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Ultimamente non mi vengono le parole. Ho scritto diversi post, che però poi non ho pubblicato. Non mi sento abbastanza competente per parlare, per giudicare, per fare delle proposte. All’inizio di questo strano periodo mi hanno “salvata” i capretti, il momento delle nascite lo aspetti tutto l’anno, sai che sarà fatto di gioie, dolori, sorprese, a volte qualche lacrima, spesso tante risate nel vedere i piccoletti alle prese con i primi giochi.

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Prime uscite al pascolo con i capretti a metà marzo – Petit Fenis, Nus (AO)

Il primo momento di “blocco” lo abbiamo affrontato così, niente cambiava nelle nostre vite, dovevamo stare a casa per badare agli animali ed essere pronti a tener d’occhio il parto successivo. E’ un momento molto delicato e non sempre va tutto bene, senza l’intervento tempestivo e l’aiuto dell’allevatore (ma anche del veterinario, nei casi più complicati). Per dare coraggio e portare una ventata di aria fresca, condividevo con gioia le foto dei nostri animali. All’inizio tutti apprezzavano e mi ringraziavano.

Abbiamo anche suonato le campane, un suono di ringraziamento per i medici e infermieri, un suono di ricordo per chi non c’era più, un suono di gioia per i bambini frastornati da questo improvviso cambiamento di vita. Ormai è passato un mese da quel giorno, il primo giorno di primavera. L’umore di tutti nel frattempo è cambiato, perché volevamo, speravamo che andasse tutto bene, invece non è stato così.

Adesso ci ritroviamo confusi, stufi, preoccupati, frustrati. All’inizio non sapevamo, non capivamo fino in fondo. Non siamo medici, non siamo scienziati, non siamo politici e amministratori che devono prendere le decisioni. Essendo una cosa del tutto nuova, la gran parte di noi non poteva far altro che aspettare, adeguandosi a ciò che ci veniva detto di fare. L’isolamento aveva un senso, sia per prevenire/fermare il contagio, sia per ridurre il rischio di incidenti di qualsiasi tipo, che avrebbero sovraccaricato gli ospedali in un momento delicatissimo, tra il gran numero di malati da Covid e la necessità di riorganizzare i reparti.

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Al pascolo sopra al villaggio – Petit Fenis, Nus (AO)

In montagna, dopo una prima fase di grande confusione in cui, senza comprendere ancora bene che nemico si dovesse fronteggiare, qua e là si invitava a non disertare impianti e alberghi in nome dell’aria pura… dopo si è capito che il naturale isolamento di queste terre poteva essere una salvezza. Ed era giusto bloccare chi, a pandemia ormai dichiarata, partiva verso le seconde case, arrivando da nord come da sud. Si sapeva già che, oltre ai malati, c’erano persone asintomatiche, ma portatrici del virus. Non era “razzismo” contro chi veniva da fuori, ma buonsenso e istinto di sopravvivenza. Meno ci si spostava, minori erano i rischi di ingresso e diffusione del virus.

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Spensieratezza al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Aspettavamo quindi, tutti nel nostro isolamento, o in uscite controllate, solo per necessità di vario tipo, di veder scendere il numero dei deceduti e dei contagiati. Invece sono venute a galla le falle del sistema, gli scandali delle case di riposo. Non erano solo notizie del TG, ma anche testimonianze dirette della gente che conoscevi. “Hanno fatto stare a casa un mio collega perché lo zio che vive con loro si è ammalato. Non hanno fatto il tampone a nessuno in famiglia, dopo 2 settimane l’hanno fatto tornare al lavoro, visto che nessuno aveva sintomi…“. “Quando mio papà si è ammalato, ci hanno fatto stare in isolamento. Poi lui è mancato e ci hanno rimandate a casa, senza farci tamponi.” “Mia cognata lavora in una casa di riposo, hanno fatto i tamponi agli ospiti, ma a loro che entravano e uscivano solo a fine marzo…

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L’orto, più che mai fondamentale nell’isolamento – St. Marcel, (AO)

Pian piano la gran parte di noi si è stufata. Bene o male tutti hanno avuto la vita stravolta, gli è stato vietato il contatto con affetti che non vivono nella stessa casa, tutto si è complicato, le difficoltà economiche si sono abbattute sulle famiglie, sulle aziende. Lo stress psicologico ha avuto la meglio, la privazione di molte liberà ha superato la paura del contagio, in un certo senso. Anche perché si iniziava a capire come fare per difendersi (norme igieniche, evitare i luoghi affollati, utilizzo di protezioni) e non si capiva più perché, anche in montagna, non si potesse uscire a fare due passi o a fare l’orto. Pian piano sull’orto c’è stato qualche spiraglio (bontà loro, vicino a casa ce l’hanno poi lasciato fare, da un paio di giorni anche se non è nello stesso comune), ma sulle “attività all’aria aperta”, veto assoluto.

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In questa stagione più in alto dovrebbe essere così.. – Vallone di St. Barthélemy, Nus (AO)

Fatemi dire due cose: la comunicazione ha avuto varie pecche, in questi mesi, tra cui quella di demonizzare le attività “ludiche” all’aperto. Una buona fetta del pubblico ha identificato in “untori” coloro che vanno in bici, a piedi, di corsa. Se ho ben capito, il divieto è nato perché si cercava il più possibile di ridurre i rischi di incidenti (da quando hanno chiuso prima gli impianti di sci, poi tutto il resto, in due mesi l’elisoccorso sarà passato una volta sola, qui sopra, mentre prima i voli erano quasi incessanti, soprattutto nel fine settimana) e quindi il numero di persone che necessitavano di assistenza, cure, personale sanitario e posti letto in ospedale. Poi, ovviamente, le attività di gruppo potevano favorire i contagi. Però lo stare all’aria aperta fa bene a tutti: il sole è fondamentale per la vitamina D, che sembrerebbe rinforzare le difese contro il virus, il movimento fa bene al corpo e allo spirito. Quindi… in assoluta sicurezza, da soli o con il proprio partner, con i figli, con chi abita con noi, senza cimentarsi in imprese pericolose, perché non poter uscire di casa?

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Sui sentieri… solo con le capre! – Petit Fenis, Nus (AO)

Non so altrove, ma qui la sorveglianza è costante. Non solo nei fine settimana, ma ogni giorno le forze dell’ordine preposte a tali controlli passano e ripassano, pronti a fermare chi affrontava un’escursione anche breve (o andava nell’orto, nella vigna presso un altro villaggio). Come dicevo, alla questione degli orti finalmente si è trovata la soluzione. Gli orti sono fondamentali soprattutto per produrre cibo da consumarsi a breve termine o in futuro, riducendo così la necessità di affollare negozi e supermercati (dov’è sempre stato concesso andare, a volte affrontando anche lunghe code).

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La fioritura del tarassaco nei prati – Petit Fenis, Nus (AO)

Alcuni amici mi hanno chiesto se volevo aderire ad una raccolta firme lanciata qui in Valle d’Aosta per chiedere che, data anche la particolare conformazione territoriale, si potesse tornare ad uscire, in totale sicurezza e con buonsenso. Non mi dite: “Eh ma se poi qualcuno va a scalare il Cervino e si fa male…“. Se qualche idiota lo fa, lo si prende e gli si fa pagare una multa da togliergli tutte le voglie, magari destinando i soldi della sanzione all’ospedale. C’è e ci sarà sempre chi non rispetterà le regole, non lo farà entrando in un negozio e non lo farà in montagna, ma per colpa degli stupidi e degli irresponsabili, chi invece si comporta bene deve pagarne le conseguenze peggiori? Un coltello può essere usato per uccidere, ma anche per affettare il formaggio o il pane, tutto sta a chi lo usa, no? Eppure non è mai stata vietata, la vendita dei coltelli…

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Il sentiero che da Nus ( AO) sale alle frazioni della collina

In meno di due giorni la raccolta firme ha già superato le 5000 adesioni, speriamo possa portare a qualche risultato. Magari potreste dirmi: “Ma tu ci stai già, in montagna, cosa vuoi ancora?“. E’ vero, sto in montagna ed esco al pascolo, ma senza capre non potrei nemmeno andare a raccogliere le erbe selvatiche, ottime e salutari! Non potrei andare a più di 200 metri, tanto quanto chi sta in città. Voi che non capite l’esigenza di chi, come me, vorrebbe poter fare una passeggiata… cosa vi manca di più, in questi giorni? L’aperitivo? L’andare al cinema? Il fare shopping? Cosa di queste cose si può fare da soli o in due, in piena sicurezza, senza correre il rischio di infettare/essere infettati? Sono tante le necessità di ciascuno di noi, in questi giorni, per cui non possono continuare a tenerci segregati all’infinito. Qui si ragiona sulla necessità di poter camminare all’aria aperta, altrove persone competenti in altri settori analizzeranno come predisporre per l’apertura dei locali pubblici, dei rifugi alpini, delle scuole, ecc.

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Pascolo pomeridiano – Petit Fenis, Nus (AO)

Concludo con una riflessione: molti di coloro che, sui social, puntano il dito contro chi va a fare due passi o una corsetta, sono anche allevatori/agricoltori, categoria che ha patito vincoli minori sulla mobilità rispetto al resto della popolazione. Come dicevo prima, in virtù del nostro lavoro, possiamo uscire nei prati, nei campi possiamo portare al pascolo gli animali e qualcuno ha già anche affrontato le prime transumanze. Se vediamo qualcuno che corre o cammina accanto ai nostri prati, né ci sta contaminando (il virus si trasmette in altri modi), né è per colpa di quel poveretto (che vuol giusto fare un po’ di attività fisica perché chiuso tra le quattro mura di casa non ce la fa più) che le regioni e il Governo non sbloccano il ritorno alle varie attività. Se volete firmare anche voi per un lento ritorno all’aria aperta, in piena sicurezza e rispetto del prossimo, per tornare ad apprezzare paesaggi, territori (e poi anche i prodotti), potete farlo qui.

Ancora sul lavoro di allevatore

Quando ho chiesto a chi mi segue su Facebook di spiegare il perché l’allevatore continua a fare il suo mestiere “nonostante tutto”, di risposte ne ho ricevute molte. Ho già scritto ieri qui, riportando alcune testimonianze. Mi è stato fatto notare che mancava una motivazione: “A cinquant’anni (ma anche a 45, e ancora di più a 60) cosa vai a fare?“. Volevo però riportarvi altre storie che mi sono state mandate.

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Vacche piemontesi in alpeggio – Valle Po (CN)

Dalla provincia di Cuneo, mi scrive Giovanni, fedele lettore di questo blog e dei miei libri. La sua è una testimonianza importante anche perché spiega il modo in cui lui ce la sta facendo ad andare avanti in questo periodo difficile. “Approfitto per dirti il mio pensiero sul lavoro di allevatore. Io ho sempre voluto fare l’allevatore, non volevo nemmeno continuare gli studi dopo le medie, ma poi ho fatto superiori ed università  senza mai mollare gli animali. Finiti gli studi ho provato anche a fare il veterinario, ma mi mancava troppo dedicare tutto il mio tempo alle mie mucche! Così  sono andato contro tutto e tutti e ho fatto la mia scelta sapendo che non sarebbe stato facile, ma almeno facevo quello che ho sempre sognato.Devo però dire che aver incontrato l’associazione La Granda ha fatto la differenza: senza di loro probabilmente avrei già chiuso per i troppi costi che ha un piccolo allevamento; invece grazie al giusto valore riconosciuto all’animale e al fatto di essere un gruppo che ti fa coraggio davanti alle difficoltà sono ancora sulla breccia! Oltre al fatto di non sentirsi soli, alcune spese possono essere distribuite fra tutti e così  il singolo allevatore ha un risparmio. Io comunque non riuscirei a vedermi in un lavoro che non sia l’allevamento e il mondo rurale!

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Vitelli in alpeggio – Appennino (PC)

Lunga e articolata la testimonianza di Lorenzo, dalla Toscana. “E’ la passione per questo mestiere che non mi fa cambiare. Io non sono un “figlio d’arte” al massimo un “nipote d’arte” (e non ho mai conosciuto mio nonno). Fin da bambino ho sempre avuto la passione per gli animali da reddito, la coltivazione, in generale per l’agricoltura. Nonostante la completa mancanza di possibilità logistiche , ho sempre concentrato i miei sforzi per raggiungere la mia passione. Non ho mai fatto valutazioni economiche a priori, ma ho sempre cercato di fare scelte sostenibili. Non sono diventato ricco, ma non ho mai fallito in pieno, tanti errori, e di conseguenza tanti insegnamenti.

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Pascolo primaverile – Cumiana (TO)

Dopo gli studi agrari, prima di diventare agricoltore, ho fatto il giardiniere a Milano in proprio, il che mi ha permesso di guadagnare in pochi anni le risorse per comprare il terreno nudo in Toscana. Quindi ho toccato con mano altre forme di guadagno molto più facili. Ma solo la grande passione può darti la forza di vivere tutte le molteplici difficoltà del mondo agricolo.

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Momenti di vita pastorale – Cumiana (TO)

Lorenzo, nel suo messaggio, parla di un aspetto non trascurabile nell’andamento dell’azienda, quello della famiglia. “Non trascurabili pure i problemi familiari e matrimoniali… se entrambi non si ha una grande passione per questo mestiere, non si resiste più di tanto e non si può andare avanti insieme… Da poco , in seguito a questo cambiamento di “assetto familiare” ho potuto intraprendere anche l’allevamento da latte… Pure destagionalizzo… Mazzata ulteriore… Per chi non nasce in una famiglia di allevatori, ed è pure solo, è proprio paragonabile alla galera… E i guadagni, in rapporto agli impegni, precipitano quasi a zero. Ma la passione, solo lei! , ti spinge a continuare… E le piccole soddisfazioni, ti danno la forza di insistere e vedere il futuro più roseo. Certo viste tutte le difficoltà, per restare in piedi, bisogna perseguire grande professionalità. E sono convinto che ci si può arrivare.

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Pecore merinos alla fiera – Roaschia (CN)

Lorenzo passa quindi a fare delle importanti analisi economiche e sociali. “Il fattore importante, che manca alla stragrande maggioranza degli agricoltori ed allevatori, è non dare importanza all’aspetto commerciale. Dobbiamo chiudere il ciclo produttivo con la vendita dei nostri prodotti, senza passare attraverso intermediari. E non tutti possono fare vendita diretta, prodotti di nicchia, o altissima qualità, per pochi portafogli… non c’è spazio per tutti! Ci si deve dedicare anche ai comuni consumatori delle città, il volume del loro consumo è enorme. Se non si riesce ad organizzarsi da soli, bisogna unirsi in gruppo! Ci vuole molta intelligenza! E molta onestà. Pensare solo al proprio orticello non ci porta lontano… Per concludere, dopo tanti anni di lavoro e sacrifici, non so proprio se lo rifarei e in questo modo, ma sono certo che non avrei potuto fare altro, questione di genoma!

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Momenti di lavoro – Introd (AO)

Lorenzo è un allevatore-scrittore! Così mi ha mandato ancora un’altra riflessione (che condivido in pieno), a completare i discorsi che si facevano ieri: “E’ anche giusto che il fieno aumenti, a parte le speculazioni, se un ettaro ha reso un terzo, l’agricoltore ha diritto al solito stipendio, ci deve mangiare con quello. La cosa anormale, è che noi non riusciamo ad alzare i nostri prezzi. Oltretutto, così nessuno si rende conto di problemi che coinvolgono tutti, in modo diretto! Funziona così per ogni settore produttivo, perché con noi no!? Non ci sappiamo organizzare, siamo tutti cosi appassionati, attenti che non manchi niente ai nostri animali, o ai nostri campi…. e trascuriamo l’aspetto commerciale, ultimo anello della catena, ma il più importante, il principale, quello che potrebbe risolvere tanti dei nostri problemi.

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Pascoli d’alpeggio ad inizio stagione – Clavalitè (AO)

Le riflessioni sull’unione della categoria ci riportano a quanto diceva Giovanni all’inizio. Purtroppo però ho sia toccato con mano, sia visto e sentito tante esperienze, che mi portano a dire che nel settore zootecnico, per lo meno da queste parti, l’individualismo è tanto e la volontà di unirsi per obiettivi comuni molto scarsa. “Ci si deve concentrare su questo, soprattutto i giovani devono e possono farlo, aggregandoci, possiamo unire le produzioni, identificarle , proporle e gestirle. Come controlliamo ad esempio la salute degli animali, dobbiamo anche curare la vendita del prodotto, se serve, pure ricorrendo a persone specializzate. Questa autocritica, nasce dalla consapevolezza, che il più delle volte, viviamo male , il nostro mestiere è a rischio! Sappiamo tutti quanto è importante e nobile il nostro lavoro per mille aspetti, la passione che ci unisce , ci dia la forza e la voglia di risolvere questo problema.

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Formaggi prodotti all’interno del Parco Alpi Cozie a Cheese – Bra (CN)

Direi che questi amici ci hanno entrambi suggerito una strada per affrontare la crisi. E’ una vecchia ricetta, quella dell’unione che fa la forza. Voi cosa ne pensate? Avete avuto esperienze di questo tipo? Positive? Negative?

(Anche questa volta le foto sono generiche foto riguardanti l’allevamento e non sono relative alle realtà delle persone che mi hanno scritto)

Cambiare lavoro?

Recentemente mi è capitato di parlare con persone che non hanno contatti diretti con il mondo zootecnico. Stavo spiegando loro come questa stagione sia particolarmente dura per una serie di motivi: poche scorte di fieno a causa delle gelate primaverili e della siccità, costo del fieno (e degli altri foraggi) alle stelle, ma nello stesso tempo non aumenta il valore dei prodotti. Teoricamente dovrebbe succedere che, se mi costa di più produrre il bene xy, il suo prezzo di vendita finale aumenti. Ma non succede né con il latte, né con la carne… Mi sono così sentita chiedere come mai i titolari di queste aziende in crisi non cambiano lavoro. Perché non può essere solo una stagione sbagliata a mettere in ginocchio un’azienda, quindi erano già in crisi quando tutto “andava bene”. Vero, infatti le difficoltà c’erano già prima, questi mesi stanno danno il colpo di grazia a tanti che già vacillavano.

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Gregge in stalla, pianura torinese (TO)

Ma allora perché chi già era sull’orlo del baratro si ostina ad andare avanti? Perché l’allevatore che vende i propri animali deve essere proprio disperato… e quando li avrà venduti, non avrà risolto i suoi problemi, anzi… si aggiungerà un malessere che non so se trova uguali in chi cessa un’altra attività. Entrano in gioco tante cose, ma prima di tutto la PASSIONE, parola ricorrente abbinata a questo mestiere, e il legame con gli animali. Per dare una spiegazione a tutte quelle persone che chiedono “come mai non cambiano lavoro?“, ho provato a chiedere direttamente agli stessi allevatori. Ecco cosa mi hanno risposto alcuni di loro. Molti danno la risposta di Ubaldo: “Perché non si guarda al denaro, questa è una malattia spesso ereditaria.

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Covoni di fieno tradizionali – Angrogna, Val Pellice (TO)

Il denaro però alla fine lo devi guadare, quando finisce, quando non ne hai più nemmeno per comprare il fieno per le tue bestie, cosa fai? Non commentano su facebook, ma lo so che esistono anche queste realtà. Non per scelte sbagliate sul lavoro, ma per un crescente ammontare delle spese e una rendita sempre minore del proprio lavoro. Aumenta il gasolio, aumenta il fieno, aumenta il mangime, aumenta il prezzo di tutto quello che devi comprare, dal trattore al pezzo di ricambio, ma il latte te lo pagano sempre 30-40 centesimi al litro, gli agnelli a pochi euro al kg, i vitelli fatichi a darli via…

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Anziano allevatore durante una transumanza – Valle Maira (CN)

Non si cambia per rispetto di chi ha messo assieme qualcosa prima di noi, per rispetto di chi non ha da mangiare e perché non hai nessuno che ti comanda. Poi ci vuol coraggio anche ad andare a lavorare in fabbrica…“, dice Mario dalla Lombardia. Non mi ha scritto nessuno dicendomi: “Io l’ho fatto, io ho chiuso e sono andato a fare altro“, ma qualcuno mi ha detto “…questo è il mio mestiere, quale altro lavoro potrei andare a fare?“. Purtroppo so di persone che a forza di tirare la corda purtroppo o sono andate in fallimento o hanno dovuto vendere gli animali, poi il più delle volte hanno cercato lavoro come operai in aziende dello stesso settore. “Mi hanno chiamato per un lavoro di tutt’altro genere, sono lì da tre mesi, per un annetto o due posso farlo. Mungo mi lavo e vado dentro in macchina, faccio fatica e sono sempre teso“, racconta invece un giovane che cerca di portare avanti in parallelo le due cose, rendendosi conto che la sola azienda agricola non gli consente di vivere.

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Vacche in stalla – Valli di Lanzo (TO)

Silvio dalla provincia di Cuneo: “Sono… nuovo del mestiere… è da pochi mesi che mi sono iscritto alla categoria! Fin da piccolo però ho sempre trafficato, ero appassionato delle bestie con i nonni prima e dopo con mio padre, che era in pensione dalla Michelin. Io però sono finito a lavorare fuori e mio fratello è rimasto qua, poi il mio lavoro è andato a finire male come per tanti altri e alla chiusura mi sono ritrovato in disoccupazione. Adesso sono nei coltivatori con mio fratello e mia cognata, la resa sappiamo quella che è, si tribola ad andare avanti, ma finalmente faccio quello che mi piace che avrei già dovuto fare 30 anni fa, perché alla fine è la nostra vita, la nostra passione le nostre radici e non cambierei più con nessun altro lavoro e nessuna paga…

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Giovane appassionato – Aosta

Francesco, dalla Lombardia: “Sono un allevatore dopo aver fatto diverse marce indietro. Io allevavo capre quando ho cominciato, poi le ho vendute per mancanza di spazio. Sono cresciuto con i miei zii e con loro ho imparato a fare il formaggio, a gestire una mandria in alpe fino al 2005, poi da sera alla mattina mi sono trovato sbattuto fuori dalla stalla. Ho ripreso pian piano e adesso sono arrivato a 10 fattrici piemontesi. Ho fatto altri lavori, o meglio ci ho provato, ma non riesci… o meglio sei anche un operaio modello sempre attento, ma il tuo cuore è altrove…

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Capretti fiurinà – Scalenghe (TO)

Laura, dal Cuneese: “A me è stata invece rivolta la domanda inversa… Io lavoro in fabbrica e ho il posto fisso, ma tra qualche mese lascio per intraprendere l’attività d’allevatore di camosciate e trasformazione di latte. Parecchi mi hanno chiesto perché sono così ”stupida” da lasciare il lavoro fisso per un lavoro a casa che non si ha mai una sicurezza nelle entrate…“. Laura, dalla collina torinese: “È un modo di vivere, qualcosa che hai dentro. In un certo senso non è neanche una scelta, perché vivere diversamente è impensabile. Se fossi giovane rifarei lo stesso ma non in Italia.

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Transumanza in Val Pellice (TO)

Andrea, ancora dal Cuneese: “Noi alleviamo bovini, facciamo alpeggio e trasformiamo il latte tutto l’anno… Secondo me però la risposta è già nella domanda stessa, la chiave è la parola “lavoro”. Il nostro credo non possa essere considerato soltanto “lavoro” , è qualcosa che va oltre ad un orario, uno stipendio o un reddito, è qualcosa che abbiamo nel sangue e nel cuore, una natura, un istinto, un richiamo…. Con i nostri animali si crea un legame forte, a me piace pensare che sia come una grande famiglia, e in famiglia quando le cose non vanno bene ci si stringe cercando di farsi forza l’un l’altro e si cerca di tirare avanti… Di sola gloria non si vive, lo so, ma credo che “lasciare” i nostri animali per andate a fare altro sia proprio l’ultima delle soluzioni…

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Pecora con il suo agnello nato da poco – Cumiana (TO)

Marco, emigrato all’estero: “Non è un lavoro ma uno stile di vita. Le domande sono anche altre forse. Posso imporlo ai miei figli nel contesto sociale del 2018 anche quando i conti non sono rosei? E fino a che punto tirare la corda in passivo? Per la cronaca, io ho chiuso dieci anni fa in Piemonte e ho una azienda familiare in pedemontana polacca.  Che per certi versi vuol dire portare indietro l’orologio ai tempi abbastanza buoni dell’Italia e darsi un livello economico decoroso. So che è impopolare in questa sede, ma a un giovane consiglierei di prendere in considerazione l’estero. Anzi l’estero lo consiglierei anche a chi è in crisi e vuol valutare una alternativa alla chiusura. Ho dimenticato di descrivere l’azienda: avevo vacche piemontesi in provincia di Novara e adesso faccio lumache e ortaggi in Polonia con circa sette ettari. Ho 37 anni e due figli piccoli. Penso che un dato importante su una opinione sia anche l’età che uno ha. Io ho imparato a vedere il mondo diversamente con il passare degli anni.

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Vacche in alpeggio in Val di Susa (TO)

Virginia, dalle Langhe: “Domanda da un milione di dollari. Noi abbiamo un allevamento (piccolo) di bovine da latte, facciamo pascolo, vendiamo il latte ad un piccolo caseificio e una parte la trasformiamo noi. Perché non si cambia lavoro? Perché il nostro non è solo lavoro, è la nostra vita, la nostra passione. Siamo legati alle bestie ed al territorio. Io sono diplomata e avevo la possibilità di svolgere un lavoro con orari regolari e al pulito, ma non faceva per me. Pian piano abbiamo comprato le prime vacche e ora ci siamo ingranditi e i primi risultati cominciano a vedersi. Lo rifarei altre mille volte!!! Certo si fa fatica, ci si arrabbia, ma non ci arrendiamo mai e la mia vita, che poi è anche il mio lavoro, non la cambierei per niente al mondo!!!!

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Vacca in alpeggio – Gressoney (AO)

Jessica, allevatrice valdostana: “Abbiamo mucche da latte. Il senso di libertà che si prova a lavorare a contatto con la natura non ha prezzo! Un bel respiro profondo dell’aria fresca di alpeggio vi farebbe assaporare la mia sensazione di felicità! Che sia un lavoro duro, faticoso e anche poco redditizio può essere vero, ma quante soddisfazioni dà? Chi ha la fortuna di avere delle compagne di avventura così fedeli, che ti dimostrano affetto, ti coccolano, ti chiamano? Sono solo animali (dice qualcuno) ma si esprimono meglio che noi umani! Con i propri animali si viene ad instaurare un rapporto speciale fatto di lealtà , di fiducia reciproca, di momenti gioiosi come di momenti brutti, ma la passione e la voglia di non mollare fanno passare ogni paura! Bisogna provarle certe sensazioni per capirle!

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Mandria in alpeggio – Trentino

Marta, dalla Valsesia: “Io e i miei genitori abbiamo bovini da latte d’estate andiamo in alpeggio e trasformiamo, in inverno vendiamo il latte. Con i tempi che corrono anche io mi sono chiesta qualche volta se ne valga la pena o meno. In primo luogo per me è uno stile di vita, ci sono nata e tra i miei primissimi ricordi ci sono vacche, vitelli e cani da pastore. Certo è un lavoro duro, ma dal punto di vista personale gli animali mi danno moltissimo, è avere la vita tra le mani tutti i giorni, fare questo mestiere lo vedo più come un dono che come un dovere. I momenti di scoraggiamento non mancano, ma quante volte nella vita un operaio ha l’occasione di tenere fra le braccia un vitellino appena nato, andare a mungere con il sole che sorge e vedere la vita intorno a sé svegliarsi? Non trovo nemmeno le parole adatte per esprimere quante più cose ci siano nella vita dell’allevatore al di là del lavoro.

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Formaggi di alpeggio in vendita in una fiera in Valle Po (CN)

Elisabetta, in provincia di Torino: “Abbiamo un’azienda agricola con vacche da latte, Barà e piemontesi. Trasformiamo tutto il latte nel nostro piccolo caseificio e vendiamo i prodotti al mercato o li usiamo in agriturismo. Mio papà, mio fratello e mio nonno curano le vacche e la stalla, io con mia nonna e mia mamma produciamo e andiamo a vendere. Non è facile, ci sono molte spese e scadenze, non sempre va come vorresti. Manca l’erba in autunno, il fieno in inverno, l’erba per fienare in estate, ma non manca mai la voglia e la passione!! Troppe volte mi pento di non aver preso il diploma, un po’ per egoismo, un po’ per crescita personale, anche se penso che non sia un pezzo di carta a dimostrare chi sei. Troppe volte penso di mollare e di fare un lavoro tranquillo “da donna”, ma poi guardo cosa mi hanno lasciato i miei e mi dico: “No! Non si può cambiare lavoro!” Se nasci in una famiglia così, con certi valori, stringi i denti e vai…avanti!

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Capre valdostane in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Non so se questa carrellata di testimonianze sia sufficiente a spiegare ad un “non addetto ai lavori” perché non ci si arrende fino all’ultimo, anche quando si lavora in perdita, anche quando per mantenere i tuoi animali finisci per spendere i soldi che avevi messo da parte in passato. Lo fai sperando che prima o poi le cose cambino, che non vengano giorni peggiori, ma migliori.

(N.B. Le foto di questo post non fanno riferimento alle testimonianze, ma riguardano allevatori e aziende da me visitati nel corso degli ultimi anni)

 

Per finire il discorso

Riprendiamo l’argomento dei contributi, dato che avevamo proprio solo iniziato ad accennare alcune cose tempo fa e ieri, parlando delle difficoltà nel trovare un alpeggio libero, siamo ritornati sull’argomento. Questo blog nasce dedicato alla montagna dell’uomo, quella abitata tutto l’anno. Per estensione d’estate ovviamente lo sguardo si amplia anche agli alpeggi.

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Mandria in alpeggio, Vallone di Bellino (CN)

La galassia dei contributi è così vasta che gli stessi agricoltori/allevatori spesso non sono nemmeno informati su tutte le opportunità di cui potrebbero beneficiare. Si affidano alle associazioni di categoria, che sono anche i principali intermediari attraverso cui inoltrare le domande (solo i CAF autorizzati possono farlo, non un libero professionista qualsiasi).

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Piccolo gregge – Trasquera (VB)

Nella mezza montagna difficilmente c’è posto per la grande azienda. A mano a mano che greggi e mandrie si sono ingranditi, pastori e margari sono scesi in pianura a cercare pascoli o a comprare il fieno per l’inverno. Su nelle valli restano aziende medio-piccole.

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Fienagione – Nus (AO)

Nella mezza montagna, nella collina, più che mai l’allevatore, il piccolo allevatore è fondamentale. Con il pascolo primaverile e autunnale, con lo sfalcio del fieno, cura il territorio, mantiene il paesaggio e la biodiversità. Facilmente, non avendo accesso ad aree particolarmente “felici”, avendo ancora una sana passione, sceglierà razze locali. Punterà al piacere di vedere animali che lo soddisfano, adatti al suo territorio, più che non a grandi produttrici di carne o di latte che solitamente necessitano di integrazioni alimentari. Potrà valorizzare i suoi prodotti grazie al legame con il territorio, grazie alla qualità, grazie anche alla scelta di tali razze. Qualche aiuto lo riceverà pure (la scelta sarà sua, se presentare le domande al fine di richiedere contributi per esempio proprio per le razze in via di estinzione, ecc.)

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Laboratorio di trasformazione latte – Lanzo (TO)

Se il sistema non fosse “inquinato” dai contributi, ci sarebbe una vera sostenibilità. Cominciamo dal principio: se voglio dare il via ad una nuova azienda, avendo requisiti adatti ed entrando nelle graduatorie, vengono elargiti dei fondi per aiutarci a iniziare la nostra attività. Se partiamo da zero le spese saranno immense, tra strutture, locali di trasformazione, macchinari… vien quasi da dire che, con i prezzi di vendita dei prodotti (carne, latte, trasformati) c’è il concreto rischio di non ripagarsele in tutta la vita!

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Piccola mandria a mezza quota, Vallone di Champorcher (AO)

Sì ma… poi tanto ci saranno i contributi! Mi ricordo che una sera, guardando un tg regionale, in un servizio si diceva che, se non veniva sbloccato il pagamento dei premi degli ultimi anni per gli allevatori, molte aziende erano a serio rischio di fallimento. Ha senso tutto ciò? Secondo me no! Se io lavoro e non ci sono particolari calamità, bene o male dovrei almeno andare in pareggio. Non si dovrebbe dipendere da aiuti esterni… Già… però le spese sono tante e i nostri prodotti valgono poco. Il valore basso è legato a prodotti che arrivano da altri paesi dove il costo del lavoro è inferiore… ma anche al mercato viziato dai contributi!

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Gregge al pascolo – Cumiana (TO)

Prendiamo per esempio gli agnelli… arrivano animali macellati e puliti dall’estero a poco prezzo. Ma anche se io cerco carne italiana, ne trovo in sovrabbondanza perché oltre ai nostri pastori locali, ci sono tutti quelli che hanno messo su greggi di pecore per “pulire le montagne” e prendere i contributi. Oppure hanno sempre più ingrandito il gregge perché alcuni meccanismi di attribuzione di tali premi si basano sul numero di capi, oltre che sugli ettari affittati.

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Capre in un villaggio di montagna, Balme – Valli di Lanzo (TO)

Il lavoro in montagna è più difficile, ci sono distanze maggiori da percorrere, il territorio ha caratteristiche sicuramente più disagiate rispetto alle estensioni pianeggianti. Veniamo incontro a chi lavora in montagna semplificando, diminuendo le tasse, valorizzando il prodotto… Facciamo in modo che agricoltori e allevatori delle terre più difficili possano lavorare e, nello stesso tempo, curare un territorio fragile. Ma evidentemente gli interessi sono ben altri. Ogni volta che si parla di qualche aiuto pensato a sostegno di queste realtà… ecco che dopo un paio di anni si scopre che ben altri soggetti se ne sono approfittati mangiandosi la fetta più grossa con l’ennesima truffa.

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Alpeggio in alta quota , Quart (AO)

Qualcuno mi dirà: “Se li danno, provo a prenderli anch’io, perché dovrei lasciarli agli altri?“. Certo, di soli ideali e passione difficilmente si vive, specialmente con le spese che si debbono affrontare per essere a norma e per mandare avanti l’attività. Ma l’azienda che si ingrandisce grazie ai contributi spesso prenderà il trattore più grosso, comprerà o affitterà i prati migliori. Avrà dipendenti che faranno il lavoro magari egregiamente, ma senza quella passione che si può avere per la propria terra, per quanto grama sia.

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Pascoli non ben utilizzati – Quart (AO)

La scorsa estate, quando tutti si lamentavano per la siccità, per il poco fieno messo da parte a causa delle gelate primaverili e della siccità estiva, ho visto alpeggi dove addirittura era stata lasciata indietro dell’erba da pascolare, con la mandria che scendeva al tramuto inferiore prima di aver ripulito tutto. Gli operai badano agli animali, ma sicuramente di loro spontanea volontà non mettono l’attenzione alla cura del territorio che invece era fondamentale nel lavoro delle generazioni precedenti. Solo se ti obbliga il padrone vai a pulire i canalini per la fertirrigazione e fai in modo che il liquame raggiunga ogni angolo del pascolo, per garantire erba buona per l’anno successivo.

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Villaggio abbandonato – Valle Po (CN)

Il prato più ripido verrà abbandonato, il pascolo più piccolo non sarà sufficiente a contenere tutti i capi e verrà lasciato indietro. I terreni aziendali non daranno fieno a sufficienza, bisognerà farlo arrivare da fuori, facendo conto affidamento contributi per pagarlo… Non ci interesserà la bontà del prodotto, non ci interesserà nemmeno più il prodotto, ma soprattutto avere le carte in regola per percepire quei finanziamenti. E così via, con molti altri esempi che potrei continuare ad elencarvi. Sono solo io che vedo un castello con le fondamenta di sabbia??

In guardia!

Non so se il pubblico di questo blog sia sempre quello di “storie di pascolo vagante“, ma comunque vi racconto cosa succede a questa stagione, dato che non tutti sono addetti ai lavori e quindi non sanno come funziona il meccanismo secondo il quale d’estate alcuni allevatori si separano dai propri animali.

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Le Grand Alp – Vallone di Clavalitè, Fenis (AO)

E’ ormai tempo di salire in alpeggio. Alle quote più alte sta sciogliendo la neve, complice il caldo eccezionale che ha portato lo zero termico ad altezze anche superiori ai 4000m. Molti partono prima, dato che affrontano la stagione d’alpeggio avendo a disposizione diversi tramuti, cioè si appoggiano a fabbricati d’alpeggio a quote differenti. Si sale alla prima baita, si pascola e poi si va oltre, fino al tramuto a quota maggiore, spesso anche sopra ai 2000m.

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Un gregge viene caricato sugli autotreni per raggiungere l’alpeggio – Pinerolo (TO)

C’è chi sale a piedi, chi con i camion, ma gli animali che compongono greggi e mandrie non sempre appartengono ad uno stesso proprietario. Ci possono essere tante forme di “organizzazione” differenti, a seconda delle situazioni.

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Capre di provenienza diversa si “studiano” appena dopo essere state scaricate in alpeggio – Valsainte, Trois Villes (AO)

Gli animali vengono dati “in guardia” o “in affida” per la stagione di alpeggio da chi ne ha un numero esiguo e non potrebbe permettersi l’affitto di un territorio d’alpe per i mesi estivi, oppure da chi ha qualche animale per hobby e pratica un altro lavoro. Chi li prende solitamente ha già un suo gregge/mandria, a cui aggiunge i capi esterni. Talvolta il detentore in alpe possiede solo pochi capi e la “guardia” rappresenta il suo stipendio per quei mesi.

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Prato di media valle in attesa della fienagione – Tolaseche, Nus (AO)

Altri ancora, allevatori di professione, mandano in montagna i loro capi per occuparsi dell’approvvigionamento dei foraggi per l’inverno, cioè della fienagione in fondovalle o in pianura, o anche per seguire i campi di mais, ecc… Ovviamente la guardia si paga, un tanto a capo, con differenze a seconda delle zone, se si tratta di capi in lattazione oppure no, età degli animali ecc…

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Gregge di capre di diversi proprietari sorvegliato da un operaio – Introd (AO)

Gli animali sicuramente stanno meglio in montagna, a quote maggiori, dove possono pascolare a piacimento, lontani dal caldo della pianura. Con il ritorno dei predatori, l’esigenza di affidare i propri capi ad un pastore si è fatta ancora maggiore: impensabile lasciare pecore o capre abbandonate a sé stesse con un controllo solo sporadico per tutta l’estate. Così possono anche esserci greggi composti da capi di numerosi proprietari che hanno deciso di unire i propri animali e affidarli alla sorveglianza di un pastore stipendiato.

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Mandria diretta ai pascoli in prossimità della sede aziendale di fondovalle – Introd (AO)

Pian piano quindi tutti saliranno agli alpeggi. C’è anche chi li manda in affida per andare a sua volta a fare il guardiano di animali altrove, soprattutto oltreconfine, dove le paghe sono maggiori e il reddito percepito permette di continuare a fare l’allevatore in patria. Spero che avremo modo di riparlare anche di questo aspetto, nel corso dell’estate…