a volte si riesce anche ad andare a fare un giro oltreconfine per riempirsi gli occhi di belle immagini. Ci sono varie forme di turismo, chi va a vedere le città d’arte, i musei, chi va al mare e chi si immerge nel paesaggio rurale.

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Prati sulla strada che porta a Davos – Canton Grigioni

L’erba del vicino, lo sappiamo bene, pensiamo sia sempre più verde. Ognuno ha i suoi miti, ci sono delle regioni considerate dei paradisi dagli abitanti delle altre (il Trentino Alto Adige e la Val d’Aosta, tanto per fare due nomi), oppure si pensa all’estero, e allora si crede che in Svizzera vada tutto bene e gli agricoltori/allevatori là facciano una bella vita.

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Vacche in alpeggio al Fluelapass – Grigioni

Sicuramente ovunque c’è chi sta meglio e chi sta peggio, ma i problemi non mancano per nessuno, di questi tempi. Bisognerebbe avere dei contatti diretti e dei punti di vista da parte di persone del luogo per verificare veramente come stanno le cose. Il bello del mondo virtuale è che questi scambi li possiamo avere davvero anche senza muoverci da casa, quindi confido nei commenti da parte degli amici elvetici.

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Discesa dal tramuto superiore – Lago di Luzzone – Ticino

Certo, ci sono Italiani che vanno a fare la stagione proprio in Svizzera, chi con le pecore, chi con i bovini. Guadagnano bene, ma solo se quello stipendio verranno a spenderlo poi in Italia, altrimenti là la vita è molto più cara che da noi.

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Azienda agricola a Bergun – Grigioni

Mi è capitato recentemente di vedere on-line alcuni video che parlano della crisi del settore agricolo in Svizzera, soprattutto per quello che riguarda le piccole aziende agricole. Stiamo parlando logicamente di aziende “di montagna”, vista la conformazione territoriale della confederazione elvetica. Anche da loro, nonostante aiuti e contributi, il piccolo agricoltore/allevatore sta sparendo.

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Formaggi d’alpeggio – Val di Blenio – Ticino

Andate a guardare questo video andato in onda sulla rete televisiva della Svizzera Italiana alcuni mesi fa. Parla soprattutto di alpeggi nel Canton Ticino e di produzioni casearie. Vi sono storie, volti, parole che ritroviamo negli allevatori di tutti i paesi: passione, entusiasmo, amore per gli animali e per un certo tipo di vita. Però tutto ciò non basta a portare a casa la pagnotta, con le spese che tocca affrontare al giorno d’oggi.

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Rotoballe di fieno ad alta quota – Julierpass – Oberhalbstein

…Eppure la sopravvivenza degli alpeggi è minacciata. Il reddito medio per chi fa questo lavoro si aggira sui 4 mila franchi mensili ed è in calo costante. Anche il numero delle aziende (specie quelle di piccole dimensioni ) è in calo.” Questa è la presentazione sintetica del servizio. In un video in lingua francese che ho visto su facebook, si parla di 990 aziende agricole chiuse nel 2016.

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Val Poschiavo – Ticino

In attesa dei commenti degli amici svizzeri, ho cercato un po’ di notizie on-line: qui un commento politico dove (un po’ come succede da noi) si smentisce la crisi e si afferma che si tratta solo di una riorganizzazione del sistema. Tecnicamente può anche darsi che sia vero, economisti e politici possono anche dire che chiudono x aziende piccole, ma ci sono y aziende di dimensioni maggiori per cui la terra è comunque coltivata, le stalle piene, ecc ecc

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Pascoli e prati in Alta Engadina – Grigioni

Sappiamo però fin troppo bene come i numeri e la carta siano una cosa, la realtà e il territorio tutta un’altra. Un conto è la cura che può avere il piccolo (cura per il paesaggio, per i prodotti, per gli animali, per le strutture), un altro l’azienda di grosse dimensioni. Il piccolo sarà anche una nullità a livello economico, ma la sua importanza (soprattutto nel territorio della montagna o della collina) è fondamentale. Aree che vivono anche di turismo, possono “vendere” un paesaggio di un certo tipo fin quando ci saranno le piccole aziende agricole. Di articoli se ne possono leggere molti altri, anche in lingua italiana. La  situazione non è affatto rosea. L’erba del vicino secca come la nostra…