La montagna ancora viva, ma fino a quando?

D’ora in poi, quando qualcuno mi dirà che l’uomo, l’allevatore, fa solo danni al territorio (sì, c’è gente che, pur frequentando assiduamente la montagna per svago, la pensa così), lo manderò a fare un’escursione tra Perloz e Lillianes. Intendiamoci, potrei mandarlo in mille altri luoghi, però sono fresca di questa esperienza e vorrei condividerla con voi.

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Frazioni a monte di Perloz (AO)

Durante questa gita si possono fare numerose osservazioni sul paesaggio. Siamo in un territorio non facile. In questa stagione, con gli alberi che iniziano a mettere le foglie e l’erba ancora bassa, si notano tante più cose. I villaggi abbarbicati qua e là sui ripidissimi pendii. Quelli ancora vivi, abitati, circondati da prati verdi. Quelli abbandonati, abbracciati da alberi e cespugli.

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Terrazzamenti e vecchi castagni – Varfey, Perloz (AO)

Dal momento che qui non esiste nemmeno un fazzoletto di terra pianeggiante, per sopravvivere l’uomo si ingegnava, creandosi degli spazi per coltivare con i terrazzamenti. Buona parte delle pendici sono terrazzate, ma solo piccole porzioni di questi terreni sono ancora utilizzate: qualche castagneto non troppo lontano dalle strade che sono state tracciate per raggiungere i villaggi ancora abitati, qualche ex coltivo, oggi prato o pascolo.

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Il sentiero che sale a Chemp dal fondovalle, con le prime statue lignee che si incontrano – Perloz, (AO)
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Il cuore del villaggio di Chemp con le sue architetture caratteristiche – Perloz (AO)
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Una tra le tante sculture esposte tra le case di Chemp – Perloz (AO)

Siamo saliti a Chemp, un villaggio divenuto famoso perché qui abita Pino Bettoni un artista del legno, che ha iniziato ad esporre le sue opere tra le (bellissime) case del villaggio. Oggi Chemp è un vero e proprio museo a cielo aperto, con opere di diversi artisti tra le case, alcune delle quali ristrutturate e abitate, altre in stato di abbandono.

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La frazione abbandonata di Miochaz – Perloz (AO)

Poi però abbiamo proseguito il nostro cammino, raggiungendo altri villaggi completamente disabitati, ma molto belli come posizione ed elementi architettonici. Il sentiero saliva sempre circondato da antichi terrazzamenti.

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Una fontana e le baite abbandonate di Miochaz, Perloz (AO)

Non ero mai stata qui, ma vedendo questa fontana gorgogliante appena oltre quelle case costruite direttamente sulla roccia di un balcone naturale che si affaccia sulla valle, ho pensato che avrei potuto ambientarlo qui, il mio romanzo “Il canto della fontana“. Ma d’altra parte “Vignali” è un luogo di fantasia, così ciascuno di voi può immaginare di averlo trovato, vagando in luoghi come questo…

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Prati e terrazzamenti curati dall’uomo arrivando a Varfey – Perloz (AO)
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Il sentiero per Varfey – Perloz (AO)

Ad un certo punto siamo sbucati in una radura più aperta, dove la mano dell’uomo ancora cura il territorio come un tempo. Il sentiero fiancheggiato dalle pietre, gli alberi potati, le cataste di legna, i prati con l’erba bassa e verdissima, segno che in autunno si era pascolato a dovere. Chissà, forse era anche stato tagliato del fieno. Non so voi, ma questo è il paesaggio che preferisco, quello dove natura e opera dell’uomo si fondono armoniosamente in un susseguirsi vario di colori stagionali e manufatti realizzati con ciò che offre il territorio.

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Varfey – tra Perloz e Lillianes (AO)

Anche a questo villaggio sale una strada, ma dal versante di Lillianes. C’era qualche auto, c’era gente, chi puliva con il decespugliatore, chi preparava il terreno per gli orti. Ma c’era anche un abitante fisso, che ancora risiede a Varfey stabilmente.

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Emilio in stalla con alcune delle sue capre – Varfey (AO)

Si chiama Milio (Emilio), ha una settantina di anni, vive qui con i suoi cani, le capre e due vacche. Inizialmente di poche parole, pian piano inizia a raccontare e ci conduce in stalla a vedere le capre e le due vacche. Quel mattino non le aveva ancora messe al pascolo perché stava aspettando che arrivasse su il vicino con i propri animali. Ormai la primavera avanza e, chi può, già si avvicina agli alpeggi.

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Emilio con il cane davanti alla stalla – Varfey (AO)

Milio da qualche stagione in alpeggio non ci va più, resta qui tutto l’anno. Dice che gli piacerebbe andare a vedere quei grossi alpeggi più su nella valle, come quelli di Saint Barthélemy, ma… non ha la patente, mai presa. Una volta lì non c’era la strada, ma avevano già realizzato una teleferica: “Senza motore! Funzionava a contrappeso. Versavano dentro una benna d’acqua e il carrello di qui scendeva, mettevano il carico e andava su…

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Prati a Varfey – Lillianes (AO)

Il posto è incantevole, in questa stagione poi le luci e i colori sono ancora più belli. Ma è una gestione equilibrata del territorio a far sì che Varfey abbia questo aspetto. Senza la presenza di animali, la necessità di sfalciare per il fieno, il pascolo, sarebbe tutto diverso. Il bosco, i cespugli, le ortiche avanzerebbero fino a ridosso delle case.

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Terrazzamenti con e senza manutenzione da parte dell’uomo nel territorio di Perloz (AO)

Anche sulla via del ritorno abbiamo modo di continuare ad osservare terreni curati e altri abbandonati, dove i terrazzamenti cedono e si innescano delle frane.

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Porta di una casa abbandonata da anni in una frazione disabitata di Perloz (AO)

È vero che esistono casi di ritorno alla montagna, ma… chi andrà lassù il giorno che Milio non ci sarà più? Certo, c’è la strada, ma d’inverno immagino possa non essere sempre percorribile. Aprire un’azienda lassù potrebbe essere fattibile oggi, quando devi per forza rispettare date, scadenze, vincoli, quando devi correre negli uffici per espletare tutta la burocrazia esistente intorno a un’azienda? E partire per andare a vendere i tuoi prodotti? E se hai dei figli da mandare a scuola?

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Uno scorcio del villaggio di Varfey (AO)

Emilio parla del lupo, lui ne ha visti due proprio tra le case del villaggio, in inverno. Dice che quelle bestie lì proprio non ci volevano, che di problemi ce ne sono già tanti, per chi fa questa vita. Una vita come la sua però ormai la fanno in pochi. È facile guardare le immagini e invidiarlo, ma chi farebbe davvero oggi, 365 giorni all’anno, una vita così? Certo, potrebbe insediarsi una giovane coppia, allevar capre, vendere i formaggi… Ma a chi? Così bisogna partire e andare chissà dove, per venderli. Inoltre ci va chi fa il formaggio e chi pascola le capre, tutti i giorni, perché con il lupo da soli gli animali non li puoi mai lasciare. E se hai dei figli, li devi portare alla scuola più “vicina”…

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Sperando che non diventi solo folklore

A fine mese, 30 e 31 gennaio, le date sono sempre le stesse, ad Aosta l’appuntamento è quello con la Fiera di Sant’Orso. Tradizione millenaria, quella della fiera… Oggi è diventato un appuntamento soprattutto con l’artigianato del legno, in tutte le sue espressioni. Anche se certi oggetti li rivedi di anno in anno, è sempre bello aggirarsi per la fiera (nonostante la folla) per scovare i pezzi unici. Semplici o elaborati, ma meravigliosi nella loro forma e idea.

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Artigianato del legno alla Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molti riguardano l’ambiente rurale, sono espressione del territorio in cui nascono. Gli stessi artigiani talvolta hanno vissuto o vivono tuttora la realtà zootecnica. Però il più delle volte quella che viene rappresentata è una scena dal sapore antico. E’ vero che questo mestiere talvolta è “senza tempo”, è vero che certi aspetti non cambiano e non cambieranno mai…

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Scene di vita d’alpeggio – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Nelle sculture si munge sempre a mano, non con la mungitrice, per fare un esempio! Però la scultura centrale, quella di uno degli artisti più famosi e apprezzati, in una delle passate edizioni (2017, mi sembra) ritraeva degli animali che venivano caricati su di un camion. Un’eccezione in mezzo a tante sculture velate di romanticismo e nostalgia.

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Artigianato del legno a tema zootecnico – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si ritrae ciò che è bello, ciò che piace. E l’idea astratta della pastorizia, dell’allevamento, piace sempre e comunque. Poi è sicuramente uno dei simboli di questa regione. Ma la mia paura è che, continuando di questo passo, resterà davvero quasi solo più un soggetto per le sculture…

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Il pastore e il suo gregge – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molte riguardano la pastorizia: pecore, un pastore con il gregge e gli asini… ma lo sapete che la maggior parte degli ovini che passano l’estate in alpeggio in Valle d’Aosta viene “da fuori”? La pecora rosset, razza autoctona, è sempre più a rischio di estinzione. Il numero di capi allevato cala sempre più, tra problemi di gestione legati alla presenza del lupo e scarsa remuneratività dell’allevamento. Così arrivano greggi dal Piemonte (cosa che accadeva già in passato, con le gregge biellesi), ma anche greggi da altre regioni d’Italia, in alpeggi affittati da “allevatori-speculatori” soprattutto per percepire i contributi…

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I collari per campanacci realizzati dagli studenti dell’Institut Agricole Règional di Aosta

La passione e la voglia di mandare avanti questo settore c’è ancora: non mancano i giovani che praticano il mestiere, ma quali prospettive anno? Dove non c’è questo ricambio generazionale, le aziende chiudono, e non sono poche quelle che hanno venduto gli animali negli ultimi tempi. Chi continua lo fa tra mille problemi.

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Un giovane allatta con il biberon un vitello di razza castana – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si commentava su Facebook questo articolo, dove vengono presentati i dati dell’annuario 2017 dell’agricoltura italiana: 320 mila aziende in meno in tre anni, ma cresce la Sau (superficie agricola utilizzata). Vero a livello nazionale, ma nelle aree “marginali” spesso la chiusura di aziende porta all’abbandono delle porzioni di territorio più difficili da utilizzare (prati ripidi da sfalciare a mano, ecc…).

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I simboli della passione degli allevatori valdostani: campanacci e batailles des reines

La forza della passione fa sì che ci sia sempre qualcuno che continua, nonostante tutto. Ma chissà come… già oggi molti allevatori di reines, appassionati delle battaglie, non sono più allevatori con una loro mandria che sale in alpeggio. Hanno delle vacche solo ed esclusivamente per partecipare alle battaglie (e lo stesso vale per le capre), ma il loro mestiere principale è un altro.

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La bataille des reines – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Resterà solo un elemento di folklore, allora? Mi auguro di no… Ma “quelli dei piani alti” dovrebbero ascoltare di più le grida di dolore dei piccoli allevatori di montagna. Va bene fare un giro alla fiera, va bene ammirare tutto questo, ma bisogna anche impegnarsi per far sì che resti vivo, e non solo un ricordo scolpito nel legno.

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Le pecore – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Una di queste grida io l’ho letta e l’ho riportata qui. La lancia Enrico, allevatore valdostano, la cui storia ho anche raccontato in “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta” (MonteRosa Edizioni). Trascrivo il suo commento: “Sono un piccolo allevatore di montagna come tantissimi ve n’erano in Italia, faccio parte di una razza in via d’estinzione, che presto dovrà essere ricordata anch’essa nei giorni della memoria. Sembra un sacrilegio ciò che ho appena affermato, ma purtroppo è così, la piccola agricoltura è stata volutamente e sistematicamente sterminata da una classe dirigente che sa guardare solamente ai dati del mero profitto.

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Fiera di Sant’Orso, Aosta

Burocrazia asfissiante, mancato rispetto dei pagamenti, lupo, deprezzamento del valore di prodotti di nicchia che oserei chiamare eroici, stanno svuotando le nostre montagne, è la fine di un mondo che era uno dei pilastri dell’economia di tutte le valli alpine, arrecando danni irreparabili nel mantenimento di centinaia di razze autoctone, sulla biodiversità dei pascoli e sulla stabilità degli stessi. Mi scuso per questo sfogo, ma quando leggo o sento certi professoroni che si riempiono la bocca di dati al fine di distrarre tutti dalla triste realtà di un’agricoltura italiana agonizzante, perdo la ragione. Sono quattro anni che non ricevo i premi a me spettanti per un problema informatico risolvibile in due minuti! Vivo grazie all’aiuto dei miei genitori, come me siamo in tanti, troppo piccoli perché AGEA (agenzia per le erogazioni in agricoltura) s’interessi a noi.

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Uno gnomo e un tatà – Fiera di Sant’Orso, Aosta

E’ bella la fiera di Sant’Orso, anche grazie a questi pezzi di artigianato legati alla tradizione, al territorio… E’ bello il territorio valdostano, il territorio delle Alpi, perché c’è ancora l’agricoltura, la zootecnia. Speriamo proprio che qualcuno ascolti queste grida, le comprenda e le trasformi in azioni concrete per far sì che gli operatori del settore primario nelle aree montane non si trasformino nella bella immagine che vedete qui sopra, un essere mitologico e un giocattolo…

Come gestire l’alpeggio

L’altro giorno mi ha telefonato un amico allevatore, chiedendomi se avevo visto le “istruzioni” per il pascolo per poter ottenere i contributi relativi all’alpeggio. No… Non ho un’azienda mia e non ho mai seguito dettagliatamente in prima persona il discorso “contributi”, ma ho cercato di informarmi su quello che mi veniva chiesto, perché sicuramente una piccola spiegazione poteva essere utile anche per altri.

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Pascolo in alpeggio – Val Pellice (TO)

Dunque, ciò di cui si parla, nella vasta galassia dei “contributi”, è il piano di pascolo (o Piano Pastorale Aziendale). Il nome mi fa tornare indietro di vent’anni, quando da studentessa universitaria in Scienze Forestali, nell’ambito del corso di Alpicoltura, avevamo fatto le esercitazioni in campo e ci eravamo occupati proprio dei rilievi vegetazionali, della raccolta dei dati aziendali e della successiva redazione del piano di pascolo. Anche se mi sono laureata per l’appunto in quella disciplina e, pur continuando a gravitare nell’ambito del mondo della zootecnia di montagna, di piani di pascolo non ne ho mai più fatti. Però ho visto portare al pascolo o ho pascolato io stessa molti animali, in situazioni e condizioni differenti.

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Pascoli e alpeggi – Vallone di St.Barthélemy (AO)

Nel PSR attuale (2014-2020) la misura 10.1.9 “Gestione eco-sostenibile dei pascoli” indica tutta una serie di strumenti gestionali per il pascolamento e il mantenimento in buon stato dei pascoli. Cosa che gli allevatori di un tempo hanno (quasi) sempre fatto. Oggi però, per ottenere certi contributi specifici legati all’alpeggio (ce ne sono di vario tipo, non sono nemmeno io in grado di spiegarveli tutti), si può presentare le domande relative a tale misura (qui però potete leggere una guida semplificata al PSR per la regione Piemonte). Occorre l’intervento di un professionista che rediga tale piano, che comprende tutta una serie di elementi gestionali, dalla suddivisione delle aree di pascolo al calcolo dei carichi di bestiame e i giorni di pascolamento, ma anche il posizionamento di punti acqua, punti sale, ecc…

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Un dettaglio del fascicolo mostratomi da un allevatore piemontese

Sicuramente mi potrete dire che “i vecchi hanno sempre saputo come fare a gestire l’alpeggio”. E, nella stragrande maggioranza dei casi, avete anche ragione. Potreste anche dirmi che certe immagini contenute nel fascicolo ad illustrazione degli interventi vi hanno fatto ridere o vi hanno lasciato molto perplessi, facendovi dubitare della validità del tutto. E non avete completamente torto. Però ci sono alcuni aspetti da considerare.

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Pascoli d’alta quota – Vallone di Bellino (CN)

Innanzitutto, se ci siamo sempre lamentati dei contributi che vanno a finire nelle mani sbagliate, se abbiamo inveito contro gli speculatori, contro chi prende i soldi e non porta su nemmeno una bestia… Allora questi contributi non andranno a finire nelle loro tasche, perché qui si richiede di gestire nel migliore dei modi l’alpeggio. Leggete con attenzione, in fondo si chiede all’allevatore di fare al meglio il suo mestiere, garantendo il benessere degli animali, ma anche il mantenimento/miglioramento dei pascoli, di modo che lui o altri possano beneficiarne negli anni a venire.

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Mandria in alpeggio a fine stagione – Valle Maira (CN)

Per esempio, con il posizionamento dei punti sale in determinate aree invase da vegetazione “cattiva”, si spingono gli animali a raggiungerle, contribuendo al loro miglioramento. Viceversa, si vuole impedire l’eccessiva concentrazione del bestiame per lunghi periodi in altri punti, al fine di evitare fenomeni di distruzione del pascolo, erosione, ecc. Perché tutto questo? Perché veniamo da anni in cui c’è stato da una parte l’abbandono, dall’altra l’aumento (anche eccessivo) dei capi monticati. Alcune aree non vengono più utilizzate, non ci sono più tante persone che salgono in alpeggio con pochi animali, ma poche persone che salgono con molti, moltissimi capi di bestiame.

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Rustico “punto acqua” – Valle Sacra (TO)

Quando abbiamo 2-300 bovini (o anche di più) che vanno tutti i giorni, per settimane, a bere sempre nello stesso posto… possiamo immaginare cosa accade. Idem se la mungitura avviene sempre nel medesimo luogo. Queste misure sono una di quelle auspicate forme di contributi basate sulla qualità e non (solo) sulla quantità. Perché deve esserci un professionista a redigere un piano? Perché purtroppo molti allevatori non sanno più fare il loro mestiere. Perché in alpeggio vengono lasciati operai a gestire la mandria o il gregge, senza la presenza dei datori di lavoro. Perché in questi anni, ahimè, di situazioni negative se ne sono viste sempre di più. E’ vero che i vecchi certe cose le sapevano senza aver preso una laurea, ma non è anche vero che molti “giovani” invece non li hanno più ascoltati? Hanno badato più ai grossi numeri che alla cura del territorio? A prendere ciò che il territorio offriva, senza più dare niente in cambio?

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Vita d’alpeggio in Valtellina (dal sito lombardiabeniculturali.it)
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L’alpeggio di un tempo in Valle d’Aosta (dal sito cogneturismo.it)

Sappiamo bene che tutto ciò è accaduto anche per colpa dei contributi, che hanno stimolato l’avidità di molti… così adesso si corre ai ripari. Il territorio montano è fragile, sia l’abbandono, sia l’eccessivo sfruttamento lo mettono in pericolo. Non si tornerà più ai tempi in cui in un alpeggio salivano magari anche più di dieci persone, compresi bambini che avevano come unico stipendio il (poco) vitto. La cura della montagna di un tempo prevedeva anche questo, non dimentichiamocelo.

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Esempi di punti acqua consigliati

In quella misura non c’è scritto che sia vietato far bere gli animali nei torrenti e nei laghi, c’è scritto che bisogna preferire altre soluzioni. Le sfilate di vasche da bagno che spesso troviamo in mezzo ai pascoli sicuramente non sono un bel vedere. Certo, sono pratiche e a buon mercato. Le vasche con il galleggiante, per evitare spreco di acqua, costano di più e non possono essere portate proprio dappertutto. Dove già ci sono grossi abbeveratoi, spero si possano continuare ad usare. Le tazzette in mezzo al pascolo le vedo poco pratiche, sia per la loro collocazione, sia perché gli animali hanno la tendenza a grattarsi contro ogni cosa che trovano. Fanno spesso una brutta fine già le paline in legno della sentieristica, figuriamoci le tazzette!

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Abbeverata al fiume – Comboé (AO)

Io la vedo così: le intenzioni sono buone. Poi bisognerebbe, come sempre, usare il buon senso e unire la pratica alla grammatica. Se fossi io a dover redigere il piano di pascolo, parlerei a lungo con l’allevatore e cercherei di capire quel che si può fare effettivamente sul territorio, con le risorse a disposizione, comprese quelle umane. La teoria funziona sempre molto bene sulla carta… ma quando si è poi in alpeggio, con gli animali, con tutti i lavori da fare, con le ore del giorno che sono sempre e solo ventiquattro, con tutti gli imprevisti quotidiani, con la pioggia, la siccità e tutto il resto, il più delle volte tocca arrangiarsi. Se proprio tutto questo non ci va, nessuno è obbligato a presentare le domande per i contributi. Con i tempi che corrono, farne a meno per molti non è facile… Però, per come sembra a me, queste “regole” sono pensate per chi cerca di fare “qualità”. Ormai purtroppo occorrono regole per ogni cosa, la colpa è soprattutto di chi si comporta o si è comportato in modo scorretto, quindi bisogna creare delle norme per arginare la disonestà e le azioni errate.

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Grosso abbeveratoio davanti ad un alpeggio – Vallone di St. Barthélemy (AO)

Come sempre, non è facile. Non lo è specialmente per chi ogni giorno ha come priorità quella di far mangiare a sufficienza i propri animali e mal tollera tutti gli ostacoli, gli impedimenti, le intrusioni nel suo mondo di quella che, in generale, viene chiamata “burocrazia”. Qualcuno di voi, allevatori che leggete, ha già provato questo sistema (introdotto già nel precedente PSR)? Come sta andando? Com’è andata? Quali sono le difficoltà principali? Cosa è fattibile e cosa no? Avete voglia di raccontarmelo (anche privatamente) così che possiamo poi continuare il discorso in futuro?

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Antichi fabbricati d’alpe – Valli di Lanzo (TO)

Storie di pietre (grazie alla tecnologia)

Domenica scorsa siamo andati in Valchiusella, sopra ad Inverso, per vedere la fioritura dei narcisi. C’era l’incognita del meteo, fortemente instabile. Si temeva la pioggia e si temeva pure che quella dei giorni precedenti avesse già rovinato eccessivamente i fiori.

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Narcisi in fiore ad Inverso – Valchiusella (TO)

Per fortuna il tempo ha tenuto, ma effettivamente la fioritura in certe zone era già quasi al termine. Comunque valeva la pena andare da quelle parti anche solo per vedere il paesaggio molto particolare. Un paesaggio “disegnato” dall’uomo.

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Salendo al Colletto di Bossola – Valchiusella (TO)

I pascoli, punteggiati di baite (che qui chiamano “cascine”, anche se niente hanno a che fare con le cascine di pianura), hanno un aspetto ancora curato, anche se si possono distinguere chiaramente zone più verdi, prive di felci e cespugli, da altre apparentemente meno utilizzato.

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Genziane in fiore al Colletto di Bossola – Valchiusella (TO)

Siamo arrivati fino al Colletto di Bossola, dove i narcisi erano meno fitti, ma subentravano le genziane. L’erba dei pascoli era ancora molto bassa, anche se la quota non è particolarmente elevata (nemmeno 1400m). Gli alpeggi veri e propri erano più in alto, si intravvedevano appena tra la nebbia.

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Narcisi in fiore – Inverso, Valchiusella (TO)

La sera ho pubblicato alcune di queste immagini su facebook, chiedendo a chi mi segue i nomi delle località dove avevo scattato le foto. Lo spettacolo della fioritura, che in certi punti era proprio nel momento del massimo splendore, già mi aveva appagata. Però… ho ricevuto anche un’inattesa e graditissima sorpresa.

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Baite d’alpeggio – Inverso, Valchiusella (TO)

Lo sapete, io amo le vecchie baite. Vorrei sempre che quelle pietre potessero parlare, raccontando la storia di chi le ha costruite, di chi ci ha vissuto, il perché di certi “elementi architettonici” che, talvolta, paiono quasi eccessivi per semplici baite di montagna. Uno dei tanti amici virtuali ha risposto alle mie richieste, con abbondanza di particolari, e così ho iniziato a fargli più domande.

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Cascine ad Inverso – Valchiusella (TO)

Andrea (ancora grazie!) mi ha detto che quelle cascine sono sempre state solo sede di alpeggio e non abitazioni permanenti. Anche un tempo, le mandrie (sicuramente più piccole che non oggi) salivano dal fondovalle, utilizzando man mano i pascoli, e spostandosi poi più a monte. Anche a fine stagione la discesa si effettuava a tappe. “I miei bisnonni avevano le vacche a Trausella, con la bella stagione iniziavano a salire alla prima cascina, poi ad una intermedia ed infine ad una di quelle lassù.

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Paesaggio d’alpe – Inverso, Valchiusella (TO)

Gli ho chiesto il perché dei muri in pietra, quelle strane “recinzioni” intorno alle baite. “Naturalmente le vacche non mangiavano nelle immediate vicinanze delle cascine, ma sui pascoli comunali. L’erba delle cascine mio bisnonno la falciava come fieno ed una buona parte la portava giù a Trausella. Guai se le vacche pascolavano nei prati delle cascine. Poi quando iniziava la discesa concimava tutti prati a mano. Altri tempi… altri uomini…

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Il “giardin” – Inverso, Valchiusella (TO)

Per finire, Andrea mi ha anche chiarito il “mistero” di una delle baite dove siamo passati. “Altri uomini… come quello che ha costruito il “Giardin”, mi hanno detto che era un omone forte e quelle pietre le ha fatte lui, in una cava più in alto, e trascinate giù in inverno.

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Il Giardin – Inverso, Valchiusella (TO)

Non avevo mai visto un simile “steccato” in pietra. “La mantegna in pietra mio nonno mi aveva detto che era per guidare le vacche alla cascina, per evitare che andassero giù nel prato. Le vacche mangiavano nei prati lì intorno, mentre quello all’interno della recinzione di pietre che hai visto tutto intorno, veniva falciato. Chiaramente un lavoro enorme sicuramente guidato da tanta ambizione.” Che dire… grazie alla tecnologia che ha permesso ad Andrea di raccontarmi/raccontarci queste belle “storie”. Il mio invito a tutti è quello alla riflessione, su cosa voleva dire un tempo vivere in montagna, su come la montagna veniva tenuta, curata, accudita… quando c’erano meno mezzi, meno risorse, ma tutto serviva per la sopravvivenza.

No alla transumanza?

Spiegatemi… quant’è passato da quel giorno in cui si parlava della transumanza candidata a patrimonio dell’UNESCO? Avevo scritto questo articolo poco più di due mesi fa. Adesso però che la transumanza si fa cosa attuale, perché chi prima, chi dopo, tutti si metteranno in cammino verso i monti…

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Pascolo vagante – Cumiana (TO)

Come vedete in questo articolo, ci sono già stati momenti di “tensione” nel Biellese, per il passaggio di greggi. Come dicono gli amministratori intervistati, una strada non va bene perché è lastricata e gli escrementi si infilano tra le pietre… l’altra è secondaria e passa davanti alle scuole (“le mamme si lamenteranno“!!!). Poi vengono nominati comuni del Vercellese che avrebbero interdetto il passaggio di greggi e armenti.

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Il pastore lancia il suo richiamo e il gregge si incanala nella strada alle sue spalle – Cumiana (TO)

Io non dico di fare una festa della transumanza al passaggio di ogni allevatore (che si tratti di pascolo vagante o di transumanze vere e proprie), ma sollevare tutto questo polverone perché sulle strade passano animali anziché automezzi?? E’ così grave la “forma di inquinamento” che resta a terra dopo il loro transito?

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Gregge tra le case in una via di Cumiana (TO)

Mentre accompagnavo il mio amico pastore tra le borgate del mio paese, ho incontrato molta gente che mi conosce. Una signora, dopo aver fotografato e filmato il passaggio del gregge, mi ha “ringraziata” per lo spettacolo. Ma non tutti la pensano così. Certo, dopo il transito di pecore, capre, vacche, a seconda del momento (se sono appena partite dal prato dove hanno pascolato, se per qualche motivo c’è un rallentamento nel cammino) e del numero di animali, a terra di escrementi ne restano. La forma, la quantità e la consistenza varia a seconda del tipo di animale (tocca specificare tutto, ormai la gente certe cose non le sa più!).

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Ci si sposta da un pascolo all’altro per le vie di Cumiana (TO)

Mi spiace, signori, nessun allevatore è ancora riuscito a spiegare ai suoi animali che non bisogna camminare sui marciapiedi, quindi succederà che… la faranno anche lì! Parliamo però di animali erbivori. A differenza dei tanti cani (con padroni maleducati che non raccolgono con l’apposito sacchetto) in giro per i nostri paesi e città, questi animali mangiano solo erba, la loro “cacca” è un ottimo concime, se per caso qualcuno volesse uscire con la paletta a raccoglierla. Comunque, con le piogge e i temporali di questi giorni, penso che i segni delle transumanze non restino sulle strade a lungo!

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Le capre guidano il gregge tra le vie di Cumiana (TO)

Ma ditemi, qual è il problema? Non mi sembra si sia parlato di intralcio al traffico, piuttosto il nocciolo della questione è “lo sporco”. Alla fine il discorso è sempre il medesimo, non ci piace vedere e sentire i lati meno pittoreschi e romantici della realtà. Gli escrementi imbrattano le nostre macchine lavate e lucidate: ma quanto inquinamento produciamo per farle lavare? E quanto inquinamento produce l’utilizzo delle nostre auto? A quello ci pensiamo? Il bello è che spesso, a lamentarsi, sono le persone con un comportamento meno ecologico di tutti! Non so se chi va a lavorare a piedi, con i mezzi pubblici, in bicicletta sia tra i primi oppositori al passaggio della transumanza!

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Passaggio del gregge nella strada principale alla festa del Cevrin di Coazze (TO)

Eppure ogni tanto alla transumanza “facciamo la festa”. Sono in crescita le manifestazioni in cui si organizzano eventi (fiere di artigianato, di prodotti enogastronomici, concerti, ecc…) in concomitanza della salita e della discesa dagli alpeggi.

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Fiera di Bobbio Pellice (TO)

Queste manifestazioni, a scopo principalmente turistico, vanno ad aggiungersi alle tradizionali fiere e rassegne zootecniche, la cui origine risale a tempi antichi. Oggi però anche molte di esse hanno adottato la formula della “sfilata” degli animali, proprio per dare una maggiore spettacolarità al loro arrivo e per venire incontro alle esigenze del pubblico. Peraltro riscuotendo un successo sempre maggiore.

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Fiera di Pomaretto (TO)

E’ anche un elemento di orgoglio in più per gli allevatori: si sfila con i propri animali, si mostra il frutto del proprio lavoro, lo si fa tra l’ammirazione e il rispetto della gente. E’ un momento piacevole per tutti, ma sicuramente sono i giovani e giovanissimi a goderne maggiormente.

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Inserisci una didascalia

Dove sono quei sindaci che vogliono vietare la transumanza? Dove sono quei cittadini che si lamentano per la cacca sulle strade? Vogliono dirlo loro a questi bambini, a questi ragazzini, che stanno facendo qualcosa di sporco? Io credo che tutti i bambini dovrebbero partecipare ad una transumanza, imparare la differenza tra uno sporco che si lava via in fretta e… l’inquinamento vero, quello che resta nell’ambiente, nell’acqua, nell’aria. Le contamina e le rendono letali per piante e animali. Il buon vecchio letame invece i fiori li fa crescere!

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La Dévéteya, festa di discesa dagli alpeggi – Cogne (AO)

Spero sempre che il pubblico di queste manifestazioni impari qualcosa da ciò che sta osservando. Che capisca che non si tratta di una sfilata solo ad uso e consumo dei turisti, ma un momento di vero lavoro, solo uno dei tanti giorni dell’anno in cui sempre e comunque ci si prende cura degli animali. Forse anche per quello personalmente sono contraria all’uso di abiti folkloristici durante questi momenti, si rischia di trasportare in un’altra dimensione l’attualità di un mestiere che, fortunatamente, è ancora vivo. …e allora, buona transumanza a tutti gli allevatori che, tra un paio di settimane, si metteranno in cammino. Se qualcuno dovesse lamentarsi, rispondetegli che la transumanza è stata candidata a patrimonio dell’umanità… non so se funzionerà, però…

Abbiamo perso l’abitudine?

Per molti questa non è un’annata semplice. Non si tratta solo di lamentele “tanto per dire”, il clima sta davvero mettendo in difficoltà molte aziende agricole. Però le cause non vanno cercate solo nel prolungarsi dell’inverno a quote anche relativamente basse.

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Nevicata di aprile a Doues (AO) – foto E.Cuaz

Stamattina ho visto tante foto del genere nelle bacheche facebook dei miei amici piemontesi e valdostani, dato che ieri e nella notte la quota neve si è ulteriormente abbassata, ma anche nei giorni scorsi le precipitazioni nevose erano scese anche sotto i 1700-1600m. E’ una cosa anomala? Servirebbe un climatologo per fare un’analisi completa e dettagliata del fenomeno, con tanto di grafici e dati numerici, ma a me verrebbe innanzitutto da dire che sono state le ultime stagioni ad averci abituati male. Inoltre, se tutta la pioggia caduta negli ultimi giorni fosse stata acqua anche ad alta quota, probabilmente oggi ci sarebbero criticità in diverse aree. La neve sta causando e causerà sicuramente delle valanghe, ma l’acqua sulla neve ancora presente in quota avrebbe potuto determinare frane e alluvioni. Ricordo una decina di anni fa, esattamente nel 2008, un fenomeno simile nel mese di maggio, con pioggia fino ad alta quota, che ebbe ripercussioni molto gravi nelle vallate del Pinerolese (qui un video della Val Pellice in quei giorni, mentre qui l’analisi meteo-idrologica dell’evento)).

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Il lento progredire del verde – Ville Sur Nus, Quart (AO)

I problemi per le aziende agricole non sono però tanto dovuti alla neve, quanto al fatto che lo scorso anno (2017) sia stato caratterizzato da una serie di condizioni climatiche davvero anomale. Un inverno più caldo del normale con momenti concentrati di freddo intenso, tra cui una gelata molto forte a fine aprile, quando la vegetazione era ormai in uno stadio abbastanza avanzato (non solo nelle piante – da frutta e non, ma anche nei prati). Il gelo aveva colpito anche “l’erba”, specialmente le foglie più tenere (leguminose e altre essenze erbacee), che si era ripresa lentamente, con l’effetto di avere un primo taglio di fieno non soltanto scarso (in alcune zone con rese inferiori al 50% della media), ma anche di bassa qualità. Infatti nel primo taglio, solitamente abbondante, di certi prati erano comparse erbe infestanti come il Bromus mollis (forasacco peloso), che normalmente caratterizzano prati meno fertili o zone incolte.

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Neve fresca a tempo ancora incerto – vista da Nus sul Mt. Corquet (AO)

A ciò si era aggiunta la siccità e le alte temperature estive, che avevano determinato pascoli autunnali scarsi sia in alpeggio (qualcuno aveva dovuto abbandonare prima la montagna), sia a quote inferiori, sia in pianura. Le bestie erano state messe in stalla prima del solito, iniziando così ad intaccare molto presto le già scarse scorte di fieno. Molti speravano che le nevicate invernali precoci significassero un inverno breve e una primavera precoce, ricca di erba grazie alla neve di dicembre e gennaio. Invece a febbraio faceva più freddo ancora e a marzo l’erba spuntava a fatica. E i fienili si erano ormai svuotati…

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Capre al pascolo con la prima erba di aprile – Nus (AO)

Tutti sognavano di metter fuori gli animali. Qualcuno l’ha fatto, in pianura o a mezza quota, anche dove sicuramente era ancora un po’ presto, ma o così o… rischiare di fare la fame! Perché non solo è finito il fieno, ma non si trova nemmeno a comprarlo! Un amico quest’anno ha definito il fieno “oro verde”, in effetti il suo prezzo è davvero alto, ma in certi casi nemmeno lo si trova più, dopo che ne è arrivato da altre parti d’Italia o dalla Francia. In passato non c’erano queste possibilità di commercio sulla lunga distanza, sicuramente, così quando si verificava una serie di congiunture del genere si determinavano le cosiddette “carestie”, che il più delle volte erano legate al clima che mandava a monte i raccolti di generi primari come i cereali, o le patate, ecc…

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Prati verdi e alberi ancora spogli – Nus (AO)

Non è strano avere il freddo e poca erba ad aprile, non ci ricordiamo più com’erano le stagioni!“, mi diceva l’altro giorno un allevatore di bovini. D’altra parte negli ultimi anni c’è stata una gara a chi saliva per primo in alpeggio, in certe valli, con non solo le pecore, ma anche i bovini che arrivavano in quota anche a metà maggio! La tradizione degli alpeggi cuneesi, per esempio, prevedeva la transumanza di salita verso San Giovanni (24 giugno). Anche in Valle d’Aosta la tradizione parla di San Bernardo (15 giugno) o San Giovanni per la salita al tramuto a quote inferiori. Con una buona scorta di fieno, forse oggi ci si limiterebbe al fastidio per l’ennesima nevicata, mentre quest’anno ci sono davvero aziende sull’orlo della crisi, che non sanno più cosa mettere nelle greppie ai loro animali.

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Fiori in un giardino e neve sullo sfondo – Nus (AO)

Potrei a questo punto parlarvi di come le aziende siano in crisi anche perché il prezzo dei loro prodotti (latte, trasformati, carne, animali) resta invariato, pur a fronte di spese duplicate o triplicate. Sarebbe un discorso molto lungo. Mi limito a dirvi che, nonostante il prezzo dei foraggi quest’anno sia andato alle stelle (senza contare tutte le altre spese), le entrate restano quelle, il latte viene pagato sempre allo stesso modo, idem un animale da macello o da vita. Quindi la gran parte delle aziende sta lavorando in perdita e… le piccole aziende di montagna, dove oltretutto ci sono i costi di trasporto, dove l’inverno sta durando da mesi, ecc…, stanno soffrendo più ancora delle altre.

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Sui versanti esposti a Nord (nell’inverso) l’inverno dura ancora di più – panorama da Nus (AO)

E che dire poi di quelli che, negli ultimi anni, hanno deciso di stabilirsi in montagna, magari aprendo un’azienda agricola? Hanno trovato un bel posto, panoramicamente appagante, pian piano hanno realizzato il loro sogno e, nelle scorse stagioni, hanno sopportato i disagi della “brutta stagione”. Poi quest’anno l’inverno ha mostrato la sua vera faccia e per molti di loro è stata dura, durissima! Sia dal punto di vista lavorativo, sia da quello fisico, economico e anche psicologico. Lo è stato anche per chi in montagna c’è nato e cresciuto, ma effettivamente si era anche un po’ abituato a questi inverni più miti. Qualcuno forse rivedrà anche le sue scelte: non si tratta secondo me di sconfitte, ma di presa di coscienza di quella che è la realtà della montagna. D’altra parte in molti villaggi alpini, quelli abitati stabilmente anche a quote abbastanza elevate, si diceva: “nove mesi d’inverno e tre d’inferno” (in quanto in quei tre mesi bisognava concentrare tutti i lavori per produrre le scorte necessarie alla lunga stagione in cui la terra non dava alcun frutto). Niente di nuovo, quindi.

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Pascolo primaverile – Nus (AO)

Oggi abbiamo altri sistemi, comodità, mezzi di comunicazione e trasporto, possiamo cercare di evitare le “carestie”, ma quando i soldi finiscono del tutto e non sai più come pagare il foraggio per i tuoi animali… sono momenti molto tristi, drammatici. Un allevatore, la scorsa estate in alpeggio mi aveva raccontato che i vecchi avevano un modo di dire riguardante il Natale: se cadeva di lunedì, invece di tre tori, tienine solo uno. Cioè quando Natale cade di lunedì (com’è stato nel 2017), l’inverno sarà lungo e difficile da affrontare, quindi è meglio tenere in stalla meno animali, vendendo innanzitutto quelli non produttivi (basta un toro per fecondare le vacche). Così come ricordiamo e citiamo gli antichi detti, cerchiamo anche di avere memoria delle stagioni di un tempo. E soprattutto, di quanto siamo ancora legati al clima, alle condizioni meteo. Se ne dimentica chi va tutti i giorni a far la spesa al supermercato, se ne accorge molto bene chi, quotidianamente, ha a che fare con l’erba che non cresce, con i pascoli di pianura allagati da pioggia e fango, con la neve da spalare ancora una volta per arrivare alla stalla, da cui gli animali non possono ancora esser fatti uscire…

Il buon freddo

Sì, è arrivato un po’ tardi, quando non ce lo aspettavamo più. Sicuramente in certe zone d’Italia è un po’ anomalo veder nevicare in spiaggia a fine febbraio… Ma qui da noi, perché far tante parole?

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Al pascolo a 1000m slm a fine gennaio – Nus (AO)

Ci sono siti seri di meteorologia dove documentarsi sul clima e sulle temperature medie dei mesi, anno per anno e l’allarmismo non dovrebbe essere tanto legato al fatto che nevica e fa freddo in inverno, quanto al caldo in certe giornate di fine gennaio! Negli anni scorsi, io ho letteralmente sofferto la mancanza di inverno. Non aver avuto quei giorni di clima “giusto” mi aveva lasciata insoddisfatta, priva di qualcosa, provavo un vero e proprio malessere che si acuiva nelle giornate “calde”. Figuratevi poi quanto hanno patito esseri ben più legati ai ritmi naturali dell’uomo!

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Freddo e neve a fine febbraio – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Lo sapevate, per esempio, che certi semi hanno bisogno di un certo periodo di gelo per poi germinare? Alle nostre latitudini, non è questo freddo e questa neve che fanno male, ma piuttosto il caldo anomalo e la siccità che abbiamo sperimentato più e più volte. Certo, ho visto mimose schiantate dalla neve e oleandri gelati, ma per la flora autoctona non c’è di che preoccuparsi.

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Cervi al pascolo dopo la nevicata – Nus (AO)

La fauna fa quel che può, in queste giornate, ma fa tutto parte della natura, anche la selezione naturale dei più deboli. Poi comunque siamo a fine febbraio, domani inizia marzo. Gli inverni, quelli veri, una volta iniziavano a dicembre e andavano avanti per mesi e mesi, specialmente in montagna.

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Neve e ghiaccio – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Da bambina, sentivo raccontare di quando si ammazzava il maiale (a Cumiana, 350m di quota). Certo, si facevano i salami, ma si metteva anche la carne nel sottotetto e lì gelava, conservandosi quindi per un certo tempo. Altro che freezer! Anche se quest’inverno abbiamo visto un po’ più di neve degli ultimi anni, credo che sia stato solo in questi ultimi giorni che la temperatura non è salita sopra allo zero nel corso di tutte e 24 le ore. Già solo quando ero bambina io, mi ricordo di giornate consecutive di nebbia e galaverna, cosa che ultimamente non si è più verificato.

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Prati innevati – Nus (AO)

Non sarà stato così ovunque, ma dove ho visto io, la neve è caduta su di un terreno non gelato. Quindi sta proteggendo i prati sottostanti dalle temperature rigide. L’erba è lì, pronta a ripartire, dopo tanta sofferenza nei mesi siccitosi dell’anno scorso. Tutta questa neve è una vera e propria manna, è quel che ci voleva per garantire una buona primavera e, si spera, anche buoni pascoli estivi.

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Fine febbraio a Lignan – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Non sarà una settimana o dieci giorni di freddo “normale” a risolvere la crisi dei ghiacciai alpini, che anno dopo anno si stanno drammaticamente ritirando. Quello sì che è preoccupante, non le temperature sotto lo zero a cui, ahimè, ci siamo troppo facilmente disabituati.

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Strada di montagna – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Certo, il freddo porta disagi, non lo nega nessuno. Specialmente a chi vive in quota. Non parlo delle vie di comunicazione, per quelle il problema è da una parte la scarsa attrezzatura di alcuni, dall’altra il fatto che non accettiamo più il fatto di dover stare fermi quando la “forza della natura” mostra la sua vera faccia. Potreste replicare che non sempre è possibile farlo (per questioni di lavoro, ecc ecc), ma questo dovrebbe farci riflettere ulteriormente sullo stile di vita che abbiamo adottato attualmente.

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In stalla freddo non fa… – Nus (AO)

Una volta… una volta ci si scaldava stando in stalla. Una volta c’erano ben meno comodità e attrezzature di ora, per combattere il freddo. Eppure c’era molta più gente che viveva e lavorava in montagna. Oggi che ci sono più cose, ecco che con il freddo più intenso si torna a dover lavorare temporaneamente come una volta. Perché il trattore non parte, il nastro per togliere il letame è gelato, non arriva acqua nella stalla, ecc ecc…

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Ghiaccio nel ruscello – Nus (AO)

Quando tutti avevano qualche mucca qui nel villaggio, le si portava a bere alla fontana, non c’era l’acqua nelle stalle. Si facevano i turni, man mano una famiglia staccava le sue bestie, le faceva bere e poi rientrava. Ma prima tante volte bisognava andare con il piccone a rompere il ghiaccio sulla vasca della fontana!” Chi me lo racconta fa riferimento a 30, massimo 35 anni fa, non a storie sentite raccontare da nonni e bisnonni.

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Continua la nevicata – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Ieri pomeriggio sono salita a 1600m di quota: c’erano -9°C, cadeva una neve fine, secca. L’aria pizzicava nel naso, ma con un buon vestiario, ottime calzature e, muovendosi, non si sentiva affatto il freddo, fatto salvo un pizzicorio nel naso. Era un freddo sano. Qua e là si vedevano gli abitanti svolgere le loro attività, ovviamente cercando di limitare la permanenza all’aperto, per quanto possibile. Credo che, chi ha sempre vissuto in montagna, semplicemente in questi giorni si adatta a ciò che accade. Magari commenta con il vicino “quella volta che, nell’anno 1900 e rotti, era successo che…

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Candelotti di ghiaccio dal tetto della stalla – Nus (AO)

Quando il mio mondo era quello dei pastori vaganti, alcuni mi ripetevano spesso che “…se fa qualche inverno di quelli veri, resteranno solo quelli che hanno la passione…“. Quest’anno non solo c’è stato l’inverno, ma anche un terribile siccità estiva e pascoli quasi nulli già in autunno. Per chi arriverà alla primavera, non sarà solo questione di passione, ma anche di disponibilità economiche per acquistare il foraggio necessario a sfamare gli animali in tutti questi mesi. Per chi invece ha scelto di andare ad insediarsi in montagna, vederla nella sua versione più cruda, farà riflettere e non poco.

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Strati di neve – Lignan (AO)

Le previsioni dicono che queste condizioni meteo continueranno ancora per qualche giorno, anche se il picco del freddo dovrebbe essere superato. Poi pian piano andremo davvero verso la primavera. Quest’anno sì che la accoglieremo con gioia. Amo l’inverno quand’è al suo posto, per poi scoprire i primi fiori, le gemme che si ingrossano, i prati che ci colorano di verde, il momento in cui finalmente si tornerà a pascolare.

PS: per chi ama gli antichi detti… in Valle d’Aosta mi hanno raccontato che, se a Sant’Orso, fa tempo bello e caldo, allora l’inverno durerà ancora 40 giorni, in quanto l’orso ha modo di mettere al sole ad asciugare il suo pagliericcio, per poi tornare a dormire ancora un bel po’. Mi sa che questa volta il detto popolare è stato rispettato…

Se n’è andato un altro pastore

Ieri sono venuta a sapere che si era spento, all’età di 88 anni, Celso Maffeo. A molti questo nome non dirà niente, agli appassionati di pastorizia però sì.

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Celso fotografato da Bini in “Fame d’erba”

Io l’ho conosciuto prima sulle pagine di “Fame d’erba“, la monumentale opera di Gianfranco Bini uscita alla fine degli anni ’70, dedicata ai pastori biellesi. Celso e Tavio ne erano stati i protagonisti, seguiti dal fotografo negli anni, nelle stagioni, sul territorio, dalle risaie all’alpeggio. Il pascolo vagante, insomma, anche se all’epoca non esisteva ancora questa definizione. Quella era la pastorizia biellese, mestiere senza tempo.

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Celso Maffeo al pascolo, 2010

Celso l’avevo poi incontrato nel 2010, avevo parlato di lui in “Storie di pascolo vagante”. Altre volte mi era capitato di vederlo alla fiera di Pragelato, in alta Val Chisone, insieme a un gruppo di pastori biellesi.

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Il gregge di Celso nel 2010

Otto anni fa aveva ancora un piccolo gregge a cui badava dall’autunno alla primavera, mentre d’estate lo mandava in alpeggio. Sapevo che, in seguito, la famiglia aveva insistito perché vendesse le pecore: temevano potesse accadergli qualcosa mentre era al pascolo nei boschi. La salute si era via via fatta più precaria. E così un’altro pezzo di pastorizia del passato se n’è andato…

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Gregge nella pianura pinerolese – Vigone (TO)

Anche se non parlo più di pastorizia, quel mondo, quella vita resta comunque dentro di me. Nei miei viaggi, un occhio va sempre ai prati e alle stoppie intorno alla strada che sto percorrendo, e capita spesso di scorgere un gregge al pascolo o in movimento.

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Gregge in cammino – Cumiana (TO)

Come vi dicevo però il mondo dei pastori vaganti è cambiato e non poco! Restano immutate le esigenze degli animali, ma il modo di lavorare e di pensare è mutato sia dai tempi di Tavio e Celso, sia anche solo dagli anni in cui io avevo avuto modo di incontrare e frequentare i pastori. Non è solo un’impressione mia, anche molti altri amici mi hanno confermato queste sensazioni.

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Pascolo vagante in primavera – Cumiana (TO)

Purtroppo recentemente la cronaca ha riguardato il pascolo vagante con notizie tragiche che mai avremmo voluto sentire. Le ragioni non vanno cercate solo nella stagione così difficile (la siccità estiva, la mancanza di pascoli autunnali/invernali, la neve, il prezzo del fieno alle stelle), ma forse anche in un modo diverso di affrontare questo mestiere, con sempre meno rispetto, con meno passione… Ma non ho voglia di parlarne ora. Sto sfogliando le pagine di “Fame d’erba”, con un groppo in gola e una lacrima in bilico sulle ciglia…

E’ inverno e nevica

Non so voi, ma a me era quasi venuta la paura di non vedere più l’inverno, le stagioni, la neve. Temevo che mi sarebbero toccati anni di clima anomalo, giornate in cui stare in camicia anche a gennaio o a dicembre. Ma poi invece…

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Nevicata del 1 dicembre, Tussiot – Cumiana (TO)

La prima nevicata è arrivata all’inizio del mese ed ha imbiancato le vallate del Cuneese e del Torinese, arrivando anche in pianura. Che sollievo per le scorte idriche, per i boschi martoriati dagli incendi e per quelli dove i piromani ancora si accanivano ad innescare nuovi fuochi!

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Rientro in stalla, Cumiana (TO)

Dalle mie parti la neve caduta non era stata eccessiva, poco più a monte si sfiorava il mezzo metro, ma da me era caduta anche pioggia, compattando la neve, che poco per volta si era anche sciolta dove batteva il sole. Così si riusciva anche ad andare al pascolo!

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La neve aveva schiacciato i rovi, così le capre si nutrivano ghiottamente delle foglie ancora verdi. Non erano giorni da fare le difficili e le schizzinose, qualunque cosa era appetibile in questi giorni di magra: felci, foglie di frassino ormai secche, cadute a terra da settimane, piccoli ciuffetti di erba già verde grazie all’umidità della pioggia e della neve.

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Pascoli aridi imbiancati da una spolverata di neve, Porliod – Nus (AO)

Ma non dappertutto aveva nevicato. In Val d’Aosta per esempio la neve caduta era stata proprio solo una spolverata. Discorso turistico-sportivo a parte, per la montagna serviva comunque ben altro, specie per vallate come questa, abbastanza arida d’estate, ma dove l’agricoltura e la zootecnia di montagna si basano sull’irrigazione attraverso un fitto sistema di canali e ruscelli artificiali.

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La Combaz – Nus (AO)

Un inverno con solo freddo, ma scarse precipitazioni, sarebbe stato un vero e proprio disastro, dopo la siccità che già aveva compromesso l’estate e l’autunno. Stagione d’alpeggio breve, scorte di fieno inferiori alla norma, zero termico ad alta quota, con i ghiacciai che si sciolgono sempre più, estate dopo estate. Guai se fosse mancata anche l’acqua per l’anno successivo!

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Inizia la nevicata, Petit Fénis – Nus (AO)

Ma poi ecco che, ieri mattina, pur con una temperatura abbastanza bassa, inizia a nevicare: è neve finissima, veri e propri cristalli, con tutti i loro aghetti e disegni diversi l’uno dall’altro. Sembra farina che viene giù dal cielo, pare incredibile che possa creare uno strato spesso, tanto è leggera e impalpabile.

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Tra le vecchie case, Petit Fénis – Nus (AO)

Pian piano la neve va a coprire tutto, case abitate e case abbandonate. Copre i muri crollati, porta indietro nel tempo con la sua magia. E’ vero, tra non molto sarà tutto più complicato, quassù, ma è impossibile non lasciarsi rapire dalla sua magia.

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Petit Fénis – Nus (AO)

La nevicata va avanti, aumenta d’intensità, copre tutto ed è inverno. Si fanno i lavori inderogabili e poi ci si chiude in casa con la stufa accesa. Poi ci sono tutti gli altri, quelli che devono andare altrove, devono mettersi in viaggio, e allora protestano perché le strade sono difficili da percorrere… ma siamo d’inverno e siamo in montagna. La natura, quando si mette d’impegno, si fa rispettare e cerca di insegnare anche all’uomo del XXI secolo i suoi giusti ritmi. D’inverno tutto si ferma, d’inverno tutto riposa sotto il candido manto.

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Si porta il fieno in stalla, Petit Fénis – Nus (AO)

Non è solo tutta poesia: non sempre le stalle sono tutte vicine a casa, non sempre il fienile è adiacente, così i “due passi” con la balletta di fieno in quei momenti si fanno più impegnativi. Ma fin quando c’è fieno, gli animali stanno bene e c’è la salute anche per l’allevatore, si fa anche questo. Vivere e lavorare in montagna è diverso dalle grandi stalle di pianura…

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Vitelli di razza valdostana, Petit Fénis – Nus (AO)

In stalla si sta al caldo, non ci si preoccupa minimamente di quel che accade all’aperto. Tanto il fieno nelle mangiatoie arriva come al solito, al massimo si protesta con muggiti e belati se la neve complica il lavoro fuori e c’è qualche slittamento di orario.

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Dopo circa 10 ore di nevicata, Petit Fénis – Nus (AO)

…e la neve intanto si accumula… si affanna a toglierla chi deve uscire con l’auto, magari per andare al lavoro. Per una volta forse invidiano gli allevatori, che invece sono lì che finiscono di mungere o di pulire la stalla. Beati loro che non devono muoversi di casa… Ma per loro non c’è busta paga a fine mese, non c’è domenica, non c’è giorno di festa…

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Ritiro serale del latte, Petit Fénis – Nus (AO)

Per lavoro deve anche passare il camion del latte, al mattino e alla sera, per portare i bidoni in caseificio, dove subito inizierà la lavorazione della Fontina.

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Pulizia della strada con la fresa, Petit Fénis – Nus (AO)

I mezzi fanno il possibile per mantenere aperte le strade, ma la nevicata continua e, il mattino dopo, nevica ancora. C’è chi si lamenta, ma penso sia materialmente impossibile, con una precipitazione così intensa e con strade dallo sviluppo così esteso come quelle dei comuni di montagna, togliere ogni singolo fiocco nel momento in cui tocca terra!! Anzi, tanto di cappello a quelle persone che hanno lavorato notte e giorno per cercare di pulire le strade, talvolta trovando come ostacolo i mezzi di chi si è fatto cogliere impreparato, senza mezzi e attrezzature idonee alla stagione e alla neve.

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Il villaggio al mattino presto, Petit Fénis – Nus (AO)

Ho pubblicato queste foto su Facebook, dove le immagini romantiche vanno di pari passo con le polemiche. Un’amica mi ha raccontato una storia che mi sembra giusto condividere anche con tutti voi. Scrive Augusta: “Era il 1986, fine gennaio inizio febbraio, in una frazione di un comune della bassa valle (non faccio nomi perché mi sembra più corretto) vivevano 4 famiglie, in quei giorni comincia a nevicare, lì sono quasi 1500 metri la neve ammucchia, si pala ma ne viene tanta…

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Tra le “vie” del villaggio, Petit Fénis – Nus (AO)

La strada asfaltata penso non arrivasse proprio ancora vicino alle case. Il comune è vasto e i soccorritori e volontari non arrivano. La frazione è isolata, ci si tira su le maniche e si pala. Sembra andar abbastanza bene, se non che un anziano muore… poverino… ma questi non si perdono d’animo, si sistema il nonnino in una stanza che fa da camera ardente, e si organizza i lavori, ci si aiuta a pulire stradine per andare nelle stalle dar mangiare alle bestie, pulire con le carriole il letame mungere, andare nei fienili, preparare il fieno… A quei tempi il fieno non era imballato, nel fienile c’era la “biesta” e per portarlo in stalla si usavano dei teli con delle corde negli angoli, si legavano dei mucchi che poi venivano portati direttamente nelle mangiatoie e slegati. Comunque senza perdersi d’animo c’era chi accudiva le stalle chi cucinava prodotti che avevano in casa.

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La parte non abitata del villaggio, Petit Fénis – Nus (AO)

Sicuramente non erano senza scorte di patate farina salumi, perché era febbraio e a dicembre avevano tutti lavorato il maiale. Intanto continuava a nevicare e si palava…
Alla sera dopo cena si passava dal nonnino per una corona. Un paio d’ore e poco più di riposo e si ricominciava, le giornate passavano così e in quella situazione ne passarono tre sicuro, forse quattro o addirittura cinque, fino a che i volontari del Comune arrivarono in soccorso.
Io la storia l’ho sentita raccontare, ma senza lamentele, semplicemente come un momento che la natura e la vita portavano a vivere, “quasi” una normalità. Adesso sarebbe uno scandalo roba da denunce, pagine di giornali, servizi tv ecc ecc ….
E forse… concludete voi.

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Giornate difficili per tutti gli animali selvatici, Petit Fénis – Nus (AO)

Direi che non c’è altro da aggiungere a questa bella storia che mi ha scritto/raccontato Augusta Agnesod. qui nevica ancora, ma oggi molto meno intensamente di ieri. Ormai sono 36 ore, ma non c’è da stupirsene. E’ inverno, quello vero, come ai vecchi tempi. Abbiamo perso l’abitudine, ormai vogliamo che sia tutto ai nostri comandi, la neve solo per andare a sciare, l’acqua che scorra infinitamente dai nostri rubinetti, le strade sempre libere per permetterci di correre freneticamente qua e là per lavoro e per piacere.

Una storia in un albero

E’ passato un mese dai terribili giorni degli incendi che hanno percorso più o meno gravemente ettari ed ettari di boschi, pascoli e ripidi versanti sulle nostre montagne.

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Segni del passaggio del fuoco – Cumiana (TO)

Qui in certi giorni nell’aria si sente ancora quell’odore, l’odore di bruciato che ha impregnato tutto. Alle quote più basse i danni non sono stati gravissimi. E’ bruciato soprattutto il sottobosco e gli alberi già morti in piedi, che in queste zone sono tanti, dato che molti di questi boschi non erano più stati tagliati/puliti da anni.

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Albero di leccio – Cumiana (TO)

Il fuoco ha fatto di giri strani, laddove per fortuna non c’era il vento a spingerlo. Così è salito, sceso, lasciando delle isole completamente intatte o arrivando a quote diverse anche laddove non è stato l’intervento di uomini e mezzi a spegnerlo. Oggi sono andata a far vista ad un “vecchio amico”, un albero molto speciale. Temevo di non trovarlo più o che avesse subito danni.

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Leccio secolare – Cumiana (TO)

Invece questo vecchissimo leccio per fortuna si è salvato, il fuoco si è fermato da solo poche decine di metri più in alto. Questa pianta si trova lungo una traccia di sentiero nel bosco, credo che non siamo più in tanti a percorrerla. Mi sono domandata tante volte chi sia stato a piantarlo. Non è una pianta delle nostre zone, dei nostri climi.

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Casa abbandonata tra i boschi – Cumiana (TO)

E’ appena sopra ad una casa abbandonata, che pian piano sta crollando, avvinta dall’abbraccio dell’edera. Anche lì il fuoco non è arrivato. Penso che il leccio fosse stato portato da qualcuno che era emigrato in Francia, deve aver visto là quelle querce che non perdevano le foglie e rimanevano verdi tutto l’anno. Ce ne sono anche altre piante più piccole vicino ad altre case, ma questa è l’unica ad aver raggiunto simili dimensioni. Un giorno un anziano mi aveva raccontato che ce n’era un’altra che è stata tagliata già tanto tempo fa per farne un grosso tavolo.

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Muri e terrazzamenti nei boschi – Cumiana (TO)

Sarebbe bello che quell’albero potesse raccontare la sua storia. La storia di quando questi non erano boschi, ma si coltivava sicuramente, visto che sulla montagna si vedono ancora i terrazzamenti e i muretti che risalgono a quei tempi.

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Terrazzamenti abbandonati – Cumiana (TO)

Più avanti, a quote ancora maggiori, c’è persino una vasca di quelle che di solito si impiegavano per preparare il verderame da impiegare nelle vigne. I giorni del fuoco resteranno un ricordo, speriamo non debba essere rinnovato da altre simili scene. La siccità intanto continua, le poche gocce di pioggia sono state ben poca cosa. Tutti sono tornati alla loro vita, la montagna al suo abbandono. Ripensare però di portare in vita quei tempi è impensabile, dovevano essere vite grame che spingevano a cercare fortuna in Francia, anche solo per lavori stagionali. Qualcuno tornava portando persino una pianta di leccio, qualcuno non rientrava più.