Come si fa a dirlo all’UNESCO?

Sono passati tre mesi giusti giusti, era dicembre quando la transumanza è stata proclamata “patrimonio dell’Unesco” e io aspettavo ad esultare perché volevo vedere, nel concreto quel che sarebbe successo. Pensavo a ciò che si sarebbe verificato nella stagione delle transumanze primaverili, specialmente in quei comuni che, in passato, avevano posto limitazioni alla pratica della transumanza, ma invece è solo il mese di marzo e già ci troviamo a parlarne. Lo so bene che in questi giorni sono ben altre limitazioni agli spostamenti a preoccupare i cittadini italiani, ma io voglio raccontarvi lo stesso questa storia. Così, anche se siete confinati in casa per cercare di contenere la diffusione del virus, potete invece favorire la diffusione di questo post, contribuendo magari a far cambiare qualcosa.

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Il gregge nelle pianure del Canavese (TO) (foto M.Blanc)

Mariefrance e Natalino sono pastori vaganti, il loro gregge è in cammino da generazioni, quando li avevo incontrati la prima volta 15 anni fa con loro c’era ancora anche il papà di Natalino… Praticano il pascolo vagante, cioè la pastorizia nomade, si spostano cercando pascoli per le pecore, le capre e gli asini di cui hanno cura 365 giorni all’anno. Chi mi segue da tempo sa cosa vuol dire, ma lo spiego per tutti gli altri, che si troveranno per la prima volta a leggere di questa particolare realtà.

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Natalino in un ritratto scherzoso scattato da Mariefrance – Foto M.Blanc

E’ un’antichissima forma di pastorizia, quella più naturale, giunta fino a noi quasi senza grosse variazioni per quanto riguarda la gestione degli animali (che si cibano quotidianamente pascolando ciò che il territorio offre grazie al lavoro dei pastori, che cercano pascoli sempre nuovi dove condurli). Niente mangimi, niente spazi chiusi, niente consumo di energie non rinnovabili (a parte il carburante del fuoristrada che traina la roulotte, in sostituzione dell’asino e delle coperte in cui si dormiva all’addiaccio).

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Il gregge in alpeggio al Gran San Bernardo (AO) – Foto M.Blanc

Il gregge di Mariefrance e Natalino si sposta attraverso il territorio del Canavese dall’autunno alla primavera, mentre in estate sale a pascolare in alpeggio al Colle del Gran San Bernardo, in Valle d’Aosta. La loro transumanza, sia in salita, sia in discesa, avviene con i camion, perché sarebbe troppo complicato attraversare il territorio della Vallée con tutto quel gregge che deve sfamarsi quotidianamente. Però, una volta scesi in pianura, ogni giorno c’è una piccola transumanza, uno spostamento da un pascolo ad un altro, che sia questo un prato, un incolto, una stoppia di mais, il greto di un torrente per abbeverare gli animali.

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Pascolo vagante autunnale – Foto M.Blanc

Sono quarant’anni che passiamo qui e non era mai successo niente. I contadini ci aspettano perché pascoliamo i campi, loro dopo arano e seminano…“. I pastori mi raccontano al telefono quello che è capitato. C’è un Comune che ha vietato loro il pascolo e addirittura il transito con il gregge sull’intero territorio, strade comunali comprese. “Non è successo niente, non ci sono state denunce per danni, qualcosa in particolare. Noi, quando ci spostiamo, cerchiamo sempre di fare attenzione, in questa stagione poi si pascola nelle stoppie e cercare il mais caduto dopo la trebbiatura, nei prati non si va più perché cresce l’erba e i contadini non la lasciano più per le pecore. Se vogliamo attraversare il territorio di Pavone, possiamo farlo solo caricando le pecore sui camion!

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Il gregge proprio a Pavone Canavese, qualche anno fa – Foto M.Blanc

Però il Sindaco di Pavone Canavese (TO) ha vietato loro il passaggio. “Siamo andati in Comune con tutto l’elenco delle particelle catastali su cui avevamo il permesso da parte dei proprietari, avevamo anche le copie delle loro carte d’identità, ma niente…“. Sul sito del Comune io non sono riuscita a trovare niente che riguardasse il pascolo, provateci anche voi, poi mi farete sapere. C’è solo questo, dove nell’articolo 38 c’è scritto Divieto di pascolo ABROGATO (DEL. CC. 6/2011). Cosa significa? Spiegatemelo…

 

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Spostamento pomeridiano nella stagione invernale – Foto M.Blanc

Così i pastori a Pavone non possono pascolare, nemmeno dove i contadini aspettano il loro arrivo… E non possono nemmeno transitare! Infatti ieri, per cambiare comune e cercare altrove nutrimento per il gregge, sono stati costretti a recare disagi a tutti gli automobilisti che passavano di lì. Perché la strada secondaria attraversava un tratto del comune di Pavone e il Sindaco vietava il passaggio. “Così via sulla statale, 5 km a piedi con tutto il gregge… Va già bene che era domenica, pensa se c’era la gente che andava a lavorare! Io non sarei mai passato di lì. E’ arrivato il Sindaco, i Carabinieri, hanno detto che mi faranno 2000 euro di multa. Vedremo…“, racconta Natalino.

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Pascolo vagante tra autunno e inverno – Foto M.Blanc

Chi glielo dice all’Unesco, che succedono queste cose? O magari si fa prima a dirlo al Sindaco? Che, tra l’altro, tra gli incarichi ha pure quello all’agricoltura, come potete vedere qui. Di solito il ricorso ai divieti di pascolo succede quando c’è un soggetto che non si comporta bene, qualche pastore che non rispetta confini e proprietà private. Pavone Canavese aveva già avuto qualche “discussione” con i pastori anni fa. Eravamo nel 2016, l’avevo raccontato in questo post. Parliamo però di un altro gregge che era transitato nel centro del paese, non di un pastore che gira in zona da 40 anni e che semplicemente voleva andare a pascolare negli appezzamenti in cui aveva i permessi dei proprietari.

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Spostamento attraverso un centro abitato – Foto M.Blanc

Mariefrance e Natalino ieri sera erano davvero preoccupati e sconsolati, una cosa del genere non era mai successa. “Con tutto il trambusto che c’è stato, siamo andati a recuperare la roulotte solo adesso, di notte, non si vedeva più niente.” Non parliamo di un giovane pastore che, per la prima volta, si avventura in un nuovo territorio portando scompiglio tra i residenti, con contadini che temono per campi e prati, signore con la scopa che tengono lontano le pecore e le capre dalle loro siepi…

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I primi pascoli estivi nel Vallone del Gran San Bernardo (AO) – Foto M.Blanc

Non so se queste mie parole potranno servire ad aiutare i pastori. Mancano ancora diversi mesi alla salita in alpeggio (e non si vuole pensare a cosa potrà accadere quest’anno, proprio oggi che siamo alle prese tra zone rosse e inviti/imposizioni a non uscire di casa), il gregge dovrà ancora spostarsi per diverse settimane tra un comune e l’altro, a seconda della disponibilità di cibo, delle piogge, del caldo. Mi auguro che tutte le amministrazioni comunali che pensano di vietare il pascolo vagante o che già l’hanno fatto, vadano a leggere questo documento della FAO, dove si mettono in evidenza i legami tra pastorizia, biodiversità e sviluppo/riduzione della povertà, ma anche come la pastorizia garantisca benefici per la biodiversità.

Ciao, Tino…

Basta, non voglio più scrivere questi post! L’altra sera stavo cenando e mi è arrivato un messaggio dalla Lombardia. Un pastore che non conosco nemmeno di persona si era premurato di farmi sapere che era mancato Tino, Tino Ziliani. Ma io non la volevo, questa notizia! Da quanto tempo non lo vedevo? Forse da questa riunione in Val Trompia? Addirittura più di quattro anni?? Sono sicura che ci fossimo sentiti almeno una volta per telefono, dopo quell’occasione.

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Tino all’opera un po’ di anni fa… (foto da Facebook)

Tino il tosatore. Sicuramente la prima volta che avevo sentito parlare di lui era stato in questi termini, ma non mi è mai capitato di vederlo all’opera in quella che era stata una delle sue attività. Nessuno si lamentava di come erano state tosate le pecore, quando c’era lui a dirigere la squadra. “Con il Tino si deve iniziare puntuali al mattino presto!“. “Se viene Tino, finiamo sicuramente in due giorni.” Quando c’era da lavorare… si lavorava, poi c’era tempo per le chiacchiere, un bicchiere di vino, i racconti. Il mondo dei pastori (e non solo) in questi giorni gli sta tributando un immenso affettuoso ricordo anche sui social.

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Tino spiega le tecniche di tosatura – Revello (CN)

L’avevo chiamato quando, nel Pinerolese, avevamo organizzato un breve “corso di aggiornamento” per pastori. Era venuto insieme a Claudio, un tosatore più giovane. Ovviamente la lezione era stata più pratica che teorica. Tutti i suoi allievi di quel giorno lo ricordano ancora perfettamente.

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Foto Festival del Pastoralismo – BG

Tino l’avevo conosciuto soprattutto in veste pubblica di rappresentante dei pastori. Me lo ricordo bene alla fiera di Rovato (BS), mentre imprecava perché i pastori erano al bar a bere e chiacchierare invece di venire al convegno sui problemi della pastorizia che aveva organizzato. Lì e in tante altre sedi ci siamo appunto trovati a parlare di pascolo vagante, di diritti dei pastori, di leggi assurde, di problematiche che erano le stesse in Piemonte, in Lombardia e nel resto del nord Italia.

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Martino (Tino) Ziliani (foto Festival del Pastoralismo – BG)

Non erano mancate chiacchiere anche su temi personali, mi aveva raccontato dei tempi in cui faceva il pastore in Svizzera, di come avesse conosciuto proprio in terra elvetica quella che poi divenne sua moglie. Preferisco ricordarlo con un sorriso pensando a quel giorno in cui, dopo un convegno in Valcamonica, eravamo saliti al Passo Crocedomini. La mia auto all’epoca era un fuoristrada a cui avevo tolto i due sedili posteriori per poter caricare più materiale (quando salivo in alpeggio) e Tino, per l’appunto, in quel viaggio era non molto comodamente alloggiato nella parte posteriore dell’auto, seduto sul pianale di carico. Ricordo il suo scherzoso recriminare per la scomodità del viaggio, gli inviti a fermarsi a ogni bar lungo il tragitto per incontrare qualcuno (allevatori e “personaggi” locali) e sgranchirsi le gambe. Ciao Tino, mi spiace non averti salutato almeno ancora una volta, in questi ultimi anni.

Un mondo che se ne va

Nel giro di poche settimane, mi sono trovata più volte a dover “salutare” dei pastori… C’è un mondo che se ne sta andando per sempre, per alcuni di loro ho avuto la fortuna di raccontare brandelli delle loro storie interamente dedicate al gregge.

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Germano in una foto del 2005 – Ternengo (BI)

Era il mese di dicembre e se ne andava Germano Carmellino, valsesiano, “storico” aiutante del pastore biellese Federico Seleletto, per cui aveva lavorato per oltre 30 anni. Quando scrivevo su facebook il suo ricordo, non sapevo che anche Federico era malato.

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Pietro con altri pastori alla fiera di Villar Pellice (TO) nel 2016

Nel frattempo, pochi giorni fa, se ne andava anche Pierino Giaime, detto Pietro, pastore molto conosciuto nell’area a cavallo tra la provincia di Torino e quella di Cuneo, per anni in alpeggio in Valle Po.

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Il gregge di Federico Seletto a Ternengo (BI)

Appena un paio di giorni fa un amico che mi “segue” dai tempi delle Storie di pascolo vagante mi racconta che anche Federico sta male. La cosa va avanti già da qualche tempo, ma era ancora riuscito ad affrontare la stagione in alpeggio. Poi le cose erano improvvisamente peggiorate.

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Federico durante una dimostrazione di tosatura – Ternengo (BI)

…e così ieri è arrivata anche la notizia della scomparsa di Federico Seletto, 66 anni, biellese di Veglio. E’ un mondo che se ne va… Non che oggi non ci siano più pastori, ma molte cose sono cambiate e continuano a mutare sempre più rapidamente.

Ancora condoglianze alle famiglie di questi pastori, di questi uomini.

…vedremo, quando sarà ora di mettersi in cammino…

Hai sentito la notizia? Sei contenta del riconoscimento Unesco per la transumanza?” Più di una persona mi ha mandato un messaggio simile tra ieri e oggi. Ho sentito, ma chi mi conosce sa quanto io non sia facile agli entusiasmi.  Forse dovrei invidiare chi è riuscito a fare proclami scoppiettanti in merito, ma io preferisco aspettare e vedere i risultati concreti, se ci saranno.

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Transumanza di un gregge in Val Chisone (TO)

Ne avevo già parlato marginalmente qui, parlando della candidatura dei muretti a secco (a proposito, quella non è passata?): cosa comporta questo riconoscimento? Ci saranno ricadute favorevoli sul lavoro degli allevatori? Ci si potrà appellare a qualcuno in nome del patrimonio Unesco quando un Comune o un altro ente vorrà vietare/introdurre limiti alla transumanza sul suo territorio?

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Discesa dall’alpe – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Lasciatemi dire una cosa: allo stato attuale, la transumanza a piedi è praticata soprattutto dagli allevatori più attaccati alla tradizione, al territorio. Solitamente si tratta di medio/piccole aziende di montagna o della fascia pedemontana. C’è poi chi raggiunge il fondovalle con mezzi e poi completa la transumanza a piedi, con le campane a risuonare festose, annunciando il ritorno di uomini e animali sui pascoli. Mi viene un groppo in gola al solo pensiero… Non riesco a non emozionarmi quando passa una transumanza, anche se in questi anni ne ho fatte così tante, accompagnando amici, scattando foto o spostando i nostri animali.

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Giovani e giovanissimi alla sfilata degli animali durante la Fiera di Luserna (TO)

Unesco o non Unesco, queste transumanze sono a rischio di estinzione perché sono le aziende che le compiono ad essere in crisi. Non sono solo parole di circostanza, conosco tanti, troppi allevatori che “tirano avanti” riuscendo a malapena a pareggiare le spese. Ne è testimonianza il fatto che… se non arrivano i famigerati “contributi”, c’è chi vende le bestie e chiude. Così lasciatemi dire una cosa: gli unici che possono salvare davvero la transumanza sono gli allevatori che continueranno a farla come parte integrante delle loro attività. Se non ci saranno più loro, quelle che vedrete alle feste saranno parodie di transumanza, sfilate ad uso e consumo del pubblico. Animali allevati ce ne saranno ancora e… si chiamerà qualcuno per portarli a sfilare quando “ce ne sarà la necessità”?

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Festa per la discesa dagli alpeggi – Cogne (AO)

Mi auguro che non si arrivi a questo! Ma sicuramente ci sarà un “fiorire” di progetti legati alla transumanza. Posso dare un consiglio a coloro che vorranno creare feste a tema? Non è facile organizzare una festa della transumanza. Potete chiedere a chi già lo fa da anni. Innanzitutto, le esigenze di calendario del Comune, dell’Associazione, della Pro Loco vorrebbero una data mesi prima, mentre la transumanza solitamente non ha un giorno fisso, si scende in base alla disponibilità di foraggio e alle condizioni meteo. Abbiamo fissato il giorno della festa per il 3 ottobre, ma il 30 settembre arriva un’abbondante nevicata… che si fa? Chi dà dei prati in fondovalle alla mandria/gregge che dovrà sfilare? Chi porta del fieno per foraggiare gli animali in attesa del grande giorno? Oppure la data è il 30 settembre, ma c’è ancora erba da pascolare per una settimana, dieci giorni: se scendo lasciando indietro questo foraggio, intaccherò prima le scorte in cascina.

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Grande pubblico per la sfilata degli animali – Luserna San Giovanni (TO)

Non si organizza una festa della transumanza senza averne prima parlato con gli allevatori della valle, bisogna che ci sia la volontà di farlo da ambo le parti, imporre una cosa simile non darà risultati. Viceversa, chi accetta, deve sapere che potrebbe incorrere nei rischi menzionati sopra. Sicuramente meglio la festa… del divieto che ti obbliga a prendere i camion e scendere con costi aggiuntivi senza quell’adrenalina che ti aiuta ad arrivare alla sera di quei lunghissimi giorni di transumanza.

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Discesa dall’alpeggio Veplace – Nus (AO)

E’ importante non perdere la memoria delle transumanze del passato (vi sono regioni dov’è quasi una rarità, sono stata ad un convegno in Lazio, ma l’impressione è che sia molto più viva dalla mie parti!), ma quello che è più urgente ora è non perdere quella fetta di allevatori che ancora la praticano, sulle Alpi e sugli Appennini. Vanno bene gli aspetti culturali, ma questo non è uno spettacolo, è un lavoro (sicuramente con aspetti spettacolari che possono essere apprezzati anche da un pubblico). Quindi, parallelamente a chi la tutelerà dal punto di vista culturale, deve muoversi chi può garantire un futuro agli allevatori, perché i due euro al kg pagati per la carne di un bovino adulto fanno venir voglia di comprare un freezer e metter da parte come cibo per cani (visto il costo di crocchette, scatolette e altro). Per non parlare di quando i macellai nemmeno ti ritirano gli agnelli… “…non c’è richiesta, arriva carne da fuori a prezzi stracciati…

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Ancora giovani allevatori alla fiera di Luserna San Giovanni (TO)

Spero almeno che il “patrimonio Unesco” metta al riparo anche dalle follie “animaliste”. Strano che non si siano ancora state prese di posizione da parte dei più esaltati alla notizia del riconoscimento. Mi fa male vedere come sempre più amministrazioni, enti, canali di informazione preferiscano “non urtare” queste persone, nascondendo o evitando far vedere aspetti di vita e lavoro della zootecnia, invece di cercare di spiegare e far comprendere di cosa si tratta.

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Il pascolo vagante: una continua transumanza – Cumiana (TO)

Per la transumanza vera e propria occorre attendere maggio, giugno. I pastori vaganti invece sono in continua transumanza. Chissà chi sarà il primo a dire all’automobilista che suona il clacson, inveisce, minaccia il ricorso alle forze dell’ordine: “Mi spiace per il piccolo disagio, ma questo che vede è un patrimonio dell’Unesco!

La storia di una vita vissuta

Ho appena finito di leggere un libro, si intitola Heiða, è la storia di una piccola grande donna, allevatrice di pecore in Islanda, terra che non conosco, purtroppo. Il libro me l’ha consigliato un amico, gliene sono grata.

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Il gregge e la fattoria (foto da facebook)

Ho letto la recensione, prima di prenderlo, e non sapevo bene cosa aspettarmi. Anzi, dal sottotitolo pensavo si trattasse della storia di una ragazza che avesse cercato una nuova vita e un lavoro totalmente diverso dal proprio. “Lasciare tutto per la natura”. Tra l’altro, questo è il sottotitolo italiano, nella versione inglese è “Una pastora alla fine del mondo”, molto più corretto. Sia la recensione ufficiale sulla pagina della casa editrice, sia molte altre uscite on line, ma anche articoli di giornale fin nel titolo concentrano tutta l’attenzione sul fatto che Heiða fosse una modella.

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Heiða con un tipico maglione islandese (foto dal web)

Non è la prima volta che mi capita un caso del genere, nel senso che conosco almeno un’allevatrice di cui giornali e tv hanno parlato più per i suoi contatti (anche se del tutto marginali) con il mondo della moda che non per le grandi fatiche, la dedizione, il duro lavoro nell’ambito della pastorizia. Ma no, per i media è sempre “la modella che ha lasciato le passerelle per fare la pastora”.

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Con i montoni in stalla (foto da facebook)

Heiða nasce in mezzo alle pecore, in una fattoria in mezzo al nulla tra brughiere, ghiacciai e vulcani. Viene chiamata così proprio in onore di Heidi, nel nome c’era già un po’ il suo destino, ma si è sempre sentita dire che doveva trovare un marito per gestire l’azienda. Non l’ha fatto. Heiða è una gran donna, ma non solo per la sua statura. O meglio, siamo noi a vederla come una gran donna, sono sicura che lei si considera più che normale e, nel libro, non nasconde le sue debolezze. Non si vanta di ciò che fa, semplicemente lo descrive per far conoscere il suo mondo, la sua vita. Ma compie “imprese” che forse poche persone sarebbero in grado di fare. Lavora instancabilmente, conduce da sola una fattoria in un ambiente sicuramente difficile.

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Al lavoro con il gregge (foto da facebook)

Il suo isolamento si è però interrotto più volte, facendo anche altri lavori (specialmente in gioventù), dall’insegnante alla tosatrice di pecore, passando anche sulle passerelle della moda, più per gioco e per terapia (per rafforzare la propria autostima, dice) che non per reale interesse. Nel libro parla più del suo amore per i motori (il quad, la motoslitta) che non delle sfilate, a cui riserva poche righe! Rimpiange i tempi in cui andava a fare le gare di tosatura, non gli abiti delle grandi firme, la vita a New York.

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Heiða a un incontro pubblico (foto dal web)

Ho delle amiche che vorrei fare incontrare a Heiða. Avessero una lingua comune, sarebbero quasi sorelle… Venisse in Italia, la porterei da loro, in mezzo alle pecore… La differenza tra lei e queste pastore italiane che conosco, è che Heiða si è anche impegnata in politica, nonostante tutti i suoi impegni con gli animali e la fattoria, per difendere parte dei suoi pascoli dalla costruzione di una diga per una centrale. E ha vinto!

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Un momento di lavoro con i vari proprietari delle pecore (foto da facebook)

Il libro è un successo internazionale, c’è chi fa di Heiða un’icona del femminismo e/o dell’ambientalismo. Per me è soprattutto una donna che vive la sua vita con grande determinazione, spinta in gran parte delle sue scelte dall’immensa passione per gli animali. Non so se a tutti piacerà, qualcuno troverà magari noiose tutte le parti quasi tecniche dedicate all’allevamento ovino. Ognuno di noi verrà “toccato” da qualche aspetto della vita e del carattere di Heiða. Io ho vissuto con lei le nascite degli agnelli, la ricerca delle pecore in montagna a fine estate, tutti i momenti più vicino a ciò che conosco. Ma anche le lotte per tutelare gli spazi per la pastorizia. Ci sono infine alcuni aspetti della sua vita a cui mi sento vicina, così come la scelta di dedicare gli esigui guadagni e i momenti di “pausa” al viaggio e alla conoscenza di altre realtà.

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Il suo cane, compagno di tanti momenti (foto da facebook)

Leggetelo anche voi, poi mi direte cosa vi ha colpito di questo libro. Non è un romanzo, non aspettatevi storie d’amore (a parte quelle con il suo adorato cane Fifill).

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Un altro dei ritratti di Heiða Guðný Ásgeirsdóttir presenti nel libro (foto dal web)

“Avventura e divertimento” al pascolo

In questi ultimi anni sempre più persone hanno “scoperto” il mondo della pastorizia e hanno voluto condividere con il resto del mondo il fascino che esso ha esercitato su di loro. È un percorso che ho compiuto anch’io, come ben sapete. Nel mio caso però in un certo senso questo percorso non si è mai concluso, piuttosto si è evoluto per strade che si sono diversificate nel tempo, sia per scelte, sia per i casi della vita.

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Gregge in alpeggio al Moncenisio (TO)

C’è chi è stato affascinato e ha cercato di trasmettere al pubblico delle emozioni, dei momenti, delle immagini che altrimenti quasi nessuno avrebbe neanche lontanamente immaginato. Sono stati realizzati film, documentari, articoli, libri, mostre fotografiche. C’è anche stato chi ha capito il potenziale emotivo che queste storie e queste immagini potevano suscitare e le ha usate per costruire “prodotti” che potessero funzionare dal punto di vista commerciale.

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Transumanza autunnale in Valchiusella (TO)

Ognuno fa il suo mestiere, per carità… quello che però mi infastidisce maggiormente è veder trattato l’argomento in modo eccessivamente superficiale o sotto un ottica “sbagliata”, perché al giorno d’oggi più che mai al pubblico bisogna dare un messaggio chiaro e corretto, visto che sul mondo dell’allevamento circolano fin troppi luoghi comuni e disinformazione.

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Gregge in alpeggio con maltempo imminente (foto di Mauro Scattolini)

Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere una bella foto realizzata da un fotografo che si sta interessando all’argomento della pastorizia. Lo scatto, realizzato in montagna, ritraeva il gregge in un contesto di maltempo in arrivo. Lo so che dal punto di vista grafico l’immagine funziona bene… ma non bisogna dimenticare il contesto! Essendo stata postata in un gruppo di allevatori, qualcuno aveva fatto osservare che, per l’appunto, la foto era bella, ma l’allevatore e il gregge stavano per passare dei momenti non tanto piacevoli.

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Maltempo in alpeggio in Valchiusella (TO)

Non ricordo a memoria tutta la risposta del fotografo, ma mi è rimasto impresso il fatto che parlasse di “avventura e divertimento” che stavano per cominciare dopo quello scatto. Non basta passare una settimana o un mese con i pastori per capire certe cose… Io lo capisco, il fotografo, lui pregustava gli scatti “unici” che stava per realizzare. Può capitare anche ad altri di scattare una bella foto a un gregge in montagna, ma nel mezzo di un temporale o di una nevicata raramente ci sono spettatori esterni.

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Con il maltempo i lavori si complicano – Val Germanasca (TO)

Sapete dove sta la differenza tra il pastore e il fotografo che vivono questi momenti? Uno è emozionato per le situazioni eccezionali che sta cogliendo con la sua macchina, con la sua telecamera. L’altro è preoccupato per i suoi animali. Cambia la prospettiva, cambia il tipo di coinvolgimento emotivo. Ricordate quando cercavo la copertina giusta per il mio libro fotografico su 10 anni di pascolo vagante? Scartammo le immagini con la neve che forse avrebbero funzionato di più con il pubblico, ma evocavano brutte giornate, momenti duri, difficoltà a sfamare le bestie per i pastori.

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Perturbazione in arrivo al Moncenisio (TO)

Il temporale che incombe, la nebbia che avvolge, la nevicata improvvisa… belle da vedere, forse. Sicuramente creano suggestioni quando le osservi in fotografia. Ma per chi è lì con gli animali significano sia vivere momenti difficili (rimanere ore e ore al pascolo mentre freddo e umidità penetrano tra gli strati di abbigliamento, e non si arriverà nella baita (spesso fredda) fino alla sera), sia essere preoccupati per gli animali. Un fulmine può causare una strage… Un rigagnolo può gonfiarsi di fango scuro e vischioso, impedendo il rientro alla stalla, al recinto. Nella nebbia ancora più facilmente può essere in agguato un predatore. La neve nasconde l’erba, sarà più difficile sfamare il bestiame. Altro che avventura e divertimento!

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Prima neve in alpeggio a fine stagione al Moncenisio (TO)

Non che non si debbano mostrare queste immagini, anzi! Solo che vanno spiegate al pubblico, che conosce sempre meno queste realtà, che sta perdendo completamente il contatto con la terra, con la dimensione rurale del mondo. Si va dall’eccesso di chi accusa un allevatore di maltrattamento perché, d’inverno, vede un gregge all’aperto sotto la neve… a chi propone queste immagini semplicemente come un momento “avventuroso” del lavoro del pastore.

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Un pastore con il suo gregge in Val Germanasca (TO)

Forse chi sta lavorando a un progetto che riguarda la pastorizia o, più in generale, l’allevamento, prima di consegnarlo al pubblico dovrebbe farlo vedere ad un addetto ai lavori. Credo sia valido per qualunque mestiere, si tratti di pastori, pescatori, panettieri, vignaioli… Si eviterebbe così di scontentare proprio la categoria che invece si vuol “celebrare”. La maggior parte delle volte si eccede nel romanticismo. Si preferiscono le storie più naif, si cercano di escludere le “contaminazioni” con il XXI secolo, consegnando al pubblico dei ritratti fuori dal tempo.

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Maltempo in alpeggio – Val d’Angrogna (TO)

Reali, per carità, ma non rappresentativi dell’intera categoria. Certo dipende dalle finalità dell’opera: se si vuole cercare l’ultimo, il più anziano, se si vuole ascoltare la voce del passato o dell’eremita, va bene. Ma se si vuole fare un ritratto della pastorizia odierna bisogna coglierne le molteplici sfaccettature e i chiaroscuri. Così avremo l’anziano che cammina a fianco del suo asino… e il giovane con il fuoristrada e il rimorchio attrezzato, che parla magari di valorizzazione e innovazioni. Forse è “meno bello” per il quadretto, ma continuare ad insistere su scenette tradizionali ha poco senso, non trovate?

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Un “locale lavaggio” non proprio a norma…

A maggior ragione, se compaiono anche i prodotti e le trasformazioni, bisognerebbe spiegare (anche attraverso le parole di chi fa il mestiere) quali sono le normative vigenti. Lo so che le antiche tradizioni sono tanto pittoresche, ci può stare benissimo la voce della casara che dice che stiamo perdendo una parte importante del prodotto in nome di un rigore forse eccessivo… ma per trasformare e per vendere a norma di legge ci sono delle regole, celebrare chi le infrange è anche offensivo per chi ha speso migliaia di euro per adeguare locali e attrezzature. Se vengono mostrate queste immagini, vanno ugualmente spiegate nel loro contesto, altrimenti al pubblico arriva un messaggio errato o non completo.

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Una bella foto, ma al pastore non piacevano le pecore in primo piano… – Val Germanasca (TO)

Per concludere… non so come mai, ma raramente chi non è del mestiere fotografa o filma quelli che sono gli animali preferiti dell’allevatore. Anzi, spesso la telecamera indugia su quegli animali che non si vorrebbe proprio che venissero visti. Un po’ come se venissero a girare un servizio a casa vostra e.. dopo la prima panoramica, ecco un’inquadratura prolungata del cesto della biancheria sporca o di quello sgabuzzino sul retro dove ci sono accumulate mille cose che magari un giorno potrebbero servire! E così la telecamera inquadra a lungo quella pecora che bruca in ginocchio perché ha la zoppina e fatica a camminare… oppure l’agnellino rattrappito con la pancia gonfia per problemi gastrointestinali. O ancora la pecora il cui vello penzola a brandelli per la rogna… Non me le sto inventando, queste scene, le ho davvero viste tutte in foto e video trasmessi anche in televisione. D’altra parte pure io, all’inizio, mi ero fatta stampare una maglietta con la testa di una pecora che sbucava dalla finestra. “Proprio quella lì che è cieca da un occhio…“, mi aveva subito rimproverata il Pastore.

…bisogna dirlo a qualcuno!

C’è un problema che sta diventando sempre più grave. Non è solo ingigantito da immense (quanto inutili) polemiche sui social, ma appartiene più che mai al mondo reale. Sto parlando della questione dei cani da guardiania, problematica connessa alla “questione lupo” che, specialmente in questo periodo dell’anno, arriva ad assumere una rilevanza anche maggiore rispetto agli attacchi dei predatori.

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Gregge in alpeggio con cani da guardiania – Bardonecchia (TO)

Le polemiche, gli insulti, le parole grosse nei commenti su facebook non servono a niente, a parte portare le persone (tutte) all’esasperazione, allevatori e turisti. Visto che di questi tempi il buonsenso scarseggia, credo sia necessario muoversi su altri fronti, non soltanto nel mondo virtuale. Quindi bisogna affrontare il problema in modo concreto. I cani da guardiania ci sono, i pastori li DEVONO usare per difendersi dal lupo e dagli altri predatori. I cani da guardiania vengono impiegati solo ed esclusivamente per questo scopo, hanno modalità di “lavoro” diverse dai cani “da pastore” impiegati per condurre il gregge/la mandria.

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Uno dei cani sorveglia il gregge dall’alto – Sommarese (AO)

Sono urgentemente necessari provvedimenti su due fronti: primo, delle normative a livello nazionale che permettano un corretto impiego di questi cani da parte degli allevatori. Secondo, una campagna informativa massiccia rivolta a tutta la popolazione. Non bastano quattro cartelli lungo piste e sentieri, serve una comunicazione su tutti i fronti (televisione, carta stampata, internet), rivolta ai privati cittadini, alle istituzioni, alle associazioni (in particolar modo quelle che hanno a che fare con la montagna, specialmente se accompagnano gente in montagna), agli operatori del territorio.

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Anche in Francia non si usano solo più i patou (Pastori dei Prenei)

Aggiungerei poi che sarebbe anche necessaria una vera formazione destinata ai pastori che spieghi sia il carattere di ciascuna delle principali razze impiegate a tal scopo, ma anche come vanno utilizzati perché svolgano il loro “mestiere”. Basterebbe un opuscolo, ma scritto non da qualche “esperto di razze canine”, ma da qualcuno che vada a sentire i pastori che, da generazioni, impiegano questi cani. Lo dico perché sovente leggo i commenti di allevatori (di pecore, non di cani) del Centro-Sud che rimproverano i colleghi del Nord che, a loro dire, sbagliano tante cose, a partire dalla scelta del cane, dalla gestione, ecc… Secondo loro, un buon cane risolverebbe la questione alla base, perché non causa problemi con “il resto del mondo”.

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Cani da guardiania con il gregge nella stagione invernale – Pianura verso Carignano (TO)

Partiamo dal primo punto. Non è possibile che i Comuni emettano delle ordinanze che, di fatto, limitano il giusto utilizzo di questi cani nella funzione della guardiania, per l’appunto. Emblematico il caso del Comune di Alagna Valsesia. Qui sotto potete leggere il testo completo dell’ordinanza recapitata a tutti gli allevatori della zona. Si specifica che, pur essendo l’agricoltura importante, è il turismo che fa vivere la comunità di Alagna. Avrei qualcosa da dire in merito, ma rimaniamo sull’argomento principale. I turisti sono andati a lamentarsi in Comune, quindi ecco delle “regole”. I cani devono tassativamente essere messi in sicurezza dalle 7 alle 19:00. Se in quel lasso di tempo per qualche motivo non c’è il pastore… allora non devono stare con il gregge!

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L’ordinanza del comune di Alagna Valsesia (VC)

 

Ecco che torniamo sulla formazione da dare ai pastori… sì, perché più volte ho letto parole di allevatori della Toscana o dell’Abruzzo che dicono ai colleghi che, con un buon branco di cani adatti, il gregge può essere lasciato da solo. Mungi li animali, poi li metti al pascolo con i cani, li raggiungi quando hai finito di fare il formaggio, per esempio. O se non mungi, comunque ci sono dei momenti in cui non sei lì con le pecore o capre che siano. Perché apri il recinto e magari devi spostare le reti. Perché vai a vedere com’è l’erba più su, o nel vallone dove ti devi spostare dopo.

Poi, sempre leggendo la nostra ordinanza, gli imprenditori agricoli sono obbligati a garantire a tutti i fruitori della montagna la possibilità di percorre i sentieri. Anche qui avrei qualcosa da dire: primo, consiglio di riguardare questo video del WWF svizzero, con i consigli per escursionisti e ciclisti. Mi sembra ben chiaro il messaggio che prima venga chi è lì per lavoro (il pastore), poi chi sta svolgendo un’attività ricreativa (il turista). Quest’ultimo è invitato, in situazioni estreme, a cambiare percorso. In moltissimi casi gli “incidenti” sono legati al comportamento errato del turista, poi ci sono anche in giro cani non equilibrati, probabilmente inadatti al compito che dovrebbero svolgere (difendere dai predatori, non aggredire la gente). Qui raccontavo un incontro con un gregge difeso da cani (senza la presenza del pastore): proprio contro quei cani avevo letto decine di articoli, post sui social, lettere ai giornali… eppure noi non avevamo avuto alcun problema!

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I cani da guadiania avvistano ogni movimento sospetto dall’alto – Ferriere, Valle Stura (CN)

Guai a dirlo in Italia!! Dove il “turista” sbraita sui social, invita ad avere sempre a portata di mano lo spray al peperoncino per difendersi dai cani (tra l’altro, proprio con questa funzione è stato “inventato” in Germania e dato in uso ai postini!), cita il codice penale (articolo 672, omessa custodia dei cani). E qui per l’appunto veniamo al discorso delle normative. Un cane da guardiania non può (e soprattutto non deve) stare vicino ai piedi del pastore, come un altro cane. Il suo ruolo è quello di difendere in caso di attacco, ma anche di sorvegliare il territorio per prevenire l’attacco! Quindi il cane va davanti al gregge, si apposta su una roccia dove ha una buona visuale, esce dal gregge per fiutare una traccia di un lupo passato la notte prima, poi torna. Parlo non di cose che ho studiato, ma che ho visto sul campo.

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Gregge e cane da guardiania senza pastore – Moncenisio, Francia

Mi scrive una ragazza dalla provincia di Cuneo e mi dice che, per colpa delle lamentele dei turisti, il suo compagno, pastore, è stato convocato in caserma dai Carabinieri. Non è stato morsicato nessuno, ma i cani hanno “abbaiato minacciosamente”… Anche in questo caso, richiamo della legge per “l’omessa custodia”, ma in aggiunta “…ti risulta che esista una legge che dice che bisogna essere una persona ogni 50 capi a custodia del gregge? “. A me risulta che sia necessaria una persona ogni cinquanta capi nella movimentazione di animali sulla strada (codice stradale, art. 184)! Qualcuno ci sa illuminare su questo aspetto?

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Vallée di Averole – Francia (foto C.Ferro)
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…non dimentichiamoci che, in Francia, queste sono le regole…

L’altro giorno ho condiviso delle foto di un amico escursionista che, in Francia, ha incontrato un gregge accompagnato dai fedeli patou, Pastori dei Pirenei. Non c’era nessun pastore, i cani hanno avvisato gli intrusi abbaiando, gli escursionisti si sono comportati correttamente e il tutto è finito con un bel servizio fotografico da postare su facebook. Ho condiviso pertanto questa felice testimonianza e, tra i commenti che ne sono scaturiti, c’è stata anche quella di un pastore dell’Abruzzo, che spiegava come non serva “addestramento” per i cani da guardiania, ma è tutta una questione di indole. Semplicemente i cuccioli nascono e crescono con il gregge.

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I cuccioli seguono il gregge – Abruzzo (foto M.Sansoni)

Il pastore abruzzese ha postato questa foto e a me sono venuti in mente i servizi di Striscia la Notizia, dove viene puntato il dito quando il pastore ha la cucciolata con il gregge d’inverno. Provate voi a spostare il gregge con dei cuccioletti che seguono in questo modo! Parte subito la denuncia per maltrattamento animale, come minimo…

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Cane da guardiania nel recinto con il gregge – Pianura pinerolese (TO)

Come vedete la situazione è sempre più caotica. Pastori denunciati perché i loro cani si sono allontanati, ordinanze dei Comuni, chi vuole che, di notte, i cani da guardiania stiano dentro delle gabbie, chi impone la museruola di giorno… Lo so che è tardi, che è estate, che ormai i politici sono in ferie e la gente scappa dal caldo andando su in montagna, dove i pastori pascolano con le loro greggi e i cani fanno il loro lavoro, ignari di tutte queste polemiche! Però bisogna partire subito per far sì che questa situazione venga definitivamente chiarita su tutti i fronti, prima che degeneri ancora di più. Se qualcuno si impegnasse… potremmo farcela! Iniziate ad aiutarmi a far circolare questo articolo, chissà che non arrivi anche sotto gli occhi di chi può veramente fare qualcosa?

La fine di un incubo

Credo fosse stato proprio Fulvio, anni fa, a dirmi che i pastori possono seguire solo una legge, quella del tempo e delle stagioni. Questa è la legge della pastorizia, del pascolo vagante. Le leggi degli uomini, pensate in uffici di città, da persone che spesso hanno poca dimestichezza con i mestieri pratici, talvolta si mettono di traverso al cammino infinito del gregge. Era il 2004 quando facevamo questi discorsi. Ma parlare di un pastore “fuorilegge”, significava alludere al pascolamento in luoghi dove non si aveva il permesso, o a sforamenti rispetto alle date dei suddetti permessi.

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Il pastore Fulvio Benedetto mostra il libretto di pascolo vagante – Val Chisone, autunno 2004

Nel 2004 esisteva ancora il “libretto di pascolo vagante”, da far timbrare nei Comuni 15 giorni prima di arrivare con il gregge… Mai e poi mai Fulvio avrebbe pensato di essere accusato di qualcosa che non fosse “pascolo abusivo”. Per quanto questo sia un reato penale, è cosa da niente rispetto alle vicende che gli sono piombate addosso poco meno di due anni fa. Ne avevo già parlato qui, quando si cercava una foto che potesse scagionarlo dalle terribili accuse  che gli venivano rivolte. Accuse così paradossali che lui per primo aveva forse liquidato con un’alzata di spalle e una risata. Ma la giustizia era andata avanti inesorabile, fino a quei terribili giorni in cui era rimbalzata la notizia del suo arresto. Chi lo conosce aveva sempre creduto nella sua piena innocenza: ma questa storia ha insegnato a tanti come, in momenti del genere, la cosa più difficile è provare proprio l’estraneità ai fatti di cui si è accusati. Molto più facile presentare presunte prove, piuttosto che elementi concreti che confutino un’accusa infondata.

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L’articolo di oggi suL’Eco del Chisone

La notizia è di ieri: il processo a carico del pastore Fulvio Benedetto si è chiuso con l’assoluzione da parte del giudice. Sul perché gli fossero state rivolte quelle accuse, di congetture tra amici e conoscenti ne abbiamo fatte tante. La verità forse la sa solo quella donna che l’ha accusato. Personalmente credo che la pm sia stata anche vittima di pregiudizi e luoghi comuni che, in ambienti lontani dalla realtà in cui Fulvio vive e lavora quotidianamente, ahimé circolano tutt’ora. Così si fa in fretta a pensare e credere che un pastore vagante possa segregare e violentare per lungo tempo in una roulotte una donna… Siamo state in tante, donne, a pensare all’assurdità di ciò che stava accadendo: donne che denunciano mariti e compagni di violenze, spesso vengono ascoltate troppo tardi, quando si arriva al tragico epilogo. Una donna invece accusa un uomo di fatti accaduti 5-6 anni prima e… ecco che il pastore finisce in carcere in isolamento per lunghi, interminabili giorni, a cui seguono settimane, mesi di carcere.

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La colazione del pastore in una gelida mattina invernale nelle campagne del pinerolese, dicembre 2004

Nella roulotte il pastore di tempo ne passa poco, consuma giusto i pasti (e neanche tutti), riposa dopo una lunga giornata al pascolo, sotto al sole, la pioggia, il vento…  La roulotte segue in gregge nei suoi spostamenti. Ci sono pastori più solitari e altri più “popolari”. Nel caso di Fulvio, gli ospiti, i visitatori, gli amici sono una presenza quasi quotidiana, in ogni stagione. Per non parlare poi di quelli che raggiungono lui e il suo gregge per ragioni di studio, di ricerca o per realizzare servizi fotografici, interviste.

Attaccati-alla-lana from Emiliano Ciacco Biscotti on Vimeo.

Così siamo rimasti tutti con il fiato sospeso a seguire la vicenda, attoniti per la sua assurdità, preoccupati per l’uomo, per la vicenda umana, per il destino del gregge. Tanti hanno dato una mano, un sostegno, in modi differenti. Non può essere considerato una “prova giudiziaria”, ma se così tante persone si sono mobilitate (anche solo condividendo l’appello che avevo scritto qualche mese fa, forse in assoluto il post che ha ricevuto più condivisioni e visualizzazioni da quando sono su facebook e da quando scrivo sui blog), un motivo ci sarà. Nel video che ho condiviso sopra, Fulvio cita una frase che mi ha ripetuto spesso: “Quando ti senti perso (perdù), attaccati alla pecora (lanù, l’animale con la lana)”, a significare che la pecora è sempre stata la salvezza delle genti del suo paese di montagna. Chissà, forse proprio il pensiero del gregge gli ha dato la forza di superare quei terribili giorni di un incubo durato anche troppo a lungo…

Magari prendere una cascina…

Mi trovo un po’ in difficoltà ad andare a fare delle domande sul cambiamento climatico agli allevatori in questa fine primavera così fredda e piovosa. Ma d’altra parte parliamo di cambiamenti del clima, non di riscaldamento globale! L’altro giorno comunque sono salita in Valle Soana. Imboccata la vallata, le nuvole si sono chiuse sopra di me e, a mano a mano che procedevo per la stretta strada a curve, ha iniziato a piovere a dirotto. Alla mia destra il torrente era gonfio di acqua fragorosa e spumeggiante.

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Vacche piemontesi sotto la pioggia – Ronco Canavese, Valle Soana (TO)

Marco stava finendo di mettere il filo e i picchetti per il recinto, “riparato” da giacca e pantaloni di cerata, mentre le vacche attendevano pazienti sotto il diluvio. “Sprecano erba, con un tempo così…“. Il primo pascolo di stagione è nel fondovalle, a ridosso di villaggi quasi disabitati, dove le seconde case attendono condizioni meteo più favorevoli per il flusso di villeggianti. Marco fa pascolo vagante in pianura, poi con la sua mandria è risalito a piedi fino qui. Lui è anche uno dei protagonisti di “Di questo lavoro mi piace tutto“, il margaro che, fin da ragazzino, ha dormito in una roulotte accanto alla sua mandria, d’inverno. Qui vi avevo raccontato la sua storia.

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Pascolo sotto la pioggia – Ronco Canavese, Valle Soana (TO)

La passione e il lavoro di Marco sono rimasti immutati. Nonostante la vita sicuramente non facile che fa, quando gli chiedo delle problematiche che affliggono la sua attività, risponde che fino ad ora non ha di che lamentarsi. Il lupo “fa paura”, ma attacchi per ora non ne ha mai avuti. Così continuiamo la nostra chiacchierata, con le domande del mio questionario che si mescolano a chiacchiere, aneddoti e un po’ di “gossip pastorale” su amici e conoscenti comuni. Ora Marco sta per condurre gli animali nelle aree di alpeggio propriamente dette, dove trascorreranno tutta l’estate. “In inverno sì, vorrei cambiare qualcosa. Prendere magari una cascina, almeno per portare quelle che devono partorire. E’ arrivato il momento di fermarsi un po’, diventare più stabile… Vedremo se trovo qualcosa nelle zone dove giro.” La pioggia continua a cadere, finisco il mio questionario e riparto verso la pianura.

In Piemonte mi è tornata la passione

La scorsa settimana sono andata a trovare un pastore… Avevo visto foto della sua transumanza, della salita del gregge in Valle d’Aosta. Quando l’ho saputo “fermo” in pascoli di mezza quota, gli ho fatto visita. Tra l’altro, la destinazione finale della sua transumanza è nel territorio del Parco del Gran Paradiso, quindi anche lui fa parte degli allevatori che devo intervistare per il progetto di cui vi parlavo qui.

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Mimmo e il gregge a Sommarese (AO)

Mimmo lo avevo già incontrato lo scorso autunno quando, con il gregge, la famiglia e gli amici, ridiscendeva la valle a piedi. Ma in primavera riesce ugualmente a salire a piedi? “Di qui alla valle di Rhêmes carico sui camion, a questa stagione è impossibile spostarsi, ci sono tutti i prati dove devono tagliare l’erba o animali al pascolo. Non è stato facile nemmeno arrivare qui, ho dovuto fare le tappe di notte, prendere dell’erba in un posto giù per potermi fermare di giorno.

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Il gregge a Sommarese (AO)

I pascoli di Sommarese sono una “benedizione” per il gregge e il suo pastore. “Devo proprio ringraziare tanto il Consorzio che, da cinque anni, mi fa salire qui per pascolare tutta questa zona che ormai era abbandonata. C’è solo uno con le vacche più in basso. Mi fermo circa un mese, adesso in primavera e poi in autunno. In autunno però riesco a scendere a piedi, 4 giorni dalla Valle di Rhêmes. Con meno pecore uno potrebbe passare qui tutta l’estate, l’unico problema è che c’è poca acqua.

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Gregge e cani da guardiania, Sommarese (AO)

E’ un bel pomeriggio di sole caldo, le temperature in quei giorni si erano finalmente alzate. Il gregge, quando sono arrivata, era ancora nel recinto, inutile metter fuori le pecore sotto il sole, pascolano meglio la sera con il fresco. Il gregge era sorvegliato da tre cani da guardiania nel recinto, tre pastori abruzzesi, e uno era legato fuori, un pastore dell’Asia Centrale. Mimmo mi racconta, come tutti i pastori, del rapporto contrastante con questi cani, fondamentali nel proteggere il gregge da un predatore sempre più numeroso e presente, ma problematici per la coabitazione con tutti gli altri fruitori della montagna. “Ne avevo su solo due, poi dopo aver passato le notti in bianco perché abbaiavano di continuo, sono andato a prendere gli altri due. I lupi ci sono, li ho visti. Negli anni scorsi ho già anche visto i cani scontrarsi direttamente con i lupi.

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Anche alcuni asini e cavalli nel gregge – Sommarese (AO)

La Valle d’Aosta non è un territorio particolarmente abituato al transito di greggi così grossi, qui gli allevatori di ovini hanno un numero di capi solitamente molto più ridotto, qualche decina di capi, non di più. “All’inizio c’era qualche… perplessità! Poi adesso va tutto bene. Certo, c’è qualcuno che proprio non vuole che passi o non mi lascia fermare nemmeno d’autunno, ma in generale va bene. Anzi, è più difficile trovare dove passare in Piemonte, da Carema in giù, quando scendo.

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Uno dei cani da guardiania sorveglia il territorio a lato del gregge – Sommarese (AO)

Chiacchieriamo ancora un po’, poi lascio Mimmo al suo pascolo pomeridiano. Mi racconta di essere “nato” pastore, da bambino e ragazzino già faceva questo mestiere. “Ma in Calabria, con i miei. Lì le pecore le mungevamo. Poi ho fatto altro, mi sono spostato, ho lavorato anche con i cavalli. Poi sono venuto in Piemonte e mi è tornata la passione. E’ dal 2001 che ho le pecore.