A noi piccoli allevatori manca l’impegno politico e il senso di cooperazione

L’altro giorno Matteo, parlando della sua “storia”, diceva che non poteva lamentarsi della vita che stava conducendo: ha una bella famiglia e fa il lavoro che gli piace. Amici allevatori (di pecore e capre) hanno condiviso l’articolo, commentando però con un’analisi personale di questa affermazione. Matteo è giovane, Aldo e Marilena invece hanno già qualche primavera (ma anche estate, autunno, inverno) in più alle spalle. Ci conosciamo ormai da molti anni, così ho chiesto loro se potevo usare la riflessione scaturita dalla lettura del post come spunto per i lettori di questo blog.

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Marilena e la sua bancarella durante una fiera

Della nostra vita non possiamo lamentarci, ma di come viene pilotata a livello politico e di investimenti economici sì. Una critica feroce: a noi piccoli allevatori manca l’impegno politico e il senso di cooperazione per discorsi di promozione, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per grande concentrazione nei propri progetti.

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Il gregge dell’azienda En Barlet a Roaschia (CN)

Vere entrambe le cose: soprattutto al piccolo imprenditore agricolo/allevatore, il tempo manca, manca sempre, perché si lavora da mattina a sera e spesso anche di notte. Gestisci gli animali, portali al pascolo, pulisci stalle, mungi, fai il formaggio, vai a venderlo… Altro che le otto ore!!! E quando dai il via a un progetto, un’innovazione, un cambiamento, questo stravolge la routine, succhia altro tempo e altre energie. Per non parlare di quando sei costretto a “differenziare” svolgendo anche altre attività agricole per far quadrare i conti.

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Aldo e la bancarella dei prodotti a Roaschia (CN)

Eppure sopratutto in tempi di crisi come oggi, diventa fondamentale l’associazionismo e il consorziarsi con dati alla mano di ciò che si produce da presentare al mercato e ai consumatori, che giustifichi e faccia riflettere la differenza di prezzi rispetto alla grande distribuzione. Per fare tutto ciò ci vuole un supporto tecnico ed economico che solo il pubblico può fare, così come  la corretta gestione politica come progetto di miglioramento della salute e alimentazione, oltre che della gestione dell’ambiente. E noi dovremmo essere quelli che fanno leva perché questo si muova. Altrimenti resteremo sempre in attesa di fondi di supporto ad una politica gestita dall’alto, purtroppo sempre mirata alla grande produzione.

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L’Associazione casare e casari ha sempre uno spazio dedicato durante la manifestazione Cheese a Bra (CN)

I miei amici citano, come valido esempio, l’associazione casare e casari di azienda agricola di cui fanno parte da anni.  Perché associarsi ha un senso “…per avere più professionalità, consapevolezza, conoscenza di quello che si fa e di come si inserisca nell’intorno, per muoversi. E’ una strada lunga la consapevolezza. Ma paga.

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Marilena nel suo spazio presso lo stand dell’Associazione Casare e Casari a Cheese, Bra (CN)

Con l’Associazione, si organizzano incontri caseari con tecnici su tematiche strutturali e tecnologiche dove incontri altri allevatori e puoi chiedere e confrontarti. Da quest’ anno siamo diventati nazionali, con afflusso di allevatori del Sud, mentre prima eravamo circoscritti al Piemonte, questo per essere collegati ad altre associazioni a livello mondiale. Quest’anno hanno fatto un incontro in Svezia. Peccato fosse in autunno, non abbiamo potuto andare. Due anni fa si è organizzato un viaggio vacanza caseario, con visite a varie realtà a Gran Canaria, nostro figlio Nicolò ha partecipato. Adesso il Presidente è Eros Scarafoni, che gestisce azienda agricola/zootecnica (azienda Fontegranne) con produzione di formaggi a Belmonte Piceno, Fermo, Marche.

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Gli animali della piccola azienda di Giovanni a Fossano (CN)

Anche un altro amico, Giovanni, mi racconta di come far parte di una realtà associativa abbia permesso alla sua azienda di andare avanti nonostante le piccole dimensioni che, nel mercato attuale, l’avrebbero portata a soccombere. Lui alleva bovine piemontesi da carne. “Mi sono avvicinato a La Granda una decina di anni fa vedendo che sul mercato la qualità non veniva riconosciuta e non ti veniva riconosciuto il maggior impegno e i maggiori costi.  Anzitutto il prezzo nella Granda è fisso indipendentemente da come va il mercato e questo di mette già al riparo dalle sue oscillazioni; hai a disposizione un disciplinare frutto di esperienze maturate dal 1996 ad oggi che viene costantemente aggiornato grazie anche ai consulenti che riusciamo a permetterci essendo un gruppo e non un singolo allevamento.”

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Un nuovo arrivo in azienda

“Tutto quello che può servire a migliorarsi viene messo a disposizione di tutti gli allevatori che sono medio piccoli con linea vacca vitello e a conduzione famigliare; non ci sono intermediari e gli animali sono venduti ad alcuni macellai e Sergio Capaldo che a sua volta rifornisce Etaly ma non solo. Capaldo è l’anima di tutto questo! È riuscito a convincerci che, superando le diffidenze e le rivalità, mettendosi insieme si poteva affrontare meglio le difficoltà invece di lamentarsi e basta! Quando sembrava che il futuro fosse solo in grossi allevamenti da latte o da carne Sergio ha capito che c’era anche per piccole realtà a conduzione famigliare legate al territorio che avevano in mano una carne di alta qualità. Però bisognava dirlo alle persone, farlo sapere; così ha abbandonato la professione di veterinario e si è buttato anima e corpo in questa avventura dove tutti gli dicevano che non avrebbe combinato nulla, che la razza bovina Piemontese sarebbe presto scomparsa; invece dai cinque coraggiosi allevatori iniziali oggi siamo quasi ottanta!”

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Uno sguardo al mondo innevato fuori dalla stalla

“Poi per carità non è tutto rose e fiori perché il mercato della carne ha delle grosse oscillazioni e La Granda garantisce il prezzo ma non il ritiro di tutti gli animali; quando ci sono meno richieste bisogna anche vendere qualche vitello al di fuori del circuito ma per avere il prezzo fisso non si può fare diversamente. Alle riunioni a volte ci si scontra ma almeno così è tutto alla luce del sole, non ci sono segreti e ci sente parte di un gruppo, di una famiglia dove ci sono discussioni ma per affrontare i problemi e trovare la soluzione migliore per superarli. Sinceramente io non avessi aderito a La Granda nel 2007 a quest’ora avrei già abbandonato perché un piccolo allevamento non può reggere le oscillazioni del mercato se fa qualcosa di alternativo e anche il fatto che se dentro qualcosa che mette il produttore al centro ti motiva ad andare avanti; altrimenti ti scoraggi,ti lasci andare.

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Ancora le vacche piemontesi di Giovanni a Fossano (CN)

Sono soltanto due esperienze, entrambe positive, da quel che ci raccontano questi amici. Sappiamo però che non sempre le cose vanno bene, in realtà associative: sono fondamentali un buon coordinamento generale, nessuno che voglia trarre profitti o particolari vantaggi personali, la mentalità e la predisposizione giusta per collaborare. Ovviamente, come sempre, la porta è aperta per chiunque voglia replicare a quanto detto da questi amici (scrivendo nei commenti) o raccontarmi la sua storia per realizzare altri post.

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L’invidia degli altri

La scorsa domenica ero a Genova in occasione del Book Pride, per l’uscita del mio nuovo libro, il romanzo “Il canto della fontana“. Parlare di una propria opera dove nessuno (o quasi) ti conosce è una soddisfazione maggiore, perché chi si ferma a chiedere maggiori informazioni sull’opera o a chiacchierare con l’Autore è sicuramente una persona interessata, non si tratta dell’amico che si sente in dovere di acquistarti il libro…

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Ultime giornate al pascolo in quota – Cret, Nus (AO)

Più volte, chiacchierando con questi potenziali lettori, è ritornata la classica frase sul “beato te che…”. Che fai questa vita, che vivi in quei posti, che stai in montagna con gli animali, ecc ecc ecc. L’immaginario collettivo sembra fermarsi ai momenti belli, alle immagini come quella che ho appena pubblicato.

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Al pascolo prima di iniziare la discesa di fine stagione – Venoz, Nus (AO)

Quando cerco di spiegare che occorre andare oltre la poesia, che è un lavoro come un altro, anzi… il settore zootecnico vincola come pochi altri mestieri, ricevo in cambio sguardi eloquenti: “Cosa ti lamenti, che fai un mestiere invidiabile!”. Ma cosa invidiate? Me lo spiegate? Forse abbiamo punti di vista differenti.

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Con Joli coeur, capra viziata e “molto social”! – Petit Fenis, Nus (AO)

Io non mi lamento affatto, le mie scelte le ho fatte, poi molte cose le ho comprese solo vivendole. Quello che cerco di spiegare è la differenza tra l’immagine stereotipata a metà tra il cartone animato di Heidi e il quadretto romantico. Se vi piace questa vita, se ciò a cui aspirate è il contatto con la natura, le soddisfazioni che vengono dal lavoro con gli animali, spazi in montagna, in collina ce ne sono, potete iniziare anche voi.

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In posa per uno scatto con l’alta valle sullo sfondo – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma mettete in conto non solo l’affettuosità degli animali: considerate che al momento magico delle nascite si contrappongono i casi di malattia e anche di morte. Per non parlare poi delle difficoltà economiche nel gestire un’azienda agricola/zootecnica in montagna… Degli orari che gli animali ti richiedono…

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Il cielo in un pomeriggio autunnale di vento – Petit Fenis, Nus (AO)

La montagna che offre momenti magici, paesaggi incantati… Il lavoro di allevatore spesso ti permette di goderne appieno, specialmente se sei al pascolo. Devi però stare al pascolo anche quando fa freddo, quando soffia il vento freddo dal mattino alla sera, quando piove o c’è la nebbia.

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La desarpa – Blavy, Nus (AO)

E la montagna te la godi in modo subordinato al tuo lavoro: mentre scendi con gli animali per la transumanza di fine stagione, incontri decine e decine di auto con persone che salgono, pronte a inforcare la bicicletta o mettere lo zaino in spalla e compiere delle meravigliose escursioni approfittando del clima ancora mite, dei colori caldi dell’autunno. Tu che fai l’allevatore invece in alta montagna probabilmente non ci salirai più fino alla tarda primavera o in estate.

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Contrasti e giochi di nuvole – Petit Fenis, Nus (AO)

Quando, anni fa, proprio d’autunno, ero salita in un villaggio di montagna per intervistare un giovane allevatore, anch’io avevo esclamato qualcosa sul “beato te che stai in un posto del genere!”. Il giallo e l’arancione delle foglie contrastavano con il blu del cielo e il profilo delle montagne. Lui non mi sembrava così entusiasta: forse pensava alle levatacce mattutine per andare a scuola in fondovalle, agli amici che non abitavano lì (non aveva ancora la patente). Ad età maggiori uno pensa ai negozi (o fai la scorta, o devi magari farti mezz’ora e più di macchina per raggiungere un alimentari), ai servizi di ogni tipo (dalla posta all’ospedale), al maltempo, alla neve che rendono questi spostamenti ancora più complicati. Se anche ti ritagli quel po’ di tempo libero (cosa non facile, con gli animali), non sempre è facile e immediato raggiungere un luogo per staccare dalla quotidianità, magari anche solo perché sei stanco morto e non hai più voglia di muoverti di casa.

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Rientro dopo il pascolo pomeridiano – Petit Fenis, Nus (AO)

Quando ero in alpeggio, gli amici che sono venuti a trovarmi per un paio di giorni o anche solo per una cena sono stati pochissimi. Nonostante le mie amicizie comprendessero quasi esclusivamente persone che la montagna la frequentano in modo assiduo nel tempo libero. Quando quest’estate, in modo scherzoso, pubblicavo su facebook immagini di giornate soleggiate e prati di montagna, nessuno ha risposto ai miei appelli per abbronzatura gratuita durante la fienagione. Immagino che, chi ha una seconda casa in montagna, dove ci si può abbronzare sulla sedia sdraio, non abbia problemi a trovare amici che si invitano per qualche giorno… Capite cosa volevo dire?

Piangere non serve, allora bisogna attrezzarsi per convivere

Continuiamo con il racconto delle mie giornate in altre parti delle Alpi. Ora sono rientrata in Piemonte (e vi ricordo che domani sera presenterò “Capre 2.0” alla Crumiere di Villar Pellice). L’altro giorno invece, lasciato Ponte di Legno, sono salita al Passo del Tonale, passando così dalla Lombardia al Trentino Alto Adige.

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Passo del Tonale (TN)

Al passo c’era ancora un po’ di neve, ma i pascoli iniziavano ad essere punteggiati di crocus. Non faceva freddo, per cui sicuramente in poco tempo anche lì si farà vedere il verde della primavera. Via via che avanzavo verso il lato trentino, il panorama era occupato dalle infrastrutture turistiche, come in tutte le stazioni invernali. Non un bel vedere…

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Val di Sole (TN)

Poi però, scendendo nella valle, per chilometri si sono susseguiti meravigliosi paesaggi fatti di boschi e prati, punteggiati da masi e attraversati da strade bianche. Qua e là c’erano anche vacche al pascolo. Ho visto le indicazioni per tanti luoghi dove mi sarebbe piaciuto andare, dai finestrini ho osservato villaggi, castelli, ma dovevo proseguire perché ero attesa in più posti. Sono poi entrata in Val di Non e ho guidato tra infiniti meleti, con un fastidioso odore di antiparassitari che aleggiava nell’aria.

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Daniel e Bruno con il gregge 

Ad Ala mi aspettava un amico che non avevo ancora mai incontrato dal vivo, Bruno. Grazie a lui che mi ha accompagnato, sono andata a trovare una “vecchia conoscenza”, Daniel, che quest’anno lavora da quelle parti come pastore. “Lo scorso anno qui c’ero io con il gregge, ma quest’anno non andrò in alpeggio. Le mie pecore le ho date su a Daniel insieme ai cani. Lui lavora per l’allevatore per cui lavoravo io gli anni scorsi. La mia morosa ha una malga, lei non vuole fare la vita nomade, così quest’anno provo io a stare fermo…“. Bruno ha studiato da geometra, ha intrapreso per qualche mese il lavoro d’ufficio, ma ha subito capito che quella non era la sua strada. Così ha iniziato ad andare in alpeggio, “in malga”, come dicono dalle sue parti. E da allora gli animali hanno sempre fatto parte della sua vita.

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Cani da guardiania e gregge – TN

Anche qui ci sono problemi con il lupo, ormai da qualche anno. Io non sono contento che sia tornato il lupo, il lupo non l’abbiamo voluto, né io né gli altri allevatori. Però per me prima di tutto vengono le pecore. Tanti parlano, dicono che bisogna ammazzare tutti i lupi, ma intanto stanno lì e non fanno niente, così gli attacchi continuano e il lupo si insedia sempre più sul territorio. Piangere non serve, bisogna attrezzarsi per convivere.

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Bruno con l’asina e il gregge – TN

La convivenza di cui parla Bruno non è pacifica e nemmeno indolore: “Perdite e attacchi ne ho avuti, anche con i cani. Intorno a casa le fototrappole fotografano i lupi di continuo. Con i cani però posso dormire, prima eri sempre lì pronto a scattare, a vedere quello che succedeva.” Il significato di “convivenza” quindi è da intendere come qualcosa di imposto: il lupo c’è, bisogna attrezzarsi con ciò che la legge ci consente di usare. Bruno cerca anche di sensibilizzare i colleghi, far capire che occorre prevenire il problema.

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Cane da guardiania nel gregge – TN

Inserire un cane è un lavoro lungo. Per quello bisogna farlo prima, quando non c’è ancora l’urgenza di difendere gli animali da lupi già stabili sul territorio. Io voglio dei cani che facciano il loro lavoro, ma che mi riconoscano anche come capobranco. Se sbagliano, faccio come se fossi uno di loro, li prendo per il collo e li costringo a terra. Per i cani questa è la prova di forza del dominante. I miei cani devono obbedire al tono della mia voce.

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Cartelli informativi per i turisti sulla presenza dei cani da guardiania

A volte ci sono problemi con i turisti, ma… è affar loro! Nel senso che ci sono i cartelli e loro devono rispettare le regole. Io i cani li devo avere per difendere il gregge, il turista si deve adeguare.” Daniel racconta che, poche ore prima, un ciclista ha avuto paura dei cani, ma non è successo niente. “I cani devono difendere il gregge, ma non devono nemmeno essere troppo aggressivi con la gente. Però nemmeno troppo socievoli, altrimenti seguono il turista e abbandonano le pecore!

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Il cane da guardiania nel gregge – TN

La posizione di Bruno a riguardo di questi temi non sempre viene capita dai “colleghi”, anche perché, mi dice, ogni tanto il suo pensiero è stato strumentalizzato in certi articoli. Riconosce che non ovunque il problema può essere affrontato nello stesso modo, ma insiste sulla necessità di provare a prevenire, soprattutto con l’inserimento dei cani. Ammette che non sia una cosa semplice, ma proprio per questo bisogna iniziare per tempo, consapevoli che occorra dedicarci tempo e pazienza. “Le reti antilupo da sole non sono sufficienti, il lupo entra come vuole, le salta. Io ho sempre rinforzato tra un picchetto e l’altro con i picchetti che si usano per il filo delle vacche, ma nel recinto ci devono essere anche i cani. Su sul Carrega fare il recinto non è facile, queste reti hanno il doppio piede, è impensabile spostare il recinto frequentemente. Su è tutto sassi, per fare il recinto avevamo fatto i buchi con il tassellatore.

Per informare, perché si sappia

Da quando ho aperto questo nuovo blog, interrompendo le “Storie di pascolo vagante“, non ho ancora mai scritto niente affrontando direttamente l’argomento lupo, anche se qua e là qualcosa (specialmente nell’intervistare gli allevatori la scorsa estate) ovviamente è venuto fuori. Come ribadisco sempre più spesso, ho poco da aggiungere sull’argomento, il discorso è sempre quello, in tutte le sue complesse sfaccettature.

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Predazione su capra a Rubiana – Val di Susa (TO)

Se volete rileggervi tutto quanto detto nel corso degli anni (anche maturando idee e punti di vista, sulla base di esperienze dirette e concrete), lo trovate qui. Oggi ho deciso di affrontare nuovamente la questione dopo un paio di vicende di cui sono venuta a conoscenza direttamente. Una ha riguardato l’azienda di un’amica, una di quelle persone per cui si può usare l’espressione “che resistono in montagna”. Conosco bene lei e la sua storia. Innanzitutto, dopo esserci sentite al telefono, volevo riportarvi alcuni passi di ciò che lei ha scritto su Facebook appena dopo aver subito l’attacco. “Non sapevo se scrivere o tenermi tutto dentro.(…) Non farò e non accetterò polemiche. Volevo solo condividere il nostro ULTIMO DOLORE. Il lupo ci ha ucciso la nostra capretta Fiocco di neve, prelevandola da una stalletta attaccata a casa. Solo un consiglio: non sottovalutate la loro forza, non ascoltate più parole come: non si avvicina alle case, non è pericoloso per l’uomo, hai tanti cani e non viene, stai tranquilla è solo un esemplare, rilassati Cappuccetto Rosso, vedrai che qui non viene. Il latte di Fiocchino non lo berrò più, né vedrò nascere il capretto che aveva in grembo. Il dolore delle mie bambine, e la nostra rabbia. (…) Noi allevatori oltre ad aver subito il danno dobbiamo spendere un sacco di denaro per rendere le nostre aziende delle fortezze medioevali. (…) Ezechiele alla fine non ne può nulla (…).

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Casa abbandonata nei boschi – Cumiana (TO)

La mia amica mi ha detto: “Scrivi pure, la gente deve sapere cosa sta succedendo!” Purtroppo però so che questo discorso rimarrà lì sospeso tra chi è sovrastato dal dolore e dalla rabbia, dal senso di impotenza e di abbandono… e tutti gli altri, quelli che “tanto sono solo cani” e quelli che “basta difendersi, i mezzi ci sono”. Come vi dicevo, la sua è una storia di resistenza. Ha scelto di tornare in una vecchia casa di famiglia a mezza quota in Val di Susa. Ha lottato contro l’abbandono del territorio, contro la burocrazia che le ha messo mille volte i bastoni tra le ruote. Continua a cercare di far sì che la sua azienda possa crescere, insieme alla sua famiglia (tre bambini piccoli). Hanno un po’ di animali, gli orti, un piccolo agriturismo, tagliano legna. Si chiama multifunzionalità e qualcuno dice che è la strada giusta per le piccole aziende di montagna… una strada tutta in salita e piena di sassi. Qualcuno lo sposti, altri li devi aggirare, pian piano di sfianchi di fatica.

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Baite abbandonate a mezza quota – Condove, Val di Susa (TO)

Anche nel suo caso, ho potuto vedere lo stesso percorso che ha colpito altre aziende, magari più grandi, allevatori con centinaia di capi che, nel corso degli anni, hanno dovuto sopportare un carico di difficoltà, problematiche e pressioni sempre maggiori. Hanno sempre resistito e lottato, ma poi è stato l’attacco del lupo a farli “crollare”. Non un crollo da intendersi come una resa, ma uno sbottare contro ciò che stava accadendo. Perché il lupo resta comunque un simbolo. Io oggi lo vedo come il simbolo della montagna sempre più abbandonata a se stessa, dove chi resiste si sente peggio che in una riserva indiana. Si sente un’isola in mezzo al nulla. Perché c’è l’attacco, l’animale ucciso, i cani feriti, gli altri animali atterriti… ma c’è molto altro.

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Piccolo gregge con cane da guardiania – Pomaretto, Val Chisone (TO)

Per esempio (tra le tante cose), c’è il fatto che questa mia amica abbia preso, qualche mese fa, dei cuccioli di cane da guardiania. Ma non ha scelto le razze più conosciute e impiegate da queste parti (maremmano abruzzese o pastore dei Pirenei), non ha nemmeno voluto un cane da pastore del Caucaso o dell’Asia Centrale, troppo grossi. Ha preso dei cani da pastore della Sila, cani di alta genealogia, selezionati per la difesa dal lupo, cani gestibili anche in presenza di persone. Peccato che non abbia potuto chiedere i contributi previsti nel PSR dalla Regione Piemonte per gli allevamenti che si dotano di sistemi per la difesa dai predatori, perché questa razza non è stata inserita tra quelle adatte… E questa non è che una delle beffe burocratiche di cui è stata “vittima”, prima e dopo l’attacco alla sua capra.

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Pascolo vagante nella pianura torinese – Settimo Torinese (TO)

In passato vi ho spesso parlato delle grosse greggi, che hanno problemi con i predatori d’estate in alpeggio. Cercano di difendersi con i recinti notturni, i cani da guardiania, la presenza del pastore. Poi viene l’autunno e scendono in pianura. Ma c’è chi resta in media valle, in fondovalle, in collina. Piccole, piccolissime aziende. Certo, potreste dire che la mia amica dovrebbe recintare la sua proprietà, visto che il lupo (o i lupi) le sono venuti davanti a casa e hanno tirato fuori da una piccola stia la capretta che era stata messa là in convalescenza, di modo che non dovesse competere con le compagne per il cibo in stalla, visto che era un po’ più debole. Ma la mia amica sta già faticando a finire pian piano i lavori di ritrutturazione/costruzione stalle. Solo lei (e tutti quelli che sono nelle sue condizioni) sa quanto sta spendendo, tra permessi, materiali, lavoro. Mi ha detto che, per le recinzioni (fisse) più urgenti intorno a stalle e pollai, dovrebbe preventivare 3000 euro. Un’inezia? Non per chi cerca di tirare avanti con una piccola azienda agricola e tre bambini piccoli.

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Corriere di Chieri – 13 gennaio 2018

E’ facile, dal di fuori, trovare le soluzioni generiche. Io guardo i casi uno ad uno, parlo solo più quando conosco la situazione direttamente, per poter avere davvero il quadro del contesto in cui si è verificato l’attacco. Spero che non ci siano le solite inutili polemiche dopo questo mio post. Vi sto presentando una realtà, per informarvi nel caso in cui aveste voglia di capirne di più sull’argomento, senza limitarvi alle generalizzazioni. Comunque, sappiate che attacchi e avvistamenti (confermati) non avvengono solo più nelle aree di montagna. Ve ne sono stati alcuni recentemente sulla collina di Torino e nel vicino Monferrato. Non è cosa che mi sorprenda, visto che il lupo man mano colonizza nuovi territori, si sposta, cerca cibo. Ci sono i branchi stabili e gli animali giovani che vanno “in dispersione”, cioè si allontanano dal branco in cerca di nuovi territori.

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Capre e cani da guardiania alla festa del Cevrin -Coazze, Val Sangone (TO)

Tutti coloro che hanno allevamenti, anche piccoli, anche hobbistici, farebbero meglio a dotarsi di cani da guardiania anche al di fuori delle zone montane, se mettono gli animali al pascolo, anche se all’interno di recinzioni elettrificate. Non farlo è rischioso. Farlo comporta sicuramente un impegno aggiuntivo e qualche problema con la gente di passaggio, specie se accompagnata da cani.

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Cane da guardiania sorveglia la vallata mentre il gregge pascolo alle sue spalle – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Colgo l’occasione per segnalare a tutti gli escursionisti che il CAI (Club Alpino Italiano) ha adottato una serie di norme di comportamento da tenere in presenza di tali cani in montagna. Da quando sono stati introdotti, già erano presenti i cartelli forniti dalla Regione Piemonte, ma più volte mi era capitato di leggere vibranti polemiche da parte di escursionisti, ecc. Il comunicato termina con questa frase “Gli escursionisti responsabili, sono parte della montagna e sostengono le attività degli allevatori rispettando le greggi e i cani che le proteggono adottando sempre comportamenti ragionati e non impulsivi. Con il ritorno del lupo il cambiamento non è a senso unico solo per pastori ed allevatori. In montagna siamo solo degli ospiti.

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Gregge accompagnato da cane da guardiania durante la fiera di Bobbio Pellice (TO)

So bene cosa comporti tutto ciò, so quali saranno i disagi per entrambi, perché li ho vissuti in prima persona, sia come allevatrice, sia come escursionista. Non chiedetemi delle soluzioni, io purtroppo non ne ho. L’unica cosa che mi sento di ribadire è che il “problema lupo” e il modo in cui la questione è stata affrontata tutto laddove si è manifestata è il simbolo dell’attenzione che le istituzioni hanno nei confronti di chi vive e lavora in montagna. I montanari comunque restano lassù, attaccati alla loro terra, alle loro convinzioni. I lupi invece, se non hanno abbastanza cibo, si spostano e vanno a cercarne altrove…

E’ inverno e nevica

Non so voi, ma a me era quasi venuta la paura di non vedere più l’inverno, le stagioni, la neve. Temevo che mi sarebbero toccati anni di clima anomalo, giornate in cui stare in camicia anche a gennaio o a dicembre. Ma poi invece…

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Nevicata del 1 dicembre, Tussiot – Cumiana (TO)

La prima nevicata è arrivata all’inizio del mese ed ha imbiancato le vallate del Cuneese e del Torinese, arrivando anche in pianura. Che sollievo per le scorte idriche, per i boschi martoriati dagli incendi e per quelli dove i piromani ancora si accanivano ad innescare nuovi fuochi!

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Rientro in stalla, Cumiana (TO)

Dalle mie parti la neve caduta non era stata eccessiva, poco più a monte si sfiorava il mezzo metro, ma da me era caduta anche pioggia, compattando la neve, che poco per volta si era anche sciolta dove batteva il sole. Così si riusciva anche ad andare al pascolo!

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La neve aveva schiacciato i rovi, così le capre si nutrivano ghiottamente delle foglie ancora verdi. Non erano giorni da fare le difficili e le schizzinose, qualunque cosa era appetibile in questi giorni di magra: felci, foglie di frassino ormai secche, cadute a terra da settimane, piccoli ciuffetti di erba già verde grazie all’umidità della pioggia e della neve.

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Pascoli aridi imbiancati da una spolverata di neve, Porliod – Nus (AO)

Ma non dappertutto aveva nevicato. In Val d’Aosta per esempio la neve caduta era stata proprio solo una spolverata. Discorso turistico-sportivo a parte, per la montagna serviva comunque ben altro, specie per vallate come questa, abbastanza arida d’estate, ma dove l’agricoltura e la zootecnia di montagna si basano sull’irrigazione attraverso un fitto sistema di canali e ruscelli artificiali.

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La Combaz – Nus (AO)

Un inverno con solo freddo, ma scarse precipitazioni, sarebbe stato un vero e proprio disastro, dopo la siccità che già aveva compromesso l’estate e l’autunno. Stagione d’alpeggio breve, scorte di fieno inferiori alla norma, zero termico ad alta quota, con i ghiacciai che si sciolgono sempre più, estate dopo estate. Guai se fosse mancata anche l’acqua per l’anno successivo!

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Inizia la nevicata, Petit Fénis – Nus (AO)

Ma poi ecco che, ieri mattina, pur con una temperatura abbastanza bassa, inizia a nevicare: è neve finissima, veri e propri cristalli, con tutti i loro aghetti e disegni diversi l’uno dall’altro. Sembra farina che viene giù dal cielo, pare incredibile che possa creare uno strato spesso, tanto è leggera e impalpabile.

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Tra le vecchie case, Petit Fénis – Nus (AO)

Pian piano la neve va a coprire tutto, case abitate e case abbandonate. Copre i muri crollati, porta indietro nel tempo con la sua magia. E’ vero, tra non molto sarà tutto più complicato, quassù, ma è impossibile non lasciarsi rapire dalla sua magia.

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Petit Fénis – Nus (AO)

La nevicata va avanti, aumenta d’intensità, copre tutto ed è inverno. Si fanno i lavori inderogabili e poi ci si chiude in casa con la stufa accesa. Poi ci sono tutti gli altri, quelli che devono andare altrove, devono mettersi in viaggio, e allora protestano perché le strade sono difficili da percorrere… ma siamo d’inverno e siamo in montagna. La natura, quando si mette d’impegno, si fa rispettare e cerca di insegnare anche all’uomo del XXI secolo i suoi giusti ritmi. D’inverno tutto si ferma, d’inverno tutto riposa sotto il candido manto.

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Si porta il fieno in stalla, Petit Fénis – Nus (AO)

Non è solo tutta poesia: non sempre le stalle sono tutte vicine a casa, non sempre il fienile è adiacente, così i “due passi” con la balletta di fieno in quei momenti si fanno più impegnativi. Ma fin quando c’è fieno, gli animali stanno bene e c’è la salute anche per l’allevatore, si fa anche questo. Vivere e lavorare in montagna è diverso dalle grandi stalle di pianura…

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Vitelli di razza valdostana, Petit Fénis – Nus (AO)

In stalla si sta al caldo, non ci si preoccupa minimamente di quel che accade all’aperto. Tanto il fieno nelle mangiatoie arriva come al solito, al massimo si protesta con muggiti e belati se la neve complica il lavoro fuori e c’è qualche slittamento di orario.

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Dopo circa 10 ore di nevicata, Petit Fénis – Nus (AO)

…e la neve intanto si accumula… si affanna a toglierla chi deve uscire con l’auto, magari per andare al lavoro. Per una volta forse invidiano gli allevatori, che invece sono lì che finiscono di mungere o di pulire la stalla. Beati loro che non devono muoversi di casa… Ma per loro non c’è busta paga a fine mese, non c’è domenica, non c’è giorno di festa…

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Ritiro serale del latte, Petit Fénis – Nus (AO)

Per lavoro deve anche passare il camion del latte, al mattino e alla sera, per portare i bidoni in caseificio, dove subito inizierà la lavorazione della Fontina.

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Pulizia della strada con la fresa, Petit Fénis – Nus (AO)

I mezzi fanno il possibile per mantenere aperte le strade, ma la nevicata continua e, il mattino dopo, nevica ancora. C’è chi si lamenta, ma penso sia materialmente impossibile, con una precipitazione così intensa e con strade dallo sviluppo così esteso come quelle dei comuni di montagna, togliere ogni singolo fiocco nel momento in cui tocca terra!! Anzi, tanto di cappello a quelle persone che hanno lavorato notte e giorno per cercare di pulire le strade, talvolta trovando come ostacolo i mezzi di chi si è fatto cogliere impreparato, senza mezzi e attrezzature idonee alla stagione e alla neve.

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Il villaggio al mattino presto, Petit Fénis – Nus (AO)

Ho pubblicato queste foto su Facebook, dove le immagini romantiche vanno di pari passo con le polemiche. Un’amica mi ha raccontato una storia che mi sembra giusto condividere anche con tutti voi. Scrive Augusta: “Era il 1986, fine gennaio inizio febbraio, in una frazione di un comune della bassa valle (non faccio nomi perché mi sembra più corretto) vivevano 4 famiglie, in quei giorni comincia a nevicare, lì sono quasi 1500 metri la neve ammucchia, si pala ma ne viene tanta…

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Tra le “vie” del villaggio, Petit Fénis – Nus (AO)

La strada asfaltata penso non arrivasse proprio ancora vicino alle case. Il comune è vasto e i soccorritori e volontari non arrivano. La frazione è isolata, ci si tira su le maniche e si pala. Sembra andar abbastanza bene, se non che un anziano muore… poverino… ma questi non si perdono d’animo, si sistema il nonnino in una stanza che fa da camera ardente, e si organizza i lavori, ci si aiuta a pulire stradine per andare nelle stalle dar mangiare alle bestie, pulire con le carriole il letame mungere, andare nei fienili, preparare il fieno… A quei tempi il fieno non era imballato, nel fienile c’era la “biesta” e per portarlo in stalla si usavano dei teli con delle corde negli angoli, si legavano dei mucchi che poi venivano portati direttamente nelle mangiatoie e slegati. Comunque senza perdersi d’animo c’era chi accudiva le stalle chi cucinava prodotti che avevano in casa.

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La parte non abitata del villaggio, Petit Fénis – Nus (AO)

Sicuramente non erano senza scorte di patate farina salumi, perché era febbraio e a dicembre avevano tutti lavorato il maiale. Intanto continuava a nevicare e si palava…
Alla sera dopo cena si passava dal nonnino per una corona. Un paio d’ore e poco più di riposo e si ricominciava, le giornate passavano così e in quella situazione ne passarono tre sicuro, forse quattro o addirittura cinque, fino a che i volontari del Comune arrivarono in soccorso.
Io la storia l’ho sentita raccontare, ma senza lamentele, semplicemente come un momento che la natura e la vita portavano a vivere, “quasi” una normalità. Adesso sarebbe uno scandalo roba da denunce, pagine di giornali, servizi tv ecc ecc ….
E forse… concludete voi.

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Giornate difficili per tutti gli animali selvatici, Petit Fénis – Nus (AO)

Direi che non c’è altro da aggiungere a questa bella storia che mi ha scritto/raccontato Augusta Agnesod. qui nevica ancora, ma oggi molto meno intensamente di ieri. Ormai sono 36 ore, ma non c’è da stupirsene. E’ inverno, quello vero, come ai vecchi tempi. Abbiamo perso l’abitudine, ormai vogliamo che sia tutto ai nostri comandi, la neve solo per andare a sciare, l’acqua che scorra infinitamente dai nostri rubinetti, le strade sempre libere per permetterci di correre freneticamente qua e là per lavoro e per piacere.