Parlar di lupi ad Aosta

Ieri si è tenuta la serata “Il lupo in Valle d’Aosta. Una convivenza possibile”, organizzata da alcune associazioni ambientaliste, che prevedeva l’intervento di tre tecnici (Luca Giunti, Roberto Sobrero, Dario De Siena) e del responsabile del settore flora, fauna e ambiente della Regione (Paolo Oreiller). Purtroppo la sala, pur capiente, non è riuscita ad accogliere tutti coloro che erano interessati ad assistere all’evento. Molti allevatori, arrivati con un ritardo anche solo di qualche minuto dall’inizio previsto (tempo di finire i lavori in stalla, mangiare, lavarsi e raggiungere il capoluogo per le 20:30…), non sono letteralmente riusciti ad accedere alla sala, già gremita. Un vero peccato, perché la serata è stata interessante, istruttiva e, fortunatamente, non è degenerata in polemiche inutili. Penso che, alla fine, siano usciti delusi soprattutto gli estremisti (da una parte e dall’altra), e questo può essere indice di una buona qualità nell’informazione data. Però qualche critica da fare ce l’avrei…

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Fare una sintesi su quanto detto non è facile, perché gli argomenti trattati sono stati molteplici, tutti ugualmente importanti e articolati. Quello che vorrei evidenziare è come la questione sia stata affrontata in modo estremamente obiettivo, con una grande attenzione rivolta agli allevatori. Dal momento che il pubblico in sala comprendeva ogni categoria di persone, è stato mostrato come il lupo ha colonizzato il territorio, quanti danni fa con le predazioni, come questo sia un danno sia economico, sia psicologico e morale, quanto sia complesso cercare di difendere gli animali dagli attacchi… ma sono state date anche regole ben precise per tutti gli abitanti/fruitori della montagna.

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L’osso è tagliato di netto, ma chi ha portato nei boschi questa zampa bovina?

Innanzitutto è stata posta l’attenzione su come non si debba MAI foraggiare gli animali selvatici, volontariamente o involontariamente (non lasciare cibo per il lupo, ma nemmeno lasciare cibo per altri animali, che potrebbe attirare il lupo, non lasciare scarti di macellazioni, placente, ecc intorno all’azienda agricola o nella concimaia). Per chi va a spasso con il proprio cane, è stato spiegato come vi sia pericolo per il cane se lasciato LIBERO (d’altra parte la legge prevede che venga tenuto al guinzaglio o comunque nelle immediate vicinanze del padrone). Un cane libero che entra nel territorio di un branco di lupi è spacciato. …ma lasciare un cane che gira libero può essere anche pericoloso per il bestiame presente…

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Resti di una predazione su selvatico – St.Denis (AO)

Sto citando a memoria alcuni dei passaggi che ritengo particolarmente importanti da far conoscere al pubblico. Per quanto riguarda la pericolosità per l’uomo, è stato detto che, certo, il lupo può essere pericoloso in determinate situazioni. E’ vero che, in passato, si registravano attacchi alle persone, ma erano tempi in cui la montagna era densamente popolata e la selvaggina invece scarseggiava. Tutti i lupi ritrovati morti in questi anni non presentavano una condizione di malnutrizione: fauna selvatica ce n’è eccome, il lupo attacca per fame e si rivolge soprattutto alle prede conosciute, che sa come cacciare. Se però cerchiamo di avvicinarci (volontariamente o involontariamente) ad una tana, se cerchiamo di prendere un lupo ferito o malato, o se incontriamo un lupo in una situazione in cui lui si sente in pericolo (spazio ristretto, passaggio obbligato), allora sicuramente potrebbe esserci l’incidente per l’uomo.

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Dopo gli attacchi, queste pecore vengono ritirate in stalla anche in alpeggio ed escono al pascolo insieme alla mandria bovina – Colle del Nivolet, Valsavarenche (AO)

Per quanto riguarda le predazioni al bestiame domestico, il lupo attacca la preda che gli “costa” meno in termini di dispendio energetico e pericolosità e che gli garantisce il miglior beneficio. Tra prendere una pecora al pascolo e correre dietro ad un camoscio su per le cenge, prende la pecora. Ma se il bestiame domestico è ben protetto, tende ad andare a cercare cibo altrove. E’ stato detto chiaramente che non bisogna in alcun modo far sì che il lupo si avvicini all’uomo, bisogna disincentivare tale fenomeno. Si è parlato anche di abbattimenti? Sì… e non sono stati gli allevatori a farlo (con un certo disappunto da parte delle componenti ambientaliste più estreme presenti nel pubblico).

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Vasti pascoli nella piana del Nivolet, ma il territorio di un branco di lupi è ben più ampio di una vallata – Valsavarenche (AO)

Bisogna però tener conto che il lupo è una specie protetta e non sarà la Valle d’Aosta o qualsiasi altra regione a poter cambiare questo aspetto. Come è stato detto chiaramente in apertura di serata, il lupo è anche (e soprattutto) una questione politica. Se ci sarà un impegno politico, si potrà arrivare, attraverso la condivisione del Piano Lupo del Ministero dell’ambiente, anche a degli abbattimenti. Attraverso una valutazione, potrà essere eliminato il branco o il lupo particolarmente dannoso o aggressivo. Però è scientificamente provato che, una volta che il territorio è stato colonizzato, se si eliminano uno o più lupi, altri prenderanno il loro posto, se quello è un territorio dove c’è la possibilità di alimentarsi e sopravvivere. Lo dimostrano casi di studio come quello francese, paese europeo in cui si effettuano abbattimenti.

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Allevatore al pascolo con i suoi cani toccatori nel vallone di Comboé – Charvensod (AO)

Sul lupo in Valle sono stati presentati dati e numeri (si stimano 54 lupi, numero che aumenta in presenza delle cucciolate e dei giovani individui prima che avvenga la dispersione), attualmente organizzati in branchi che coprono tutto il territorio regionale. Gli attacchi ci sono, le misure di prevenzione contribuiscono a limitarli, ma non li azzerano. Veniamo quindi al punto dolente, su cui ci sarebbero molte considerazioni da fare e non so se riuscirò a scriverle tutte qui. Ieri sera c’è stato ben poco spazio per poterle esternare, poiché non si poteva andare avanti tutta la notte a parlare, la sala doveva chiudere. Sono stati presentati modelli di prevenzione, modelli che stanno dando risultati, ma… in situazioni e condizioni diverse da questo territorio.

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In Valle d’Aosta le vacche da latte vengono chiuse in stalla nelle ore centrali della giornata e la notte – Pila (AO)

Ritengo fondamentale che si pongano a confronto le diverse esperienze, c’è sempre da imparare, ma nello stesso tempo bisogna conoscere a fondo le modalità di lavoro e di gestione degli animali di un territorio. E’ stato detto che ogni luogo, magari anche ogni azienda è un caso a sé, ma in generale i modelli proposti ieri sera (si parlava infatti del modello ligure) non rispondono alle esigenze delle aziende valdostane. Ho però sentito parlare di progetti di “assistenza tecnica” per il futuro e questo mi sembra fondamentale (purché i tecnici abbiano alle spalle una solida formazione sia sul lupo, sia sulla gestione del bestiame e conoscano il più vasto numero possibile di situazioni in cui le aziende si trovano a dover “convivere” con il lupo, in Italia e non solo). L’allevatore non deve mai essere lasciato da solo (economicamente, psicologicamente e concretamente) in questa lotta. Perché di lotta (alla sopravvivenza) si tratta, specialmente in un contesto come quello attuale, dove molti allevatori di montagna (specie se piccoli) stanno vivendo una condizione economica molto critica e molti di loro si trovano in condizioni di “rassegnazione” (parola che mi è stata ripetuta più volte, da persone che lavorano in ambiti diversi, ma comunque a contatto con gli allevatori). Lo dico e lo ripeto spesso, ma è stato citato anche ieri sera, come più che mai in queste situazioni il lupo sia la goccia che fa traboccare il vaso. Bisogna quindi aiutare le aziende che “combattono” per convivere con il lupo. Questo sì che è un caso dove stanziare contributi. La Valle d’Aosta  qualcosa lo sta già facendo (finanziando strumenti di difesa attiva e anche contribuendo almeno in parte allo stipendio di un pastore a guardia del gregge), ma le spese dovrebbero essere totalmente coperte, se davvero si vuole proteggere lupo e allevamento.

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Cucciolo di pastore maremmano-abruzzese in un gregge nel Biellese

L’intervento che ho gradito meno, ieri sera, ha riguardato i cani. Innanzitutto sono state consigliate (giustamente) altre razze rispetto al maremmano-abruzzese, ma… prima di tutto sarebbe stato necessario sapere che, in Valle d’Aosta come in Piemonte, le razze ammesse a finanziamento nel bando appositamente creato erano solo il pastore maremmano abruzzese e il Montagna dei Pirenei. Il Pastore della Sila, elogiato dal tecnico, è stato effettivamente scelto da pochi, pochissimi allevatori, ma non rientrava nel suddetto bando, quindi chi li ha è come se non fosse riconosciuto dalle regioni… Sempre nello stesso intervento è stato detto che la Valle d’Aosta non ha una tradizione nell’impiego di cani anche perché “non si fa la transumanza”. Dunque, siamo d’accordo che non ci sia cultura e tradizione per i cani da guardiania (e serve molto lavoro/assistenza su questo aspetto), ma per i cani da lavoro (paratori o toccatori che dir si voglia) gli allevatori li hanno eccome, anche delle razze citate (per esempio il Beauceron, che vedo spesso girando negli alpeggi d’estate). Inoltre la transumanza non sarà quella abruzzese, ma dagli alpeggi si sale e si scende…

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Beauceron, utilizzato per la conduzione di una mandria – Vallone di Saint Barthélemy (AO)

E poi… le razze… spero si smetta di usare il pedigree come parametro per valutare un “buon cane”. Spero che si lavori molto sulla corretta scelta e inserimento dei cani (con assistenza, come detto sopra), ma che si scelgano cani nati e cresciuti in allevamenti di bestiame e non in allevamenti di cani. Ovviamente in aziende di zone dove il lupo c’è e i cani già lavorano per evitare gli attacchi. Sempre sui cani, parallelamente, occorre molto più dell’accenno “i turisti devono rispettare gli animali al pascolo difesi da un cane“. Perché non è vero che il cane che dà problemi è solo colpa dell’allevatore: in più occasioni ho visto gli stessi cani aggredire o semplicemente abbaiare a seconda di come si comportavano i turisti.

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La convivenza forzata talvolta porta alla vendita di tutti/alcuni animali: noi abbiamo dovuto rinunciare alle pecore – Nus (AO)

Ci sono stati anche tre allevatori (invitati dagli organizzatori) che hanno portato il loro esempio di convivenza. Perdonatemi, ma… certo, sono casi esistenti sul territorio, ma quanto erano rappresentativi della media azienda zootecnica valdostana? Tutti noi presenti sul territorio, volenti o nolenti, conviviamo con il lupo. Pure io potevo dire che la nostra è una convivenza al momento riuscita… se per successo si escludono le predazioni dirette. Ma abbiamo già dovuto vendere le pecore (una ventina di capi di razza autoctona rosset, in via di estinzione) perché era impossibile in termini di tempo e di costi gestirle come si deve per poterle proteggere dal lupo. Abbiamo dovuto cambiare in parte la gestione del pascolo sia per i caprini, sia per i bovini. Per l’alpeggio ci affidiamo a terzi e… teniamo le dita incrociate (per le capre comunque c’è la custodia costante e il ricovero notturno in un doppio recinto elettrificato). Abbiamo dovuto abbandonare dei pascoli, appezzamenti ripidi dove non è possibile sfalciare, dal momento che lasciare lì gli animali in reti/fili non era più sicuro. Questa è la convivenza, con costi economici, fisici, temporali.

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Uno dei pascoli ripidi dove mettevamo il recinto delle pecore dopo due anni di inutilizzo – Nus (AO)

Oltre a ciò che ho scritto fin qui, la principale criticità che posso riscontrare nella serata e di non aver fornito “soluzioni applicabili”. In parte perché era impossibile farlo in quella sede, in parte perché chi parlava non conosceva a fondo il sistema zootecnico valdostano (dove le vacche già vengono ricoverate in stalla la notte, dove già non si fa partorire in alpeggio le bovine, ecc…), in parte perché ogni problema richiede un suo studio e una sua soluzione. Però, ai non addetti ai lavori presenti in sala, può esser stata data l’impressione che le soluzioni ci sono e anche i valdostani devono adottarle, così da ridurre il numero di attacchi. Per esempio è stato detto che i cani da guardiania funzionano anche con i bovini, ma la mia esperienza personale mi dice che i casi in cui ciò è stato applicato con successo sono ancora molto pochi per poterlo affermare con tanta leggerezza.

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Mandria di vacche piemontesi ricoverate per la notte in un doppio recinto (reti + filo), con presenza di cani da guardiania, in un alpeggio della Val Chisone (TO)

Anche a chi a questo punto allora invocherebbe lo “sterminio” dei lupi (cosa IMPOSSIBILE dal punto di vista legale), vorrei solo ricordare che… ammesso e concesso che si arrivi a poter sparare al lupo, nel frattempo o comunque anche mentre il numero di lupi viene ipoteticamente ridotto… che si fa? Continuiamo a lasciarci mangiare pecore, capre, vitelli, ecc?? Non è meglio studiare strategie per mettere in sicurezza i nostri animali e, nel frattempo, tener lontano il lupo?

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Capre in alpeggio a Moncorvè – Valsavarenche (AO)

Se avessi la possibilità di partecipare ad un tavolo dove si parla concretamente di decisioni e strategie, da parte mia una delle prime considerazioni sarebbe: “Una squadra che viene per abbattere un lupo è un costo e non è detto che abbia successo. Ma perché non dare all’allevatore (con regolare porto d’armi) il permesso di sparare esclusivamente a quei lupi che vede avvicinarsi ai suoi animali, alla sua stalla?” Visto che bisogna indurre i lupi a girare alla larga, non sarebbe quella una soluzione (non da sola, ma abbinata alle altre strategie di difesa già citate)?

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Manzi incustoditi in un alpeggio ad alta quota nel Vallone delle Laures – Brissogne (AO)

Insomma, la serata di ieri ci è servita per conoscere meglio il lupo (e il “nemico” bisogna conoscerlo, per poterlo combattere), ma anche per sentire come i veri ambientalisti sono quelli che hanno a cuore tanto l’animale selvatico e l’ambiente, quanto l’allevatore e l’allevamento. Non a caso la serata ha lasciato l’amaro in bocca a tanti. Adesso però che si fa? Mi auspico che si voglia far qualcosa davvero (pur tra i mille problemi politici che la Valle sta vivendo) per accelerare questa ricerca di strategie per aiutare effettivamente gli allevatori a prevenire/combattere gli attacchi. Ma bisogna anche dare una risposta chiara a chi dice: “Noi come facciamo? Secondo quello che avete detto, per noi non c’è speranza.” Parlo di alpeggi difficili, senza strade, con strutture fatiscenti, dove vengono lasciate a pascolare bestie non produttive, animali giovani o da carne. Recintare interi alpeggi è impossibile, oltre al costo, alla fatica, alla morfologia del territorio, non dimentichiamoci il passaggio di tutti gli altri animali selvatici (ungulati ecc) che verrebbero a scontrarsi con questi recinti.

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Un camoscio in mezzo ai pascoli d’alpeggio – Piana del Nivolet, Valsavarenche (TO)

Direi che vi ho lasciati con tante riflessioni da fare, ma è la stessa sensazione che ho avuto ieri sera uscendo dalla conferenza. A molti non piaceranno parti del mio articolo, li invito a replicare suggerendomi soluzioni effettivamente applicabili. Il mio invito è tenere sempre presente che il problema è di tutti e va spalmato su tutta la popolazione, non solo sugli allevatori. Questo punto è particolarmente complesso, dato che stiamo vivendo in un’epoca in cui parte della società demonizza gli allevatori senza distinzioni, ritenendo che ogni allevamento sia una fabbrica di sofferenza e di morte, non capendo le differenze tra allevamento intensivo ed estensivo, ma nemmeno il ruolo che l’allevamento sostenibile ha nel mantenimento dell’ambiente, del paesaggio e della biodiversità.

Si può vivere lassù?

In questa stagione, approfittando della mancanza di neve, si può andare in giro lungo sentieri di mezza quota, raggiungendo case e villaggi abbandonati e “dimenticati” da tempo. Non fa troppo caldo e, soprattutto, non ci sono troppe foglie e vegetazione che potrebbero rendere più difficile il nostro cammino.

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Antico sentiero lastricato tra Verres e Challand (AO)

Quando percorro questi sentieri penso sempre a quando erano di uso quasi quotidiano, quando tutto quello che arrivava o partiva da quei villaggi passava di lì. Penso ai carichi sulla schiena di persone o bestie da soma. Penso a quando quei terreni circostanti erano tutti puliti, coltivati.

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Taverne, Nus (AO)

Infatti i terrazzamenti in questa stagione riemergono anche dietro a cespugli e alberi cresciuti man mano che l’uomo ha smesso di faticare su di qui. Si creavano muri e si spostava terra per ricavare più spazi dove coltivare. Bisognava essere praticamente autosufficienti e di gente ce n’era tanta, anche a quelle quote, quindi ogni fazzoletto utilizzabile poteva fare la differenza per la sopravvivenza di uomini e animali.

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La Nache – Verrès (AO)

Ogni tanto, in questi giri, capita di trovare uno di quei posti che ti farebbe venir voglia di trasferirti lì. Requisiti: isolamento, ben esposto al sole, prati e boschi, bel panorama. L’isolamento è una condizione fondamentale, per quel che mi riguarda, per poter stare in pace, pascolare con gli animali senza dover attraversare strade, senza aver paura che un’auto piombi a tutta velocità su una capra attardata o sul cane che scatta in avanti. Ma anche per non avere nessuno che si lamenta per l’odore, le mosche, le deiezioni, il cane che abbaia al mattino presto, la capra che strappa una foglia o un petalo da una siepe.

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Godersi il sole dopo il pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Sì, certo, certi posti sarebbero l’ideale per vivere con le capre… ma che vita? Una vita che prevede un isolamento quasi totale. Bisognerebbe avere alle spalle ciò che serve per vivere e per pagare tutte le spese del “mondo moderno” che ci inseguirebbero anche lassù. Perché è vero che si potrebbe raggiungere quasi totale autosufficienza alimentare (con anche un orto, piante da frutta), ma spese ce ne sarebbero comunque, e quali sarebbero le fonti di guadagno?

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Antico sentiero scendendo da Grand Bruson – St.Denis (AO)

Poi solo con i sentieri e senza strade, la vita non è facile. In un giorno di sole, con lo zainetto leggero, durante una gita, è un conto… ma se lassù ci devi vivere? Chi potrebbe vivere in questi luoghi che sono stati abbandonati decine e decine di anni fa? Forse un giovane ha più forze e più intraprendenza per farlo, ma… come già scritto altre volte, cosa succede quando arrivano dei bambini?

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Un “eremita” in una casa contro la roccia a monte di Donnas (AO)

Capita di incontrare personaggi che questa scelta l’hanno fatta. Uno di loro l’abbiamo casualmente trovato durante un’escursione a monte di Donnas. Raggiungere la sua casa da sotto non è facilissimo, c’è anche un tratto con scalini in ferro sulla roccia e una corda fissa di sicurezza, però dall’alto in 5-10 minuti dalla strada asfaltata di scende a questa casetta addossata alla roccia e ai suoi terrazzamenti in parte ripuliti. L’uomo che abbiamo incontrato là deve aver avuto una vita avventurosa, da quel che ci ha raccontato. Aveva una gran voglia di chiacchierare e ci aveva adocchiati quando eravamo ancora molto in basso. Originario di Bionaz, ha vissuto e lavorato anche in Francia (in un allevamento di capre), ora si è trasferito in quella che ha definito la Riviera della Valle d’Aosta. In seguito abbiamo però scoperto che la sua età è più avanzata di quella che dimostra e che questa non è la sua abitazione fissa.

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Resto di una predazione su animale selvatico – St. Denis (AO)

Oggi tanti di quei luoghi sono diventati “posti da lupi”, abitati solo più dai selvatici e, talvolta, attraversati da qualche escursionista che, come noi, non ama la folla, le località del turismo di massa, le stazioni sciistiche e gli sport estremi. Sicuramente i predatori sono stati favoriti, nella loro espansione, da tutto questo abbandono nelle vallate e sulle aree collinari più disagiate. Se uno pensa di “tornare” in luoghi del genere e avere degli animali, deve mettere in conto anche questo problema e tutte le strategie per cercare di difendere il bestiame.

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Ecco un altro sentiero che si inerpica sui ripidi fianchi della montagna, attraversando boschi scoscesi, sassosi, pareti a strapiombo, versanti aridi e, in questa stagione, particolarmente desolati, anche se non privi di un certo fascino. Ancora una volta, pensate alla fatica di chi ha tracciato questi sentieri… Questo è quello che, attraversata la Dora al Borgo di Montjovet, sale verso il villaggio abbandonato di Rodoz.

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Uno dei castagni secolari a Rodoz, Montjovet (AO)

Non è un cammino breve e più volte, durante la salita, ci si interroga dove (e perché) possa esserci un villaggio su di là. Ad un certo punto però il bosco cambia e, pur nell’abbandono totale, mostra qualche segno dell’uomo: un terrazzamento, una sorgente e una vasca scavata per l’acqua, degli enormi castagni da frutto secolari.

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Il villaggio abbandonato di Rodoz, Montjovet (AO)

Il villaggio è poco più a monte, sopra ad una sorta di terrazzo che un tempo era stato ripulito per ottenere prati, pascoli, campi, ma che oggi si sta richiudendo con l’avanzata di cespugli e giovani alberi. Non erano solo due case, ma un vero e proprio villaggio, con il forno e una piccola chiesa. Oggi l’abbandono è pressoché totale, i tetti stanno crollando, cedono i muri, collassano le volte delle stalle.

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Una stalla ancora in buone condizioni, Rodoz – Montjovet (AO)

Ogni casa aveva la sua stalla, non si poteva sopravvivere quassù senza animali. Oggi qualcuno potrebbe sognare di tornare, ma… qual era davvero la vita di chi abitava qui? Quali fatiche, quali patimenti? C’era sempre di che sfamarsi a volontà, o si pativa anche la fame, dopo una giornata di duro lavoro?

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Ancora una veduta di Rodoz, Montjovet (AO)

Il sole tramonta presto, d’inverno, quassù. Certo, ci sono interi paesi dove, d’inverno, il sole non arriva mai per mesi, quindi questa potrebbe essere considerata una collocazione privilegiata. Oltre al ripido sentiero che abbiamo percorso noi, quassù si può arrivare anche da un altro sentiero che corre pressoché in quota. Mi dicono che Rodoz è stato abitato fin verso gli anni ’50, se qualcuno avesse altre notizie da raccontare su questo villaggio, su altri luoghi simili, o anche “storie di ritorno”, sarò felice di ascoltarle.

Lassù in fondo alla valle

Lo scorso fine settimana sono stata in Valsesia. Anzi, in una vallata laterale della Valsesia che si chiama Val Sermenza. Quando si arriva a Balmuccia, la segnaletica stradale indica 17 chilometri a Carcoforo, ma vi sembrerà di percorrerne molti di più, prima di arrivare a destinazione.

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Val Sermenza (VC)

Già la Valsesia è stretta, ma qui le pareti incombono ancora di più. In un pomeriggio d’autunno il sole non raggiunge più alcuni punti della strada, dove l’umidità delle piogge dei giorni precedenti e la rugiada della notte non riescono ad asciugare. La via è lunga, tortuosa, passa attraverso paesini arroccati le cui case, appiccicate le une alle altre, anche ad un passaggio frettoloso in auto mostrano i segni delle architetture walser, pitture a tema religioso e, purtroppo, anche un generale spopolamento.

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Paesaggi rurali in Val Sermenza (VC)

La strada si allunga ancora di più se uno si ferma a scattare foto, ma certi scorci sono di una bellezza e di una magia unica. Verrebbe voglia di lasciare l’auto e percorrerla interamente a piedi, quella valle. Andare alla scoperta dei villaggi, dei paesaggi rurali e dei personaggi che ancora tengono in vita questi paesaggi, questo territorio. Ma il tempo è tiranno, così rubo solo qualche scatto…

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Becco e capre cashmere, Rimasco (VC)

…e non resisto alla tentazione di fermarmi quando sono degli animali ad attirare la mia attenzione. C’è un gregge di capre cashmere accanto alla strada. Scoprirò più tardi di chi sono e anche la storia della loro proprietaria, una donna insediatasi da queste parti tra mille problemi e difficoltà. “Perché la gente lascia andare tutto all’abbandono, ma se le tue capre vanno a pascolare un po’ di erba secca ti denunciano…“. Storie già sentite, storie che parlano di mondi diversi e di modi diversi di vedere il mondo.

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Mandria al pascolo – Campo Ragozzi, Val Sermenza (VC)

Poco dopo, sullo sfondo di un’altro villaggio appena sopra la strada, ecco una mandria in lenta sfilata lungo uno di quei sentieri stretti, a scalini, tipici di queste zone. Non so da dove arrivasse, ma si ferma a pascolare ai piedi delle case, dove i pastori hanno sistemato picchetti e tirato fili.

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Carcoforo in un pomeriggio autunnale – Val Sermenza (VC)

Poi finalmente arrivo a Carcoforo, dove ero stata invitata a presentare il mio libro. Lasciatemi aprire una piccola parentesi personale per ringraziare gli organizzatori dell’evento, che mi hanno accolta con grande gentilezza e disponibilità. Troppe volte ormai capita di essere invitati solo come “nome da inserire in una locandina”, il che solitamente porta a serate deludenti con poco pubblico e scarso interesse generale. Se invece chi organizza ci crede, lo fa con cuore e passione, ecco allora una serata di successo in un microscopico paesino in fondo a una vallata di montagna.

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Esposizione di campanacci a Carcoforo (VC)

…e dire che si contavano anche molte assenze per “colpa” della fiera di Doccio dell’indomani, dopo esser stata rinviata per ragioni di meteo avverso. Comunque, nella sala, era stata allestita un’esposizione di campanacci portati dagli allevatori locali e le aziende agricole avevano donato una forma dei loro formaggi da degustare la sera in occasione della cena. Alla presentazione è seguito un bel dibattito, quindi cena e concerto.

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Serata “Giovani in transumanza” – Carcoforo (VC)

Che sorpresa scoprire che uno dei componenti del gruppo era tra i protagonisti del mio libro “Di questo lavoro mi piace tutto”! Stefano lo avevo intervistato “virtualmente” via computer, ma sabato sera ho conosciuto dal vivo questo veterinario i cui nonni erano allevatori che salivano in alpeggio. Stefano seguiva il mio vecchio blog e l’avevo “incontrato” quando mi aveva scritto parlandomi proprio dei suoi nonni. L’altra sera la musica si è protratta fino a tarda notte, poi qualcuno è andato a dormire, altri sono tornati a casa, sono andati in stalla e… sono ripartiti alla volta della Fiera di Doccio, compreso uno dei musicisti, con alcuni degli animali della sua azienda!

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Formaggi delle aziende locali – Carcoforo (VC)

Tornando però alla serata, è stato bello avere un esempio di montagna vera, che si impegna per resistere alle difficoltà intrinseche del territorio, unite con tutti i vincoli e cavilli che la società odierna riesce a creare per rendere ancora più difficile il vivere e il lavorare di chi abita quassù. Sono state anche interessanti le domande poste dal pubblico e gli spunti di riflessione nati in seguito alla discussione tra moderatore, partecipanti alla serata e la sottoscritta. Ancora un grazie ad organizzatori (di Carcoforo e Rimasco) e a tutti i partecipanti.

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Una mandria arriva alla fiera di Doccio (VC)

Il mattino dopo era d’obbligo una tappa alla Fiera di Doccio, manifestazione che è “cresciuta” rispetto all’ultima volta che c’ero stata qualche anno fa. Un bel numero di bancarelle e di stand di produttori locali. Tra gli allevatori qualche defezione dovuta al fatto che la fiera era stata rimandata di una settimana, venendo così a coincidere con altri appuntamenti.

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Formaggi e salumi – Fiera di Doccio (VC)
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Una mandria diretta alla fiera – Doccio (VC)

Sia alla serata, sia alla fiera, non mancavano i giovani. Durante l’evento di sabato sera ha fatto una puntata a Carcoforo il neo presidente della provincia di Vercelli che, nel suo intervento, ha detto che bisogna spronare i giovani a seguire questa strada (quella dell’allevamento di montagna). L’ho detto replicando direttamente al presidente e lo ribadisco ora: non c’è bisogno di spronare nessuno, ragazzi e ragazze che fanno o vogliono fare gli allevatori e/o gli agricoltori in montagna ce ne sono. Il compito della politica è di fare in modo che il loro entusiasmo non muoia sepolto sotto vincoli, cavilli, burocrazia, leggi inadatte al territorio, miopia e sordità di chi ci amministra…

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Giovani allevatori puliscono i loro animali prima della rassegna – Doccio (VC)

…perché, nonostante tutte le belle parole che si sentono sul ritorno alla terra, se sei giovane e vuoi iniziare a fare questo mestiere, i sacrifici richiesti dal lavoro in sé sono ancora il minimo. Un ragazzo mi ha chiesto: “Secondo te è possibile, per uno come me che non ha già un’azienda alle spalle, trasformare il mio hobby in lavoro e vivere di pastorizia?“. Bella domanda. Non ho LA risposta. Sicuramente chi arriva da un’altra realtà può fare il pastore, ma magari deve farlo con un’altra ottica, non così strettamente tradizionale, più aperta alla valorizzazione di tutti i prodotti della pastorizia. Ma detto questo… Servono capitali, serve personale, servono consumatori attenti e pronti a spendere “qualcosa in più” per un prodotto del territorio, per un prodotto di qualità. Qualcuno ce la fa…

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La bancarella di Valsesia cashmere – Doccio (VC)

Alla Fiera di Doccio ho incontrato Alberto, che avevo intervistato anni fa alla Fiera di Campertogno e che compare in “Capre 2.0“. Loro allevano capre cashmere, man mano sono “cresciuti”, hanno fatto errori da cui hanno tratto insegnamenti. “Oggi abbiamo migliorato molto la fibra e utilizziamo tutto, anche le parti più scadenti, facciamo anche il feltro. Continuiamo a fare il sapone con il latte e tra poco sarà la stagione giusta per fare salami con gli animali più vecchi. Solo se si valorizza tutto si riesce a vivere.” Alberto però mi racconta anche di altri che avevano scelto queste capre rustiche e meno impegnative di quelle da latte per trasferirsi a vivere in montagna e dare il via ad un’attività: “…qualche anno e poi le hanno vendute. E altri le hanno comprate, sempre senza saper niente di qualità della fibra. Non è facile, bisogna mettersi lì e documentarsi, imparare, lavorare.” Discorso valido per qualsiasi tipo di animale o di attività.

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Carcoforo al mattino – Val Sermenza (VC)

Chissà quale sarà il futuro per l’alta Val Sermenza: luoghi sicuramente interessanti per un turismo che non cerca la confusione, ma apprezza il paesaggio, le antiche architetture, i prodotti del territorio. Un turista che alloggia volentieri nel bed&breakfast, magari annesso ad un’azienda agricola… ma che resta deluso dal fatto che, a colazione, gli servano la marmellatina monoporzione industriale, la brioche confezionata, poiché la legge impedisce a queste strutture di preparare la torta o le confetture in casa…

La montagna ancora viva, ma fino a quando?

D’ora in poi, quando qualcuno mi dirà che l’uomo, l’allevatore, fa solo danni al territorio (sì, c’è gente che, pur frequentando assiduamente la montagna per svago, la pensa così), lo manderò a fare un’escursione tra Perloz e Lillianes. Intendiamoci, potrei mandarlo in mille altri luoghi, però sono fresca di questa esperienza e vorrei condividerla con voi.

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Frazioni a monte di Perloz (AO)

Durante questa gita si possono fare numerose osservazioni sul paesaggio. Siamo in un territorio non facile. In questa stagione, con gli alberi che iniziano a mettere le foglie e l’erba ancora bassa, si notano tante più cose. I villaggi abbarbicati qua e là sui ripidissimi pendii. Quelli ancora vivi, abitati, circondati da prati verdi. Quelli abbandonati, abbracciati da alberi e cespugli.

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Terrazzamenti e vecchi castagni – Varfey, Perloz (AO)

Dal momento che qui non esiste nemmeno un fazzoletto di terra pianeggiante, per sopravvivere l’uomo si ingegnava, creandosi degli spazi per coltivare con i terrazzamenti. Buona parte delle pendici sono terrazzate, ma solo piccole porzioni di questi terreni sono ancora utilizzate: qualche castagneto non troppo lontano dalle strade che sono state tracciate per raggiungere i villaggi ancora abitati, qualche ex coltivo, oggi prato o pascolo.

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Il sentiero che sale a Chemp dal fondovalle, con le prime statue lignee che si incontrano – Perloz, (AO)
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Il cuore del villaggio di Chemp con le sue architetture caratteristiche – Perloz (AO)
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Una tra le tante sculture esposte tra le case di Chemp – Perloz (AO)

Siamo saliti a Chemp, un villaggio divenuto famoso perché qui abita Pino Bettoni un artista del legno, che ha iniziato ad esporre le sue opere tra le (bellissime) case del villaggio. Oggi Chemp è un vero e proprio museo a cielo aperto, con opere di diversi artisti tra le case, alcune delle quali ristrutturate e abitate, altre in stato di abbandono.

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La frazione abbandonata di Miochaz – Perloz (AO)

Poi però abbiamo proseguito il nostro cammino, raggiungendo altri villaggi completamente disabitati, ma molto belli come posizione ed elementi architettonici. Il sentiero saliva sempre circondato da antichi terrazzamenti.

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Una fontana e le baite abbandonate di Miochaz, Perloz (AO)

Non ero mai stata qui, ma vedendo questa fontana gorgogliante appena oltre quelle case costruite direttamente sulla roccia di un balcone naturale che si affaccia sulla valle, ho pensato che avrei potuto ambientarlo qui, il mio romanzo “Il canto della fontana“. Ma d’altra parte “Vignali” è un luogo di fantasia, così ciascuno di voi può immaginare di averlo trovato, vagando in luoghi come questo…

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Prati e terrazzamenti curati dall’uomo arrivando a Varfey – Perloz (AO)
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Il sentiero per Varfey – Perloz (AO)

Ad un certo punto siamo sbucati in una radura più aperta, dove la mano dell’uomo ancora cura il territorio come un tempo. Il sentiero fiancheggiato dalle pietre, gli alberi potati, le cataste di legna, i prati con l’erba bassa e verdissima, segno che in autunno si era pascolato a dovere. Chissà, forse era anche stato tagliato del fieno. Non so voi, ma questo è il paesaggio che preferisco, quello dove natura e opera dell’uomo si fondono armoniosamente in un susseguirsi vario di colori stagionali e manufatti realizzati con ciò che offre il territorio.

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Varfey – tra Perloz e Lillianes (AO)

Anche a questo villaggio sale una strada, ma dal versante di Lillianes. C’era qualche auto, c’era gente, chi puliva con il decespugliatore, chi preparava il terreno per gli orti. Ma c’era anche un abitante fisso, che ancora risiede a Varfey stabilmente.

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Emilio in stalla con alcune delle sue capre – Varfey (AO)

Si chiama Milio (Emilio), ha una settantina di anni, vive qui con i suoi cani, le capre e due vacche. Inizialmente di poche parole, pian piano inizia a raccontare e ci conduce in stalla a vedere le capre e le due vacche. Quel mattino non le aveva ancora messe al pascolo perché stava aspettando che arrivasse su il vicino con i propri animali. Ormai la primavera avanza e, chi può, già si avvicina agli alpeggi.

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Emilio con il cane davanti alla stalla – Varfey (AO)

Milio da qualche stagione in alpeggio non ci va più, resta qui tutto l’anno. Dice che gli piacerebbe andare a vedere quei grossi alpeggi più su nella valle, come quelli di Saint Barthélemy, ma… non ha la patente, mai presa. Una volta lì non c’era la strada, ma avevano già realizzato una teleferica: “Senza motore! Funzionava a contrappeso. Versavano dentro una benna d’acqua e il carrello di qui scendeva, mettevano il carico e andava su…

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Prati a Varfey – Lillianes (AO)

Il posto è incantevole, in questa stagione poi le luci e i colori sono ancora più belli. Ma è una gestione equilibrata del territorio a far sì che Varfey abbia questo aspetto. Senza la presenza di animali, la necessità di sfalciare per il fieno, il pascolo, sarebbe tutto diverso. Il bosco, i cespugli, le ortiche avanzerebbero fino a ridosso delle case.

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Terrazzamenti con e senza manutenzione da parte dell’uomo nel territorio di Perloz (AO)

Anche sulla via del ritorno abbiamo modo di continuare ad osservare terreni curati e altri abbandonati, dove i terrazzamenti cedono e si innescano delle frane.

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Porta di una casa abbandonata da anni in una frazione disabitata di Perloz (AO)

È vero che esistono casi di ritorno alla montagna, ma… chi andrà lassù il giorno che Milio non ci sarà più? Certo, c’è la strada, ma d’inverno immagino possa non essere sempre percorribile. Aprire un’azienda lassù potrebbe essere fattibile oggi, quando devi per forza rispettare date, scadenze, vincoli, quando devi correre negli uffici per espletare tutta la burocrazia esistente intorno a un’azienda? E partire per andare a vendere i tuoi prodotti? E se hai dei figli da mandare a scuola?

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Uno scorcio del villaggio di Varfey (AO)

Emilio parla del lupo, lui ne ha visti due proprio tra le case del villaggio, in inverno. Dice che quelle bestie lì proprio non ci volevano, che di problemi ce ne sono già tanti, per chi fa questa vita. Una vita come la sua però ormai la fanno in pochi. È facile guardare le immagini e invidiarlo, ma chi farebbe davvero oggi, 365 giorni all’anno, una vita così? Certo, potrebbe insediarsi una giovane coppia, allevar capre, vendere i formaggi… Ma a chi? Così bisogna partire e andare chissà dove, per venderli. Inoltre ci va chi fa il formaggio e chi pascola le capre, tutti i giorni, perché con il lupo da soli gli animali non li puoi mai lasciare. E se hai dei figli, li devi portare alla scuola più “vicina”…

Sperando che non diventi solo folklore

A fine mese, 30 e 31 gennaio, le date sono sempre le stesse, ad Aosta l’appuntamento è quello con la Fiera di Sant’Orso. Tradizione millenaria, quella della fiera… Oggi è diventato un appuntamento soprattutto con l’artigianato del legno, in tutte le sue espressioni. Anche se certi oggetti li rivedi di anno in anno, è sempre bello aggirarsi per la fiera (nonostante la folla) per scovare i pezzi unici. Semplici o elaborati, ma meravigliosi nella loro forma e idea.

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Artigianato del legno alla Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molti riguardano l’ambiente rurale, sono espressione del territorio in cui nascono. Gli stessi artigiani talvolta hanno vissuto o vivono tuttora la realtà zootecnica. Però il più delle volte quella che viene rappresentata è una scena dal sapore antico. E’ vero che questo mestiere talvolta è “senza tempo”, è vero che certi aspetti non cambiano e non cambieranno mai…

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Scene di vita d’alpeggio – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Nelle sculture si munge sempre a mano, non con la mungitrice, per fare un esempio! Però la scultura centrale, quella di uno degli artisti più famosi e apprezzati, in una delle passate edizioni (2017, mi sembra) ritraeva degli animali che venivano caricati su di un camion. Un’eccezione in mezzo a tante sculture velate di romanticismo e nostalgia.

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Artigianato del legno a tema zootecnico – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si ritrae ciò che è bello, ciò che piace. E l’idea astratta della pastorizia, dell’allevamento, piace sempre e comunque. Poi è sicuramente uno dei simboli di questa regione. Ma la mia paura è che, continuando di questo passo, resterà davvero quasi solo più un soggetto per le sculture…

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Il pastore e il suo gregge – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molte riguardano la pastorizia: pecore, un pastore con il gregge e gli asini… ma lo sapete che la maggior parte degli ovini che passano l’estate in alpeggio in Valle d’Aosta viene “da fuori”? La pecora rosset, razza autoctona, è sempre più a rischio di estinzione. Il numero di capi allevato cala sempre più, tra problemi di gestione legati alla presenza del lupo e scarsa remuneratività dell’allevamento. Così arrivano greggi dal Piemonte (cosa che accadeva già in passato, con le gregge biellesi), ma anche greggi da altre regioni d’Italia, in alpeggi affittati da “allevatori-speculatori” soprattutto per percepire i contributi…

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I collari per campanacci realizzati dagli studenti dell’Institut Agricole Règional di Aosta

La passione e la voglia di mandare avanti questo settore c’è ancora: non mancano i giovani che praticano il mestiere, ma quali prospettive anno? Dove non c’è questo ricambio generazionale, le aziende chiudono, e non sono poche quelle che hanno venduto gli animali negli ultimi tempi. Chi continua lo fa tra mille problemi.

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Un giovane allatta con il biberon un vitello di razza castana – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si commentava su Facebook questo articolo, dove vengono presentati i dati dell’annuario 2017 dell’agricoltura italiana: 320 mila aziende in meno in tre anni, ma cresce la Sau (superficie agricola utilizzata). Vero a livello nazionale, ma nelle aree “marginali” spesso la chiusura di aziende porta all’abbandono delle porzioni di territorio più difficili da utilizzare (prati ripidi da sfalciare a mano, ecc…).

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I simboli della passione degli allevatori valdostani: campanacci e batailles des reines

La forza della passione fa sì che ci sia sempre qualcuno che continua, nonostante tutto. Ma chissà come… già oggi molti allevatori di reines, appassionati delle battaglie, non sono più allevatori con una loro mandria che sale in alpeggio. Hanno delle vacche solo ed esclusivamente per partecipare alle battaglie (e lo stesso vale per le capre), ma il loro mestiere principale è un altro.

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La bataille des reines – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Resterà solo un elemento di folklore, allora? Mi auguro di no… Ma “quelli dei piani alti” dovrebbero ascoltare di più le grida di dolore dei piccoli allevatori di montagna. Va bene fare un giro alla fiera, va bene ammirare tutto questo, ma bisogna anche impegnarsi per far sì che resti vivo, e non solo un ricordo scolpito nel legno.

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Le pecore – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Una di queste grida io l’ho letta e l’ho riportata qui. La lancia Enrico, allevatore valdostano, la cui storia ho anche raccontato in “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta” (MonteRosa Edizioni). Trascrivo il suo commento: “Sono un piccolo allevatore di montagna come tantissimi ve n’erano in Italia, faccio parte di una razza in via d’estinzione, che presto dovrà essere ricordata anch’essa nei giorni della memoria. Sembra un sacrilegio ciò che ho appena affermato, ma purtroppo è così, la piccola agricoltura è stata volutamente e sistematicamente sterminata da una classe dirigente che sa guardare solamente ai dati del mero profitto.

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Fiera di Sant’Orso, Aosta

Burocrazia asfissiante, mancato rispetto dei pagamenti, lupo, deprezzamento del valore di prodotti di nicchia che oserei chiamare eroici, stanno svuotando le nostre montagne, è la fine di un mondo che era uno dei pilastri dell’economia di tutte le valli alpine, arrecando danni irreparabili nel mantenimento di centinaia di razze autoctone, sulla biodiversità dei pascoli e sulla stabilità degli stessi. Mi scuso per questo sfogo, ma quando leggo o sento certi professoroni che si riempiono la bocca di dati al fine di distrarre tutti dalla triste realtà di un’agricoltura italiana agonizzante, perdo la ragione. Sono quattro anni che non ricevo i premi a me spettanti per un problema informatico risolvibile in due minuti! Vivo grazie all’aiuto dei miei genitori, come me siamo in tanti, troppo piccoli perché AGEA (agenzia per le erogazioni in agricoltura) s’interessi a noi.

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Uno gnomo e un tatà – Fiera di Sant’Orso, Aosta

E’ bella la fiera di Sant’Orso, anche grazie a questi pezzi di artigianato legati alla tradizione, al territorio… E’ bello il territorio valdostano, il territorio delle Alpi, perché c’è ancora l’agricoltura, la zootecnia. Speriamo proprio che qualcuno ascolti queste grida, le comprenda e le trasformi in azioni concrete per far sì che gli operatori del settore primario nelle aree montane non si trasformino nella bella immagine che vedete qui sopra, un essere mitologico e un giocattolo…