Un mondo a gradini

In questi mesi di mite inverno, quando possibile la domenica siamo andati a scoprire percorsi più o meno battuti che non portassero troppo in alto in quota. Spesso e volentieri attraversavano o raggiungevano villaggi disabitati, talvolta ristrutturati, altrimenti totalmente abbandonati.

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Una colonna rotonda in una casa di Barmelongue – Arnad (AO)
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Piccole stalle sotto ad una roccia nei boschi di Quincinetto (TO)

Sono la mia passione da anni, chi mi conosce lo sa… Ogni volta queste gite regalano piccole “scoperte”. Può essere una costruzione particolare, un oggetto abbandonato in una di queste case prossime al crollo, o addirittura quattro chiacchiere con qualcuno che è tornato ad abitare in quei luoghi, anche solo saltuariamente.

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L’ingresso della cava di quarzo di Quincinetto (TO)

In un’occasione ho “scoperto” una cava di quarzo. A dire il vero la gita lì è stata decisa proprio dopo aver visto su Facebook le immagini di questa cava dopo l’escursione di uno dei miei contatti, appassionato escursionista e ottimo “documentarista” con le sue immagini di ciò che incontra sul percorso. Ho poi cercato di scoprire qualcosa in più su questa cava appena sopra a Quincinetto, ma l’unico dato interessante trovato on-line è che tale cava era attiva e pertanto citata nell’Annuario Generale del Regno d’Italia del 1892.

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Lungo il percorso GtA sopra a Quincinetto (TO)
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Un tratto del sentiero che sale a Pourcil –
Hône (AO)

La costante di molte di queste escursioni comunque sono stati i sentieri a gradini. Infinite scalinate, più o meno ben conservate, alcune quasi completamente inghiottite dal bosco, lungo tracciati meno conosciuti, altre ripristinate e ben segnalate. Gradini in pietra che si inerpicavano su per ripidissimi versanti, collegando baite isolate o veri e propri villaggi.

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Non solo gradini: ad Arnad (AO) trovate le “Traverse”

Dal mese di ottobre in Valle d’Aosta si può percorrere il Balteus, o cammino balteo, indicato con il segnavia 3 triangolare, un percorso che permette di percorrere buona parte della Valle su entrambi i versanti, una sorta di media-bassa via, in contrapposizione all’alta via la cui percorribilità è ovviamente estiva. Ma ci sono innumerevoli altri sentieri (in Valle abbastanza ben segnalati, mentre l’anello che abbiamo tentato sopra a Quincinetto ha necessitato più volte di consultazioni del GPS per capire quale direzione prendere) per infinite passeggiate più o meno lunghe.

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Sentiero che scende a Outrefer (Donnas – AO) a sbalzo sulle rocce montonate

Forse andrebbero più valorizzati, questi percorsi. Bisognerebbe farli conoscere, per lo meno. Io li sto scoprendo per caso, guardo la cartina, “studio” un giro ad anello, vedo che ci sono quadratini neri di case e villaggi, così scelgo la destinazione. In questi mesi non sono mai stata delusa. Sono percorsi per chi ama la solitudine, per chi ama riflettere sui tempi passati e sulle condizioni di vita delle persone che hanno tracciato quei sentieri, che abitavano quelle case.

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Un’installazione lungo il “sentiero delle 8 sorelle” tra Hône e Pourcil (AO)
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Casa ristrutturata, boschi e prati puliti a Champ – Arnad (AO)

La montagna è anche questa, non solo le località esclusive, le piste da sci, ma nemmeno solo rifugi e vette da raggiungere. Lo so, questo è un turismo che rende poco, chi percorre questi sentieri al massimo cerca un gelato o una cioccolata calda quando rientra all’auto a fine escursione. Magari però potrebbe anche passare in un punto vendita di un’azienda in fondovalle, a comprare miele, formaggi, salumi…

Passato e presente a Sant’Orso

Può non piacere a tutti per l’elevato affollamento che, in certi momenti, rende difficile l’avvicinamento alle bancarelle e la visione di tutto ciò che viene esposto, ma la Fiera di Sant’Orso il 30 e 31 gennaio ad Aosta è un appuntamento che attira migliaia di visitatori. Ognuno può visitarla cercando qualcosa di particolare (non è detto che debba essere un oggetto da acquistare). Io oggi vi presento una rapida carrellata su alcuni pezzi a tema zootecnico, che sicuramente è uno tra i principali soggetti degli artisti e artigiani che espongono a tale manifestazione.

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Il pastorello – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Si potevano osservare tutta una parte di figure stereotipate che si rifacevano al “buon pastore” del tempo antico. In generale, la tematica del passato era tra le predominanti, con il mondo dell’alpe, l’allevatore, i lavori che si facevano una volta.

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Sculture a tema: la pastorizia – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

C’era un filone “ovino, con la pastorizia rappresentata in tutte le sue espressioni…

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Sculture a tema: l’allevamento dei bovini – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

…c’era una grande rappresentativa dell’allevamento bovino con l’alpeggio, le battaglie delle reines, la stalla, il pastore con i cani…

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Capra sul tetto di una baita – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

…ovviamente non mancavano le capre! Invece le contaminazioni con la modernità erano molto più rare, tra i pezzi esposti.

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Mitologia e modernità, un folletto che falcia i prati – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Anche l’artista più famoso della fiera, Barmasse, aveva dedicato due delle due tre sculture al mondo dell’alpe… ma di una volta! Il trasporto a spalle delle fontine e la mungitura, con il bambino che non regge gli orari e si addormenta sulla schiena delle vacche invece di andare a svuotare i secchi del latte. Opere realistiche e spaccato del mondo che fu (anche se ci sono ancora alpeggi dove si munge a mano, per il resto il lavoro si è modernizzato in molti aspetti).

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Il trasporto delle Fontine – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta
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Mungitura in alpeggio – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

L’arte può essere il tramite per toccare tematiche più profonde, che vadano oltre la bellezza, il piacere estetico, l’abilità, la precisione dell’artista. Restando in tema zootecnico, ecco due rappresentazioni sui predatori, una seria, una ironica.

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Il lupo già c’è, si teme il ritorno anche dell’orso? – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta
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Il folletto-pastore con una bella domanda per il lupo – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Ho riflettuto su questo tema riferendomi alla fiera, ma in generale quante volte accade che l’arte (intendendo anche fotografia, letteratura, film) raffiguri questo mondo in modo “romantico” o comunque parzialmente slegato dalla realtà? Ne avevamo già parlato qui… Viviamo in un momento in cui l’immagine conta moltissimo, in cui ci si limita a ciò che si vede in una singola scena, piuttosto che soffermarsi a leggere, documentarsi.

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Pastorizia “romantica” – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Ovviamente in questo caso dobbiamo tener conto del fatto che la finalità della maggior parte di questi oggetti è principalmente quella di essere utili per uno scopo pratico… o piacevoli per abbellire una parete, un ambiente, un mobile. Quindi è comprensibile che si raffiguri una mungitura “alla moda vecchia” piuttosto che una stalla con impianto di mungitura moderno. Chi invece fa informazione deve essere capace di scindere l’immagine romantica senza tempo dalla realtà odierna, anche con tutte le sue contraddizioni, le problematiche, gli eventuali aspetti negativi.

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Attrezzature legate al mondo zootecnico – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Infine, parte degli oggetti in fiera avevano uno scopo più “concreto”: non solo bellezza, ma anche uso pratico nel lavoro quotidiano dell’allevatore: dagli sgabelli per la mungitura alle cinghie e collari per le campane, poi rastrelli, gerle, attrezzi per la lavorazione del latte, ecc…

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Turismo in montagna nell’era dei social – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Per concludere in modo “leggero”, penso che questa fosse la scultura più rappresentativa della nostra epoca…!

Un mondo che se ne va

Nel giro di poche settimane, mi sono trovata più volte a dover “salutare” dei pastori… C’è un mondo che se ne sta andando per sempre, per alcuni di loro ho avuto la fortuna di raccontare brandelli delle loro storie interamente dedicate al gregge.

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Germano in una foto del 2005 – Ternengo (BI)

Era il mese di dicembre e se ne andava Germano Carmellino, valsesiano, “storico” aiutante del pastore biellese Federico Seleletto, per cui aveva lavorato per oltre 30 anni. Quando scrivevo su facebook il suo ricordo, non sapevo che anche Federico era malato.

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Pietro con altri pastori alla fiera di Villar Pellice (TO) nel 2016

Nel frattempo, pochi giorni fa, se ne andava anche Pierino Giaime, detto Pietro, pastore molto conosciuto nell’area a cavallo tra la provincia di Torino e quella di Cuneo, per anni in alpeggio in Valle Po.

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Il gregge di Federico Seletto a Ternengo (BI)

Appena un paio di giorni fa un amico che mi “segue” dai tempi delle Storie di pascolo vagante mi racconta che anche Federico sta male. La cosa va avanti già da qualche tempo, ma era ancora riuscito ad affrontare la stagione in alpeggio. Poi le cose erano improvvisamente peggiorate.

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Federico durante una dimostrazione di tosatura – Ternengo (BI)

…e così ieri è arrivata anche la notizia della scomparsa di Federico Seletto, 66 anni, biellese di Veglio. E’ un mondo che se ne va… Non che oggi non ci siano più pastori, ma molte cose sono cambiate e continuano a mutare sempre più rapidamente.

Ancora condoglianze alle famiglie di questi pastori, di questi uomini.

Si può vivere lassù?

In questa stagione, approfittando della mancanza di neve, si può andare in giro lungo sentieri di mezza quota, raggiungendo case e villaggi abbandonati e “dimenticati” da tempo. Non fa troppo caldo e, soprattutto, non ci sono troppe foglie e vegetazione che potrebbero rendere più difficile il nostro cammino.

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Antico sentiero lastricato tra Verres e Challand (AO)

Quando percorro questi sentieri penso sempre a quando erano di uso quasi quotidiano, quando tutto quello che arrivava o partiva da quei villaggi passava di lì. Penso ai carichi sulla schiena di persone o bestie da soma. Penso a quando quei terreni circostanti erano tutti puliti, coltivati.

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Taverne, Nus (AO)

Infatti i terrazzamenti in questa stagione riemergono anche dietro a cespugli e alberi cresciuti man mano che l’uomo ha smesso di faticare su di qui. Si creavano muri e si spostava terra per ricavare più spazi dove coltivare. Bisognava essere praticamente autosufficienti e di gente ce n’era tanta, anche a quelle quote, quindi ogni fazzoletto utilizzabile poteva fare la differenza per la sopravvivenza di uomini e animali.

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La Nache – Verrès (AO)

Ogni tanto, in questi giri, capita di trovare uno di quei posti che ti farebbe venir voglia di trasferirti lì. Requisiti: isolamento, ben esposto al sole, prati e boschi, bel panorama. L’isolamento è una condizione fondamentale, per quel che mi riguarda, per poter stare in pace, pascolare con gli animali senza dover attraversare strade, senza aver paura che un’auto piombi a tutta velocità su una capra attardata o sul cane che scatta in avanti. Ma anche per non avere nessuno che si lamenta per l’odore, le mosche, le deiezioni, il cane che abbaia al mattino presto, la capra che strappa una foglia o un petalo da una siepe.

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Godersi il sole dopo il pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Sì, certo, certi posti sarebbero l’ideale per vivere con le capre… ma che vita? Una vita che prevede un isolamento quasi totale. Bisognerebbe avere alle spalle ciò che serve per vivere e per pagare tutte le spese del “mondo moderno” che ci inseguirebbero anche lassù. Perché è vero che si potrebbe raggiungere quasi totale autosufficienza alimentare (con anche un orto, piante da frutta), ma spese ce ne sarebbero comunque, e quali sarebbero le fonti di guadagno?

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Antico sentiero scendendo da Grand Bruson – St.Denis (AO)

Poi solo con i sentieri e senza strade, la vita non è facile. In un giorno di sole, con lo zainetto leggero, durante una gita, è un conto… ma se lassù ci devi vivere? Chi potrebbe vivere in questi luoghi che sono stati abbandonati decine e decine di anni fa? Forse un giovane ha più forze e più intraprendenza per farlo, ma… come già scritto altre volte, cosa succede quando arrivano dei bambini?

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Un “eremita” in una casa contro la roccia a monte di Donnas (AO)

Capita di incontrare personaggi che questa scelta l’hanno fatta. Uno di loro l’abbiamo casualmente trovato durante un’escursione a monte di Donnas. Raggiungere la sua casa da sotto non è facilissimo, c’è anche un tratto con scalini in ferro sulla roccia e una corda fissa di sicurezza, però dall’alto in 5-10 minuti dalla strada asfaltata di scende a questa casetta addossata alla roccia e ai suoi terrazzamenti in parte ripuliti. L’uomo che abbiamo incontrato là deve aver avuto una vita avventurosa, da quel che ci ha raccontato. Aveva una gran voglia di chiacchierare e ci aveva adocchiati quando eravamo ancora molto in basso. Originario di Bionaz, ha vissuto e lavorato anche in Francia (in un allevamento di capre), ora si è trasferito in quella che ha definito la Riviera della Valle d’Aosta. In seguito abbiamo però scoperto che la sua età è più avanzata di quella che dimostra e che questa non è la sua abitazione fissa.

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Resto di una predazione su animale selvatico – St. Denis (AO)

Oggi tanti di quei luoghi sono diventati “posti da lupi”, abitati solo più dai selvatici e, talvolta, attraversati da qualche escursionista che, come noi, non ama la folla, le località del turismo di massa, le stazioni sciistiche e gli sport estremi. Sicuramente i predatori sono stati favoriti, nella loro espansione, da tutto questo abbandono nelle vallate e sulle aree collinari più disagiate. Se uno pensa di “tornare” in luoghi del genere e avere degli animali, deve mettere in conto anche questo problema e tutte le strategie per cercare di difendere il bestiame.

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Ecco un altro sentiero che si inerpica sui ripidi fianchi della montagna, attraversando boschi scoscesi, sassosi, pareti a strapiombo, versanti aridi e, in questa stagione, particolarmente desolati, anche se non privi di un certo fascino. Ancora una volta, pensate alla fatica di chi ha tracciato questi sentieri… Questo è quello che, attraversata la Dora al Borgo di Montjovet, sale verso il villaggio abbandonato di Rodoz.

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Uno dei castagni secolari a Rodoz, Montjovet (AO)

Non è un cammino breve e più volte, durante la salita, ci si interroga dove (e perché) possa esserci un villaggio su di là. Ad un certo punto però il bosco cambia e, pur nell’abbandono totale, mostra qualche segno dell’uomo: un terrazzamento, una sorgente e una vasca scavata per l’acqua, degli enormi castagni da frutto secolari.

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Il villaggio abbandonato di Rodoz, Montjovet (AO)

Il villaggio è poco più a monte, sopra ad una sorta di terrazzo che un tempo era stato ripulito per ottenere prati, pascoli, campi, ma che oggi si sta richiudendo con l’avanzata di cespugli e giovani alberi. Non erano solo due case, ma un vero e proprio villaggio, con il forno e una piccola chiesa. Oggi l’abbandono è pressoché totale, i tetti stanno crollando, cedono i muri, collassano le volte delle stalle.

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Una stalla ancora in buone condizioni, Rodoz – Montjovet (AO)

Ogni casa aveva la sua stalla, non si poteva sopravvivere quassù senza animali. Oggi qualcuno potrebbe sognare di tornare, ma… qual era davvero la vita di chi abitava qui? Quali fatiche, quali patimenti? C’era sempre di che sfamarsi a volontà, o si pativa anche la fame, dopo una giornata di duro lavoro?

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Ancora una veduta di Rodoz, Montjovet (AO)

Il sole tramonta presto, d’inverno, quassù. Certo, ci sono interi paesi dove, d’inverno, il sole non arriva mai per mesi, quindi questa potrebbe essere considerata una collocazione privilegiata. Oltre al ripido sentiero che abbiamo percorso noi, quassù si può arrivare anche da un altro sentiero che corre pressoché in quota. Mi dicono che Rodoz è stato abitato fin verso gli anni ’50, se qualcuno avesse altre notizie da raccontare su questo villaggio, su altri luoghi simili, o anche “storie di ritorno”, sarò felice di ascoltarle.

Fame d’alpeggi

Anche ieri ho ricevuto l’ennesima richiesta di aiuto. Era una voce giovane, al telefono. La compagna di un pastore. Non li conosco, non li ho mai incontrati, ma siamo in contatto su Facebook. Lei aveva preso il coraggio e mi aveva chiesto se potevamo sentirci telefonicamente: “…per delle informazioni riguardanti le montagne , diciamola così! Per messaggio mi viene difficile spiegarmi.

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Salita di un gregge in alpeggio – Valle Orco (TO)

Immaginavo già la richiesta. Ne ricevo tante. C’è chi mi scrive, chi me lo chiede quando mi incontra, chi mi telefona. “Tu che giri… sai se c’è una montagna libera?“. Ultimamente la versione aggiornata è: “…adesso che giri in Valle d’Aosta, mi trovi una montagna su di là?“. Me lo chiedono cari amici, conoscenti, sconosciuti. Me lo chiede chi ha una montagna “difficile”, scomoda, e vorrebbe cambiare. Me lo chiede chi è rimasto senza montagna. Me lo chiede chi ha aumentato il numero delle bestie e non ha più pascoli a sufficienza lì dov’è ora. Me lo chiede chi la montagna non l’ha ancora mai avuta e vorrebbe iniziare ad andare in alpeggio, come la ragazza che mi ha chiamata ieri.

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Pascoli di alta quota al Gran Piano – Noasca (TO)

Ci tocca mandarle in affitto, ma il mio ragazzo alle sue bestie ci tiene. Sai com’è quando le mandi da altri… tu le pascoleresti differente. Se capita qualcosa, non sai mai se doveva proprio andare così o se è colpa di chi le guarda.” Loro hanno pecore, sanno che c’è il problema del lupo, ma il problema maggiore per loro adesso è non avere l’alpeggio. “Il mio ragazzo e suo fratello si alternerebbero a guardarle, non le lascerebbero da sole. Non ci interessano i contributi, a noi basta anche una montagna dove ci sono le mucche sotto e poter pascolare con le pecore tutte le parti alte…

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Costruzione di alpeggio diroccata in alta Valle Orco – Ceresole Reale (TO)

Già, i contributi… Girando per le montagne, chi non sa come stanno le cose potrebbe dire che di alpeggi abbandonati ce ne sono eccome! Ma una baita che crolla non vuol dire una “montagna vuota”. Possiamo iniziare a dire che oggi, con altri numeri di animali rispetto ad un tempo, non tutte le baite sono più utilizzate, anche quando greggi o mandrie salgono a pascolare quei territori.

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Il ripido sentiero che sale all’alpe Arietta – Val Soana (TO)

Ci sono alpeggi affittati sulla carta, proprio per i famigerati contributi, che poi non vengono pascolati… questo è illegale e non dovrebbe succedere. Accade più frequentemente che, con qualche strano intrigo, pascola tizio, ma i contributi li prende caio. Non va bene nemmeno questo, ma purtroppo è la realtà. Se ne parla troppo poco, ci sono troppi interessi dietro. Ogni tanto c’è un’inchiesta, ma grossi risultati in tal senso non si sono ancora visti.

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I pascoli si colorano a inizio stagione – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Per colpa dei contributi, arraffati a piene mani da speculatori e trafficoni, i prezzi degli alpeggi aumentano (ne abbiamo già parlato più volte), così se un giovane che sta iniziando vuole trovare una montagna, si trova a competere con prezzi impossibili. Ma questo vale anche per un “normale” allevatore che fa il margaro o il pastore da tutta la vita.

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I ruderi dell’alpe Leseney accanto al Lago Luseney – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Poi ci sono quei valloni scomodi, dove non c’è la strada, ma solo antiche tracce di sentieri… antiche mulattiere dove non passano nemmeno gli escursionisti. Diciamocelo, dove non salgono gli animali in alpeggio, avanzano i cespugli e non è più così bello passare a piedi… In quei valloni magari scopri delle conche meravigliose, pascoli ricchi di trifoglio alpino o altre erbe ricche. Uno di quei posti lo avevo descritto qui.

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Il sentiero nella parte bassa del Vallone di Savoney – Fenis (AO)

Anche l’altro giorno ho fatto una gita in un vallone selvaggio e apparentemente deserto. Nella parte bassa era stato pascolato recentemente, poi seguiva un lungo sentiero che saliva tra boschi e cespugli, fino ad arrivare ad una bella conca con un alpeggio abbandonato. C’erano tracce di utilizzo degli anni scorsi, ma non era difficile immaginare come venissero gestiti gli animali quassù.

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Alpeggio abbandonato – Savoney, Fenis (AO)

Ancora più in alto c’era un lago, conchette e valloni erbosi, erba bassa, di alta montagna, erba buona. Molto probabilmente lassù venivano messi degli animali giovani, in asciutta, che non necessitano di cure e sorveglianza quotidiana. Nei giorni successivi ho poi saputo che il vallone è ancora utilizzato e che saliranno delle manze, probabilmente a breve.

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Nella baita, l’angolo dedicato alla caseificazione – Savoney, Fenis (AO)

Mi viene allora da riflettere su come sia cambiato tutto. Su quali formaggi si facessero in questi luoghi un tempo, con quelle erbe ottime. Erbe che oggi rischiano di sparire, perché senza il pascolamento e la fertilizzazione del terreno, saranno altre erbe a prendere il sopravvento. Oggi i formaggi vengono fatti soprattutto con le erbe dei prati più comodi, più facilmente raggiungibili nei pressi delle baite. Non è così ovunque, ma in parte sì… Sto divagando, ma sono comunque riflessioni sul mondo degli alpeggi che cambia.

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Manze e manzette nell’alto Vallone di Saint Barthélemy – Nus (AO)

Cosa ho risposto alla ragazza che mi chiedeva se sapevo di una montagna libera per il prossimo anno? Quello che, ahimé, ho risposto a tutti gli altri. Se venissi a sapere di qualcosa… ben volentieri. Ma purtroppo non so come aiutare tutte queste persone. Non riesco nemmeno ad aiutare carissimi amici che hanno questo problema. E’ un controsenso, perché da una parte possiamo dire che il mondo dell’alpeggio tradizionale è in crisi… e dall’altra che non ci sono alpeggi disponibili!

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Pascoli di alta quota con abbondanza di trifoglio alpino – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Chi resta senza alpeggio spesso è proprio colui che lavorerebbe bene, che avrebbe cura del territorio, degli animali, delle tradizioni. Mentre chi mette su numeri di bestie eccessivi, lasciate quasi allo sbaraglio o in mano ad operai che fanno niente più del minimo indispensabile… affitta alpeggi qua e là anche in vallate non vicine.

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Alpeggio al Colle del Nivolet sul versante valdostano

C’è la speranza che cambi qualcosa? Per come la vedo io, al momento no, purtroppo. Se non si interviene seriamente a livello politico, questo fragile delicato mondo mi sembra seriamente in crisi. C’è chi resiste con le unghie e con i denti, con sacrifici e spese spesso non proporzionati alle entrate effettive. C’è chi sopravvive grazie al sostegno e alla manodopera di parenti in pensione che “danno una mano”. C’è chi non ce la fa ad andare avanti se non arrivano i contributi. Tutti segnali di un sistema non sano.

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Dove non si pascola, pian piano avanzano i cespugli – Val Soana (TO)

Eppure ci sono ancora giovani pieni di passione e di entusiasmo che telefonano e dicono: “Siamo disperati! Abbiamo iniziato a giugno a cercare una montagna per il prossimo anno, ma niente… Non ci interessano i contributi, ci basta avere un posto per portare su le nostre pecore!” Che tristezza, che amarezza non poter dar loro delle risposte. Che sconforto non poter aiutare chi fa “da sempre” questo mestiere e perde la montagna a un’asta, vedere nei suoi occhi la disperazione perché non sa dove portare a pascolare i suoi animali…

La montagna ancora viva, ma fino a quando?

D’ora in poi, quando qualcuno mi dirà che l’uomo, l’allevatore, fa solo danni al territorio (sì, c’è gente che, pur frequentando assiduamente la montagna per svago, la pensa così), lo manderò a fare un’escursione tra Perloz e Lillianes. Intendiamoci, potrei mandarlo in mille altri luoghi, però sono fresca di questa esperienza e vorrei condividerla con voi.

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Frazioni a monte di Perloz (AO)

Durante questa gita si possono fare numerose osservazioni sul paesaggio. Siamo in un territorio non facile. In questa stagione, con gli alberi che iniziano a mettere le foglie e l’erba ancora bassa, si notano tante più cose. I villaggi abbarbicati qua e là sui ripidissimi pendii. Quelli ancora vivi, abitati, circondati da prati verdi. Quelli abbandonati, abbracciati da alberi e cespugli.

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Terrazzamenti e vecchi castagni – Varfey, Perloz (AO)

Dal momento che qui non esiste nemmeno un fazzoletto di terra pianeggiante, per sopravvivere l’uomo si ingegnava, creandosi degli spazi per coltivare con i terrazzamenti. Buona parte delle pendici sono terrazzate, ma solo piccole porzioni di questi terreni sono ancora utilizzate: qualche castagneto non troppo lontano dalle strade che sono state tracciate per raggiungere i villaggi ancora abitati, qualche ex coltivo, oggi prato o pascolo.

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Il sentiero che sale a Chemp dal fondovalle, con le prime statue lignee che si incontrano – Perloz, (AO)
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Il cuore del villaggio di Chemp con le sue architetture caratteristiche – Perloz (AO)
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Una tra le tante sculture esposte tra le case di Chemp – Perloz (AO)

Siamo saliti a Chemp, un villaggio divenuto famoso perché qui abita Pino Bettoni un artista del legno, che ha iniziato ad esporre le sue opere tra le (bellissime) case del villaggio. Oggi Chemp è un vero e proprio museo a cielo aperto, con opere di diversi artisti tra le case, alcune delle quali ristrutturate e abitate, altre in stato di abbandono.

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La frazione abbandonata di Miochaz – Perloz (AO)

Poi però abbiamo proseguito il nostro cammino, raggiungendo altri villaggi completamente disabitati, ma molto belli come posizione ed elementi architettonici. Il sentiero saliva sempre circondato da antichi terrazzamenti.

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Una fontana e le baite abbandonate di Miochaz, Perloz (AO)

Non ero mai stata qui, ma vedendo questa fontana gorgogliante appena oltre quelle case costruite direttamente sulla roccia di un balcone naturale che si affaccia sulla valle, ho pensato che avrei potuto ambientarlo qui, il mio romanzo “Il canto della fontana“. Ma d’altra parte “Vignali” è un luogo di fantasia, così ciascuno di voi può immaginare di averlo trovato, vagando in luoghi come questo…

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Prati e terrazzamenti curati dall’uomo arrivando a Varfey – Perloz (AO)
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Il sentiero per Varfey – Perloz (AO)

Ad un certo punto siamo sbucati in una radura più aperta, dove la mano dell’uomo ancora cura il territorio come un tempo. Il sentiero fiancheggiato dalle pietre, gli alberi potati, le cataste di legna, i prati con l’erba bassa e verdissima, segno che in autunno si era pascolato a dovere. Chissà, forse era anche stato tagliato del fieno. Non so voi, ma questo è il paesaggio che preferisco, quello dove natura e opera dell’uomo si fondono armoniosamente in un susseguirsi vario di colori stagionali e manufatti realizzati con ciò che offre il territorio.

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Varfey – tra Perloz e Lillianes (AO)

Anche a questo villaggio sale una strada, ma dal versante di Lillianes. C’era qualche auto, c’era gente, chi puliva con il decespugliatore, chi preparava il terreno per gli orti. Ma c’era anche un abitante fisso, che ancora risiede a Varfey stabilmente.

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Emilio in stalla con alcune delle sue capre – Varfey (AO)

Si chiama Milio (Emilio), ha una settantina di anni, vive qui con i suoi cani, le capre e due vacche. Inizialmente di poche parole, pian piano inizia a raccontare e ci conduce in stalla a vedere le capre e le due vacche. Quel mattino non le aveva ancora messe al pascolo perché stava aspettando che arrivasse su il vicino con i propri animali. Ormai la primavera avanza e, chi può, già si avvicina agli alpeggi.

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Emilio con il cane davanti alla stalla – Varfey (AO)

Milio da qualche stagione in alpeggio non ci va più, resta qui tutto l’anno. Dice che gli piacerebbe andare a vedere quei grossi alpeggi più su nella valle, come quelli di Saint Barthélemy, ma… non ha la patente, mai presa. Una volta lì non c’era la strada, ma avevano già realizzato una teleferica: “Senza motore! Funzionava a contrappeso. Versavano dentro una benna d’acqua e il carrello di qui scendeva, mettevano il carico e andava su…

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Prati a Varfey – Lillianes (AO)

Il posto è incantevole, in questa stagione poi le luci e i colori sono ancora più belli. Ma è una gestione equilibrata del territorio a far sì che Varfey abbia questo aspetto. Senza la presenza di animali, la necessità di sfalciare per il fieno, il pascolo, sarebbe tutto diverso. Il bosco, i cespugli, le ortiche avanzerebbero fino a ridosso delle case.

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Terrazzamenti con e senza manutenzione da parte dell’uomo nel territorio di Perloz (AO)

Anche sulla via del ritorno abbiamo modo di continuare ad osservare terreni curati e altri abbandonati, dove i terrazzamenti cedono e si innescano delle frane.

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Porta di una casa abbandonata da anni in una frazione disabitata di Perloz (AO)

È vero che esistono casi di ritorno alla montagna, ma… chi andrà lassù il giorno che Milio non ci sarà più? Certo, c’è la strada, ma d’inverno immagino possa non essere sempre percorribile. Aprire un’azienda lassù potrebbe essere fattibile oggi, quando devi per forza rispettare date, scadenze, vincoli, quando devi correre negli uffici per espletare tutta la burocrazia esistente intorno a un’azienda? E partire per andare a vendere i tuoi prodotti? E se hai dei figli da mandare a scuola?

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Uno scorcio del villaggio di Varfey (AO)

Emilio parla del lupo, lui ne ha visti due proprio tra le case del villaggio, in inverno. Dice che quelle bestie lì proprio non ci volevano, che di problemi ce ne sono già tanti, per chi fa questa vita. Una vita come la sua però ormai la fanno in pochi. È facile guardare le immagini e invidiarlo, ma chi farebbe davvero oggi, 365 giorni all’anno, una vita così? Certo, potrebbe insediarsi una giovane coppia, allevar capre, vendere i formaggi… Ma a chi? Così bisogna partire e andare chissà dove, per venderli. Inoltre ci va chi fa il formaggio e chi pascola le capre, tutti i giorni, perché con il lupo da soli gli animali non li puoi mai lasciare. E se hai dei figli, li devi portare alla scuola più “vicina”…

Sperando che non diventi solo folklore

A fine mese, 30 e 31 gennaio, le date sono sempre le stesse, ad Aosta l’appuntamento è quello con la Fiera di Sant’Orso. Tradizione millenaria, quella della fiera… Oggi è diventato un appuntamento soprattutto con l’artigianato del legno, in tutte le sue espressioni. Anche se certi oggetti li rivedi di anno in anno, è sempre bello aggirarsi per la fiera (nonostante la folla) per scovare i pezzi unici. Semplici o elaborati, ma meravigliosi nella loro forma e idea.

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Artigianato del legno alla Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molti riguardano l’ambiente rurale, sono espressione del territorio in cui nascono. Gli stessi artigiani talvolta hanno vissuto o vivono tuttora la realtà zootecnica. Però il più delle volte quella che viene rappresentata è una scena dal sapore antico. E’ vero che questo mestiere talvolta è “senza tempo”, è vero che certi aspetti non cambiano e non cambieranno mai…

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Scene di vita d’alpeggio – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Nelle sculture si munge sempre a mano, non con la mungitrice, per fare un esempio! Però la scultura centrale, quella di uno degli artisti più famosi e apprezzati, in una delle passate edizioni (2017, mi sembra) ritraeva degli animali che venivano caricati su di un camion. Un’eccezione in mezzo a tante sculture velate di romanticismo e nostalgia.

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Artigianato del legno a tema zootecnico – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si ritrae ciò che è bello, ciò che piace. E l’idea astratta della pastorizia, dell’allevamento, piace sempre e comunque. Poi è sicuramente uno dei simboli di questa regione. Ma la mia paura è che, continuando di questo passo, resterà davvero quasi solo più un soggetto per le sculture…

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Il pastore e il suo gregge – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molte riguardano la pastorizia: pecore, un pastore con il gregge e gli asini… ma lo sapete che la maggior parte degli ovini che passano l’estate in alpeggio in Valle d’Aosta viene “da fuori”? La pecora rosset, razza autoctona, è sempre più a rischio di estinzione. Il numero di capi allevato cala sempre più, tra problemi di gestione legati alla presenza del lupo e scarsa remuneratività dell’allevamento. Così arrivano greggi dal Piemonte (cosa che accadeva già in passato, con le gregge biellesi), ma anche greggi da altre regioni d’Italia, in alpeggi affittati da “allevatori-speculatori” soprattutto per percepire i contributi…

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I collari per campanacci realizzati dagli studenti dell’Institut Agricole Règional di Aosta

La passione e la voglia di mandare avanti questo settore c’è ancora: non mancano i giovani che praticano il mestiere, ma quali prospettive anno? Dove non c’è questo ricambio generazionale, le aziende chiudono, e non sono poche quelle che hanno venduto gli animali negli ultimi tempi. Chi continua lo fa tra mille problemi.

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Un giovane allatta con il biberon un vitello di razza castana – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si commentava su Facebook questo articolo, dove vengono presentati i dati dell’annuario 2017 dell’agricoltura italiana: 320 mila aziende in meno in tre anni, ma cresce la Sau (superficie agricola utilizzata). Vero a livello nazionale, ma nelle aree “marginali” spesso la chiusura di aziende porta all’abbandono delle porzioni di territorio più difficili da utilizzare (prati ripidi da sfalciare a mano, ecc…).

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I simboli della passione degli allevatori valdostani: campanacci e batailles des reines

La forza della passione fa sì che ci sia sempre qualcuno che continua, nonostante tutto. Ma chissà come… già oggi molti allevatori di reines, appassionati delle battaglie, non sono più allevatori con una loro mandria che sale in alpeggio. Hanno delle vacche solo ed esclusivamente per partecipare alle battaglie (e lo stesso vale per le capre), ma il loro mestiere principale è un altro.

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La bataille des reines – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Resterà solo un elemento di folklore, allora? Mi auguro di no… Ma “quelli dei piani alti” dovrebbero ascoltare di più le grida di dolore dei piccoli allevatori di montagna. Va bene fare un giro alla fiera, va bene ammirare tutto questo, ma bisogna anche impegnarsi per far sì che resti vivo, e non solo un ricordo scolpito nel legno.

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Le pecore – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Una di queste grida io l’ho letta e l’ho riportata qui. La lancia Enrico, allevatore valdostano, la cui storia ho anche raccontato in “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta” (MonteRosa Edizioni). Trascrivo il suo commento: “Sono un piccolo allevatore di montagna come tantissimi ve n’erano in Italia, faccio parte di una razza in via d’estinzione, che presto dovrà essere ricordata anch’essa nei giorni della memoria. Sembra un sacrilegio ciò che ho appena affermato, ma purtroppo è così, la piccola agricoltura è stata volutamente e sistematicamente sterminata da una classe dirigente che sa guardare solamente ai dati del mero profitto.

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Fiera di Sant’Orso, Aosta

Burocrazia asfissiante, mancato rispetto dei pagamenti, lupo, deprezzamento del valore di prodotti di nicchia che oserei chiamare eroici, stanno svuotando le nostre montagne, è la fine di un mondo che era uno dei pilastri dell’economia di tutte le valli alpine, arrecando danni irreparabili nel mantenimento di centinaia di razze autoctone, sulla biodiversità dei pascoli e sulla stabilità degli stessi. Mi scuso per questo sfogo, ma quando leggo o sento certi professoroni che si riempiono la bocca di dati al fine di distrarre tutti dalla triste realtà di un’agricoltura italiana agonizzante, perdo la ragione. Sono quattro anni che non ricevo i premi a me spettanti per un problema informatico risolvibile in due minuti! Vivo grazie all’aiuto dei miei genitori, come me siamo in tanti, troppo piccoli perché AGEA (agenzia per le erogazioni in agricoltura) s’interessi a noi.

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Uno gnomo e un tatà – Fiera di Sant’Orso, Aosta

E’ bella la fiera di Sant’Orso, anche grazie a questi pezzi di artigianato legati alla tradizione, al territorio… E’ bello il territorio valdostano, il territorio delle Alpi, perché c’è ancora l’agricoltura, la zootecnia. Speriamo proprio che qualcuno ascolti queste grida, le comprenda e le trasformi in azioni concrete per far sì che gli operatori del settore primario nelle aree montane non si trasformino nella bella immagine che vedete qui sopra, un essere mitologico e un giocattolo…

Come gestire l’alpeggio

L’altro giorno mi ha telefonato un amico allevatore, chiedendomi se avevo visto le “istruzioni” per il pascolo per poter ottenere i contributi relativi all’alpeggio. No… Non ho un’azienda mia e non ho mai seguito dettagliatamente in prima persona il discorso “contributi”, ma ho cercato di informarmi su quello che mi veniva chiesto, perché sicuramente una piccola spiegazione poteva essere utile anche per altri.

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Pascolo in alpeggio – Val Pellice (TO)

Dunque, ciò di cui si parla, nella vasta galassia dei “contributi”, è il piano di pascolo (o Piano Pastorale Aziendale). Il nome mi fa tornare indietro di vent’anni, quando da studentessa universitaria in Scienze Forestali, nell’ambito del corso di Alpicoltura, avevamo fatto le esercitazioni in campo e ci eravamo occupati proprio dei rilievi vegetazionali, della raccolta dei dati aziendali e della successiva redazione del piano di pascolo. Anche se mi sono laureata per l’appunto in quella disciplina e, pur continuando a gravitare nell’ambito del mondo della zootecnia di montagna, di piani di pascolo non ne ho mai più fatti. Però ho visto portare al pascolo o ho pascolato io stessa molti animali, in situazioni e condizioni differenti.

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Pascoli e alpeggi – Vallone di St.Barthélemy (AO)

Nel PSR attuale (2014-2020) la misura 10.1.9 “Gestione eco-sostenibile dei pascoli” indica tutta una serie di strumenti gestionali per il pascolamento e il mantenimento in buon stato dei pascoli. Cosa che gli allevatori di un tempo hanno (quasi) sempre fatto. Oggi però, per ottenere certi contributi specifici legati all’alpeggio (ce ne sono di vario tipo, non sono nemmeno io in grado di spiegarveli tutti), si può presentare le domande relative a tale misura (qui però potete leggere una guida semplificata al PSR per la regione Piemonte). Occorre l’intervento di un professionista che rediga tale piano, che comprende tutta una serie di elementi gestionali, dalla suddivisione delle aree di pascolo al calcolo dei carichi di bestiame e i giorni di pascolamento, ma anche il posizionamento di punti acqua, punti sale, ecc…

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Un dettaglio del fascicolo mostratomi da un allevatore piemontese

Sicuramente mi potrete dire che “i vecchi hanno sempre saputo come fare a gestire l’alpeggio”. E, nella stragrande maggioranza dei casi, avete anche ragione. Potreste anche dirmi che certe immagini contenute nel fascicolo ad illustrazione degli interventi vi hanno fatto ridere o vi hanno lasciato molto perplessi, facendovi dubitare della validità del tutto. E non avete completamente torto. Però ci sono alcuni aspetti da considerare.

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Pascoli d’alta quota – Vallone di Bellino (CN)

Innanzitutto, se ci siamo sempre lamentati dei contributi che vanno a finire nelle mani sbagliate, se abbiamo inveito contro gli speculatori, contro chi prende i soldi e non porta su nemmeno una bestia… Allora questi contributi non andranno a finire nelle loro tasche, perché qui si richiede di gestire nel migliore dei modi l’alpeggio. Leggete con attenzione, in fondo si chiede all’allevatore di fare al meglio il suo mestiere, garantendo il benessere degli animali, ma anche il mantenimento/miglioramento dei pascoli, di modo che lui o altri possano beneficiarne negli anni a venire.

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Mandria in alpeggio a fine stagione – Valle Maira (CN)

Per esempio, con il posizionamento dei punti sale in determinate aree invase da vegetazione “cattiva”, si spingono gli animali a raggiungerle, contribuendo al loro miglioramento. Viceversa, si vuole impedire l’eccessiva concentrazione del bestiame per lunghi periodi in altri punti, al fine di evitare fenomeni di distruzione del pascolo, erosione, ecc. Perché tutto questo? Perché veniamo da anni in cui c’è stato da una parte l’abbandono, dall’altra l’aumento (anche eccessivo) dei capi monticati. Alcune aree non vengono più utilizzate, non ci sono più tante persone che salgono in alpeggio con pochi animali, ma poche persone che salgono con molti, moltissimi capi di bestiame.

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Rustico “punto acqua” – Valle Sacra (TO)

Quando abbiamo 2-300 bovini (o anche di più) che vanno tutti i giorni, per settimane, a bere sempre nello stesso posto… possiamo immaginare cosa accade. Idem se la mungitura avviene sempre nel medesimo luogo. Queste misure sono una di quelle auspicate forme di contributi basate sulla qualità e non (solo) sulla quantità. Perché deve esserci un professionista a redigere un piano? Perché purtroppo molti allevatori non sanno più fare il loro mestiere. Perché in alpeggio vengono lasciati operai a gestire la mandria o il gregge, senza la presenza dei datori di lavoro. Perché in questi anni, ahimè, di situazioni negative se ne sono viste sempre di più. E’ vero che i vecchi certe cose le sapevano senza aver preso una laurea, ma non è anche vero che molti “giovani” invece non li hanno più ascoltati? Hanno badato più ai grossi numeri che alla cura del territorio? A prendere ciò che il territorio offriva, senza più dare niente in cambio?

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Vita d’alpeggio in Valtellina (dal sito lombardiabeniculturali.it)
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L’alpeggio di un tempo in Valle d’Aosta (dal sito cogneturismo.it)

Sappiamo bene che tutto ciò è accaduto anche per colpa dei contributi, che hanno stimolato l’avidità di molti… così adesso si corre ai ripari. Il territorio montano è fragile, sia l’abbandono, sia l’eccessivo sfruttamento lo mettono in pericolo. Non si tornerà più ai tempi in cui in un alpeggio salivano magari anche più di dieci persone, compresi bambini che avevano come unico stipendio il (poco) vitto. La cura della montagna di un tempo prevedeva anche questo, non dimentichiamocelo.

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Esempi di punti acqua consigliati

In quella misura non c’è scritto che sia vietato far bere gli animali nei torrenti e nei laghi, c’è scritto che bisogna preferire altre soluzioni. Le sfilate di vasche da bagno che spesso troviamo in mezzo ai pascoli sicuramente non sono un bel vedere. Certo, sono pratiche e a buon mercato. Le vasche con il galleggiante, per evitare spreco di acqua, costano di più e non possono essere portate proprio dappertutto. Dove già ci sono grossi abbeveratoi, spero si possano continuare ad usare. Le tazzette in mezzo al pascolo le vedo poco pratiche, sia per la loro collocazione, sia perché gli animali hanno la tendenza a grattarsi contro ogni cosa che trovano. Fanno spesso una brutta fine già le paline in legno della sentieristica, figuriamoci le tazzette!

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Abbeverata al fiume – Comboé (AO)

Io la vedo così: le intenzioni sono buone. Poi bisognerebbe, come sempre, usare il buon senso e unire la pratica alla grammatica. Se fossi io a dover redigere il piano di pascolo, parlerei a lungo con l’allevatore e cercherei di capire quel che si può fare effettivamente sul territorio, con le risorse a disposizione, comprese quelle umane. La teoria funziona sempre molto bene sulla carta… ma quando si è poi in alpeggio, con gli animali, con tutti i lavori da fare, con le ore del giorno che sono sempre e solo ventiquattro, con tutti gli imprevisti quotidiani, con la pioggia, la siccità e tutto il resto, il più delle volte tocca arrangiarsi. Se proprio tutto questo non ci va, nessuno è obbligato a presentare le domande per i contributi. Con i tempi che corrono, farne a meno per molti non è facile… Però, per come sembra a me, queste “regole” sono pensate per chi cerca di fare “qualità”. Ormai purtroppo occorrono regole per ogni cosa, la colpa è soprattutto di chi si comporta o si è comportato in modo scorretto, quindi bisogna creare delle norme per arginare la disonestà e le azioni errate.

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Grosso abbeveratoio davanti ad un alpeggio – Vallone di St. Barthélemy (AO)

Come sempre, non è facile. Non lo è specialmente per chi ogni giorno ha come priorità quella di far mangiare a sufficienza i propri animali e mal tollera tutti gli ostacoli, gli impedimenti, le intrusioni nel suo mondo di quella che, in generale, viene chiamata “burocrazia”. Qualcuno di voi, allevatori che leggete, ha già provato questo sistema (introdotto già nel precedente PSR)? Come sta andando? Com’è andata? Quali sono le difficoltà principali? Cosa è fattibile e cosa no? Avete voglia di raccontarmelo (anche privatamente) così che possiamo poi continuare il discorso in futuro?

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Antichi fabbricati d’alpe – Valli di Lanzo (TO)

Storie di pietre (grazie alla tecnologia)

Domenica scorsa siamo andati in Valchiusella, sopra ad Inverso, per vedere la fioritura dei narcisi. C’era l’incognita del meteo, fortemente instabile. Si temeva la pioggia e si temeva pure che quella dei giorni precedenti avesse già rovinato eccessivamente i fiori.

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Narcisi in fiore ad Inverso – Valchiusella (TO)

Per fortuna il tempo ha tenuto, ma effettivamente la fioritura in certe zone era già quasi al termine. Comunque valeva la pena andare da quelle parti anche solo per vedere il paesaggio molto particolare. Un paesaggio “disegnato” dall’uomo.

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Salendo al Colletto di Bossola – Valchiusella (TO)

I pascoli, punteggiati di baite (che qui chiamano “cascine”, anche se niente hanno a che fare con le cascine di pianura), hanno un aspetto ancora curato, anche se si possono distinguere chiaramente zone più verdi, prive di felci e cespugli, da altre apparentemente meno utilizzato.

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Genziane in fiore al Colletto di Bossola – Valchiusella (TO)

Siamo arrivati fino al Colletto di Bossola, dove i narcisi erano meno fitti, ma subentravano le genziane. L’erba dei pascoli era ancora molto bassa, anche se la quota non è particolarmente elevata (nemmeno 1400m). Gli alpeggi veri e propri erano più in alto, si intravvedevano appena tra la nebbia.

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Narcisi in fiore – Inverso, Valchiusella (TO)

La sera ho pubblicato alcune di queste immagini su facebook, chiedendo a chi mi segue i nomi delle località dove avevo scattato le foto. Lo spettacolo della fioritura, che in certi punti era proprio nel momento del massimo splendore, già mi aveva appagata. Però… ho ricevuto anche un’inattesa e graditissima sorpresa.

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Baite d’alpeggio – Inverso, Valchiusella (TO)

Lo sapete, io amo le vecchie baite. Vorrei sempre che quelle pietre potessero parlare, raccontando la storia di chi le ha costruite, di chi ci ha vissuto, il perché di certi “elementi architettonici” che, talvolta, paiono quasi eccessivi per semplici baite di montagna. Uno dei tanti amici virtuali ha risposto alle mie richieste, con abbondanza di particolari, e così ho iniziato a fargli più domande.

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Cascine ad Inverso – Valchiusella (TO)

Andrea (ancora grazie!) mi ha detto che quelle cascine sono sempre state solo sede di alpeggio e non abitazioni permanenti. Anche un tempo, le mandrie (sicuramente più piccole che non oggi) salivano dal fondovalle, utilizzando man mano i pascoli, e spostandosi poi più a monte. Anche a fine stagione la discesa si effettuava a tappe. “I miei bisnonni avevano le vacche a Trausella, con la bella stagione iniziavano a salire alla prima cascina, poi ad una intermedia ed infine ad una di quelle lassù.

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Paesaggio d’alpe – Inverso, Valchiusella (TO)

Gli ho chiesto il perché dei muri in pietra, quelle strane “recinzioni” intorno alle baite. “Naturalmente le vacche non mangiavano nelle immediate vicinanze delle cascine, ma sui pascoli comunali. L’erba delle cascine mio bisnonno la falciava come fieno ed una buona parte la portava giù a Trausella. Guai se le vacche pascolavano nei prati delle cascine. Poi quando iniziava la discesa concimava tutti prati a mano. Altri tempi… altri uomini…

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Il “giardin” – Inverso, Valchiusella (TO)

Per finire, Andrea mi ha anche chiarito il “mistero” di una delle baite dove siamo passati. “Altri uomini… come quello che ha costruito il “Giardin”, mi hanno detto che era un omone forte e quelle pietre le ha fatte lui, in una cava più in alto, e trascinate giù in inverno.

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Il Giardin – Inverso, Valchiusella (TO)

Non avevo mai visto un simile “steccato” in pietra. “La mantegna in pietra mio nonno mi aveva detto che era per guidare le vacche alla cascina, per evitare che andassero giù nel prato. Le vacche mangiavano nei prati lì intorno, mentre quello all’interno della recinzione di pietre che hai visto tutto intorno, veniva falciato. Chiaramente un lavoro enorme sicuramente guidato da tanta ambizione.” Che dire… grazie alla tecnologia che ha permesso ad Andrea di raccontarmi/raccontarci queste belle “storie”. Il mio invito a tutti è quello alla riflessione, su cosa voleva dire un tempo vivere in montagna, su come la montagna veniva tenuta, curata, accudita… quando c’erano meno mezzi, meno risorse, ma tutto serviva per la sopravvivenza.

No alla transumanza?

Spiegatemi… quant’è passato da quel giorno in cui si parlava della transumanza candidata a patrimonio dell’UNESCO? Avevo scritto questo articolo poco più di due mesi fa. Adesso però che la transumanza si fa cosa attuale, perché chi prima, chi dopo, tutti si metteranno in cammino verso i monti…

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Pascolo vagante – Cumiana (TO)

Come vedete in questo articolo, ci sono già stati momenti di “tensione” nel Biellese, per il passaggio di greggi. Come dicono gli amministratori intervistati, una strada non va bene perché è lastricata e gli escrementi si infilano tra le pietre… l’altra è secondaria e passa davanti alle scuole (“le mamme si lamenteranno“!!!). Poi vengono nominati comuni del Vercellese che avrebbero interdetto il passaggio di greggi e armenti.

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Il pastore lancia il suo richiamo e il gregge si incanala nella strada alle sue spalle – Cumiana (TO)

Io non dico di fare una festa della transumanza al passaggio di ogni allevatore (che si tratti di pascolo vagante o di transumanze vere e proprie), ma sollevare tutto questo polverone perché sulle strade passano animali anziché automezzi?? E’ così grave la “forma di inquinamento” che resta a terra dopo il loro transito?

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Gregge tra le case in una via di Cumiana (TO)

Mentre accompagnavo il mio amico pastore tra le borgate del mio paese, ho incontrato molta gente che mi conosce. Una signora, dopo aver fotografato e filmato il passaggio del gregge, mi ha “ringraziata” per lo spettacolo. Ma non tutti la pensano così. Certo, dopo il transito di pecore, capre, vacche, a seconda del momento (se sono appena partite dal prato dove hanno pascolato, se per qualche motivo c’è un rallentamento nel cammino) e del numero di animali, a terra di escrementi ne restano. La forma, la quantità e la consistenza varia a seconda del tipo di animale (tocca specificare tutto, ormai la gente certe cose non le sa più!).

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Ci si sposta da un pascolo all’altro per le vie di Cumiana (TO)

Mi spiace, signori, nessun allevatore è ancora riuscito a spiegare ai suoi animali che non bisogna camminare sui marciapiedi, quindi succederà che… la faranno anche lì! Parliamo però di animali erbivori. A differenza dei tanti cani (con padroni maleducati che non raccolgono con l’apposito sacchetto) in giro per i nostri paesi e città, questi animali mangiano solo erba, la loro “cacca” è un ottimo concime, se per caso qualcuno volesse uscire con la paletta a raccoglierla. Comunque, con le piogge e i temporali di questi giorni, penso che i segni delle transumanze non restino sulle strade a lungo!

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Le capre guidano il gregge tra le vie di Cumiana (TO)

Ma ditemi, qual è il problema? Non mi sembra si sia parlato di intralcio al traffico, piuttosto il nocciolo della questione è “lo sporco”. Alla fine il discorso è sempre il medesimo, non ci piace vedere e sentire i lati meno pittoreschi e romantici della realtà. Gli escrementi imbrattano le nostre macchine lavate e lucidate: ma quanto inquinamento produciamo per farle lavare? E quanto inquinamento produce l’utilizzo delle nostre auto? A quello ci pensiamo? Il bello è che spesso, a lamentarsi, sono le persone con un comportamento meno ecologico di tutti! Non so se chi va a lavorare a piedi, con i mezzi pubblici, in bicicletta sia tra i primi oppositori al passaggio della transumanza!

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Passaggio del gregge nella strada principale alla festa del Cevrin di Coazze (TO)

Eppure ogni tanto alla transumanza “facciamo la festa”. Sono in crescita le manifestazioni in cui si organizzano eventi (fiere di artigianato, di prodotti enogastronomici, concerti, ecc…) in concomitanza della salita e della discesa dagli alpeggi.

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Fiera di Bobbio Pellice (TO)

Queste manifestazioni, a scopo principalmente turistico, vanno ad aggiungersi alle tradizionali fiere e rassegne zootecniche, la cui origine risale a tempi antichi. Oggi però anche molte di esse hanno adottato la formula della “sfilata” degli animali, proprio per dare una maggiore spettacolarità al loro arrivo e per venire incontro alle esigenze del pubblico. Peraltro riscuotendo un successo sempre maggiore.

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Fiera di Pomaretto (TO)

E’ anche un elemento di orgoglio in più per gli allevatori: si sfila con i propri animali, si mostra il frutto del proprio lavoro, lo si fa tra l’ammirazione e il rispetto della gente. E’ un momento piacevole per tutti, ma sicuramente sono i giovani e giovanissimi a goderne maggiormente.

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Dove sono quei sindaci che vogliono vietare la transumanza? Dove sono quei cittadini che si lamentano per la cacca sulle strade? Vogliono dirlo loro a questi bambini, a questi ragazzini, che stanno facendo qualcosa di sporco? Io credo che tutti i bambini dovrebbero partecipare ad una transumanza, imparare la differenza tra uno sporco che si lava via in fretta e… l’inquinamento vero, quello che resta nell’ambiente, nell’acqua, nell’aria. Le contamina e le rendono letali per piante e animali. Il buon vecchio letame invece i fiori li fa crescere!

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La Dévéteya, festa di discesa dagli alpeggi – Cogne (AO)

Spero sempre che il pubblico di queste manifestazioni impari qualcosa da ciò che sta osservando. Che capisca che non si tratta di una sfilata solo ad uso e consumo dei turisti, ma un momento di vero lavoro, solo uno dei tanti giorni dell’anno in cui sempre e comunque ci si prende cura degli animali. Forse anche per quello personalmente sono contraria all’uso di abiti folkloristici durante questi momenti, si rischia di trasportare in un’altra dimensione l’attualità di un mestiere che, fortunatamente, è ancora vivo. …e allora, buona transumanza a tutti gli allevatori che, tra un paio di settimane, si metteranno in cammino. Se qualcuno dovesse lamentarsi, rispondetegli che la transumanza è stata candidata a patrimonio dell’umanità… non so se funzionerà, però…