L’albero della morte

Ieri mi ha telefonato un amico allevatore, raccontandomi la sua disavventura. Qualche settimana fa, arrivando al mattino dal suo gregge, ha visto prima una, poi due, poi diverse decine di animali morti, gambe all’aria, pance gonfie. Nel primo istante ha pensato ad un attacco del lupo (già successo, negli anni scorsi). Avvicinandosi ha però capito che si trattata di altro. Gli animali non erano feriti, erano gonfi, cianotici. Un avvelenamento. Chi poteva aver fatto una cosa del genere?

Taxus baccata (Immagine dal web)

Ha chiamato i veterinari e, dalle analisi, è risultato subito chiaro che l’uomo non centrava nulla, o meglio, non in modo diretto. Il responsabile era una pianta, il Taxus baccata. Il suo racconto mi ha sorpresa, perché proprio il giorno prima avevo letto un articolo su di un fatto analogo capitato ad un allevatore di capre in Piemonte. Anche l’amico al telefono ne era a conoscenza, e infatti mi ha detto: “Io non ne sapevo niente, non conoscevo la pianta, qui non se ne vede, ce n’erano nel giardino di una villa e non sapevo fosse così velenosa. Come me, non lo sapranno molti altri. Ho pensato a te, se potevi scrivere qualcosa, perché bisognerebbe far circolare la notizia il più possibile, in modo da evitare che succede ancora ad altri!

L’allevatore Mauro Garbolino con una delle capre morte per ingestione di tasso (Foto dal web)

Vediamo di capire meglio di cosa si tratta. Sapevo a grandi linee della pericolosità del tasso, ho delle reminscenze di studi universitari in cui si diceva che tutta la pianta è velenosa, a parte l’arillo, la parte rossa e carnosa del frutto. Ma perché in questo articolo sui fatti capitati nelle Valli di Lanzo si dice che sono state avvelenate dalle bacche?

Ancora un’immagine del tasso (Foto dal web)

Tutta la pianta è velenosa, in particolare gli aghi e i semi. Inoltre, nel periodo invernale, il veleno si concentra. In questo sito leggiamo: “La velenosità del tasso è leggendaria. Ne parla già Giulio Cesare nel De bello gallico a proposito di un capo celtico (Catuvolco) che, piuttosto che arrendersi alle legioni romane, preferì suicidarsi con il tasso. Gli antichi ritenevano addirittura che dormire sotto i tassi nuocesse alla salute, probabilmente per l’abbondante produzione di polline da parte delle piante maschili in primavera. Il tasso era un tempo abbondante in tutta Europa, ma la sua popolazione spontanea è stata sistematicamente decimata per via della sua velenosità per gli animali e l’uomo, e per l’utilizzo del suo legno per fare archi e mobili. Il tasso è oggi comune nei parchi, ed è soprattutto in questo contesto urbano che possiamo ammirarne la bellezza. Il tasso è caratterizzato da una crescita lentissima, e sono state descritti esemplari plurimillenari.
In Piemonte sono presenti due esemplari monumentali con una circonferenza superiore ai tre metri e mezzo. Uno si trova nel parco del castello di Racconigi (CN), e l’altro a Cavandone vicino a Verbania, e sono censiti fra gli alberi monumentali italiani. Il tasso era anche una pianta sacra nella tradizione celtica, e, prima della sua sostituzione con i cipressi, era comune nei cimiteri. La velenosità del tasso è ampiamente documentata anche nella Letteratura. Il tasso è uno dei candidati per l’
hebenon, veleno misterioso con cui, nell’Amleto di Shakespeare, il padre del protagonista è ucciso dal fratello (vedasi anche la voce giusquiamo), e, in epoca più recente, un omicidio con il veleno del tasso è alla base di uno dei racconti più famosi di Agatha Christie (Una tasca piena di avena).

Piante di tasso potate in forme ornamentali (Foto dal web)

Chissà se, chi lo utilizza in siepi e giardini, è al corrente della sua velenosità? Interessanti i suggerimenti, consigli e avvertenze che troviamo in questo sito svizzero. Si sconsiglia di piantarlo in parchi e giardini, specialmente se frequentati da bambini, ma anche di utilizzarne i rami per semplici decorazioni natalizia.

Il tasso monumentale in provincia di Verbania (Foto dal web)

Se viene chiamato “Albero della morte” ci sarà un perché… Un tempo evidentemente lo si conosceva bene ed, essendo molto più presente allo stato naturale, i pastori lo conoscevano e anche gli animali, probabilmente, avevano imparato ad evitarlo, così come accade attualmente con molte altre erbe e piante selvatiche, che non vengono consumate dagli animali abitualmente al pascolo.

Pecore morte per avvelenamento da tasso (Immagine dal web)

Cercando on-line, si scopre che ci sono diversi precedenti. Per esempio il post di questo veterinario, in Piemonte, che descrive un episodio analogo a quello capitato al mio amico. Siamo nel novembre 2019. “Alle 7.30 ricevo una chiamata da un allevatore di pecore: la sera prima ha messo tutte le sue pecore da rimonta (una trentina in totale) in un pascolo mai frequentato prima. La mattina ne ha trovate 6 morte e durante i 10 minuti della chiamata ne sono decedute improvvisamente altre 2.” Vengono fatte le autopsie all’Istituto zooprofilattico ed il responso è immediato, i rametti di tasso sono ancora nel rumine. “La quantità necessaria a produrre effetto tossico e letale è estremamente bassa: si ritiene che lo 0,1 % del peso corporeo, in foglie secche, sia letale per un cavallo, mentre nel bovino si arriva quasi a 500 grammi. Difficile riconoscere l’intossicazione dai sintomi. L’alcaloide inizialmente esercita il suo effetto a livello cardiaco e solo in seguito a livello neurologico. Gli animali colpiti inizialmente sembrano stare bene, poi si verificano tremori e debolezza con tendenza al collasso e rapidamente sopraggiunge la morte.

Fiori e foglie di oleandro, altra pianta molto velenosa (Immagine dal web)

Spero questo post possa contribuire ad evitare che si ripetano episodi simili. In prima persona, in passato, ho avuto brutte esperienze con altre piante ornamentali incontrate lungo il cammino del gregge: molto velenoso (pure per l’uomo) infatti è anche l’oleandro, facilmente riconoscibile quand’è fiorito, meno visibile quando vi sono solo le foglie (sempreverdi). Bisogna sempre fare molta attenzione a siepi e piante collocate davanti a giardini e cancelli, anche lungo le strade, ma il pericolo può spesso venire anche da mucchi di scarti di potatura che spesso vengono gettati in aperta campagna, in terreni abbandonati, lungo fossi e torrenti, ma anche accanto a bidoni dell’immondizia. Oltre all’oleandro, ricordo il caso di pecore morte per aver brucato una siepe di lauroceraso. Questa pianta infatti contiene acido cianidrico, che si libera soprattutto nella fermentazione (quindi nuovamente fare molta attenzione agli scarti di potatura!)

Pensieri montanari

Le brume oggi avvolgono la valle e si intravvede appena il profilo delle montagne. Le capre cercano ghiande a muso basso nel sottobosco. E’ una giornata d’autunno come tante, come sempre. Sì, quassù è tutto immutato, almeno in apparenza. Se non si ascoltasse il telegiornale o la radio, se non si aprissero i social, se non ci si muovesse da casa, ci potrebbe un’illusione di normalità. Ma non sono così fuori dal mondo, so bene quel che succede “intorno” a me, però nello stesso tempo mi sento fisicamente e mentalmente lontana da tutto, ogni giorno più lontana. Un po’ è un allontanamento volontario, per non farmi prendere da una certa isteria collettiva, un po’ è una strategia di sopravvivenza, dato che l’evitare contatti è comunque la migliore garanzia, di questi tempi (tanti non possono permetterselo, io sì, abbastanza), un po’ è un sentirmi sempre più distante dal modo di vivere e pensare di molta, moltissima gente. L’isolamento non è un gran sacrificio, i luoghi affollati mi hanno sempre messo a disagio, la compagnia ideale per i momenti “sociali” è sempre solo composta da pochi buoni amici.

Atmosfere autunnali con sguardo sulla valle – Petit Fenis, Nus (AO)

Che la folla, la concentrazione di esseri viventi, di esseri umani, fosse malsana già si sapeva. La qualità della vita si abbassa quando molte persone vivono le une vicine alle altre, sopra, sotto alle altre. Forse dal di fuori lo vediamo e lo capiamo meglio? Forse chi vive in città sta bene dov’è, si sente addirittura protetto, avendo perso di vista tutto ciò che è naturale. Cosa penserà quel minuscolo pedone che cammina su di un marciapiedi in città, circondato da immensi grattacieli incombenti su di lui, affiancato da un flusso ininterrotto di auto, furgoni, bus?

Atmosfere urbane – Genova

Io, in montagna, so di non essere niente, una nullità. Più che mai in questa stagione si rafforza questa sensazione, quando in quota c’è un silenzio assoluto e le pareti, spruzzate di neve, sembrano ancora più alte ed austere, svettanti verso il cielo. Mi sento fragile, so che basta anche solo un minuscolo sasso in caduta dall’alto per colpirmi a morte. Il pericolo è ovunque, evitarlo può dipendere dal mio comportamento, dalla mia prudenza, ma non solo, c’è sempre una componente di casualità. Più di una volta, pascolando le pecore, ho visto una pietra rotolare sul versante e colpire fatalmente un animale che fino ad un attimo prima era lì a mangiare con le sue compagne.

Autunno nel Vallone di Saint Barthélemy – Nus (AO)

Quassù vita e morte sono una cosa naturale, quotidiana, ciclica. Gli stambecchi più forti, sani, grassi, pascolano in branco, i maschi da una parte, femmine e capretti dall’altra. Poi c’è il vecchio maschio solitario, o l’individuo ferito, malato, quello che non ha accumulato abbastanza riserve per superare la stagione invernale. In questo caso non c’è solidarietà, quella esiste più nelle favole che non in natura, dove questi animali si allontanano o vengono allontanati dal branco, perché fragili, deboli, portatori di malattie, facilmente cacciabili dai predatori, quindi pericolosi per i loro simili.

Maschi di stambecco nel pieno della forma a fine settembre – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Quando l’uomo gli animali li alleva, interviene per curarli, per quanto possibile. Però la morte arriva, talvolta per problemi di parto, oppure colpisce un soggetto già debole, capita anche che muoia o si debba sopprimere un capo giovane, quello che fino a poco prima sembrava essere il più bello e in forze, ma che poi si ammala all’improvviso. Non si si abitua mai, fa male, ma si sa che è così, la morte è una componente della vita. C’è gente che invece persino evita di nominarla…

Vecchio stambecco solitario, troppo magro per affrontare l’inverno – Champoluc, Val d’Ayas (AO)

Cosa passa per la testa di tutti coloro che pensano che un virus sia un “complotto”? Senza dubbio c’è chi si sta approfittando della situazione che si è venuta a creare con la pandemia e le varie decisioni prese per cercare di arginarla. Il male di uno può essere il bene dell’altro, è una legge di natura anche quella, in fondo. Ci sarà sempre chi si ciba della carcassa di quello stambecco solitario, il giorno che non si alzerà più.

Grifoni intorno ad una carcassa in un canalone – Val di Susa (TO)

Io il virus lo vedo come un segnale della natura verso l’uomo, che sta vivendo nel modo sbagliato, o anche come uno strumento della natura per auto-regolarsi, perché siamo in troppi, viviamo tutti appiccicati gli uni agli altri, in ambienti inquinati, facendo una vita spesso poco sana, quindi siamo troppo fragili. Inoltre ci vogliamo spostare continuamente, con ogni mezzo, persone e merci in un giorno possono fare il giro del globo. Sarebbe da stupirsi se un virus non riuscisse a spostarsi velocemente, così com’è accaduto.

Turisti in una giornata di pioggia nelle vie di Bolzano

Un gregge di capre sta bene, è sano, in forma. Viene unito ad altre greggi per la stagione estiva, tanti animali, appartenenti a cinque, dieci, venti proprietari diversi, tutti ugualmente sani, ma forse no. Sulla quantità, in mezzo a quelle cento o duecento capre, ce n’è uno o forse due che hanno un problema non visibile… ed ecco che tutti gli individui più deboli, quelli con meno anticorpi, quelli che hanno avuto meno contatti con altri in passato, si ammalano.

Gregge di capre in alpeggio – Pont, Valsavarenche (AO)

Passerà anche questo virus. Quel che mi preoccupa maggiormente è il fatto che, già in passato, non si sia investito abbastanza sulla sanità, visto che tutti vogliamo vivere il più a lungo possibile, mi preoccupa il fatto che già prima dovevi aspettare mesi per una semplice visita, che certi giorni passavi ore al telefono per riuscire a prendere la linea per prenotare una visita dal tuo medico di base! Adesso ci vogliono di nuovo chiudere in casa affinché non ci si ammali di Covid-19. Anzi, per non contagiarsi, perché non tutti si ammalano, e anche se ci si ammala, si può anche guarire. Qualcuno muore. Potrei essere io, ma sulla Terra sono quella nullità di cui si parlava. Chiusi in casa senza lavorare, come si fa? Qui in montagna un minimo di autosufficienza ce l’abbiamo, di fame non moriamo, di freddo nemmeno. Ma in città?

Folla nel centro di Aosta per la Fiera di Sant’Orso

I politici che vogliono “chiudere” perché la gente non muoia di Covid, perché non hanno mai chiuso le fabbriche di armi? Quelle ammazzano la gente, senza ombra di dubbio. E perché lo Stato vende le sigarette? C’è scritto persino sul pacchetto che il fumo uccide. Non mi fa “paura” il virus, cerco di seguire le regole per prevenire un possibile contagio, ma quassù non è difficile. Contatti pochissimi, tutte le occasioni “sociali” a cui partecipavamo sono state annullate (fiere, rassegne del bestiame, ecc.), ho fatto scorta della maggior parte dei generi alimentari che mi serviranno nei prossimi mesi. Quelli che non produciamo noi, solitamente li acquistavo in fiera (riso, farina da polenta, spezie, legumi), ma sto provvedendo a farmeli spedire dai produttori.

Fine stagione nei pascoli d’alpeggio per un gregge di pecore che pratica il pascolo vagante – Bardonecchia (TO)

Sicuramente altrove è diverso, lo capisco che abbiate paura. Quando si è in tanti, in troppi, tutti ammassati, ci sono più rischi ed è ovvio che servano più vaccini, più medicinali. Se si vive secondo natura, godendo del sole, del freddo, di cibi genuini, del territorio, di stagione, il nostro sistema immunitario e il nostro corpo sono più forti. Se sto fuori al freddo, rischio meno di prendermi un’influenza rispetto a chi sta tutto il giorno al chiuso. Gli animali, sotto la neve, all’aperto, se sono sani e hanno la pancia piena, non patiscono le basse temperature. Sono “cose della natura”, non c’è nemmeno da spiegarle a chi vive in montagna e fa questo mestiere.

Pascolo autunnale, tra ghiande e foglie – Petit Fenis, Nus (AO)

Le capre continuano a cercare ghiande, qualcuna alza il muso e si drizza per afferrare con i denti una foglia. Anche se, essendo animali domestici, siamo noi a pensare alla loro alimentazione, la natura fornirebbe comunque il giusto cibo per affrontare l’inverno: castagne e ghiande, altamente nutritive, insieme a tutte le foglie che, lentamente, cadranno a terra nei prossimi giorni.

Montagne silenziose, gli alpeggi si sono svuotati e il turismo di massa dei mesi scorsi è cessato con i primi freddi – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Non vi ho dato soluzioni, ci mancherebbe, chi sono io per farlo? Ho solo messo giù, nero su bianco, un po’ di pensieri. Riflessioni anche dure, ma occorre essere realisti e concreti, in un mondo sempre più virtuale che oggi si sta scontrando con questo aspetto della realtà. Anche nel più tecnologico dei mondi siamo comunque soggetti alle leggi della natura… e non sarà barricandoci in casa che diventeremo immortali! (testo scritto il 21.10.20)

La regola delle “3 S”

Non scrivo da un po’… c’era il fieno da fare, tra vari problemi siamo riusciti a portarlo a termine, subito dopo ci siamo concessi un piccolo “stacco”. Non so con quale criterio voi scegliate la meta delle vostre vacanze, ma in quest’estate un po’ particolare abbiamo guardato ad est, rimanendo tra i monti. L’Alto Adige è una località molto ambita, ma noi abbiamo scelto una vallata forse meno conosciuta, la Val Passiria. Lo confesso, una delle principali motivazioni per andare proprio lì era… il fatto che c’è una razza di capre originaria proprio di quella vallata. Inoltre, non essendo così famosa come altre località di quella regione, contavo di trovarla poco affollata.

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Capre di razza Passiria – Timmelsalm (BZ)

Si tratta di un territorio spiccatamente agricolo e sicuramente non frequentata dal turismo di massa, adatto a chi vuol fare gite, camminate, escursioni in ambiente montano. La parte bassa della valle, a ridosso di Merano, è completamente coperta di vigneti e frutteti, che risalgono i versanti delle montagne fin verso i 6-700m, dopodiché vi sono i boschi, tra i quali si aprono i masi, con le loro case, stalle e fienili.

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Antico maso a Scena (BZ)

L’ambiente dei frutteti, pur essendo attraversato da sentieri (alcuni dei quali seguono il tracciato delle rogge, il sistema per trasportare l’acqua dai corsi d’acqua principali ai versanti coltivati), non mi ha entusiasmata. Le colture occupano ogni spazio disponibile e sono per lo più avvolte da reti antigrandine (fondamentali, visto il violento temporale che ci ha dato il benvenuto la prima sera). Sicuramente nel momento della fioritura dei meli si potrà godere di scorci colorati e pittoreschi, ma in questi giorni questa monocoltura è abbastanza soffocante, sensazione non solo psicologica, ma anche reale, dato il continuo via vai di piccoli trattori, adatti al passaggio tra i filari, con al seguito atomizzatori che irrorano le coltivazioni o gettano erbicida al piede dei vigneti.

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Frutteti a Rifiano, Val Passiria (BZ)

Meglio dirigersi verso i monti, in un panorama di vallate dai pendii ripidi, ma anche vasti pascoli, laghi, torrenti, rododendri in fiore. Prima di raggiungere gli alpeggi, parliamo ancora un momento dei masi. Girando per la Val Passiria, non ho visto praticamente nessun edificio abbandonato. Ci sono i villaggi, poi vi sono i masi: si tratta di aziende agricole, la cui gestione è stata tramandata di generazione in generazione attraverso il meccanismo del “maso chiuso”. Qui potete trovare più informazioni su questo sistema caratteristico dell’Alto Adige. Questa è la legge (aggiornata al 2001) che ne regola la gestione. Penso che gran parte della “buona gestione” del paesaggio e del territorio di queste zone sia dovuta a questa istituzione, che ha fatto sì che si mantenesse l’unità aziendale, senza la grande frammentazione che caratterizza invece le nostre aree collinari e montane.

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Il paesaggio dei masi – San Martino in Passiria (BZ)

Dal momento che la bassa valle e la pianura sono interamente occupate da frutteti e vigneti, fare i prati sono quasi tutti molto ripidi, per cui fare il fieno è un’attività eroica. Lo è anche farlo asciugare, dato che quasi ogni giorno c’è stato almeno un temporale… I fienili hanno quasi tutti delle ventole per poter continuare l’essiccazione anche dopo lo stoccaggio, oppure altrove si ricorre al metodo di fasciare le rotoballe per la loro conservazione.

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Prati pianeggianti da sfalciare solo in alcuni villaggi d’alta quota – Plan, Val Passiria (BZ)

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Scene di fienagione in Val Passiria (BZ)

Saliamo ancora e arriviamo nell’alta valle o nelle vallate laterali, dove numerose piste forestali chiuse al traffico raggiungono le malghe, gli alpeggi, da cui poi si prosegue lungo sentieri per arrivare ad alpeggi più piccoli. Noi cercavamo le capre… e le abbiamo trovate. Tante, tantissime! Le prime le abbiamo viste vicino ad una piccola baita la domenica mattina. Dopo alcune difficoltà di comunicazione con persone che si dirigevano là (qui parlano soprattutto Tedesco, alcuni non sanno o non vogliono parlare Italiano), nei pressi della baita abbiamo trovato un giovane pastore con cui scambiare quattro chiacchiere.

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Capre e giovane pastore – Timmelsalm, Val Passiria (BZ)

Ci ha detto di essere il pastore delle manze in un vallone vicino, ma che la domenica ci si riuniva con altri pastori e con i proprietari delle capre per controllare gli animali, che pascolano ancora liberi nelle parti più alte degli alpeggi. Aveva messo il sale intorno alla capanna (che può servire, oltre che da magazzino, da ricovero per i pastori in caso di necessità), così che le capre scendessero e potessero essere viste dagli allevatori.

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Capre Passiria al Passo del Rombo (BZ)

Le capre di razza Passiria sono animali robusti, adatti alla montagna: di taglia media, sono capre tarchiate, con le gambe robuste, corna non troppo sviluppate, muso corto, mantello dalle diverse colorazioni. Nelle greggi lasciate pascolare libere c’erano solo femmine e capretti nati in primavera, i maschi li abbiamo visti altrove, o nel fondovalle accanto alle case o in recinti vicino alle malghe più in basso. Verranno poi inseriti nel gregge dopo ferragosto, quando inizia generalmente il naturale periodo dei calori.

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Due becchi in un recinto nella parte bassa del vallone – Falsertal, San Martino in Passiria (BZ)

Un gregge lo abbiamo visto, la sera, proprio accanto alla strada che porta al Passo del Rombo, confine con l’Austria. Non c’erano solo capre, sul versante austriaco alcune pecore si spostavano liberamente, attraversando la strada asfaltata (poco trafficata, dato che più a valle, in Austria, era interrotta a causa di una frana). Altre pecore le abbiamo incontrate, sempre in Val Passiria, in piccoli gruppi sparsi.

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Pecore al Passo del Rombo – Austria

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Gregge nei pressi del Passo del Rombo – Austria

Le capre restano a pascolare fino agli inizi dell’autunno, quando poi verranno fatte ridiscendere a valle. Succedeva anche dalle nostre parti, fino a qualche anno fa… e non sempre questa operazione è semplice, poiché può capitare di doverle andare a recuperare in luoghi impervi.

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Una lapide posta lungo un sentiero a ricordare un giovane capraio perito nel cercare di recuperare i suoi animali – San Martino in Passiria (BZ)

I bovini invece pascolano all’interno di grandi recinti che delimitano le varie parti dell’alpeggio. Qualche vacca in mungitura nei pressi delle malghe, molte vacche in asciutta, alcune vacche con i vitelli, moltissime manze e vitelli, delle razze più disparate (dalla Frisona alla Grigia alpina, dalla Jersey alla Pustertaler, ecc…). La sorveglianza non è costante, ci sono dei pastori che periodicamente vanno a controllare questi animali, abbiamo visto una “squadra” di persone impegnate nel posizionare fili e picchetti fino sulla cresta spartiacque tra un vallone e l’altro.

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Vacche in asciutta nei pascoli accanto al Passo del Giovo (BZ)

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Manze al pascolo – Fatschnal Tal, Val Passiria (BZ)

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…non solo bovini negli alpeggi… – Falsertal, San Martino in Passiria (BZ)

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Manze di razza Grigia alpina – Lazinser Alm, Val Passiria (BZ)

Vi starete già chiedendo com’è possibile che qui gli animali siano ancora liberi, soprattutto capre e pecore. Semplicemente qui il lupo non c’è (ancora), così come non c’è nemmeno l’orso. Questi animali non sono i benvenuti, in una realtà totalmente zootecnica come questa. E non è solo una sensazione, il concetto è espresso chiaramente dagli striscioni affissi all’esterno di ogni malga e da piccoli opuscoli (in Italiano e Tedesco) distribuiti ovunque a cura della Südtiroler Bauernbund, dove si spiega come lì “non vi sia posto per il lupo”.

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Lo striscione presente in quasi tutte le malghe – Val Passiria (BZ)

In una di queste malghe, il titolare chiacchiera volentieri. Ci racconta come in tutto l’Alto Adige vi siano 8.000 capre di razza Passiria, ma lì, nella valle omonima, i capi allevati siano 6.000! “Le alleviamo per passione…“. Non c’è bisogno di spiegare, capiamo benissimo. Quest’anno il lockdown ha completamente bloccato la vendita dei capretti nel periodo pasquale. “Per fortuna ora un macellaio si è inventato la vendita di arrosti. La gente non prende i pezzetti con l’osso, non li sa mangiare, cucinare… ma l’arrosto sì, quello si vende.

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Gregge di capre Passiria al Passo del Rombo (BZ)

Quando però inizia a parlare del lupo, il discorso si infiamma. “Hanno fatto una riunione qui, gli ambientalisti hanno chiesto di fare delle proposte per convivere con il lupo. Si è alzato uno Svizzero, ha detto che l’unica regola che funziona è quella delle 3 S.” Ci dice tre parole in Tedesco, poi cerca di tradurle. Anche in Italiano sono 3 S: Sparare, Sotterrare, Silenzio.

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L’opuscolo dove si spiega il punto di vista degli allevatori altoatesini in una delle malghe che offrono accoglienza ai turisti – Val Passiria (BZ)

Lupo, allevamento, montagne, turismo: cose che insieme non possono funzionare, ci dicono. Qui l’allevamento è fortemente legato al turismo, si può dire che, almeno nella stagione estiva, le due attività siano inscindibili. Ma di questo vi parlerò in un altro post

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Ultimamente non mi vengono le parole. Ho scritto diversi post, che però poi non ho pubblicato. Non mi sento abbastanza competente per parlare, per giudicare, per fare delle proposte. All’inizio di questo strano periodo mi hanno “salvata” i capretti, il momento delle nascite lo aspetti tutto l’anno, sai che sarà fatto di gioie, dolori, sorprese, a volte qualche lacrima, spesso tante risate nel vedere i piccoletti alle prese con i primi giochi.

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Prime uscite al pascolo con i capretti a metà marzo – Petit Fenis, Nus (AO)

Il primo momento di “blocco” lo abbiamo affrontato così, niente cambiava nelle nostre vite, dovevamo stare a casa per badare agli animali ed essere pronti a tener d’occhio il parto successivo. E’ un momento molto delicato e non sempre va tutto bene, senza l’intervento tempestivo e l’aiuto dell’allevatore (ma anche del veterinario, nei casi più complicati). Per dare coraggio e portare una ventata di aria fresca, condividevo con gioia le foto dei nostri animali. All’inizio tutti apprezzavano e mi ringraziavano.

Abbiamo anche suonato le campane, un suono di ringraziamento per i medici e infermieri, un suono di ricordo per chi non c’era più, un suono di gioia per i bambini frastornati da questo improvviso cambiamento di vita. Ormai è passato un mese da quel giorno, il primo giorno di primavera. L’umore di tutti nel frattempo è cambiato, perché volevamo, speravamo che andasse tutto bene, invece non è stato così.

Adesso ci ritroviamo confusi, stufi, preoccupati, frustrati. All’inizio non sapevamo, non capivamo fino in fondo. Non siamo medici, non siamo scienziati, non siamo politici e amministratori che devono prendere le decisioni. Essendo una cosa del tutto nuova, la gran parte di noi non poteva far altro che aspettare, adeguandosi a ciò che ci veniva detto di fare. L’isolamento aveva un senso, sia per prevenire/fermare il contagio, sia per ridurre il rischio di incidenti di qualsiasi tipo, che avrebbero sovraccaricato gli ospedali in un momento delicatissimo, tra il gran numero di malati da Covid e la necessità di riorganizzare i reparti.

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Al pascolo sopra al villaggio – Petit Fenis, Nus (AO)

In montagna, dopo una prima fase di grande confusione in cui, senza comprendere ancora bene che nemico si dovesse fronteggiare, qua e là si invitava a non disertare impianti e alberghi in nome dell’aria pura… dopo si è capito che il naturale isolamento di queste terre poteva essere una salvezza. Ed era giusto bloccare chi, a pandemia ormai dichiarata, partiva verso le seconde case, arrivando da nord come da sud. Si sapeva già che, oltre ai malati, c’erano persone asintomatiche, ma portatrici del virus. Non era “razzismo” contro chi veniva da fuori, ma buonsenso e istinto di sopravvivenza. Meno ci si spostava, minori erano i rischi di ingresso e diffusione del virus.

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Spensieratezza al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Aspettavamo quindi, tutti nel nostro isolamento, o in uscite controllate, solo per necessità di vario tipo, di veder scendere il numero dei deceduti e dei contagiati. Invece sono venute a galla le falle del sistema, gli scandali delle case di riposo. Non erano solo notizie del TG, ma anche testimonianze dirette della gente che conoscevi. “Hanno fatto stare a casa un mio collega perché lo zio che vive con loro si è ammalato. Non hanno fatto il tampone a nessuno in famiglia, dopo 2 settimane l’hanno fatto tornare al lavoro, visto che nessuno aveva sintomi…“. “Quando mio papà si è ammalato, ci hanno fatto stare in isolamento. Poi lui è mancato e ci hanno rimandate a casa, senza farci tamponi.” “Mia cognata lavora in una casa di riposo, hanno fatto i tamponi agli ospiti, ma a loro che entravano e uscivano solo a fine marzo…

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L’orto, più che mai fondamentale nell’isolamento – St. Marcel, (AO)

Pian piano la gran parte di noi si è stufata. Bene o male tutti hanno avuto la vita stravolta, gli è stato vietato il contatto con affetti che non vivono nella stessa casa, tutto si è complicato, le difficoltà economiche si sono abbattute sulle famiglie, sulle aziende. Lo stress psicologico ha avuto la meglio, la privazione di molte liberà ha superato la paura del contagio, in un certo senso. Anche perché si iniziava a capire come fare per difendersi (norme igieniche, evitare i luoghi affollati, utilizzo di protezioni) e non si capiva più perché, anche in montagna, non si potesse uscire a fare due passi o a fare l’orto. Pian piano sull’orto c’è stato qualche spiraglio (bontà loro, vicino a casa ce l’hanno poi lasciato fare, da un paio di giorni anche se non è nello stesso comune), ma sulle “attività all’aria aperta”, veto assoluto.

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In questa stagione più in alto dovrebbe essere così.. – Vallone di St. Barthélemy, Nus (AO)

Fatemi dire due cose: la comunicazione ha avuto varie pecche, in questi mesi, tra cui quella di demonizzare le attività “ludiche” all’aperto. Una buona fetta del pubblico ha identificato in “untori” coloro che vanno in bici, a piedi, di corsa. Se ho ben capito, il divieto è nato perché si cercava il più possibile di ridurre i rischi di incidenti (da quando hanno chiuso prima gli impianti di sci, poi tutto il resto, in due mesi l’elisoccorso sarà passato una volta sola, qui sopra, mentre prima i voli erano quasi incessanti, soprattutto nel fine settimana) e quindi il numero di persone che necessitavano di assistenza, cure, personale sanitario e posti letto in ospedale. Poi, ovviamente, le attività di gruppo potevano favorire i contagi. Però lo stare all’aria aperta fa bene a tutti: il sole è fondamentale per la vitamina D, che sembrerebbe rinforzare le difese contro il virus, il movimento fa bene al corpo e allo spirito. Quindi… in assoluta sicurezza, da soli o con il proprio partner, con i figli, con chi abita con noi, senza cimentarsi in imprese pericolose, perché non poter uscire di casa?

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Sui sentieri… solo con le capre! – Petit Fenis, Nus (AO)

Non so altrove, ma qui la sorveglianza è costante. Non solo nei fine settimana, ma ogni giorno le forze dell’ordine preposte a tali controlli passano e ripassano, pronti a fermare chi affrontava un’escursione anche breve (o andava nell’orto, nella vigna presso un altro villaggio). Come dicevo, alla questione degli orti finalmente si è trovata la soluzione. Gli orti sono fondamentali soprattutto per produrre cibo da consumarsi a breve termine o in futuro, riducendo così la necessità di affollare negozi e supermercati (dov’è sempre stato concesso andare, a volte affrontando anche lunghe code).

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La fioritura del tarassaco nei prati – Petit Fenis, Nus (AO)

Alcuni amici mi hanno chiesto se volevo aderire ad una raccolta firme lanciata qui in Valle d’Aosta per chiedere che, data anche la particolare conformazione territoriale, si potesse tornare ad uscire, in totale sicurezza e con buonsenso. Non mi dite: “Eh ma se poi qualcuno va a scalare il Cervino e si fa male…“. Se qualche idiota lo fa, lo si prende e gli si fa pagare una multa da togliergli tutte le voglie, magari destinando i soldi della sanzione all’ospedale. C’è e ci sarà sempre chi non rispetterà le regole, non lo farà entrando in un negozio e non lo farà in montagna, ma per colpa degli stupidi e degli irresponsabili, chi invece si comporta bene deve pagarne le conseguenze peggiori? Un coltello può essere usato per uccidere, ma anche per affettare il formaggio o il pane, tutto sta a chi lo usa, no? Eppure non è mai stata vietata, la vendita dei coltelli…

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Il sentiero che da Nus ( AO) sale alle frazioni della collina

In meno di due giorni la raccolta firme ha già superato le 5000 adesioni, speriamo possa portare a qualche risultato. Magari potreste dirmi: “Ma tu ci stai già, in montagna, cosa vuoi ancora?“. E’ vero, sto in montagna ed esco al pascolo, ma senza capre non potrei nemmeno andare a raccogliere le erbe selvatiche, ottime e salutari! Non potrei andare a più di 200 metri, tanto quanto chi sta in città. Voi che non capite l’esigenza di chi, come me, vorrebbe poter fare una passeggiata… cosa vi manca di più, in questi giorni? L’aperitivo? L’andare al cinema? Il fare shopping? Cosa di queste cose si può fare da soli o in due, in piena sicurezza, senza correre il rischio di infettare/essere infettati? Sono tante le necessità di ciascuno di noi, in questi giorni, per cui non possono continuare a tenerci segregati all’infinito. Qui si ragiona sulla necessità di poter camminare all’aria aperta, altrove persone competenti in altri settori analizzeranno come predisporre per l’apertura dei locali pubblici, dei rifugi alpini, delle scuole, ecc.

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Pascolo pomeridiano – Petit Fenis, Nus (AO)

Concludo con una riflessione: molti di coloro che, sui social, puntano il dito contro chi va a fare due passi o una corsetta, sono anche allevatori/agricoltori, categoria che ha patito vincoli minori sulla mobilità rispetto al resto della popolazione. Come dicevo prima, in virtù del nostro lavoro, possiamo uscire nei prati, nei campi possiamo portare al pascolo gli animali e qualcuno ha già anche affrontato le prime transumanze. Se vediamo qualcuno che corre o cammina accanto ai nostri prati, né ci sta contaminando (il virus si trasmette in altri modi), né è per colpa di quel poveretto (che vuol giusto fare un po’ di attività fisica perché chiuso tra le quattro mura di casa non ce la fa più) che le regioni e il Governo non sbloccano il ritorno alle varie attività. Se volete firmare anche voi per un lento ritorno all’aria aperta, in piena sicurezza e rispetto del prossimo, per tornare ad apprezzare paesaggi, territori (e poi anche i prodotti), potete farlo qui.

Il riposo della neve

Stamattina ci siamo svegliati con i fiocchi che danzavano in cielo e il paesaggio notturno rischiarato dalla neve. La nevicata non è durata a lungo, qualche ora dopo aveva già smesso e le temperature si erano rialzate. Il cielo non si è rasserenato, ma credo che, se ricomincerà la precipitazione, qui saremo sul confine tra pioggia e neve.

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La nevicata di stamattina, durata poche ore – Petit Fenis, Nus (AO)

Anche quello attuale non ha nessuna intenzione di essere un inverno degno di questo nome. C’era stata un po’ di neve autunnale, insieme a parecchia pioggia, che ci aveva impedito di finire l’erba nei prati con le vacche, infatti quando era tornato il bel tempo erano iniziati i parti. Per un po’ ne hanno beneficiato le capre, poi era ora di mettere il letame… La neve servirebbe, molto più di quella caduta stamattina, anche per permettere al letame di sciogliersi e filtrare lentamente nel terreno, per garantire tanta buona erba per la primavera e l’estate.

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Pascolo invernale nel bosco – Petit Fenis, Nus (AO)

Ieri, pascolando sotto ai noccioli, bastava che una capra sfiorasse un ramo per vedere nuvole di polline giallo che si spargeva nell’aria. Fine gennaio a 1000m di quota, tutto ciò non è “nella norma”. E non erano gli unici segnali della primavera imminente…

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Una primula fa capolino nel sottobosco – Petit Fenis, Nus (AO)

Infatti ovunque, tra le foglie secche, ecco spuntare ciuffi verdi appartenenti alle varie specie che annunciano la nuova stagione. C’erano le primule e, in un punto più umido, anche i fiori della farfara. Certo, sono le prime piante a riprendere il ciclo vegetativo, ma fosse fine febbraio sarebbe stato meglio.

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Ieri pomeriggio al pascolo con il cielo e l’aria che già preannunciavano la neve – Petit Fenis, Nus (AO)

Sarebbe servito un lungo riposo per tutti, non solo per le piante. E’ vero, l’assenza di neve mi ha permesso di pascolare quasi quotidianamente anche quest’anno e le capre sicuramente ne beneficiano, sia come salute, sia come umore. Le abbiamo tenute in stalla quando c’era la nebbia o il vento troppo forte, quando la mattina il terreno era bianco di brina, ma ora abbiamo già ripreso a farle uscire dal mattino quando arriva il sole fino al tramonto… e le giornate si stanno allungando!

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Altri “segni di primavera” nel sottobosco – Petit Fenis, Nus (AO)

Il riposo serviva anche per le persone. Sì, perché quando è tutto bianco di neve c’è da faticare un po’ di più per fare i lavori quotidiani indispensabili, per il resto si sta fermi e si tira il fiato. Invece no, così tutti i giorni c’era qualcosa da fare e la stanchezza si accumula. Certo, altrimenti si sarebbero accumulati i lavori, ma se uno fosse più riposato, alla fine le cose le farebbe meglio e in meno tempo. Credo inoltre che sia fisiologico, tutti gli organismi nati e cresciuti in questo clima, avrebbero bisogno del giusto alternarsi delle stagioni. Per finire, serviva un periodo in cui non si poteva lavorare fuori, nei prati, per occuparsi di tutte quelle piccole cose, riparazioni, fare ordine, quelle attività che vengono rimandate alle giornate di brutto tempo…

L’inverno di San Martino

Ho preparato questo post stamattina, mentre ero al pascolo. Nel frattempo, a più riprese, ha nevicato: piccoli cristalli che danzavano nell’aria, fiocchi più grossi, nuvole di tormenta scompigliate dal vento. Ma, per nostra fortuna, al suolo la neve non si è ancora fermata. Altrove, specialmente in Piemonte, alla stessa quota è già tutto bianco.

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Le capre pascolano e, sulle cime, già si abbassano nuvole di neve – Petit Fenis, Nus (AO)

Scrivo in un’atmosfera ovattata, con i rumori che paiono molto più vicini di quanto non siano in realtà. Le capre brucano avide a testa bassa, come se non dovessero più pascolare erba per mesi. L’atmosfera è immobile, ma le nuvole sono ancora alte, anche se le cime già sono state avvolte da un grigiore di neve.

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La mandria diretta al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Già, la neve… dicono che entro stasera arriverà anche a quote basse. La scorsa settimana già l’avevamo vista un paio di volte. Era caduta in minuscole sfere gelate all’improvviso mentre si usciva con le vacche diretti verso i pascoli. Ma poi aveva iniziato a piovere e infine era uscito il sole.

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La prima neve alla diga di Place Moulin – Bionaz (AO)

In montagna invece era stata vera neve. Un assaggio di inverno. Di nuovo la neve sulla foglia, quindi non ci sarà l’inverno freddo e nevoso? Ma ormai il clima è così soggetto a sbalzi e cambiamenti che nemmeno gli antichi detti risultano affidabili.

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I primi fiocchi, oggi pomeriggio – Petit Fenis, Nus (AO)

D’altra parte questa doveva essere l’estate di San Martino, invece c’è un clima autunnal-invernale e, come si diceva, siamo in attesa di una perturbazione che dovrebbe portar neve fino in pianura.

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La transumanza a metà settembre – Verrayes (AO)

Tutto l’autunno è stato altalenante. Le vacche erano scese dall’alpe una settimana prima della fine dell’estate. Faceva caldo ed era tutto secco, per questo la transumanza era avvenuta così presto. Senza gli impianti di irrigazione, qui non ci sarebbe stato quasi niente da pascolare. Si temeva che quel poco che c’era sarebbe stato consumato in fretta e sarebbe iniziata la stagione del fieno in stalla.

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La scorsa settimana al pascolo in una giornata di sole – Petit Fenis, Nus (AO)

Poi però aveva piovuto sulla terra ancora calda a e l’erba era ricomparsa, ovunque. Vacche e capre pascolavano nei prati e, dove erano già passate qualche settimana prima, l’erba ricresceva, di un bel verde brillante. Non ci si lamentava, per questo lungo autunno, anche se si era consapevoli che, ancora una volta, si era di fronte a delle anomalie del tempo.

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L’erba ancora verde prima delle gelate dei giorni scorsi – Petit Fenis, Nus (AO)

Più si riesce a stare al pascolo, meglio è. Le scorte di fieno ci sono, ma più tardi le si incomincia, più si è tranquilli di averne a sufficienza. Nei boschi quest’anno ghiande e castagne sono quasi inesistenti, dopo la grande abbondanza dello scorso autunno, quindi per le capre il pascolo invernale sarà scarso.

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Rientro in stalla a fine pomeriggio dopo esser stati colti dalla nebbia – Petit Fenis, Nus (AO)

Le “stranezze” dell’autunno sono state tante. Qui non è un posto da nebbia, invece nelle scorse settimane è capitato di non poter uscire dalla stalla con gli animali per la troppa nebbia. C’è un breve tratto di strada da fare e già con buona visibilità capita di incontrare auto che arrivano a velocità sostenuta (e non accostano per lasciar passare una ventina di bovini, incapaci di attendere per quei 5 minuti necessari per andare dalla stalla all’inizio dei prati).

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Pomeriggi di fine ottobre ancora miti – Petit Fenis, Nus (AO)

Oltre alle giornate di nebbia, l’altra anomalia è quella di avere ancora oggi la gran parte delle foglie sugli alberi. Solo in questi ultimi 2-3 giorni stanno iniziando a cambiare colore a questa quota (1000 metri) e nemmeno il vento furioso seguito alla pioggia è riuscito a farne cadere molte.

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Colori autunnali a monte di Hers – Verrayes (AO)

E dire che il caldo e la siccità già a fine settembre avevano fatto raggrinzire le foglie dei frassini… ma le abbondanti piogge di ottobre e le temperature miti hanno fatto sì che la vegetazione riprendesse forza. A quote maggiori qualche settimana fa l’autunno ha regalato colorazioni magnifiche…

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Ultimi giorni al pascolo per le vacche, l’aria iniziava a farsi fredda anche con il sole – Petit Fenis, Nus (AO)

Alla nostra stessa quota, sul versante opposto, i prati sono ancora bianche per la neve della scorsa settimana e per la brina. È anche giusto che sia così. Su in alto la neve non dovrebbe più sciogliere fino a maggio. La terra deve riposare…

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Dopo la nevicata dei giorni scorsi, qui i prati verdi, di fronte tutto bianco – Petit Fenis, Nus (AO)

Io mi auguro che quest’anno ci possa essere un inverno vero, con la neve e il freddo al posto giusto. Per ora intanto attendiamo questa prima neve e le capre non la smettono di abbuffarsi d’erba, così come accade quando “sentono” il tempo che cambia, la neve in arrivo…

Per andare avanti in qualche modo ho dovuto crearmi una corazza

E veniamo all’ultima “storia di giovani” tra quelle ricevute nei mesi scorsi. Altri avrebbero voluto dirmi come erano andate le cose da quell’intervista di tanti anni fa, ma poi il lavoro è tanto, il tempo è poco, non tutti amano scrivere… Il tempo è poco anche per me, infatti Marta Fossati, nel suo racconto, parla di inverno e di capretti, ma proprio oggi siamo già arrivati al primo giorno d’estate. Lascio che sia lei e le immagini prese dal suo profilo facebook a raccontare. (Ricordo che Marta è anche in “Capre 2.0” – qui l’intervista comparsa sul blog -, oltre che in “Di questo lavoro mi piace tutto“).

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Pascolo primaverile a Sambuco (CN)

È da un po’ di giorni che mi riprometto di scriverti, sopratutto prima che arrivino i capretti!!! Il big ben! Si ricomincia un’altra stagione! Ma, confesso, amo molto leggere e ben poco scrivere! Sono cambiate molte cose da quel giorno che sei venuta a Sambuco per le interviste del tuo libro. Ci pensavo quando ho ricevuto il tuo messaggio.. Avevo in braccio una capretta che avevo chiamato Ladra di cuori: forse questa è la prima cosa che, a volte, penso che sia cambiata.

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Marta con uno dei capretti nati quest’inverno – Sambuco (CN)

La gioia, la felicità e l’affetto che sempre provo per i nostri animali sono comunque diversi da quelli che provavo nei primi anni che facevo questo lavoro. Non perché non lo amo più, ma perché per andare avanti in qualche modo ho dovuto crearmi una corazza, consapevole che non potrei vivere senza animali, ma anche consapevole che, nel nostro lavoro (come penso in molti altri) alcune scelte e situazioni sono difficili e dolorose.

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Il gregge al pascolo con Sambuco sullo sfondo – Valle Stura (CN)

Allevo sempre animali, anzi alleviamo! Dall’aprile del 2016 io e Luca abbiamo la nostra azienda, Bars Chabrier. Le capre sono circa 150, sempre rigorosamente con nome proprio, sempre meticce selezionate per avere una buona produzione di latte, ma anche per essere delle buone pascolatrici che ben si adattano al territorio montano dove viviamo tutto l’anno.

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La stagionatura dei formaggi – Sambuco (CN)

Tutto il latte prodotto viene trasformato nel nostro piccolo laboratorio e venduto nel punto vendita (che eufemismo, sarà un metro per due!), in ristoranti della zona e nei 3 mercati settimanali.

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Il gregge nei pressi della nuova stalla – Sambuco (CN)

Sempre nel 2016 abbiamo partecipato ai bandi PSR e attualmente è in fase di costruzione la nuova stalla. Bellissima, ma fonte di grandi preoccupazioni. Non starò qua a tediarti su argomenti che sicuramente già ben conosci, ma vorrei solo dire che quelli che dicono “hanno preso i contributi”, di provare anche loro a vedere com’è la strada per accedere a questi aiuti. E, alla fine, vedere quanto siano stati “aiuti”. Io ancora non lo so, so però cos’è stato arrivare fino a qui. Se veramente è stato un aiuto a lavorare in modo migliore o l’aiuto a decretare la nostra fine!!

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Capretti meticci – Sambuco (CN)

“Spero che ci sarà una terza parte di questo libro e, comunque vada, di trovarmi ancora in mezzo agli animali. Veniamo ora alle difficoltà nella nostra attività. La prima è la quello che già ti ho scritto. Poi superare la perdita di un animale a cui tieni particolarmente, cioè praticamente tutti! Gioire per i capretti nati e sapere che fine faranno buona parte di loro, sapere che devi vendere una capra altrimenti la vedrai spegnersi giorno per giorno. Dolori, frequenti in questo mestiere ma anche molte gioie che ti fanno tornare il sorriso. E poi le umiliazioni, i bocconi amari costretto a ingoiare perché tanto hai le bestie, devi stare zitto altrimenti in un modo o nell’altro te la fanno purgare. E il senso di frustrazione davanti a una immensa quantità di burocrazia, leggi, norme, decreti, moduli e quant’altro, credo poco amate dalla maggior parte di noi esseri umani, ma particolarmente inaccettabili per chi fa un mestiere come il nostro.

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Marta con un agnello – Sambuco (CN)

Siamo ben capaci di sbrogliarci davanti a molti imprevisti della natura, ma davanti a tutti i fogli che devi fare se per caso decidi che quella capretta in più proprio la vuoi tenere… Beh… Io lì vado fuori di testa!!

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Luca al pascolo con il gregge – Sambuco (CN)

Cosa direi agli altri giovani che stanno iniziando? Sicuramente non sono giorni facili in nessun settore, il nostro implica anche un coinvolgimento della vita “oltre il lavoro”. Nel senso che proprio non c’è una vita! Sto scherzando, ma sicuramente è difficile ricavarsi del tempo libero, soprattutto più giorni consecutivi e, se come noi si lavora entrambi in azienda, poter approfittare di questo tempo insieme. Poi ci sono situazioni e situazioni. Ma se si è soli è difficile anche riuscire ad andare via poche ore. Sicuramente avendo poco tempo devo dire che cerco sempre di approfittarne meglio che posso! Ma se c’è davvero “la passione” per questo lavoro sarà difficile riuscire a fermarsi. Per concludere… sì sono, anzi siamo, soddisfatti della nostra vita!

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Il pascolo preferito dalle capre – Sambuco (CN)

Ringrazio ancora l’amica Marta per la chiacchierata virtuale. Qui potete trovare altre informazioni sull’azienda e sui luoghi dove acquistare i loro formaggi. Ricordo a tutti, giovani o meno giovani, che le pagine di questo blog sono sempre aperte a chiunque voglia raccontarmi la sua storia, legata alla montagna, all’allevamento, all’agricoltura di quelle aree cosiddette marginali.

Il sogno si è fermato

Ho ancora un paio di storie di giovani da raccontarvi, ricevute via internet nei mesi scorsi. Qualcuno degli intervistati di allora non l’ho rintracciato, qualcuno non mi ha risposto, altri sono così impegnati dal lavoro da non aver tempo a scrivere la loro storia (li capisco!! non a caso questo blog lo aggiorno sempre meno!).

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Oggi però ho qualche minuto di tempo e così vi parlo di Alex. Da lui ero tornata per intervistarlo quando stavo scrivendo il libro sulle capre (Capre 2.0). Potete leggere qui quello che mi aveva detto nell’agosto del 2016.

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Dal 2016 ad oggi le cose sono ancora cambiate: “Da quando sei venuta a fare l’intervista nove anni fa poche cose sono cambiate: il sogno di fare il pastore a tempo pieno si è fermato subito, troppe spese e zero entrate, dalla famiglia nessun aiuto e quindi è rimasto un hobby.

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Continuo a lavorare con mio papà, ma è da 3 anni ho messo su anche le pecore. Tutto è partito da 3 agnelli regalati da Giuan, il pastore. Adesso ne ho una cinquantina e spero di continuare a tenerle finché il lavoro lo permette.

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Da fuori, chi non è di questo mondo vede tutto rosa e fiori, ma la realtà è ben lontana…“. Pochi animali (sì, 50 o anche 100 sono pochi, se non hai un’azienda con trasformazione e vendita diretta) non ti danno da vivere, ma richiedono tempo, dedizione e molte spese, specialmente in annate con pascoli scarsi, siccità, ecc.

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La passione c’è, quella resta intatta, ma gli aspetti da combinare sono tanti, così Alex non sa fino a quando il gregge potrà andare avanti, che si tratti di pecore, di capre o di entrambe. Ogni tanto dice di voler/dover vendere tutto, ma… mi auguro che, qualunque cosa gli riservi il futuro, possa continuare a tenere qualche animale!

L’intervista con la RAI

Lo scorso gennaio una troupe della redazione Rai della Valle d’Aosta mi aveva seguita e intervistata in una “giornata tipo”. Finalmente il servizio, un condensato di quelle ore di filmati e interviste, è andato in onda ieri sera nel tg regionale delle 19:30. Condivido qui il video, di modo che lo possiate vedere… in tutta Italia!

Il tempo dei capretti

In questa stagione il tempo per scrivere qui è poco… Quest’anno il periodo dei parti si è fortunatamente concentrato in pochi giorni, dal momento che le capre erano andate in calore tutte assieme. Manca ancora un parto, ma il più è fatto. Non parliamo dei numeri dei grandi allevamenti con capre da latte, ma comunque sono giornate in cui l’impegno cresce.

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Le mammelle di una giovane capra al primo parto poche ore prima del lieto evento – Petit Fenis, Nus (AO)

Più o meno la data si sapeva, avendole tenute d’occhio al pascolo, però qualcosa poteva essere sfuggito, oppure poteva esserci un ritardo di qualche giorno. I segni del parto imminente però di solito sono inequivocabili, tra segnali esteriori e comportamento della capra stessa.

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Tutto è andato bene e il capretto riceve le prime cure dalla madre – Petit Fenis, Nus (AO)

Solitamente tutto avviene secondo natura, senza bisogno di intervento dell’uomo, ma… può capitare che vi siano complicazioni, che il capretto sia mal posizionato e che il parto naturale sia impossibile o pericoloso per la mamma e per i piccoli. Meglio quindi essere sempre presenti in quegli istanti delicati. Nonostante abbia già assistito più e più volte a questi momenti, anche da sola e dovendo prestare qualche aiuto agli animali, vivo comunque il tutto con una certa ansia e preoccupazione…

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Parto gemellare – Petit Fenis, Nus (AO)

…seguite da un gran sollievo quando tutto si conclude per il meglio! L’altro giorno c’erano due capre, in due box affiancati, entrambe hanno rotto le acque nello stesso momento, hanno partorito in contemporanea (ma una ha dato alla luce due gemelli) ed espulso insieme la placenta. Quando però ho visto i piedini che spuntavano qua e là, per un attimo mi sono detta… “E adesso???

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Pascolo invernale – Petit Fenis, Nus (AO)

Con il resto del gregge intanto si va al pascolo. Non tutte le capre erano gravide, per scelta “gestionale”, così sciolta la poca neve e salite le temperature, abbiamo ripreso ad andare in cerca di ghiande, castagne, qualche foglia secca e i primi ciuffi d’erba.

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Non avendo interesse a mungere, i capretti restano con le mamme – Petit Fenis, Nus (AO)

Intanto in stalla le capre che hanno partorito mangiano dalla mangiatoia e i piccoletti poppano a volontà. Bisogna comunque seguirli attentamente almeno nelle prime settimane di vita, controllare che abbiano mangiato a sufficienza (ed eventualmente procurare una poppata aggiuntiva sotto una capra con più latte), verificarne lo stato di salute e così via.

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Si inizia ad assaggiare qualcosa oltre il latte materno – Petit Fenis, Nus (AO)

Al pascolo con il gregge c’è già un capretto, ma ormai ha già più di un mese e può seguire agevolmente le capre. Anzi, supera la gran parte di loro e spesso si dedica a giochi sfrenati su e giù per qualche ceppo di legno o sasso. Presto avrà poi altri compagni di giochi!

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Birba e i suoi gemelli – Petit Fenis, Nus (AO)

Quest’anno c’è stata una netta prevalenza di maschi, tra le nascite, ma non è un qualcosa su cui possa influire l’allevatore. Adesso l’importante è che stiano bene e che abbiano abbastanza cibo, per crescere sani e forti.

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Iniziano i giochi e le corse qua e là per la stalla – Petit Fenis, Nus (AO)

Passati i primissimi giorni in “isolamento” con la madre, i box vengono aperti e… i piccoli fanno conoscenza tra di loro, cominciando a giocare. Tra non molto ci saranno grandi corse e salti, ma sarà anche ora di uscire tutti insieme al pascolo!