La storia di una vita vissuta

Ho appena finito di leggere un libro, si intitola Heiða, è la storia di una piccola grande donna, allevatrice di pecore in Islanda, terra che non conosco, purtroppo. Il libro me l’ha consigliato un amico, gliene sono grata.

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Il gregge e la fattoria (foto da facebook)

Ho letto la recensione, prima di prenderlo, e non sapevo bene cosa aspettarmi. Anzi, dal sottotitolo pensavo si trattasse della storia di una ragazza che avesse cercato una nuova vita e un lavoro totalmente diverso dal proprio. “Lasciare tutto per la natura”. Tra l’altro, questo è il sottotitolo italiano, nella versione inglese è “Una pastora alla fine del mondo”, molto più corretto. Sia la recensione ufficiale sulla pagina della casa editrice, sia molte altre uscite on line, ma anche articoli di giornale fin nel titolo concentrano tutta l’attenzione sul fatto che Heiða fosse una modella.

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Heiða con un tipico maglione islandese (foto dal web)

Non è la prima volta che mi capita un caso del genere, nel senso che conosco almeno un’allevatrice di cui giornali e tv hanno parlato più per i suoi contatti (anche se del tutto marginali) con il mondo della moda che non per le grandi fatiche, la dedizione, il duro lavoro nell’ambito della pastorizia. Ma no, per i media è sempre “la modella che ha lasciato le passerelle per fare la pastora”.

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Con i montoni in stalla (foto da facebook)

Heiða nasce in mezzo alle pecore, in una fattoria in mezzo al nulla tra brughiere, ghiacciai e vulcani. Viene chiamata così proprio in onore di Heidi, nel nome c’era già un po’ il suo destino, ma si è sempre sentita dire che doveva trovare un marito per gestire l’azienda. Non l’ha fatto. Heiða è una gran donna, ma non solo per la sua statura. O meglio, siamo noi a vederla come una gran donna, sono sicura che lei si considera più che normale e, nel libro, non nasconde le sue debolezze. Non si vanta di ciò che fa, semplicemente lo descrive per far conoscere il suo mondo, la sua vita. Ma compie “imprese” che forse poche persone sarebbero in grado di fare. Lavora instancabilmente, conduce da sola una fattoria in un ambiente sicuramente difficile.

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Al lavoro con il gregge (foto da facebook)

Il suo isolamento si è però interrotto più volte, facendo anche altri lavori (specialmente in gioventù), dall’insegnante alla tosatrice di pecore, passando anche sulle passerelle della moda, più per gioco e per terapia (per rafforzare la propria autostima, dice) che non per reale interesse. Nel libro parla più del suo amore per i motori (il quad, la motoslitta) che non delle sfilate, a cui riserva poche righe! Rimpiange i tempi in cui andava a fare le gare di tosatura, non gli abiti delle grandi firme, la vita a New York.

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Heiða a un incontro pubblico (foto dal web)

Ho delle amiche che vorrei fare incontrare a Heiða. Avessero una lingua comune, sarebbero quasi sorelle… Venisse in Italia, la porterei da loro, in mezzo alle pecore… La differenza tra lei e queste pastore italiane che conosco, è che Heiða si è anche impegnata in politica, nonostante tutti i suoi impegni con gli animali e la fattoria, per difendere parte dei suoi pascoli dalla costruzione di una diga per una centrale. E ha vinto!

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Un momento di lavoro con i vari proprietari delle pecore (foto da facebook)

Il libro è un successo internazionale, c’è chi fa di Heiða un’icona del femminismo e/o dell’ambientalismo. Per me è soprattutto una donna che vive la sua vita con grande determinazione, spinta in gran parte delle sue scelte dall’immensa passione per gli animali. Non so se a tutti piacerà, qualcuno troverà magari noiose tutte le parti quasi tecniche dedicate all’allevamento ovino. Ognuno di noi verrà “toccato” da qualche aspetto della vita e del carattere di Heiða. Io ho vissuto con lei le nascite degli agnelli, la ricerca delle pecore in montagna a fine estate, tutti i momenti più vicino a ciò che conosco. Ma anche le lotte per tutelare gli spazi per la pastorizia. Ci sono infine alcuni aspetti della sua vita a cui mi sento vicina, così come la scelta di dedicare gli esigui guadagni e i momenti di “pausa” al viaggio e alla conoscenza di altre realtà.

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Il suo cane, compagno di tanti momenti (foto da facebook)

Leggetelo anche voi, poi mi direte cosa vi ha colpito di questo libro. Non è un romanzo, non aspettatevi storie d’amore (a parte quelle con il suo adorato cane Fifill).

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Un altro dei ritratti di Heiða Guðný Ásgeirsdóttir presenti nel libro (foto dal web)

Clima e ambiente

Provo una certa amarezza, in questi giorni, a vedere che la gran parte del mondo zootecnico presente tra i miei contatti sui social stia attaccando e deridendo Greta e, più in generale, tutti coloro che si preoccupano per il clima e l’ambiente. Tra l’altro spesso viene fatta una gran confusione di tutta una serie di concetti che andrebbero invece trattati e analizzati singolarmente.

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Laghetto alpino con poca acqua ad inizio autunno – Vallone di Saint Bathélemy (AO)

Parliamo di ambiente. È vero che, nel mondo agricolo, sovente accusiamo i cosiddetti “ambientalisti”, perché le loro idee sono molte diverse dalle nostre. Per molti di loro l’ambiente è o dovrebbe essere un’utopica wilderness dove non esiste l’uomo e tutte le sue attività. Però poi magari pretendono di fare del turismo, dimenticandosi per esempio che i sentieri di montagna da sempre sono vie di transumanza… che spesso si dissetano a fontane che sono anche abbeveratoi… che le meravigliose fioriture dei PASCOLI alpini le abbiamo grazie al pascolamento, anno dopo anno.

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Irrigazione dei prati nel vallone dell’Urtier – Cogne (AO)

È vero che molto ambientalismo è moda, è un bel modo di riempirsi la bocca di belle parole e sentirsi a posto con la coscienza. Si predica bene, ma si razzola maluccio, perché a tante “comodità” molto poco ecologiche è dura rinunciare. Perché “…lo so che la macchina inquina, ma altrimenti come faccio ad andare…“, “…lo so che l’aria condizionata consuma energia, ma con ‘sto caldo come si fa a dormire, a lavorare…“.

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Dove no si può irrigare, così sono i pascoli ad inizio autunno – Nus (AO)

I punti fondamentali del tanto dibattere di questi giorni sono due: da una parte i cambiamenti climatici, dall’altra i danni che stiamo facendo all’ambiente (e in questo ci mettiamo tutto l’inquinamento, lo spreco, la cementificazione di sempre più superfici, ecc…). Sull’inquinamento possiamo e dobbiamo fare tutti qualcosa. Lo so che “tanto c’è chi inquina più di me, gli aerei, le industrie…”, ma ragionando così non andiamo da nessuna parte. Iniziamo tutti a ridurre qualcosa, a non acquistare con imballaggi in plastica prodotti che possiamo trovare sfusi, per esempio. Acquistiamo prodotti locali per ridurre l’inquinamento legato ai trasporti. Scegliamo sempre frutta e verdura di stagione. Farà bene a noi, all’ambiente e alle aziende del territorio. E questi sono solo alcuni esempi di ciò che possiamo fare.

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Discesa dalla Val Soana di un gregge a fine stagione – Pont Canavese (TO)

Sul cambiamento climatico il discorso si complica. Anche se c’è ancora purtroppo chi si ostina a negarlo, in base a sensazioni o al fatto che “…qui da noi quest’anno di pioggia ne è venuta…“, il fenomeno già ampiamente previsto dagli esperti è in corso e le conseguenze andranno ad influire in vari modi sul nostro futuro. Sono soprattutto coloro che vivono maggiormente a contatto con la natura e che praticano forme di agricoltura e allevamento più tradizionali ad esserne colpiti per primi e, spesso, in modo preoccupante.

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Pascolo invernale, inizi di gennaio, nel Canavese (TO)

Se anche inverni più miti potrebbero favorire una stagione di pascolamento più lunga, con benefici non solo per i pastori vaganti, nel Nord Italia, ma anche per gli allevatori di bovini, che già lasciano la vacca fuori dalla cascina ben oltre Santa Caterina… nello stesso tempo minori precipitazioni nevose e scarse scorte di ghiacciai e nevai rendono sempre più difficile la stagione d’alpeggio. Per non parlare poi delle siccità sempre più prolungate. Oppure di piogge concentrate in periodi ristretti, spesso così violente da causare danni (da vere e proprie alluvioni a temporali violenti, anche uniti a grandine, che rovinano anche e raccolti che dovranno servire da foraggio per l’inverno, come mais o fieno). Così teoricamente si potrebbe pascolare più a lungo in inverno, ma tocca scendere prima dagli alpeggi… e, spesso, gli effetti della siccità si fanno sentire anche in pianura.

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A metà settembre già si lascia l’alpeggio tra nuvole di polvere – Verrayes (AO)

Non c’è modo di slegare l’agricoltura e l’allevamento dal clima! Fare dell’ironia o negare che questo stia cambiando è da folli. Un’altra cosa è capire se e come si possa fare qualcosa per contrastare il fenomeno o combatterne gli effetti. Sul perché tale mutamento del clima stia avvenendo, non c’è una tesi unica e definitiva. Se provate a documentarvi seriamente su siti scientifici, troverete sia chi parla di cicli naturali, sia chi punta il dito quasi esclusivamente sul fattore antropico, cioè l’uomo, con tutte le emissioni legate alle sue molteplici attività. La mia preparazione non è certamente tale da potervi proporre una teoria, probabilmente si tratta di una combinazione delle due cose. Inquinare meno, male non fa di certo, poi probabilmente la natura farà il suo corso. Già nelle ere geologiche del passato ci sono stati grandi sconvolgimenti che hanno riguardato anche il clima e che hanno portato all’estinzione di piante e animali. Sapete allora qual è il problema principale? È che oggi sulla Terra c’è l’uomo, una specie presente un po’ dappertutto e in grandi quantità. Forse anche troppo presente! Non siamo tanto preoccupati per l’orso polare o per la stella alpina, ma per quello che accadrà a noi!

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Violento temporale con grandine ad inizio settembre – Garessio (CN)

Preoccuparsi per il futuro non è poi così sbagliato, soprattutto se si è giovani. Chi non si preoccupa o chi addirittura oggi ride o nega, non venga poi a lamentarsi… Sarebbe meglio iniziare a pensare a delle vere strategie per affrontare questi problemi, ma non solo a livello locale o solo riferite a certi settori. Si è parlato di togliere le agevolazioni al diesel agricolo in Italia. Penso che equivalga a dire innanzitutto: “Facciamo chiudere tutte le piccole aziende già sul filo della sopravvivenza.” Per tutti in generale aumenterebbero le spese, sarebbe impossibile non alzare i prezzi, così sarebbe ancora più vantaggioso acquistare prodotti che provengono da paesi con costi meno elevati e regole (anche sugli aspetti ambientali) meno rigide.

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Fienagione in montagna – Nus (AO)

…e poi comunque, togliendo il diesel agricolo… cosa si vuol fare? Tornare ai buoi e ai muli, con buona pace degli animalisti, o voler rottamare tutti i mezzi diesel? Sarebbe poi così positivo per l’ambiente, dover smaltire migliaia di mezzi per produrne di nuovi??? Meglio pensare, per esempio, a concrete strategie per risparmiare l’acqua, migliorare l’irrigazione ed evitarne gli sprechi. Questi sono veri interventi legati ai cambiamenti climatici. Vi lascio con queste riflessioni e con l’invito a informarvi davvero sulle tematiche climatiche e ambientali, invece di limitarsi ad insultare Greta o, più in generale, tutti quelli che si preoccupano per questi argomenti.

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Capre assetate in un giorno di gran caldo e vento a fine settembre – Nus (AO)

Ps: può esser vero che molti giovani scioperano per il clima più che altro per seguire la massa o per saltare un giorno di scuola… ma allora proponete voi alle scuole che conoscete un venerdì per l’ambiente con un agricoltore o un allevatore! Spiegate ai giovani come una giornata al pascolo sia importante per l’ambiente…

Il turista e il montanaro

Anche agosto è passato, l’estate è ormai alle spalle. Sono volati, questi mesi. Per qualcuno sono stati la stagione dell’alpeggio, per altri la stagione in cui gli animali sono su in montagna e ci sono i fieni da fare, mille cose da sistemare in azienda, in casa, prima che tornino vacche, capre, pecore e tutto il tempo sia da dedicare a loro. Poi ci sono quelli per cui l’estate è la stagione per andare in montagna, soprattutto quest’anno che il caldo è arrivato presto, a giugno, ed è stato torrido.

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Una lunga fila di auto parcheggiate al Colle del Nivolet in un giorno feriale del mese di agosto – Valsavarenche (AO)

Sono saliti in montagna anche quelli che di solito non ci vanno: leggevo post sui gruppi di montagna, gente che chiedeva sui social consigli, informazioni su cosa fare, dove andare, come attrezzarsi… Tutto ciò talvolta mi pareva preoccupante, perché la montagna non va affrontata alla leggera solo con il consiglio di poche righe di uno sconosciuto. Ma non è di questo che vi voglio parlare, o meglio, vorrei dire qualcosa sul rapporto tra turista e montanaro! E’ sempre sbagliato ragionare per categorie, perché non esiste un “modello standard”, però gli esempi aiutano a capire meglio.

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Atleti si allenano in vista di una gara – Valle Orco (TO)

Diciamo che, quando il “montanaro” parla del “turista” in modo sprezzante, si riferisce a qualcuno che ha comportamenti errati, manca di rispetto, ignora molte cose sui territori di alta quota, sui suoi abitanti e sui lavori che qui si praticano. Come sempre, quando un comportamento non appartiene a un singolo, ma viene ripetuto per tempi lunghi e da molti individui, spesso si genera prima malumore, poi rabbia, quindi esasperazione. Non bisognerebbe arrivare a tanto, perché l’esasperazione generalmente non porta a nulla di buono.

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Paesaggi di alta montagna “incontaminata”: Lago Rosset – Valsavarenche (AO)

La montagna vive di turismo? Anche… Non dovrebbe vivere SOLO di turismo soprattutto perché, un territorio fragile come quello delle terre alte, ha bisogno di attività che curino il territorio, che lo presidino 12 mesi all’anno. Come sappiamo, la montagna ha un turismo invernale (che per alcuni è fatto da neve e territorio così com’è, da percorrere con le racchette da neve, con gli sci da scialpinismo… mentre altri hanno bisogno di piste, impianti di risalita, impianti di innevamento artificiale…) e uno estivo. Quest’ultimo si sta evolvendo, perché chi viene in montagna oggi sembra aver bisogno di qualcuno e qualcosa che gli permetta di divertirsi, di svagarsi. Ahimé non bastano i panorami, la natura, i boschi, i laghi, le montagne, la flora e la fauna… Non è sufficiente un sentiero che porta a un rifugio, una pista sterrata che permette di pedalare con più o meno fatica.

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Piste e impianti di risalita in Val d’Isere – Francia

Bisogna inventare attività, bisogna portare tutti fin in cima alle montagne e anche oltre. Lo ammetto, io frequento poco le località cosiddette “turistiche”. Quando mi capita, non solo aumenta la mia consapevolezza di una certa “asocialità selettiva” (non è che non mi piaccia la gente, ma ci sono determinate situazioni affollate che proprio non fanno per me!), ma resto anche inorridita da quello che si sta facendo in nome di… di cosa? Del turismo, dei soldi…

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Le costruzioni della stazione sciistica di Tignes – Francia

Certe località per me ormai sono rovinate per sempre. Lo so, non tutti saranno d’accordo con queste mie osservazioni, ma non so se sia solo una questione di punti di vista. Spero però che ci si fermi e che si rispetti quello che c’è ancora. Non solo per questioni (non trascurabili) di ambiente, ma anche perché portare in montagna chi la montagna non la conosce, non la rispetta, non la affronta con la giusta attitudine, è un grosso errore che può costare caro. Se si parte in barca diretti al mare aperto senza saper nuotare e senza avere nozioni di navigazione, i rischi sono immensi. Vale lo stesso per la montagna. Non solo non si scende a “passeggiare” sul ghiacciaio in canottiera e ciabatte, ma bisognerebbe anche avere ben chiaro in mente che la montagna non è un enorme parco divertimenti (quasi) gratuito. C’è gente che ci vive e lavora, ci sono animali, selvatici e domestici.

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Escursionisti in cammino – Colle del Nivolet, Valsavarenche (AO)

Il montanaro è chiuso? Il montanaro, nel suo DNA, ha un bagaglio ereditato dalle generazioni che l’hanno preceduto, che spesso hanno affrontato grosse difficoltà e fatiche. L’apparente chiusura forse è anche una strategia innata di sopravvivenza? Conosco montanari dal cuore d’oro, dal senso dell’ospitalità e della condivisione che raramente ho trovato altrove. Conosco montanari diffidenti e apparentemente chiusi, ma una volta conquistata la loro fiducia è stato come trovare una seconda famiglia. Certo, il montanaro ha la sua dignità. E, come tutti, chiede rispetto.

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Se non conoscete il comportamento degli animali e se non c’è il proprietario con voi… non entrate nei recinti, non avvicinatevi come sto facendo io qui! – Vallone dell’Urtier, Cogne (AO)

Dal punto di vista del popolo degli alpeggi, si chiede al turista di rispettare le strutture (quindi non entrate nelle baite abitate, non asportate fiori davanti agli alpeggi, non usate le stalle come gabinetti e, per tale scopo, nemmeno il retro delle baite stesse, non “portate via” niente di quello che trovate… tutti casi capitati davvero), di rispettare gli animali (non prendete con voi cuccioli di cane che trovate vicino agli alpeggi, non entrate nei recinti per accarezzare il vitello o l’agnello, non date niente da mangiare a capre, pecore, vacche, cani, non cercate di scattarvi selfies in mezzo alla mandria, tutti questi gesti innocui potrebbero avere conseguenze gravi per la vostra o la loro – degli animali- salute), di comprendere orari ed esigenze lavorative, di rispettare fili e recinzioni (dell’argomento abbiamo già parlato più volte), ecc…

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Il mio cane Grey in montagna – Cuney, Vallone di Saint Barthélemy (AO)

Un capitolo a parte è quello dei cani. Ogni tanto faccio la battuta che la terza guerra mondiale scoppierà per questioni di cani… Esagerazione, ma spesso le faccende canine e i loro proprietari faticano ad essere gestiti in modo pacato. Lo so che molti saranno profondamente infastiditi da quanto scrivo, ma il mio consiglio è di non andare in alpeggio se si ha un cane. In molti parchi naturali è già così, oppure si può andare con limitazioni (guinzaglio, cosa che in presenza di animali al pascolo dovrebbe SEMPRE essere usato). Si evitano problemi con i cani da pastore e da guardiania, con altri cani di escursionisti, si evitano i sacchetti con le loro deiezioni gettate nei pascoli (a questo punto, quasi meglio non raccogliere!), si evitano cani più o meno custoditi che corrono dietro sia alla marmotta, sia alla pecora…

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Turisti ed escursionisti incontrano una transumanza a Pont – Valsavarenche (AO)

Certo, il montanaro ha bisogno del turista, che può essere fonte di reddito. Ma allora ci vuole un vero turismo rurale (cosa che, su questo versante delle Alpi, è ancora indietro rispetto ad altre regioni italiane), non le torme di gente che salgono in funivia. Non sono quelli che vanno a comprare il formaggio in alpeggio. Secondo me, chi il formaggio lo apprezza davvero, se lo guadagna. Ne ho visti arrivare in macchina e chiedere la fettina di toma da 2 etti, chiedere la ricotta, ma “…mi dà anche il cucchiaino per mangiarla? E un po’ di pane ce l’ha?“. Il cliente ha sempre ragione? No, il cliente deve capire la differenza tra il supermercato e l’alpeggio a 2000 e più metri di quota.

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L’esterno del punto vendita di un alpeggio in Val di Rhemes (AO)

Ben vengano le iniziative per far conoscere la vita e il lavoro negli alpeggi. Ben venga l’agriturismo in alpeggio, le attività di degustazione, le gite guidate. Il turista non sa, il turista vuole conoscere, al turista si spiegano, si insegnano le cose, il turista imparerà a rispettare e apprezzare il prodotto e lo cercherà ancora, anche una volta tornato in città.

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Escursionisti sul sentiero… e nei pascoli – salendo al Colle del Nivolet, Valsavarenche (AO)

Turisti che vi lamentate sui social per i fili, per i cani da guardiania, per le campane delle vacche, per le strade “sporche” dopo una transumanza… Non venite in montagna, non fa per voi, non la capite, non è alla vostra portata. La montagna chiede rispetto, in tutti i sensi. Se partite per una scalata senza preparazione, senza attrezzature, potete rimetterci la vita. Preparatevi anche per una passeggiata, in fondo non vi tuffate in mare, anche vicino alla riva, se non sapete nuotare, no?

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Mandria al pascolo nel Vallone dell’Urtier – Cogne (AO)

E’ scontato dirlo, ma il rispetto genera rispetto. Salutate gli allevatori, i pastori che incontrate. Se sono tipi burberi, introversi e solitari, si limiteranno ad un cenno come risposta. Altri invece avranno piacere di chiacchierare con voi. Ritornando al discorso del post precedente, non limitatevi all’indignazione sui social, ma fate qualcosa di concreto. Scambiate due parole con quel guardiano di vacche, capre, pecore, che magari viene anche da un altro paese, da un altro continente (a tal proposito, leggete anche questo post).

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Manza in atteggiamento sospettoso: non esistono razze “pericolose”, ma singoli animali che possono caricare l’uomo in determinate situazioni sì – Vallone delle Laures, Brissogne (AO)

 

Vi ho detto tutto? No, vi ho dato solo, in ordine sparso, alcuni spunti di riflessione. Sono sicura che, sia da allevatori, sia da alpigiani, ma anche da escursionisti e da turisti, avete vissuto numerose esperienze che potrebbero essere raccontate in questo post. Tutti gli altri, i cafoni, coloro che credono che la montagna sia un bene comune dove loro sono esseri superiori perché “portano soldi”, meglio che stiano alla larga. Forse bisogna creare per loro appositi parchi divertimento a tema, tanto questi non sono una vera risorsa per la montagna!

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Chi avesse voglia di saperne di più, chi volesse scambiare qualche idea anche su questi temi, chi volesse avvicinarsi con un altro atteggiamento al mondo dell’alpeggio… è invitato a una due giorni in alta Valle Tanaro (CN), tra Briga Alta e Carnino. Qui il Parco delle Alpi Marittime mi ha invitata a presentare i miei libri (sabato 7 settembre alle 18:00 alla Locanda d’Upega) e a parlare di alpeggi insieme ad un guardiaparco, mentre domenica 8 dalla foresteria del parco a Carnino partirà un’escursione durante la quale si andrà alla scoperta del territorio d’alpeggio, delle sue genti, degli animali. Gli eventi sono gratuiti, ma per l’escursione la prenotazione è obbligatoria. Per informazioni info@parcoalpimarittime.it – 0171-976813. Forse sono necessarie anche più iniziative del genere, per avvicinare queste due “categorie” di turisti e montanari, cittadini e margari, resto del mondo e alpigiani…

Parliamo di clima?

Quanto parlare e sparlare di clima e di ambiente in questi giorni! Qui, su queste pagine, ben lo sapete che di clima e di tempo atmosferico si parla sovente. E’ ovvio, se la tua vita, il tuo lavoro, è costantemente influenzata dalle condizioni meteo, non puoi farne a meno. Come si fa a negare che il clima stia cambiando? Le temperature, la violenza di certi fenomeni, la mancanza o l’eccesso di precipitazioni sono sotto gli occhi di tutti. Non che in passato non vi siano mai stati cambiamenti, ma… in molti dicono che oggi il “nostro” inquinamento giochi la sua parte.

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Il verde inizia a tingere i prati sul versante esposto a sud – Nus (AO)

Che sia vero o no, inquinare meno male non fa, sia in termini di immondizia, di scarichi, di gas, sia di consumi. Perché comunque tutto quello al Pianeta Terra non fa bene. E non fa bene a noi, se vogliamo continuare a viverci. Perché… diciamocela tutta… alla fine è per noi stessi e per le generazioni che facciamo o dobbiamo fare qualcosa. La Terra continuerà ad esistere. Si adatterà anche a climi più caldi (o più freddi). Chi non si adatta, scompare, chi ha caratteristiche migliori per sopravvivere nel “nuovo” clima, si diffonderà. Si tratti di piante o di animali, ma questo è quello che succederà.

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Fioritura del Bulbocodium vernum – Vallone di Saint Barthélmy, Nus (AO)

Non c’è vita anche nel deserto? E’ l’uomo che magari non si troverà più tanto bene. Già, l’uomo… molti dei problemi sono legati al fatto che gli esseri umani, sulla Terra, sono tanti (troppi?). Nelle mie immagini non c’è mai “molta gente”, ma gli spazi spopolati sono pochi, sono sempre meno. E tutte le persone consumano, producono rifiuti di vario tipo, hanno necessità sempre crescenti. Il “benessere” si lascia dietro una scia di scorie difficili da smaltire.

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Pascoli senza neve a 1900m – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Dunque inquinare e consumare meno male non fa. Ma riusciremo in qualche modo a far sì che il clima non cambi? Oppure saremo noi a dover cambiare per non soccombere? Quest’anno abbiamo avuto un (non) inverno secco, spesso mite, ancor più spesso ventoso, da queste parti. Adesso la primavera bene o male cerca di prendere il via, ma sono i prossimi mesi e l’estate a far paura.

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Pascolo di fine inverno – Petit Fenis, Nus (AO)

A torto o a ragione, l’allevamento viene spesso chiamato in causa quando si parla di clima. Bisognerebbe solo ricordarsi sempre di specificare che si parla di allevamento intensivo, con animali che praticamente non escono mai all’aria aperta, concentrati in piccoli spazi, alimentati con foraggi che spesso richiedono molta energia e acqua per essere prodotti. Ciascuno di noi quindi può fare qualcosa per l’ambiente ogni volta che compie un acquisto, a partire dalla tavola.

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Tramonto ventoso – Cumiana (TO)

Quindi anche in questo caso vale la regola di acquistare prodotti locali, da piccoli allevamenti, da piccoli produttori. Per essere ancora più virtuosi, portiamo con noi i contenitori per evitare ulteriori imballaggi (anche se non so se le normative lo consentirebbero, tra etichettatura obbligatoria ecc ecc.). Non è semplice, non è affatto facile. Il discorso è complesso, mi verrebbe da dire che non tutti possono permettersi di essere “ambientalisti”. Il prodotto a basso costo raramente è sano, etico, sostenibile. Ci sarebbe da scrivere per ore su questi temi e c’è chi l’ha già fatto meglio di me.

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Fioritura precoce sui pascoli privi di neve – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Se tutti facessero qualcosa, i benefici sarebbero visibili almeno per quello che riguarda l’inquinamento. Il clima è più complesso, basterebbe un’eruzione di qualche grande vulcano per modificare la gran parte delle teorie di cui si legge o si sente parlare in questi giorni. Di clima comunque qui si continuerà a parlare, sia per mostrare i momenti belli delle stagioni, le fioriture, i colori dell’autunno… sia quello che mi auguro non accada, cioè il caldo torrido e la siccità, che influirebbero duramente sui prati, sulla fienagione, sui pascoli…

La cura del bosco

La settimana scorsa avevamo parlato di boschi, o meglio, vi avevo proposto un piccolo gioco. Purtroppo le risposte sono state meno numerose delle mie aspettative, ma il “sondaggio” mi serviva come scusa per fare alcune considerazioni sui boschi.

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Risultati del sondaggio al 16-2-18

Il tutto era partito da questo articolo pubblicato su “La Stampa”: un anziano “custode e guardiano di boschi” piange sullo stato attuale dei nostri boschi, che muoiono perché più nessuno li cura. La condivisione del pezzo su facebook aveva scatenato diversi commenti. Un amico mi aveva telefonato per discuterne a voce, stupito perché anche persone che hanno a che fare quotidianamente con la salvaguardia dell’ambiente, non condividessero l’idea che il bosco vada “curato”.

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Catasta di legna – Nus (AO)

Il discorso sicuramente richiederebbe molto più di poche righe in un blog. Ci sono sicuramente boschi naturali che stanno bene così come sono. Ci sono boschi creati dall’uomo per proteggere villaggi montani dalle valanghe. L’uomo in passato ha depredato, ha pascolato eccessivamente, ha disboscato senza criterio, ha prodotto carbone, ha usato il legname per scaldare, costruire case, navi…

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Legno e case tradizionali – Livigno (SO)

Il legno è uno degli elementi fondamentali anche dell’architettura tradizionale di montagna, insieme alla pietra. Secondo me l’articolo ed il pensiero dell’anziano intervistato vanno interpretati guardando certi boschi, quelli che hanno sempre “vissuto” insieme all’uomo. La wilderness della seconda serie di immagini che vi ho proposto nel sondaggio fa parte di una dimensione forse anche un po’ onirica. Bella da vedere in un’immagine, ma che genera sentimenti anche di timore in chi la osserva (e immagina di trovarcisi all’interno). I boschi che sono piaciuti di più a chi ha votato sono quelli “curati”. Dove l’uomo interviene con rispetto e pratica una qualche forma di gestione.

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Un taglio “fresco” – Cumiana (TO)

Tagliare un albero non significa distruggere un bosco. Ovviamente ci sono normative da seguire, per evitare che si ripetano “predazioni” e danni verificatisi in passato. Certi alberi secolari vanno protetti. Non bisogna disboscare senza criterio, lasciando il terreno nudo e a rischio di erosione, ecc…

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Pequerel: il paravalanghe e il rimboschimento – Val Chisone (TO)

In alcuni casi l’uomo, nel corso degli anni, ha dovuto intervenire per “ricostruire” il bosco. A monte del villaggio di Pequerel in Val Chisone, un tempo abitato stabilmente anche d’inverno, è stato fatto sia un paravalanghe, sia un rimboschimento chiaramente visibile più a monte, per proteggere le case dallo scivolamento delle valanghe. In origine i versanti prevedevano vegetazione spontanea, boschi che vennero tagliati in maniera sconsiderata, lasciando nudi i versanti (una delle opere che richiese grandi quantitativi di legname fu la costruzione del Forte di Fenestrelle).

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Abeti di Douglas e cedri dell’Atlante nel rimboschimenti a monte del Castello di Quart (AO)

Certi rimboschimenti possono anche lasciare perplessi per i tipi di essenze impiegate. L’immagine qui sopra mostra piante sicuramente non autoctone utilizzate negli anni ’50 per rimboschire i versanti sovrastanti il comune di Quart, dove i boschi erano stati tagliati per la produzione di carbone.

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Larici in autunno – Becetto, Val Varaita (CN)

Ci sarebbe da parlare a lungo di boschi di vari tipo. Certamente non si pretende di andare ad intervenire su ogni bosco in ciascun angolo delle Alpi. Il senso del mio ragionamento era quello che molti boschi, un tempo gestiti, oggi sono all’abbandono.

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Castagni da frutto, pascoli e boschi – Valle Maira (CN)

Sicuramente, sia per la fruizione (anche turistica), sia per la sicurezza di chi ancora abita la montagna, un bosco pulito e gestito è da considerarsi migliore.

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Bosco di carpini – Cumiana (TO)

Anche il mio piccolo sondaggio ha evidenziato come la maggioranza delle persone (specialmente se residenti in montagna/collina) preferisca un bosco “gestito” rispetto ad una situazione dove il bosco è totalmente abbandonato a sé stesso.

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Castagni di frutto abbandonati – Nus (AO)

Le condizioni di totale naturalità non sono negative, ma ritengo siano adatte laddove non vi sia alcuna presenza antropica. Se invece ci sono sopra, sotto, di fianco degli insediamenti, se in passato l’uomo praticava qualche forma di gestione di questi boschi, l’abbandono può essere anche molto pericoloso.

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I boschi dov’è passato il fuoco nel mese di ottobre – Cumiana (TO)

Come gli incendi si propaghino facilmente nei boschi abbandonati, l’abbiamo visto ahimè fin troppo bene lo scorso autunno.

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Alberi caduti a terra su di un’antica pista – Cumiana (TO)

I boschi un tempo curati e utilizzati avevano una rete di piste che l’abbandono rende impraticabili anche al fine della percorrenza di mezzi antincendio.

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Pista per il taglio della legna abbandonata con evidenti fenomeni di erosione – Cumiana (TO)

La mancanza di manutenzione le trasforma in ruscelli che, durante le piogge più intense, man mano le erodono, facendo sì che non siano più percorribili con un mezzo. In quanti boschi di collina o di mezza montagna incontriamo situazioni del genere?

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Ruscello nei boschi – Cumiana (TO)

Per non parlare poi di tutti gli alberi che si schiantano al suolo e finiscono nel letto di ruscelli e torrenti. Apparentemente non c’è nessun problema, i tronchi marciranno, la natura farà il suo corso. Però in caso di piogge intense quel ruscello si gonfia, i rami e i tronchi vengono trasportati a valle, dove incontreranno ponti, strade…

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Bosco abbandonato – Cumiana (TO)

Insomma, siamo in tanti a provare tristezza e preoccupazione nel vedere uno scenario del genere, soprattutto incontrando tra l’abbandono generale segni di una passata cura da parte dell’uomo: un muretto, una casa diroccata, una traccia di sentiero dimenticato.

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Un ambiente ancora curato – Valle Maira (CN)

Gli animali selvatici trovano riparo e cibo anche dove l’uomo pratica una certa cura del bosco. E poi, come si diceva, non si vuole “tagliare tutti i boschi”, quel che si auspica è mantenere una certa gestione.

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Faggio secolare – Angrogna (TO)

Certi alberi hanno raggiunto la loro mole imponente anche perché l’uomo ha tenuto pulito il bosco tutt’intorno. In definitiva, molti dei paesaggi “naturali” che apprezziamo di più, spesso hanno comunque un’origine antropica. E’ stato l’uomo a crearli, a modellarli, a dare un certo ordine. Il confine tra gestione e sfruttamento sconsiderato è nelle nostre mani, si tratti di boschi, di pascoli, di montagna, di collina, di pianura… Qui un sito, quello della Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale, per chi volesse documentarsi in modo più serio e scientifico su ciò che significa la gestione del bosco.