Far comunicazione

E’ vero, scrivo poco. O meglio, scrivo poco su queste pagine. In questi mesi ho scritto parecchio, una relazione conclusiva di un progetto a cui ho lavorato, ho risposto a domande per interviste, per ricerche da parte di studenti che mi hanno contattata. Poi sto buttando giù la bozza di un nuovo libro, un romanzo. Quest’ultima cosa la faccio al pascolo, con carta e penna, ho ripreso adesso che i capretti iniziano ad essere indipendenti e non c’è più da tenerli sotto controllo costantemente per paura che restino indietro, si addormentino sotto una radice, in un punto riparato tra l’erba secca.

Scrivere al pascolo con supervisione e correzione delle bozze! – Petit Fenis, Nus (AO)

Già, nel frattempo sono anche nati i capretti, manca ancora il parto di una ritardataria, poi la stagione 2021 sarà conclusa. E’ andato tutto bene, anche se la componente maschile ha battuto le femmine per 10 a 2! Capita, non ci puoi fare niente. Però i parti sono andati tutti bene, fino ad ora non ci sono state complicazioni, per fortuna.

Le prime leccate della mamma subito dopo il parto – Petit Fenis, Nus (AO)

Non sono solo tutti questi impegni dall’avermi allontanata dallo scrivere sia qui sul blog, sia su facebook. Trovo che stia diventando estremamente difficile far comunicazione. E’ sempre più frustrante vedere come molte persone, on line, si fermino al titolo e non vadano nemmeno a leggere il contenuto, commentando così a sproposito. Oppure vedere come la cattiva informazione, le fake news, la disinformazione creata ad are dilaghino raccogliendo consensi, mentre l’articolo ben scritto, che cita le fonti, basato su fatti concreti, dati, numeri resti lì nella sua solitudine.

Meglio godersi la natura che ci circonda, piuttosto che farsi il sangue cattivo on-line… – Petit Fenis, Nus (AO)

Non stiamo vivendo in un periodo facile. E’ da un anno che cerchiamo letteralmente di sopravvivere. Alla malattia, al dolore per le perdite di amici e famigliari, alla crisi economica, alla mancanza di lavoro / impossibilità di lavorare, alle privazioni, alle incertezze sul futuro, alla depressione, all’ansia, alla confusione, alla paura. Le reazioni delle persone a tutto questo variano in base al carattere, ma mi spaventa l’odio e la rabbia che molti mostrano commentando ciò che leggono. E non parlo di argomenti fondamentali, basta la foto di un cane scappato da casa per scatenare diatribe infinite a suon di pesanti insulti.

…nonostante ciò che sta accadendo, la natura continua a regalarci spettacoli meravigliosi – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Così, per evitare il mal di stomaco e per non ridurmi a urlare virtualmente pure io, preferisco tacere. Mi mancano però le occasioni di confronto con il pubblico, il “fare bella comunicazione”, incontrare le persone ad un convegno, alla presentazione dei miei libri. L’ultima volta è stato nel dicembre 2019… Per quanto io ami scrivere, mi rendo conto che ciò che viene messo nero più bianco molte volte possa venir mal interpretato. Perciò un bel dibattito, un confronto, un approfondimento faccia a faccia resta la cosa migliore. Anche perché chi mi legge può aver voglia di comprendere meglio, oppure io posso aver dato per scontato un dettaglio che il lettore invece ignora.

Backstage delle prime riprese per Linea Bianca – Petit Fenis, Nus (AO)

L’altro giorno abbiamo ospitato una troupe della RAI per la trasmissione Linea Bianca. E’ un programma sul territorio montano, non specificamente sull’agricoltura (quella è Linea Verde, che invece sta girando in Valle questa settimana). Mi incontravano come scrittrice e allevatrice di capre, quindi più che altro interessava loro la mia storia, non dettagli tecnici o discorsi sulle problematiche dell’allevamento di montagna.

Alcuni dei capretti nati quest’anno – Petit Fenis, Nus (AO)

Però mi ha infastidito il fatto che mi venisse detto, prima di iniziare le riprese, che non era il caso di dire che alcuni capretti erano destinati al macello. La conduttrice non era animalista o vegana, ma mi ha fatto capire che certi temi non si dovevano toccare, proprio per non attirare le ire degli animalisti. Anche ne avessi parlato, comunque quella parte sarebbe stata tagliata (e taglieranno comunque moltissimo, visto che sono stati diverse ore a filmare e, se va bene, ci saranno 5 minuti di servizio dedicato a me e alle capre).

Una delle due femmine nate quest’anno – Petit Fenis, Nus (AO)

Ritengo la gran parte dei sedicenti animalisti persone “ignoranti”, cioè che ignorano, che non sanno com’è la realtà. Come ho già avuto modo di dire molte volte, non giudico chi vive o si alimenta in modo diverso dal mio, ma non tollero l’essere giudicata sulla base di credenze errate. Ormai, per tutti coloro che allevano animali cosiddetti da reddito, la parola “animalista” ha assunto un significato negativo. Perché l’animalista è quello che ti insulta, che ti infanga, che ti ritiene un assassino, mentre tu invece dai tutto te stesso per il bene dei tuoi animali.

Scontri tra due giovani maschi sotto l’anno di età, equipaggiati con “grembiule” per evitare gli accoppiamenti – Petit Fenis, Nus (AO)

Certo, preferirei vendere “da vita” tutti i capretti maschi, ma so bene che non sarà così. Non posso tenerli perché consanguinei con le capre del gregge, ma anche perché si massacrerebbero tra di loro quando raggiungono la maturità sessuale. Si picchierebbero continuamente. Quindi, o si macellano a pochi mesi di vita, o si castrano, si lasciano insieme alle madri fino alla discesa dall’alpe, e si macellano allora, in autunno. Non si macellasse nulla, non si alleverebbero nemmeno animali. Cos’è più giusto, impedire a delle capre di vivere secondo la loro natura, in un gregge, riproducendosi, oppure macellare a norma di legge qualche capretto? Qualcuno per autoconsumo, qualcuno per la vendita, anche per ripagare almeno in parte le spese di mantenimento del gregge.

Becco di due anni – Petit Fenis, Nus (AO)

Lasciassimo le capre libere in natura, la mortalità sarebbe molto più alta. Ci sarebbero capre e capretti morti nel momento del parto, mentre l’allevatore interviene da solo o con l’aiuto di un veterinario per evitare il più possibile che ciò accada. Molti morirebbero nei primi mesi di vita, per i motivi più vari. Quando la capra ha poco latte, intervengo con il biberon per integrare la dieta dei piccoli, per esempio. Ai primi sintomi di diarrea, si valutano le cause e si cerca di curare l’animale, ecc ecc. Poi comunque, liberi nel “loro” ambiente, i giovani maschi si scontreranno con il maschio dominante, qualcuno verrà allontanato. Come solitario, sarà facilmente vittima dei predatori. Questa è la natura.

Capra in stalla con la sua capretta – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma queste cose non le ho potute raccontare. Così ve le ho scritte qui, anche se le ho già ripetute mille volte. Per fortuna hanno filmato le capre al pascolo, chissà cosa avrebbero pensato vedendole legate in stalla. Già, perché l’animalista ignorante le vorrebbe almeno libere. Così non sarebbe nato nemmeno un capretto, perché si sarebbero picchiate, causando aborti, gambe rotte, ferite varie. Già, questa razza (la valdostana) è una razza in cui le femmine hanno un carattere spiccatamente dominante e si battono per stabilire la gerarchia nel gregge. Questo aspetto così spettacolare (e raramente cruento, se avviene all’aperto) è apprezzato dagli appassionati, che organizzano vere e propri circuiti di “battaglie” per far incontrare le loro capre più forti e vedere qual è la regina. No, non ho raccontato nemmeno questo, tanto l’avrebbero tagliato…

Ancora alcuni dei capretti (Ponpon, Cognac e Zenith) – Petit Fenis, Nus (AO)

La puntata di Linea Bianca sulla Valle d’Aosta andrà in onda sabato 27 marzo 2021 su Rai1 alle ore 14:00. Ovviamente sarà visibile successivamente on-line sul sito di RaiPlay.

Storie di donne forti

Ho iniziato ad incontrare le donne allevatrici nel 2003. Fresca di mondo universitario, mi trovavo alle prese con uno dei miei primi incarichi lavorativi, il censimento delle strutture d’alpeggio per conto della Regione Piemonte, attività che durò due anni. Mi ricordo che, in quel periodo, talvolta faticai ad intervistarle, mentre era molto più semplice chiacchierare con gli uomini. Negli alpeggi, incontrai soprattutto famiglie, poche, pochissime donne da sole. Poi ci fu, nel 2005, il libro “Vita d’alpeggio”, dove non chiedevo più numeri, dati, aspetti tecnici. Rubavo un po’ il lavoro agli antropologi, prendevo appunti sentendo raccontare storie sul passato, sul presente e sul futuro di quel mondo.

Una margara delle Valli di Lanzo (TO) incontrata durante le ricerche per il mio primo libro

Ero diventata “la librologa”, così mi avevano soprannominata su per le montagne della Val Pellice. Avevo perso il timore e la timidezza degli inizi, ormai conoscevo tanta gente. Non c’erano ancora i social, quindi non si sapeva immediatamente tutto di tutti. E allora io intervistavo loro… e loro interrogavano me. “E’ vero che tizio è stato morsicato da una vipera? Ma là in quella montagna, è vero che vivono ancora così? L’hai vista la figlia di quel margaro? Ma davvero si deve sposare? Come sono i pascoli in quella montagna? Le pecore di quel pastore sono grasse?“. Gossip montanaro… Ma erano sempre più gli uomini a parlare, a scherzare con me. Qualche donna sembrava sospettare di me, mi guardava con diffidenza. Temeva la mia comparsa in quel mondo così maschile, la mia presenza in quelle transumanze.

Ernestina – Alpe Valneira (TO)
Cristina – Valdellatorre (TO)

Forse il mio rapporto con le donne cambiò quando “passai dall’altra parte” e divenni parte di quel mondo, non più elemento esterno che faceva foto, scriveva, ma compagna di un pastore. Riuscii ad avvicinarle, a riceverne confidenze che non ho mai scritto in nessun libro. Perché erano parole dette in amicizia.

Karen – Val Pellice (TO)
Renza ed Ernestino – Val Formazza (VB)

Di donne forti ne ho incontrate tante. E le prime che mi vengono in mente non sono quelle che, da sole, mandano avanti un’attività. Tutti lo sanno, che loro sono forti. Penso prima a quelle mogli, madri, compagne, sorelle che, oltre ai lavori di casa, oltre a crescere i figli, portarli a scuola, oltre ad occuparsi quotidianamente di mille incombenze, non solo aiutano nell’azienda agricola, ma si trovano a dover sostituire gli uomini quando loro vanno, in fondo, a divertirsi. Perché ci sono quelli che partono per andare alla fiera e magari tornano il giorno dopo. Perché ci sono quelli che amano festeggiare in compagnia e non sempre lo fanno con le loro mogli. I più arrivano in tempo per iniziare in stalla, altri invece tanto sanno che c’è chi ci pensa al posto loro.

Montanara della Valsesia (VC)
Caseificazione in alpeggio in Valle Gesso (CN)

Anche le donne del passato erano forti, mandavano avanti tutto quando gli uomini andavano a fare lavori stagionali oltreconfine, quando gli uomini scendevano a valle per fare il fieno. Per non parlare delle donne del mondo rurale in tempo di guerra, rimaste da sole con bambini e anziani. Storie antiche, storie di qualche generazione fa.

Donne del futuro – Val Pellice (TO)
Silvia – Val di Susa (TO)

Ci sono cose che non si dicono spesso, ma le ho viste accadere. Il mondo dell’alpe non è solo quadretti bucolici… Ricorderò sempre una transumanza in cui la maggior parte dei partecipanti arrivò all’alpeggio con un alto tasso alcolico nel sangue. Raggiunte le baite, continuarono a bere, non solo a tavola. C’erano ovviamente tutti i lavori da fare e le donne di casa erano già arrivate su al mattino, mentre gli uomini e gli amici avevano accompagnato a piedi gli animali. Il primo giorno c’è da portare su tutte le attrezzature, mettere a posto le stanze, riorganizzarsi dopo quel vero e proprio trasloco. C’è da preparar pranzo per tutta la gente che ha seguito la transumanza. Quando era arrivata la sera, gli uomini erano definitivamente ubriachi ed erano state le donne a far entrare in stalla le vacche, togliere i campanacci della transumanza ed iniziare la mungitura.

Marilena – Valle Gesso (CN)
Laura – Valle d’Aosta

Non ho sempre solo visto cose belle, nei miei giri tra pascoli e montagne. Ci sono stati giorni in cui ho pensato di scrivere un libro sulle donne allevatrici, ma sapevo che ne sarebbe uscito un ritratto non completo. Perché certe realtà nessuno me le avrebbe dette o avrebbe voluto che si dicessero. Però, in via amichevole, ho sentito raccontare di un pastore che, la sera, era andato all’accampamento di altri pastori quando sapeva che c’era solo una donna presente. L’aveva minacciata, dicendo che dovevano andar via di lì, quella non era la loro zona di pascolo. Chissà perché non era andato in un momento in cui la donna non era da sola…

Katia e Ivan – Val Pellice (TO)
Alessandra – Valli di Lanzo (TO)

Una donna mi ha raccontato di aver dovuto chiedere aiuto ad un amico allevatore per riuscire a mandar via un suo aiutante che stava diventando pericoloso. Temeva per la sua incolumità. Ho pensato molto a questa storia, quando ho sentito della tragica fine di Agitu. Sono state diverse le donne che mi hanno raccontato di quanto sia difficile dover ricorrere ad aiutanti, specie se di altre culture. “Non accettano di prendere ordini da una donna” è una frase che ho sentito ripetere spesso.

Roberta – Saluzzo (CN)
Astrid – Val Senales (BZ)

Potrei scrivere pagine e pagine di storie. Madri che hanno incontrato difficoltà perché allevatrici, quindi vittime di pregiudizi anche da parte di altre donne. Ricordo una nonna che mi raccontava di sua nuora a cui volevano togliere il bambino perché non cresceva. Davano la colpa al fatto che l’avesse portato in alpeggio, pensavano non lo seguisse abbastanza. Per fortuna un pediatra di più larghe vedute non si limitò alle parole, fece fare delle analisi e capì che il piccolo era affetto da un’intolleranza che non gli faceva assimilare il cibo correttamente.

Elisa e Sabina – Val Pellice (TO)
Tiziana, Nicole e Anny – Valle d’Aosta

Ci sono anche veterinarie buiatra, cioè che si occupano di bovini. Non tutti gli allevatori si affidano a loro, c’è chi vuole il veterinario maschio. E non è solo una questione di sottovalutare la forza fisica… manca proprio la fiducia in una donna! D’altra parte, per le donne forti in questo mondo agricolo (ma non solo qui), si dice sempre che hanno gli attributi. Non abbiamo ancora superato questi luoghi comuni…

Monica – Val Pellice (TO)
Michelina e Valentina – Pinerolese (TO)

Secondo me non c’è bisogno di dimostrare niente, né una maggiore forza fisica, né chissà quali valori. Conosco donne che vanno quasi oltre i loro limiti pur di “farsi accettare”. Credo sia sbagliato. Ciascuno fa quel che si sente, ogni uomo o donna ha i suoi limiti. Ma nessuno deve più impedire ad una persona di fare qualcosa solo in base al suo sesso. E nessuno deve usare una qualsiasi forma di violenza, fisica o verbale. Sembra scontato, ma evidentemente occorre ripeterlo, dato che continuiamo periodicamente a dover raccontare questi fatti tragici. L’episodio di Agitu, come ho già scritto, ha colpito un vasto pubblico perché conteneva diverse valenze simboliche. Però ci sono tante altre forme di violenza, di pressione, di pregiudizio che devono essere sradicate.

Apollonia – Valli di Lanzo (TO)
Deborah – Val Pellice (TO)

La speranza è che i giovani, che hanno ormai accesso continuo alla rete, ai social, capiscano il significato di questa giornata, dell’iniziativa #donneforti, affinché in futuro le donne del mondo agricolo, del mondo zootecnico, non debbano raddoppiare le energie da spendere quotidianamente per svolgere il loro lavoro, investendole solo nella giusta dose di forza fisica (per far nascere un capretto, un vitello, per tirar su una forma di formaggio dalla caldaia, per rastrellare fieno, per pulire a mano la stalla….) e non più in quella psicologica.

Elsa e Giovanni – Canavese (TO)

Di donne forti ne ho incontrate tante, alcune non ci sono più. Penso a chi mi aveva regalato la mia prima cana, il bastone da pastore. Penso a chi aveva riconosciuto la mia passione per il mondo della pastorizia: “…perché a te piace davvero questo mondo, io l’ho sempre fatto per aiutare lui, non perché mi piacesse.” Non chiedetemi di nominarle tutte, ne dimenticherei qualcuna. Anche le immagini di questo post non sono che di una piccolissima parte delle donne che ho incontrato. Ho imparato molto da tutte loro. Le ho viste combattere lotte di ogni tipo, contro la burocrazia, i pregiudizi, l’ottusità, contro uomini “piccoli piccoli”.

Mariuccia – Pinerolo (TO)

Spero che oggi, con questa iniziativa, raccontino la loro storia quelle donne che conducono greggi di pecore e di capre, quelle che vanno a lavorare come pastori salariati, quelle che fanno le casare, quelle che badano da sole alle loro vacche in alpeggio, quelle che hanno preso in mano l’azienda quando mariti e compagni se ne sono andati. Spero di vedere i volti delle madri, delle imprenditrici, delle figlie, delle compagne di allevatori. E spero che anche gli uomini partecipino, perché se alcuni di loro hanno ancora una mentalità chiusa, pregiudizi, incapacità di considerare una donna come loro pari, ce ne sono invece moltissimi altri che, fortunatamente, riconoscono il valore delle donne come persone, prima ancora che come lavoratrici in aziende agricole. Ovviamente questo discorso vale per ogni ambito lavorativo e non, ma non basterebbero le parole per parlare di tutto e di tutti.

Antonella e Rosa – Valchiusella (TO)

NB: Le immagini ritraggono donne incontrate dal 2003 ad oggi e sono solo una piccolissima parte di tutte quelle che ho conosciuto. Pubblicare le foto di tutte sarebbe stato impossibile, qua e là sono già presenti in altri articoli dei miei blog e nel miei libri. Questi scatti vogliono solo ritrarre delle donne del mondo zootecnico di montagna, senza riferimento a eventuali aspetti della loro vita privata.

La voce delle donne

Poche righe per lanciare un gesto simbolico. Ieri siamo stati tutti colpiti, a vario titolo, da ciò che è successo in Trentino: la morte dell’allevatrice Agitu Ideo Gudeta per mano di un suo collaboratore. Non sto a far retorica, di parole ieri ne sono già state dette e scritte forse fin troppe. Resta il fatto nella sua amara crudezza: un uomo non ha saputo far valere le proprie ragioni nei confronti di una donna se non con l’uso della forza e della violenza. C’è tanto dietro quel gesto, ci sono millenni di storia, di cultura, di conquiste negate in pochi secondi. Nonostante se ne parli, ahimè, molto spesso, continua ad accadere.

Maria Pia – colline del Monferrato (AL)

Quando ho saputo la notizia, ho pensato a quante donne allevatrici ho incontrato in questi anni, e quante volte mi hanno raccontato momenti di difficoltà nel lavoro e nella vita proprio legate all’essere donne. Perché c’è ancora arretratezza mentale e culturale, perché oggi si avvicinano culture diverse dove il ruolo della donna non sempre è riconosciuto in modo uguale, perché in alcuni territori c’è una maggiore chiusura, per altri motivi ancora.

Valentina con i suoi figli – Valchiusella (TO)

Molte volte oggi la donna non è solo più la moglie/sorella/madre/compagna dell’allevatore, dell’agricoltore. E’ lei la titolare dell’impresa e si trova a dover assumere dipendenti, dar loro degli ordini, acquistare attrezzature, approvvigionarsi di foraggio, acquistare animali e così via. Non parliamo solo della forza fisica necessaria per svolgere i singoli lavori, ma di quella mentale necessaria per affrontare certe situazioni, specialmente con certi “uomini” che non si dimostrano tali.

Marta – Valle Stura (CN)

Ieri sera una delle mie amiche allevatrici, Marta, mi ha mandato un messaggio dove esprimeva all’incirca i miei stessi pensieri, ma ancora più sentiti, dato che lei è una titolare di azienda agricola e, in aggiunta, ha perso un’amica per mano di un uomo. “Dovremmo fare un qualcosa, un gesto simbolico da parte di tutte le allevatrici. Non so se sia così in tutti i settori, ma nel nostro molte volte questi problemi li senti sulla tua pelle.” Non soltanto per la memoria di Agitu, ma per far vedere a tutti quante sono le donne in questo mestiere, che forza hanno, contro cosa devono combattere ogni giorno.

Silvia – Champoluc (AO)
Carla – Val Chisone (TO)

E così, stimolata dalle parole di Marta, vi faccio questa proposta: il giorno dell’Epifania, quando i social sono invasi da messaggi, video e immagini anche abbastanza stupide a “celebrare” la “donna-befana”, pubblichiamo invece sulle nostre bacheche social (Facebook, whatsapp, Instagram, tutto dove siamo presenti) un qualcosa che parli di noi. Mi rivolgo alle allevatrici, agricoltrici, veterinarie, pastore salariate, donne che fanno parte a vario titolo del mondo agricolo/zootecnico.

Anny – Nus (AO)
Sara – Pianura pinerolese (TO)

Una foto simbolica, ma chi è più bravo con le parole e ne ha la voglia, può raccontare un momento difficile vissuto in quanto donna, oppure la storia della sua azienda. Chi se la sente e lo sa fare, può pubblicare un video. Possono ovviamente partecipare anche gli Uomini, quelli che riconoscono il valore delle donne in questo settore, pubblicando foto delle loro madri, mogli, sorelle, raccontando qualcosa della loro forza. Non dobbiamo dimostrare niente, solo dire che ci siamo e siamo tantissime. Il gesto vile contro una di noi è una ferita a tutte quante.

Alessandra – Val Soana (TO)
Lorella e sua mamma Paolina – Valchiusella (TO)

Vi racconto un piccolo aneddoto a suo modo simbolico. Ero in coda in un negozio dove si vendono/aggiustano macchinari agricoli, aspettavo il mio turno per prendere dei pezzi di ricambio per la falciatrice e per il trattore. Nei giorni della fienagione purtroppo succede spesso e aggiustare al più presto il mezzo è fondamentale per riuscire a finire il lavoro prima di un temporale. E’ entrato un uomo, anche lui con qualche urgenza simile alla mia, ed è andato dritto al bancone passandomi davanti. Gli ho fatto notare che c’ero io, prima. Prepotentemente, ha risposto che lui aveva fretta. Perché, io no? Scommettiamo che, se fossi stata un uomo, non avrebbe agito così? Comunque, mi sono fatta servire prima di lui, come doveva essere, secondo l’ordine di arrivo in negozio.

Elisa e Linda – Valsavarenche (AO)

C’è una settimana di tempo per far girare l’iniziativa, per informare, per scegliere la foto giusta, per realizzare qualcosa da postare il 6 gennaio 2021. Un giorno di donne forti. Credo che questo, in rete, si chiami flashmob e ci sia la necessità di un hashtag… per tutte le #donneforti allora!

Laura – Bionaz (AO)

Perché non scrivi?

Mi hanno chiesto: “Ma tu che sei una scrittrice, perché non scrivi qualcosa su questi tempi che stiamo vivendo, su quel che sta succedendo?“. Qualcosa ho scritto, nei giorni scorsi, ho buttato giù qualche pensiero, ma continuo a ritenere che ci sia già fin troppa gente che scrive e che parla su di un argomento che sembrano non conoscere del tutto nemmeno gli addetti ai lavori. Altrimenti non ci si spiega come mai dei medici, tutti ugualmente laureati in medicina, abbiano opinioni tanto diverse.

Escursionisti e turisti in una giornata della scorsa estate in Valsavarenche (AO)

Adesso è il momento delle mille accuse, la chiusura parziale o totale “è colpa di…”. Di quelli che sono andati in ferie, dei giovani, della movida, degli aperitivi, degli studenti, degli anziani che giocavano a carte al bar…. E nelle case di riposo, dove il livello di attenzione e prevenzione avrebbe dovuto essere massimo, senza mai calare anche solo un giorno, dove nessuno dovrebbe aver disatteso le regole igienico-sanitarie? Accidenti a quei nonni che, tra movida e apericena, ci hanno portato a un nuovo lockdown…

La terapia rigenerante delle camminate in solitaria in montagna… – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Ma nessuno ha badato, in questi mesi, quando comunque si sapeva che il virus sarebbe tornato in autunno, a prevenire per esempio con una corretta alimentazione, o cercando di capire come rafforzare il sistema immunitario… E anche adesso, con un nuovo lockdown, si va a colpire duramente il corpo e lo spirito, privando moltissime persone, tra le altre cose, della possibilità di fare movimento (non dico sport agonistico, dico proprio solo fare una camminata in solitaria lontano dalle aree urbane), beneficiando di tutto ciò che il movimento, il sole, l’aria pura ci possono dare.

Paesaggi autunnali salendo al Col Collet – Quart (AO)

Perché non sono stati fatti più studi sul perché certe persone si sono ammalate in forma grave e altre no, a parità di condizioni di salute? E’ vero che c’è una correlazione con la carenza di vitamina D? La vitamina D si assume attraverso gli alimenti… e stando al sole (è chiamata la “vitamina del sole”)! Ma ora ecco che ci chiudono tutti in casa, vietato allontanarsi, vietato camminare e respirare aria buona!

Angoli poco conosciuti della Valle dove camminare in totale solitudine – Chaleby, Quart (AO)

Quel che pensavo questa primavera in occasione del primo lockdown è ancora più valido oggi, alla luce di quanto visto e sentito in tutti questi mesi. Oggi ci si scaglia contro chi si preoccupa perché non può andare a camminare, ma anche contro chi parte dalle città verso le seconde case. Io farei lo stesso, in nome della salute fisica e psicologica. Per chi teme che sia un escursionista o uno “venuto da fuori” a portare “il contagio”… tranquillizzatevi! Facessero il tampone a tutti, nello stesso giorno, chissà quanti di noi sarebbero positivi (e asintomatici), abitanti delle città, delle vallate, dei villaggi, delle località di mare.

Un tardo pomeriggio autunnale dopo una giornata di maltempo – Petit Fenis, Nus (AO)

Me la permettete un’altra riflessione da allevatrice che abita in montagna? Nel leggere le infinite diatribe tra chi quasi nega il virus o ne minimizza la pericolosità e chi, spesso appartenenti in prima persona al mondo ospedaliero, enfatizza all’opposto la grave situazione che vive ogni giorno in prima persona, mi viene in mente un’altra situazione. Quella del lupo. Cosa centra? Perché tirare in ballo il lupo anche qui?

Gregge al pascolo in alpeggio -Bardonecchia (TO)

Perché è un problema che conosco bene e di cui ho analizzato a fondo tutte le sfaccettature e implicazioni. C’è chi nega che gli attacchi siano “colpa sua” (chiamando in causa fantomatici cani randagi), chi dice che la colpa è comunque dei pastori (che non sorvegliano adeguatamente il bestiame, che abbandonano cani in giro, che non danno da mangiare ai propri e via di ipotesi fantasiose di questo tono), chi ne fa una questione politica, chi una questione economica. C’è chi se ne disinteressa totalmente (ritenendo che non sarà mai affar suo), chi si preoccupa anche quando non corre praticamente alcun rischio… Poi ci sono quelli in prima linea, gli allevatori, che reagiscono in modo diverso a seconda di quanto sono colpiti direttamente, dei danni subiti, dell’impostazione aziendale, della passione che ci mettono nel loro lavoro, dell’ampiezza di vedute, della filosofia di vita personale.

Gregge al pascolo – Passo del Gran San Bernardo (AO)

Non vedete in un certo senso una qualche analogia? Anche nel fatto che se ne parla tanto, si sa che in una certa stagione il problema si ripresenta, ma immancabilmente nei mesi precedenti non si è fatto abbastanza per arrivare preparati ad affrontarlo. Non voglio mancare di rispetto a nessuno con questo parallelismo, ma invito solo a riflettere su come le problematiche abbiano un peso diverso in base a quanto ci coinvolgono in prima persona.

Domenica scorsa i parcheggi alla partenza dei sentieri erano al completo, tutti a far scorta di aria buona, tutti ad ossigenare i muscoli e i polmoni, ad alleviare lo spirito – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Comunque, c’è un bel sole in questa giornata di transizione… Giornata per me difficile da comprendere: se siamo così a rischio, cosa cambia da oggi a domani? Perché posticipare di un giorno la chiusura? Anche da quassù posso immaginarmi le corse odierne ai supermercati, gli spostamenti tra comuni, tra regioni, per andare a dare almeno un ultimo saluto a un parente, un fidanzato, un amico, oltre alle transumanze verso “prigioni” più accettabili rispetto ad una città, come si diceva sopra. E tutte quelle cose da fare… già solo qui, quante macchine sono passate, oggi, quanti si sono fermati anche solo per far due parole, per dare un saluto.

Al pascolo nei mesi del lockdown primaverile – Petit Fenis, Nus (AO)

Me lo sento, avremo delle bellissime giornate autunnali, d’ora in poi. La natura si farà beffe di noi, l’avevo già notato in primavera. Pur con uno spirito oppresso dalla situazione che stavamo vivendo, pur colmi di preoccupazioni per un futuro economicamente e socialmente sempre più nero, era inevitabile non vedere quanto fosse meraviglioso l’esplodere della primavera, in giornate dal cielo terso, che ospitava un sole brillante come non mai. Quasi la natura ci volesse dire qualcosa, ma non so quanti abbiano colto il suo messaggio.

Rientro dal pascolo, ieri pomeriggio – Petit Fenis, Nus (AO)

Adesso i colori dell’autunno stanno per chiudere la loro parentesi, le brume dei giorni scorsi hanno appesantito molte foglie già instabili, spogliando interamente alcuni alberi, come frassini e noci. Resistono ancora parte delle chiome dei ciliegi e delle betulle, ma giorno dopo giorno anche queste macchie di colore spariranno. Su in alto, i boschi di larice hanno virato dal giallo oro all’arancione e, prima di liberare i loro aghi con le gelate che ancora si fanno attendere, mantengono un aspetto di rame antico.

Una cornice autunnale – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Se le protezioni che ci hanno insegnato ad usare sono sufficienti ed efficaci, il virus non mi fa paura. Temo molto di più gli effetti collaterali di queste chiusure. Sono grata al fatto di vivere questi momenti qui e di non essere da sola, sono consapevole di questa mia immensa fortuna. Nello stesso tempo però non intendo accettare passivamente tutto ciò che sta accadendo. Visto che lo scopo dovrebbe essere la nostra salute, intendo preservarla stando all’aria aperta, camminando, vivendo!

Domenica scorsa anche il tempo era immobile, sembrava quello che precede la neve, ma le temperature erano miti, in questo anno così strano… – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Volevo chiudere con una riflessione sentita in bocca a diversi anziani, negli ultimi tempi. Persone molto diverse tra loro, sia per origini, sia per titolo di studio, passato lavorativo, esperienze di vita. Tutti mi hanno detto: “Noi la nostra vita bene o male l’abbiamo fatta, adesso cerchiamo di fare attenzione, speriamo vada tutto per il meglio, ma se deve capitare, vuol dire che era la nostra ora. Quel che ci preoccupa è vedere i giovani, voi, che non vi lasciano vivere, lavorare, divertirvi com’è giusto che sia . Vi stanno togliendo il futuro, la speranza, la voglia di fare.

Pensieri montanari

Le brume oggi avvolgono la valle e si intravvede appena il profilo delle montagne. Le capre cercano ghiande a muso basso nel sottobosco. E’ una giornata d’autunno come tante, come sempre. Sì, quassù è tutto immutato, almeno in apparenza. Se non si ascoltasse il telegiornale o la radio, se non si aprissero i social, se non ci si muovesse da casa, ci potrebbe un’illusione di normalità. Ma non sono così fuori dal mondo, so bene quel che succede “intorno” a me, però nello stesso tempo mi sento fisicamente e mentalmente lontana da tutto, ogni giorno più lontana. Un po’ è un allontanamento volontario, per non farmi prendere da una certa isteria collettiva, un po’ è una strategia di sopravvivenza, dato che l’evitare contatti è comunque la migliore garanzia, di questi tempi (tanti non possono permetterselo, io sì, abbastanza), un po’ è un sentirmi sempre più distante dal modo di vivere e pensare di molta, moltissima gente. L’isolamento non è un gran sacrificio, i luoghi affollati mi hanno sempre messo a disagio, la compagnia ideale per i momenti “sociali” è sempre solo composta da pochi buoni amici.

Atmosfere autunnali con sguardo sulla valle – Petit Fenis, Nus (AO)

Che la folla, la concentrazione di esseri viventi, di esseri umani, fosse malsana già si sapeva. La qualità della vita si abbassa quando molte persone vivono le une vicine alle altre, sopra, sotto alle altre. Forse dal di fuori lo vediamo e lo capiamo meglio? Forse chi vive in città sta bene dov’è, si sente addirittura protetto, avendo perso di vista tutto ciò che è naturale. Cosa penserà quel minuscolo pedone che cammina su di un marciapiedi in città, circondato da immensi grattacieli incombenti su di lui, affiancato da un flusso ininterrotto di auto, furgoni, bus?

Atmosfere urbane – Genova

Io, in montagna, so di non essere niente, una nullità. Più che mai in questa stagione si rafforza questa sensazione, quando in quota c’è un silenzio assoluto e le pareti, spruzzate di neve, sembrano ancora più alte ed austere, svettanti verso il cielo. Mi sento fragile, so che basta anche solo un minuscolo sasso in caduta dall’alto per colpirmi a morte. Il pericolo è ovunque, evitarlo può dipendere dal mio comportamento, dalla mia prudenza, ma non solo, c’è sempre una componente di casualità. Più di una volta, pascolando le pecore, ho visto una pietra rotolare sul versante e colpire fatalmente un animale che fino ad un attimo prima era lì a mangiare con le sue compagne.

Autunno nel Vallone di Saint Barthélemy – Nus (AO)

Quassù vita e morte sono una cosa naturale, quotidiana, ciclica. Gli stambecchi più forti, sani, grassi, pascolano in branco, i maschi da una parte, femmine e capretti dall’altra. Poi c’è il vecchio maschio solitario, o l’individuo ferito, malato, quello che non ha accumulato abbastanza riserve per superare la stagione invernale. In questo caso non c’è solidarietà, quella esiste più nelle favole che non in natura, dove questi animali si allontanano o vengono allontanati dal branco, perché fragili, deboli, portatori di malattie, facilmente cacciabili dai predatori, quindi pericolosi per i loro simili.

Maschi di stambecco nel pieno della forma a fine settembre – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Quando l’uomo gli animali li alleva, interviene per curarli, per quanto possibile. Però la morte arriva, talvolta per problemi di parto, oppure colpisce un soggetto già debole, capita anche che muoia o si debba sopprimere un capo giovane, quello che fino a poco prima sembrava essere il più bello e in forze, ma che poi si ammala all’improvviso. Non si si abitua mai, fa male, ma si sa che è così, la morte è una componente della vita. C’è gente che invece persino evita di nominarla…

Vecchio stambecco solitario, troppo magro per affrontare l’inverno – Champoluc, Val d’Ayas (AO)

Cosa passa per la testa di tutti coloro che pensano che un virus sia un “complotto”? Senza dubbio c’è chi si sta approfittando della situazione che si è venuta a creare con la pandemia e le varie decisioni prese per cercare di arginarla. Il male di uno può essere il bene dell’altro, è una legge di natura anche quella, in fondo. Ci sarà sempre chi si ciba della carcassa di quello stambecco solitario, il giorno che non si alzerà più.

Grifoni intorno ad una carcassa in un canalone – Val di Susa (TO)

Io il virus lo vedo come un segnale della natura verso l’uomo, che sta vivendo nel modo sbagliato, o anche come uno strumento della natura per auto-regolarsi, perché siamo in troppi, viviamo tutti appiccicati gli uni agli altri, in ambienti inquinati, facendo una vita spesso poco sana, quindi siamo troppo fragili. Inoltre ci vogliamo spostare continuamente, con ogni mezzo, persone e merci in un giorno possono fare il giro del globo. Sarebbe da stupirsi se un virus non riuscisse a spostarsi velocemente, così com’è accaduto.

Turisti in una giornata di pioggia nelle vie di Bolzano

Un gregge di capre sta bene, è sano, in forma. Viene unito ad altre greggi per la stagione estiva, tanti animali, appartenenti a cinque, dieci, venti proprietari diversi, tutti ugualmente sani, ma forse no. Sulla quantità, in mezzo a quelle cento o duecento capre, ce n’è uno o forse due che hanno un problema non visibile… ed ecco che tutti gli individui più deboli, quelli con meno anticorpi, quelli che hanno avuto meno contatti con altri in passato, si ammalano.

Gregge di capre in alpeggio – Pont, Valsavarenche (AO)

Passerà anche questo virus. Quel che mi preoccupa maggiormente è il fatto che, già in passato, non si sia investito abbastanza sulla sanità, visto che tutti vogliamo vivere il più a lungo possibile, mi preoccupa il fatto che già prima dovevi aspettare mesi per una semplice visita, che certi giorni passavi ore al telefono per riuscire a prendere la linea per prenotare una visita dal tuo medico di base! Adesso ci vogliono di nuovo chiudere in casa affinché non ci si ammali di Covid-19. Anzi, per non contagiarsi, perché non tutti si ammalano, e anche se ci si ammala, si può anche guarire. Qualcuno muore. Potrei essere io, ma sulla Terra sono quella nullità di cui si parlava. Chiusi in casa senza lavorare, come si fa? Qui in montagna un minimo di autosufficienza ce l’abbiamo, di fame non moriamo, di freddo nemmeno. Ma in città?

Folla nel centro di Aosta per la Fiera di Sant’Orso

I politici che vogliono “chiudere” perché la gente non muoia di Covid, perché non hanno mai chiuso le fabbriche di armi? Quelle ammazzano la gente, senza ombra di dubbio. E perché lo Stato vende le sigarette? C’è scritto persino sul pacchetto che il fumo uccide. Non mi fa “paura” il virus, cerco di seguire le regole per prevenire un possibile contagio, ma quassù non è difficile. Contatti pochissimi, tutte le occasioni “sociali” a cui partecipavamo sono state annullate (fiere, rassegne del bestiame, ecc.), ho fatto scorta della maggior parte dei generi alimentari che mi serviranno nei prossimi mesi. Quelli che non produciamo noi, solitamente li acquistavo in fiera (riso, farina da polenta, spezie, legumi), ma sto provvedendo a farmeli spedire dai produttori.

Fine stagione nei pascoli d’alpeggio per un gregge di pecore che pratica il pascolo vagante – Bardonecchia (TO)

Sicuramente altrove è diverso, lo capisco che abbiate paura. Quando si è in tanti, in troppi, tutti ammassati, ci sono più rischi ed è ovvio che servano più vaccini, più medicinali. Se si vive secondo natura, godendo del sole, del freddo, di cibi genuini, del territorio, di stagione, il nostro sistema immunitario e il nostro corpo sono più forti. Se sto fuori al freddo, rischio meno di prendermi un’influenza rispetto a chi sta tutto il giorno al chiuso. Gli animali, sotto la neve, all’aperto, se sono sani e hanno la pancia piena, non patiscono le basse temperature. Sono “cose della natura”, non c’è nemmeno da spiegarle a chi vive in montagna e fa questo mestiere.

Pascolo autunnale, tra ghiande e foglie – Petit Fenis, Nus (AO)

Le capre continuano a cercare ghiande, qualcuna alza il muso e si drizza per afferrare con i denti una foglia. Anche se, essendo animali domestici, siamo noi a pensare alla loro alimentazione, la natura fornirebbe comunque il giusto cibo per affrontare l’inverno: castagne e ghiande, altamente nutritive, insieme a tutte le foglie che, lentamente, cadranno a terra nei prossimi giorni.

Montagne silenziose, gli alpeggi si sono svuotati e il turismo di massa dei mesi scorsi è cessato con i primi freddi – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Non vi ho dato soluzioni, ci mancherebbe, chi sono io per farlo? Ho solo messo giù, nero su bianco, un po’ di pensieri. Riflessioni anche dure, ma occorre essere realisti e concreti, in un mondo sempre più virtuale che oggi si sta scontrando con questo aspetto della realtà. Anche nel più tecnologico dei mondi siamo comunque soggetti alle leggi della natura… e non sarà barricandoci in casa che diventeremo immortali! (testo scritto il 21.10.20)