Il primo giorno di pascolo

Paese che vai, usanze che trovi… Regione che vai, usanze che trovi! Dopo aver pubblicato alcune immagini dei giorni scorsi su facebook, ho capito che era necessario un articolo per spiegare come funzionano le cose da queste parti. La vita (e il lavoro) in alpeggio non sono uguali ovunque.

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Un alpeggio che, nelle scorse settimana, ancora attendeva uomini e animali – Ollomont (AO)

Ecco che l’inizio della stagione può essere differente a seconda della vallata, della regione, del tipo di animali e persino della razza di animali allevati. Come sapete, da qualche anno ormai frequento soprattutto le montagne della Valle d’Aosta. Nonostante la distanza con il confinante Piemonte non sia molta, qui cambiano molte cose.

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Fioritura del tarassaco nel Vallone di Vertosan – Avise (AO)

L’altro giorno siamo andati nel Vallone di Vertosan, dove si trova l’alpeggio in cui trascorreranno l’estate le nostre vacche. Gli animali erano già su dal pomeriggio precedente, ma fino a quella sera non sarebbero uscite al pascolo. Strano, non vi sembra? Solo in parte… Questi tempi sono dovuti alla razza di animali che si alleva in Valle d’Aosta.

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Mungitura pomeridiana – Dzette, Avise (AO)

Ecco allora tutte le vacche (di razza valdostana pezzata rossa, pezzata nera e castana) in stalla, mentre vengono munte nel pomeriggio. Ciascuna è legata al suo posto. Terminata la mungitura, si uscirà al pascolo. Questo avviene due volte al giorno, al mattino e alla sera, dopo il pascolo gli animali vengono fatti rientrare in stalla.

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Valdostana pezzata rossa – Dzette, Avise (AO)

Sul muro della stalla sono segnati dei numeri, prima di uscire ad ogni animale verrà scritto sulla coscia il numero corrispondente al proprio posto, così da essere facilitati nel farli rientrare e legare la sera. Soprattutto i primi giorni, questa non è un’operazione semplice. Qui poi gli animali non resteranno a lungo, perché dopo una decina di giorni la mandria verrà già spostata nel tramuto superiore.

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Partenza per il pascolo – Dzette, Avise (AO)

Dopo aver mangiato un po’ di merenda, il casaro va ad occuparsi del latte, mentre tutti gli altri (padroni degli animali, operai, gestore dell’alpeggio, amici, parenti) fanno uscire le vacche dalla stalla e iniziano a chiamarle verso il pascolo. Qualcuna in fondovalle già usciva a pascolare, altre escono in quel momento per la prima volta dopo mesi di alimentazione a fieno. Ma perché attendere fino al tardo pomeriggio per uscire?

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Le vacche castane scavano, muggiscono e si preparano a dar via alle battaglie – Dzette, Avise (AO)

Si è aspettato l’arrivo di tutti gli animali che costituiranno la mandria per quell’estate. Uscire solo con alcune avrebbe complicato le cose, invece adesso sono tutte insieme e… “faranno conoscenza” in un unico momento. Qui questo particolare momento viene chiamato “decorda“, cioè quando per la prima volta vengono slegate tutte insieme le vacche. In questo alpeggio gli animali vengono fatti uscire e salire in un prato qualche centinaio di metri più a monte, più pianeggiante rispetto a quelli sotto l’alpeggio.

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Battaglie tra reines per definire chi guiderà la mandria – Dzette, Avise (AO)

Dopo aver raspato con le zampe, dopo vari muggiti e sfregamenti del capo nella terra, iniziano le battaglie, qualcuna rapida, qualcuna più combattuta, il tutto sotto gli occhi vigili dei proprietari degli animali. Avere la regina è soddisfazione, è prestigio, è la realizzazione di tanti sacrifici fatti per i propri animali. Quest’anno le decorde sono più che mai l’occasione per vedere delle battaglie, dato che i vari incontri ufficiali in calendario sono stati tutti sospesi a causa dell’emergenza Covid.

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Momenti di una battaglia – Dzette, Avise (AO)

Il tutto avviene in modo totalmente naturale,  l’intero prato risuona di muggiti e di sbuffi, qua e là gli animali si affrontano due a due. Gli occhi di tutti però sono puntati sula regina del gestore dell’alpeggio, che si scontra con una bestia di pari mole e potenza, mandata in alpeggio per l’estate da un altro allevatore.

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Si pascola la prima erba fresca in alpeggio – Dzette, Avise (AO)

Le valdostane pezzate rosse invece pascolano placidamente, loro pensano soprattutto ad alimentarsi e cercano di stare discoste dalle loro compagne attaccabrighe.

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Battaglia tra valdostane pezzate rosse – Dzette, Avise (AO)

Succede molto più raramente, ma anche alcune di loro danno vita ad alcune brevi battaglie, ma non sono “quelle che contano” per definire i ruoli gerarchici nella mandria per il resto della stagione.

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Si assiste alle battaglie – Dzette, Avise (AO)

Le decorde richiamano un buon numero di appassionati, specialmente laddove si sa che vi sono reines importanti. E’ un’occasione di vedere gli animali che si misurano tra di loro, incontrare amici con la stessa passione, fare un po’ di festa insieme.

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Lo sguardo “triste” di una reina che ha perso una battaglia – Dzette, Avise (AO)

Passato quel primo momento di festeggiamenti, dal giorno dopo (o meglio, dalla notte successiva, dato che si inizia a mungere ben prima del sorgere del sole) inizia la routine del lavoro d’alpeggio. Per i Valdostani tutte queste sono normali ovvietà, ma gli amici che mi seguono da altre regioni vivono il loro primo giorno d’alpeggio in altri modi.

Tra i tanti problemi, la manodopera

Mi trovo in difficoltà, in questi giorni: tante sarebbero le cose di cui scrivere, tante le problematiche, i dubbi, le incertezze. Per quasi tutte però lo scriverne non cambierebbe nulla, se non come forma di sfogo o di confronto virtuale. Invece parlare ora del problema della manodopera negli alpeggi magari può aiutare qualcuno a risolvere un problema che incombe.

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Alpeggio ancora chiuso ad inizio stagione – Val Soana (TO)

La gran parte delle attività sta soffrendo per la crisi e l’immobilità determinata dall’emergenza Covid-19. Anche se gli interrogativi sono ancora tanti, nel mondo zootecnico tradizionale si guarda con sempre più apprensione anche alla stagione d’alpeggio imminente. Con la speranza di poter salire tutti, con la speranza ancor più grande che, per quando sarà ora di transumanza, non ci siano più nuovi contagi, non si sa se quest’anno si potrà contare sulla manodopera straniera.

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Il siero ai vitelli: tanti e differenti sono i lavori in alpeggio – Ceresole Reale (TO)

Ammesso che il peggio dell’emergenza sanitaria sia alle spalle e che si possano assumere operai per i lavori in alpe, è probabile che una certa fascia di manodopera stagionale, che proveniva da paesi esteri solo per l’estate, sia impossibilitata ad entrare in Italia. Una situazione simile la sta già vivendo il settore dell’ortofrutta, che lamenta mancanza/carenze di personale per la raccolta (un esempio qui). E’ però più facile imparare a raccogliere fragole o pomodori, piuttosto che mungere vacche in alpeggio…

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Uscita mattutina al pascolo – Fontainemore (AO)

Però il nuovo mondo che ci aspetta fuori dalle porte il giorno che finalmente potremo riaprirle probabilmente ci chiederà di cambiare tante cose, nelle nostre vite. La mia pagina del cerco-offro lavoro in alpeggio/azienda zootecnica continua ad essere attiva, per pubblicare un annuncio, è sufficiente inviarmelo via e-mail. In certi alpeggi si cercano esperti mungitori e/o casari, in altri tuttofare, per pulire stalle, condurre gli animali al pascolo, montare e smontare recinzioni. Occorre essere temprati alla vita in montagna, si lavora 7 giorni su sette, con qualsiasi condizione atmosferica, talvolta le sistemazioni saranno spartane, a seconda delle strutture di cui è/non è dotato l’alpeggio.

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Vacche in stalla in alpeggio – Cogne (AO)

Non fatemi domande sulla “giusta paga”: usciremo tutti da questo periodo in ginocchio se non peggio. Le aziende zootecniche tradizionali non se la stanno passando bene, tra animali invenduti o venduti sottocosto, prodotti caseari che si accumulano nelle cantine. Speriamo solo ci si possa rimettere tutti in piedi e che, ripartendo i sacrifici, si possa ricominciare. Lavoro, in questo settore, ce n’è… bisogna aver voglia di farlo!

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Vacche al pascolo – Ribordone (TO)

AAA Fontina cercasi

Nei giorni scorsi, ho ricevuto un’e-mail da parte di un’amica che fa parte di un GAS in Piemonte (Valle di Susa). Sapete cosa sono i GAS? Gruppi di acquisto solidale. Dal sito di riferimento, ecco la definizione di GAS: “…sono un’esperienza di consumo critico nata in Italia negli anni ’90, attraverso cui i cittadini si organizzano per acquistare insieme direttamente dai produttori secondo criteri di rispetto per le persone e l’ambiente e preferendo piccoli produttori locali con un progetto legato al territorio.

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…dirette ai pascoli… – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Grazie all’organizzazione in gruppi, i consumatori acquistano prodotti realizzati con una certa “filosofia” direttamente dai piccoli produttori e li ricevono anche a centinaia di km di distanza. Si acquistano arance dalla Sicilia, pecorino dalla Sardegna e così via. Non posso andare di persona ad acquistare dall’azienda, so che quell’azienda produce rispettando certi canoni (di lavoro, di benessere animale, di salubrità del prodotto, di alimentazione delle vacche, capre, pecore…), certamente non sarebbe economicamente attuabile l’acquisto per una singola persona, ma organizzandosi in gruppo l’azienda farà delle spedizioni di una certa importanza. Ovviamente la spedizione deve prevedere già una suddivisione dell’acquisto: per intenderci, non la forma di pecorino, ma le fette sottovuoto etichettate, di modo che ciascuno ritirerà direttamente il suo pezzo. Una volta rodato il sistema, può anche funzionare bene. Io non ho esperienze dirette né di vendita, né di acquisto secondo questi canali, ma conosco persone che piazzano parte delle produzioni anche attraverso i GAS e altri che invece se ne servono per acquistare. Generalmente me ne hanno parlato positivamente.

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Fontine “fresche” nel Vallone di San Grato – Issime (AO)

Dopo questa premessa necessaria per spiegare a tutti di cosa stiamo parlando, veniamo al nostro caso. L’amica mi contatta perché, sapendomi in Valle d’Aosta, avrebbe bisogno di trovare un fornitore di Fontina per il loro GAS. Avevano già fatto un tentativo, che però si era arenato sul discorso porzionamento ed etichettatura. Cioè, come si diceva sopra, spedire le fette tagliate ed etichettate, non la forma intera. Magari alcuni lettori/produttori, a questo punto staranno dicendo: “Io lo posso fare! Gliela vendo io la Fontina!“.

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Mandria nei pascoli alti della Tsa de Fontaney – Vallone di St.Barthélemy, Nus (AO)

Come vi dicevo, il cliente del GAS però è un consumatore molto attento. Non cerca solo il “nome” Fontina, ma vorrebbe una Fontina buona, sana, d’alpeggio, prodotta secondo certe metodologie. “Io sono interessata a trovare la Fontina prodotta il più possibile solo con erbe di pascolo. Questo perché il latte derivante da mucche che hanno mangiato solo erba e/o fieno, possibilmente di alta montagna, è di valori nutritivi assai maggiori, oltre che più buono.” Personalmente, concordo al 100% con lei, ma so bene che la realtà valdostana vede, anche in alpeggio, l’utilizzo di mangimi. (Succede anche altrove, ma adesso stiamo parlando di Fontina). La Fontina è una DOP, ma il disciplinare prevede che ciò accada e definisce cosa è possibile impiegare nelle integrazioni alimentari oltre al fieno e/o al pascolo.

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Caseificazione in alpeggio – Pila (AO)

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere e non poco su un discorso di quantità e qualità. Posso ancora comprendere le integrazioni al fieno, poiché parliamo di fieno di montagna, molto profumato, ma talvolta non così ricco. Guardate le foto d’epoca, le vacche non erano mai particolarmente grasse. Mangiando solo fieno e venendo munte, le riserve dell’animale si consumano. Ma quando sono al pascolo in montagna, perché dare mangimi? Per avere più latte, certo. Ma se abbiamo meno latte e questo ha caratteristiche organolettiche (oltre che gustative) migliori? Otterremo meno prodotto, ma di qualità più elevata, da vendere a prezzo maggiore ad un consumatore attento. E senza avere la spesa aggiuntiva del mangime! Giusto?

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Pascoli al lago di Cignana – Valtournenche (AO)

Un progetto in tal senso è stato fatto, ne avevo già anche parlato. Iniziato nel 2017, è continuato anche la scorsa estate, coinvolgendo un maggior numero di alpeggi. Parliamo quindi di Fontine prodotte d’estate, con latte derivante solo dal pascolo. Bene… c’è qualcuno di questi produttori interessato a collaborare con questo GAS? Ricordiamo tutti i requisiti richiesti:

1) l’allevatore possa prendere l’ordine via email
2) possa spedire la fontina via corriere
3) possa ricevere i soldi via bonifico
4) possa fare le porzioni di 1 kg (circa) sottovuoto
5) Ci garantisca sulla fiducia che la fontina sia prodotta da lui medesimo, con latte prodotto da vacche che hanno mangiato solo erba dei pascoli, non mangimi o integrazioni – in pratica un disciplinare biologico non certificato.

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Vacche di razza valdostana al pascolo – Pila (AO)

Ovviamente potrebbe essere anche un produttore che non ha aderito al progetto di cui sopra, ma che garantisce di non dare mangimi alle vacche in alpeggio. Vediamo un po’ se riusciamo a trovarlo… e comunque, oltre al GAS interessato all’acquisto, sono certa che ci siano molti altri consumatori che preferirebbero acquistare un prodotto del genere. Visto che ci si lamenta spesso del prezzo basso della Fontina o del latte venduto per fare la Fontina… non sarebbe il caso di puntare sulla qualità? I consumatori consapevoli e attenti ci sono, iniziamo a soddisfare loro. Non possiamo solo lamentarci che bisogna tenere il prezzo basso perché altrimenti non si vende… Fornirò alla mia amica i recapiti di chiunque si farà avanti, sarà il GAS a contrattare le condizioni con il produttore, eventualmente anche valutando le varie offerte ricevute. Scrivetemi, oppure contattatemi su Facebook. Spero di potervi raccontare il seguito di questa “storia”…

E’ tutto uguale come sempre

Proseguiamo il cammino tra i giovani allevatori protagonisti di “Di questo lavoro mi piace tutto“. Mi ha scritto anche Alessandra Tommasone, figlia di margari che, d’estate, salgono in alpeggio nella Val Grande di Lanzo, dove mi ero recata per intervistarla nel luglio del 2011. Qui leggete il post che avevo pubblicato allora.

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Ci racconta Alessandra: “La mia vita in azienda è cambiata poco perché non ho trovato la persona giusta al mio fianco, quindi sono ancora a casa con la mia famiglia. Aiuto loro, d’estate produciamo sempre i nostri prodotti e, se fanno fiere al paese, vado a venderli.

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Un’importante novità per questa famiglia c’è stata: “Abbiamo comprato gli alpeggi, grazie a Dio ce l abbiamo fatta! Mia sorella maggiore si è sposata, ma per il resto posso dire che e tutto uguale come sempre…

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Il consiglio che posso dare agli altri giovani è di amare questa vita che riserva molte sorprese. Si ha nel sangue questo mestiere, perché non è facile andare avanti, specialmente ora con i tempi che corrono.

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Grazie anche ad Alessandra per la sua testimonianza. Alcune storie sono già arrivate, altre ancora me le invieranno quando avranno tempo, perché in questo mestiere di lavoro ce n’è sempre. Qualcuno dei giovani di allora non sono riuscita a raggiungerlo, non ho più contatti o non mi risponde sui social…

Una lunga estate… e un autunno breve!

Il maltempo ha colpito duramente quasi tutta Italia. Qui per fortuna i danni sono stati limitati, così possiamo anche goderci qualche immagine che, passato il vento fortissimo, ispirano quiete e silenzio. Ma prima andiamo indietro solo di qualche giorno…

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Stambecchi al Colle Vessonaz – Quart (AO)

Era solo la scorsa settimana quando si poteva ancora stare in canottiera a 2800m, mentre gli stambecchi si godevano il sole caldo. Come si vede, avevano accumulato un bello strato di grasso, indispensabile per affrontare l’inverno. Certo, a queste quote l’inverno può arrivare presto, però sembrava ancora così lontano, mentre il sole splendeva nel cielo limpido e scaldava l’aria.

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Alpeggio Champanement – Quart (AO)

A quote inferiori, gli alpeggi ormai chiusi attendevano silenziosi il trascorrere della brutta stagione, ma i pascoli circostanti, concimati, già avevano ripreso un bel verde, quasi fossimo in primavera. La conca era davvero calda, al riparo dal vento. Sembrava che l’estate stesse ancora continuando, nonostante il calendario.

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Strada per Champanement – Quart (AO)

I larici stavano appena iniziando a cambiare colore: dal verde gli aghi viravano al giallo e solo alle quote maggiori avevano già raggiunto la tonalità giallo oro, che poi sarebbe mutata in arancione, prima di disperdersi nel vento freddo autunnale.

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Pascolo autunnale – Lignan (AO)

Nei villaggi abitati tutto l’anno si pascolava ancora, approfittando del bel tempo e della disponibilità di erba. Eppure il meteo aveva altri programmi…

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Saquignod – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Così in poco tempo il paesaggio è cambiato bruscamente. La neve è arrivata non soltanto in alta quota, ma è scesa anche su quei pascoli dove le mandrie dovevano ancora pascolare per qualche giorno, per qualche settimana.

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Veplace – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Gli alpeggi ora sono davvero silenziosi, e non pare più strano come la settimana precedente, con tutto quel caldo e quel sole. Chissà se questa neve durerà, se sarà soltanto il primo strato che coprirà i pascoli per tutto l’inverno. Oppure tornerà il caldo “anomalo” e la farà sciogliere interamente?

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Neve autunnale a Lignan – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Dalle mie parti si dice che, se nevica sulla foglia, l’inverno non darà noia. Non so se valga lo stesso detto anche in Valle d’Aosta… Solo in primavera potremo dire se il detto giusto è questo, oppure quelli legati all’abbondanza di frutti di cui avevamo parlato qui.

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Bosco di larici – Veplace, Vallone di Saint Barthélemy (AO)

L’estate è stata lunga, con giornate più calde della norma e il caldo si è protratto sull’inizio dell’autunno, poi ora ecco la neve a imbiancare larici che ancora non erano diventati gialli.

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Ultime discese dai monti – Blavy, Nus (AO)

Mentre scendevo tra neve e nebbia, nell’aria mi è arrivato il suono caratteristico degli Chamonix. C’era qualcuno che stava lasciando l’alpeggio in quel pomeriggio successivo alla precipitazione che aveva portato neve e pioggia sulla valle. Ho poi incontrato la mandria quando era ormai quasi a casa, si trattava di un piccolo gruppo di animali partito dai pascoli di un villaggio più a monte. “Avevamo ancora erba per un giorno, ma…” Ma quell’imbiancata precoce ha accelerato il rientro.

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Gregge nel Vallone del Gran San Bernardo (AO) (foto M.Blanc)
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Partenza del gregge verso la pianura – Vallone del Gran San Bernardo (AO) (foto C.Vuillermoz)
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Ora di tornare in stalla – St. Rhemy-en-Bosses (AO) (foto D.Ronc)
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Fine stagione di pascolo – Gressoney (AO) (foto R.Cilenti)

Foto mie di discese nella neve, di transumanze degli ultimi a scendere non ne ho. Ma ho pescato qua e là qualche bella immagine tra quelle postate dai miei amici. La maggior parte delle mandrie è scesa già da qualche tempo, restava ancora qualche pastore, qualche piccolo gruppo di animali…

Una lunga riflessione di un pastore emigrato

Quando ho ricevuto l’e-mail di Andrea, gli ho risposto dicendo che non sapevo se avrei potuto pubblicare tutta la sua storia su queste pagine. Poi ho letto e riletto il suo testo e ho deciso di apportare solo dei minimi tagli. Prendetevi un po’ di tempo per leggere questo post fino in fondo. Le sue riflessioni secondo me genereranno in ciascuno di noi molti pensieri. Lascio allora la parola a lui e alle sue immagini… visto che il post è molto lungo, vi terrà compagnia anche nei giorni in cui non riesco ad aggiornare queste pagine!

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Andrea e Kira

Mi chiamo Andrea e sono un pastore di vacche da latte, trapiantato per il momento in Francia sui Pirenei. Ho 35 anni, sono originario della provincia di Brescia, Lago di Garda. Vengo da una famiglia che non ha alcun legame con l’agricoltura e l’allevamento, se non un bisnonno contadino che ho avuto la fortuna di conoscere e di ammirare e che sicuramente ha avuto una forte influenza sulla mia infanzia e mio padre che ha una grandissima passione per i cavalli (lasciati allo stato brado e cavalcati nei trekking di montagna). Ho cominciato ad avvicinarmi all’agricoltura quando avevo 18 anni, soprattutto lavorando sugli ulivi per la produzione di olio di oliva. L’agricoltura mi ha sempre appassionato perché adoro lavorare all’aria aperta, perché ho una grande passione per il lavoro fisico e di fatica, non so perché, ma amo sgobbare. Quindi per diversi anni della mia vita ho tirato a campare lavorando sugli ulivi e facendo vendemmie o raccolte di frutta e verdure.

Poi la mia vita ha preso un’altra direzione: ho vissuto in Australia per 5 anni, dove per 3 anni ho lavorato nel mondo della fotografia pubblicitaria, principalmente come assistente fotografo, ma anche come fotografo fino a quando ho sviluppato una certa coscienza che mi ha fatto comprendere che in realtà, avendo sempre detestato le pubblicità, non riuscivo a vedere un senso in ciò che stavo facendo. La fotografia è una delle mie grandi passioni, tramandata da mio padre fotografo, che però ho cominciato a vivere con meno entusiasmo con l’avvento del digitale che l’ha resa secondo me un mezzo creativo troppo inflazionato e troppo legato a meccanismi di lavoro e di postproduzione troppo artificiosi. Senza valutare il fatto che detesto passare le ore davanti al computer.

Tornato in Italia ho ricominciato a fare lavori di agricoltura e di giardinaggio, ma sentivo che mi mancava qualcosa. Come contadino ero anche in gamba perché in ogni cosa che faccio ci metto sempre anima e cuore, ma non ero particolarmente dotato nel rapporto con le piante. Ho fatto un periodo di tre anni a lavorare in un vivaio di piante grasse, avevo bisogno in quel periodo di un lavoro sicuro a tempo pieno, ma in realtà il lavoro non mi appassionava e ho cominciato ad essere negativo e stanco. Così ogni volta che andavo in montagna e mi capitava di vedere i pastori e i malghesi mi sembrava di sognare ad occhi aperti, vedevo una vita lontana da meccanismi di una società che spesso fatico a comprendere, la relazione con gli animali, con la montagna, con i cani da lavoro, una vita così concreta e reale. Mi sembrava un sogno perché davo per scontato che fosse una vita riservata alle persone che erano cresciute in questo ambiente, inconsciamente pensavo che dato il mio background non sarei mai stato in grado di fare una vita del genere. Fortunatamente la mia compagna dell’epoca mi ha praticamente “obbligato” a cambiare vita. Abbiamo così cercato l’incontro con una coppia di pastori delle nostre zone e a loro abbiamo chiesto consiglio. Loro facevano le stagioni in alpeggio in Svizzera con le vacche da latte e così ci hanno invitati: siamo andati a trovarli in Svizzera e abbiamo passato più di un mese a condividere la vita con loro. Dopo una settimana avevo già capito che quella era la mia vita! La stagione successiva il destino ha voluto che si liberassero due posti nella stessa malga così abbiamo fatto la nostra prima stagione lì, io ero aiuto casaro e responsabile della cantina e dovevo fare con i pastori le mungiture. Ma la mia vera passione era il lavoro di pastore e quindi ho fatto i salti mortali tutta la stagione per riuscire ad uscire anche al pascolo ed imparare così a pascolare gli animali. L’inverno precedente avevo anche trovato Kira, il mio cane da pastore e la mia necessità era anche riuscire ad arrivare a fine stagione con un cane pronto al lavoro. Fortunatamente Kira è un cane la cui priorità assoluta è lavorare, veramente ho avuto una gran fortuna ad incontrarla perché ha imparato molto in fretta, a sette mesi radunava già le mucche e si districava bene nel lavoro e poi chiaramente è andata migliorando nel corso della stagione, veramente una mitica ed un altro motivo per cui ringrazierò eternamente la famiglia di pastori che mi hanno introdotto al mestiere è anche che mi hanno donato questa compagna di vita. È da quando sono nato che ho la passione dei cani ma ho sempre aspettato di prenderne uno perché la mia vita prima non era mai stata abbastanza stabile secondo me. È per questo che uno dei motivi che mi lega molto al mestiere è anche il rapporto con i cani. Perché posso vivere la relazione con loro in completo equilibrio e armonia.

Prima di affrontare la stagione con le mucche avevo anche provato a fare una mezza stagione in Svizzera con delle pecore da carne, un gregge di mille pecore in una malga a 2500 metri d’altezza. Di quell’esperienza mi è piaciuto molto il luogo, isolato e selvaggio, ma mi è servita a capire che adoro il rapporto con gli animali da latte (un rapporto secondo me più empatico e vicino) e non amo particolarmente i meccanismi del gregge ed il carattere delle pecore. Io amo il momento della mungitura, poter relazionarmi ad ogni animale due volte al giorno, poter dare un nome alle vacche e farglielo imparare, parlargli, confidargli i miei pensieri.

Poi la mia vita ha cambiato nuovamente direzione, la mia compagna dopo un entusiasmo iniziale ha cominciato ad avere dei dubbi, credo che volesse vivere in un altro modo, quindi sono tornato a fare lavori di campagna e a dedicarmi alla fotografia, abbiamo fatto un viaggio in India e Nepal (il secondo della mia vita) e poi come tanti giovani abbiamo sentito la necessità di migrare all’estero, scegliendo la Francia, per cercare delle migliori condizioni di vita. In quel periodo il rapporto con la mia compagna ha cominciato a deteriorarsi, siamo andati a vivere a Toulouse nonostante io avessi già ben chiaro in testa che non sarei resistito troppo a lungo a fare una vita da cittadino. E infatti lì sia io che la Kira siamo caduti in una sorta di depressione, sono resistito 3 mesi fortunatamente mantenendo un certo equilibrio e poi nella mia testa si è delineata ben chiara la necessità di tornare verso le montagne. Su internet (www.emploiberger.blogspot.com) ho messo un annuncio spiegando la mia esperienza e dopo 10 giorni sono stato contattato da quello che è diventato il mio capo.

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La casa/alpeggio sui Pirenei

Al tempo non parlavo una parola di francese, l’ho incontrato mi ha portato a vedere le mucche e poi mi ha portato in montagna, ho visto il luogo, fantastico, ci siamo stretti la mano e de lì è cominciato tutto. Ho avuto una bella fortuna, ma sono convinto che nella vita la fortuna aiuta gli audaci. È incredibile perché nel momento difficile a Toulouse avevo cominciato a sognare di andare sui Pirenei e di trovare un alpeggio di 20 vacche da latte, e così è stato.
Non so se lo definirei proprio un alpeggio o piuttosto una azienda di media montagna, siamo a 1100 metri di altezza, ho una bella casa, con una stabulazione fissa che durante il periodo estivo uso come sala di mungitura. Governo 20 vacche da latte di razza abondance (una razza dell’alta Savoia, rustica e molto adatta alla montagna), un toro e una sessantina di manze, solitamente anche i cavalli che sfortunatamente quest’anno non sono potuti salire, dico sfortunatamente perché sono molto utili a recuperare i pascoli messi peggio.

La prima stagione è stata molto difficile perché il mio capo non riusciva a trovare un pastore e così da quando mi ha trovato verso fine aprile a quando è riuscito ad organizzare tutto siamo riusciti a cominciare in giugno. Sono arrivato qui e dopo 3 giorni sono arrivate le mucche, mi sono ritrovato con l’erba già molto dura, i recinti da fare, senza parlare la lingua e senza conoscere il territorio. Eppure sono riuscito a giostrarmi bene tutto, addirittura senza saperlo ho fatto il record di produzione di latte rispetto ai sette anni precedenti sia come quantità che come qualità, non so nemmeno io come, vista la qualità dell’erba: per compensare tale problema all’inizio ho fatto mangiare a fondo le manze sui pascoli che d’abitudine usiamo per le vacche per farle poi salire di quota verso metà luglio in modo da ricominciare la rotazione dei pascoli con le mucche con un’erba molto più morbida.
La Kira fortunatamente nonostante i due anni di pausa si ricordava bene il proprio lavoro ed è stata un aiuto essenziale.

La lingua è stata un aspetto molto difficile, anche perché l’azienda del mio capo è molto lontana da qui e quindi l’ho praticamente visto ad inizio stagione e poi un altro paio di volte, mi sono trovato qui a gestire tutto parlando veramente molto, molto male ma forse proprio questo mi ha fatto imparare il francese molto rapidamente.
E poi assolutamente non posso non parlare del grandioso Gilbert, l’uomo che ha dato vita all’azienda qui e che poi andando in pensione ha venduto tutto al mio capo. Un uomo di 72 anni, nipote di immigrati toscani, che nella sua vita ha fatto di tutto dallo sceneggiatore di teatro, al pastore di pecore all’allevatore di mucche, una persona con cui è nato un rapporto di amicizia, rispetto ed ammirazione reciproci, dice sempre che per lui sono come il figlio che non ha mai avuto, sicuramente il mio migliore amico qui in Francia. Lui è il mio “vicino” di casa, una delle 30 persone che vive qui stabilmente tutto l’anno (qui sfortunatamente la maggior parte delle case sono seconde case, a mio parere uno dei problemi legati ai meccanismi della montagna è il turismo che rende proibitivi i prezzi per chi vorrebbe veramente installarsi e crearsi una vita) e che mi ha aiutato e mi ha insegnato molto, sempre disponibile, sempre appassionato. È stato lui a colmare la mia mancanza di esperienza visto che prima di venire qui avevo praticamente fatto una stagione e mezza. Un personaggio sul quale si potrebbe tranquillamente scrivere un libro che vive la vita con una forza ed una passione impareggiabili. Mi ricorderò sempre il primo giorno che ci siamo incontrati, io arrivavo con le mucche chiamandole… “dai che noooom”… la Kira dietro, lui vedendomi aveva già capito che gli piacevo, ci siamo stretti la mano e lui mi ha detto: “io sono Gilbert Gilles, nipote di Panicchi, un rosso toscano” quelle poche parole che sa dire in Italiano e guardandoci abbiamo riso eravamo già migliori amici, sempre mi ricorderò quel momento con grande emozione. Ed è stato il Gilbert e sua moglie Marie ad avere la pazienza di ascoltare il mio pessimo Francese a cercare di capirmi a correggermi con calma e a farmi imparare. Superfluo dire che qui condividiamo tanti momenti, di svago tra i pranzi, le cene e gli aperitivi quando il lavoro me lo permette, ed i momenti di lavoro condiviso (facciamo un grande orto di patate assieme, la legna, e ci aiutiamo reciprocamente nel bisogno).

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Al pascolo

Così ho portato a termine la prima stagione, con la mia tipica insicurezza io ero convinto di fare un pessimo lavoro e invece senza saperlo ho conquistato il rispetto di tutti, tanto che nella valle ha cominciato a diffondersi la fama del pastore Italiano. Una bella soddisfazione anche perché io nella vita sono sempre convinto di non essere all’altezza delle situazioni che affronto e invece qui sto dimostrando a me stesso che questo è veramente il mio mestiere, mi riesce molto bene, non so perché, forse per la passione o per una certa predisposizione, non lo dico per egocentrismo ma perché è quello che mi dicono tutte le persone del mestiere con cui ho a che fare e che mi trattano con rispetto e ammirazione.
Da quel momento ho chiesto al mio capo di poter usare la casa tutto l’anno e mi sono stabilito qui a vivere, in questo angolo di paradiso.

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La mandria di Abondance

La seconda stagione ho potuto organizzarmela un po’ meglio ed è stata un successo, le vacche belle tonde, con il pelo lucido, tranquille, rilassate, serene, i pascoli sempre più belli, le quantità di latte altissime, il cane che ormai conosce il territorio e lavora bene con calma senza agitare le mucche tira fuori la grinta solo quando ce n’è bisogno.
Ora sto facendo la terza stagione, d’abitudine facevamo stagioni di 6 mesi, quest’anno il mio capo mi ha proposto di cominciare ad inizio marzo con le vacche in stalla e di finire a fine novembre ed io ho accettato molto volentieri.
Per il momento non facciamo ancora il formaggio perché non c’è un caseificio, da quando sono qui è in progetto ma non è ancora pronto e questo è forse il lato che mi frustra un po’ di più, mi sembra di fare il lavoro a metà e non ne vedo molto il senso ma è vero che non dipende da me e quindi pazienza…

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La mitica Jilda, la vacca più eccentrica ed anarchica della mandria

Qui mi trovo molto bene, sicuramente sto facendo un’esperienza molto interessante e che mi sta facendo crescere professionalmente. Questi anni mi hanno dato la dimostrazione che posso riuscire bene nel lavoro che amo fare e mi stanno dando la motivazione e la voglia a farlo per il resto della mia vita. Questa esperienza mi ha dato anche la possibilità di conoscere un luogo nuovo con dei meccanismi sociali diversi dalla mia terra. Sto vivendo nel dipartimento dell’Ariege un luogo conosciuto e quasi “deriso” per la sua arretratezza ed io proprio in questo aspetto trovo il suo lato interessante. L’Ariege ha la fortuna di essere rimasto per tanti anni un luogo selvaggio, tagliato fuori dalla Francia e dai suoi meccanismi di sviluppo. Questo ha fatto si che qui si creasse un tipo di rapporti sociali e di meccanismi commerciali e di lavoro diversi. Quasi tutti gli allevamenti sono di piccole dimensioni e di tipo estensivo (le mandrie di mucche da latte sono solitamente di 10-20-40 capi, di capre sui 100-150) ci sono tanti contadini che lavorano ancora in trazione animale, ci sono tanti mercati (praticamente uno in ogni paese) in cui la stragrande maggioranza dei venditori sono produttori locali o artigiani ed è quindi molto facile nutrirsi in modo sano senza dover forzatamente andare a cadere nei meccanismi del biologico (inteso come etichettatura commerciale) potendo invece prediligere il “genuino”. Io sto riuscendo anche, proprio prediligendo tali mercati a sfuggire a meccanismi di consumismo e di arricchimento dell’industria alimentare. Diciamo che c’è una diffusa visione della vita che vuole opporsi a meccanismi moderni malsani ed insostenibili. Sfortunatamente però anche qui la situazione sta cambiando, sta arrivando anche qui la corsa allo sviluppo e alla ricchezza, negli ultimi dieci anni nelle due maggiori cittadine hanno cominciato a diffondersi le catene di franchising, i fast food, i grandi supermercati togliendo spazio al commercio locale. Il turismo si sta sviluppando molto in fretta con il miraggio dell’aumento del lavoro e della ricchezza la gente non si rende conto che sta svendendo la propria terra a meccanismi poco sostenibili (almeno secondo me). È un peccato perché io vedo in luoghi come questo degli esempi di sostenibilità ma in realtà è proprio la società consumista e capitalista che riesce sempre ad avere la meglio. E naturalmente con tutti questi meccanismi folli è arrivata anche l’introduzione dell’orso, con pretese di intenti ecologisti sostenuti da investimenti enormi che potrebbero essere usati in maniera ben più sensata per altre iniziative di carattere naturalista. E così la popolazione degli orsi aumenta (sono orsi importati con spese altissime dalla Slovenia) e gli allevatori/pastori cercano di adattarsi e ridurre al minimo i danni, il problema è anche il fatto che non viene dato il giusto lasso di tempo per adattarsi. A me sembra tutta una mossa per cambiare la destinazione d’uso della montagna. Mi sembra che le politiche Europee attraverso diversi meccanismi (aiuti economici, introduzione e tutela dei predatori) vogliano avere sempre più controllo sulle piccole realtà di montagna e trasformarla gradualmente in un luogo sempre più selvaggio e destinato quasi esclusivamente ad attività legate al turismo di massa.

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Kira e la nuova arrivata Surya

Un altro problema che noto è la divisione della popolazione: allevatori contro ecologisti (o hippy), contrari all’orso e pro-orso, contrari all’apertura di una miniera e pro-miniera e intanto si stanno facendo portare via quel tipo di vita genuina tipica di qui, facendo infiltrare interessi economici e multinazionali nel proprio territorio. Come al solito la gente si riempie la testa di ideali che creano divisione, un buon esempio è l’agricoltore vegano che è in guerra con l’allevatore senza rendersi conto che un vegetariano ed un allevatore estensivo sono in realtà più fratelli che nemici. Io sono in un momento in cui comincio a detestare gli ideali e preferisco invece relazionarmi alla vita con azioni concrete ed onestà di intento. Vedo tante persone della mia generazione che si riempiono la testa di ideali, femminismo, antirazzismo, ecologia, sostenibilità… e tali ideali diventano un’esasperazione e non si traducono poi in azioni concrete, ognuno si mette sul suo piedistallo con la pretesa di non avere colpe quando in realtà siamo tutti colpevoli e tutti vittime di un sistema folle. Siamo tutti drogati di una libertà esasperata, di una vita viziata e non ci rendiamo conto che ci stanno levando i valori più essenziali di libertà concreta, cioè di fare un mestiere che ci appassioni con meccanismi umani, di poter creare una famiglia e di poterla sostenere, di poter dedicare del tempo alla crescita e all’educazione dei propri figli, di poter avere una casa e una dignità personale, di poter rapportarsi in modo costruttivo alla comunità che ci circonda e in cui possiamo sentirci tutelati. Tutto questo sta andando perduto in cambio di uno smartphone, di un’automobile acquistata a rate, di un aperitivo il cui tasso alcolico rischia di farci perdere la patente, in cambio di una vacanza al mare una settimana all’anno e di un giro al centro commerciale a comprare articoli di cui non abbiamo veramente bisogno.

L’unica cosa che mi manca è vivere nel mio paese, in certi momenti mi sembra di essere un albero senza radici, mi manca la mia famiglia, i miei migliori amici, mi manca la mia lingua, la nostra cultura, il nostro senso dell’umorismo, anche la nostra tradizione pastorale, mi manca il fatto di essere me stesso nel mio ambiente. È una cosa che mi sono reso conto riescono a capire bene gli immigrati con cui mi ritrovo a confrontarmi.

E così sto cominciando a riflettere su un ritorno a casa, nella mia terra, da un lato so che le cose potranno essere un po’ più difficili in Italia ma questo non mi fa paura, so che in un modo o nell’altro riuscirò ad organizzarmi e a “sopravvivere” anche lì. E’ strano ma è proprio facendo questa esperienza da immigrato che mi sto rendendo conto della negatività della cosa. Il fatto di andare all’estero è sempre visto come una cosa positiva, “perché in Italia è tutto una merda”, “perché le esperienze all’estero ci donano tanto”, ma magari non è forzatamente così, magari anche emigrare porta tanti disagi, ci astrae dalla nostra realtà per poi, un giorno, farci venire questo desiderio esasperato di tornare, magari proprio quando all’estero siamo riusciti a crearci una situazione stabile ed equilibrata che poi ci sentiamo quasi costretti a lasciare per un ritorno in patria. Lo dico perché parlando con altri amici che hanno pensato di partire mi rendo conto di non essere il solo a vivere questo disagio, gli amici di una vita lontani, i genitori che cominciano ad invecchiare, i nipoti e i figli degli amici che crescono senza che noi possiamo nemmeno rendercene conto e noi qui lontani da tutto quasi rinchiusi in una bolla di benessere.
Un altro motivo di disagio è anche il fatto di rendersi conto che si può anche vivere 30 anni in un paese straniero ma secondo me non si arriva mai all’integrazione assoluta si continua a rimanere per sempre immigrati in un certo modo.
E così guardo questa condizione degli Italiani sempre spinti ad emigrare per trovare delle condizioni di vita migliori e mi chiedo se ne valga veramente la pena… non saprei, anche perché sicuramente ci sarà qualcuno che si trova ben integrato all’estero e non ha alcuna intenzione di tornare a casa.

Io invece sto pianificando un rientro, vorrei tornare in Italia e stabilirmi con un piccolo allevamento di mucche o di capre da latte e fare il formaggio, so che le difficoltà saranno tante ma anziché spaventarmi la cosa mi dà coraggio e determinazione, sono ben conscio che la situazione in Italia è difficile ma per me è un motivo in più per tornare e combattere una sorta di battaglia fianco a fianco con i miei famigliari, i miei amici, la mia gente per riuscire ad apportare qualcosa di positivo nel mio paese. Quest’inverno vorrei tornare in Italia due mesi per cominciare a guardarmi intorno e farmi un’idea delle possibilità che si prospettano, a dire il vero la cosa che più mi spaventa è il pensiero di non fare una stagione la prossima estate perché questo mestiere diventa un po’ come una droga, arriviamo in autunno stanchi e con la voglia di riposare un po’ ma con il finire dell’inverno sentiamo subito la forte necessità di salire verso le montagne, con gli animali.

Un altro aspetto che mi porta un po’ di sofferenza è la solitudine, ma non la solitudine della montagna che anzi io apprezzo molto perché rende i rapporti più sinceri e forti, bensì la solitudine dell’immigrato lontano dalla propria gente e la solitudine di un uomo di 35 anni senza compagna. Sento il desiderio di creare la mia famiglia e di avere dei bambini e sono solo, è una condizione molto strana dovuta secondo me della follia della nostra epoca in cui le coppie non riescono a stare unite in un rapporto duraturo, le persone non sono più capaci di pazientare e di trovare gioia in ciò che hanno, si cerca sempre qualcosa in più, si vede sempre la felicità in ciò che non si ha, almeno secondo me.
Così mi trovo a combattere con questi pensieri, il sogno di incontrare una donna che ha voglia di condividere questo stile di vita, molto sano, pieno di serenità, di benessere psico fisico, di equilibrio e di fatica J in una società che si sta muovendo nella direzione opposta e nella quale la maggior parte delle donne credono di avere tutt’altri bisogni. È da tre anni che sono solo e in cui proprio non riesco ad incontrare una persona che mi faccia innamorare, incontro ragazze della mia età con dei sogni adolescenziali, con poca serietà e poca voglia di mettersi seriamente in gioco per creare qualcosa di concreto quando io sto cercando invece una donna matura con i miei stessi sogni e progetti di vita simili, con il bisogno di fare una vita concreta e semplice.

Vedo come pastori, malghesi ed allevatori estensivi vengano sempre messi su un piedistallo o messi in croce, ammirati o condannati a seconda della percezione delle persone, siamo sempre percepiti in modo contrastante ed un po’ estremo. Passiamo da essere degli eroi, guardiani della montagna, eremiti che hanno fatto una scelta coraggiosa a degli assassini, selvaggi, insensibili, distruttori di un ecosistema, un equilibrio e una pace della montagna. A me tutto ciò sembra ridicolo, io non amo essere condannato né tantomeno messo su un piedistallo, mi piace semplicemente essere trattato come ogni altra persona e che mi venga concessa la libertà di vivere la mia vita a modo mio, secondo i miei bisogni. Io non faccio questo lavoro per salvare il mondo anche se devo ammettere che uno dei motivi è il fatto che secondo la mia percezione della realtà è un modo di vivere sano e sostenibile. Ma lo faccio soprattutto perché è il mio mestiere, ciò che riesco a fare bene e che mi dona soddisfazioni, come penso dovrebbe fare qualsiasi altro essere umano. La differenza è che noi, nel nostro mestiere veniamo continuamente giudicati (in modo positivo e negativo) tutti ci guardano e pensano di avere il diritto di dire la propria opinione quasi come se tutti conoscessero in prima persona il nostro mestiere con i suoi pregi e le sue difficoltà, quando praticamente nessuno esterno a questo mondo può capirne i meccanismi. Allora io non capisco il perché di tutte queste opinioni nei nostri confronti. Per esempio il turista che ci critica in nome di un presunto amore nei confronti della montagna e della natura, perché allora non critica un avvocato, un chirurgo, un industriale, un operaio, una qualsiasi persona che vive in città e che con il suo stile di vita inquina quanto qualsiasi altra persona (distruggendo come ogni persona occidentale la natura), perché non critica chi va in vacanza una volta all’anno prendendo un aereo che è super-inquinante o perché non critica sé stesso in prima persona che per venire in montagna inquina con la propria automobile, magari avendo comprato vestiti ed attrezzatura alla decathlon (fatti di materiali sintetici ed inquinanti e venduti attraverso meccanismi insostenibili). Non sono forse le azioni di ogni singolo individuo a distruggere la natura con i suoi equilibri e le sue biodiversità? Siamo tutti vittime e tutti colpevoli di un sistema malato… e allora perché siamo sempre noi ad essere presi in esame e giudicati, quasi come se la gente si senta in dovere di esprimere il proprio parere positivo o negativo nei nostri confronti? A me piacerebbe che fossimo semplicemente lasciati stare, che la gente si rendesse conto che abbiamo lo stesso diritto di portare avanti la nostra vita come tutti gli altri e che semplicemente la nostra vita si svolge a contatto con la natura e la montagna.

Grazie Andrea, grazie davvero per aver condiviso con me, con noi, la tua storia. In bocca al lupo per tutto e… spero che ci farai sapere come sono andate le cose, se tornerai in Italia, se aprirai la tua azienda. Capisco perfettamente quello che dici, al posto tuo avrei gli stessi dubbi e non saprei cosa consigliarti, perché le strade che hai davanti sono tutte molto ripide… e purtroppo non basta aver voglia di sgobbare duramente per avere un successo garantito!

Gioie e dolori del meteo

Si sta avviando a conclusione un’altra estate difficile per l’agricoltura e la zootecnia. Il “bello” è che, nella stessa regione o magari anche nella stessa valle, quest’anno possiamo trovare chi si lamenta per la siccità e chi per la troppa pioggia. Nel 2017 si era tutti concordi nel piangere per la mancanza di precipitazioni, invece quella del 2018 è stata un’estate di temporali, a volte anche fortissimi temporali.

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Siccità a fine estate – Nus (AO)

Dove i temporali non sono arrivati, la situazione è questa: terra riarsa, erba secca, alberi sofferenti che iniziano a perdere le foglie. E sono due estati che la situazione si ripete, qua e là sulle rocce, dove c’è poco suolo, alcune piante sembrano definitivamente morte.

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Irrigazione a pioggia dopo il secondo taglio – Nus (AO)

I prati che vengono ancora utilizzati fortunatamente hanno buoni sistemi di irrigazione, altrimenti la situazione sarebbe drammatica. Il “bel” tempo ha aiutato la fienagione, il fieno è seccato senza prendere pioggia, ma… la pioggia serve eccome!

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Prati prima dello sfalcio e girandole per l’irrigazione – Nus (AO)

Dove manca l’irrigazione, il fieno non dev’esser stato abbondante. Si prospetta una nuova annata “critica”? Così pare, stando alle voci tra gli addetti ai lavori. Da una parte il primo taglio in pianura è stato tardivo a causa delle piogge primaverili, quindi c’è poi stato meno fieno nel secondo taglio. Un’altro fattore che farà alzare il prezzo del fieno è legato all’anno precedente, quando si sono svuotati i fienili fino all’ultima pagliuzza per soddisfare il bisogno di tutti.

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Prati irrigati e fiori di colchico autunnale – Nus (AO)

Mentre da qualche parte l’erba sta ricrescendo (sempre solo grazie all’irrigazione) dopo il secondo taglio, in attesa della discesa degli animali dagli alpeggi c’è invece chi gioisce per la buona annata con tanto pascolo e chi forse non è nemmeno riuscito a fare il fieno!

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Al pascolo in alpeggio – Elva (CN), Valle Maira

Qualche settimana fa ero a Elva, in Valle Maira, dove mi raccontavano che i temporali e il maltempo non avevano ancora permesso di sfalciare. A quelle quote si fa un solo taglio di fieno, poi quando gli animali si abbassano scendendo dagli alpeggi, quelli che restano lì, nelle aziende locali, pascolano la ricrescita dell’erba. Fino a quel momento quindi la situazione era abbastanza critica, perché è vero che i pascoli in quota erano ancora belli verdi, ma non si era messo da parte niente per l’inverno e l’erba stava invecchiando, venendo dura, fino a non rappresentare più un buon pascolo autunnale per le mandrie.

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Primi freddi in alta quota – Moncorvè, Valsavarenche (AO)

Che dire poi delle temperature? Non è anomalo vedere la brina, il ghiaccio, le prime spruzzate di neve a fine agosto in montagna. L’anomalia era il caldo precedente, lo zero termico a quote molto elevate. Di tutta la neve caduta lo scorso inverno, cos’è rimasto? Qualche nevaio in punti più freschi, qualche accumulo di valanga in un canalone.

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Vista su Succinto – Valchiusella (TO)

La “verde” Valchiusella quest’anno tiene fede al suo nome. Quello è il colore dominante, nei prati, nei pascoli in quota e nei boschi. Giornate di cielo blu alternate a benefiche piogge e temporali sarebbero ciò che tutti vorrebbero. Purtroppo però il tempo non lo possiamo comandare a piacimento (anche se abbiamo una buona dose di responsabilità nelle mutazioni climatiche degli ultimi tempi).

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Gregge in alpeggio – Valchiusella (TO)

Il maltempo in alpeggio porta giornate difficili, ma è solo la pioggia a poter consentire a questo gregge di tornare a pascolare lì, esattamente un mese dopo essersi spostato nell’alpeggio superiore. Visto che l’estate si sta avviando a conclusione, l’auspicio è che si possa avere almeno un buon autunno, con alternanza tra piogge moderate (che ci si augura arrivino al più presto, dove serve!) e giornate di sole…

Lavoro in alpeggio

Quando c’era il vecchio blog, avevo iniziato a ricevere un numero sempre crescente di e-mail da parte di persone che volevano andare a lavorare in alpeggio, per fare un’esperienza, per un breve periodo estivo, per imparare un mestiere, per cambiare vita e abbandonare la città… Avevo quindi aperto un’apposita pagina dove, via via, inserivo i messaggi. Pian piano poi sono arrivati anche quelli di Italiani e stranieri già pratici del mestiere, che cercavano lavoro. Le aziende che invece avevano bisogno di manodopera tendenzialmente non scrivevano, al massimo consultavano l’elenco di annunci.

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Pastore in alpeggio in Valsavarenche (AO)

Poi quest’anno all’improvviso è cambiato qualcosa. Anche se il blog è chiuso, le pagine degli annunci restano attive (per pubblicare qualcosa, basta mandarmi un’e-mail e io provvedo ad inserire il testo) e, a quanto pare, sono molto consultate. Quest’anno sono aumentati gli annunci da parte di aziende. Aprendo la pagina non ne troverete più tantissimi, perché molti mi hanno scritto dopo aver trovato la persona che cercavano, chiedendo di rimuovere l’inserzione. Però credo ci sia da fare qualche riflessione su questo fenomeno.

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Momenti di lavoro in alpeggio – Val Chisone (TO)

Da una parte c’è forse una crisi nei “canali tradizionali”? Quelli attraverso i quali si trovavano normalmente gli operai? Oppure c’è maggior fiducia per il mezzo virtuale, dopo che qualche collega ha riferito di aver trovato in questo modo gli aiutanti giusti? Quello che so è che molti, quest’anno, si sono lamentati per le grandi difficoltà nel trovare personale per l’imminente stagione d’alpe: sia operai più specializzati, in grado di mungere e/o caseificare, sia pastori.

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Alpeggio nel Vallone di Saint Marcel (AO)

C’è chi si è trovato senza operai quando ormai era ora di salire in alpeggio e chi li ha “persi” strada facendo, rimanendo in difficoltà ora, nel cuore dell’estate. Oltre alle singole vicende che mi sono state raccontate da amici, l’elemento comune di molte storie è stato il contatto con qualcuno che cerca lavoro… ma che poi non si presenta all’appuntamento! Perché? Perché dirsi interessati e poi non rispondere più nemmeno al telefono?

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Alpeggio in alta quota – Valtournenche (AO)

Chi già ha esperienza, sa a cosa può andare incontro, chi invece è semplicemente affascinato dall’idea dell’alpeggio, del lavoro in montagna, a volte si scontra con una realtà diversa da quella attesa. Un discorso molto lungo potrebbe essere fatto sullo stipendio dei pastori (anni fa qualcosa lo avevo scritto qui): in Italia raramente le cifre sono elevate, sicuramente non comparabili con quelle percepite oltreconfine (Francia, Svizzera). L’importante è che i patti siano chiari fin dal principio, pare superfluo invitare alla correttezza da ambo le parti (anche se, ahimè, so bene che non sempre le cose vanno così).

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Vita d’alpeggio a Bonalé – La Salle (AO)

Il lavoro in alpeggio non è facile, a volte le condizioni di vita sono molto spartane (per gli operai come per i datori di lavoro), non si può pensare di fare le otto ore e i giorni festivi. Ma questo dovrebbe essere scontato per chi sceglie questa strada: se vuoi le ferie e la domenica libera, non vai a lavorare con gli animali. La stagione d’alpe dura da maggio-giugno a settembre-ottobre, per quei mesi si richiede impegno esclusivo, totale condivisione di compiti e orari. Qualcuno forse obietterà che non sia “legale” tutto questo: io non conosco le normative in materia, ma credo che nessuno venga obbligato a fare questo mestiere: una volta definita la paga e le condizioni di vita/lavoro in quel periodo, se hai preso l’impegno, dovresti portarlo a termine. Mi auguro che coloro che mi hanno chiesto di togliere l’annuncio abbiano effettivamente trovato dei validi collaboratori che li accompagneranno fino alla fine dell’estate e magari anche oltre…

In alpeggio con rispetto

Saranno in tanti in questi giorni ad attraversare i territori di alpeggio, anche persone che nel resto dell’anno non sono abituali frequentatori della montagna si aggiungeranno agli escursionisti che invece cercano di sfruttare ogni occasione per “fare una gita in montagna”. Sembra scontato parlare di certe cose… e invece no, occorre ripeterle continuamente. Come spunto parto da un paio di esperienze vissute in prima persona e da post/commenti letti casualmente su facebook. Colgo inoltre l’occasione per dirvi che, nel numero di Meridiani Montagne in uscita in edicola il 1 agosto, ci sarà anche un mio articolo dedicato a un itinerario tra gli alpeggi della Valle d’Aosta. L’intero numero sarà sui sentieri delle malghe in varie regioni d’Italia.

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Bovini in alpeggio – Vallone di St.Marcel (AO)

Bisognerebbe però, oltre a suggerimenti e itinerari, fornire una guida comportamentale, al turista… Nel mio “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta – 23 itinerari escursionistici“, MonteRosa Edizioni, ho inserito un apposito capitolo con alcune indicazioni per gli escursionisti. Non tutti possono sapere come funziona la vita/lavoro in alpeggio, non tutti si rendono conto di come certi comportamenti possono facilitare la pacifica convivenza di chi frequenta la montagna per diletto e chi vi lavora.

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Fili e picchetti per delimitare il pascolo – Val Chisone (TO)

Stamattina ho letto un “vivace” scambio di opinioni tra una persona che se la prendeva con gli allevatori che “inglobano i sentieri nei pascoli” tirando fili e fettucce “che non si strappano anche quando uno ci finisce in mezzo con la bici”. Vi risparmio il resto del discorso. Io ho cercato di capire le ragioni dell’uno e dell’altro. Partiamo dall’inizio: gli allevatori non tirano fili per puro divertimento: lo si fa per delimitare un pascolo, per evitare che gli animali vadano in luoghi pericolosi per la loro incolumità, per evitare che scappino, per far sì che non vadano a “inquinare” sorgenti e prese d’acqua o per confinarli in un recinto per la notte. Non sempre gli animali sono lì dove c’è il filo, “dentro al filo”. Perché il recinto lo prepari anche per le settimane a venire. Perché gli animali li sposti man mano che finisci l’erba. Perché pascoli qui, poi là e poi ritorni a pascolare nel primo punto quando l’erba è ricresciuta. Insomma, i recinti, i fili, fanno parte delle pratiche lavorative degli allevatori.

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Recinto usato per il ricovero notturno – Val Chisone (TO)

Certamente anche gli allevatori hanno il dovere di cercare di rispettare gli altri fruitori della montagna (ma teniamo ben presente che l’allevatore è lì per lavorare, paga un affitto per i pascoli, il sentiero attraversa i pascoli, noi turisti siamo ospiti), per quanto possibile. Così quando un filo attraversa una pista o un sentiero, quando possibile si predispone un attraversamento facilitato per gli escursionisti. Ve ne ho già parlato più volte in passato, ci sono anche appositi accorgimenti, ma quando trovate un sistema per aprire e chiudere il passaggio, dovreste poi rimetterlo come l’avete trovato. Perché se aprite e non richiudete e le bestie poi scappano, il pastore farà che lasciare il solito filo di traverso al sentiero. L’allevatore dovrebbe però avere sempre l’accortezza di legare qualcosa di visibile per segnalare la presenza del filo quando questo interseca un sentiero o, a maggior ragione, una pista dove transitano biciclette o altri mezzi. L’altro giorno, durante un’escursione, il sentiero che stavo seguendo “finiva” dritto dentro ad un recinto, dove erano ricoverati numerosi bovini, sorvegliati da cani da guardiania. Ho circumnavigato il recinto fino a ritrovare il sentiero ed ho proseguito. Non si trattava di negligenza o arroganza del pastore, semplicemente il recinto era stato fatto nell’unico spazio pianeggiante (attraversato nel mezzo dal sentiero) dove gli animali potevano coricarsi. Gli escursionisti come me possono risalire il versante facendo qualche passo in più, mentre le vacche non possono dormire in pendenza!

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Motociclisti impazienti cercano di superare una mandria che si sta spostando lungo una pista sterrata in alta montagna – Val Chisone (TO)

Sempre parlando di rispetto, lungo piste e sentieri possiamo trovare animali che si stanno spostando, in totale autonomia all’interno dei pascoli delimitati o guidati dagli allevatori quando vengono condotti in un’altra zona di pascolo. Voler passare in mezzo a tutti i costi (a piedi, ma ancora di più con dei mezzi) è pericoloso per gli animali, ma anche per la nostra incolumità. Non è detto che l’animale si sposti per farci passare, anzi… sovente si spaventa e può avere reazioni improvvise. Gli animali normalmente non sono pericolosi per l’escursionista di passaggio, al massimo possono essere incuriositi e avvicinarsi per annusarci, ma non per “caricarci”, a a meno che si tratti di vacche che vogliono difendere i loro vitelli.

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Auto incolonnate dietro ad una mandria che viene spostata lungo una pista sterrata – Val Chisone (TO)

L’altro giorno ho visto automobilisti irritati “scalpitare” dietro ad una mandria che veniva spostata lungo una pista sterrata in montagna (non una strada di comunicazione, ma una pista che conduce a vari alpeggi e termina davanti ad un rifugio). Era quasi mezzogiorno… Le auto consumavano frizione e copertoni per restare appiccicate agli allevatori che cercavano di far avanzare il più velocemente possibile anche il vitello più piccolo e la vacca più affaticata, in un nervosismo crescente da ambo le parti. Sei in montagna… se proprio non vuoi camminare e vuoi arrivare in auto a mangiare pranzo al rifugio, almeno stai calmo e goditi la vita di montagna in tutti i suoi aspetti! Aspetti di gustare la polenta concia? Bene… il formaggio e il burro così buoni li hai solo se ci sono gli animali nei pascoli… e nei pascoli non ci arrivano volando. Quella che per noi è tutta erba verde, può essere territorio di un altro alpeggio, quindi non può essere attraversato da qualunque animale, così per raggiungere un altro pascolo si seguono le strade esistenti.

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Una mandria di vacche viene fatta scendere verso l’alpeggio – Valtournenche (AO)

Tra i tanti suggerimenti al “turista in alpeggio”, un altro tema molto “caldo” è quello dei cani. In alpeggio ci sono sempre dei cani, soprattutto quelli cosiddetti “da conduzione”, utilizzati per spostare gli animali, per contenerli, per spronarli, per farli rientrare all’alpeggio, ecc… Ci possono poi essere cani da guardia accanto alle baite (anche se solitamente, soprattutto dove si vende formaggio, si evitano animali aggressivi contro i visitatori), infine vi sono i cani da guardiania. Per il turista, le cose cambiano nell’eventualità che sia da solo o accompagnato da un proprio cane da compagnia. Tranne alcune spiacevoli eccezioni, i cani da lavoro degli allevatori restano accanto a chi sta conducendo gli animali e non vengono ad infastidire i turisti di passaggio se questi non gridano, non corrono, non infastidiscono il bestiame.

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Cani lungo una pista che sale ad un alpeggio – Valtournenche (AO)

Ieri però in due occasioni i cani degli allevatori si sono allontanati dai padroni (che non i hanno affatto richiamati) per venire non contro di noi, ma contro il mio cane (che era legato al guinzaglio). In alcuni parchi naturali (Gran Paradiso, per esempio) vi sono itinerari totalmente vietati ai cani, anche al guinzaglio, pena multe salate, questo per non disturbare la fauna selvatica. Non esistono leggi specifiche altrove, per non disturbare gli animali domestici al pascolo… Personalmente, consiglio però a tutti gli escursionisti di tenere il proprio cane al guinzaglio almeno in presenza di animali al pascolo o avvicinandosi agli alpeggi. Dato che il mio cane era legato, ieri abbiamo evitato che si azzuffasse con quelli degli allevatori. Non ho visto passare altri cani, quindi non so se l’atteggiamento aggressivo riscontrato in quei cani era solo rivolto al mio (che, essendo un cane da lavoro, a volte abbaia eccitato quando vede vacche, capre o pecore) o se sarebbe successo a chiunque. Al turista quindi suggerisco sempre l’utilizzo del guinzaglio… e all’allevatore di richiamare i suoi cani quando li vede partire di corsa abbaiando verso i turisti! Rispetto reciproco, sempre!

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Cane da guardiania in un recinto – Val Chisone (TO)

Nel caso dei cani da guardiania, il discorso si complica ulteriormente. Sicuramente il rischio di incidenti con questi cani aumenta se si è accompagnati da un proprio cane da compagnia. Dovendo attraversare una zona dove sapevo che ne avrei incontrati (sia con le vacche, sia con le pecore), ho preferito affrontare l’escursione da sola e infatti non ho avuto nessun problema. Verso di me ci sono solo state “abbaiate di avvertimento” e ho potuto affrontare tutto l’itinerario della mia gita senza problemi. Anche in questo caso, ricordo che gli allevatori non si sono dotati di questi cani (pastore maremmano-abruzzese, pastore dei Pirenei, pastore della Sila, pastore del Caucaso, pastore dell’Asia Centrale, ecc…) per divertimento, ma per cercare di salvaguardare i propri animali dagli attacchi dei sempre più diffusi predatori. Lo so che sono discorsi non facili, lo so che c’è chi sbaglia da ambo le parti (tra gli umani, non darei colpe agli animali), quindi il mio invito a tutti è quello di cercare di facilitare le cose andandosi incontro a vicenda.

…E non vorrei mai più leggere certi commenti di persone che invitano a “tagliare i fili”, scatenando così una valanga di odio, insulti e chiusura sempre maggiore…

Mi sa che mi sono sbagliata

Lo scorso inverno, ma poi anche dopo, in primavera, ogni volta che nevicava, dicevamo che “era tutto buono”, che la neve sarebbe servita come scorta d’acqua, che nell’estate ci sarebbe poi stata tanta erba sui pascoli. Eppure adesso sugli alpeggi in molti si lamentano dicendo che “in alto non c’è niente”, che “su l’erba è tutta rossa, tutta bruciata”.

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Capre in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Che succede? Sono le solite lamentale del mondo agricolo che non è mai contento? Sicuramente la situazione non è la stessa in tutti gli alpeggi, ma effettivamente in molte “montagne” si riscontra lo stesso problema.

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Torrente tran Pian della Ciamarella e Pian della Mussa – Valli di Lanzo (TO)

Ecco allora i torrenti fragorosi di acqua fresca, alimentati dalle sorgenti e dai nevai che ancora stanno sciogliendo. Lì intorno l’erba è fresca, verde, abbondante. Viene da pensare che sia proprio ora di salire più in alto a pascolare, con la mandria o il gregge.

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Fioritura di Onobrychis montana – Pian della Ciamarella, Valli di Lanzo (TO)

Il pascolo intorno all’alpeggio è di alta qualità, ottime erbe che daranno un buon latte da trasformare in tome saporite. Ma… Ma l’erba è effettivamente bassa, scarsa. A parte questa macchia rosa intenso di leguminose, ci sono chiazze di altro colore.

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Pascoli a Pian della Ciamarella – Valli di Lanzo (TO)

Specialmente sui dossi, dove lo strato di suolo è più scarso e affiorano le rocce, ecco quello che si diceva, “l’erba bruciata”. Qui le bestie da mangiare non troveranno molto. Me lo diceva anche un pastore al telefono: “Su è tutto rosso… non so se ce la faremo ad arrivare alla fine di agosto! Il sole brucia e l’aria è fredda, l’erba non è venuta e quella poca che c’era sta seccando.

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Temporale e grandine in alpeggio – Praz-Croux-désot, Nus (AO)

Nel frattempo sono arrivati i temporali. Non è detto che siano arrivati proprio dappertutto, non è detto che abbiano bagnato molto. Alcuni sono così forti e improvvisi da dilavare, più che bagnare. Anche in montagna poi possono aver fatto danni, sotto forma di grandinate. Insomma, a quanto pare questa è un’altra annata difficile.

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Stalla danneggiata dalla neve all’alpeggio Giasset – Pian della Mussa, Balme (TO)

Gli allevatori che devono salire a Pian della Ciamarella si sono trovati la stalla danneggiata dalla neve della scorsa stagione, tanto per cominciare. Solo una piccola porzione di tetto ha resistito, l’altra non ce più e bisognerà ricostruirla.

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Alpe della Ciamarella – Valli di Lanzo (TO)

Ma come mai i pascoli in quota sono così “bruciati”? Qualche ipotesi? Ricordiamoci che lo scorso anno c’è stata una terribile e prolungata, la cotica erbosa ha sicuramente sofferto nel suo complesso, qualche essenza vegetale ha patito più di altre. Poi c’è stata la neve, il freddo le piogge primaverili. Alle quote più basse la neve è sciolta pian piano, penetrando nel terreno. Più in alto invece, quando ha smesso di piovere, è arrivato quasi di colpo il caldo improvviso. La neve è letteralmente evaporata (sublimata, per usare le parole giuste), sotto l’erba ha iniziato a germogliare, ma di acqua dal cielo dopo non ne è più arrivata.

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Mandria in attesa di andare al pascolo – Pian della Mussa, Balme (TO)

Vedremo se questi temporali salveranno ancora la stagione, anche se, ad alta quota, la stagione è corta e ha i giorni contati. Negli alpeggi più alti si sale ora, a fine luglio, ai primi di agosto, e non si resta che poche settimane, dopo potrebbero arrivare anche le prime improvvise nevicate. In questi giorni le montagne si affolleranno sempre più di turisti ed escursionisti: se siete anche voi tra di loro, provate ad osservare più a fondo i territori che attraverserete…