Meditazioni di inizio anno

In passato avrei scritto di getto, a caldo, appena lette certe notizie, appena sentite certe dichiarazioni. Adesso invece medito sulle cose che sto per scrivervi da un po’ di tempo. Ci penso mentre sono al pascolo, mentre cucino, quando pulisco la stalla, quando guido. Insomma, quando la mente non è impegnata in altro, i pensieri tornano lì.

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Pascolando in un gennaio troppo caldo e secco – Petit Fenis, Nus (AO)

Dopo aver letto decine e decine di reazioni a certi fatti capitati qua e là, mi sono innervosita, però… come dicevo, non ho scritto qui subito quello che avrei voluto dire. Ho lasciato decantare e ho fatto un esperimento. Ho postato su facebook alcune foto diverse tra loro e ho aspettato le immancabili reazioni… Quello che sto per scrivere, probabilmente non piacerà a molte persone. Ci sarà chi non capirà fino in fondo quello che voglio dire, chi mi giudicherà negativamente, chi mi accuserà inventandosi chissà quali retroscena. Mi spiace per tutti voi, non lo faccio per “interesse”, non ho alcuna ambizione politica, ma scrivo solo per dialogare con chi vuole ascoltarmi e con chi è pronto a provare a seguire il mio ragionamento.

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Paesaggio rurale montano, il villaggio di Sommarese (AO) circondato da prati e pascoli, ma tutt’intorno avanza il bosco

Chi mi conosce sa che ho sempre solo scritto e parlato di ciò che conoscevo, non porto avanti cause “per sentito dire”. Così, nel tempo, mi sono trovata a raccontare le realtà che via via incontravo o mi trovavo a vivere. Oggi quindi vi voglio sottoporre delle riflessioni che prendono spunto da ciò che accade nella dimensione in cui mi trovo, geograficamente e lavorativamente parlando. Come vi dicevo, ho fatto un esperimento.

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Resti di una predazione in mezzo alla strada al Col d’Arlaz, tra Montjovet e Challand (AO)
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Gamba di capriolo, resto di una predazione recente – Petit Fenis, Nus (AO)

Per due volte ho pubblicato immagini che potrebbero riguardare la presenza del lupo: delle ossa completamente spolpate (non so di quale animale selvatico), fotografate in mezzo alla strada asfaltata nella tarda mattinata del giorno di Natale, degli escrementi di canide di grosse dimensioni, contenenti molti peli e frammenti di ossa, una gamba di capriolo spolpata di fresco nel bel mezzo di un pascolo dove quasi quotidianamente porto le capre, a poca distanza da casa. Le reazioni sono state immediate e anche molto colorite. In un caso, pur avendo esplicitamente richiesto di evitare le polemiche inutili, i toni tra chi commentava si sono immediatamente infiammati. Non c’è niente da fare, per molti (allevatori e non) il lupo è una tematica che fa scattare il commento a spada tratta, spesso con argomentazioni tecnicamente molto discutibili.

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Pubblicità della Fontina sul volantino del supermercato Basko

Poi ho pubblicato la pagina di un volantino pubblicitario di un supermercato. Si tratta della catena Basko, ditta ligure presente anche in parte del territorio piemontese. Nel numero di dicembre, un’intera pagina era dedicata alla Fontina, fornita al supermercato tramite una ditta che la acquista da un affinatore di Cogne. Penso sia una buona pubblicità per il prodotto a livello di immagine, anche se ci sono un po’ troppi dati tecnici che, al consumatore, dicono forse poco. Quello che a me diceva molto era il prezzo: scontata del 35% (!!) per le feste, la Fontina costava 19,90 € al kg, anzi… 1,99 € all’etto, c’è scritto. Il prezzo pieno sarebbe stato 30,90 € al kg, per una Fontina di alpeggio. So che sono in tanti i Valdostani a seguire la mia pagina facebook, quando pubblico una foto di una Reina si scatenano a mettere like e commentare. Io a questo punto mi aspettavo un’indignazione ben maggiore rispetto a quella suscitata dalle due ossa spolpate… invece zero, silenzio assoluto, non un Valdostano che abbia detto una parola. Ci sono stati solo un paio di commenti specifici riguardanti le percentuali di grassi saturi e insaturi da parte di addetti ai lavori di altre parti d’Italia e niente più.

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Gregge di capre nel recinto elettrificato usato come protezione notturna – Moncorvè, Valsavarenche (AO)

A questo punto lasciatemi dire una cosa… leggo tutti i vostri commenti sul lupo che mette in ginocchio l’allevamento, che fa chiudere le aziende… ma siete proprio sicuri che la colpa sia il lupo? Non crediate che io non sappia che tipo di problema è il lupo. L’ho vissuto sulla mia pelle in quello che, all’epoca, era stato l’alpeggio con il maggior numero di attacchi in Piemonte. So cosa vuol dire trovare pecore sbranate, resti di pecore, animali feriti, ecc. So cosa comporta in termini emotivi sia subire un attacco, sia vivere con l’angoscia per tutti i mesi d’alpeggio. So cosa significa cercare di prevenire gli attacchi con i diversi metodi ammessi e consigliati: la fatica di portare reti, quella di piantarle, tutti i problemi connessi all’inserimento dei cani da guardiania, la loro gestione e la “convivenza” con gli altri fruitori della montagna.

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Gregge di un pastore piemontese che trascorre l’estate in Valle d’Aosta, preceduto da uno dei cani da guardiania durante la transumanza autunnale – Pontey (AO)

So che ci sono state persone in Valle che hanno venduto le pecore… ma la causa è esclusivamente il lupo? Poi, in Valle d’Aosta, chi è che vive di SOLO allevamento ovino? Certo, il lupo ha attaccato anche dei bovini, e mi fa un po’ sorridere leggere i commenti di chi dice che il filo elettrico non basta a tenerlo lontano dalle vacche. Magari sarebbe il caso di informarsi un po’ meglio, prima di lasciarsi andare a certe dichiarazioni. Nel caso delle pecore, le reti (di altezza adeguata) aiutano (anche se non sono infallibili), ma nessuno ha mai parlato di fili per evitare gli attacchi ai bovini!!

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Cantina d’alpeggio – Pila (AO)

Ma non è di questo che voglio parlare… quello che volevo dire (o ripetere, dato che l’ho già detto anche in passato) è che il lupo è la goccia che fa traboccare un vaso ormai stracolmo di altri veri, grossi problemi. Problemi che però nessuno (o quasi) si mette a discutere sui social. Troppo complicato farlo? Troppo rischioso? O troppo complicato proporre delle soluzioni? Non lo so. Però mi aspettavo almeno un commento sui prezzi della Fontina in Valle, sui prezzi del latte venduto ai caseifici. Sulle aziende che chiudono una dopo l’altra, sulle centinaia di vacche andate al macello dalla fine della stagione d’alpe ad oggi. Sulle aziende che stanno in piedi solo grazie ai contributi e che boccheggiano se questi non arrivano…

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Le piccole aziende di montagna sono fondamentali anche per il ruolo che svolgono a livello territoriale e paesaggistico – Arbaz, Challand-st.-Anselme
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Paesaggi rurali a rischio di estinzione – Col d’Arlaz (AO)

Sulle aziende che sembrano funzionare, ma in realtà poggiano su realtà famigliari dove danno una preziosa mano figli che ancora studiano, mogli o altri famigliari che hanno un loro stipendio, genitori e zii in pensione, e così via. Sulle piccole aziende, quelle che veramente sono sostenibili dal punto di vista ambientale, quelle che davvero curano il territorio, sfalciando ancora prati ripidi, curando il territorio perché ci tengono davvero… ma che con quel numero di bestie “sostenibile” per il territorio, non sostengono più l’economia aziendale, per non parlare di quella famigliare.

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Nell’allevamento tradizionale molte delle difficoltà si superano grazie alla passione… ma quando l’azienda non è più economicamente sostenibile, la passione non basta più – Bataille des reines nel Vallone di St. Barthélemy (AO)

E’ il lupo il problema? Ma diciamocelo… io non so se i capi predati nelle passate stagioni siano stati indennizzati e se veramente sono state pagate le cifre che avevo letto nei bollettini ufficiali… ma so quanto sono state pagate le pecore che certi allevatori hanno venduto la scorsa primavera, pecore di razza autoctona, in via di estinzione. C’è chi ha accettato una ventina di euro a capo, perché nessuno le voleva. Era meglio farle mangiare dal lupo, se si vuol ragionare guardando solo il portafogli! Se però si trovasse a vendere la carne di capra o di pecora, se ci fosse richiesta di agnelli e capretti, se tutto funzionasse, il lupo sarebbe un problema di tutt’altro tipo. Se ci fosse un’economia stabile, troveresti chi te le prende in montagna per l’estate, garantendoti una buona sorveglianza. Ma se tutto non va, allora vendi, allora lasci perdere, e la colpa la dai al problema simbolo, al problema che ha un nome, al lupo.

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Vitello di razza valdostana castana – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

E’ un problema facilmente comprensibile per tutti… e gli allevatori saprebbero come risolverlo, per quello ne parlano tanto? Però vorrei che chi di dovere mettesse lo stesso impegno a parlare degli altri veri grandi problemi che stanno mettendo in ginocchio le aziende della Valle. Tipo i vitelli di razza valdostana, che uno deve vendere per poter mungere e caseificare o dare il latte ai caseifici. Lo volete sapere quanto viene pagata una vitellina di 50kg di razza valdostana all’allevatore? Più o meno cinquanta euro… I più colpiti dal lupo sono i piccoli, piccolissimi allevatori, perché sono già fortemente in crisi. Dover “convivere” con il lupo, le spese aggiuntive che questo comporta, i mancati redditi, i danni di eventuali predazioni porta al collasso. I grandi allevatori (parlo soprattutto dei pastori di pecore, piemontesi o di altre regioni) pian piano si sono adattati: continuano a patire tutti questi fattori, ma li ammortizzano con la quantità e comunque hanno già del personale per badare costantemente agli animali.

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Gregge vagante in Piemonte, con uno dei cani da guardiania

Il discorso sarebbe ancora più lungo, ma la questione di base è comunque questa. Adesso ditemi, voi che leggete, che non siete allevatori: acquistate prodotti di montagna da chi vive e lavora in montagna? Sapete qual è il “giusto prezzo”, oppure nel fare la spesa puntate al risparmio sempre e comunque? Vi domandate cosa c’è in termini di lavoro, orari, fatiche, dietro quel formaggio, quel salume, quel piatto? Oppure già preferite acquistare meno, puntando però alla qualità e spendendo anche quegli euro in più, consapevoli di tutto ciò di cui vi ho appena parlato?

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Prati fortemente danneggiati dai cinghiali – Col d’Arlaz (AO)

Forse è il caso di fermarsi qui. Amici allevatori… smettetela di preoccuparvi che il lupo mangi i vostri bambini: corrono rischi ben più gravi di altro genere. Lo so che il lupo passa appena fuori dalla porta di casa di molti di noi, compresa la mia. Lo fa anche la volpe (pericolosa per gli agnelli, per il pollaio), la poiana (che non perde occasione di prendere una gallina), ma pure cervi, caprioli e cinghiali in quantità (che devastano prati e pascoli, causando danni gravissimi). La montagna è sempre più abbandonata, per quello la fauna selvatica si espande. Son stufa di vedere spacciata come “notizia” la presenza di un lupo per le strade di un villaggio di montagna.

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Bell’esemplare di toro di razza valdostana pezzata rossa – Challand-St.-Anselme

Sono tanti, sono molti più di quello che si dice, il loro territorio si espande, non c’è da stupirsi. Piuttosto c’è da prevenire i danni, attrezzandosi come si deve. E’ giustissimo chiedere di poter difendere i nostri animali dagli attacchi dei predatori, fare in modo che il lupo torni ad avere paura dell’uomo. Però non dimenticatevi di assicurare un futuro ai vostri figli, un futuro in cui fare l’allevatore sia ancora un mestiere dignitoso, dove si vendono i prodotti a un prezzo equo, consono al vostro lavoro, ai vostri sacrifici quotidiani. La passione è fondamentale, ma il vostro lavoro deve portare un reddito. Chiedete pure a chi vi rappresenta, sindacati agricoli e politici, di continuare ad occuparsi del “problema lupo”, ma… prima cercate di ESIGERE delle risposte su tutto il resto, perché non potete continuare a svendere i vostri prodotti e a pagar caro tutto ciò che vi serve per mandare avanti l’attività. Anzi, nel prezzo dei prodotti, dovreste aggiungere anche qualcosa per compensare danni e disagi legati alla presenza dei predatori. Allora sì…

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Il patrimonio dei muretti a secco

Si è molto parlato, in questi giorni, di muretti a secco, dopo il riconoscimento attribuito dall’UNESCO il 28 novembre scorso. Ma innanzitutto… che cosa è diventato patrimonio dell’umanità?

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I vigneti del Ramié a picco su Pomaretto – Val Germanasca (TO)

A leggere i titoli, sembrava si trattasse dei muretti a secco, ma in realtà si parla dell’ARTE dei muretti a secco, il “dry stone walling“. Ed è davvero arte, un’arte povera, poverissima, che racconta di convivenza dell’uomo con territori aspri, avari, difficili. I muretti a secco sono la base del territorio collinare e montano italiano. Sono stati il faticoso mezzo per poter sopravvivere laddove le pendenze naturali non avrebbero consentito le coltivazioni.

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Muretti a secco recuperati per ospitare nuove vigne – Pomaretto, Val Germanasca (TO)

I muretti hanno permesso di ricavare dei terrazzamenti su cui collocare viti, ulivi, castagni, campi di segale e patate, orti, ma anche meli, peri… Quella che un tempo era sopravvivenza, oggi è diventata in alcuni casi “agricoltura eroica”, “paesaggio” o anche “abbandono”.

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Tra i vigneti di Carema (TO)

Se ci sono chilometri e chilometri di muretti a secco celebri, frequentati da turisti che percorrono itinerari a piedi tra vigneti o uliveti, camminando tra muretti antichi o recuperati, ce ne sono secondo me estensioni ancora maggiori totalmente dimenticate, abbandonate, prossime al crollo o già franate, in aree dove nessuno si sente così eroe da ritornare.

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Muretti a secco abbandonati tra i boschi – Nus (AO)

I muretti a secco erano e sono fondamentali per mantenere un territorio difficile di per sé, ancora più a rischio quando all’abbandono si sommano precipitazioni di forza e intensità anomala. Bene tutelarli, ottimo tutelarli! Ma… adesso che l’UNESCO tutela l’arte del farli, cosa succederà? Questa è la domanda che mi sono posta… perché questi riconoscimenti stanno aumentando e prendono in considerazione generi molto vari. Tanto per dire, accanto all’arte dei muretti a secco, è stata riconosciuta patrimonio dell’umanità tra le altre cose anche la musica reggae. Giustamente, per carità! Ma qualunque arte allora è da tutelare… Questa la lista dei patrimoni immateriali in Italia.

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Transumanza in Val Chisone (TO)

Si è proposta anche la transumanza a diventare patrimonio UNESCO. E sono la prima a sperare che venga accettata. Però mi domando se tutte queste forme di tutela portino poi a qualche risultato concreto. Per esempio, nel caso in cui la candidatura della transumanza sia approvata, cosa cambierà quando un Comune porrà il veto al transito di un gregge nel suo territorio? Ci si potrà opporre in nome dell’UNESCO?

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Paesaggio ligure con evidenti terrazzamenti

Cosa accadrà adesso con i muretti a secco? Mi auguro che, dato che si tratta dell’arte, vengano dati dei fondi per tenere dei corsi dove si insegnerà a “restaurare” un muretto a secco o a costruirne uno partendo da zero. Questo è fondamentale, perché se si perde questa conoscenza, non c’è alcuna speranza per i muretti esistenti. …ma qualcuno già drizzava le orecchie per sapere se verranno erogati dei finanziamenti a chi li ristrutturerà.

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Muretti in media montagna, oggi prato pascoli, un tempo probabilmente campi coltivati – Angrogna (TO)

Io non darei dei soldi, sappiamo bene che con il denaro spesso non si ottengono i risultati sperati. Va bene finanziare corsi, va bene non tassare i terreni dove i muretti vengono ripristinati, va bene dirottare i finanziamenti di modo che il proprietario del terreni su cui vi sono i suddetti muretti non debba pagare eventuali perizie, oneri burocratici ecc. ecc

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Dettaglio di muretto a secco – Nus (AO)

Ho provato ad informarmi su come bisogna procedere in caso si voglia recuperare un muretto a secco su un proprio terreno, ma cercando in rete non ho avuto risposte chiare. Meglio andare in un ufficio tecnico comunale, per sapere se basta una Dichiarazione di inizio lavori, o una comunicazione di manutenzione ordinaria. Oppure rientrano nei beni paesaggistici sottoposti a tutela?

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Muretti abbandonati tra i boschi di castagni – Petit Fenis, Nus (AO)

Io intanto ogni giorno vado al pascolo tra questi muretti, e per me è inevitabile soffermarmi a pensare quanta fatica sia costata costruirli. Ve ne sono ovunque, a sorreggere terrazzamenti, a incanalare l’acqua in ruscelli fondamentali per portare l’acqua sui versanti aridi. La maggior parte sono abbandonati, avvolti dai rovi, non si capisce se siano i muretti a sostenere alberi… o radici contorte a far parte dei muretti.

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Il villaggio diroccato di Barmes circondato da terrazzamenti abbandonati – Saint Denis (AO)

E che dire poi dell’arte di costruire case in montagna? Quei muri spesso tenuti insieme da un po’ di fango e sabbia. Anche quello è un patrimonio che sta andando perduto…

Rifiutare un’eccellenza

L’altro giorno mi è capitato di parlare con una figlia di allevatori, sorella di un pastore di pecore. La sua famiglia da anni gestisce un locale in montagna, dove salgono in alpeggio gli animali. Qui “da sempre” si può mangiare una sana cucina casalinga, gran parte dei prodotti (come latticini e carne) è ovviamente di origine aziendale. Oggi queste strutture si chiamano “agriturismo”, ma questa è talmente conosciuta da non aver bisogno di etichette.

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Parto durante la transumanza – Valle d’Aosta

Dal momento che, in azienda, vengono allevate anche pecore, è naturale inserire anche la carne d’agnello nel menù. Lo si è sempre fatto, ma negli ultimi tempi è quasi impossibile farlo. Non è colpa di un aumento di seguaci di diete che non prevedano l’uso di carne… è l’agnello in sé a venire rifiutato. La causa non è da cercare chissà dove, semplicemente le martellanti campagne che tappezzano muri, fiancate di autobus, imperversano on-line e approdano in TV specialmente nel periodo pasquale, lasciano il loro segno. Qui viene sempre presentato l’agnello come neonato, puntando il dito soprattutto sulla crudeltà nel cibarsi di un essere così piccolo.

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Se mettiamo l’agnello, la gente non lo ordina… ma qualunque altra carne sì. E’ proprio solo l’idea, perché non è nemmeno che non piaccia, non sanno nemmeno che gusto abbia. Se glielo si fa assaggiare, poi dicono anche che è buono!” Serve ben poco dire, scrivere infinite volte che non sono quelli nelle immagini gli agnelli che si macellano e cucinano, ma animali di età e peso maggiore. Dici agnello e la maggior parte della gente associa a questo animale un esserino di pochi giorni di vita, dal quale oltretutto non si riuscirebbe nemmeno a ricavare carne!

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Transumanza – Pontey (AO)

Non ci sarà progetto di valorizzazione delle carne ovicaprina in grado di sovvertire queste campagne così martellanti, così massicce e spesso così infarcite di notizie incomplete o errate. Ciò che colpisce alcuni punti delicati della nostra sensibilità non si cancella facilmente. Inoltre si vanno a toccare simbolismi che hanno radici nella notte dei tempi… solo che, fino a non tanti anni fa, l’agnello era l’animale da mangiare specialmente in abbinamento ad alcune feste religiose, oggi invece c’è chi lo rifiuta sempre e comunque.

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Pascolo in alpeggio – Valchiusella (TO)

Non sono nemmeno vegetariani, come si diceva… magari sono persino consumatori attenti di cibo naturale, biologico, sano. Ma un’eccellenza come la carne di agnello la rifiutano. Parliamo davvero di un’eccellenza, spesso abbiamo animali di razze in via di estinzione, fortemente legate al territorio, le cui carni hanno caratteristiche nutrizionali di pregio.

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Transumanza di un gregge vagante in Valle d’Aosta – Pontey (AO)

Per non parlare poi di tutta la componente tradizionale, culturale, storica che la parola “transumanza” evoca. Si parla di inserire la transumanza tra i beni patrimonio dell’umanità UNESCO, ma a me questo sa un po’ di “museo”, di qualcosa che è scomparso o quasi, di cui bisogna mantenere vivo il ricordo o la rappresentazione di quello che è stato. La pastorizia, la transumanza, esistono ancora, ma è solo consumandone i prodotti che le si possono mantenere vive, senza bisogno di scomodare l’Unesco o chissà chi altri.

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Pascoli in attesa delle greggi – Cervieres (Francia)

Se in Piemonte metti nel menù il tuo agnello, quello che ha succhiato il latte della madre, che si è alimentata quotidianamente al pascolo, poi ha iniziato lui stesso a brucare le profumate erbe dell’alpeggio… il tuo tegame rischia di rimanere pieno in cucina anche passata l’ora di pranzo o di cena. In Francia, appena oltre il confine, abbiamo greggi che pascolano nei valloni migliori, carne di agnello IGP, e questa carne è onnipresente nei menù non solo delle piccole attività di ristorazione agricola, ma anche nei migliori ristoranti cittadini. E la nostra politica, in tutto questo, che fa? Per non parlare delle associazioni di categoria… Prima di pensare a valorizzare la carne di questa o quella razza locale, bisogna fare piazza pulita di tutta la disinformazione o la cattiva informazione legata all’allevamento e alla macellazione di ovini (e caprini). E’ carne come qualunque altra… anzi, ben sovente proprio quella delle pecore è una forma di allevamento totalmente all’opposto dell’allevamento intensivo. Se vi va bene lo spezzatino o la salsiccia, quindi non siete contrari ad allevamento e macellazione, perché non l’agnello?

No alla transumanza?

Spiegatemi… quant’è passato da quel giorno in cui si parlava della transumanza candidata a patrimonio dell’UNESCO? Avevo scritto questo articolo poco più di due mesi fa. Adesso però che la transumanza si fa cosa attuale, perché chi prima, chi dopo, tutti si metteranno in cammino verso i monti…

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Pascolo vagante – Cumiana (TO)

Come vedete in questo articolo, ci sono già stati momenti di “tensione” nel Biellese, per il passaggio di greggi. Come dicono gli amministratori intervistati, una strada non va bene perché è lastricata e gli escrementi si infilano tra le pietre… l’altra è secondaria e passa davanti alle scuole (“le mamme si lamenteranno“!!!). Poi vengono nominati comuni del Vercellese che avrebbero interdetto il passaggio di greggi e armenti.

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Il pastore lancia il suo richiamo e il gregge si incanala nella strada alle sue spalle – Cumiana (TO)

Io non dico di fare una festa della transumanza al passaggio di ogni allevatore (che si tratti di pascolo vagante o di transumanze vere e proprie), ma sollevare tutto questo polverone perché sulle strade passano animali anziché automezzi?? E’ così grave la “forma di inquinamento” che resta a terra dopo il loro transito?

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Gregge tra le case in una via di Cumiana (TO)

Mentre accompagnavo il mio amico pastore tra le borgate del mio paese, ho incontrato molta gente che mi conosce. Una signora, dopo aver fotografato e filmato il passaggio del gregge, mi ha “ringraziata” per lo spettacolo. Ma non tutti la pensano così. Certo, dopo il transito di pecore, capre, vacche, a seconda del momento (se sono appena partite dal prato dove hanno pascolato, se per qualche motivo c’è un rallentamento nel cammino) e del numero di animali, a terra di escrementi ne restano. La forma, la quantità e la consistenza varia a seconda del tipo di animale (tocca specificare tutto, ormai la gente certe cose non le sa più!).

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Ci si sposta da un pascolo all’altro per le vie di Cumiana (TO)

Mi spiace, signori, nessun allevatore è ancora riuscito a spiegare ai suoi animali che non bisogna camminare sui marciapiedi, quindi succederà che… la faranno anche lì! Parliamo però di animali erbivori. A differenza dei tanti cani (con padroni maleducati che non raccolgono con l’apposito sacchetto) in giro per i nostri paesi e città, questi animali mangiano solo erba, la loro “cacca” è un ottimo concime, se per caso qualcuno volesse uscire con la paletta a raccoglierla. Comunque, con le piogge e i temporali di questi giorni, penso che i segni delle transumanze non restino sulle strade a lungo!

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Le capre guidano il gregge tra le vie di Cumiana (TO)

Ma ditemi, qual è il problema? Non mi sembra si sia parlato di intralcio al traffico, piuttosto il nocciolo della questione è “lo sporco”. Alla fine il discorso è sempre il medesimo, non ci piace vedere e sentire i lati meno pittoreschi e romantici della realtà. Gli escrementi imbrattano le nostre macchine lavate e lucidate: ma quanto inquinamento produciamo per farle lavare? E quanto inquinamento produce l’utilizzo delle nostre auto? A quello ci pensiamo? Il bello è che spesso, a lamentarsi, sono le persone con un comportamento meno ecologico di tutti! Non so se chi va a lavorare a piedi, con i mezzi pubblici, in bicicletta sia tra i primi oppositori al passaggio della transumanza!

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Passaggio del gregge nella strada principale alla festa del Cevrin di Coazze (TO)

Eppure ogni tanto alla transumanza “facciamo la festa”. Sono in crescita le manifestazioni in cui si organizzano eventi (fiere di artigianato, di prodotti enogastronomici, concerti, ecc…) in concomitanza della salita e della discesa dagli alpeggi.

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Fiera di Bobbio Pellice (TO)

Queste manifestazioni, a scopo principalmente turistico, vanno ad aggiungersi alle tradizionali fiere e rassegne zootecniche, la cui origine risale a tempi antichi. Oggi però anche molte di esse hanno adottato la formula della “sfilata” degli animali, proprio per dare una maggiore spettacolarità al loro arrivo e per venire incontro alle esigenze del pubblico. Peraltro riscuotendo un successo sempre maggiore.

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Fiera di Pomaretto (TO)

E’ anche un elemento di orgoglio in più per gli allevatori: si sfila con i propri animali, si mostra il frutto del proprio lavoro, lo si fa tra l’ammirazione e il rispetto della gente. E’ un momento piacevole per tutti, ma sicuramente sono i giovani e giovanissimi a goderne maggiormente.

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Dove sono quei sindaci che vogliono vietare la transumanza? Dove sono quei cittadini che si lamentano per la cacca sulle strade? Vogliono dirlo loro a questi bambini, a questi ragazzini, che stanno facendo qualcosa di sporco? Io credo che tutti i bambini dovrebbero partecipare ad una transumanza, imparare la differenza tra uno sporco che si lava via in fretta e… l’inquinamento vero, quello che resta nell’ambiente, nell’acqua, nell’aria. Le contamina e le rendono letali per piante e animali. Il buon vecchio letame invece i fiori li fa crescere!

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La Dévéteya, festa di discesa dagli alpeggi – Cogne (AO)

Spero sempre che il pubblico di queste manifestazioni impari qualcosa da ciò che sta osservando. Che capisca che non si tratta di una sfilata solo ad uso e consumo dei turisti, ma un momento di vero lavoro, solo uno dei tanti giorni dell’anno in cui sempre e comunque ci si prende cura degli animali. Forse anche per quello personalmente sono contraria all’uso di abiti folkloristici durante questi momenti, si rischia di trasportare in un’altra dimensione l’attualità di un mestiere che, fortunatamente, è ancora vivo. …e allora, buona transumanza a tutti gli allevatori che, tra un paio di settimane, si metteranno in cammino. Se qualcuno dovesse lamentarsi, rispondetegli che la transumanza è stata candidata a patrimonio dell’umanità… non so se funzionerà, però…

Chi non conosce la Fontina?

Era da qualche tempo che volevo scrivere un articolo sulla Fontina. La spinta finale me l’ha data un amico valdostano che, fuori regione per motivi di lavoro, l’altro giorno ha acquistato un pezzo del suddetto formaggio per preparare un piatto tipico del suo paese, da consumare in compagnia di amici. Le sue considerazioni espresse su Facebook hanno aggiunto un tassello a questa travagliata storia…

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Fontina d’alpeggio in una bancarella di produttori a Roccaforte Mondovì (CN)

Come saprete, la scorsa estate ho girato dalla bassa all’alta Valle per raccogliere materiale e testimonianze per un libro di itinerari di prossima pubblicazione (uscirà nel 2018). Ho così avuto modo di vedere dove nasce la Fontina d’alpeggio, ascoltare le storie (e le lamentele, in alcuni casi) di chi la produce. Mi sono documentata sulla sua storia, sulle origini del suo nome e sul perché la Fontina d’alpeggio, in alpeggio, non si possa acquistare…

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Produttori con i loro formaggi alla fiera di Luserna San Giovanni (TO)

Mi era capitato, tempo fa, di sentir dire che “la Fontina d’alpeggio non esiste più, non trovi nessuno che ne abbia da vendere, ormai danno il latte ai caseifici“. Sì e no… è vero che alcuni produttori conferiscono il latte ai caseifici anche d’estate, è vero che molte delle Fontine prodotte in quota non vengano più stagionate in alpeggio, ma sono conferite “bianche” al consorzio o a privati, che si occupano poi della stagionatura e della vendita. Ma comunque, in alpeggio, la Fontina non la potete acquistare, a meno che sia stata prodotta in fondovalle o nei primissimi giorni d’alpe, perché il disciplinare prevede almeno 80 giorni di stagionatura dopo il giorno di produzione.

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Stand della Fontina a Cheese – Bra (CN)

Prima di passare ad altre considerazioni, lasciatemi dire che, secondo me, soprattutto in Val d’Aosta, la Fontina viene venduta al consumatore ad un prezzo troppo basso. Innanzitutto, la sua lavorazione: latte intero, entro due ore dalla mungitura (quindi due volte al giorno), per non parlare poi di tutta la stagionatura con salatura e spazzolamenti vari. Poi è una DOP, quindi viene controllata e marchiata, ciò che non è conforme, si scarta. Infine, il suddetto disciplinare, impone una certa alimentazione alle vacche (che sono rigorosamente di razza autoctona valdostana), quindi nella stagione invernale il fieno deve essere solo valdostano. Aggiungiamo che il territorio è interamente montano, quindi 365 giorni all’anno le condizioni di vita e di lavoro son diverse da quelle di un’azienda di pianura.

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Degustazione di Fontina d’alpeggio a Cheese – Bra (CN)

E’ vero che il disciplinare prevede l’eventuale impiego di altri alimenti che non siano solo erba e fieno, ma solo in certe percentuali e solo quelli indicati. Come vi avevo raccontato quest’estate, c’è anche un progetto a cui hanno aderito alcuni alpeggi, di non impiegare mangimi per un certo periodo d’estate. Quelle Fontine vengono vendute separatamente. Insomma, la Fontina è un formaggio conosciuto, la sua storia è antica, le sue vendite e la sua esportazione risalgono ai secoli scorsi, quando venivano i commercianti da fuori regione ad acquistarle a fine stagione d’alpeggio. Ma oggi che succede??

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La Fontina comprata in Piemonte dal mio amico, con tanto di carta e marchio ufficiali

Come vi dicevo, c’è stato un amico che, fuori regione (e ben conoscendo la buona Fontina) ha dovuto comprarne una fetta per cucinare un piatto tipico della Vallée. Così ha scritto dopo averla scartata e assaggiata: “Qualcuno sa spiegarmi… Mentre in Valle d’Aosta per il MODON D’OR fanno passerella politici e non, in Piemonte, un valdostano vuole cucinare per amici la Soupetta di Cogne. Dopo essermi procurato le spezie giuste, mi fermo in un negozio dove vendono esclusivamente prodotti di marca, mi avvicino al bancone dei formaggi che trovo veramente ben fornito, si presenta una commessa che mi domanda: Desidera? Vorrei della Fontina! La vuole di Aosta o quella dolce? La vorrei di Aosta! La commessa ne prende un pezzo ed io lo compro tutto, lei lo incarta e me lo porge, la pago €. 16,90 al kg. (per informazione la Fontina dolce si chiama Fontella). Arrivo a casa di amici, scarto la Fontina, l’assaggio, amara come il fiele. Nella speranza che qualcuno, guardando le foto sappia spiegarmi di cosa si tratta, ricordo che la Fontina dovrebbe essere il nostro fiore all’occhiello e ambasciatrice della Valle al di fuori dei nostri confini, saluto. Un valdostano amareggiato “in tutti i sensi” Ps. la crosta non l’ho grattata io.

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Fontina DOP e DOP alpeggio in vendita a Cheese – Bra (CN)

A questo punto le considerazioni da fare sarebbero molte. La prima è che, appena fuori valle, i prezzi lievitano tantissimo. Sapete che in Val d’Aosta in media la trovate a 10-12 euro al kg? Al caseificio così come dal privato, anche quelle veramente buone, così buone che viene spontaneo dire al produttore: “Te la pago di più perché non è giusto che la vendi ad un prezzo di una toma qualsiasi!“.

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Fontine e tome valdostane – Condove (TO)

Ho fatto un esperimento ed ho provato a chiedere agli amici on-line se comprano Fontina, dove e come la giudicano. Vi copio un po’ dei loro commenti. “Acquistata sempre facendo attenzione al marchio del consorzio sulla crosta. Poi quando ho tempo, da ottobre in poi, cerco di andare a trovarmi i produttori/clienti e lì il profumo e il gusto cambia con i fiori di alpeggio. Non tutta la fontina è uguale. E da un produttore all’altro cambia un po’. Il consorzio garantisce un prodotto conforme.” “Io Fontina buona qua in Piemonte non ne ho quasi mai trovata… spesso e volentieri è amara…“. “Buona quella di alpeggio e quella di caseificio acquistata in Valle, fuori dalla Valle quella dei supermercati ha poco sapore, buona quella dei piccoli negozi specializzati in formaggi.” “Buona solamente quando la comperi in Vallée. Diversamente è sempre amara.” “La sua bontà è direttamente proporzionale al prezzo, sovente prendo quella bio al Naturasì di Pinerolo, la pago 21 euro al kg ed è molto gustosa, mi è capitata di prenderla al Unes di Villar Perosa ad un costo decisamente inferiore, ma di fontina aveva solo l’etichetta.” Una voce dalla Toscana: “La fontina fa schifo… vai nei supermercati e non sa di nulla… se vai in da un casaro dove nasce e dove la fanno davvero è fantastica ragion per cui vai a sapere che ci mandano qui… una volta ad Aosta c’avrei preso l’indigestione, ce la portò un vecchietto che teneva le mucche, avrei mangiato anche la carta!” Dalla Lombardia: “Qui da noi, nei supermercati, non sa di niente e costa cara.” Altri amici invece hanno risposto indicando i nomi dei produttori da cui vanno direttamente a fornirsi, oppure la acquistano in occasione della Fiera di Sant’Orso.

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La Fontina è una sola… ed essendo una DOP non può essere fatta altrove! – Coazze (TO)

Aggiungo qualche mia esperienza personale. Il consumatore deve sempre fare ben attenzione, perché spesso viene spacciato per Fontina… del formaggio che Fontina non è! Quante volte nelle fiere mi è capitato di vedere delle “fontine” di chissà dove, ma sicuramente non valdostane!

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Parmigiano valdostano?? – Lanzo (TO)

Il plagio e i tarocchi colpiscono ogni formaggio, non ne è vittima solo la Fontina. Nelle fiere davvero si può trovare di tutto. Non è detto che il gusto sia cattivo, ma se vogliamo un certo prodotto, dobbiamo conoscerne le caratteristiche. Soprattutto poi non mi puoi vendere ad un certo prezzo un formaggio che non è quello autentico.

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Toma “fontinata” – Luserna San Giovanni (TO)

Nel caso della Fontina però, se compriamo un formaggio con un marchio, una DOP, vorremmo che sia buono! Probabilmente ci sono “tome fontinate” (in questo caso penso sia ammesso chiamarle così, sappiamo che stiamo comprando una toma prodotta con il metodo della Fontina, ma non rispettando il disciplinare della DOP e l’origine probabilmente non sarà valdostana) più buone di certa Fontina che si trova in giro! Per completezza di informazione, il Fontal è un formaggio industriale che non ha niente a vedere con la Fontina, con la sua lavorazione e con la Val d’Aosta (qui per saperne di più sul Fontal).

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Stagionatura a Merdeux – St.Rhemy-en-Bosses (AO)

I controlli in alpeggio sono molto rigorosi, l’ho sentito dire e ripetere in ogni alpeggio dove sono stata. Lo sono per tutti i formaggi, ma in particolar modo per la Fontina. Potremmo dire che ciò sia giusto, perché si tratta di una DOP, di quel fiore all’occhiello di cui si parlava prima, di quell’ambasciatrice della Val d’Aosta nel resto d’Italia, del mondo. Ma forse bisognerebbe essere più rigorosi nel resto della filiera, non solo in alpeggio! Perché sono stata in un alpeggio dove ho assaggiato un formaggio meraviglioso che non solo non può più essere chiamato Fontina (anche se era nato come tale) perché viene lasciato stagionare “abbandonato” in alpeggio… Ma non può nemmeno essere venduto, tant’è vero che l’alpigiano deve mettere il cartello “uso personale” allo scaffale dove lo tiene (andate a leggere qui).

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Fontina in vendita a Cheese – Bra (CN)

Poi però, anche in manifestazioni “di settore” troviamo delle Fontine che hanno più di un anno e che sono state confezionate e tenute sottovuoto (per quanto tempo??), come si può vedere nell’immagine sopra. E questo è il meno, tornando alla Fontina con la carta “ufficiale”, ma con la crosta tagliata dell’amico di cui sopra. E poi, per favore, rendetela più riconoscibile, più tracciabile. Tolta la placchetta dove c’è il numero del caseificio dov’è stata fatta (che poi lo può capire solo un addetto ai lavori, facendo una ricerca), il consumatore come fa a sapere se viene dal caseificio, dall’azienda agricola, all’alpeggio? Penso che in molti sarebbero disposti a pagare qualche euro in più al chilo una buona Fontina di tizio o di caio, trovandola in Piemonte o in Lombardia o in Lazio. Poi… se non è buona, so chi l’ha fatta e magari gli scrivo anche due righe attraverso internet!

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C’è scritto Fontina, ma poi si vende un po’ di tutto… – Luserna San Giovanni (TO)

Non sono così ingenua da non sapere/immaginare cosa ci sia dietro, è stato un discorso ricorrente negli alpeggi quest’estate. Ma che senso ha tenere i prezzi uniformi verso il basso? Fino a quando reggerà questo sistema? Fino a quando reggeranno i piccoli allevatori di montagna di questa regione? E soprattutto, che senso ha mandare in giro nella grande distribuzione Fontina di livello medio-basso, insapore, gommosa, per non parlare di tutta quella amara?? Pensate che c’è addirittura gente che pensa che la Fontina debba essere amara!!!!! Ci sarà sempre differenza tra un formaggio d’alpeggio e uno di caseificio, che si chiami Fontina, Asiago, Montasio o quel che è… Il consumatore deve essere consapevole e informato, deve saper scegliere e cercare, ma non deve nemmeno essere imbrogliato quando paga anche caro un formaggio marchiato, che dovrebbe avere certe caratteristiche garantite. Buon appetito a tutti…

 

Per tutto questo devo dire grazie a mio papà

Per concludere le mie visite in alpeggio, sono salita in Val d’Ayas, una vallata che offre molto dal punto di vista escursionistico e paesaggistico. La mia meta ovviamente era un alpeggio dove si producono (e vendono) prodotti caseari, ma anche un villaggio walser molto particolare. Nonostante avessi già visto delle foto, non ero del tutto pronta per quello che avrei trovato lassù.

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Mascognaz – Val d’Ayas (AO)

Mascognaz, questo è il nome della località. Qui potete trovare un po’ di informazioni sulla storia di questo antico villaggio e sulle polemiche legate al suo recupero/trasformazione. Inevitabilmente ci sarà stato un periodo in cui il posto è stato oggetto di cantieri, ma oggi il villaggio è un piccolo gioiellino. Si tratta di un hotel di lusso, ben integrato con la realtà che lo ospita. Esternamente le baite hanno conservato le loro caratteristiche, mentre all’interno troviamo ogni comfort. “E’ un hotel a 4 stelle con clientela molto selezionata, italiani e stranieri. E’ venuto anche Sarkozy con Carla Bruni…“, mi racconta Aurelio, facendomi fare il giro turistico del villaggio.

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Mascognaz – Val d’Ayas (AO)

L’alpeggio e il villaggio con i suoi ospiti non sono in contrapposizione, anzi! “Il turista ci dà da vivere. Poi hanno capito che senza l’agricoltura e allevamento, Mascognaz non sarebbe Mascognaz! Gli stranieri comunque sono più consapevoli. Quando hanno aggiustato qui, il padrone si è sempre confrontato con mio papà. Io passo con le bestie nel villaggio per andare a pascolare. Poi, quando scendiamo, mi fanno mettere il liquame sui prati intorno alle baite, per avere l’erba migliore.” Aurelio mi porta all’interno, scambiamo due parole con il personale, la visita continua, poi torniamo sui pascoli. “I miei hanno fatto una vita dura qui… Usavamo 7-8 stalle, tutte da pulire a mano con la carriola.

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La famiglia Vercellin – Mascognaz (AO)

Veniamo qui da 50 anni. Mio papà ha comprato nel 2000, abbiamo subito ristrutturato. Quando noi ci siamo spostati qui, nell’alpeggio nuovo, hanno iniziato  lavori per l’albergo. Adesso ho anche preso un altro alpeggio più sopra. E’ stato un rischio, ci ho pensato a lungo, ma sono contento di averlo fatto. Il giorno dopo averlo preso, ho incontrato due imprenditori qui della zona e mi hanno detto che avevo fatto bene: <<Pensa da lassù tuo papà come sarebbe contento!>>. Mi ha toccato il cuore, mi ha fatto luccicare gli occhi! Per tutto questo che ho qui, devo dire grazie a mio papà.

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Uscita mattutina verso i pascoli – Mascognaz, Val d’Ayas (AO)

Quando sono arrivata a Mascognaz, c’erano 4 gradi alle 8:00 del mattino e la mandria stava per uscire verso i pascoli, accompagnata dal più giovane della famiglia, Denis. Entrambi i figli di Aurelio hanno frequentato l’Institut Agricole di Aosta, Sylvie ha appena finito i tre anni: “I miei genitori dicono che è una scuola che non prepara abbastanza, che non ho niente in mano, ma abbiamo fatto sia teoria, sia pratica. Però a fare i formaggi ho imparato soprattutto dalla nonna…

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Sylvie estrae la cagliata, Mascognaz – Val d’Ayas (AO)

Quest’anno è il primo anno che nonna Clara si è un po’ fatta da parte, lasciando a Sylvie il posto in casera. “Per tutta la vita, due volte al giorno, ho sempre fatto formaggi… Da queste parti, dire Mascognaz voleva dire Fontina, negli altri alpeggi non riuscivano a farla, non veniva…“, racconta Clara.

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La cantina, Mascognaz – Val d’Ayas (AO)

Questo però è il primo anno che a Mascognaz di Fontine non se ne producono più: in cantina ci sono solo formaggi, con tanto di marchio. “Sono 5-6 anni che facciamo il Mascognaz, sono stato il primo a registrare e depositare il marchio del formaggio qui in valle. Ci troviamo bene, abbiamo meno spese e un prodotto più valorizzato. Ho fatto per vent’anni il marchiatore di Fontine, quindi conosco bene la realtà della Valle… Riesco a vendere tutto il mio prodotto qui in alpeggio, ho più richiesta che produzione, secondo me è un gran bel risultato.

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Paola nel punto vendita – Mascognaz, Val d’Ayas (AO)

Aurelio è un assiduo lettore di questo blog. Non è stato lui ad invitarmi a salire qui, ma il suo nome mi è stato fatto diverse volte dai miei “suggeritori”.  “Ho letto che tanti si lamentano dei turisti in alpeggio… qui sono rispettosi, certamente bisogna usare le buone maniere! Però sono i turisti che ci danno da vivere. C’è un cartello davanti al villaggio che invita a rispettare i pascoli, la pulizia. La gente che viene qui, sono dei signori in tutti i sensi.

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Alpe Mascognaz, Val d’Ayas (AO)

Per avvicinare ancora di più il turista all’alpeggio e alle sue produzioni, su prenotazione, è possibile organizzare delle visite. “A volte può essere anche un po’ una perdita di tempo… ma fa anche piacere quando la gente è interessata. Abbiamo molta richiesta anche di burro, avrei le attrezzature per fare lo yogurt, ma ho lasciato perdere. Ci volevano tutte le schede tecniche di ogni marmellata che mettevi nello yogurt… troppa burocrazia.

Aurelio e Denis, Mascognaz – Val d’Ayas (AO)

Sapendo della mia venuta, Aurelio aveva lasciato da pascolare un pezzo particolare, dove il panorama era migliore per scattare le foto. “Sai che è la prima intervista che mi fanno? Foto me ne hanno fatte tante… ma intervistarmi, è la prima volta!” Ci tiene a raccontarmi la sua vita, che in fondo è storia semplice. “Le soddisfazioni maggiori sono quelle di venire in alpeggio, essere proprietari e sapere che la clientela apprezza il tuo prodotto!

Denis e la sua prima mucca, Mascognaz – Val d’Ayas (AO)

Il futuro per questo alpeggio sembra garantito, i figli paiono aver ereditato la passione e l’entusiasmo dei genitori. Riparto mentre arriva gente a comprare formaggio, poi altri amici in visita… la stagione non è ancora terminata, visto che la famiglia Vercellin resterà qui fino ad ottobre.

La gente si lamentava perché passava negli alpeggi e non trovava niente

Sempre grazie al passaparola degli amici, eccomi questa volta a Valtournenche, accompagnata da Liviana, che mi porta da Laura e Loris, amici di famiglia che gestiscono un alpeggio da quelle parti, producono e vendono formaggi. Proprio quello di cui ho bisogno io! Tra l’altro, questo alpeggio mi era già stato indicato anche da un altro “informatore sul campo”.

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Uscita dalla stalla – La Manda, Valtournenche (AO)

Arriviamo quando le vacche stanno per essere slegate, cioè stanno per uscire verso i pascoli. Un saluto veloce a tutta la famiglia, poi decido di seguire Loris, così posso scattare un po’ di foto approfittando della bella luce del mattino e del cielo ancora abbastanza azzurro. Le previsioni sono incerte, il tempo dovrebbe peggiorare, quindi è meglio non perdere l’attimo.

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In cammino verso i pascoli – La Manda, Valtournenche (AO)

Oltretutto, nei pressi dell’alpeggio il Cervino non si vede, è coperto da un costone, quindi seguendo la mandria dovrei arrivare dove si vede almeno la sua sommità. Loris accompagna gli animali e resterà con loro fino al momento di rientrare, così io ritorno sui miei passi per andare a fotografare Laura che sta lavorando il latte, poi sarà la volta delle domande.

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Laura rompe la cagliata – La Manda, Valtournenche (AO)

Loris al pascolo non rinuncia, quindi è toccato a me fare la casara. Poi le donne… hanno più pazienza! Era già il ruolo di mia nonna, mia mamma va ancora in alpeggio con mio fratello, la nuora e tutta la famiglia, è ancora lei che fa i formaggi. Sono due anni che trasformiamo qui in alpeggio, prima davamo il latte al caseificio. Il padrone dell’alpeggio ha messo a posto i locali, è stato anche lui a spingerci a lavorare il latte.

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La stagionatura dei formaggi – La Manda, Valtournenche (AO)

Qui turisti ne passano tanti, salgono con l’ovovia e fanno il percorso del Balcone del Cervino. La gente si lamentava perché passava negli alpeggi e non trovava niente da comprare! Qui nella zona di Cervinia adesso ci siamo noi, Didier e Gildo che fanno formaggi, tutti gli altri conferiscono. Turismo ce n’è parecchio!

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Il Bedzo – La Manda, Valtournenche (AO)

Abbiamo fatto la scelta di non fare Fontine. Passano quattro mesi prima di poterle vendere, oppure le fai e le dai alla cooperativa, ma qui per la gente che passa non hai niente. Allora ci siamo creati un nostro prodotto, il Bedzo, che vuol dire formaggio nel patois di qui. Produciamo, stagioniamo noi, minimo 60 giorni, e ce li vendiamo. E’ una scelta che funziona bene. D’inverno invece conferiamo alla Centrale del latte.

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La famiglia Pieiller – La Manda, Valtournenche (AO)

Questo alpeggio è ancora a conduzione interamente famigliare. Ethel e Ellis, le due figlie, hanno un’età in cui possono ormai aiutare i genitori. La maggiore studia all’Institut agricole, mentre la minore ha scelto un indirizzo turistico. “E’ dura essere madre e allevatrice perché… i figli non te li godi. Alla sera finisci i lavori e loro sono già a dormire. Stiamo più insieme d’estate.

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Sui pascoli di La Manda – Valtournenche (AO)

Torno sui pascoli e raggiungo Loris. “Non devi filmare, no? Solo domande? Io non fatico a parlare se tu scrivi, ma quando mi hanno intervistato con le telecamere, lì non sapevo cosa dire!“. Sicuramente non gli manca la parlantina, così mi faccio raccontare la sua storia.

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Loris e una delle sue vacche castane –

Bestie ne ho sempre avute, ma io facevo un altro lavoro, lavoravo per una ditta che distribuisce bevande. Più che altro erano i miei nonni che ne avevano. Poi ho sposato Laura, la sua famiglia già andava in alpeggio. Prima tenevamo le bestie giù, poi c’è stata l’alluvione nel 2000 e ha danneggiato i prati, così nel 2001 abbiamo iniziato a venire in alpeggio, all’inizio eravamo dall’altra parte della vallata, sempre qui a Valtournenche.

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Al pascolo al cospetto del Cervino – La Manda, Valtournenche (AO)

Una volta avevo solo vacche nere, poi abbiamo preso le bianche e rosse, per la resa. Solo con le nere non riesci a campare. Teniamo giù i manzi bianchi e rossi per pulire i prati brutti dove non possiamo sfalciare. Il fieno me lo faccio io, il primo taglio prima di salire, poi per il secondo viaggio su e giù. Quando non ci sono… la moglie e le figlie tirano fuori un po’ più di grinta!

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In quella foto c’è un po’ del mio cuore” – La Manda, Valtournenche (AO)

Le reine sono una… malattia, e pure contagiosa! Sono un qualcosa in più, ma danno anche l’input per andare avanti. Però non deve essere basato tutto su quello. Due o tre volte all’anno le porto alle battaglie, sono accanito… perché ci tengo, ma non sono di quelli che vogliono ad arrivare a tutti i costi.

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Chi già rumina e chi pascola – La Manda, Valtournenche (AO)

Più tardi, a tavola, con degli amici di Loris arrivati dal Piemonte, anche loro appassionati, dopo qualche parola sul tempo, sulla siccità, i temporali e la resa del fieno… il discorso sarà poi quasi esclusivamente dedicato alle reines e alle battaglie, non solo quelle della Vallée e del Piemonte, ma anche quelle svizzere. E Loris si arrabbierà perché non riusciva a ricordarsi il nome di una vincitrice alle finali svizzere…

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Al pascolo con i ghiacciai sullo sfondo – La Manda, Valtournenche (AO)

E’ un mondo particolare, quello degli appassionati di reines. Vedono una foto di una vacca e la riconoscono, sanno il suo nome e quello del suo proprietario, dove e quando ha vinto un combat, se è stata acquistata o se è nata nella stalla del suo padrone. Se ha avuto figlie vincitrici o se è lei figlia di una reina famosa… “Hanno un qualcosa in più nel carattere“, mi diceva Laura davanti alla stalla. “Una bianca e rossa, anche se la coccoli, non viene a farsi accarezzare e grattare prima di entrare in stalla come invece fanno le nere!

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Rientro dal pascolo mattutino – La Manda, Valtournenche (AO)

Nella baita c’è un pesce rosso, un coniglietto nano. Fuori razzolano le galline, una gatta gioca con il suo micino. C’è una capretta che segue Loris al pascolo e gli da i baci. “Viene anche in casa a prendere il biscotto… Io ho una grande passione per tutti gli animali. Bisogna rispettarli quando sono in vita, però… è un circolo, li allevi e sai che verrà il momento di macellarli, non puoi allevarli tutti. E’ la vita, appunto. La gente non capisce, se c’è l’allevamento, c’è anche la macellazione.

Manca tanta valorizzazione

In attesa del libro sulle capre (sì, uscirà in autunno, ad ottobre), ho iniziato a lavorare al nuovo testo che mi è stato commissionato, cioè un’opera “alla scoperta degli alpeggi valdostani”, su modello di quello che Monterosa Edizioni aveva già realizzato sul territorio ossolano. E così su questo blog vi proporrò stralci delle chiacchierate fatte in alpeggio con gli allevatori che incontrerò lungo gli itinerari.

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Pascoli in fiore a Vetan (AO)

Sì, perché il libro abbinerà le escursioni al territorio: in montagna sul territorio ci sono gli alpeggi, con le persone che ci lavorano e gli animali, bovini, ovini, caprini. Per il Piemonte era sicuramente stato più semplice realizzare un’opera “portando” gli escursionisti ad apprezzare questa realtà anche attraverso i prodotti, dato che è normale poter acquistare latticini in alpeggio se su quei pascoli ci sono animali da latte. In Val d’Aosta la storia è un po’ diversa. Forse anche per questo ho accettato volentieri la “sfida”: c’è necessità di condurre il pubblico a scoprire un mondo che sembra essere sempre più “alieno”.

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Una delle innumerevoli sculture lignee lungo il percorso di salita al rifugio Mont Fallere – Vetan (AO)

Ho iniziato così la mia avventura da un itinerario già molto conosciuto ed apprezzato, quello che porta al Rifugio Mont Fallere, lungo il “museo a cielo aperto” che caratterizza questo percorso. “Il rifugio non era sui percorsi più classici, tipo le alte vie, e non ci sono grandi vette, così Siro, il gestore, si è inventato questa cosa delle sculture. Ce ne sono lungo tutto il sentiero ed è difficile riuscire a vederle proprio tutte, ce n’è un centinaio…“. Così mi racconta Gilberto Marcoz. “Buona parte dell’itinerario è sul mio alpeggio. Ci sono anche altri alpeggi e un’azienda che fa anche escursioni a cavallo, ma quando è stato creato l’itinerario, nessuno è stato convocato. 

Isolettaz – Vetan (AO)

Oltre a questo alpeggio, ne uso uno più in là, alla stessa quota, Vulmian. Se la gente passasse agli alpeggi, qualcosa venderesti. Sarebbe bello poter mettere uno chalet sul sentiero per vendere i prodotti, ma qui da noi c’è troppa burocrazia. Ogni tanto vado in Svizzera, nel Vallese, e là tutti gli alpeggi hanno il posto dove mangi i prodotti e li acquisti pure. Se vuoi farlo, chiedi il permesso, in 15 giorni ti danno l’autorizzazione e puoi partire con i lavori seguendo quello che ti richiedono. Poi vengono a fare i controlli a sorpresa e ti multano se non ha rispettato le norme. Ho visto un posto dove hanno fatto il locale in una parte della stalla, una porta la stalla, l’altro il ristorante. Qui l’ASL non ti darebbe il permesso. 

Vacche di razza valdostana castana al pascolo – Vetan (AO)

Sia qui, sia in fondovalle, mungiamo e lavoriamo noi il latte. Facciamo Fontina: è una DOP, c’è un disciplinare da seguire ed è un prodotto conosciuto, ma manca molta valorizzazione. Vendo alla cooperativa, si occupano loro della stagionatura, poi qualche forma me la riprendo per venderla direttamente. Ce la pagano poco, per essere una DOP, e quella di alpeggio la pagano solo 30 centesimi /Kg più dell’altra.

Gilberto e i suoi animali – Vetan (AO)

Al turista bisogna spiegare come si fa la Fontina, due lavorazioni al giorno, e questo è impegnativo. Poi la Fontina che puoi trovare in alpeggio è quella di fondovalle, perché c’è un minimo di 90 giorni per la stagionatura. Quindi le migliori Fontine di alpeggio si mangiano a Natale! Servirebbero degli chalet al fondo delle piste da sci, per esempio, dove vendere la Fontina spiegando queste cose.

Abbeverata – Vetan (AO)

Al turista di cose da spiegare ce ne sarebbero molte, da quel che mi racconta Gilberto. “L’alpeggio è un luogo di lavoro, quindi è di qualcuno, la gente se ne dimentica, sia chi ha la seconda casa, sia chi passa soltanto. Chi compra una casa su di qua, la prima cosa che fa è recintare il suo pezzo, poi pretende di sdraiarsi a prendere il sole nei miei pascoli. Ti racconto una cosa… dove metto la batteria per dare corrente al recinto, ho sempre un secchio per avere dell’acqua per bagnare il terreno dove pianto il picchetto della terra. Alla sera lo trovo pieno di immondizia… Certo, non tutti si comportano male, c’è chi saluta, chi lega il cane appena vede le bestie, ma ti ricordi di più quelli che si comportano male. Manca il rispetto!

La reina – Vetan (AO)

Gilberto alleva vacche di razza valdostana castana ed è anche un gran appassionato di Battaglie delle Reines. “Già mio nonno e il mio bisnonno avevano questa razza. Adesso ci sono due categorie di allevatori, chi le tiene per viverci, come me (e quindi devono anche avere latte) e l’hobbista che guarda solo che l’animale batta e se ne frega delle produzioni. Bisognerebbe dare la precedenza come regole a chi lo fa per vivere. Le battaglie sicuramente contribuiscono a mantenere vivo l’allevamento, ma adesso siamo in crisi.

Mandria al pascolo – Vetan (AO)

Parliamo dei problemi del settore, i contributi economici bloccati o che tardano ad arrivare fanno sì che le aziende fatichino ad andare avanti. “In passato abbiamo sicuramente avuto tanti aiuti per la viabilità degli alpeggi e per ristrutturare le strutture. Questo ha voluto dire tanto per la gestione dell’alpe. La montagna è bella quando c’è il sole, ma l’allevatore è su anche quando fa brutto tempo e ha diritto pure lui a farsi una doccia calda la sera, poter mettere ad asciugare gli scarponi e la giacca.” Avrò molto da imparare e da raccontare in quest’estate tra gli alpeggi della Vallée. Gli argomenti sono quelli “di sempre”, che accomunano gli allevatori in ogni parte delle Alpi (e non solo). Sicuramente però ascolterò nuove storie e vedrò meravigliosi panorami. Qui più che mai è necessario raccontare alla gente (turisti, escursionisti, ecc.) cosa sia il mondo dell’alpeggio.