Si può vivere lassù?

In questa stagione, approfittando della mancanza di neve, si può andare in giro lungo sentieri di mezza quota, raggiungendo case e villaggi abbandonati e “dimenticati” da tempo. Non fa troppo caldo e, soprattutto, non ci sono troppe foglie e vegetazione che potrebbero rendere più difficile il nostro cammino.

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Antico sentiero lastricato tra Verres e Challand (AO)

Quando percorro questi sentieri penso sempre a quando erano di uso quasi quotidiano, quando tutto quello che arrivava o partiva da quei villaggi passava di lì. Penso ai carichi sulla schiena di persone o bestie da soma. Penso a quando quei terreni circostanti erano tutti puliti, coltivati.

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Taverne, Nus (AO)

Infatti i terrazzamenti in questa stagione riemergono anche dietro a cespugli e alberi cresciuti man mano che l’uomo ha smesso di faticare su di qui. Si creavano muri e si spostava terra per ricavare più spazi dove coltivare. Bisognava essere praticamente autosufficienti e di gente ce n’era tanta, anche a quelle quote, quindi ogni fazzoletto utilizzabile poteva fare la differenza per la sopravvivenza di uomini e animali.

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La Nache – Verrès (AO)

Ogni tanto, in questi giri, capita di trovare uno di quei posti che ti farebbe venir voglia di trasferirti lì. Requisiti: isolamento, ben esposto al sole, prati e boschi, bel panorama. L’isolamento è una condizione fondamentale, per quel che mi riguarda, per poter stare in pace, pascolare con gli animali senza dover attraversare strade, senza aver paura che un’auto piombi a tutta velocità su una capra attardata o sul cane che scatta in avanti. Ma anche per non avere nessuno che si lamenta per l’odore, le mosche, le deiezioni, il cane che abbaia al mattino presto, la capra che strappa una foglia o un petalo da una siepe.

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Godersi il sole dopo il pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Sì, certo, certi posti sarebbero l’ideale per vivere con le capre… ma che vita? Una vita che prevede un isolamento quasi totale. Bisognerebbe avere alle spalle ciò che serve per vivere e per pagare tutte le spese del “mondo moderno” che ci inseguirebbero anche lassù. Perché è vero che si potrebbe raggiungere quasi totale autosufficienza alimentare (con anche un orto, piante da frutta), ma spese ce ne sarebbero comunque, e quali sarebbero le fonti di guadagno?

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Antico sentiero scendendo da Grand Bruson – St.Denis (AO)

Poi solo con i sentieri e senza strade, la vita non è facile. In un giorno di sole, con lo zainetto leggero, durante una gita, è un conto… ma se lassù ci devi vivere? Chi potrebbe vivere in questi luoghi che sono stati abbandonati decine e decine di anni fa? Forse un giovane ha più forze e più intraprendenza per farlo, ma… come già scritto altre volte, cosa succede quando arrivano dei bambini?

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Un “eremita” in una casa contro la roccia a monte di Donnas (AO)

Capita di incontrare personaggi che questa scelta l’hanno fatta. Uno di loro l’abbiamo casualmente trovato durante un’escursione a monte di Donnas. Raggiungere la sua casa da sotto non è facilissimo, c’è anche un tratto con scalini in ferro sulla roccia e una corda fissa di sicurezza, però dall’alto in 5-10 minuti dalla strada asfaltata di scende a questa casetta addossata alla roccia e ai suoi terrazzamenti in parte ripuliti. L’uomo che abbiamo incontrato là deve aver avuto una vita avventurosa, da quel che ci ha raccontato. Aveva una gran voglia di chiacchierare e ci aveva adocchiati quando eravamo ancora molto in basso. Originario di Bionaz, ha vissuto e lavorato anche in Francia (in un allevamento di capre), ora si è trasferito in quella che ha definito la Riviera della Valle d’Aosta. In seguito abbiamo però scoperto che la sua età è più avanzata di quella che dimostra e che questa non è la sua abitazione fissa.

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Resto di una predazione su animale selvatico – St. Denis (AO)

Oggi tanti di quei luoghi sono diventati “posti da lupi”, abitati solo più dai selvatici e, talvolta, attraversati da qualche escursionista che, come noi, non ama la folla, le località del turismo di massa, le stazioni sciistiche e gli sport estremi. Sicuramente i predatori sono stati favoriti, nella loro espansione, da tutto questo abbandono nelle vallate e sulle aree collinari più disagiate. Se uno pensa di “tornare” in luoghi del genere e avere degli animali, deve mettere in conto anche questo problema e tutte le strategie per cercare di difendere il bestiame.

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Ecco un altro sentiero che si inerpica sui ripidi fianchi della montagna, attraversando boschi scoscesi, sassosi, pareti a strapiombo, versanti aridi e, in questa stagione, particolarmente desolati, anche se non privi di un certo fascino. Ancora una volta, pensate alla fatica di chi ha tracciato questi sentieri… Questo è quello che, attraversata la Dora al Borgo di Montjovet, sale verso il villaggio abbandonato di Rodoz.

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Uno dei castagni secolari a Rodoz, Montjovet (AO)

Non è un cammino breve e più volte, durante la salita, ci si interroga dove (e perché) possa esserci un villaggio su di là. Ad un certo punto però il bosco cambia e, pur nell’abbandono totale, mostra qualche segno dell’uomo: un terrazzamento, una sorgente e una vasca scavata per l’acqua, degli enormi castagni da frutto secolari.

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Il villaggio abbandonato di Rodoz, Montjovet (AO)

Il villaggio è poco più a monte, sopra ad una sorta di terrazzo che un tempo era stato ripulito per ottenere prati, pascoli, campi, ma che oggi si sta richiudendo con l’avanzata di cespugli e giovani alberi. Non erano solo due case, ma un vero e proprio villaggio, con il forno e una piccola chiesa. Oggi l’abbandono è pressoché totale, i tetti stanno crollando, cedono i muri, collassano le volte delle stalle.

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Una stalla ancora in buone condizioni, Rodoz – Montjovet (AO)

Ogni casa aveva la sua stalla, non si poteva sopravvivere quassù senza animali. Oggi qualcuno potrebbe sognare di tornare, ma… qual era davvero la vita di chi abitava qui? Quali fatiche, quali patimenti? C’era sempre di che sfamarsi a volontà, o si pativa anche la fame, dopo una giornata di duro lavoro?

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Ancora una veduta di Rodoz, Montjovet (AO)

Il sole tramonta presto, d’inverno, quassù. Certo, ci sono interi paesi dove, d’inverno, il sole non arriva mai per mesi, quindi questa potrebbe essere considerata una collocazione privilegiata. Oltre al ripido sentiero che abbiamo percorso noi, quassù si può arrivare anche da un altro sentiero che corre pressoché in quota. Mi dicono che Rodoz è stato abitato fin verso gli anni ’50, se qualcuno avesse altre notizie da raccontare su questo villaggio, su altri luoghi simili, o anche “storie di ritorno”, sarò felice di ascoltarle.

Vivere lassù

Non avessi avuto da fare, avrei battuto tutti sul tempo… sì, perché adesso la notizia è uscita, ma io l’avevo già vista l’altro giorno. Di cosa sto parlando? Oggi alcuni giornali on-line danno spazio (ma anche La Stampa) al fatto che sia stata messa in vendita su Subito una borgata tra quelle a monte di Castelmagno, Batuira, per essere precisi. Avevo visto l’annuncio qualche giorno fa e avevo subito chiesto a un amico che risiede da quelle parti…

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Casa walser in vendita a Dorca, Rimasco (VC)

Quando qualcosa approda sui social, ormai prende ogni sorta di direzione e i commenti si sprecano. Preferisco parlarne qui in modo più articolato. Dopo aver visto quell’annuncio e molti altri, tra cui quello della casa che vedete sopra, in Valsesia, ho pensato a tutte le volte che, pubblicando foto di case abbandonate, qualcuno mi ha detto: “Ma com’è possibile lasciar andare in rovina delle case così belle…“. Prendete questa casa: bellissima anche dal punto di vista architettonico, ci sono addirittura degli affreschi, l’intero villaggio dev’essere incantevole. C’è addirittura la corrente elettrica, ma il villaggio si raggiunge a piedi con una camminata di 25-30 minuti. E c’è una teleferica per i carichi pesanti…

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Alpeggio in vendita nel Canavese (TO)

Che bello, che avventura! Se volete si trovano anche alpeggi in vendita, come questo nelle montagne del Canavese. La quota è 1200m, verrebbe voglia di stabilirsi lì tutto l’anno, no? C’è gente che vive ad altitudini ben maggiori… Tutto è possibile, tutto è fattibile, con lo spirito giusto (e le risorse necessarie, oserei dire). Ma soprattutto, con un “piano” che tenga conto di tutti, ma proprio tutti i fattori. Non innamoratevi di uno di questi posti in primavera con i narcisi fioriti o d’autunno con gli aceri gialli e gli aceri arancioni. Andate a visitarli quando piove, quando c’è la nebbia. Se pensate di viverci stabilmente, salite a vederli d’inverno e stateci tutto il giorno, per vedere quante sono le ore di sole.

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Vecchie case in legno e pietra a Pradiran, St-Vincent (AO)

C’è chi sogna di far rivivere le borgate con progetti imprenditoriali di vario tipo… che possono anche funzionare, senza dubbio, ma non sono nello spirito e nelle competenze di chi scrive. Non esprimo giudizi, mi limito a considerare che, nei posti più poveri delle Alpi, dove chi ci viveva ha fatto delle vite grame ed è fuggito lasciando lì i suoi miseri averi, oggi occorre investire capitali non indifferenti per restaurare conservando intatta la bellezza degli edifici, arredandoli con gusto, isolandoli dal freddo e dotandoli, all’interno, di confort inimmaginabili per chi li aveva costruiti pietra su pietra.

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“Rustico da ristrutturare”, come si legge negli annunci immobiliari – Lavenche Dessus, Nus (AO)

Tornando invece a progetti più “agricoli”, un giorno ascoltavo alla radio (RAI Radio2) le telefonate degli ascoltatori che parlavano proprio del tema “il ritorno alla montagna”. Per pura combinazione, prendevano la linea ascoltatori del Nord Ovest. Uno era molto soddisfatto, da Milano era andato a vivere e lavorare a Gressoney, mi pare facesse il cuoco. Un’altro, sempre dalla città, si era spostato in un villaggio vicino ad Aosta, ma lavorava comunque in ufficio. Poi telefonava una donna di origini fiorentine, che si era trasferita in Valchiusella. Raccontava che la loro era stata una scelta voluta, di ritorno alla terra, ma valutava negativamente l’esperienza, perché i figli non vedevano l’ora di essere maggiorenni e andarsene. Ricordo che parlava di difficoltà nei servizi, i problemi per portarli a scuola, il dover viaggiare per avere qualche forma di intrattenimento, ecc.

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Un comignolo con la data 1864 su una casa abbandonata – Lavenche Dessus, Nus (AO)

Chi può far sì che questi comignoli tornino a fumare? Coppie molto giovani, piene di entusiasmo e di progetti. Però quando poi arrivano i figli, ma soprattutto quando questi entrano nell’età scolare, iniziano spesso i problemi. Homeschooling? Per qualcuno è una soluzione, o comunque è una soluzione per i primi anni, poi bisognerà affrontare levatacce, lunghi viaggi, o ancora la lontananza da casa e dalla famiglia ancor prima della maggiore età. Allora coppie di mezza età ancora in salute, senza figli o con figli già adulti e indipendenti. In questo caso probabilmente ci saranno dei risparmi accumulati che permettono anche di affrontare le spese di ristrutturazione per poi dar vita a qualcosa di nuovo. Mentre scrivo, penso ad amici che effettivamente hanno seguito questo percorso.

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Baite ai Piani di Cappia, Valchiusella (TO)

Gli aspetti da tenere presenti sono davvero tanti. Di cosa non possiamo fare a meno? Basteranno le soddisfazioni della nuova vita a compensare i disagi, le difficoltà fisiche e psicologiche? I legami con le persone che affronteranno con noi queste scelte sono sufficientemente forti? Perché… sì, verranno messi a dura prova. Per qualcuno sicuramente si rafforzeranno e avremo allora quelle belle storie di famiglie felici che ce l’hanno fatta, ma altri invece si troveranno soli, in una casa isolata in alta quota, con un’attività avviata o ancora in via di assestamento, spese, mutui, impossibilità di gestire da soli un’azienda, ecc.

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Case disabitate e un rascard pericolante a Perrière, St.-Vincent (AO)

Non voglio essere pessimista, ma realista, come mio solito. Prendiamo ancora in considerazione un altro aspetto: molti di coloro che compiono questa scelta di ritorno alla montagna, giustamente, pensano a un’attività agricola e/o zootecnica. Come vi ho già raccontato nel mio libro Capre 2.0, la capra è spesso l’animale scelto da chi non ha esperienze di allevamento. Se volete allevare animali, ricordate che vi servono anche i pascoli e… ciò che sembra abbandonato, non vuol dire che non abbia un padrone! Inoltre vi serve il foraggio per l’inverno. Se non riuscite a farlo o a stoccarne a sufficienza, tenete conto che dovrete essere in un posto raggiungibile dai mezzi che e lo porteranno. E il costo sarà in funzione anche di queste difficoltà. Personalmente, se dovessi cercare un posto dove trasferirmi e allevare capre, lo sceglierei isolato e non in un villaggio (specialmente se ci sono case ancora abitate, anche solo d’estate). La convivenza con dei vicini, quando si hanno animali, spesso è complessa… Gli animali puzzano, fanno rumore, “sporcano”, la loro presenza attira le mosche, i cani abbaiano, le capre brucano un fiore o un ramo di rosmarino passando, e così via. Però l’isolamento vi complica la vita quando dovete vendere i vostri prodotti…

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Mont Menè, Valtournenche (AO)

Già, l’isolamento. Magari è proprio quello che cercate. Ma siete sicuri che non diventerà mai un grosso problema? C’è chi dice che il clima che cambia porterà la gente ad abbandonare le metropoli per cercare “rifugio” in quota. Però magari i cambiamenti climatici un giorno si manifestano con piogge torrenziali e rimaniamo ancora più isolati perché frana il sentiero, la strada sterrata è impraticabile, cade un masso, esonda un torrente. O magari fa tre inverni miti e senza neve durante i quali ristrutturiamo la nostra casa e ci trasferiamo, poi arriva una stagione “vecchia maniera” e già a dicembre ci troviamo isolati, con metri cubi di neve da spalare anche solo per uscire di casa, ma di scendere in auto in fondovalle non se ne parla proprio…

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Case ristrutturate nel villaggio di Emarese (AO)

Prima di pubblicare questo articolo, ho letto nel gruppo “Indiani di valle” su Facebook la discussione in merito al “caso Batuira”. A supporto di tutto quello che avevo già scritto, ho trovato la testimonianza di Marta, un’amica che ha fatto questo percorso con la sua famiglia. Visto che la loro storia l’ho già raccontata altre volte, per completare il post riporto il suo commento, in quanto mi sembra che ben completi le mie considerazioni. “Il problema maggiore è che una volta comprato e ristrutturato (e già qui ci vanno tanti, ma tanti soldi), poi bisogna viverci e guadagnare sufficientemente per restarci… e valutare i servizi per famiglie che li potrebbero abitare. Creare un luogo dove si vive e di cui si vive è la vera sfida. Senza togliere nulla a chi investe in montagna, la possibilità di rinascita nasce dal fatto che vi siano famiglie che abitino queste borgate e vivano di quello che il territorio offre, e non è davvero facile. Parlo per esperienza personale. Non voglio sembrare pessimista o disfattista, ma non è corretto creare false illusioni: non basta avere soldi per rinnovare le nostre montagne. Dopo quasi 30 anni che sono diventata valmairese amo la scelta, amo i luoghi, ma è una fatica che sarebbe sbagliato negare. Poi penso che vivere in città abbia altre fatiche che non accetterei più e quindi per me vivere in montagna rimane una scelta valida che però non va fatta con leggerezza…

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Case ristrutturate a San Martino di Stroppo, Valle Maira (CN)

Cosa accadrà a Batuira non lo so. Chi è della zona dice che, sia nell’annuncio, sia negli articoli dei giornali, si sono “dimenticati” di dire che d’inverno la strada non è praticabile per rischio valanghe. Ma altrove nelle Alpi e non solo, in tutte le “terre marginali”, che siano montagne o colline, ci sono migliaia di case abbandonate. Molte crollano perché chissà dove sono gli eredi, magari all’estero. Altre crollano perché nelle divisioni delle eredità la proprietà è così frammentata che non si trova un accordo per venderle. Ma qualcosa on-line o nelle agenzie immobiliari c’è, altre le vedete con i cartelli sulle porte o sui balconi girando per sentieri e strade strette che si inerpicano lassù. Chi è pronto a raccogliere la sfida, nonostante tutto quello che è stato detto?

Una storia in un albero

E’ passato un mese dai terribili giorni degli incendi che hanno percorso più o meno gravemente ettari ed ettari di boschi, pascoli e ripidi versanti sulle nostre montagne.

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Segni del passaggio del fuoco – Cumiana (TO)

Qui in certi giorni nell’aria si sente ancora quell’odore, l’odore di bruciato che ha impregnato tutto. Alle quote più basse i danni non sono stati gravissimi. E’ bruciato soprattutto il sottobosco e gli alberi già morti in piedi, che in queste zone sono tanti, dato che molti di questi boschi non erano più stati tagliati/puliti da anni.

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Albero di leccio – Cumiana (TO)

Il fuoco ha fatto di giri strani, laddove per fortuna non c’era il vento a spingerlo. Così è salito, sceso, lasciando delle isole completamente intatte o arrivando a quote diverse anche laddove non è stato l’intervento di uomini e mezzi a spegnerlo. Oggi sono andata a far vista ad un “vecchio amico”, un albero molto speciale. Temevo di non trovarlo più o che avesse subito danni.

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Leccio secolare – Cumiana (TO)

Invece questo vecchissimo leccio per fortuna si è salvato, il fuoco si è fermato da solo poche decine di metri più in alto. Questa pianta si trova lungo una traccia di sentiero nel bosco, credo che non siamo più in tanti a percorrerla. Mi sono domandata tante volte chi sia stato a piantarlo. Non è una pianta delle nostre zone, dei nostri climi.

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Casa abbandonata tra i boschi – Cumiana (TO)

E’ appena sopra ad una casa abbandonata, che pian piano sta crollando, avvinta dall’abbraccio dell’edera. Anche lì il fuoco non è arrivato. Penso che il leccio fosse stato portato da qualcuno che era emigrato in Francia, deve aver visto là quelle querce che non perdevano le foglie e rimanevano verdi tutto l’anno. Ce ne sono anche altre piante più piccole vicino ad altre case, ma questa è l’unica ad aver raggiunto simili dimensioni. Un giorno un anziano mi aveva raccontato che ce n’era un’altra che è stata tagliata già tanto tempo fa per farne un grosso tavolo.

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Muri e terrazzamenti nei boschi – Cumiana (TO)

Sarebbe bello che quell’albero potesse raccontare la sua storia. La storia di quando questi non erano boschi, ma si coltivava sicuramente, visto che sulla montagna si vedono ancora i terrazzamenti e i muretti che risalgono a quei tempi.

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Terrazzamenti abbandonati – Cumiana (TO)

Più avanti, a quote ancora maggiori, c’è persino una vasca di quelle che di solito si impiegavano per preparare il verderame da impiegare nelle vigne. I giorni del fuoco resteranno un ricordo, speriamo non debba essere rinnovato da altre simili scene. La siccità intanto continua, le poche gocce di pioggia sono state ben poca cosa. Tutti sono tornati alla loro vita, la montagna al suo abbandono. Ripensare però di portare in vita quei tempi è impensabile, dovevano essere vite grame che spingevano a cercare fortuna in Francia, anche solo per lavori stagionali. Qualcuno tornava portando persino una pianta di leccio, qualcuno non rientrava più.

La pioggia spegne tutto…

Ditemi… voi lo sapete che gli ultimi focolai li ha spenti stanotte la pioggia, quando finalmente è arrivata dopo mesi e mesi in cui non cadeva una sola goccia? Scommetto pure che qualcuno se ne sta già lamentando, dicendo che poteva ben aspettare ancora fino a lunedì, invece di rovinare la domenica. Ma la pioggia spegnerà anche le polemiche?

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L’incendio nella pineta del Rocciamelone – Susa (TO) (foto C.Tonda)

Nei giorni scorsi tutti parlavano degli incendi, chi era sul posto e voleva far sapere cosa stava succedendo, chi si sentiva coinvolto perché legato a quei luoghi, ma anche chi condivideva foto più o meno reali e aggiornate, a metà tra il voyeurismo morboso e la necessità di sentirsi a posto con la coscienza. Ho condiviso la foto, mi sono indignato, quindi ho dato anch’io il mio contributo. Molte di quelle persone adesso vogliono far vedere che intendono fare qualcosa di concreto oltre all’indignazione sui social e così rilanciano una campagna per andare a piantare gli alberi di Natale nei boschi bruciati. Lasciate perdere… se volete usare la rete, utilizzatela innanzitutto per informarvi. Sapete com’è fatto un bosco? Sapete che le piante che lo compongono variano in funzione del clima, del terreno, della quota… Gli “alberi di Natale” sono abeti rossi, non so nemmeno se in questi incendi siano bruciati abeti… sicuramente larici, pini silvestri e tanti boschi di latifoglie (castagni, frassini, faggi, ontani, sorbi, querce, ecc.)

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Boschi bruciati sulle pendici del Rocciamelone – Susa (TO) (foto A.Gorlier)

Se volete far qualcosa di utile, informatevi seriamente. I danni ci sono stati, ma l’entità varia da luogo a luogo. Non so quali siano state le strutture interessate, sicuramente delle baite abbandonate, qualche abitazione ristrutturata e usata come seconda casa, fortunatamente ovunque l’intervento di uomini e mezzi ha evitato che bruciassero case abitate stabilmente. Ci sono stati boschi di conifere completamente andati in fumo, boschi di latifoglie dove il fuoco è passato rapido, bruciando appena rovi e foglie secche. Sono bruciati pascoli, dove l’erba era gialla e secca più della paglia.

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Fumo e canadair ancora in azione nei giorni scorsi per domare l’incendio nel Vallone di Bourcet – Val Chisone (TO)

Per me chi ha appiccato i fuochi resta un pazzo o uno sconsiderato, non appartiene a nessuna categoria, le strumentalizzazioni del fuoco appartengono soprattutto a chi lo guardava e giudicava da lontano. Spento quello ahimè più scenografico, il cui fumo ha fatto tossire anche la città, in una valle già teatro di altre proteste, i restanti incendi che ancora ardevano in vallate di montanari, tra boschi e alpeggi, quasi non interessavano più alla rete. …anche se comunque i tg regionali hanno fatto un servizio per ciascuno, fino alla fine dell’emergenza…

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Boschi di latifoglie dopo l’incendio – Cumiana (TO)

Ora piove, le polveri sottili finiranno al suolo, degli incendi non si parlerà più, della montagna non si parlerà più, a meno che la pioggia arrivi tutta insieme, troppo forte, e faccia franare quei suoli dove non ci sono più alberi a trattenerli. Resterà qualche tecnico, qualche addetto ai lavori, che continuerà a scrivere/parlare quasi inascoltato, proponendo rimedi concreti per gestire boschi e pascoli montani. Cose troppo tecniche, troppo complesse perché diventino virali sui social.

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Montagne di Usseaux – Val Chisone (TO)

Spesso, quando pubblico foto di baite abbandonate, qualcuno commenta indignato, com’è possibile lasciare andare in rovina posti e case così? Ma poi… chi è che andrebbe sul serio ad abitarci per 365 giorni all’anno? Perché saranno anche bei posti quando c’è il sole e la brezza leggera che fa piovere gli aghi dorati dei larici, ma poi nevica e nessuno viene ad aprirti la strada. Piove e magari resti isolato. C’è l’incendio che sale da sotto e tu resti intrappolato. I servizi sono lontani. Un conto è sognare di fare gli eremiti, un altro è trovarsi lassù da soli.

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Pascoli bruciati dalla siccità, Pian dell’Alpe – Val Chisone (TO)

La montagna, per chi amministra vasti territori, sembra avere due facce: la risorsa da sfruttare (turismo soprattutto), ma anche fonte di problemi immensi perché, pur essendo poco abitata, costa tantissimo in termini di manutenzione. Ho già letto anche frasi indignate di chi si preoccupa che questi incendi abbiano come conseguenza un saccheggio dei boschi. Non se ne esce… se vuoi gestire i boschi effettuando dei tagli, c’è chi si oppone. Se vuoi pascolare, per qualcuno fai dei danni. C’è chi vorrebbe la wilderness assoluta, ma ciò è fattibile solo dove l’uomo non vi abita, né all’interno, né in aree circostanti. Senza una corretta gestione la montagna diventa un pericolo, visto che bene o male gli esseri umani non sono tutti confinati in città.

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Canadair diretti al Lago del Moncenisio visti dal Colle delle Finestre – Val Chisone (TO)

Questi incendi, oltre ad avanzare inesorabili per giorni e giorni, mettendo a dura prova tutti coloro che erano impegnati fisicamente e concretamente a spegnerli, hanno anche fatto emergere per l’ennesima volta la grande contraddizione tra chi la terra, la montagna, la vive e ci lavora, e chi propone soluzioni da lontano.

Una serie di fattori “incendiari”

Cosa vi dicevo l’altro giorno? Che ovunque, anche a ridosso delle borgate e frazioni, c’è un intrico di boschi abbandonati e rovi (che poi sono cespugli spinosi di ogni tipo, dal rovo propriamente detto, alla rosa canina, al pruno…).

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L’incendio dopo un giorno dal suo inizio, visto dalla collina di San Giacinto – Cumiana (TO)

Quando ve lo dicevo, guardavo l’incendio da una collina di fronte e mai più avrei pensato che arrivasse fin dove è arrivato ora. È sabato pomeriggio, preparo il testo di questo post mentre sono al pascolo, come faccio spesso (poi lo completo con le foto e lo pubblico in un secondo tempo). Nelle narici ancora un sentore di fumo, ormai poca cosa, se penso alla densa cappa soffocante di mercoledì e giovedì. Cenere un po’ ovunque per terra e sulle foglie.

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Boschi in fiamme nei giorni scorsi – Cumiana (TO)

Qui l’incubo è iniziato domenica, e non è ancora finito. C’è stata la fase in cui ne parlavano solo i diretti interessati, adesso siamo a quella in cui tutti sanno tutto e si condividono a raffica post creati su misura per gli eroi della rete, usando cervi americani morti in incendi oltreoceano e amenità varie con teorie fantasiose su chi e perché possa aver appiccato i fuochi.

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L’incendio sul versante della Costa martedì sera – Cumiana (TO)

Vi dico la mia… Siamo in una situazione straordinaria, con almeno 25 incendi in contemporanea nelle vallate piemontesi. Partendo dal presupposto che le cause siano dovute o a folli piromani, o a disattenzioni incoscienti (ma dopo il primo… come si fa ancora ad accendere fuochi su per le montagne, vicino ai boschi?!?), forse ciascuno si sarebbe potuto fermare in breve tempo. SE. C’è tutta una serie di se che vanno, secondo me, ricercati nel territorio.

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Siccità e abbandono – Nus (AO)

Innanzitutto, siamo arrivati a questo punto a causa della terribile siccità che già affliggeva queste terre. Bastava guardarli, il sottobosco, le foglie, l’erba, per temere il peggio. Una volta innescato l’incendio, fermarlo era più difficile che mai. Ruscelli senza un filo d’acqua, torrenti ai minimi storici. Sorgenti scomparse. Solo erba asciutta come paglia, rami secchi, foglie crepitanti. Il fuoco poteva correre indisturbato, quando c’era anche il vento… era ed è la fine! In Val di Susa l’intervento è stato tempestivo, il Sindaco di Bussoleno dice che i vigili del fuoco sono arrivati sul posto 15 minuti dopo la segnalazione… ma dopo 6 giorni l’incendio non è ancora stato domato ed ha distrutto una superficie vastissima.

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Boschi in fiamme sulle montagne di Cumiana (TO)

In un’annata normale, le condizioni sarebbero state meno favorevoli alla sua espansione. Il fatto poi che i piromani abbiano agito quasi contemporaneamente, esaltati nella loro follia nel “successo” delle loro opere, ha fatto sì che si creasse una situazione mai vista prima, dove intervenire diventava umanamente e tecnicamente sempre più complesso. E così, mentre si operava qui, il fuoco scappava o avanzava di là. Ciascuno di questi incendi, preso singolarmente, non sarebbe avanzato così tanto. Uomini e mezzi si sarebbero concentrati lì. Tutti ora vogliono dare la colpa a qualcuno, ma io non lo farei, a parte ciò che riguarda i piromani. Per il resto, si può solo ringraziare tutti gli uomini, professionisti e volontari, impegnati da giorni sul campo.

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Il fumo oscura il sole mercoledì sera – Cumiana (TO)
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Giovedì mattina, il fumo irrespirabile che ristagna ovunque – Cumiana (TO)

C’è poi stato un ulteriore fattore: la cappa di alta pressione, che ha favorito il ristagno del fumo ed ha impedito, in molte zone, l’intervento diurno dei mezzi aerei per alcuni giorni. Solo da terra, in aree impervie e spesso difficili da raggiungere, si poteva far poco. Così molte volte l’unica via percorribile era “aspettare” vicino alle case, cercando di evitare il peggio. Quel che ha riportato la visibilità però è stato il vento, che ha alimentato nuovamente gli incendi già attivi e riattizzato molti di quelli che si credevano spenti. Insomma, un incubo infinito, che infatti continua anche adesso mentre scrivo.

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Il fuoco è spento, ma la bonifica è fondamentale per evitare che riparta – Cumiana (TO)
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Il sottobosco interamente bruciato – Cumiana (TO)

Stamattina ho fatto un giro di controllo  nei boschi sopra alla mia stalla e alla mia borgata, nelle zone apparentemente spente. Sconsiglio a chiunque di fare l’eroe nelle aree “calde”, ma una sorveglianza a monte delle proprie case, quando non ci sono più fiamme, male non fa. A due giorni dal passaggio del fuoco, si trovano ancora radici e ceppaie che fumano. Con la pala e un bel po’ di terra si risolve la cosa, o soffocando il fuoco, o pulendo tutto intorno, di modo che non ci siano altri inneschi.

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Oggi, l’incessante lavoro del canadair nella zona di Tavernette – Cumiana (TO)

Visto che molti fuochi sono ancora attivi, visto che la pioggia per ora non cadrà e… con il timore di altri folli gesti anche in aree che fino ad ora si sono salvate, che ne dite di andare a pulire intorno alle vostre case vicino a boschi, cespugli, prati secchi? L’abbandono è un altro dei fattori che ha certamente favorito il propagarsi degli incendi, in un territorio già prostrato dalla siccità.

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Dopo il passaggio del fuoco – Cumiana (TO)
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Abbandono nei boschi – Cumiana (TO)

Quanti boschi di proprietà sono abbandonati, con nessuno che ci mette piedi da anni… Alberi morti caduti a terra ad impedire persino l’accesso dalle vecchie piste, anch’esse abbandonate. Materassi di foglie accumulate in conche e canaloni. È lì che il fuoco si è alimentato e ha preso vigore. Qui abbiamo boschi di latifoglie, le conifere con la loro resina sono poi ancora un’altra storia. Dove non ha niente da bruciare, il fuoco si ferma, muore.

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L’incendio nei boschi abbandonati – Cumiana (TO)

Ma chi rastrella ancora le foglie? Chi fa le fascine? Chi si scalda o cucina a legna? Lo ammetto io per prima, ci sono dei boschi di proprietà di famiglia che quasi non sappiamo più nemmeno dove siano. Per quel che serve, si va a tagliare dove si arriva comodamente con i mezzi. Pensiamoci, prima di accusare i politici, i media e i poteri occulti: noi, nel nostro piccolo, abbiamo fatto di tutto per evitare che questo incendio si propagasse?

Se tutto fosse curato come un tempo…

Mentre salivo verso una collina a monte di Cumiana, il mio paese, per capire dove fosse esattamente il fronte dell’incendio e quanto fosse esteso, il mio sguardo vagava su quel che mi circondava.

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Terreni incolti e l’incendio sullo sfondo – Cumiana (TO)

Quella collina, circondata da case e frazioni, alla cui sommità c’è una chiesa (e anche un ripetitore della tv), oggi è un intrico di rovi. Boschi e rovi. Ma persino io me la ricordo diversa, quando ci salivo da bambina con i miei genitori.

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Terrazzamenti e bosco – Cumiana (TO)

Certe zone erano già abbandonate 30-35 anni fa, sono barriere impenetrabili di rose selvatiche e pruni spinosi. Poi ci sono i muri dei terrazzamenti, che permettevano di utilizzare al meglio ogni centimetro di questa terra ben esposta al sole. C’è persino ancora un albero di ulivo, l’ho sempre visto, non centra nulla con quelli piantati in seguito per qualche progetto…

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Antichi muretti lungo il sentiero, collina di San Giacinto – Cumiana (TO)

La colpa degli incendi non è l’abbandono, ma la mano o i gesti di persone folli o sconsiderate. Però guardate queste antiche vigne oggi… c’era anche una vasca per il verderame, me la ricordo bene… non sono più riuscita a trovarla. Se qui oggi un pazzo accendesse un fuoco, con la siccità non sarebbe facile fermarlo. Se fosse ancora tutto pulito, curato, potato, i pericoli sarebbero minori.

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Vigne abbandonate – Cumiana (TO)

Non pensiate che tutto questo riguardi solo la montagna e quel pugno di abitanti che resistono lassù! Il fumo di questi incendi alimenta lo smog della città e della pianura. Quando pioverà, i terreni e i boschi bruciati saranno ancora meno pronti ad assorbire l’acqua: il rischio di frane e alluvioni sarà ancora maggiore.

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Un tramonto tra il fumo – Cumiana (TO)
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Incendio verso Monte Tre Denti da Borgata Porta – Cumiana (TO)
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Intervento dell’elicottero – Cumiana (TO)
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I Tre Denti tra il fumo – Cumiana (TO)
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Intervento dell’Erickson sul nuovo fronte verso borgata Costa – Cumiana (TO)

Purtroppo queste sono “solo” le immagini di uno dei tanti incendi che stanno colpendo il Piemonte in questi giorni: Valle Stura, Val Varaita, Val Germanasca, Val di Susa, Valle Orco, Valchiusella… più altri incendi “minori” spenti tempestivamente…

Due settimane in Valle Po

Scusatemi per la mia scarsa presenza su queste pagine… il meteo si mantiene fin troppo “bello”, quindi è più facile che io sia all’aperto! Inoltre vi sono gli impegni “editoriali”. Vi comunico ufficialmente che “Capre 2.0” (Blu Edizioni) sarà in vendita nelle librerie e on-line a partire dal 24 ottobre prossimo. Inoltre cercherò di partecipare alle principali fiere e rassegne di settore che si terranno dalle mie parti nelle prossime settimane. Per un libro che esce (dopo mesi di lavoro), ce n’è un altro che incombe, quindi sto iniziando a concretizzare il lavoro sul campo dei mesi scorsi, per dare lentamente forma alla mia prossima opera. Permettetemi poi di rendervi partecipi di una notizia appresa da poco: un mio romanzo inedito, “Il canto della fontana”, è tra le opere finaliste del premio letterario “Parole di terra”. L’esito lo sapremo l’11 novembre…

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Pascoli sopra a Ciampagna – Valle Po (CN)

Dopo questa lunga premessa, torniamo ai temi di questo blog. L’altro giorno ho fatto una veloce gita in Valle Po. Essendo un giorno infrasettimanale e avendo scelto una zona lontana dagli itinerari più classici, non pensavo di incontrare nessuno.

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Edifici restaurati, Ciampagna – Valle Po (CN)
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Edificio abbandonato lungo la strada asfaltata, Ciampagna – Valle Po (CN)

A questa stagione amo particolarmente frequentare quelle quote, è la fascia di montagna dell’uomo che un tempo era abitata stabilmente tutto l’anno. Oggi, anche se fortunatamente non tutto è stato abbandonato, pare che i restauri riguardino soprattutto delle seconde case.

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Ciampagna – Valle Po (CN)
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Baite crollate, Anbournet, Valle Po (CN)

Nella frazione più bassa dei muratori erano impegnati a ristrutturare un edificio lungo la strada, ma il mio itinerario invece attraversava borgate silenziose. Man mano che salivo, i grumi di case erano sempre più intatti per quel che riguarda i segni del XXI secolo (niente plastica, cemento, nylon), ma spesso mi capitava di dover scavalcare i muri crollati a terra.

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Baita con affresco di Giors Boneto, Ciampagna – Valle Po (CN)

Salivo seguendo la stretta stradina, che proseguiva asfaltata fino all’ultima frazione. La strada passava a metà tra i vari nuclei di baite, io deviavo di volta in volta su antiche tracce per andare a vederli tutti.

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Anbournet, Ciampagna – Valle Po (CN)

La mano dell’uomo e i magici tocchi della natura in questa stagione possono regalare scorci unici. Mi spiace per quelli che idealizzano una natura senza l’uomo. Questo panorama, senza le baite in pietra, non avrebbe lo stesso fascino! E se l’uomo non continuasse a pascolare con mandrie e greggi questi territori, in questo aridissimo autunno qui ci sarebbe solo una fitta coltre di alte erbe secche e cespugli impenetrabili.

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Castello Stockalper, Brig – Svizzera

Poco oltre ho fatto un incontro inaspettato: una giovane coppia di turisti svizzeri che stavano trascorrendo qui le loro ferie (per noi fuori stagione, ma per loro splendidamente azzeccate per il clima, i colori e la tranquillità). Un po’ in Inglese (parlato da lei), un po’ in Italiano (parlato da lui), mi hanno raccontato di provenire dal canton Vallese, da Briga.

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Il Monviso da Ciampagna, Ostana – Valle Po (CN)

Sono luoghi che personalmente apprezzo molto, per i panorami, l’ordine e la pulizia, gli itinerari ben segnati, le architetture… loro invece erano entusiasti della Valle Po, che stavano girando da due settimane. “C’è così tanto da vedere…“. Avevano fatto il giro del Monviso dormendo nei bivacchi invernali perché ormai i rifugi sono chiusi. A Chianale “…bellissimo villaggio!” non avevano trovato nessuna struttura ricettiva ancora aperta, così erano dovuti scendere fino ad un bed&breakfast di Pontechianale.

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Traccia di sentiero con ometti per il Colle delle Porte – Valle Po (CN)

Abbiamo proseguito per un tratto insieme, poi le nostre strade si sono divise. Io, consultando la mappa, ho imboccato un sentiero che pensavo ben tracciato (linea rossa continua), mentre si è rivelato evanescente, percorribile solo grazie agli ometti di pietra prima e al passaggio delle vacche più in alto.

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Meire Coumpercie, baite e recinti, Crissolo – Valle Po (CN)

Qua e là lungo il mio cammino o nei valloni di fronte a me, segni di quando la montagna era molto più viva e gestita. Guardate ad esempio i recinti in pietra usati un tempo per ricoverare gli animali (capre e pecore da mungere, presumo) nei pressi delle Meire Coumpercie. Qui d’estate sale ancora un gregge, ma ormai i recinti sono quelli con le reti mobili e le batterie…

Leggere il paesaggio

Mi è stato chiesto di realizzare una guida che conduca i turisti alla scoperta degli alpeggi valdostani. Ovviamente vi sarà una piccolissima parte delle realtà esistenti sul territorio. A tal proposito ringrazio tutti quelli che mi hanno contattata e invitata a far visita anche a loro, ma purtroppo la stagione è agli sgoccioli, quindi non ce la farò ad arrivare da tutti… ciò non toglie che, nei prossimi anni, io possa continuare a girare, senza vincoli… “editoriali”!!

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Lavassey – Val di Rhemes (AO)

Nella guida, oltre ad accompagnare i lettori a scoprire questo mondo, i suoi prodotti, la sua gente, gli animali, ci terrei anche a far “leggere il paesaggio” a chi lo percorrerà a piedi. Capiterà, lungo il cammino, di incontrare alpeggi abbandonati.

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Le Fond – Val di Rhemes (AO)

Il più delle volte sono stati sostituiti da altri, o meglio, un unico alpeggio utilizza i pascoli che prima erano suddivisi tra più mandrie, diversi allevatori. O ancora, potrebbe essere che non si sfruttano più i vari tramuti a quote via via maggiori, ma soltanto l’alpeggio intermedio. Ogni luogo ha sicuramente la sua storia, le sue ragioni. Bisognerebbe trovare chi ce le spiega, per gli abbandoni più recenti magari c’è ancora qualcuno, per gli altri restano solo le tracce scritte nel paesaggio.

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Alta Val di Rhemes (AO)

Bene o male, comunque i pascoli sono ancora utilizzati, specialmente se serviti da ottime piste carrozzabili, come nel caso delle immagini di questo post. Anche in un luogo così bello, si può sicuramente dire che è cambiato tutto rispetto al passato, anche senza sentirlo raccontare dagli anziani, basta saper leggere il paesaggio.

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Alta valle di Rhemes (AO)

Le vacche da latte pascolano non lontano dalla stalla, le manze invece hanno a disposizione tutta la parte più alta del vallone, fin su alle morene dei ghiacciai. Era buona e pascoli quasi sconfinati, ma “…di lì non vengono nemmeno giù belli come dovrebbero, perché hanno fin troppo spazio dove girare…“, mi verrà raccontato in seguito.

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Val di Rhemes (AO)

Ma è alle quote inferiori che il paesaggio “parla” di più. Scendendo lungo un sentiero affollato di escursionisti, il mio sguardo va verso quel pianoro tra la pendice della montagna e il torrente. Riuscite a scorgere una sorta di reticolo geometrico? Erano gli antichi ruscelli che servivano a portare il liquame dalla concimaia una volta che il pascolo era stato brucato. Il letame tolto dalle stalle si diluiva con acqua e veniva fatto defluire nei pascoli in modo attento e sapiente, distribuendolo su tutta la superficie.

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Val di Rhemes (AO)

L’alpeggio era questo, di dimensioni anche abbastanza rilevanti, ma ormai non ne restano che i ruderi. Si distingue ancora l’abitazione centrale e le due stalle laterali, una delle quali metà coperta in terra e metà in pietra.

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Interno di una stalla abbandonata – Val di Rhemes (AO)

Questo è l’interno di quella stalla e si possono vedere le due tipologie architettoniche, la volta fin dove vi è la copertura in terra/erba e le capriate lignee dove inizia il tetto. Non sarà un capolavoro artistico come quelli che si ammirano nei centri storici delle città, ma a me colpiscono ugualmente o forse anche di più. Penso a quando sono state costruite, quando quassù si saliva solo a piedi, con i muli… Penso alla capacità di chi ha tirato su quelle volte, quei tetti…

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Antico fossatello per la fertirrigazione – Val di Rhemes (AO)

E i fossatelli non si limitano a scorrere nel piano o dove vi è una lieve pendenza: girano anche intorno a dossi, raggiungono quelle che un tempo erano preziose porzioni di pascolo. Tutta questa cura garantiva quel po’ di litri di latte in più, anno dopo anno… Non sarebbero queste le cose importanti da guardare, se proprio si vogliono dare dei “contribuiti” a sostegno degli allevatori?

Sensazioni agrodolci

Una domenica mattina dal tempo incerto. Avevo accantonato l’idea di andare a fare altre interviste per il mio libro sugli alpeggi valdostani, alla domenica c’è chi ha ospiti, parenti o amici, in visita, c’è chi va ad assistere alle Batailles, così decidiamo semplicemente di fare una gita con lo zaino a spalle. E’ comunque inevitabile passare vicino ad un alpeggio.

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Fontin, Quart (AO)

Mentre salivo, riflettevo su come avessi condotto le interviste per “Vita d’alpeggio“. Partivo scegliendo una valle, degli alpeggi, arrivavo alle baite, i cani abbaiavano, incontravo margari e pastori, le loro famiglie, chiacchieravo, scattavo foto. Nessun appuntamento preventivo, eppure ho praticamente sempre trovato qualcuno. Sono passati 12 anni da allora… Anche in Piemonte aumentano i luoghi in cui non è detto che si trovino i titolari in alpeggio. In Val d’Aosta vedo che, nella maggior parte dei casi, l’appuntamento telefonico è fondamentale per essere sicura di incontrare l’allevatore. Sono sempre meno le famiglie stabilmente presenti o gli alpeggi a conduzione famigliare.

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Vacche al pascolo –  Léché, Quart (AO)

Se non ci fosse chi, sul campo, mi dà indicazioni e suggerimenti, oppure mi accompagna, andando “a caso” solo guardando gli alpeggi sulla mappa , farei ben poco. Già così le mie interviste procedono a rilento: un po’ influisce il meteo variabile, ma il più delle volte devo rimandare perché l’allevatore non è disponibile (il fieno, altri impegni in fondovalle, ecc ecc).

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Monorotaia (in disuso) all’alpe Fontin – Quart (AO)

Quella domenica comunque raggiungiamo l’alpe Fontin. E’ uno dei luoghi che mi sono stati indicati come possibile origine per il noto formaggio che si produce in Val d’Aosta. Una delle altre ragioni che mi portano qui è vedere la monorotaia che porta al tramuto di Léché. Già nelle scorse settimane vi ho parlato di alpeggi senza strada, alpeggi dove la strada è stata fatta, ma si era ipotizzato anche di realizzare una monorotaia. Qui in effetti era stata scelta proprio questa soluzione alternativa. Cercando on-line, ho trovato questo articolo che, all’epoca, parlava dell’operazione.

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Monorotaia Fontin – Léché, uno dei tratti danneggiati, Quart (AO)

Era il 2009 e, con il contributo della Regione, il Comune di Quart: “…ha investito 2,4 mln di euro per ristrutturare l’alpeggio comunale Fontin che è servito anche da una monorotaia a cremagliera lunga circa due chilometri, una delle poche del genere realizzate in Europa e unica in Italia.” Più avanti si legge che: “… la costruzione della monorotaia è costata circa 700.000 euro.” Poche centinaia di metri dopo l’alpeggio, il binario è già danneggiato in più punti, divelto probabilmente da frane o valanghe. Non è molto usurato, sembra non essere stato utilizzato molte volte, c’è addirittura ancora il grasso e non è arrugginito.

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Canale di scolo dei liquami – Léché, Quart (AO)

Quello che mi viene ripetuto spesso in queste settimane è che, sugli alpeggi, non c’è più la cura di un tempo. E’ cambiato il modo di pascolare, il numero dei capi, la presenza di personale… In Val d’Aosta resisteva ancora il sistema di fertirrigazione, legato anche all’abitudine di far rientrare in stalla gli animali sia durante il giorni, sia di notte. I liquami andavano poi nella concimaia e, avvenuto il pascolamento, grazie ad un sistema di canaline si ridistribuiva il letame sui prati. Oggi non tutti lo fanno ancora, non con la stessa cura, oppure dove si può si ricorre alle botti spandiletame. Altrimenti i liquami vanno a perdersi in un unico maleodorante e antiestetico ruscello, che non concima, ma facilita lo sviluppo di vegetazione “nitrofila” (amante dell’azoto), come ortiche, romici, ecc.

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Léché – Quart (AO)

Il tramuto alto di Léché è un alpeggio di lusso. Lo si raggiunge solo a piedi. C’è un operaio straniero, ci racconta che le strutture sono belle, c’è la latteria al piano terra, la cucina e le stanze a quello superiore, non manca nulla. L’elicottero porta il materiale necessario e porta via le Fontine. Lui ha finito di lavorare il latte e adesso sta cucinando, il suo collega è al pascolo.

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Mandria al pascolo – Léché, Quart (AO)

Incontriamo la mandria più a monte. Mi era rimasta la curiosità di vedere questo posto dopo che, lo scorso anno, da un colle che si affacciava su questo vallone, avevo visto delle vacche che parevano “appese” sul versante. In effetti il pascolo è ripido, quasi più adatto ad un gregge che ad una mandria. L’erba però è di buona qualità, anche se bassa e un po’ scarsa, in questa stagione dal meteo bizzarro.

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Vista su Valchourda dal Colle Léché – Quart (AO)

Dal colle, nonostante il maltempo, il panorama a 360° è di quelli che non stufano mai. La Val d’Aosta è molto conosciuta per le sue montagne, ma in questi mesi mi sono fatta l’idea che, a parte le sue mete più note e gettonate, tutto il resto del territorio sia molto meno frequentato che non in Piemonte. In tutti questi anni, con qualsiasi condizione meteo, in qualsiasi giorno della settimana e dell’anno, dalle mie parti non mi è mai successo di fare una gita in montagna senza incontrare nessun altro! Specialmente se si tratta di escursioni senza alcuna difficoltà…

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Cresta del Grand Pays – Quart (AO)

Proviamo a proseguire in cresta, tra rocce calcaree e fiori di stelle alpine. Il paesaggio alterna conche erbose a salti rocciosi. L’aria quassù è già cambiata, non c’è già più il caldo che affligge il fondovalle e la pianura. Il sentiero dopo la cima diventa evanescente e così si tenta la discesa lungo tracce, per raggiungere un altro sentiero che risale nel vallone sottostante.

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Pascoli – Collet, Quart (AO)

Se il versante dove pascolava la mandria aveva poca erba, qui il tappeto erboso è folto, ricco, gli scarponi affondano letteralmente tra carice e trifoglio alpino, il profumo è inebriante. E’ inevitabile pensare: “…come starebbero bene qui le pecore… e le capre…“. Ma lì in quel vallone non ci sono più animali. Le “tracce” dicono che in passato ci sono ancora stati dei bovini, forse manze. Non si sono più strutture utilizzabili quassù. Eppure in passato era un buon alpeggio, l’unica pecca era la scarsità di acqua. C’erano tante capre quassù fino a qualche decennio fa. Devo andare a parlare con un anziano che veniva in alpeggio qui, oggi ha 92 anni… Le capre si mungevano e il loro latte serviva, insieme a quello vaccino, per la Fontina! Oggi, con la presenza del lupo, non si possono lasciare quassù greggi di pecore o di capre, anche perché manca un ricovero per il pastore.

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Camosci – Collet, Quart (AO)

Oggi qui c’è un grosso branco di camosci, ne contiamo più di trenta, femmine con i piccolo, poi due maschi solitari che pascolano per conto loro.

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Sentiero per Collet – Quart (AO)

Il vecchio sentiero era un piccolo capolavoro, con tutti i suoi tagli per far defluire l’acqua. Oggi quasi più nessuno lo percorre, né uomini, né mandrie, né greggi, così pian piano sta scomparendo tra l’erba e i cespugli che avanzano. Non basta il turista, l’escursionista, a mantenere viva la montagna. O meglio, perché il turista possa godere della montagna, è necessario che ci siano stabilmente sul territorio coloro che la abitano e vi lavorano.

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Alpeggio Collet – Quart (AO)

L’alpeggio è abbandonato. Lì vicino c’è ancora la fontana, i tubi portano acqua anche in un periodo di siccità. La baita è completamente crollata, delle due grosse stalle resta lo scheletro o poco più. Fin qui probabilmente i pascoli vengono ancora utilizzati dagli animali che salgono nel vallone dove siamo saliti al mattino: se non quelli da mungere, almeno le manze, che non devono scendere ogni giorno a Fontin per la mungitura.

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Stalle abbandonate, Collet – Quart (AO)

E’ una sensazione agrodolce quella che accompagna gli ultimi passi in discesa, per tornare all’alpeggio dove arriva la pista interpoderale. Da una parte l’abbandono totale, dall’altra una monorotaia costata centinaia di migliaia di euro, anch’essa però abbandonata. L’alpeggio dove forse è “nata” la Fontina… e nessuno con cui poter parlare di queste cose (meno che mai assaggiare o acquistare un pezzo di formaggio). Il tutto in un meraviglioso paesaggio sconosciuto ai più.

Altri tempi, altri pascoli

I pascoli in quota stanno lentamente risvegliandosi con le prime fioriture che seguono lo scioglimento della neve. Le temperature di questi giorni sono fin troppo alte, chi si lamenta di non poter ancora salire in montagna dovrebbe ricordare che le transumanze del mese di maggio a certe quote appartengono soltanto agli ultimi anni, mentre in passato chi non aveva tramuti a mezza quota non affrontava la transumanza fino al mese di giugno, quando la neve se ne andava e i pascoli si coprivano d’erba.

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Pulsatilla vernalis – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Presto comunque i pascoli saranno verdi d’erba e l’aria risuonerà di campanacci, campanelle, muggiti e belati. Ma anche i pascoli cambiano, a seconda di come vengono utilizzati. Ovunque ci potrà capitare di vedere alpeggi abbandonati e alpeggi ancora in uso. Come mai? Spesso “semplicemente” perché oggi salgono meno mandrie/meno allevatori, ma ciascuno con più animali, quindi il territorio e le strutture presenti vengono utilizzate diversamente.

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Pascoli invasi da ginepri – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

I bei pascoli dei tempi andati possono impoverirsi. Talvolta spariscono. Quando non vengono più pascolati “bene”, cioè con il giusto carico di bestiame e per un periodo adeguato, pian piano compaiono i cespugli, che vanno a soffocare l’erba, sostituendosi ad essa. Il pascolo, non abbastanza pascolato (il gioco di parole è voluto), smette di essere tale e torna ad essere ambiente naturale, cioè una distesa di cespugli, molto meno varia della copertura di erbe e di fiori.

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Bosco e pascoli – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Guardate in questo pascolo come si stanno allargando i ginepri, quelle macchie più scure. Un tempo probabilmente, oltre a pascolare con più cura, i cespugli venivano anche eliminati, i pascoli concimati con maggiore attenzione.

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Alpeggio abbandonato – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Un alpeggio crollato al suolo mette tristezza, fa pensare al lavoro di chi lo costruì, alla vita e alle fatiche di chi ci lavorò. “Una volta erano tempi più difficili, più duri, ma c’erano anche maggiori soddisfazioni rispetto ad oggi. Quando mio papà e mio zio erano in alpeggio su in alto, scendevano tutti i giorni qui con il mulo per portare giù le Fontine, c’era un magazzino per stagionarle che era davvero speciale. Poi si risaliva con un carico di legna per il fuoco, per scaldare il latte.” Tristezza e rimpianto nelle parole di chi mi racconta queste storia. Non sono passati secoli, ma soltanto una cinquantina di anni. Chissà il futuro cosa riserva per questi territori, questi pascoli, questo mestiere?