Io fatico a capire…

Io, sul tema “lupo”, fatico a capire tante cose. L’argomento è così vasto che sono sempre più restia ad affrontarlo, perché comunque se ne parli, si tralascia qualcosa e si creano fraintendimenti di vario tipo, discussioni, animi che si infiammano.

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Gregge di capre in alpeggio: gli ovicaprini sono tra gli animali domestici i “preferiti” dal lupo, ma si registrano predazioni anche nelle mandrie di bovini – Valsavarenche (AO)

Raramente trovo chi affronta il tema in modo obiettivo e corretto, il più delle volte si preferiscono estremismi che non portano da nessuna parte, ma solo a un’esasperazione e un odio sempre più profondo (come se ce ne fosse bisogno!). Sicuramente tale atteggiamento non porta al dialogo e alla ricerca di soluzioni concrete. Si va da quelli che ritengono i lupi animaletti “pucciosi e coccolosi”, con emeriti idioti che cercano il selfie con il lupo o il video mentre cercano di dar da mangiare al lupo… fino a quelli che vorrebbero sterminarli tutti.

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Escrementi di lupo su di un sentiero – Valle d’Aosta

Come in molti altri casi, la buona e corretta informazione passa in terzo o quarto piano, si preferisce condividere il post di poche righe con questi messaggi estremi, fa sensazione e agevola il commento da parte di chiunque. Tralasciando gli animalisti da salotto e tutti quelli che pensano che il mondo reale sia un film di Walt Disney, vorrei capire, per esempio, a cosa mirano quelli che continuano a pubblicare foto di animali selvatici predati dal lupo. Il lupo c’è, il lupo si è diffuso, è aumentata la sua presenza, quello ormai è un dato di fatto. Il lupo è un carnivoro. Il lupo è un animale selvatico, quindi… preda e consuma quello che trova! Capisco molto bene l’allevatore disperato per le predazioni al bestiame, ma cosa trovate di “notevole” nel fatto che venga ucciso e mangiato un capriolo o un cervo?

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Gregge di pecore di razza frabosana-roaschina: le razze autoctone a rischio di estinzione dei piccoli allevamenti sono messe particolarmente in pericolo dalla presenza dei predatori – Valle Stura (CN)

…e quelli che si ostinano a dire “bisogna uccidere tutti i lupi”? Come pensano sia possibile farlo? Anche cambiando le leggi, mai al giorno d’oggi si potrebbe pensare di ottenere una cosa del genere. Secondo me l’insistere nel chiedere una cosa del genere è dannoso e controproducente. Quando leggo di qualcuno che propone di “spostare” i lupi mi viene da ridere. Dove?? E poi, come pensano di tenerli fermi? Sugli abbattimenti se ne può discutere, ma io resto della mia idea, che l’unico ad avere il diritto di sparare al lupo dev’essere l’allevatore che lo avvista nei pressi dei suoi animali. Le ipotesi di “quote di prelievo di lupi” secondo me hanno poco senso e, per gli allevatori, non porterebbero a risultati degni di nota (non è detto che nella “quota” ci siano effettivamente lupi che sono soliti avvicinarsi all’uomo, predare il bestiame, ecc…)

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Grosso gregge in alpeggio: di giorno si pascola con la presenza dell’uomo e i cani da guardiania, per la notte tocca posizionare le recinzioni mobili elettrificate – Bardonecchia (TO)

Altra cosa che non capisco, l’ostinazione di molti a sostenere che “il lupo non si avvicina all’uomo” o “il vero lupo non si avvicina…”. Allora tutti quelli che scendono nei paesi comportandosi quasi come animali spazzini, quelli che camminano nelle strade, cosa sono? Qualcuno farà anche parte dei vari cani lupo cecoslovacchi sfuggiti al controllo dei padroni, ma tutti gli altri sono lupi. Che poi ci siano anche ibridi in circolazione, viene più o meno detto, ma non in modo chiaro. Quello che piacerebbe sapere e cosa si pensa di fare con questi ibridi, dato che molto probabilmente la loro “paura dell’uomo” è ancora minore rispetto a quella dei lupi-lupi!

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Non è solo in alpeggio che si verificano predazioni, ormai si segnalano casi anche in fondovalle e in collina – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Ci sono poi tutti quelli che “il lupo è pericoloso per l’uomo”. Puntualmente ogni presunto attacco capitato dalle nostre parti viene smentito dai fatti o dai diretti interessati. Ma certo che è pericoloso, probabilmente però meno di quanto lo possa essere un cane, ma pari a un cinghiale o a qualunque altro animale selvatico che attacca o per paura della propria incolumità in situazioni in cui la fuga non è possibile o per difendere la prole. Che oggi, in Italia, un lupo attacchi un uomo per “fame” lo escluderei.

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Gregge e cani da guardiania – Bardonecchia (TO)

Le cose che vorrei capire sono tante, ma mi limito a parlare ancora di due aspetti. Primo, vorrei che chi si occupa di studiare e tutelare il lupo facesse più chiarezza. Mi è piaciuto un articolo che ho letto qualche tempo fa (o forse era un post su facebook), dove si diceva che il lupo non è “né buono né cattivo”. Partendo da questo atteggiamento, bisognerebbe andare avanti con obiettività, ammettendo (come si diceva sopra) che il lupo non scappa più o non sempre scappa appena vede l’uomo. E poi ammettendo che i lupi ormai hanno colonizzato e stanno colonizzando tutti gli spazi, dalla montagna alla pianura.

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Gregge vagante “scortato” dai cani da guardiania tra le strade di pianura del Canavese (TO)

E veniamo così all’ultimo punto. Mi chiama un pastore, o meglio, un allevatore che ha, per passione, un gregge di pecore. E’ una persona intelligente, sa che ormai i lupi ci sono, che non possono essere sterminati, così si è dotato dei mezzi per proteggere il gregge. Ha cercato dei cani “giusti”, non si è accontentato della razza, ma è andato a prenderli in Centro Italia, da un pastore che li ha sempre avuti con il gregge. Le sue pecore ora sono in fondovalle e, vicino al recinto, passa chi va a fare la passeggiata, chi va in bici, chi corre. Il pastore mi telefona per chiedermi come fare per avere i cartelli che segnalano i cani da guardiania, mi attivo per rispondergli e… scopriamo che non vengono più forniti, quindi chi li vuole, deve arrangiare a farseli.

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Cucciolo di pastore maremmano-abruzzese  in un gregge vagante, dietro si scorge anche un cane adulto – Santhià (VC)

Ma il pastore ha anche un altro problema. Il suo Comune, a cui ha fatto richiesta per apporre questi cartelli prima e dopo il gregge, lungo la pista che passa da quelle parti, gli ha mandato una lettera dove, sentito anche il parere di un veterinario, gli rispondevano che tali cani fossero da usare esclusivamente per proteggere le pecore dai predatori in alpeggio! E’ qui che non ci siamo!!! Abbiamo un pastore che si comporta correttamente, usa le reti, i cani, e gli diamo questa risposta? Un organo ufficiale gli fornisce questa risposta?? Soprattutto quando a pochi chilometri di distanza nelle settimane precedenti c’è stato un attacco certificato? E se anche in quel caso fossero stati cani vaganti, i cani da guardiania difendono il gregge anche da quelli, quindi è mio diritto tenerli sempre nel gregge!

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Cucciolone accanto al recinto: il cane reagisce abbaiando alla presenza di estranei in assenza del pastore – Canavese (TO)

E qui siamo arrivati all’ultimo punto (per oggi), la nota dolente dei cani. Mi domando perché ci siano persone che continuano a sconsigliarne l’utilizzo. Per me equivale condannare i pastori e i loro animali. Sai che ci sono i lupi e… non fai niente?Bisognerebbe addirittura stimolare i pastori a prendere i cani prima ancora che ci siano problemi di predazione in zona, per evitare che, trovando facili prede, si insedi un branco. Allo stato attuale le forme di difesa del gregge sono solo passive. I cani da guardiania, se adatti e ben inseriti, funzionano. L’ho già detto altre volte, un pastore sa che non tutti i cani “lavorano bene” per quanto riguarda la conduzione del gregge e sa anche che un buon cane già addestrato vale molto. Perché non dovrebbe essere valido lo stesso principio per i cani da guardiania? Certamente, c’è chi ne sta facendo un business, ma anche un valido sistema di sicurezza per tenere i ladri fuori di casa non me lo regala nessuno. L’importante è che il cane acquistato faccia il suo lavoro. Anche un montone con una certa genealogia e genetica non me lo regala nessuno!

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Gregge e turismo – Sestriere (TO)

Mi spiace leggere le parole di chi si “oppone” ai cani. Preferirei che si spendessero le stesse energie per aiutare i pastori ad inserire dei cani “giusti”, per favorire la comunicazione da parte di pastori (magari di altre aree d’Italia) che i cani li hanno sempre usati con buoni risultati e anche per fare molta, molta informazione a tutti i fruitori del territorio. Perché il grosso problema dei cani è proprio quello, cioè attirare sul pastore le ire dei turisti e altri fruitori della montagna/degli spazi rurali, visto che il cane con il gregge ci deve stare sempre. Se non ci fossero lamentele (e anche qualche denuncia), molti pastori non sarebbero così contrari ai cani. Anche perché, mi raccontava uno di loro, “…da quando li ho, non mi è più sparito un agnello dalle reti, di notte…

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L’inserimento dei cani da guardiania nel gregge è un processo fondamentale che richiede cura e attenzione da parte del pastore – Santhià (VC)

E’ finito qui, il discorso? No di sicuro, ma ne ho già parlato così tante volte… Quello che posso invitarvi a fare, è cercare di documentarsi e comprendere il problema in tutte le sue sfaccettature, senza pregiudizi e preconcetti. Il predatore per l’allevatore è un grosso problema, soprattutto perché gli stravolge il modo di lavorare, comportando spese aggiuntive, perdite economiche, danni nel caso di predazione, stress continuo. Tutto questo in un periodo storico in cui le aziende, specialmente quelle piccole, quelle di montagna, quelle delle aree marginali. già non stanno affatto bene. I prodotti rendono poco, senza contributi economici statali/europei non si va avanti e a nessuno vengono compensati interamente i “disagi” causati dai predatori. Questo è il nocciolo del discorso. Poi di parole possiamo andare avanti a farne all’infinito…

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Appello urgente

Un pastore vagante ha un operaio straniero che lo aiuta nel lavoro quotidiano. Un giorno il ragazzo chiede se, d’estate in alpeggio, la sua fidanzata lo può raggiungere. Il pastore acconsente, la donna arriva, dopo un po’ i due litigano, cosa sia successo il pastore non lo sa, la donna se ne va e, dopo qualche tempo, anche l’operaio lascia l’alpeggio. Passano gli anni e… un bel giorno il pastore si trova accusato di sequestro di persona, sevizie, violenza carnale. Vista la gravità delle accuse, il pastore viene incarcerato in isolamento, i suoi  operai scappano, impauriti, il gregge resta allo sbando…

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Il gregge a Pragelato (TO) – 4 giugno 2011

No, non è la trama di un mio prossimo romanzo ambientato nel mondo dei pastori vaganti. E nemmeno una sceneggiatura di un film di serie B o C… E’ quello che è successo e sta succedendo a un pastore che conosciamo in molti. Una storia assurda che inizia nel 2011, ma che prende questa brutta piega molti anni più tardi. Il processo è in corso, tutti i dettagli non li conosco e non li voglio nemmeno sapere. Quello che però mi sento di dire è che, secondo me, nell’evolversi della vicenda fino ad oggi devono aver pesato non poco i luoghi comuni sulla figura del pastore.

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Il gregge a Pragelato, con il pastore accanto al rimorchio che segue sempre il pascolo vagante – 4 giugno 2011

Chi non sa, chi non conosce, facilmente può credere a questa storia. Un pastore e il suo operaio, vita solitaria, abbrutimento… arriva una donna, la sequestrano e la seviziano per mesi nella roulotte, tenendola in schiavitù. Chi invece sa com’è la vita del pastore vagante immediatamente si fa una bella risata. Impossibile! Chi poi conosce il pastore in questione, suo malgrado protagonista, scuote la testa e dice: “Ma cosa c’è sotto? Chi l’ha voluto incastrare e perché?

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Fulvio e il documentarista Lorenzo Chiabrera a Cinaglio (AT), 6 aprile 2011

Impossibile che sia accaduto qualcosa di simile perché il pastore vagante è sempre in cammino con il suo gregge e non in posti isolati, ma tra villaggi, cascine, paesi… Poi, a quanto pare, il periodo in cui si sarebbero svolti i fatti cade a cavallo della transumanza e della prima parte della stagione d’alpeggio. Gregge, pastori e mezzi si spostano più e più volte, sono giornate concitate, c’è tutto da fare, da preparare, documenti da sistemare, corse negli uffici, agnelli che nascono, macchine da caricare con tutto quello che serve in montagna… Come faceva una donna ad essere chiusa in uno dei mezzi al seguito del gregge senza che nessuno la sentisse e vedesse?

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I camion che hanno condotto il gregge in alpeggio e, sulla sinistra, i mezzi al seguito della transumanza – Pragelato (TO), 4 giugno 2011

I mezzi sono lì, in mezzo a tutta la confusione, c’è la roulotte e c’è il rimorchio attrezzato che quasi tutti i pastori hanno al seguito del gregge. C’è tanto movimento, in quelle giornate… I camionisti che vengono a caricare il gregge, gli amici che danno una mano, la famiglia del pastore… Gente, tanta gente che va e che viene dalla mattina ben prima dell’alba fino alla sera tardi.

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Sempre molta gente, amici del pastore, semplici curiosi, attendono la transumanza – Pragelato (TO), 4 giugno 2011
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Fulvio, il suo aiutante di spalle, Dragos Lumpan e Lorenzo Chiabrera intenti a filmare – Pragelato (TO), 4 giugno 2011

C’ero anch’io, perché quasi sempre andavo a quella transumanza. L’aspettavo su a Pragelato. Perché quell’anno accompagnavo anche un operatore che stava realizzando un video proprio su quel pastore. E c’era pure un documentarista rumeno che da un anno seguiva il gregge documentando i momenti salienti della vita del pastore per un lavoro sulle transumanze a livello europeo. Poi c’erano i padroni delle bestie affidate al pastore per l’estate, c’erano amici e conoscenti che venivano a salutare il gregge nel momento dell’arrivo ai monti…

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Fulvio con la figlia Milena e gente che guarda il passaggio del gregge – Pragelato (TO), 4 giugno 2011

E il gregge non arrivava e “spariva” per tutta l’estate! La prima parte della stagione la trascorreva accanto ad un villaggio, con la roulotte e il rimorchio parcheggiate in uno spiazzo davanti alle case della frazione. Poi ridiscendeva la valle per un tratto, un’altra transumanza, quindi saliva all’alpeggio dove trascorreva il resto dell’estate.

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Fulvio con il gruppo di “Canis lupus Italia”, due giorni in Val Chisone per confrontarsi su lupo e pastorizia – Alpe Juglard, 8 luglio 2011

Il problema è che, per scagionare il pastore, bisogna dimostrare che la donna era libera e non segregata… Io in primavera non l’ho vista, e non l’ho vista nemmeno al momento della salita in alpe. Il rimorchio e la roulotte li ho visti, le porte venivano aperte per prendere ciò che serviva… Poi dopo non sono più stata dal pastore fino ad un momento più avanzato della stagione estiva, quando non c’era nemmeno più il suo operaio, ma solo la moglie e la figlia.

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Nell’inverno dello stesso anno, Fulvio era stato protagonista anche di un servizio di TG2 Dossier – Valceresa (AT), 14 febbraio 2011

Quello che penso io però conta poco, bisogna riuscire a dimostrare che quella donna è stata in alpeggio ed era libera. Il pastore ricorda che qualcuno di passaggio gli aveva mostrato delle foto in cui si vedeva, tra le altre cose, il ragazzo e quella donna su di un sasso con intorno il gregge. Ma CHI aveva fatto quella foto? Ecco l’appello che la famiglia sta facendo attraverso le pagine de “L’Eco del Chisone”. Si cercano foto scattate nell’estate 2011, tra i mesi di giugno e luglio. La foto in questione era stata scattata presso l’Alpe Juglard, in Valle Chisone, ma potrebbero esistere anche altre immagini scattate a Grand Puy (Pragelato) o durante la discesa su Fenestrelle e successiva salita al Juglard. E’ sufficiente una sola foto che mostri la donna camminare insieme al gregge, oppure insieme al suo fidanzato in alpeggio.

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Il gregge con uno dei partecipanti al campo studio di Canis lupus Italia sopra all’alpe Juglard – Val Chisone (TO), 8 luglio 2011

Il pastore sostiene che la donna si fosse fermata poco tempo in Val Chisone, qualche settimana a cavallo tra il periodo in cui era a Grand Puy e quello successivo al Juglard. Aiutatelo, aiutate la famiglia, aiutate tutti quelli che lo conoscono e sanno che persona è… Fate girare la voce, parlatene in giro, nei bar e nelle sedi CAI (chi era passato probabilmente faceva un’escursione, magari andava a mangiare pranzo al Rifugio Selleries, chissà…), parlatene ovunque! E’ urgente trovare questa foto, la prova che potrebbe scagionare il pastore.

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Fulvio e la figlia minore Milena salgono con il gregge verso Grand Puy – Pragelato (TO), 4 giugno 2011

Chi la trovasse o comunque avesse immagini di quel periodo, contatti me o si metta in contatto con la famiglia Benedetto (su facebook Sabina Benedetto). Fulvio lo conosciamo in tanti, nessuno crede a questa storia terribile. Perché sia successa non lo sappiamo, ciascuno in questi mesi avrà fatto le sue supposizioni e congetture, ma… in questo momento bisogna riuscire a dimostrare che la donna per un certo periodo è stata in alpeggio ed era assolutamente libera. Io posso solo dire che, quando sono stata presso il gregge, lei non c’era… ma un avvocato sicuramente ribatterebbe che io non l’ho vista, e questa ahimè non è una prova…

Lacrime e latte versato

Non sono solita scrivere di situazioni che non conosco direttamente, che non ho toccato con mano o di persone che non ho mai incontrato. Però non me la sentivo di tacere di fronte a ciò che sta accadendo in Sardegna. Per diversi motivi: prima di tutto, per solidarietà con chi pratica il mestiere della pastorizia, poi perché i media non ne hanno dato notizia per giorni e… quando l’hanno fatto, la notizia è sembrata quasi un pezzo di folklore, collocata ben dopo le manifestazioni dei gilet jaunes in Francia. Come ultima cosa, ciò che più mi ha infastidito, è vedere come parte del “pubblico” abbia frainteso la protesta, o comunque non abbia attribuito il giusto significato di “versare il latte”.

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Acquerello di Favole artventure – Ilaria Sirigu

Magari qualcuno di voi, a questo punto, dirà: “Sardegna? Perché… cosa sta succedendo in Sardegna?“. Già, perché solo chi “vive” nel mondo dei social network ha subito avuto un’idea di quel che stava accadendo, grazie alle foto, ma soprattutto ai video e ai post degli stessi pastori. Li si vedeva aprire i rubinetti dei frigo del latte, di modo che questo defluisse a terra e poi negli scarichi. Oppure versare secchi di latte nel truogolo dei maiali. Dopo sono arrivati anche video delle proteste di piazza, del latte versato in strada. Ma… andiamo con ordine, come vi ho detto, non conosco direttamente la situazione, così me la sono fatta spiegare da chi sta in Sardegna o di chi ha legami con quella terra.

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L’immagine simbolo della protesta in Sardegna – foto dal web

Prima ho letto quello che mi ha scritto Ivo Boggione, allevatore di capre in Langa: “Noi siamo mezzi sardi, mia mamma è sarda, e finalmente quest’anno a capodanno siamo riusciti coi bimbi ad andare a vedere zii e cugini in Sardegna (lasciando le nostre capre 5 giorni alla custodia degli amici). Siamo legati alla Sardegna, anche la nostra piccola impresa di pastorizia nasce dalla mia esperienza con un pastore sardo che era venuto in Piemonte negli anni 70 per pascolare, nella pianura e nelle Alpi, per mungere le sue pecore e fare pecorino da vendere direttamente. Il problema che vivono in Sardegna in realtà secondo me è quello che ci tocca tutti: è l’essere come agricoltori e pastori tutti ormai in balìa del commercio indiretto, del dilagare di supermercati e centri commerciali, della distanza tra i consumatori e il mondo contadino che produce il cibo. Dobbiamo renderci conto che la protesta dei pastori sardi non è solo per il prezzo del latte, ma per l’assurdità del sistema in cui viviamo. Noi qui non ci possiamo magari lamentare dei prezzi, ma potremmo metterci a protestare per le mille incombenze burocratiche che ci portano via gran parte del guadagno. In Sardegna chi ne trae vantaggio sono le speculazioni sulle esportazioni di formaggi e latte sardi, al nord chi riesce a parassitare il mondo agricolo è il settore terziario. Penso però ai miei cugini che laggiù tribolano: ho visto a inizio gennaio comprare del fieno a 30 euro il quintale, ho visto che è diventato normale per quasi tutti comprare il pecorino del caseificio cooperativo. Ma anche i miei bimbi che lo hanno assaporato hanno capito che il formaggio fatto alla sarda da Cosimo, o quello di Piero di Maria, sono tutta un’altra cosa!

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Un fiume di latte a Oliena – foto dal web

Portate pazienza, a questo punto il discorso si fa lungo, ma non è possibile spiegare cosa c’è dietro alla protesta in poche righe. Proviamo allora ad affrontare il discorso in modo tecnico con un’amica sarda, Erika Sois, operatrice di sviluppo rurale. Ci eravamo incontrate proprio tra i formaggi anni fa ad Amatrice… ma quella è un’altra storia. Erika scrive di getto, mettendoci il cuore di chi vede soffrire la sua terra, la sua gente. “Il latte come il grano (e molto altro ancora) è trattato secondo una logica del prezzo unico basato su quotazioni stabilite chissà dove e da chissà chi. E’ la logica del sistema dominante dove chi produce la materia prima non riceve equo compenso, bensì rimane schiacciato dagli anelli successivi della filiera (trasformazione, commercializzazione). È il sistema capitalistico, dove il trasformatore industriale e la GDO operano per massimizzare la produzione riducendo al minimo i costi. Ma alla base vi sono allevatori ed agricoltori che devono fare i conti anche con la natura, i suoi ritmi, imprevisti ecc. e con contrattazioni sul proprio prodotto non trasparenti, non tutelate, dove il prezzo non lo fa il produttore bensì l’acquirente (il trasformatore). Nel nostro caso, i pastori sono la base di questo sistema, meri conferitori di materia prima il cui prezzo viene stabilito sulla base delle quotazioni del Pecorino Romano. (Ricordiamo che per Pecorino Romano si intende un formaggio DOP prodotto con latte di pecora sarda in Sardegna, Lazio e Toscana – ndA). Si calcola che, nell’isola circa il 60% della materia prima conferita ai trasformatori sia impiegata per produrre Pecorino Romano. E allora sorge la domanda: ma se il mio latte viene utilizzato per produrre altre DOP oppure altri formaggi, perché il mio latte deve essere pagato in base al prezzo del Pecorino Romano?  E poi, tra le decine di caseifici vi sono industriali grossi e piccoli, cooperative, ciascuno dovrebbe prendere autonoma posizione, contrattare con i singoli allevatori in base al proprio piano di impresa. Invece sono semplicemente tutti, e dico tutti (cooperative incluse) concordi con il prezzo base per litro di latte. Poi è vero che si verificano oscillazioni, per cui vi è un industriale che paga a 60 cent./litro (IVA compresa) ed un altro nel medesimo anno a 57, una cooperativa a 65 o 70 ecc. (Il prezzo di quello caprino è ancora più inferiore a causa della sua ridotta resa). Di fatto, i trasformatori creano cartello, il che è illegale. Tanta è la disperazione degli allevatori che, prima della campagna latte, sono accaduti episodi molto squallidi di trasformatori che hanno proposto a degli allevatori un contratto in bianco (senza cifra) garantendo loro la disponibilità immediata di un anticipo sul latte da versarsi. Purtroppo molti allevatori, a causa prima della siccità, poi di temporali, alluvioni e pioggia continua, non avevano più un soldo per poter pagare i mangimi, con conti aperti non saldati nei mangimifici. Insomma, una situazione molto umiliante.”

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Un lago di latte versato per protesta – foto dal web

“La drammaticità della situazione è data anche dal fatto che si parla di un numero elevato di aziende (e quindi di famiglie): da un lato abbiamo circa 35 caseifici, dall’altro circa 18.000 aziende (di cui oltre 12.000 ovine, le restanti caprine). Altro aspetto importante, a livello istituzionale abbiamo diversi luoghi deputati al confronto tra le parti (industriali, cooperative, rappresentanti di categoria, assessorato ed agenzia di assistenza in agricoltura, OP, consorzi di tutela). Si susseguono: Tavolo Verde, OILOS ecc., una serie di incontri periodici al cui tavolo si discute anche del prezzo del latte, con conseguenti “fumate nere” perché il mondo della trasformazione afferma di non poter pagare di più la materia prima a causa del prezzo del formaggio sul mercato, delle giacenze nei magazzini ecc. Altro aspetto, i consorzi di tutela, quello del Pecorino Romano dovrebbe avere il compito di eseguire controlli sui contingentamenti di prodotto e procedere alle sanzioni nei casi in cui i trasformatori producano oltre le soglie stabilite (proprio al fine di tentare di bloccare i prezzi e garantire che non scendano sotto il livello previsto), ed invece nulla! Il Consorzio “fantoccio” non controlla, non sanziona. Altro aspetto è la connivenza di tutti i trasformatori, Coop incluse, con i grossi industriali per esigenze commerciali: il Pecorino Romano è destinato nella quasi totalità al mercato USA e Canada, e quei mercati sono controllati direttamente da 2-3 soggetti tra cui i più grossi industriali sardi.”

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Stand del Consorzio Pecorino Romano – foto dal web

“Venendo al prezzo attribuito al litro di latte, 0,60 cent. (IVA compresa), questi risulta ben al di sotto del costo di produzione (stimato da Ismea in 1 €/litro). Ovviamente ogni azienda avrà il suo costo, ma certamente non si discosta poi tanto dalla stima.
La protesta: questa parte alcuni giorni fa quando cominciano a girare dei video sui social dove si vedono degli allevatori che spontaneamente decidono di buttare il proprio latte chi ai maiali, chi apre la valvola del refrigeratore lasciando che il latte cada a terra, poi l’assalto ad un camion trasportatore, due uomini incappucciati costringono l’autista di una cisterna a fermarsi e poi aprono le valvole lasciando sgorgare a terra il latte (il latte era stato appena ritirato dalle aziende.”

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Solidarietà dalla Toscana: i pastori fermano il rally di Radicofani (SI). Molti pastori in Toscana hanno origini sarde – foto S.Moscadelli

“Episodi di questo tipo si moltiplicano a decine in ogni angolo dell’isola, si organizzano blocchi sulle principali strade con relativo versamento di latte, oppure nelle piazze dei paesi e si coinvolgono anche i sindaci. Si presidiano i cancelli del più demonizzato degli industriali -Pinna- si assaltano le sue cisterne, dei manifestanti riescono ad entrare nello stabilimento e a provocare dei danni. Cominciano ad attirare l’attenzione della stampa nazionale e aumentano i gesti di solidarietà. Al latte versato dai singoli pastori, a quello delle cisterne, si aggiungono oggi assalti a camion che trasportano latticini, a camion che trasportano carni importate. Proprio l’importazione è un’altra nota dolente. La protesta consiste anche nel presidiare i porti dell’isola nelle ore in cui è previsto l’attracco delle navi, perché gli industriali importano anche latte dall’estero (quello ovino prevalentemente dai Balcani-Romania, Bulgaria). Ci sono stati anche episodi smascherati di importazione di formaggio Pecorino dalla Romania (Pinna possiede un grossissimo stabilimento caseario anche in Romania).
Va detto che la protesta non ha colore politico ed è comunque appoggiata dal Movimento Pastori Sardi. Molti degli allevatori in prima linea sono del Movimento.
Ultima osservazione: il ruolo della politica. Semplicemente inutile, incapace di farsi carico di responsabilità, incapace di affrontare la lobby dei trasformatori e di avanzare e pretendere tutele per i produttori. Attualmente siamo in campagna elettorale, il 24 febbraio rinnoveremo il nostro Consiglio Regionale, è la situazione è molto delicata anche per questo motivo.

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A Bottidda i pastori hanno regalato ricotta – foto dal web

Come vedete il discorso non è affatto semplice. Si è creato un sistema e non è facile venirne fuori. Molti, in questi giorni, hanno criticato il fatto che il latte venisse versato, senza capire quanta sofferenza e rabbia c’era dietro quel gesto. Qualcuno, senza capire, diceva che il gesto sarebbe stato più apprezzato se il latte fosse stato donato… Ma chi beve latte di pecora? E poi… siete a conoscenza di tutte le leggi sanitarie in merito? E come lo si trasportava il latte, migliaia di litri di latte fresco? Trasformarlo… qualcuno l’ha fatto e ha donato la ricotta, ma ormai chi vende il latte, lo fa anche perché non ha le attrezzature, il tempo, il personale, il posto per fare i formaggi. Le mungiture quotidiane non sono di 10-15 litri che fai scaldare sul fuoco in cucina nella pentola della conserva! Tra i tanti video che ho visto, mi hanno colpito specialmente quelli delle donne, delle pastore, madri, mogli, figlie. Leggete per esempio questa lettera aperta scritta dalla figlia di un pastore, Marzia Zucca: “(…)Quello che state vedendo tutti in questi giorni non è un latte buttato nella fogna, è il sudore, è il sacrificio, è l’alzarsi presto la mattina per cercare di andare avanti, è andare a letto presto la notte con la speranza che le pecore non siano uscite dal terreno,è sperare in una buona annata di pioggia affinché cresca l’erba per le nostre pecore, è la disperazione dei pastori, è il lavoro di anni, di una vita. Dietro quel latte c’è un padre che al nostro compleanno, al nostro battesimo, battesimo,alla mia laurea,a Pasqua, a Natale è sempre andato prima in campagna. (…)

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Immagini della protesta dei pastori in Sardegna – foto dal web

Versarlo io lo vedo come un modo di farlo tornare alla terra, meglio che vada a concimare l’erba, piuttosto che svenderlo… In questo momento le soluzioni quali potrebbero essere? Pagarlo al giusto prezzo (ma non solo in Sardegna, il discorso vale per ogni luogo e per ogni tipo di latte!) e non farlo arrivare dall’estero. Ma qui entrano in gioco interessi economici e politici, come già spiegato sopra. Trasformare e valorizzare il proprio prodotto? Certo, ma… non è semplice e, forse, non è fattibile per tutti. Perché è vero che, se valorizzi il tuo prodotto, puoi riuscire a trovare un giusto equilibrio tra numero di animali e dimensioni aziendali, ma il discorso della commercializzazione e promozione non è alla portata di tutti. Inoltre, ci sarà sempre e comunque un mercato che non potrà permettersi un prodotto di qualità a caro prezzo.

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Si versa il frutto del lavoro quotidiano – foto dal web

Lo dice anche Erika nel lungo scambio di messaggi che abbiamo avuto in queste ore: “Chiedendo un prezzo unico della materia prima il mondo pastorale dimostra di non riuscire ad uscire dalla logica logica del sistema, perché continua a chiedere un innalzamento del prezzo minimo (ma sempre unico!). Invece, proprio perché ad essere disfunzionale è il sistema, si dovrebbe uscire quello dominante ed instaurarne un altro. Quale? Collegare il prezzo della materia prima al suo livello qualitativo (con riferimento a parametri nutrizionali e organolettici). Perché il latte non è tutto uguale, dipende da come l’animale vive e si alimenta (e questo l’antico pastore lo sapeva, facendo differenza tra una forma di formaggio da latte di gennaio/febbraio ad una sicuramente più eccellente derivante dai Pascoli di marzo/aprile ecc.). Dovremmo recuperare questa antica consapevolezza, oggi rafforzata dal sapere scientifico. Tutto questo presupporrebbe però un grande sforzo della trasformazione, nuovi investimenti per adeguare impianti e sistemi di commercializzazione… ecco, forse, perché risulta ancor più complicato da attuarsi.

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Ancora un’immagine della protesta – foto dal web

Siamo andati un po’ nel tecnico, ma era necessario farlo, andare oltre le emozioni delle lacrime e del latte versato, anche per provare a dare delle risposte e delle soluzioni che dovranno necessariamente essere trovate. Perché altrimenti morirà la pastorizia, l’allevamento, un popolo, una terra. Questa protesta dovrebbe far riflettere tutti, allevatori e consumatori. I primi ritengono che il loro latte sia equamente pagato? I secondi, acquistano in modo consapevole?

Rifiutare un’eccellenza

L’altro giorno mi è capitato di parlare con una figlia di allevatori, sorella di un pastore di pecore. La sua famiglia da anni gestisce un locale in montagna, dove salgono in alpeggio gli animali. Qui “da sempre” si può mangiare una sana cucina casalinga, gran parte dei prodotti (come latticini e carne) è ovviamente di origine aziendale. Oggi queste strutture si chiamano “agriturismo”, ma questa è talmente conosciuta da non aver bisogno di etichette.

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Parto durante la transumanza – Valle d’Aosta

Dal momento che, in azienda, vengono allevate anche pecore, è naturale inserire anche la carne d’agnello nel menù. Lo si è sempre fatto, ma negli ultimi tempi è quasi impossibile farlo. Non è colpa di un aumento di seguaci di diete che non prevedano l’uso di carne… è l’agnello in sé a venire rifiutato. La causa non è da cercare chissà dove, semplicemente le martellanti campagne che tappezzano muri, fiancate di autobus, imperversano on-line e approdano in TV specialmente nel periodo pasquale, lasciano il loro segno. Qui viene sempre presentato l’agnello come neonato, puntando il dito soprattutto sulla crudeltà nel cibarsi di un essere così piccolo.

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Se mettiamo l’agnello, la gente non lo ordina… ma qualunque altra carne sì. E’ proprio solo l’idea, perché non è nemmeno che non piaccia, non sanno nemmeno che gusto abbia. Se glielo si fa assaggiare, poi dicono anche che è buono!” Serve ben poco dire, scrivere infinite volte che non sono quelli nelle immagini gli agnelli che si macellano e cucinano, ma animali di età e peso maggiore. Dici agnello e la maggior parte della gente associa a questo animale un esserino di pochi giorni di vita, dal quale oltretutto non si riuscirebbe nemmeno a ricavare carne!

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Transumanza – Pontey (AO)

Non ci sarà progetto di valorizzazione delle carne ovicaprina in grado di sovvertire queste campagne così martellanti, così massicce e spesso così infarcite di notizie incomplete o errate. Ciò che colpisce alcuni punti delicati della nostra sensibilità non si cancella facilmente. Inoltre si vanno a toccare simbolismi che hanno radici nella notte dei tempi… solo che, fino a non tanti anni fa, l’agnello era l’animale da mangiare specialmente in abbinamento ad alcune feste religiose, oggi invece c’è chi lo rifiuta sempre e comunque.

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Pascolo in alpeggio – Valchiusella (TO)

Non sono nemmeno vegetariani, come si diceva… magari sono persino consumatori attenti di cibo naturale, biologico, sano. Ma un’eccellenza come la carne di agnello la rifiutano. Parliamo davvero di un’eccellenza, spesso abbiamo animali di razze in via di estinzione, fortemente legate al territorio, le cui carni hanno caratteristiche nutrizionali di pregio.

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Transumanza di un gregge vagante in Valle d’Aosta – Pontey (AO)

Per non parlare poi di tutta la componente tradizionale, culturale, storica che la parola “transumanza” evoca. Si parla di inserire la transumanza tra i beni patrimonio dell’umanità UNESCO, ma a me questo sa un po’ di “museo”, di qualcosa che è scomparso o quasi, di cui bisogna mantenere vivo il ricordo o la rappresentazione di quello che è stato. La pastorizia, la transumanza, esistono ancora, ma è solo consumandone i prodotti che le si possono mantenere vive, senza bisogno di scomodare l’Unesco o chissà chi altri.

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Pascoli in attesa delle greggi – Cervieres (Francia)

Se in Piemonte metti nel menù il tuo agnello, quello che ha succhiato il latte della madre, che si è alimentata quotidianamente al pascolo, poi ha iniziato lui stesso a brucare le profumate erbe dell’alpeggio… il tuo tegame rischia di rimanere pieno in cucina anche passata l’ora di pranzo o di cena. In Francia, appena oltre il confine, abbiamo greggi che pascolano nei valloni migliori, carne di agnello IGP, e questa carne è onnipresente nei menù non solo delle piccole attività di ristorazione agricola, ma anche nei migliori ristoranti cittadini. E la nostra politica, in tutto questo, che fa? Per non parlare delle associazioni di categoria… Prima di pensare a valorizzare la carne di questa o quella razza locale, bisogna fare piazza pulita di tutta la disinformazione o la cattiva informazione legata all’allevamento e alla macellazione di ovini (e caprini). E’ carne come qualunque altra… anzi, ben sovente proprio quella delle pecore è una forma di allevamento totalmente all’opposto dell’allevamento intensivo. Se vi va bene lo spezzatino o la salsiccia, quindi non siete contrari ad allevamento e macellazione, perché non l’agnello?

Non è come sembra

Abbiamo fatto un veloce viaggio oltralpe, qualche giorno per staccare dalla “routine”. La Francia è vicina, non eccessivamente cara, offre un buon assortimento di paesaggi e luoghi da visitare senza affaticarsi troppo. Non cercavamo le città, quindi buona parte del tempo siamo stati circondati da spazi rurali. Dormendo nelle chambres d’hôtes (l’equivalente francese dei bed&breakfast) c’è modo anche di chiacchierare con i gestori e gli altri ospiti, specialmente se si cena tutti insieme.

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Gregge salendo al Colle dell’Izoard – Francia

Non intendo raccontarvi nel dettaglio il nostro viaggio, ma solo presentarvi alcune riflessioni su tematiche emerse nel corso di queste chiacchierate. L’allevamento ovino è molto radicato sul territorio, specialmente nelle regioni del Sud che abbiamo attraversato. La carne è presente nelle macellerie (sia quelle francesi sia, a maggior ragione, nelle numerose macellerie halal che abbiamo visto un po’ in tutte le cittadine) e non manca mai nei menù.

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Cartellonistica rivolta ai turisti – Cervières, Francia

Ovunque, lungo le strade, i sentieri e nelle strutture dove abbiamo soggiornato, sono presenti cartelli, locandine e depliant informativi sulla presenza dei cani da guardiania e sul comportamento da tenere. Il gestore di una delle strutture dove abbiamo soggiornato ci diceva che la convivenza cani-turisti è molto problematica. In Francia la razza più utilizzata è quella dei Pastori dei Pirenei, ma… contrariamente a quello che solitamente ci viene detto, non sono così docili. “Ci sono stati molti casi di turisti che sono stati morsicati, i pastori si sono stufati, non sono cani che puoi educare! Non sono cani, loro pensano di essere pecore!!! Molti adesso hanno preso altre razze, come i Pastori del Caucaso o i Pastori dell’Asia Centrale.

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Gregge al pascolo, Comps-sur-Artuby, Francia

Ogni volta che dicevamo che abbiamo animali, una ferme, immediatamente ci chiedevano com’è in Italia la situazione con il lupo. E’ successo ovunque, in zone di montagna e in paesi a poca distanza dalla costa. “Qui il lupo è un grosso problema…“. Non è difficile da credere, sia per il fatto che l’allevamento ovino è così diffuso, sia perché le zone dove il predatore si può rifugiare sono immense. Abbiamo attraversato innumerevoli aree completamente disabitate, coperte di boschi.

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Pascoli e abbeveratoio su di un altopiano – Caussols, Francia

Altrove invece era la “garriga” a coprire sconfinare zone calcaree, altopiani e gole, con radi boschi, aree cespugliate e distese di erbe dure, spesso spinose, ciuffi di lavanda selvatica e altre piante aromatiche. “Da noi molti pastori sono giovani che hanno fatto un corso a scuola (l’Ecole du Merle di Salon de Provence, ndA), non sono preparati al lupo, agli attacchi. A me piace andare in montagna e mi fermo sempre a parlare con i bergers. C’era una ragazza che era sconvolta, essere su da sola con gli animali e avere attacchi continui, trovare gli animali morti, sbranati, le pecore gravide con il ventre squarciato….“. Ho chiesto se è vero che i pastori possono sparare al lupo: “No, anche se ormai molti sono comunque armati, perché sono stufi di questa situazione. Qualche lupo viene abbattuto in modo ufficiale, ma solo quando si ritiene che sia davvero pericoloso e allora viene fatta intervenire una squadra apposita.

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Fattoria didattica a Cervières – Francia

Tutte le persone che ci hanno fatto domande sul lupo erano curiose di sapere se davvero in Italia c’è un buon livello di convivenza tra allevatori e predatori, perché questo è ciò che viene detto loro negli incontri informativi o che appare sugli articoli. Così come qui da noi dicono che in Francia convivono perfettamente… no? Poi il discorso, dal lupo, passava alla crisi che interessa molte aziende. “In Francia c’è un suicidio al giorno tra i paysan“, raccontava una signora. “Va un po’ meglio per quelli che si sono messi a trasformare in proprio, che seguono tutta la filiera nella loro azienda“, ci diceva un altro gestore.

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Mercato a Dignes-les-Bains – Francia

Nei mercati sono numerose le bancarelle delle aziende agricole. In generale, non manca mai almeno un paio di piccoli produttori di formaggi di capra e/o pecora. Così ad occhio direi che le vendite sono buone, dato che alle 11:30-12:00 i loro banchetti nei mercati più affollati avevano già praticamente esaurito i formaggi freschi. E i prezzi sono notevolmente più elevati dei nostri. La sensazione che ho, ogni volta che vado in Francia, è che da loro le normative per la trasformazione e vendita siano meno restrittive che da noi. Però non so se fosse pienamente in regola quella signora che si aggirava per le vie di La Ciotat con una borsa con le rotelle “vecchio stile”, un corno di capra in mano. Ogni tanto lo suonava con vigore, dopodiché annunciava a gran voce: “Fromage de chevre!“. La gente si avvicinava e lei estraeva dalla borsa le formaggelle, per incartarne uno o due pezzi, a seconda delle richieste dei clienti.

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Vecchia porta in un vicolo del villaggio, Bargemon – Francia

In Piemonte i paesi di montagna sono ancora vivi, ci sono i negozi! Da noi è tutto chiuso, morto!“, così raccontava un signore che in questi anni è stato in ferie in Valle Maira e Valle Varaita. Evidentemente è proprio vero che l’erba del vicino brilla sempre di un verde più intenso… Le nostre vallate montane non se la passano affatto bene, anche se effettivamente qualche negozio che resiste c’è ancora.

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Nella parte alta di Tende – Francia
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Tra i vicoli di Bargemon – Francia

I villaggi di questa parte della Francia sono così belli da visitare se ti piacciono i vicoli e quel senso di indefinita trascuratezza senza tempo. Tra case chiuse da anni e angoli decorati e ricchi di fiori si respira l’atmosfera tipica della Provenza.

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Turismo di massa a Saint Paul de Vence – Francia

Poi ci sono i villaggi turistici, dove tutto è stato recuperato, sono proliferati negozi e atelier di artigiani e artisti. Qui arrivano i turisti in massa, pullman interi e decine e decine di auto. Senti parlare tutte le lingue del mondo, c’è gente in qualsiasi ora, fino a tarda sera.

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Uno dei tanti gatti incontrati nei villaggi – Villecroze, Francia

Io però preferivo di gran lunga gli altri, quelli dove, nei vicoli, incontravi soprattutto gatti e sentivi odore di aglio che usciva dalle finestre mentre la gente stava cucinando. Non mancava mai anche qualcuno che rientrava con la baguette sottobraccio e quei due o tre tavolini con gruppetti di gente del posto che si beveva un pastis al bar in piazza. E’ vero che non erano più popolati come un tempo, ma il vero abbandono l’ho percepito altrove.

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Strada degli artisti a Draguignan – Francia
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Colori vivaci e senso di abbandono – Grasse, Francia
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Strade silenziose a Grasse – Francia

E’ stato nelle cittadine che mi ha colpito il silenzio e la desolazione di alcune vie. Appena fuori dal centro, ecco decine e decine di serrante abbassate, vetrine polverose, porte serrate da anni. Qua e là tentativi di valorizzazione poi abortiti, strade dedicate agli artisti con i laboratori chiusi o aperti saltuariamente. Non che non succeda anche da noi, dove il commercio spesso si sposta interamente (ahimè) nei grandi centri commerciali. C’è chi trasferisce la sua attività al loro interno e… molti altri invece chiudono definitivamente.

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Prati sfalciati al tramonto – Saint-Vincent-les-Forts, Francia
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Campi di cereali con papaveri e altre “infestanti” – Provenza, Francia
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Campi di cereali e coltivazioni di lavanda, Valensole – Francia

Torniamo alla vita rurale. Buona parte del turismo di queste aree è legato al paesaggio rurale e alle sue produzioni. La fioritura della lavanda è uno dei simboli della Provenza, ma poi ci sono anche vigneti e vini, uliveti e olio e così via. Mancasse l’aspetto rurale ed eno-gastronomico, queste terre perderebbero gran parte della loro attrattiva.

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Visita notturna di una famiglia di cinghiali davanti alla porta della nostra camera – Tourtour, Francia

Vi sono però, come dicevo prima, immensi territori quasi disabitati, dove guidi per chilometri senza vedere una casa, o al massimo scorgi un cabanon, una piccola azienda agricola circondata da vecchi macchinari, qualche auto o furgoncino arrugginito e non più funzionante. Oltre ai lupi, sicuramente lì trovano cibo e rifugio moltissimi animali selvatici. In una zona residenziale, con numerose ville circondate da giardini e pini, notavamo un susseguirsi di recinzioni elettrificate, anche se chiaramente all’interno non vi era alcuna forma di allevamento. Nel cuore della notte abbiamo compreso le ragioni: le fotocellule sono scattate e hanno illuminato chi si stava avvicinando alla porta della nostra stanza, una grufolante famiglia di cinghiali, la cui presenza sul territorio è ben nutrita.

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Tende, Valle Roya – Francia
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Passaggi coperti e scalinate – Tende, Francia
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Al lavoro nell’orto, Tende – Francia

Per concludere, sulla via del ritorno ci siamo finalmente fermati a Tenda (Tende in Francese). Sono passata innumerevoli volte qui, specialmente da bambina, e il villaggio arroccato contro la montagna mi aveva sempre affascinata. Questa volta ho potuto visitarlo con calma, scoprendo un vero gioiellino. Alte case antiche, fontane, portali decorati, ripide scalinate e passaggi coperti tra le case. La parte più viva e nuova è quella lungo il corso della strada che risale la Valle Roya per portare al traforo del Colle di Tenda e quindi a Cuneo, ma merita addentrarsi nelle strette strade lastricate.

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Museo della tradizione – Tende, Francia

Si arriva anche ad un museo molto particolare, frutto della passione di un uomo che, per quasi 50 anni, ha collezionato tutto quello che riguardava la vita di questo paese. Oggi il museo è in vendita “a pezzi o in blocco”, così recita il cartello scritto a mano. Ogni articolo ammassato nelle anguste stanze che ospitano la collezione ha un prezzo, dalle credenze alle canaule con campana, dai vasi in vetro ai coltelli e così via. Un posto dove un appassionato potrebbe perdersi per ore… (ho cercato riferimenti on-line su questo museo, ma non ho trovato nulla).

No alla transumanza?

Spiegatemi… quant’è passato da quel giorno in cui si parlava della transumanza candidata a patrimonio dell’UNESCO? Avevo scritto questo articolo poco più di due mesi fa. Adesso però che la transumanza si fa cosa attuale, perché chi prima, chi dopo, tutti si metteranno in cammino verso i monti…

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Pascolo vagante – Cumiana (TO)

Come vedete in questo articolo, ci sono già stati momenti di “tensione” nel Biellese, per il passaggio di greggi. Come dicono gli amministratori intervistati, una strada non va bene perché è lastricata e gli escrementi si infilano tra le pietre… l’altra è secondaria e passa davanti alle scuole (“le mamme si lamenteranno“!!!). Poi vengono nominati comuni del Vercellese che avrebbero interdetto il passaggio di greggi e armenti.

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Il pastore lancia il suo richiamo e il gregge si incanala nella strada alle sue spalle – Cumiana (TO)

Io non dico di fare una festa della transumanza al passaggio di ogni allevatore (che si tratti di pascolo vagante o di transumanze vere e proprie), ma sollevare tutto questo polverone perché sulle strade passano animali anziché automezzi?? E’ così grave la “forma di inquinamento” che resta a terra dopo il loro transito?

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Gregge tra le case in una via di Cumiana (TO)

Mentre accompagnavo il mio amico pastore tra le borgate del mio paese, ho incontrato molta gente che mi conosce. Una signora, dopo aver fotografato e filmato il passaggio del gregge, mi ha “ringraziata” per lo spettacolo. Ma non tutti la pensano così. Certo, dopo il transito di pecore, capre, vacche, a seconda del momento (se sono appena partite dal prato dove hanno pascolato, se per qualche motivo c’è un rallentamento nel cammino) e del numero di animali, a terra di escrementi ne restano. La forma, la quantità e la consistenza varia a seconda del tipo di animale (tocca specificare tutto, ormai la gente certe cose non le sa più!).

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Ci si sposta da un pascolo all’altro per le vie di Cumiana (TO)

Mi spiace, signori, nessun allevatore è ancora riuscito a spiegare ai suoi animali che non bisogna camminare sui marciapiedi, quindi succederà che… la faranno anche lì! Parliamo però di animali erbivori. A differenza dei tanti cani (con padroni maleducati che non raccolgono con l’apposito sacchetto) in giro per i nostri paesi e città, questi animali mangiano solo erba, la loro “cacca” è un ottimo concime, se per caso qualcuno volesse uscire con la paletta a raccoglierla. Comunque, con le piogge e i temporali di questi giorni, penso che i segni delle transumanze non restino sulle strade a lungo!

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Le capre guidano il gregge tra le vie di Cumiana (TO)

Ma ditemi, qual è il problema? Non mi sembra si sia parlato di intralcio al traffico, piuttosto il nocciolo della questione è “lo sporco”. Alla fine il discorso è sempre il medesimo, non ci piace vedere e sentire i lati meno pittoreschi e romantici della realtà. Gli escrementi imbrattano le nostre macchine lavate e lucidate: ma quanto inquinamento produciamo per farle lavare? E quanto inquinamento produce l’utilizzo delle nostre auto? A quello ci pensiamo? Il bello è che spesso, a lamentarsi, sono le persone con un comportamento meno ecologico di tutti! Non so se chi va a lavorare a piedi, con i mezzi pubblici, in bicicletta sia tra i primi oppositori al passaggio della transumanza!

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Passaggio del gregge nella strada principale alla festa del Cevrin di Coazze (TO)

Eppure ogni tanto alla transumanza “facciamo la festa”. Sono in crescita le manifestazioni in cui si organizzano eventi (fiere di artigianato, di prodotti enogastronomici, concerti, ecc…) in concomitanza della salita e della discesa dagli alpeggi.

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Fiera di Bobbio Pellice (TO)

Queste manifestazioni, a scopo principalmente turistico, vanno ad aggiungersi alle tradizionali fiere e rassegne zootecniche, la cui origine risale a tempi antichi. Oggi però anche molte di esse hanno adottato la formula della “sfilata” degli animali, proprio per dare una maggiore spettacolarità al loro arrivo e per venire incontro alle esigenze del pubblico. Peraltro riscuotendo un successo sempre maggiore.

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Fiera di Pomaretto (TO)

E’ anche un elemento di orgoglio in più per gli allevatori: si sfila con i propri animali, si mostra il frutto del proprio lavoro, lo si fa tra l’ammirazione e il rispetto della gente. E’ un momento piacevole per tutti, ma sicuramente sono i giovani e giovanissimi a goderne maggiormente.

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Inserisci una didascalia

Dove sono quei sindaci che vogliono vietare la transumanza? Dove sono quei cittadini che si lamentano per la cacca sulle strade? Vogliono dirlo loro a questi bambini, a questi ragazzini, che stanno facendo qualcosa di sporco? Io credo che tutti i bambini dovrebbero partecipare ad una transumanza, imparare la differenza tra uno sporco che si lava via in fretta e… l’inquinamento vero, quello che resta nell’ambiente, nell’acqua, nell’aria. Le contamina e le rendono letali per piante e animali. Il buon vecchio letame invece i fiori li fa crescere!

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La Dévéteya, festa di discesa dagli alpeggi – Cogne (AO)

Spero sempre che il pubblico di queste manifestazioni impari qualcosa da ciò che sta osservando. Che capisca che non si tratta di una sfilata solo ad uso e consumo dei turisti, ma un momento di vero lavoro, solo uno dei tanti giorni dell’anno in cui sempre e comunque ci si prende cura degli animali. Forse anche per quello personalmente sono contraria all’uso di abiti folkloristici durante questi momenti, si rischia di trasportare in un’altra dimensione l’attualità di un mestiere che, fortunatamente, è ancora vivo. …e allora, buona transumanza a tutti gli allevatori che, tra un paio di settimane, si metteranno in cammino. Se qualcuno dovesse lamentarsi, rispondetegli che la transumanza è stata candidata a patrimonio dell’umanità… non so se funzionerà, però…

Per chi vuole provare a ragionare

Tutti gli anni, in questo periodo, si finisce per fare gli stessi discorsi: nel periodo pre-pasquale, la campagna contro la macellazione di agnelli e capretti diventa sempre più accanita e raccoglie nuovi adepti. Recentemente ho letto di un meteorologo che, terminata la lettura delle previsioni del tempo, ha invitato a non contribuire alla macellazione degli agnelli (su la7). A Napoli invece le macellerie non possono esporre in vetrina agnelli e capretti macellati per ordinanza comunale! Urterebbero la sensibilità di qualcuno… A parte il fatto che ciascuno dovrebbe poter scegliere cosa e come mangiare senza essere accusato di nulla, visto che l’uomo è un animale onnivoro, così come ne esistono altri in natura… Il problema ancora una volta è soprattutto la disinformazione!

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Capretto appena nato

Il discorso è sempre lo stesso, si dice che sono “cuccioli” (parola che mi fa venire l’orticaria! cosa significa “cucciolo”? Ogni specie animale ha un termine italiano che identifica gli esemplari giovani: agnelli, capretti, vitelli, lattonzoli – quelli del maiale, avannotti – dei pesci, pulcini, ecc) strappati alle madri. Ma perché insistere su questo fatto? E perché farlo solo per agnelli e capretti? Non esistono campagne così insistenti nei confronti di altri animali. Molti rifiutano il consumo di queste carni, ma non si fanno problemi di fronte ad una grigliata di Pasquetta con costine, salsicce e cosce di pollo. C’è tantissima gente infatti che non è né vegetariana, né vegana, ma agnello e capretto proprio no. Iniziamo con questa cosa del “cucciolo”. Diciamolo ben chiaro! Non si tratta di animali neonati, innanzitutto per un motivo molto pratico: non ci sarebbe niente da mangiare! Ossa, pelle e poco più. Quando mangiate un pollo arrosto o una coscia di pollo siete tutti consapevoli che non si tratta di un pulcino appena uscito dall’uovo, no? E perché invece vi bevete in massa quella castroneria che agnelli e capretti abbiano giusto un paio di giorni di vita?

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Capretto nato da 10 giorni

Chiarito questo punto, rimaniamo su quella che secondo me è un’ipocrisia: chi mangia questo tipo di carne viene addirittura bollato come assassino anche da chi comunque consuma altri generi di carne o prodotti di origine animale. Sulla scelta alimentare vegana potrei avere da ridire dal punto di vista nutrizionistico, ma soprattutto sulla sostenibilità ambientale, ma non è questa la sede e il momento per farlo. Però almeno c’è una coerenza, si rifiuta tutto ciò che ha origine animale. Chi invece mi dice che “…ah il formaggio di capra è proprio buono… ah il pecorino che squisitezza…“, ma poi mi guarda come se fossi un mostro poiché mi nutro di carne ovicaprina, o è ignorante (nel senso che non conosce, ignora), o è appunto ipocrita. Se vuoi il latte, l’animale deve partorire. A volte nasce una femmina, a volte nasce un maschio…

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Capretto maschio di poche settimane di vita

Dei nuovi nati, qualcosa si alleva, qualcosa viene venduto ad altri allevatori per farne altre capre o pecore, ma i maschi? Purtroppo moltissime persone hanno perso la consapevolezza di come anche gli allevamenti gestiti dall’uomo abbiano comunque delle basi naturali. Per esempio quella che, in natura, in un gregge, in un branco, per molte specie ci sia solo un maschio che, nella stagione degli amori, si accoppia con le femmine. I giovani maschi o vengono scacciati o si affrontano in lunghe e anche sanguinose battaglie… Sapete che si dice che non ci possono essere due galli nello stesso pollaio. Il principio è lo stesso: i galli si affrontano a beccate e speronate, arrivando anche ad uccidersi. I montoni (nelle pecore) o i becchi (nelle capre) lottano a cornate e testate.

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Giovane becco di un anno

Ricordiamoci anche che il capretto “puccioso” dell’immagine precedente in un anno si trasformerà in un becco possente, quello che vedete qui. Vi garantisco che si tratta dello stesso animale, l’ho visto nascere e crescere. E crescerà ancora nei prossimi anni. Dall’età di 6-7 mesi inizia anche ad essere maturo sessualmente, con tutte le normali manifestazioni (caratteriali e olfattive) che caratterizzano questi animali nel periodo del calore. Questo come promemoria per chi volesse “adottare” un capretto per “salvarlo” dalla macellazione. Tra l’altro, quando il becco raggiunge la maturità sessuale, se non è stato castrato, il sapore della sua carne muta radicalmente, pertanto macellarlo dopo darà un prodotto che conta ben pochi estimatori.

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Agnelli di tre mesi di età

Il discorso è sempre lo stesso, fatto per le capre e fatto per le pecore. L’unica differenza forse la possiamo trovare nel fatto che la pecora partorisce tutto l’anno, mentre la capra generalmente partorisce in inverno (da dicembre a marzo), quindi buona parte dei capretti hanno già raggiunto un peso e una dimensione “adatti” alla macellazione proprio nel periodo pasquale. La religione non centra niente, semplicemente si è creata l’usanza di festeggiare con quello che è un “prodotto di stagione”. Si macellano agnelli e capretti e dopo può iniziare la mungitura per fare i formaggi.

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Rientro dal pascolo, piccolo gregge di pecore e capre, razze autoctone valdostane – Nus (AO)

Stamattina mi sono arrabbiata perché una persona che mi segue su facebook ha fatto certi commenti dove si parlava appunto della macellazione di agnelli e capretti. Non conoscevo la signora, ma ho visto che mi aveva chiesto l’amicizia dopo aver letto un articolo che mi riguardava e quindi mi ha contattata dicendo “mi ha incuriosito e interessato la tua storia, una originale passione la tua“. La signora adesso mi ha “tolto l’amicizia”, dopo aver scoperto che la mia “passione originale” prevede anche la vendita per la macellazione degli animali allevati, ma guarda un po’…

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Primo pascolo di primavera a 1000m – Nus (AO)

Qualcuno mi spieghi come si fa a guardare le centinaia di immagini che pubblico, a leggere queste pagine, a leggere i miei libri… pensando forse che io o altri allevatori “si portino a spasso” greggi e mandrie così, giusto per far foto da mettere on-line? Cari “amici” che mi seguite, si alleva con passione, questa passione significa seguire al meglio i propri animali dalla nascita fino alle ultime ore di vita. Ci saranno animali che resteranno anni nel gregge, altri che avranno vita più breve, ma la loro macellazione, la loro vendita, servirà in primis a garantire il benessere di tutti quelli che resteranno in azienda, perché fieno, cereali, mangimi, affitto dei pascoli, non sono gratuiti. Certo, qualcosa andrà in tasca anche all’allevatore, per la vita e il sostentamento suo e della sua famiglia. Lo ritenete sfruttamento? Ma voi… che lavoro fate? Come vi arriva il cibo in tavola? Siete sicuri che non ci sia alcuna forma di “sfruttamento”, magari ben più grave, dietro quello che mangiate e bevete?

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Lana di pecora impigliata nei rovi

Su queste pagine mi sto occupando soprattutto di allevamento di montagna, di territorio montano, di gente che vive e lavora nelle “terre alte”. Non vi sto parlando di allevamento intensivo, di stalle immense, ma di piccole realtà dove spesso si allevano anche razze a rischio di estinzione. Se non si allevasse anche per vendere gli animali al macello, chi e perché continuerebbe ad avere questi animali? Se scomparisse l’allevamento, tutto il nostro territorio cambierebbe faccia. Certo, potete dirmi che le vaste coltivazioni di mais in pianura, finalizzate alla produzione di foraggio per vacche che mai escono dalla stalla non sono il massimo in quanto a sostenibilità. Ma io vi sto parlando di pascolo all’aperto nei mesi in cui il terreno non è coperto dalla neve, alimentazione in stalla con il fieno prodotto sfalciando anche zone ripide. Senza l’allevamento avanzerebbe l’abbandono, i rovi, i cespugli, non il bel paesaggio montano curato che tanto piace anche ai turisti.

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Al pascolo nei vigneti abbandonati – Nus (AO)

Guardate l’immagine sovrastante: fino a 25-30 anni fa queste zone erano coltivate a vigneto. Se oggi non passassero nemmeno più gli animali a pascolare in primavera e autunno, l’abbandono sarebbe totale. Il pascolo inoltre è un sistema di pulizia e manutenzione altamente sostenibile! Per non parlare poi del ruolo ecologico svolto dagli animali. Parlavo l’altro giorno con una signora che mi raccontava della vegetazione particolare lungo i tratturi del centro Italia: nel vello delle pecore venivano trasportati semi che cadevano qua e là durante la transumanza, così si era formato un vero e proprio corridoio con erbe e piante legate al passaggio delle pecore. Capite? Tutto questo è legato alla pastorizia. Perché accanirsi contro questo allevamento in particolare, che forse è ancora tra quelli più tradizionali? Se non vi piace la carne di questi animali per questione di gusto, semplicemente… non mangiatela! Ma smettetela di fare disinformazione, smettetela di danneggiare un patrimonio che fa parte della nostra cultura, del nostro territorio, del nostro DNA.

Grazie a tutti quelli che avranno voglia di leggere fino in fondo, grazie a quelli che vorranno provare a capire davvero.

Disinformazione sul pascolo vagante

Ieri sera, nella nota trasmissione “Striscia la Notizia”, è andato in onda l’ennesimo servizio dove si punta il dito contro gli allevatori, nello specifico i pastori vaganti, “colpevoli” di tenere le pecore all’aperto d’inverno. Molte volte in quel programma sono state “denunciate” situazioni davvero insostenibili, ma molte altre invece ci si è affidati alle parole di sedicenti animalisti, poco informati sull’etologia e sulle necessità degli animali. Ahimè troppo spesso si tende ad umanizzare gli animali: io ho freddo e starei volentieri in casa? Sicuramente anche gli animali hanno le mie stesse esigenze.

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Alice e Fabio, pastori vaganti del Nord-Est (foto A.Masiero)

Ma poi, anche su questo punto… parliamone! Scommetto che si sono presi meno l’influenza i pastori che seguono tutto l’anno le pecore, come Alice e Fabio e centinaia di altri, proprietari del gregge o operai, che dormono in roulotte dove… già, c’è solo una lampadina! Ma dopo una giornata intera al pascolo, cosa si pensa che facciano i pastori, la sera? Si mangia e si va a letto, si spegne la luce… Ma andiamo con ordine. Tanto per cominciare, come vedete, le foto di questo post non sono mie, le ho prese dalle bacheche dei miei amici su Facebook, che nei mesi e settimane scorse hanno postato decine di immagini riguardanti il loro lavoro di pastori vaganti alle prese con l’inverno. Giusto per testimoniare come ovunque si pratichi questa forma di pastorizia, autorizzata dalla legge.

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Gregge al pascolo in una giornata invernale (foto A.Masiero)

Sarebbe bello che, per realizzare un servizio, un articolo, un qualsiasi pezzo di “informazione”, valesse ancora l’antica usanza di documentarsi a dovere. Mentre il sig. Stoppa demonizzava il pastore che tiene il gregge all’aperto nella neve, ecco che, in occasione dell’otto marzo, la testata regionale veneta della Rai dedica questo servizio ad Alice Masiero, pastora vagante padovana, che pratica questa vita 365 giorni all’anno. Non basta un servizio a livello regionale per controbilanciare la disinformazione di Striscia. “Pascolare in luoghi dove ci sia un riparo”, viene detto nel video. Cosa vorrebbe dire?? O gli animali stanno in stalla… o al pascolo!

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Pascolo vagante in Svizzera (foto Max le berger)

L’importante, estate o inverno che sia, è che gli animali abbiano la pancia piena. Non pensiate che il “problema” degli animalisti sia una prerogativa italiana. Sulla pagina facebook “wanderschäfer”, dedicata ai pastori vaganti di lingua tedesca (dato che questo mestiere tradizionale è ben presente e praticato anche in Svizzera, Germania e altri stati europei), ho trovato un articolo scritto apposta per rispondere alla domanda: “Ma le pecore non congelano in inverno?”

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Pascolo vagante nella Svizzera interna (foto Max le berger)

Nei prossimi giorni farà molto freddo e mi è stato chiesto più e più volte, se le pecore non congelano a temperature estreme. Naturalmente, non posso rispondere per ogni pecora, ma la natura ha preparato le pecore alle temperature sotto zero. Per prima cosa, ovviamente c’è la lana. Di solito, le pecore vengono tosate in primavera o all’inizio dell’estate e, durante l’inverno, si è formato di nuovo un manto spesso e folto. Non appena il clima si raffredda, la crescita della lana viene ulteriormente stimolata.” Così spiega il pastore vagante.

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Pascolo vagante in Svizzera (foto D.Bertino)

Ma il vero segreto delle pecore è il loro rumine. Qui avviene una digestione ad opera dei batteri. (…) Durante questi processi di conversione si genera calore. Una pecora si porta dietro, per così dire, una piccola centrale elettrica! Per noi pastori è importante mantenere la centrale elettrica in funzione. (…) La cosa migliore è dare sempre fibra grezza abbondante. (…) Se le pecore sono belle e rotonde di sera, i batteri avranno abbastanza materiale per far funzionare il “forno” durante la notte.
La lana inoltre ripara dal freddo esterno e mantiene il calore interno delle pecore (…). Gli agnelli, che hanno ancora poca lana, usano il calore “di scarto” delle loro madri, zie e nonne e, con le basse temperature, dormono sulla pancia degli animali più anziani.

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Foraggiamento con fieno di pecore allevate all’aperto nel nord dell’Inghilterra (foto J.Rebanks)

Penso che questa spiegazione data dal pastore vagante Sven de Vries (qui l’intero articolo) non abbia bisogno di ulteriori commenti. Volevo però ancora mostrarvi alcune foto di James Rebanks, l’autore del meraviglioso libro “La vita del pastore”, che avevo recensito qui. Non si tratta di pascolo vagante, ma di animali allevati così da sempre, all’aperto anche durante il rigido inverno del Lake District.

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Si mangia il fieno in attesa della primavera (foto J.Rebanks)

Quando c’è tanta neve e non riescono più a trovare di che sfamarsi, il pastore interviene portando fieno. Succede nel Lake District, succede in Piemonte, succede ovunque. Il gregge per il pastore non è solo un reddito, innanzitutto c’è la passione per gli animali. Questo è stato un inverno duro per i pastori piemontesi, con poca erba in autunno, poi freddo e neve. Ci sono state annate migliori, ma il pascolo vagante è sempre esistito e continuerà (si spera) ad esistere.

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Il gregge mangia il fieno all’aperto, Lake District (UK) (foto J.Rebanks)

Le pecore patiscono più il caldo (le avete mai viste, tutte ammucchiate, sotto il sole? quello per loro è il tempo peggiore! Con la neve mangiano, con il caldo invece no!) che non il freddo e la neve. Basta avere gli animali adatti, ogni razza autoctona si è evoluta anche in funzione delle condizioni ambientali in cui vive/viene allevata. Per finire, nel servizio si vede una foto di un agnello morto (sulla paglia, non è nella neve), ma la morte fa parte del ciclo naturale delle cose. Con 800 pecore, può succedere, sia che gli animali siano in stalla, sia all’aperto. Succede, anche se presti la massima attenzione e tutte le cure necessarie. Mi auguro che il sig. Stoppa si documenti maggiormente sul pascolo vagante, prima di realizzare un altro servizio inutile e dannoso come quello. Un giorno un veterinario mi disse: “Cercate di non pascolare vicino alle strade quando nevica, perché poi la gente inizia a bersagliarci di chiamate perché c’è un gregge nella neve. Se ci chiamano, siamo obbligati a venire a verificare, nella maggior parte dei casi troviamo animali in ottima salute e tenuti come si deve, ma ormai la gente non capisce più…

Se n’è andato un altro pastore

Ieri sono venuta a sapere che si era spento, all’età di 88 anni, Celso Maffeo. A molti questo nome non dirà niente, agli appassionati di pastorizia però sì.

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Celso fotografato da Bini in “Fame d’erba”

Io l’ho conosciuto prima sulle pagine di “Fame d’erba“, la monumentale opera di Gianfranco Bini uscita alla fine degli anni ’70, dedicata ai pastori biellesi. Celso e Tavio ne erano stati i protagonisti, seguiti dal fotografo negli anni, nelle stagioni, sul territorio, dalle risaie all’alpeggio. Il pascolo vagante, insomma, anche se all’epoca non esisteva ancora questa definizione. Quella era la pastorizia biellese, mestiere senza tempo.

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Celso Maffeo al pascolo, 2010

Celso l’avevo poi incontrato nel 2010, avevo parlato di lui in “Storie di pascolo vagante”. Altre volte mi era capitato di vederlo alla fiera di Pragelato, in alta Val Chisone, insieme a un gruppo di pastori biellesi.

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Il gregge di Celso nel 2010

Otto anni fa aveva ancora un piccolo gregge a cui badava dall’autunno alla primavera, mentre d’estate lo mandava in alpeggio. Sapevo che, in seguito, la famiglia aveva insistito perché vendesse le pecore: temevano potesse accadergli qualcosa mentre era al pascolo nei boschi. La salute si era via via fatta più precaria. E così un’altro pezzo di pastorizia del passato se n’è andato…

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Gregge nella pianura pinerolese – Vigone (TO)

Anche se non parlo più di pastorizia, quel mondo, quella vita resta comunque dentro di me. Nei miei viaggi, un occhio va sempre ai prati e alle stoppie intorno alla strada che sto percorrendo, e capita spesso di scorgere un gregge al pascolo o in movimento.

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Gregge in cammino – Cumiana (TO)

Come vi dicevo però il mondo dei pastori vaganti è cambiato e non poco! Restano immutate le esigenze degli animali, ma il modo di lavorare e di pensare è mutato sia dai tempi di Tavio e Celso, sia anche solo dagli anni in cui io avevo avuto modo di incontrare e frequentare i pastori. Non è solo un’impressione mia, anche molti altri amici mi hanno confermato queste sensazioni.

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Pascolo vagante in primavera – Cumiana (TO)

Purtroppo recentemente la cronaca ha riguardato il pascolo vagante con notizie tragiche che mai avremmo voluto sentire. Le ragioni non vanno cercate solo nella stagione così difficile (la siccità estiva, la mancanza di pascoli autunnali/invernali, la neve, il prezzo del fieno alle stelle), ma forse anche in un modo diverso di affrontare questo mestiere, con sempre meno rispetto, con meno passione… Ma non ho voglia di parlarne ora. Sto sfogliando le pagine di “Fame d’erba”, con un groppo in gola e una lacrima in bilico sulle ciglia…

Far festa con la transumanza

Questo è il periodo delle discese dagli alpeggi e delle fiere zootecniche: da qualche anno si sono però aggiunte le feste della transumanza, occasione per richiamare turisti nei paesi delle vallate alpine in un periodo altrimenti un po’ “morto” e per far incontrare il mondo degli allevatori con quello dei turisti. Più volte vi ho partecipato in qualità di spettatore, ricavandone emozioni e sensazioni contrastanti. In questi ultimi 10-15 anni, di transumanze ne ho seguite parecchie, accompagnando amici, scattando fotografie o ancora dando una mano in prima persona a spostare gli animali (greggi e mandrie), ma l’idea mia è che raramente si riesce a portare nelle “feste” quella che è la vera realtà di questo momento.

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Artigianato valdostano – Cogne (AO)
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Formaggi di un’azienda locale – Cogne (AO)

Non avevo mai partecipato ad una festa organizzata per una desarpa in Val d’Aosta, così sabato scorso ho scelto di vedere quella di Cogne (ce n’erano altre due in valle nella stessa data). Qui l’evento prende il nome di Devétéya, cioè “lo spogliarsi” (così ha spiegato lo speaker ufficiale della manifestazione). C’era un mercatino con prodotti artigianali e prodotti agro-alimentari locali, comprese ovviamente le produzioni casearie.

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Lou Tintamaro – Cogne (AO)

Oltre alle bancarelle, l’altra attrazione, in attesa dell’arrivo degli animali, erano il coro e il gruppo folkloristico. La gente però a poco a poco ha iniziato a spostarsi nella via centrale, per prendere posto in vista della sfilata. Il tratto comune alle varie transumanze era relativamente breve, si trattava della stretta via al centro del paese, quindi in poco tempo centinaia di persone si sono assiepate sui due lati, iniziando a dare segni di nervosismo. Lo speaker continuava a ripetere di stare indietro perché gli animali possono avere scarti improvvisi, non tenere cani e bambini davanti, ecc ecc… Intanto gli “adulti” si spintonavano e arrivavano persino a litigare: “Perché io sono qui da un’ora e lei non può arrivare cinque minuti prima delle transumanza e mettersi davanti a me!!” C’era poi gente che rimaneva incollata al proprio posto anche quando un’auto doveva passare (le strade sono state chiuse proprio solo nell’imminenza del passaggio degli animali).

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Inizio della sfilata – Cogne (AO)

Il primo gruppo è arrivato con un buon ritardo, ma si sa… con gli animali è difficile essere puntuali! Ogni alpeggio era preceduto dal gruppo folkloristico, per “animare” l’evento.

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Gli alpigiani in costume – Cogne (AO)

Ciò che mi ha lasciata perplessa è stato, in alcuni casi, l’utilizzo dei costumi e degli abiti d’epoca. A me personalmente non sono piaciuti. Un conto è una rievocazione storica, un altro è la transumanza, momento di vita e di lavoro ancora attuale, anche se prosegue anno dopo anno, affondando le sue radici nel passato.

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La Devétéya – Cogne (AO)

Ascoltando i discorsi del pubblico mentre ero in attesa dell’inizio della manifestazione, mi sono resa conto di quanto poco molta gente sapesse del mondo degli alpeggi, dei suoi ritmi, del lavoro e della vita dell’allevatore. Ero in mezzo a cittadini di varie parti d’Italia, a giudicare dagli accenti (Cogne è una località rinomata…), che applaudivano e scattavano foto come avrebbero potuto fare al Giro d’Italia o a un Carnevale. Si godevano la sfilata, uno “spettacolo” organizzato per i turisti… Certamente non era così per tutti, ma più che altrove in quell’occasione ho avuto queste sensazioni.

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La Devétéya – Cogne (AO)

Io fatico troppo ad “aspettare” una transumanza rimanendo pigiata tra la folla, penso che qualcosa in più possa essere compreso solo camminandoci insieme, ascoltando i rumori, annusando gli odori. Sarebbe però impossibile far camminare tutta quella gente con gli animali, a contatto dei quali è meglio che vi siano solo persone esperte.

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Come scendevano le Fontine quando non c’erano le strade – Cogne (AO)

Quindi ben vengano le feste della transumanza, dove si osserva un momento del lavoro annuale (che è anche una festa per gli allevatori, sia quando si sale, sia quando si scende), però non vorrei solo che certe sciure vestite in abiti griffati da simil montanare chic pensino che le Fontine scendano dagli alpeggi ancora sulle spalle e sulle teste delle donne! L’alpeggio ormai è al passo con i tempi, deve esserlo anche più dell’immaginabile, soprattutto per quanto riguarda la trasformazione del latte e la stagionatura dei formaggi.

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La reina del latte – Cogne (AO)

Una particolarità della desarpa valdostana è la presenza delle “reine“, le vacche regine, adornate con i bosquet, addobbi con decorazioni e nastri di colore rosso per la regina della mandria, bianchi per la regina del latte, cioè l’animale che ha dato più latte nel corso della stagione.

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La Devétéya – Cogne (AO)

Il ritardo della prima mandria ha fatto sì che la successiva, proveniente da un altro vallone, arrivasse quasi immediatamente. Si trattava di una mandria di “manzi”, cioè animali giovani che non hanno ancora mai partorito.

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La Devétéya – Cogne (AO)

Il gruppo era abbastanza numeroso, così gli animali si erano frazionati e arrivavano a scaglioni. Io nel frattempo mi ero spostata verso il fondo del paese, nel rettilineo che porta verso il bellissimo Prato di Sant’Orso, dove le mandrie venivano fatte fermare, in recinti già predisposti precedentemente.

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La reina con il bosquet, La Devétéya – Cogne (AO)

Essendo manze e manzette, mancava la reina del latte, ma c’era comunque la reina della mandria!

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Gli asini davanti al gregge – Cogne (AO)

Chiudeva la parte mattutina della festa il passaggio del gregge. Qui ero maggiormente “nel mio campo”… sapevo bene dove andare a cercare i pastori e compiere così un tratto di cammino insieme a loro. Di questo gregge vi avevo già parlato anni fa qui… e poi ancora qui l’anno scorso.

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L’asino con gli agnelli nelle “taschette” – Cogne (AO)

Il successo degli asini con gli agnelli nel basto era assicurato, una volta in mezzo alla folla! Non si trattava solo di coreografia, dato che l’alpeggio dove salgono Davide ed Enrico si raggiunge soltanto a piedi, quindi gli asini sono un fondamentale mezzo di trasporto. Inoltre, nel pascolo vagante, accanto ai mezzi motorizzati di vario tipo, un asino con questo tipo di taschette c’è quasi sempre, per i parti che avvengono qua e là quando non c’è la jeep e il rimorchio al seguito.

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Il gregge, La Devétéya – Cogne (AO)

Il gregge avanzava spedito, era stato fatto scendere dall’altra parte del torrente fino alla frazione sotto a Cogne, per poi risalire lungo l’asfalto e passare nel mezzo del paese.

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Il gregge, La Devétéya – Cogne (AO)

Due parole con Davide, il pastore, originario del Biellese. Era inevitabile commentare la stagione, così secca, così calda… e il nulla che attende il gregge nei pascoli. Miseri i prati, secche le stoppie, gli incolti, i bordi dei fiumi. Sarà dura per tutti, sarà durissima per i pastori vaganti, adesso che si è scesi dagli alpeggi.

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Il gregge, La Devétéya – Cogne (AO)

Anche il gregge arrivava tra le due ali di folla, la gente tendeva ad avvicinarsi, non c’era più il timore che avevano con le vacche. I pastori temevano che la strada si “chiudesse” troppo, le pecore si spaventassero, gli agnelli restassero indietro, ma per fortuna è andato tutto per il meglio.

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Polvere e siccità – Cogne (AO)

Ho ritrovato le pecore a monte del paese: scendevano verso i prati in una nuvola di polvere, anche qui era verde solo quello che era stato bagnato, altrimenti la siccità era chiaramente evidente.

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Il gregge diretto verso i pascoli dei pendii – Cogne (AO)

Il gregge attraversava i prati già pascolati dalle vacche o sfalciati e si dirigeva verso i pendii più ripidi. Per quanto l’erba fosse dura e secca, era sempre meglio di quel poco che si troverà una volta raggiunta la pianura.

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Bovine valdostane nel prato di Sant’Orso – Cogne (AO)

Le mandrie invece pascolavano placide nel prato. Qualcuno era già venuto con i camion a caricare i propri animali e portarseli a casa. Molti non resteranno qui, sono solo stati mandati in affido negli alpeggi di Cogne, ma i proprietari hanno la stalla in altri comuni della valle. Le transumanze si sono interrotte per il pranzo, c’era la possibilità di consumare un menù “di giornata” nei ristoranti convenzionati, poi al pomeriggio ci sono stati altri passaggi di animali provenienti da diversi alpeggi intorno a Cogne.