Il paesaggio non è solo “natura”

Non c’è pandemia che tenga. Ci avviciniamo a Pasqua e fioriscono non solo mandorli, peschi e albicocchi, tutti gli anni si ricomincia con la campagna contro la macellazione di agnelli e capretti. Che volete farci, toccherebbe tutti gli anni spiegare perché questi animali verrebbero comunque macellati. L’ho già detto e scritto più volte, potete andare a rileggere qui, qui e qui.

Capretti nati nelle scorse settimane, al pascolo con le madri – Petit Fenis, Nus (AO)

Quest’anno da noi sono nati quasi tutti capretti maschi… Spiace perché si sa che non si potranno allevare. Non possono diventare dei riproduttori nella nostra stalla e solo qualcuno potrà interessare come futuro becco ad altri allevatori. Posto il caso che uno volesse considerarli “animali da compagnia”, metti anche che uno li castrasse per non macellarli… Poi? Dove li teniamo? Lo spazio è quello che è… Non fatevi illudere da quelli che dicono che allevano senza macellare nulla. Non è sostenibile, è impossibile mungere se hai agnelli, capretti, vitelli che succhiano il latte. Continueranno a farlo fin quando la madre avrà latte, smetteranno solo allora. O hai due capre proprio solo da compagnia e non le fai partorire, o la macellazione, anche solo per autoconsumo, è inevitabile.

L’immagine di una delle campagne contro le macellazioni: da notare come si assimili l’agnello ad un neonato per impressionare il consumatore (immagine dal web)

Comunque, oggi scrivo lo stesso, perché nei giorni scorsi ho visto un post sull’argomento nella bacheca di una persona che era tra i miei contatti e che, di professione, è accompagnatore naturalistico in Piemonte. La sua non è una professione improvvisata, si segue un corso apposito, si devono avere determinate competenze e conoscenze, come potete leggere sul sito della Regione Piemonte.

Agnelli di razza biellese – Canavese (TO)

Ciascuno, nella sua vita privata, può seguire la dieta che preferisce… per motivi etici, religiosi, di salute, per moda o per gusti personali. Ma quando un accompagnatore naturalistico scrive un post dove vengono insultati i ristoratori del territorio che, in questo difficile momento, propongono nel menù da asporto per le festività pasquali carne di agnello… la cosa mi risulta indigesta. E lo è ancora di più vedendo a corredo del post una foto di un agnello riccioluto di razza non locale.

Casa di montagna: non mancava mai la stalla e il fienile, spazi talvolta più importanti di quelli “abitativi” per le persone – Elva, Valle Maira (CN)

A questo signore sembra assurdo che, nel XXI secolo, si possa ancora essere così trogloditi da allevare, macellare e consumare degli esseri viventi. A me invece sembra assurdo che una persona che esterna simili pensieri possa accompagnare la gente alla “scoperta” del territorio di una vallata alpina piemontese, ricca di storia, tradizioni e prodotti inscindibilmente legati all’allevamento.

Anche se ormai spesso abbandonati, vi sono chilometri e chilometri di muretti a secco che modellavano il paesaggio – Valle di Champorcher (AO)

Io, operatore economico di una vallata alpina, mi sentirei danneggiata dalle frasi scritte da quel signore. Vorrei che chi accompagna i turisti a visitare il “mio” territorio mostrasse sì il fiore raro, le particolarità geologiche, le iscrizioni rupestri, il branco di stambecchi e il lago alpino, ma vorrei anche che insegnasse a leggere il paesaggio, le strutture e le architetture tradizionali. Perché tutte le vecchie baite hanno stalle e fienili. Perché ci sono terrazzamenti dove l’uomo coltivava strappando spazi ai ripidi pendii, ma vi sono (erano) anche prati e pascoli, a quote diverse. In quota poi si incontreranno i vasti pascoli degli alpeggi, là dove passerà accompagnando i turisti verso un colle, una vetta… Cosa dirà ai turisti, vedendo mandrie e greggi? Non spiegherà loro se si tratta di animali appartenenti a razze locali, magari in via di estinzione, recuperate e valorizzate grazie a progetti di tutela. Tacerà o dirà ai turisti che sono barbare forme di sfruttamento perpetrate da uomini e donne che non hanno saputo evolversi?

Alpeggio e vacche al pascolo – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Soprattutto non indirizzerà i turisti all’acquisto dei formaggi negli alpeggi o nei punti vendita del fondovalle. Non saprà consigliare i prodotti tipici, i ristoranti dove si cucina con ciò che di meglio offre il territorio. L’accompagnatore deve saper spiegare la storia e il folklore, ma se parla con toni così duri di chi alleva e di chi si nutre di carne, come fa a spiegare la storia di una vallata alpina? Certo, anticamente di carne se ne mangiava ben poca, ma in montagna è sempre stato l’allevamento a permettere la sopravvivenza per 365 giorni all’anno. Fosse anche solo il latte di una capra… Ben vengano i ragionamenti e i confronti tra l’allevamento di un tempo e su quello, spesso troppo “spinto” dei giorni nostri. Ben vengano le riflessioni sull’attuale consumo di carne, molte volte eccessivo e di scarsa qualità, sugli sprechi alimentari attuali e sulla cucina di un tempo, dove non esisteva lo scarto, dove tutto trovava un impiego e anche un “recupero”.

Allevamento e paesaggio: la fienagione – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)
Pascoli di alta quota – Valle Maira (CN)

E poi, visto che il nostro “amico” si appella alla pandemia, dicendo che dovrebbe aiutarci a ragionare meglio, a essere più consapevoli, lo faccio anch’io. Vi invito a cercare in rete, se già non avete un locale o un fornitore di riferimento, chi propone carni locali nei menù. O anche aziende che vendano carne dei loro agnelli/capretti, nel caso preferiste cucinarle voi stessi. Quest’anno più che mai fareste un gesto importante non solo per sostenere l’economia locale, ma anche il morale dei produttori e della ristorazione.

Occhio all’etichetta! (immagine dal web)

Se invece non avete modo di acquistare direttamente da un produttore, nel negozio/macelleria/supermercato leggete sempre bene le etichette, che si tratti di animali nati, allevati e macellati in Italia.

Le fontane, nei villaggi, servivano anche per abbeverare gli animali, dal momento che non c’erano sistemi per l’abbeveraggio in stalla – Biel (AO)

Sensazioni agrodolci

A due giorni dall’iniziativa dedicata alle donne forti del mondo rurale, sto cercando di mettere in ordine le emozioni. Sì, perché innanzitutto è stato emozionante. La giornata è partita in sordina, chi fa questo mestiere si alza presto, al mattino, così fin da prima dell’alba iniziavano a vedersi qua e là i primi post, le prime foto. A mano a mano che terminavano i lavori nelle stalle, nelle cascine, ecco che Facebook veniva invaso da immagini di donne al lavoro.

Poi non sono più riuscita a star dietro al tutto, mi arrivavano messaggi, notifiche, segnalazioni del fatto che addirittura dei Comuni avevano aderito all’iniziativa. Per non parlare di associazioni legate a vario titolo al mondo rurale. C’è stato anche un articolo sul Corriere. Perdonatemi, per la mia scarsa attenzione a tutti gli strumenti tecnologici, sommersa dai messaggi su facebook, non ho controllato le e-mail, così non ho saputo che il Rai3 nazionale cercava di contattarmi per un’intervista da mandare in onda nell’edizione delle 19.

Ciascuno ha dato il senso che preferiva all’iniziativa. Come vi avevo spiegato nel giorni scorsi qui e qui, il flash mob era dedicato alle donne del mondo rurale, che alla forza fisica molto spesso devono unire un’immensa forza d’animo (e non solo) per riuscire letteralmente ad andare avanti. Nel lavoro, nella vita, in ambito famigliare. Perché vi sono tante forme di violenza, sopraffazione, discriminazione, sottomissione, pregiudizio. Molti hanno scelto di dedicare #donneforti alla memoria di Agitu Ideo Gudeta, l’allevatrice uccisa in Trentino. Quel gesto ha toccato fortemente buona parte del mondo agricolo e non solo. Ciascuno l’ha vissuto a modo suo, chi ricordando un episodio accadutogli personalmente, chi ha compreso per la prima volta che il mondo rurale non è quell’idillio che immaginava, chi è rimasto toccato da un gesto violento ingiustificabile.

Alla luce di quanto letto, visto e sentito nell’ambito di #donneforti, la mia impressione è stata quella di un bel momento di unione. Grandi emozioni nel vedere immagini di forte umanità e un senso di comunità. “Mi sono sentita meno sola“, ha scritto un’allevatrice. Già questo è stato un grandissimo risultato, specialmente in questi giorni in cui tutti ci sentiamo soli, isolati.

Non hanno aderito solo donne. Parlo dei post che ho potuto vedere io, o perché sono sono stata taggata, o perché pubblicati da amici e contatti social, o perché in gruppi Facebook di cui faccio parte (le statistiche di facebook riportavano oltre 10.000 post con l’hashtag #donneforti, ieri sera). Ci sono stati anche uomini che hanno dedicato le loro parole a mogli, compagne, madri, nonne, sorelle.

Oltre a ciò che si è potuto vedere on-line, ci sono stati numerosi messaggi che ho ricevuto in privato. Alcuni letteralmente da brividi, in cui donne che non conosco personalmente mi hanno rivelato storie tristi, crude, terribili. Difficoltà nel lavoro perché donne, quindi vittime di intimidazioni anche cruente (animali uccisi, incendi o altri danneggiamenti all’azienda). Violenze famigliari. Discriminazioni di vario tipo.

Riporto uno di questi messaggi, che lanciano un segnale di speranza. E’ Adriana che parla: “Non è mai stato facile essere donna in questo ambiente maschile e maschilista. Ho provato a dimenticarmi di essere donna, ho provato a diventare asessuata e forte per essere accettata, ma ho scoperto che solo fiorendo da donna posso dare il mio contributo al domani, ad un futuro più roseo per mia figlia e mio figlio e per tutti i giovani che vorranno prendere fra le braccia i nostri animali, la nostra terra ma soprattutto la nostra storia. Con questo evento di oggi lei, insieme a tutte, abbiamo dato coraggio a molte di noi. Vedo i sorrisi di molte, anche solo nell’immaginazione.

Purtroppo c’è stato anche chi non ha capito il senso dell’iniziativa, lo ha mal interpretato, lo ha distorto. Come ho avuto modo di spiegare a chi mi ha attaccata personalmente, bisogna andare oltre al singolo gesto, ai rancori personali, alla conoscenza diretta di un episodio che ha riguardato questa o quella donna. Nessuno è perfetto, tutti commettiamo degli errori, in ogni caso la violenza non è mai giustificata o giustificabile.

Non posso nascondervi poi l’amarezza nel vedere certi commenti decisamente volgari sotto foto di ragazze che hanno pubblicato le loro immagini con gli animali. Il fatto che questi episodi siano successi fa sicuramente dire con ancora più forza che l’iniziativa di #donneforti ha avuto un senso.

Tutte le immagini di questo post sono state pubblicate su Facebook nell’ambito di #donneforti. Alcuni sono collage realizzati dai diretti interessati, altri li ho creati io con alcune delle centinaia di foto che ho visto.

Adesso tocca a voi

Sabato 21 marzo gli allevatori si sono fatti sentire. E’ stata una giornata emozionante: alle 11:30 qui l’intera valle si è letteralmente riempita di suoni, ancora più potenti nel silenzio quasi totale di questi giorni in cui non circolano molti mezzi. Poi, per tutto il resto del giorno, campani e campanacci hanno continuato a risuonare sui social.

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Flash mob a Bobbio Pellice (TO) – foto D.Bonnet

Quando abbiamo lanciato l’idea, non avevamo tenuto conto di un elemento: i bambini! Per loro sabato è stata finalmente una giornata diversa dalla strana quotidianità di queste settimane. Ci sono state le ore di organizzazione dell’evento, i minuti in cui si suonava e poi ore a vedere e rivedere i video all’infinito.

Come si era detto, ciascuno ha suonato con il proprio spirito: chi solennemente, chi con dolore, chi con forza, quasi a scacciare il male, chi, paradossalmente, in silenzio, dando al suo gesto una forza immensa.

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Flash mob in silenzio – Quart (AO) – foto E.Roullet

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Campane da lutto – Valli di Lanzo (TO) – foto CA Solero Sevan

 

La solidarietà degli allevatori e degli appassionati di campane non si ferma a questo gesto simbolico. Parallelamente al flash mob, in modo del tutto spontaneo, molti artigiani vicini al mondo zootecnico stanno organizzando un’asta dove vendere campane e collari in cuoio realizzati per scopo benefico.

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Solidarietà e beneficenza – foto S.Meglia

Adesso però tocca a voi, a voi che avete ascoltato. Gli allevatori vi hanno detto che loro ci sono e che, nonostante tutto, cercano di continuare il loro lavoro. Mungono, caseificano, immettono o immetterebbero sul mercato carne, latte, latticini. Voi, anche se siete confinati a casa… mangiate! Anzi, avete più tempo per cucinare e potete svolgere questa attività con i vostri bambini, passando il tempo insieme.

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Molti allevatori sui social hanno pubblicato una foto delle loro campane con la scritta “Noi ci siamo” – Valle d’Aosta – foto E.Yeuilla

Quando andate a fare la spesa, scegliere prodotti che provengono dall’Italia. Così aiutate gli allevatori in questi giorni difficili, ma anche gli agricoltori e tutti gli operatori del settore della trasformazione. Fate più che mai attenzione alle etichette, alla provenienza… Ma informatevi anche sulle aziende agricole della vostra zona, moltissime si sono organizzate per recapitare a domicilio i loro prodotti. Questo è quello che potete fare… e mi auguro che continuerete a farlo anche quando l’emergenza sarà passata.

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C’è anche Quincinetto (TO) – foto L.Motta Frè

La guerra dei poveri

Osservo spesso sui social accesi “dibattiti”, per non dire di peggio, tra persone che hanno idee, punti di vista differenti. Non sto parlando di politica, resto nel mio settore, quindi di tematiche e problematiche inerenti il mondo zootecnico rurale, montano. A me non piacciono le persone che urlano, quindi nemmeno questi scambi scritti in cui ci si insulta anche senza conoscersi.

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Pascoli di mezza montagna – Verres (AO)

Talvolta si tratta di interlocutori appartenenti a “mondi” differenti, e allora potrei quasi arrivare a capire l’incomunicabilità, la mancanza di qualsiasi argomento in comune, l’incapacità di comprendere le ragioni altrui. Ma ciò che mi ferisce e mi fa pensare non poco sono le parole grosse tra allevatori che si trovano ad affrontare lo stesso problema, anche se in zone o in condizioni differenti. Invece di spiegare o di chiedere informazioni sulle motivazioni, scatta l’insulto.

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Capre in una battaglia spontanea al pascolo – Nus (AO)

Questa incomunicabilità, o meglio, questa visione chiusa l’ho potuta toccare con mano qualche settimana fa durante una trasferta in Centro Italia, dove ho incontrato persone provenienti da differenti regioni. Queste sono ottime occasioni per scambiare idee e conoscere altre realtà, secondo me. Infatti così è stato, ma mi è anche capitato di sbattere contro alcuni muri. Un esempio? Si parlava di predazioni, e mi è stata chiesta qual è la reale percentuale di attacchi ad opera del lupo e quale da parte dei “branchi di cani randagi.”

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Cani randagi nel Centro Italia (foto dal web)

Ho spiegato che dalle mie parti ci possono certamente essere attacchi che non sono attribuibili al lupo, ma branchi di cani randagi non ce ne sono. Può esserci qualche cane vagante, perso o scappato, ci sono cani che hanno un padrone, ma vengono lasciati liberi per un certo periodo del giorno. I miei interlocutori hanno insistito sull’argomento, da loro ci sono questi branchi di randagi, soprattutto intorno alle città, ma anche in campagna, e possono essere pericolosi persino per l’uomo. Io non ho messo in dubbio queste loro affermazioni, perché avrei dovuto? Loro però non hanno creduto alle mie parole sul fatto che, dove vivo io, non ci siano cani randagi.

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Capre valdostane in stalla – La Salle (AO)

Se le cose vanno così faccia a faccia, figuriamoci nel mondo virtuale, dove non sempre ci si spiega a dovere o dove le parole vengono facilmente fraintese! Così se a tizio capita qualcosa, ecco che subito dei colleghi commentano bollandolo come incapace di fare il proprio mestiere. Ma perché? Come fate a sapere come sono andate le cose? Perché siete sempre così pronti a giudicare in negativo?

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Bancarella di formaggi ad una fiera

Uno mette la foto di un formaggio… e l’altro replica che lui i formaggi così li fa mangiare ai cani. Pubblichi l’immagine della stalla con le capre o le vacche legate e… non l’animalista vegano, ma un altro allevatore dice che dovresti essere denunciato, ecc ecc ecc. Uno consiglia di aggiungere aceto al siero per far la ricotta (inserendo anche una foto della spiegazione di un corso di caseificazione) e si leva un coro contro l’uso del siero o del limone. Perché non usare questo straordinario strumento di comunicazione… per comunicare? Perché non chiedere gentilmente le ragioni di quel che vediamo e non comprendiamo, perché diverso dal nostro modo di lavorare? Si potrebbero imparare cose nuove, migliorarne altre… Se mi venisse chiesto, spiegherei perché DEVO legare le capre in stalla, in quanto il carattere di questa razza e le imponenti corna favorirebbero incidenti, aborti, gerarchie che impedirebbero alle più deboli di alimentarsi adeguatamente, ecc ecc

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Animali in pessime condizioni d’igiene e di alimentazione (foto dal web)

Poi sicuramente c’è chi pubblica immagini di situazioni al limite della legalità, del benessere animale e del buonsenso, ma con l’insulto sicuramente non lo aiuteremo a comprendere gli errori, ammesso che voglia farlo. Abbiamo tante razze di animali, abbiamo un territorio vasto e variegato, più siamo piccoli, meno avremo esigenze e metodi standardizzati. Di nemici gli allevatori ne hanno tanti, scontrarsi e litigare sulle piccole cose non è certamente utile.

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Gregge e cane da guardiania – Donnas (AO)

Prendiamo l’argomento cani da guardiania, per esempio. In certe regioni dove lupi e orsi ci sono sempre stati, si è mantenuta una corretta selezione di questi animali. Quante discussioni sull’argomento… ma se si usasse internet per superare quelle barriere (spazio e tempo) che impediscono alla gran parte degli allevatori di incontrarsi? Non insultate i colleghi che cercano di attrezzarsi per difendere i loro animali (magari anche sbagliando), spiegate invece loro come fate voi e perché ritenete sia il metodo migliore. Poi magari scopriremo che ci sono delle differenze, per esempio un’allevatrice del Lazio mi raccontava del gran numero di cani da guardiania che accompagna il loro gregge. “…tanto per nutrirli basta dare loro pane e siero…” Peccato che la stragrande maggioranza delle greggi nel Nord Italia non pratichi la mungitura e la caseificazione! Ma sono tutte cose da raccontare, da ascoltare, per capire meglio e per non insultare come “incapaci” i colleghi.

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Gregge con cane da guardiania – Pianura pinerolese (TO)

In questi giorni un amico pastore ha pubblicato una sua lunga riflessione sull’argomento lupo, uno dei più spinosi da affrontare. Facile dire “vanno abbattuti tutti” (cosa peraltro irrealizzabile, oltre che assurda), più difficile ragionare su tutte le problematiche che gravitano sulla pastorizia, sull’allevamento medio-piccolo di montagna, lupo compreso. Come temevo, non tutti hanno compreso il suo discorso, banalizzandolo a un pro-lupo/contro-lupo. Fidatevi, c’è sicuramente chi legge tutte queste nostre infinite diatribe sui social e se la ride, perché fin quando ci scanniamo tra di noi, non siamo pericolosi. Se solo ci si unisse per far fronte ai problemi comuni invece di giudicare come lavora tizio, ridere alle spalle di caio, denigrare pincopallino perché è andato a lavorare per altri, insultare xyz perché ha pubblicato un video in cui fa nascere un vitello in un certo modo, allora magari riusciremmo ad ottenere qualcosa. Ottenere di poterci difendere dagli attacchi del lupo, ottenere prezzi più equi per il latte, la carne, la lana, ottenere controlli e garanzie sulle speculazioni in merito ai territori d’alpeggio, sui divieti di transumanza o di pascolo, tanto per fare alcuni esempi.

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Giovani allevatori ad una rassegna in Valchiusella (TO)

Con queste riflessioni, che spero condividerete, credo che concluderò i miei post per questo 2019. Provo a sperare che cambi qualcosa per il futuro, ma purtroppo, anno dopo anno, ci ritroviamo sempre a discutere le stesse questioni, una vera e propria guerra fra poveri che non porta a niente se non a ulteriori malumori.

…bisogna dirlo a qualcuno!

C’è un problema che sta diventando sempre più grave. Non è solo ingigantito da immense (quanto inutili) polemiche sui social, ma appartiene più che mai al mondo reale. Sto parlando della questione dei cani da guardiania, problematica connessa alla “questione lupo” che, specialmente in questo periodo dell’anno, arriva ad assumere una rilevanza anche maggiore rispetto agli attacchi dei predatori.

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Gregge in alpeggio con cani da guardiania – Bardonecchia (TO)

Le polemiche, gli insulti, le parole grosse nei commenti su facebook non servono a niente, a parte portare le persone (tutte) all’esasperazione, allevatori e turisti. Visto che di questi tempi il buonsenso scarseggia, credo sia necessario muoversi su altri fronti, non soltanto nel mondo virtuale. Quindi bisogna affrontare il problema in modo concreto. I cani da guardiania ci sono, i pastori li DEVONO usare per difendersi dal lupo e dagli altri predatori. I cani da guardiania vengono impiegati solo ed esclusivamente per questo scopo, hanno modalità di “lavoro” diverse dai cani “da pastore” impiegati per condurre il gregge/la mandria.

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Uno dei cani sorveglia il gregge dall’alto – Sommarese (AO)

Sono urgentemente necessari provvedimenti su due fronti: primo, delle normative a livello nazionale che permettano un corretto impiego di questi cani da parte degli allevatori. Secondo, una campagna informativa massiccia rivolta a tutta la popolazione. Non bastano quattro cartelli lungo piste e sentieri, serve una comunicazione su tutti i fronti (televisione, carta stampata, internet), rivolta ai privati cittadini, alle istituzioni, alle associazioni (in particolar modo quelle che hanno a che fare con la montagna, specialmente se accompagnano gente in montagna), agli operatori del territorio.

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Anche in Francia non si usano solo più i patou (Pastori dei Prenei)

Aggiungerei poi che sarebbe anche necessaria una vera formazione destinata ai pastori che spieghi sia il carattere di ciascuna delle principali razze impiegate a tal scopo, ma anche come vanno utilizzati perché svolgano il loro “mestiere”. Basterebbe un opuscolo, ma scritto non da qualche “esperto di razze canine”, ma da qualcuno che vada a sentire i pastori che, da generazioni, impiegano questi cani. Lo dico perché sovente leggo i commenti di allevatori (di pecore, non di cani) del Centro-Sud che rimproverano i colleghi del Nord che, a loro dire, sbagliano tante cose, a partire dalla scelta del cane, dalla gestione, ecc… Secondo loro, un buon cane risolverebbe la questione alla base, perché non causa problemi con “il resto del mondo”.

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Cani da guardiania con il gregge nella stagione invernale – Pianura verso Carignano (TO)

Partiamo dal primo punto. Non è possibile che i Comuni emettano delle ordinanze che, di fatto, limitano il giusto utilizzo di questi cani nella funzione della guardiania, per l’appunto. Emblematico il caso del Comune di Alagna Valsesia. Qui sotto potete leggere il testo completo dell’ordinanza recapitata a tutti gli allevatori della zona. Si specifica che, pur essendo l’agricoltura importante, è il turismo che fa vivere la comunità di Alagna. Avrei qualcosa da dire in merito, ma rimaniamo sull’argomento principale. I turisti sono andati a lamentarsi in Comune, quindi ecco delle “regole”. I cani devono tassativamente essere messi in sicurezza dalle 7 alle 19:00. Se in quel lasso di tempo per qualche motivo non c’è il pastore… allora non devono stare con il gregge!

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L’ordinanza del comune di Alagna Valsesia (VC)

 

Ecco che torniamo sulla formazione da dare ai pastori… sì, perché più volte ho letto parole di allevatori della Toscana o dell’Abruzzo che dicono ai colleghi che, con un buon branco di cani adatti, il gregge può essere lasciato da solo. Mungi li animali, poi li metti al pascolo con i cani, li raggiungi quando hai finito di fare il formaggio, per esempio. O se non mungi, comunque ci sono dei momenti in cui non sei lì con le pecore o capre che siano. Perché apri il recinto e magari devi spostare le reti. Perché vai a vedere com’è l’erba più su, o nel vallone dove ti devi spostare dopo.

Poi, sempre leggendo la nostra ordinanza, gli imprenditori agricoli sono obbligati a garantire a tutti i fruitori della montagna la possibilità di percorre i sentieri. Anche qui avrei qualcosa da dire: primo, consiglio di riguardare questo video del WWF svizzero, con i consigli per escursionisti e ciclisti. Mi sembra ben chiaro il messaggio che prima venga chi è lì per lavoro (il pastore), poi chi sta svolgendo un’attività ricreativa (il turista). Quest’ultimo è invitato, in situazioni estreme, a cambiare percorso. In moltissimi casi gli “incidenti” sono legati al comportamento errato del turista, poi ci sono anche in giro cani non equilibrati, probabilmente inadatti al compito che dovrebbero svolgere (difendere dai predatori, non aggredire la gente). Qui raccontavo un incontro con un gregge difeso da cani (senza la presenza del pastore): proprio contro quei cani avevo letto decine di articoli, post sui social, lettere ai giornali… eppure noi non avevamo avuto alcun problema!

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I cani da guadiania avvistano ogni movimento sospetto dall’alto – Ferriere, Valle Stura (CN)

Guai a dirlo in Italia!! Dove il “turista” sbraita sui social, invita ad avere sempre a portata di mano lo spray al peperoncino per difendersi dai cani (tra l’altro, proprio con questa funzione è stato “inventato” in Germania e dato in uso ai postini!), cita il codice penale (articolo 672, omessa custodia dei cani). E qui per l’appunto veniamo al discorso delle normative. Un cane da guardiania non può (e soprattutto non deve) stare vicino ai piedi del pastore, come un altro cane. Il suo ruolo è quello di difendere in caso di attacco, ma anche di sorvegliare il territorio per prevenire l’attacco! Quindi il cane va davanti al gregge, si apposta su una roccia dove ha una buona visuale, esce dal gregge per fiutare una traccia di un lupo passato la notte prima, poi torna. Parlo non di cose che ho studiato, ma che ho visto sul campo.

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Gregge e cane da guardiania senza pastore – Moncenisio, Francia

Mi scrive una ragazza dalla provincia di Cuneo e mi dice che, per colpa delle lamentele dei turisti, il suo compagno, pastore, è stato convocato in caserma dai Carabinieri. Non è stato morsicato nessuno, ma i cani hanno “abbaiato minacciosamente”… Anche in questo caso, richiamo della legge per “l’omessa custodia”, ma in aggiunta “…ti risulta che esista una legge che dice che bisogna essere una persona ogni 50 capi a custodia del gregge? “. A me risulta che sia necessaria una persona ogni cinquanta capi nella movimentazione di animali sulla strada (codice stradale, art. 184)! Qualcuno ci sa illuminare su questo aspetto?

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Vallée di Averole – Francia (foto C.Ferro)

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…non dimentichiamoci che, in Francia, queste sono le regole…

L’altro giorno ho condiviso delle foto di un amico escursionista che, in Francia, ha incontrato un gregge accompagnato dai fedeli patou, Pastori dei Pirenei. Non c’era nessun pastore, i cani hanno avvisato gli intrusi abbaiando, gli escursionisti si sono comportati correttamente e il tutto è finito con un bel servizio fotografico da postare su facebook. Ho condiviso pertanto questa felice testimonianza e, tra i commenti che ne sono scaturiti, c’è stata anche quella di un pastore dell’Abruzzo, che spiegava come non serva “addestramento” per i cani da guardiania, ma è tutta una questione di indole. Semplicemente i cuccioli nascono e crescono con il gregge.

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I cuccioli seguono il gregge – Abruzzo (foto M.Sansoni)

Il pastore abruzzese ha postato questa foto e a me sono venuti in mente i servizi di Striscia la Notizia, dove viene puntato il dito quando il pastore ha la cucciolata con il gregge d’inverno. Provate voi a spostare il gregge con dei cuccioletti che seguono in questo modo! Parte subito la denuncia per maltrattamento animale, come minimo…

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Cane da guardiania nel recinto con il gregge – Pianura pinerolese (TO)

Come vedete la situazione è sempre più caotica. Pastori denunciati perché i loro cani si sono allontanati, ordinanze dei Comuni, chi vuole che, di notte, i cani da guardiania stiano dentro delle gabbie, chi impone la museruola di giorno… Lo so che è tardi, che è estate, che ormai i politici sono in ferie e la gente scappa dal caldo andando su in montagna, dove i pastori pascolano con le loro greggi e i cani fanno il loro lavoro, ignari di tutte queste polemiche! Però bisogna partire subito per far sì che questa situazione venga definitivamente chiarita su tutti i fronti, prima che degeneri ancora di più. Se qualcuno si impegnasse… potremmo farcela! Iniziate ad aiutarmi a far circolare questo articolo, chissà che non arrivi anche sotto gli occhi di chi può veramente fare qualcosa?

Eppure “raccontare storie” va di moda…

Oggi faccio qualcosa di diverso, oggi parlo in prima persona, oggi parlo di me e della mia attività. Come sapete, dal momento che scrivo libri, mi definisco scrittrice. Avevo coltivato il sogno che sarebbe potuta essere un’attività che mi consentiva di viverci, ma non è così. Forse perché non ci dedico abbastanza tempo, forse perché la scrittura si incastra tra i miei altri impegni, quelli del vivere in montagna e dell’allevamento, ma soprattutto perché non faccio i “numeri” che danno una vera rendita.

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Scrivendo in compagnia al pascolo… – Petit Fenis, Nus (AO)

Io scrivo soprattutto attingendo alla mia realtà, quindi tutto collimerebbe alla perfezione, sia quando pubblico saggi, sia quando mi dedico alla narrativa. Non frequento i “salotti culturali”, ho raramente il tempo di recarmi ad appuntamenti extra rispetto alle mie attività, che hanno orari spesso molto vincolanti. Però leggo molto, mi documento, ascolto la radio… Ho scoperto, proprio alla radio, che ciò che faccio spesso oggi viene definito con l’ennesimo termine inglese, cioè “storytelling”. E io allora sarei uno “storyteller”. Cioè racconto storie… Che un tempo erano storie di pascolo vagante, poi sono diventate storie di allevatori, di montagna, di capre e caprai, di alpeggi… Il più delle volte le racconto su carta (nei libri) o su pagine virtuali (qui), ma mi piace anche raccontarle davanti ad un pubblico, dove si può interagire, dove si può spiegare meglio, dove si possono soddisfare le curiosità di chi questo mondo non lo conosce grazie alle domande che sempre arrivano alla fine di una serata, dopo aver osservato le immagini e ascoltato quello che ho raccontato.

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Il pubblico in attesa della presentazione a Novalesa (TO)

Ma ultimamente non si riesce più a fare tutto questo. Come mai? Me lo dite voi? Quando ero praticamente sconosciuta, alle prime presentazioni dei miei libri si riempivano le sale. Che ricordi che ho di quelle serate… La prima di “Dove vai pastore?” al Forte di Fenestrelle. O una presentazione durante una serata di neve fitta alla Crumiere di Villar Pellice, mi pare si trattasse di “Di questo lavoro mi piace tutto”, con la sala gremita, gente arrivata anche da lontano. Venivano gli allevatori, i protagonisti dei libri, gente del paese dove si svolgeva l’evento e persone interessate che si spostavano apposta per essere lì. Serate in Lombardia, in Veneto, in Trentino. Numeri inimmaginabili di pubblico in sperduti paesini di vallate alpine.

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Incontro con gli studenti e il pubblico al CFP di San Giovanni Bianco (BG)

La cosa più bella di questi incontri per me è sempre stato il momento del dibattito che segue la presentazione. Questo è il mio metro di valutazione del successo delle serate. Certo, fa piacere vendere copie dei libri, più che altro per ripagarsi le spese necessarie per realizzarli (tenete conto che, a parte il romanzo, tutti gli altri libri hanno richiesto mesi di interviste sul campo, spostamenti in auto e a piedi, talvolta anche pernottamenti lontano da casa), ma la passione viene tenuta viva dal pubblico. Soddisfare le curiosità, controbattere a chi ha idee differenti, cercare il più possibile di informare correttamente su tematiche che mi stanno a cuore.

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Presentazione del libro fotografico “Pascolo vagante 2004-2014” nel salone della Scuola Malva Arnaldi a Bibiana (TO)

Fino a qualche anno fa dovevo consultare l’agenda quando venivo chiamata per presentare i miei libri, oggi la scelta delle date è quanto mai vasta. In tutta l’estate che sta per cominciare, ho due, dico DUE, appuntamenti in calendario. Eppure è uscito il romanzo “Il canto della fontana” in autunno e la nuova edizione di “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora” in queste settimane. Poi sono più che mai disponibile a presentare tutte le opere degli ultimi anni, a seconda delle necessità del territorio che mi chiama. Parlare di capre, parlare di pastorizia nomade, parlare di itinerari in alpeggio, di turismo legato ai prodotti dell’alpe…

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Al Salone del Libro 2019, stand de L’Araba Fenice editore

Qualche giorno fa ero al Salone del Libro di Torino e mi confrontavo con altri autori ed editori. A quanto pare il male è comune, il problema non è soltanto mio. La gente esce a fatica di casa, forse resta seduta a guardare il computer e lo smartphone? Esaurisce così la sua voglia di socialità e di dibattito? Ogni tanto qualche bella serata la si riesce ancora ad organizzare, ma il più delle volte, per attirare pubblico, bisogna abbinare al libro l’enogastronomia, la musica, oppure riunire due o tre autori.

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Con Valeria Tron a Massello (TO)

Ogni tanto qualcuno mi suggerisce di contattare tizio o caio per organizzare una serata. Tentar non nuoce, però ho proposto le mie ultime opere a tutte le principali biblioteche della Valle d’Aosta senza ricevere una singola parola di risposta, un riscontro di qualsiasi tipo. Perché la presentazione funzioni davvero, deve crederci l’organizzatore per primo. Avere letto i libri dell’autore, apprezzarli, avere un reale interesse sull’argomento. Perché solo così si darà davvero da fare per organizzare e promuovere l’evento, attirare gente. Sempre per esperienza personale, posso dire che se manca questo “entusiasmo”, a volte non vengono ad ascoltarti nemmeno i “padroni di casa” che ti concedono la sala per presentare le tue opere. Meglio allora aver solo un paio di serate in programma, dove sono stati gli organizzatori a cercarti e invitarti, piuttosto che un lungo calendario di appuntamenti messi insieme implorando degli spazi.

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Momenti della mia vita quotidiana, Petit Fenis, Nus (AO)

Sempre al Salone del Libro, ho assistito a qualche incontro con scrittori famosi. Qualcuno era all’altezza della sua fama, altri mi sono sembrate persone normali che poco avevano da dire sulle loro opere. Hanno raccontato soprattutto aneddoti sulle loro vite, probabilmente la loro creatività la esprimono meglio sulla carta, ma d’altra parte è quello che lo scrittore, specie se di romanzi, deve fare. Oggi però va di moda soprattutto il personaggio, quello che parla di qualunque argomento, vanno di moda le polemiche e i toni alti. Io invece continuo a raccontare le “mie” storie. Se vi piacciono, fatemelo sapere.

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Immagini di maltempo durante il pascolo pomeridiano – Petit Fenis, Nus (AO)

Stavo preparando questo post con un po’ di sconforto e disillusione quando mi è arrivato un messaggio da un’amica virtuale del Veneto, Veronica. Poche parole scritte di getto, ma con il cuore, che ancora una volta mi hanno fatto capire come sia importante continuare a fare quello che faccio. Magari i diretti interessati non riescono a venire alle mie serate, perché sono lontani, perché hanno impegni legati al loro lavoro. Magari però i miei libri li leggono, quando sono al pascolo o hanno un momento di riposo. “Volevo ringraziarti per ciò che pubblichi e per come riesci in poche righe a riassumere le situazioni di chi sta cercando di vivere di allevamento. Sono otto anni da quando mi sono trasferita in montagna. Partita per seguire l’avventura dell’ex marito… e dopo un anno la passione viscerale delle pecore… tante vicende meravigliose e molte che ti tolgono il respiro… tanti lavori per mantenere un sogno: lavori serali nei ristoranti, w/e negli agriturismi, lavori qua e là sempre per portare avanti un sogno… Poi l’arrivo delle prime capre un anno fa, il desiderio di caseificare… anni per cercare una stalla e terra. Nessun contratto sui terreni e i pochi che trovi solo in nero, difficili da pascolare. Che brutta realtà per chi desidera vivere la montagna e vivere di allevamento… Grazie per essere presente e scrivere di realtà molto scomode.

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Relax al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Vedete? Anche questa volta vi ho raccontato delle storie. Un po’ della mia, poi quella che emerge dalle righe di Veronica. Così mi viene in mente di aggiungere una cosa: spesso, nelle serate in giro per le Alpi, mi è anche capitato di dare un volto reale e una voce alle amicizie virtuali, sono stati momenti davvero belli, mi auguro possano continuare ad essercene.

Vivere lassù

Non avessi avuto da fare, avrei battuto tutti sul tempo… sì, perché adesso la notizia è uscita, ma io l’avevo già vista l’altro giorno. Di cosa sto parlando? Oggi alcuni giornali on-line danno spazio (ma anche La Stampa) al fatto che sia stata messa in vendita su Subito una borgata tra quelle a monte di Castelmagno, Batuira, per essere precisi. Avevo visto l’annuncio qualche giorno fa e avevo subito chiesto a un amico che risiede da quelle parti…

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Casa walser in vendita a Dorca, Rimasco (VC)

Quando qualcosa approda sui social, ormai prende ogni sorta di direzione e i commenti si sprecano. Preferisco parlarne qui in modo più articolato. Dopo aver visto quell’annuncio e molti altri, tra cui quello della casa che vedete sopra, in Valsesia, ho pensato a tutte le volte che, pubblicando foto di case abbandonate, qualcuno mi ha detto: “Ma com’è possibile lasciar andare in rovina delle case così belle…“. Prendete questa casa: bellissima anche dal punto di vista architettonico, ci sono addirittura degli affreschi, l’intero villaggio dev’essere incantevole. C’è addirittura la corrente elettrica, ma il villaggio si raggiunge a piedi con una camminata di 25-30 minuti. E c’è una teleferica per i carichi pesanti…

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Alpeggio in vendita nel Canavese (TO)

Che bello, che avventura! Se volete si trovano anche alpeggi in vendita, come questo nelle montagne del Canavese. La quota è 1200m, verrebbe voglia di stabilirsi lì tutto l’anno, no? C’è gente che vive ad altitudini ben maggiori… Tutto è possibile, tutto è fattibile, con lo spirito giusto (e le risorse necessarie, oserei dire). Ma soprattutto, con un “piano” che tenga conto di tutti, ma proprio tutti i fattori. Non innamoratevi di uno di questi posti in primavera con i narcisi fioriti o d’autunno con gli aceri gialli e gli aceri arancioni. Andate a visitarli quando piove, quando c’è la nebbia. Se pensate di viverci stabilmente, salite a vederli d’inverno e stateci tutto il giorno, per vedere quante sono le ore di sole.

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Vecchie case in legno e pietra a Pradiran, St-Vincent (AO)

C’è chi sogna di far rivivere le borgate con progetti imprenditoriali di vario tipo… che possono anche funzionare, senza dubbio, ma non sono nello spirito e nelle competenze di chi scrive. Non esprimo giudizi, mi limito a considerare che, nei posti più poveri delle Alpi, dove chi ci viveva ha fatto delle vite grame ed è fuggito lasciando lì i suoi miseri averi, oggi occorre investire capitali non indifferenti per restaurare conservando intatta la bellezza degli edifici, arredandoli con gusto, isolandoli dal freddo e dotandoli, all’interno, di confort inimmaginabili per chi li aveva costruiti pietra su pietra.

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“Rustico da ristrutturare”, come si legge negli annunci immobiliari – Lavenche Dessus, Nus (AO)

Tornando invece a progetti più “agricoli”, un giorno ascoltavo alla radio (RAI Radio2) le telefonate degli ascoltatori che parlavano proprio del tema “il ritorno alla montagna”. Per pura combinazione, prendevano la linea ascoltatori del Nord Ovest. Uno era molto soddisfatto, da Milano era andato a vivere e lavorare a Gressoney, mi pare facesse il cuoco. Un’altro, sempre dalla città, si era spostato in un villaggio vicino ad Aosta, ma lavorava comunque in ufficio. Poi telefonava una donna di origini fiorentine, che si era trasferita in Valchiusella. Raccontava che la loro era stata una scelta voluta, di ritorno alla terra, ma valutava negativamente l’esperienza, perché i figli non vedevano l’ora di essere maggiorenni e andarsene. Ricordo che parlava di difficoltà nei servizi, i problemi per portarli a scuola, il dover viaggiare per avere qualche forma di intrattenimento, ecc.

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Un comignolo con la data 1864 su una casa abbandonata – Lavenche Dessus, Nus (AO)

Chi può far sì che questi comignoli tornino a fumare? Coppie molto giovani, piene di entusiasmo e di progetti. Però quando poi arrivano i figli, ma soprattutto quando questi entrano nell’età scolare, iniziano spesso i problemi. Homeschooling? Per qualcuno è una soluzione, o comunque è una soluzione per i primi anni, poi bisognerà affrontare levatacce, lunghi viaggi, o ancora la lontananza da casa e dalla famiglia ancor prima della maggiore età. Allora coppie di mezza età ancora in salute, senza figli o con figli già adulti e indipendenti. In questo caso probabilmente ci saranno dei risparmi accumulati che permettono anche di affrontare le spese di ristrutturazione per poi dar vita a qualcosa di nuovo. Mentre scrivo, penso ad amici che effettivamente hanno seguito questo percorso.

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Baite ai Piani di Cappia, Valchiusella (TO)

Gli aspetti da tenere presenti sono davvero tanti. Di cosa non possiamo fare a meno? Basteranno le soddisfazioni della nuova vita a compensare i disagi, le difficoltà fisiche e psicologiche? I legami con le persone che affronteranno con noi queste scelte sono sufficientemente forti? Perché… sì, verranno messi a dura prova. Per qualcuno sicuramente si rafforzeranno e avremo allora quelle belle storie di famiglie felici che ce l’hanno fatta, ma altri invece si troveranno soli, in una casa isolata in alta quota, con un’attività avviata o ancora in via di assestamento, spese, mutui, impossibilità di gestire da soli un’azienda, ecc.

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Case disabitate e un rascard pericolante a Perrière, St.-Vincent (AO)

Non voglio essere pessimista, ma realista, come mio solito. Prendiamo ancora in considerazione un altro aspetto: molti di coloro che compiono questa scelta di ritorno alla montagna, giustamente, pensano a un’attività agricola e/o zootecnica. Come vi ho già raccontato nel mio libro Capre 2.0, la capra è spesso l’animale scelto da chi non ha esperienze di allevamento. Se volete allevare animali, ricordate che vi servono anche i pascoli e… ciò che sembra abbandonato, non vuol dire che non abbia un padrone! Inoltre vi serve il foraggio per l’inverno. Se non riuscite a farlo o a stoccarne a sufficienza, tenete conto che dovrete essere in un posto raggiungibile dai mezzi che e lo porteranno. E il costo sarà in funzione anche di queste difficoltà. Personalmente, se dovessi cercare un posto dove trasferirmi e allevare capre, lo sceglierei isolato e non in un villaggio (specialmente se ci sono case ancora abitate, anche solo d’estate). La convivenza con dei vicini, quando si hanno animali, spesso è complessa… Gli animali puzzano, fanno rumore, “sporcano”, la loro presenza attira le mosche, i cani abbaiano, le capre brucano un fiore o un ramo di rosmarino passando, e così via. Però l’isolamento vi complica la vita quando dovete vendere i vostri prodotti…

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Mont Menè, Valtournenche (AO)

Già, l’isolamento. Magari è proprio quello che cercate. Ma siete sicuri che non diventerà mai un grosso problema? C’è chi dice che il clima che cambia porterà la gente ad abbandonare le metropoli per cercare “rifugio” in quota. Però magari i cambiamenti climatici un giorno si manifestano con piogge torrenziali e rimaniamo ancora più isolati perché frana il sentiero, la strada sterrata è impraticabile, cade un masso, esonda un torrente. O magari fa tre inverni miti e senza neve durante i quali ristrutturiamo la nostra casa e ci trasferiamo, poi arriva una stagione “vecchia maniera” e già a dicembre ci troviamo isolati, con metri cubi di neve da spalare anche solo per uscire di casa, ma di scendere in auto in fondovalle non se ne parla proprio…

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Case ristrutturate nel villaggio di Emarese (AO)

Prima di pubblicare questo articolo, ho letto nel gruppo “Indiani di valle” su Facebook la discussione in merito al “caso Batuira”. A supporto di tutto quello che avevo già scritto, ho trovato la testimonianza di Marta, un’amica che ha fatto questo percorso con la sua famiglia. Visto che la loro storia l’ho già raccontata altre volte, per completare il post riporto il suo commento, in quanto mi sembra che ben completi le mie considerazioni. “Il problema maggiore è che una volta comprato e ristrutturato (e già qui ci vanno tanti, ma tanti soldi), poi bisogna viverci e guadagnare sufficientemente per restarci… e valutare i servizi per famiglie che li potrebbero abitare. Creare un luogo dove si vive e di cui si vive è la vera sfida. Senza togliere nulla a chi investe in montagna, la possibilità di rinascita nasce dal fatto che vi siano famiglie che abitino queste borgate e vivano di quello che il territorio offre, e non è davvero facile. Parlo per esperienza personale. Non voglio sembrare pessimista o disfattista, ma non è corretto creare false illusioni: non basta avere soldi per rinnovare le nostre montagne. Dopo quasi 30 anni che sono diventata valmairese amo la scelta, amo i luoghi, ma è una fatica che sarebbe sbagliato negare. Poi penso che vivere in città abbia altre fatiche che non accetterei più e quindi per me vivere in montagna rimane una scelta valida che però non va fatta con leggerezza…

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Case ristrutturate a San Martino di Stroppo, Valle Maira (CN)

Cosa accadrà a Batuira non lo so. Chi è della zona dice che, sia nell’annuncio, sia negli articoli dei giornali, si sono “dimenticati” di dire che d’inverno la strada non è praticabile per rischio valanghe. Ma altrove nelle Alpi e non solo, in tutte le “terre marginali”, che siano montagne o colline, ci sono migliaia di case abbandonate. Molte crollano perché chissà dove sono gli eredi, magari all’estero. Altre crollano perché nelle divisioni delle eredità la proprietà è così frammentata che non si trova un accordo per venderle. Ma qualcosa on-line o nelle agenzie immobiliari c’è, altre le vedete con i cartelli sulle porte o sui balconi girando per sentieri e strade strette che si inerpicano lassù. Chi è pronto a raccogliere la sfida, nonostante tutto quello che è stato detto?