La montagna ancora viva, ma fino a quando?

D’ora in poi, quando qualcuno mi dirà che l’uomo, l’allevatore, fa solo danni al territorio (sì, c’è gente che, pur frequentando assiduamente la montagna per svago, la pensa così), lo manderò a fare un’escursione tra Perloz e Lillianes. Intendiamoci, potrei mandarlo in mille altri luoghi, però sono fresca di questa esperienza e vorrei condividerla con voi.

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Frazioni a monte di Perloz (AO)

Durante questa gita si possono fare numerose osservazioni sul paesaggio. Siamo in un territorio non facile. In questa stagione, con gli alberi che iniziano a mettere le foglie e l’erba ancora bassa, si notano tante più cose. I villaggi abbarbicati qua e là sui ripidissimi pendii. Quelli ancora vivi, abitati, circondati da prati verdi. Quelli abbandonati, abbracciati da alberi e cespugli.

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Terrazzamenti e vecchi castagni – Varfey, Perloz (AO)

Dal momento che qui non esiste nemmeno un fazzoletto di terra pianeggiante, per sopravvivere l’uomo si ingegnava, creandosi degli spazi per coltivare con i terrazzamenti. Buona parte delle pendici sono terrazzate, ma solo piccole porzioni di questi terreni sono ancora utilizzate: qualche castagneto non troppo lontano dalle strade che sono state tracciate per raggiungere i villaggi ancora abitati, qualche ex coltivo, oggi prato o pascolo.

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Il sentiero che sale a Chemp dal fondovalle, con le prime statue lignee che si incontrano – Perloz, (AO)
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Il cuore del villaggio di Chemp con le sue architetture caratteristiche – Perloz (AO)
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Una tra le tante sculture esposte tra le case di Chemp – Perloz (AO)

Siamo saliti a Chemp, un villaggio divenuto famoso perché qui abita Pino Bettoni un artista del legno, che ha iniziato ad esporre le sue opere tra le (bellissime) case del villaggio. Oggi Chemp è un vero e proprio museo a cielo aperto, con opere di diversi artisti tra le case, alcune delle quali ristrutturate e abitate, altre in stato di abbandono.

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La frazione abbandonata di Miochaz – Perloz (AO)

Poi però abbiamo proseguito il nostro cammino, raggiungendo altri villaggi completamente disabitati, ma molto belli come posizione ed elementi architettonici. Il sentiero saliva sempre circondato da antichi terrazzamenti.

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Una fontana e le baite abbandonate di Miochaz, Perloz (AO)

Non ero mai stata qui, ma vedendo questa fontana gorgogliante appena oltre quelle case costruite direttamente sulla roccia di un balcone naturale che si affaccia sulla valle, ho pensato che avrei potuto ambientarlo qui, il mio romanzo “Il canto della fontana“. Ma d’altra parte “Vignali” è un luogo di fantasia, così ciascuno di voi può immaginare di averlo trovato, vagando in luoghi come questo…

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Prati e terrazzamenti curati dall’uomo arrivando a Varfey – Perloz (AO)
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Il sentiero per Varfey – Perloz (AO)

Ad un certo punto siamo sbucati in una radura più aperta, dove la mano dell’uomo ancora cura il territorio come un tempo. Il sentiero fiancheggiato dalle pietre, gli alberi potati, le cataste di legna, i prati con l’erba bassa e verdissima, segno che in autunno si era pascolato a dovere. Chissà, forse era anche stato tagliato del fieno. Non so voi, ma questo è il paesaggio che preferisco, quello dove natura e opera dell’uomo si fondono armoniosamente in un susseguirsi vario di colori stagionali e manufatti realizzati con ciò che offre il territorio.

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Varfey – tra Perloz e Lillianes (AO)

Anche a questo villaggio sale una strada, ma dal versante di Lillianes. C’era qualche auto, c’era gente, chi puliva con il decespugliatore, chi preparava il terreno per gli orti. Ma c’era anche un abitante fisso, che ancora risiede a Varfey stabilmente.

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Emilio in stalla con alcune delle sue capre – Varfey (AO)

Si chiama Milio (Emilio), ha una settantina di anni, vive qui con i suoi cani, le capre e due vacche. Inizialmente di poche parole, pian piano inizia a raccontare e ci conduce in stalla a vedere le capre e le due vacche. Quel mattino non le aveva ancora messe al pascolo perché stava aspettando che arrivasse su il vicino con i propri animali. Ormai la primavera avanza e, chi può, già si avvicina agli alpeggi.

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Emilio con il cane davanti alla stalla – Varfey (AO)

Milio da qualche stagione in alpeggio non ci va più, resta qui tutto l’anno. Dice che gli piacerebbe andare a vedere quei grossi alpeggi più su nella valle, come quelli di Saint Barthélemy, ma… non ha la patente, mai presa. Una volta lì non c’era la strada, ma avevano già realizzato una teleferica: “Senza motore! Funzionava a contrappeso. Versavano dentro una benna d’acqua e il carrello di qui scendeva, mettevano il carico e andava su…

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Prati a Varfey – Lillianes (AO)

Il posto è incantevole, in questa stagione poi le luci e i colori sono ancora più belli. Ma è una gestione equilibrata del territorio a far sì che Varfey abbia questo aspetto. Senza la presenza di animali, la necessità di sfalciare per il fieno, il pascolo, sarebbe tutto diverso. Il bosco, i cespugli, le ortiche avanzerebbero fino a ridosso delle case.

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Terrazzamenti con e senza manutenzione da parte dell’uomo nel territorio di Perloz (AO)

Anche sulla via del ritorno abbiamo modo di continuare ad osservare terreni curati e altri abbandonati, dove i terrazzamenti cedono e si innescano delle frane.

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Porta di una casa abbandonata da anni in una frazione disabitata di Perloz (AO)

È vero che esistono casi di ritorno alla montagna, ma… chi andrà lassù il giorno che Milio non ci sarà più? Certo, c’è la strada, ma d’inverno immagino possa non essere sempre percorribile. Aprire un’azienda lassù potrebbe essere fattibile oggi, quando devi per forza rispettare date, scadenze, vincoli, quando devi correre negli uffici per espletare tutta la burocrazia esistente intorno a un’azienda? E partire per andare a vendere i tuoi prodotti? E se hai dei figli da mandare a scuola?

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Uno scorcio del villaggio di Varfey (AO)

Emilio parla del lupo, lui ne ha visti due proprio tra le case del villaggio, in inverno. Dice che quelle bestie lì proprio non ci volevano, che di problemi ce ne sono già tanti, per chi fa questa vita. Una vita come la sua però ormai la fanno in pochi. È facile guardare le immagini e invidiarlo, ma chi farebbe davvero oggi, 365 giorni all’anno, una vita così? Certo, potrebbe insediarsi una giovane coppia, allevar capre, vendere i formaggi… Ma a chi? Così bisogna partire e andare chissà dove, per venderli. Inoltre ci va chi fa il formaggio e chi pascola le capre, tutti i giorni, perché con il lupo da soli gli animali non li puoi mai lasciare. E se hai dei figli, li devi portare alla scuola più “vicina”…

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Purtroppo i miei sogni non si sono realizzati come avevo sperato

Fino ad ora vi ho presentato storie di giovani che, nella decina d’anni da quando li avevo intervistati per “Di questo lavoro mi piace tutto“, sono riusciti ad andare avanti sulla linea che avevano intrapreso. Oggi a parlarci di sé è Yves, la cui storia non è andata propriamente come lui si auspicava, ma che comunque, in un modo o nell’altro, è rimasto legato all’ambito agricolo/zootecnico.

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Mi fa un certo effetto rileggere ora quello che avevo scritto sul blog dopo averlo incontrato nel 2011. Non per quello che mi raccontava, ma per il fatto che quella era stata per me la prima volta da queste parti, dove oggi trascorro la maggior parte del mio tempo. Ricordo che le foto pubblicate su Facebook da Yves in alpeggio mi avevano colpito per la bellezza del panorama, anche se poi, in occasione della mia venuta, le nuvole non mi avevano permesso di apprezzare appieno il luogo. Diciamo che mi sono poi rifatta negli ultimi anni, dato che sono tornata molto spesso su quelle montagne in momenti diversi della stagione estiva! Ma adesso la smetto di divagare e lascio a lui la parola.

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Purtroppo i miei sogni non si sono realizzati come avevo sperato. L’azienda è sempre a nome di mio papà, io lavoro come casaro all’Institut Agricole Régional. Non ho potuto portare avanti l’azienda di famiglia soprattutto a causa di problemi di salute. Infatti, dopo vari accertamenti, ho scoperto di essere allergico all’epitelio dei bovini e ad alcuni pollini che si trovano nel fieno.

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Nonostante i problemi causati da queste maledette allergie, cerco di fare il possibile per aiutare a mandare avanti l’attività di famiglia, soprattutto in estate con l’attività di fienagione. Dal 2013 abbiamo deciso di non condurre più l’alpeggio, perché avevo cominciato a lavorare all’Institut Agricole. Ora l’azienda purtroppo è stata abbastanza ridimensionata: abbiamo una decina di vacche da latte e 6 capre, che sono tenute da papà per passione e soprattutto per mantenere il territorio.

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Il latte viene conferito al caseificio di Champagne in inverno e in estate le vacche salgono nella vallata di Saint Barthélemy, mentre i manzi e le capre pascolano i prati più impervi, che comunque sono difficilmente lavorabili.

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Nel 2014 ho conosciuto la mia compagna Silvye e da allora vivo ad Aosta, sono diventato papà di due bimbe Anays e Alysée. La famiglia della mia compagna aveva dei terreni semi abbandonati. Abbiamo deciso di sistemarli e da 4 estati tengo lì due mucche a pascolare da metà fine aprile fino a fine novembre. Più che altro mi piace averle giù per mantenere quei terreni che gli anziani hanno sempre amato e curato con tanta passione e fatica, ma anche per tenere le due mucche tranquille e prepararle per presentare ai concorsi eliminatori delle Batailles des reines, anche se non hanno mai avuto grossi risultati.

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Un altro motivo per cui mi piace tenerle qui nei prati vicini è vedere negli occhi delle mie bimbe la felicità nel salire con me a spostarle o portargli il pane e coccolarle. Tutto sommato posso dire di essere abbastanza soddisfatto della mia vita e del mio lavoro, anche se avrei preferito riuscire a costruire una stalla nuova con annesso un piccolo caseificio aziendale ed uno spaccio per la vendita dei prodotti. Ma a causa dell’allergia ho dovuto rinunciare.

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I giovani che avevo intervistato allora erano tutti tra i 15 e i 30 anni ed è normale che, tra di loro, ci sia anche chi non ha potuto o non ha voluto andare avanti sulla strada dell’allevamento. Ho ancora un paio di storie da presentarvi, alcuni non hanno risposto al mio appello, altri si sono fatti inviare il questionario, ma non hanno ancora avuto modo/tempo di rispondermi. Si sa, quello dell’allevatore è un mestiere che di tempo libero ne lascia poco…

Sperando che non diventi solo folklore

A fine mese, 30 e 31 gennaio, le date sono sempre le stesse, ad Aosta l’appuntamento è quello con la Fiera di Sant’Orso. Tradizione millenaria, quella della fiera… Oggi è diventato un appuntamento soprattutto con l’artigianato del legno, in tutte le sue espressioni. Anche se certi oggetti li rivedi di anno in anno, è sempre bello aggirarsi per la fiera (nonostante la folla) per scovare i pezzi unici. Semplici o elaborati, ma meravigliosi nella loro forma e idea.

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Artigianato del legno alla Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molti riguardano l’ambiente rurale, sono espressione del territorio in cui nascono. Gli stessi artigiani talvolta hanno vissuto o vivono tuttora la realtà zootecnica. Però il più delle volte quella che viene rappresentata è una scena dal sapore antico. E’ vero che questo mestiere talvolta è “senza tempo”, è vero che certi aspetti non cambiano e non cambieranno mai…

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Scene di vita d’alpeggio – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Nelle sculture si munge sempre a mano, non con la mungitrice, per fare un esempio! Però la scultura centrale, quella di uno degli artisti più famosi e apprezzati, in una delle passate edizioni (2017, mi sembra) ritraeva degli animali che venivano caricati su di un camion. Un’eccezione in mezzo a tante sculture velate di romanticismo e nostalgia.

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Artigianato del legno a tema zootecnico – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si ritrae ciò che è bello, ciò che piace. E l’idea astratta della pastorizia, dell’allevamento, piace sempre e comunque. Poi è sicuramente uno dei simboli di questa regione. Ma la mia paura è che, continuando di questo passo, resterà davvero quasi solo più un soggetto per le sculture…

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Il pastore e il suo gregge – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molte riguardano la pastorizia: pecore, un pastore con il gregge e gli asini… ma lo sapete che la maggior parte degli ovini che passano l’estate in alpeggio in Valle d’Aosta viene “da fuori”? La pecora rosset, razza autoctona, è sempre più a rischio di estinzione. Il numero di capi allevato cala sempre più, tra problemi di gestione legati alla presenza del lupo e scarsa remuneratività dell’allevamento. Così arrivano greggi dal Piemonte (cosa che accadeva già in passato, con le gregge biellesi), ma anche greggi da altre regioni d’Italia, in alpeggi affittati da “allevatori-speculatori” soprattutto per percepire i contributi…

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I collari per campanacci realizzati dagli studenti dell’Institut Agricole Règional di Aosta

La passione e la voglia di mandare avanti questo settore c’è ancora: non mancano i giovani che praticano il mestiere, ma quali prospettive anno? Dove non c’è questo ricambio generazionale, le aziende chiudono, e non sono poche quelle che hanno venduto gli animali negli ultimi tempi. Chi continua lo fa tra mille problemi.

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Un giovane allatta con il biberon un vitello di razza castana – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si commentava su Facebook questo articolo, dove vengono presentati i dati dell’annuario 2017 dell’agricoltura italiana: 320 mila aziende in meno in tre anni, ma cresce la Sau (superficie agricola utilizzata). Vero a livello nazionale, ma nelle aree “marginali” spesso la chiusura di aziende porta all’abbandono delle porzioni di territorio più difficili da utilizzare (prati ripidi da sfalciare a mano, ecc…).

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I simboli della passione degli allevatori valdostani: campanacci e batailles des reines

La forza della passione fa sì che ci sia sempre qualcuno che continua, nonostante tutto. Ma chissà come… già oggi molti allevatori di reines, appassionati delle battaglie, non sono più allevatori con una loro mandria che sale in alpeggio. Hanno delle vacche solo ed esclusivamente per partecipare alle battaglie (e lo stesso vale per le capre), ma il loro mestiere principale è un altro.

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La bataille des reines – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Resterà solo un elemento di folklore, allora? Mi auguro di no… Ma “quelli dei piani alti” dovrebbero ascoltare di più le grida di dolore dei piccoli allevatori di montagna. Va bene fare un giro alla fiera, va bene ammirare tutto questo, ma bisogna anche impegnarsi per far sì che resti vivo, e non solo un ricordo scolpito nel legno.

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Le pecore – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Una di queste grida io l’ho letta e l’ho riportata qui. La lancia Enrico, allevatore valdostano, la cui storia ho anche raccontato in “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta” (MonteRosa Edizioni). Trascrivo il suo commento: “Sono un piccolo allevatore di montagna come tantissimi ve n’erano in Italia, faccio parte di una razza in via d’estinzione, che presto dovrà essere ricordata anch’essa nei giorni della memoria. Sembra un sacrilegio ciò che ho appena affermato, ma purtroppo è così, la piccola agricoltura è stata volutamente e sistematicamente sterminata da una classe dirigente che sa guardare solamente ai dati del mero profitto.

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Fiera di Sant’Orso, Aosta

Burocrazia asfissiante, mancato rispetto dei pagamenti, lupo, deprezzamento del valore di prodotti di nicchia che oserei chiamare eroici, stanno svuotando le nostre montagne, è la fine di un mondo che era uno dei pilastri dell’economia di tutte le valli alpine, arrecando danni irreparabili nel mantenimento di centinaia di razze autoctone, sulla biodiversità dei pascoli e sulla stabilità degli stessi. Mi scuso per questo sfogo, ma quando leggo o sento certi professoroni che si riempiono la bocca di dati al fine di distrarre tutti dalla triste realtà di un’agricoltura italiana agonizzante, perdo la ragione. Sono quattro anni che non ricevo i premi a me spettanti per un problema informatico risolvibile in due minuti! Vivo grazie all’aiuto dei miei genitori, come me siamo in tanti, troppo piccoli perché AGEA (agenzia per le erogazioni in agricoltura) s’interessi a noi.

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Uno gnomo e un tatà – Fiera di Sant’Orso, Aosta

E’ bella la fiera di Sant’Orso, anche grazie a questi pezzi di artigianato legati alla tradizione, al territorio… E’ bello il territorio valdostano, il territorio delle Alpi, perché c’è ancora l’agricoltura, la zootecnia. Speriamo proprio che qualcuno ascolti queste grida, le comprenda e le trasformi in azioni concrete per far sì che gli operatori del settore primario nelle aree montane non si trasformino nella bella immagine che vedete qui sopra, un essere mitologico e un giocattolo…

Meditazioni di inizio anno

In passato avrei scritto di getto, a caldo, appena lette certe notizie, appena sentite certe dichiarazioni. Adesso invece medito sulle cose che sto per scrivervi da un po’ di tempo. Ci penso mentre sono al pascolo, mentre cucino, quando pulisco la stalla, quando guido. Insomma, quando la mente non è impegnata in altro, i pensieri tornano lì.

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Pascolando in un gennaio troppo caldo e secco – Petit Fenis, Nus (AO)

Dopo aver letto decine e decine di reazioni a certi fatti capitati qua e là, mi sono innervosita, però… come dicevo, non ho scritto qui subito quello che avrei voluto dire. Ho lasciato decantare e ho fatto un esperimento. Ho postato su facebook alcune foto diverse tra loro e ho aspettato le immancabili reazioni… Quello che sto per scrivere, probabilmente non piacerà a molte persone. Ci sarà chi non capirà fino in fondo quello che voglio dire, chi mi giudicherà negativamente, chi mi accuserà inventandosi chissà quali retroscena. Mi spiace per tutti voi, non lo faccio per “interesse”, non ho alcuna ambizione politica, ma scrivo solo per dialogare con chi vuole ascoltarmi e con chi è pronto a provare a seguire il mio ragionamento.

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Paesaggio rurale montano, il villaggio di Sommarese (AO) circondato da prati e pascoli, ma tutt’intorno avanza il bosco

Chi mi conosce sa che ho sempre solo scritto e parlato di ciò che conoscevo, non porto avanti cause “per sentito dire”. Così, nel tempo, mi sono trovata a raccontare le realtà che via via incontravo o mi trovavo a vivere. Oggi quindi vi voglio sottoporre delle riflessioni che prendono spunto da ciò che accade nella dimensione in cui mi trovo, geograficamente e lavorativamente parlando. Come vi dicevo, ho fatto un esperimento.

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Resti di una predazione in mezzo alla strada al Col d’Arlaz, tra Montjovet e Challand (AO)
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Gamba di capriolo, resto di una predazione recente – Petit Fenis, Nus (AO)

Per due volte ho pubblicato immagini che potrebbero riguardare la presenza del lupo: delle ossa completamente spolpate (non so di quale animale selvatico), fotografate in mezzo alla strada asfaltata nella tarda mattinata del giorno di Natale, degli escrementi di canide di grosse dimensioni, contenenti molti peli e frammenti di ossa, una gamba di capriolo spolpata di fresco nel bel mezzo di un pascolo dove quasi quotidianamente porto le capre, a poca distanza da casa. Le reazioni sono state immediate e anche molto colorite. In un caso, pur avendo esplicitamente richiesto di evitare le polemiche inutili, i toni tra chi commentava si sono immediatamente infiammati. Non c’è niente da fare, per molti (allevatori e non) il lupo è una tematica che fa scattare il commento a spada tratta, spesso con argomentazioni tecnicamente molto discutibili.

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Pubblicità della Fontina sul volantino del supermercato Basko

Poi ho pubblicato la pagina di un volantino pubblicitario di un supermercato. Si tratta della catena Basko, ditta ligure presente anche in parte del territorio piemontese. Nel numero di dicembre, un’intera pagina era dedicata alla Fontina, fornita al supermercato tramite una ditta che la acquista da un affinatore di Cogne. Penso sia una buona pubblicità per il prodotto a livello di immagine, anche se ci sono un po’ troppi dati tecnici che, al consumatore, dicono forse poco. Quello che a me diceva molto era il prezzo: scontata del 35% (!!) per le feste, la Fontina costava 19,90 € al kg, anzi… 1,99 € all’etto, c’è scritto. Il prezzo pieno sarebbe stato 30,90 € al kg, per una Fontina di alpeggio. So che sono in tanti i Valdostani a seguire la mia pagina facebook, quando pubblico una foto di una Reina si scatenano a mettere like e commentare. Io a questo punto mi aspettavo un’indignazione ben maggiore rispetto a quella suscitata dalle due ossa spolpate… invece zero, silenzio assoluto, non un Valdostano che abbia detto una parola. Ci sono stati solo un paio di commenti specifici riguardanti le percentuali di grassi saturi e insaturi da parte di addetti ai lavori di altre parti d’Italia e niente più.

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Gregge di capre nel recinto elettrificato usato come protezione notturna – Moncorvè, Valsavarenche (AO)

A questo punto lasciatemi dire una cosa… leggo tutti i vostri commenti sul lupo che mette in ginocchio l’allevamento, che fa chiudere le aziende… ma siete proprio sicuri che la colpa sia il lupo? Non crediate che io non sappia che tipo di problema è il lupo. L’ho vissuto sulla mia pelle in quello che, all’epoca, era stato l’alpeggio con il maggior numero di attacchi in Piemonte. So cosa vuol dire trovare pecore sbranate, resti di pecore, animali feriti, ecc. So cosa comporta in termini emotivi sia subire un attacco, sia vivere con l’angoscia per tutti i mesi d’alpeggio. So cosa significa cercare di prevenire gli attacchi con i diversi metodi ammessi e consigliati: la fatica di portare reti, quella di piantarle, tutti i problemi connessi all’inserimento dei cani da guardiania, la loro gestione e la “convivenza” con gli altri fruitori della montagna.

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Gregge di un pastore piemontese che trascorre l’estate in Valle d’Aosta, preceduto da uno dei cani da guardiania durante la transumanza autunnale – Pontey (AO)

So che ci sono state persone in Valle che hanno venduto le pecore… ma la causa è esclusivamente il lupo? Poi, in Valle d’Aosta, chi è che vive di SOLO allevamento ovino? Certo, il lupo ha attaccato anche dei bovini, e mi fa un po’ sorridere leggere i commenti di chi dice che il filo elettrico non basta a tenerlo lontano dalle vacche. Magari sarebbe il caso di informarsi un po’ meglio, prima di lasciarsi andare a certe dichiarazioni. Nel caso delle pecore, le reti (di altezza adeguata) aiutano (anche se non sono infallibili), ma nessuno ha mai parlato di fili per evitare gli attacchi ai bovini!!

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Cantina d’alpeggio – Pila (AO)

Ma non è di questo che voglio parlare… quello che volevo dire (o ripetere, dato che l’ho già detto anche in passato) è che il lupo è la goccia che fa traboccare un vaso ormai stracolmo di altri veri, grossi problemi. Problemi che però nessuno (o quasi) si mette a discutere sui social. Troppo complicato farlo? Troppo rischioso? O troppo complicato proporre delle soluzioni? Non lo so. Però mi aspettavo almeno un commento sui prezzi della Fontina in Valle, sui prezzi del latte venduto ai caseifici. Sulle aziende che chiudono una dopo l’altra, sulle centinaia di vacche andate al macello dalla fine della stagione d’alpe ad oggi. Sulle aziende che stanno in piedi solo grazie ai contributi e che boccheggiano se questi non arrivano…

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Le piccole aziende di montagna sono fondamentali anche per il ruolo che svolgono a livello territoriale e paesaggistico – Arbaz, Challand-st.-Anselme
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Paesaggi rurali a rischio di estinzione – Col d’Arlaz (AO)

Sulle aziende che sembrano funzionare, ma in realtà poggiano su realtà famigliari dove danno una preziosa mano figli che ancora studiano, mogli o altri famigliari che hanno un loro stipendio, genitori e zii in pensione, e così via. Sulle piccole aziende, quelle che veramente sono sostenibili dal punto di vista ambientale, quelle che davvero curano il territorio, sfalciando ancora prati ripidi, curando il territorio perché ci tengono davvero… ma che con quel numero di bestie “sostenibile” per il territorio, non sostengono più l’economia aziendale, per non parlare di quella famigliare.

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Nell’allevamento tradizionale molte delle difficoltà si superano grazie alla passione… ma quando l’azienda non è più economicamente sostenibile, la passione non basta più – Bataille des reines nel Vallone di St. Barthélemy (AO)

E’ il lupo il problema? Ma diciamocelo… io non so se i capi predati nelle passate stagioni siano stati indennizzati e se veramente sono state pagate le cifre che avevo letto nei bollettini ufficiali… ma so quanto sono state pagate le pecore che certi allevatori hanno venduto la scorsa primavera, pecore di razza autoctona, in via di estinzione. C’è chi ha accettato una ventina di euro a capo, perché nessuno le voleva. Era meglio farle mangiare dal lupo, se si vuol ragionare guardando solo il portafogli! Se però si trovasse a vendere la carne di capra o di pecora, se ci fosse richiesta di agnelli e capretti, se tutto funzionasse, il lupo sarebbe un problema di tutt’altro tipo. Se ci fosse un’economia stabile, troveresti chi te le prende in montagna per l’estate, garantendoti una buona sorveglianza. Ma se tutto non va, allora vendi, allora lasci perdere, e la colpa la dai al problema simbolo, al problema che ha un nome, al lupo.

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Vitello di razza valdostana castana – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

E’ un problema facilmente comprensibile per tutti… e gli allevatori saprebbero come risolverlo, per quello ne parlano tanto? Però vorrei che chi di dovere mettesse lo stesso impegno a parlare degli altri veri grandi problemi che stanno mettendo in ginocchio le aziende della Valle. Tipo i vitelli di razza valdostana, che uno deve vendere per poter mungere e caseificare o dare il latte ai caseifici. Lo volete sapere quanto viene pagata una vitellina di 50kg di razza valdostana all’allevatore? Più o meno cinquanta euro… I più colpiti dal lupo sono i piccoli, piccolissimi allevatori, perché sono già fortemente in crisi. Dover “convivere” con il lupo, le spese aggiuntive che questo comporta, i mancati redditi, i danni di eventuali predazioni porta al collasso. I grandi allevatori (parlo soprattutto dei pastori di pecore, piemontesi o di altre regioni) pian piano si sono adattati: continuano a patire tutti questi fattori, ma li ammortizzano con la quantità e comunque hanno già del personale per badare costantemente agli animali.

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Gregge vagante in Piemonte, con uno dei cani da guardiania

Il discorso sarebbe ancora più lungo, ma la questione di base è comunque questa. Adesso ditemi, voi che leggete, che non siete allevatori: acquistate prodotti di montagna da chi vive e lavora in montagna? Sapete qual è il “giusto prezzo”, oppure nel fare la spesa puntate al risparmio sempre e comunque? Vi domandate cosa c’è in termini di lavoro, orari, fatiche, dietro quel formaggio, quel salume, quel piatto? Oppure già preferite acquistare meno, puntando però alla qualità e spendendo anche quegli euro in più, consapevoli di tutto ciò di cui vi ho appena parlato?

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Prati fortemente danneggiati dai cinghiali – Col d’Arlaz (AO)

Forse è il caso di fermarsi qui. Amici allevatori… smettetela di preoccuparvi che il lupo mangi i vostri bambini: corrono rischi ben più gravi di altro genere. Lo so che il lupo passa appena fuori dalla porta di casa di molti di noi, compresa la mia. Lo fa anche la volpe (pericolosa per gli agnelli, per il pollaio), la poiana (che non perde occasione di prendere una gallina), ma pure cervi, caprioli e cinghiali in quantità (che devastano prati e pascoli, causando danni gravissimi). La montagna è sempre più abbandonata, per quello la fauna selvatica si espande. Son stufa di vedere spacciata come “notizia” la presenza di un lupo per le strade di un villaggio di montagna.

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Bell’esemplare di toro di razza valdostana pezzata rossa – Challand-St.-Anselme

Sono tanti, sono molti più di quello che si dice, il loro territorio si espande, non c’è da stupirsi. Piuttosto c’è da prevenire i danni, attrezzandosi come si deve. E’ giustissimo chiedere di poter difendere i nostri animali dagli attacchi dei predatori, fare in modo che il lupo torni ad avere paura dell’uomo. Però non dimenticatevi di assicurare un futuro ai vostri figli, un futuro in cui fare l’allevatore sia ancora un mestiere dignitoso, dove si vendono i prodotti a un prezzo equo, consono al vostro lavoro, ai vostri sacrifici quotidiani. La passione è fondamentale, ma il vostro lavoro deve portare un reddito. Chiedete pure a chi vi rappresenta, sindacati agricoli e politici, di continuare ad occuparsi del “problema lupo”, ma… prima cercate di ESIGERE delle risposte su tutto il resto, perché non potete continuare a svendere i vostri prodotti e a pagar caro tutto ciò che vi serve per mandare avanti l’attività. Anzi, nel prezzo dei prodotti, dovreste aggiungere anche qualcosa per compensare danni e disagi legati alla presenza dei predatori. Allora sì…

Convivenza e ignoranza

Lentamente le montagne si svuotano. Chi prima, chi dopo, a seconda della quota e della disponibilità di erba, tutti lasciano gli alpeggi a fine state, inizio autunno. Scendono le mandrie, scendono le greggi. Chi resta in valle si abbassa a pascolare intorno ai villaggi, fino al momento di mettere in stalla gli animali.

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Desarpa – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Quel giorno allora le montagne saranno silenziose, il silenzio che precede (si spera) l’arrivo della neve. A me la montagna piace in ogni stagione, l’alternarsi di questi momenti (transumanza in salita, pascolo estivo, discesa autunnale, aria fredda e silenziosa) genera in me sentimenti di gioia e malinconia. Mai potrei però immaginare, d’estate, la fascia di territorio “d’alpeggio” priva del tintinnio delle campane, dei belati, dei muggiti, dell’abbaiare dei cani.

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Tubi per lo spandimento dei liquami in alpeggio – Piani di Cappia, Valchiusella (TO)

Eppure non per tutti è così. Ci sono persone che si professano “amanti della montagna”, ma che si auspicano di vederla senza allevatori, mandrie, greggi. Ovviamente, anche questo mondo si è pian piano evoluto, portando “modernità” e semplificazioni nel lavoro anche in alpeggio a 2000 e più metri di quota. Non vedo perché il margaro, il pastore, dovrebbero rimanere fermi al XVIII o al XIX secolo per “fare folklore” mentre il resto del mondo va avanti!

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Pascoli delimitati da picchetti e fili – Val Ferret, Svizzera

Qual è dunque il problema? Da una parte, sicuramente, ci sono allevatori che non rispettano l’ambiente. Non difendo assolutamente chi abbandona attrezzature e immondizia in giro, chi non ritira fili e picchetti a fine stagione (pericolosi per la fauna selvatica e per chi pratica scialpinismo, oltre che a rappresentare uno spreco inutile di materiali), chi non smaltisce correttamente sacchi del sale, tubi e picchetti rotti, vasche da bagno sfondate e così via. Ma che dire invece di quei turisti che si lamentano con toni accesi della presenza di fili e picchetti a delimitare i pascoli lungo strade di montagna, piste sterrate comprese?

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Post comparso nel gruppo Facebook “Valle Maira” nel settembre 2018

Addirittura si invoca la denuncia alle Forze dell’Ordine… Tralasciando che i fili non sono metallici (sono in materiale plastico con un sottile filo metallico per la trasmissione dell’impulso elettrico) e che, ovviamente, i picchetti non sono piantati sull’asfalto… Invece di usare il buonsenso (reciproco) e il rispetto del prossimo (cosa di cui si era già parlato qui), ormai si è sempre tutti pronti ad attaccare briga alla prima occasione. E’ vero che, in caso di caduta, un ciclista potrebbe farsi male se proprio centrasse uno di questi picchetti di ferro (ma ve ne sono anche di plastica, di vetroresina, c’è addirittura chi usa vecchi bastoncini da sci!), ma potrebbe anche sbattere la testa contro una roccia, centrare un palo che sorregge un segnale stradale, finire contro un guard-rail o un paracarro!

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Animali vaganti e incustoditi su una strada di montagna – Forcola di Livigno, Svizzera

Il margaro mette fili e picchetti per delimitare il suo pascolo (di proprietà o affittato), per evitare che gli animali vadano a finire sulla strada. Perché si mettono a filo della strada? Per comodità e per far sì che gli animali puliscano anche la sponda stradale! Anni fa, con un amico, scendevo in bici da Sant’Anna di Vinadio (CN) e, nell’affrontare una curva, lui che era davanti a me si trovò a dover schivare all’improvviso una vacca proprio nel bel mezzo della strada. Quello sì che fu un momento di vero pericolo! Comunque, come avete visto in una delle immagini sopra, i picchetti di ferro non li usano solo in Piemonte, ma anche nella ricchissima e civilissima Svizzera!

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Stambecchi al pascolo in territorio d’alpeggio – Lac de Luseney, Vallone di St. Barthélemy (AO)

Ma le lamentele di certi amanti (ed esperti!) della montagna non si fermano qui. E’ sicuramente vero che esistono alpeggi con situazioni di sovraccarico (anche se spero che si tratti di un fenomeno sempre più sporadico, dato che amici mi hanno segnalato di aver ricevuto un controllo a sorpresa in alpe, sia per quanto riguarda le “carte”, sia la gestione del pascolo, controllo durato molte ore, a tavolino e sul territorio), ma non sono gli animali domestici a scoraggiare la presenza di selvatici. Anzi, la gran parte degli allevatori vede (e fotografa, postandoli poi sui social) camosci, stambecchi, marmotte, volpi, pernici, ecc. proprio mentre sta pascolando il proprio gregge o la propria mandria.

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Parte del branco di stambecchi del Luseney – Vallone di Saint Barthélemy (AO)

Purtroppo quest’anno di cervi ne ho visti pochi – mi raccontava un amico in alpeggio in una nota località turistica del Piemonte – Si sono abbassati di quota quando c’è stata tanta neve lo scorso inverno. I più deboli o sono morti o sono stati presi dal lupo. Sicuramente, da quando c’è il lupo, di selvatici in generale se ne vedono meno. Per il resto invece la selvaggina riceve anche benefici dal fatto che si pascola con il bestiame.

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Le manze sono già scese, ma intorno alle baite i pascoli sono più verdi che altrove – Fontainemore (AO)

Basta vedere in primavera o in autunno… Tutti i camosci o i cervi che pascolano dov’è più verde, cioè dov’è stato concimato, dove hanno mangiato e pulito le pecore o le vacche. Ma la gente ormai queste cose non le capisce più, magari le vede, ma non sa perché è così!

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La mandria scende a piedi, con un mezzo al seguito per le eventuali emergenze – Vallone di St.-Barthélemy (AO)

Sempre sullo stesso tema, un allevatore in Valle d’Aosta mi raccontava la sua estate: “Dove sono io passa un sentiero molto trafficato che porta a un rifugio. Certo che lì la gente non vede gli animali selvatici… In certi giorni è peggio che essere nella via centrale di Aosta! Bambini che gridano, genitori che li richiamano, cani che corrono e abbaiano liberi, senza guinzaglio. Però poi siamo noi a dare fastidio a loro, noi con il nostro lavoro e i nostri animali! L’altro giorno un turista mi ha aggredito verbalmente perché ero andato con la Panda a portare filo e picchetti i manzi. Ha persino chiamato la forestale!” Chissà se questo solerte escursionista ambientalista, nel recarsi al lavoro o per svolgere le proprie attività, va sempre e solo a piedi? “Ho sorpreso anche gente che mi rubava i picchetti del recinto per usarli come bastoncini. Ormai è un disastro!

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Sentiero escursionistico sistemato dal margaro per transitare in sicurezza con animali e attrezzature – Val Germanasca (TO)

Potrei, ahimé, citarvi molti altri esempi sullo stesso tema. Da quello che entra nell’alpeggio (utilizzato e abitato) come se fosse un luogo da visitare liberamente, in quanto facente parte “dell’ambiente turistico MONTAGNA”, a chi si lamenta per il suono delle campane nei pascoli accanto al rifugio in cui ha pernottato. Potrei parlarvi di sentieri messi in sicurezza dagli allevatori per potervi transitare con gli animali. Potrei parlarvi di fontane a cui si dissetano sia il bestiame domestico, sia gli escursionisti di passaggio. O ancora di stalle e altre strutture di alpeggio che diventano comodi ripari durante un temporale che coglie il turista lungo il suo cammino.

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Bataille des Reines – Vallone di St.-Barthélemy (AO)

Potrei dirvi che l’allevamento di montagna richiama turisti, sia per godere dello spettacolo di alcuni eventi (fiere, rassegne, feste della transumanza, alpeggi aperti, batailles des reines, ecc.), sia perché fortunatamente c’è anche chi ama vedere gli animali al pascolo durante la propria escursione, fotografarli, acquistare i prodotti caseari. Ma tutto ciò è normale: mi preoccupa invece chi addita allevatori e allevamento come elementi negativi per l’ambiente/paesaggio alpino.

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Partecipanti al Tor des Geants – Rifugio Barma, Fontainemore (AO)

Il punto è sempre solo uno: siamo di fronte a un totale scollamento tra il mondo rurale, zootecnico, montano, agricolo… e il resto della società. Ormai anche chi vive in campagna (perché l’ambiente è più sano rispetto a quello urbano!), ma non fa un lavoro direttamente legato alla terra, si lamenta perché il gallo del vicino canta, perché passa il margaro durante la transumanza e mette le vacche a pascolare nel prato dietro casa sua… Si parla tanto di ritorno alla terra, ma… a parte coloro che scelgono di tornare a fare i contadini, allevatori, ecc., come dobbiamo comportarci con tutti gli altri?

Non è come sembra

Abbiamo fatto un veloce viaggio oltralpe, qualche giorno per staccare dalla “routine”. La Francia è vicina, non eccessivamente cara, offre un buon assortimento di paesaggi e luoghi da visitare senza affaticarsi troppo. Non cercavamo le città, quindi buona parte del tempo siamo stati circondati da spazi rurali. Dormendo nelle chambres d’hôtes (l’equivalente francese dei bed&breakfast) c’è modo anche di chiacchierare con i gestori e gli altri ospiti, specialmente se si cena tutti insieme.

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Gregge salendo al Colle dell’Izoard – Francia

Non intendo raccontarvi nel dettaglio il nostro viaggio, ma solo presentarvi alcune riflessioni su tematiche emerse nel corso di queste chiacchierate. L’allevamento ovino è molto radicato sul territorio, specialmente nelle regioni del Sud che abbiamo attraversato. La carne è presente nelle macellerie (sia quelle francesi sia, a maggior ragione, nelle numerose macellerie halal che abbiamo visto un po’ in tutte le cittadine) e non manca mai nei menù.

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Cartellonistica rivolta ai turisti – Cervières, Francia

Ovunque, lungo le strade, i sentieri e nelle strutture dove abbiamo soggiornato, sono presenti cartelli, locandine e depliant informativi sulla presenza dei cani da guardiania e sul comportamento da tenere. Il gestore di una delle strutture dove abbiamo soggiornato ci diceva che la convivenza cani-turisti è molto problematica. In Francia la razza più utilizzata è quella dei Pastori dei Pirenei, ma… contrariamente a quello che solitamente ci viene detto, non sono così docili. “Ci sono stati molti casi di turisti che sono stati morsicati, i pastori si sono stufati, non sono cani che puoi educare! Non sono cani, loro pensano di essere pecore!!! Molti adesso hanno preso altre razze, come i Pastori del Caucaso o i Pastori dell’Asia Centrale.

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Gregge al pascolo, Comps-sur-Artuby, Francia

Ogni volta che dicevamo che abbiamo animali, una ferme, immediatamente ci chiedevano com’è in Italia la situazione con il lupo. E’ successo ovunque, in zone di montagna e in paesi a poca distanza dalla costa. “Qui il lupo è un grosso problema…“. Non è difficile da credere, sia per il fatto che l’allevamento ovino è così diffuso, sia perché le zone dove il predatore si può rifugiare sono immense. Abbiamo attraversato innumerevoli aree completamente disabitate, coperte di boschi.

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Pascoli e abbeveratoio su di un altopiano – Caussols, Francia

Altrove invece era la “garriga” a coprire sconfinare zone calcaree, altopiani e gole, con radi boschi, aree cespugliate e distese di erbe dure, spesso spinose, ciuffi di lavanda selvatica e altre piante aromatiche. “Da noi molti pastori sono giovani che hanno fatto un corso a scuola (l’Ecole du Merle di Salon de Provence, ndA), non sono preparati al lupo, agli attacchi. A me piace andare in montagna e mi fermo sempre a parlare con i bergers. C’era una ragazza che era sconvolta, essere su da sola con gli animali e avere attacchi continui, trovare gli animali morti, sbranati, le pecore gravide con il ventre squarciato….“. Ho chiesto se è vero che i pastori possono sparare al lupo: “No, anche se ormai molti sono comunque armati, perché sono stufi di questa situazione. Qualche lupo viene abbattuto in modo ufficiale, ma solo quando si ritiene che sia davvero pericoloso e allora viene fatta intervenire una squadra apposita.

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Fattoria didattica a Cervières – Francia

Tutte le persone che ci hanno fatto domande sul lupo erano curiose di sapere se davvero in Italia c’è un buon livello di convivenza tra allevatori e predatori, perché questo è ciò che viene detto loro negli incontri informativi o che appare sugli articoli. Così come qui da noi dicono che in Francia convivono perfettamente… no? Poi il discorso, dal lupo, passava alla crisi che interessa molte aziende. “In Francia c’è un suicidio al giorno tra i paysan“, raccontava una signora. “Va un po’ meglio per quelli che si sono messi a trasformare in proprio, che seguono tutta la filiera nella loro azienda“, ci diceva un altro gestore.

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Mercato a Dignes-les-Bains – Francia

Nei mercati sono numerose le bancarelle delle aziende agricole. In generale, non manca mai almeno un paio di piccoli produttori di formaggi di capra e/o pecora. Così ad occhio direi che le vendite sono buone, dato che alle 11:30-12:00 i loro banchetti nei mercati più affollati avevano già praticamente esaurito i formaggi freschi. E i prezzi sono notevolmente più elevati dei nostri. La sensazione che ho, ogni volta che vado in Francia, è che da loro le normative per la trasformazione e vendita siano meno restrittive che da noi. Però non so se fosse pienamente in regola quella signora che si aggirava per le vie di La Ciotat con una borsa con le rotelle “vecchio stile”, un corno di capra in mano. Ogni tanto lo suonava con vigore, dopodiché annunciava a gran voce: “Fromage de chevre!“. La gente si avvicinava e lei estraeva dalla borsa le formaggelle, per incartarne uno o due pezzi, a seconda delle richieste dei clienti.

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Vecchia porta in un vicolo del villaggio, Bargemon – Francia

In Piemonte i paesi di montagna sono ancora vivi, ci sono i negozi! Da noi è tutto chiuso, morto!“, così raccontava un signore che in questi anni è stato in ferie in Valle Maira e Valle Varaita. Evidentemente è proprio vero che l’erba del vicino brilla sempre di un verde più intenso… Le nostre vallate montane non se la passano affatto bene, anche se effettivamente qualche negozio che resiste c’è ancora.

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Nella parte alta di Tende – Francia
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Tra i vicoli di Bargemon – Francia

I villaggi di questa parte della Francia sono così belli da visitare se ti piacciono i vicoli e quel senso di indefinita trascuratezza senza tempo. Tra case chiuse da anni e angoli decorati e ricchi di fiori si respira l’atmosfera tipica della Provenza.

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Turismo di massa a Saint Paul de Vence – Francia

Poi ci sono i villaggi turistici, dove tutto è stato recuperato, sono proliferati negozi e atelier di artigiani e artisti. Qui arrivano i turisti in massa, pullman interi e decine e decine di auto. Senti parlare tutte le lingue del mondo, c’è gente in qualsiasi ora, fino a tarda sera.

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Uno dei tanti gatti incontrati nei villaggi – Villecroze, Francia

Io però preferivo di gran lunga gli altri, quelli dove, nei vicoli, incontravi soprattutto gatti e sentivi odore di aglio che usciva dalle finestre mentre la gente stava cucinando. Non mancava mai anche qualcuno che rientrava con la baguette sottobraccio e quei due o tre tavolini con gruppetti di gente del posto che si beveva un pastis al bar in piazza. E’ vero che non erano più popolati come un tempo, ma il vero abbandono l’ho percepito altrove.

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Strada degli artisti a Draguignan – Francia
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Colori vivaci e senso di abbandono – Grasse, Francia
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Strade silenziose a Grasse – Francia

E’ stato nelle cittadine che mi ha colpito il silenzio e la desolazione di alcune vie. Appena fuori dal centro, ecco decine e decine di serrante abbassate, vetrine polverose, porte serrate da anni. Qua e là tentativi di valorizzazione poi abortiti, strade dedicate agli artisti con i laboratori chiusi o aperti saltuariamente. Non che non succeda anche da noi, dove il commercio spesso si sposta interamente (ahimè) nei grandi centri commerciali. C’è chi trasferisce la sua attività al loro interno e… molti altri invece chiudono definitivamente.

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Prati sfalciati al tramonto – Saint-Vincent-les-Forts, Francia
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Campi di cereali con papaveri e altre “infestanti” – Provenza, Francia
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Campi di cereali e coltivazioni di lavanda, Valensole – Francia

Torniamo alla vita rurale. Buona parte del turismo di queste aree è legato al paesaggio rurale e alle sue produzioni. La fioritura della lavanda è uno dei simboli della Provenza, ma poi ci sono anche vigneti e vini, uliveti e olio e così via. Mancasse l’aspetto rurale ed eno-gastronomico, queste terre perderebbero gran parte della loro attrattiva.

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Visita notturna di una famiglia di cinghiali davanti alla porta della nostra camera – Tourtour, Francia

Vi sono però, come dicevo prima, immensi territori quasi disabitati, dove guidi per chilometri senza vedere una casa, o al massimo scorgi un cabanon, una piccola azienda agricola circondata da vecchi macchinari, qualche auto o furgoncino arrugginito e non più funzionante. Oltre ai lupi, sicuramente lì trovano cibo e rifugio moltissimi animali selvatici. In una zona residenziale, con numerose ville circondate da giardini e pini, notavamo un susseguirsi di recinzioni elettrificate, anche se chiaramente all’interno non vi era alcuna forma di allevamento. Nel cuore della notte abbiamo compreso le ragioni: le fotocellule sono scattate e hanno illuminato chi si stava avvicinando alla porta della nostra stanza, una grufolante famiglia di cinghiali, la cui presenza sul territorio è ben nutrita.

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Tende, Valle Roya – Francia
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Passaggi coperti e scalinate – Tende, Francia
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Al lavoro nell’orto, Tende – Francia

Per concludere, sulla via del ritorno ci siamo finalmente fermati a Tenda (Tende in Francese). Sono passata innumerevoli volte qui, specialmente da bambina, e il villaggio arroccato contro la montagna mi aveva sempre affascinata. Questa volta ho potuto visitarlo con calma, scoprendo un vero gioiellino. Alte case antiche, fontane, portali decorati, ripide scalinate e passaggi coperti tra le case. La parte più viva e nuova è quella lungo il corso della strada che risale la Valle Roya per portare al traforo del Colle di Tenda e quindi a Cuneo, ma merita addentrarsi nelle strette strade lastricate.

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Museo della tradizione – Tende, Francia

Si arriva anche ad un museo molto particolare, frutto della passione di un uomo che, per quasi 50 anni, ha collezionato tutto quello che riguardava la vita di questo paese. Oggi il museo è in vendita “a pezzi o in blocco”, così recita il cartello scritto a mano. Ogni articolo ammassato nelle anguste stanze che ospitano la collezione ha un prezzo, dalle credenze alle canaule con campana, dai vasi in vetro ai coltelli e così via. Un posto dove un appassionato potrebbe perdersi per ore… (ho cercato riferimenti on-line su questo museo, ma non ho trovato nulla).

Come gestire l’alpeggio

L’altro giorno mi ha telefonato un amico allevatore, chiedendomi se avevo visto le “istruzioni” per il pascolo per poter ottenere i contributi relativi all’alpeggio. No… Non ho un’azienda mia e non ho mai seguito dettagliatamente in prima persona il discorso “contributi”, ma ho cercato di informarmi su quello che mi veniva chiesto, perché sicuramente una piccola spiegazione poteva essere utile anche per altri.

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Pascolo in alpeggio – Val Pellice (TO)

Dunque, ciò di cui si parla, nella vasta galassia dei “contributi”, è il piano di pascolo (o Piano Pastorale Aziendale). Il nome mi fa tornare indietro di vent’anni, quando da studentessa universitaria in Scienze Forestali, nell’ambito del corso di Alpicoltura, avevamo fatto le esercitazioni in campo e ci eravamo occupati proprio dei rilievi vegetazionali, della raccolta dei dati aziendali e della successiva redazione del piano di pascolo. Anche se mi sono laureata per l’appunto in quella disciplina e, pur continuando a gravitare nell’ambito del mondo della zootecnia di montagna, di piani di pascolo non ne ho mai più fatti. Però ho visto portare al pascolo o ho pascolato io stessa molti animali, in situazioni e condizioni differenti.

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Pascoli e alpeggi – Vallone di St.Barthélemy (AO)

Nel PSR attuale (2014-2020) la misura 10.1.9 “Gestione eco-sostenibile dei pascoli” indica tutta una serie di strumenti gestionali per il pascolamento e il mantenimento in buon stato dei pascoli. Cosa che gli allevatori di un tempo hanno (quasi) sempre fatto. Oggi però, per ottenere certi contributi specifici legati all’alpeggio (ce ne sono di vario tipo, non sono nemmeno io in grado di spiegarveli tutti), si può presentare le domande relative a tale misura (qui però potete leggere una guida semplificata al PSR per la regione Piemonte). Occorre l’intervento di un professionista che rediga tale piano, che comprende tutta una serie di elementi gestionali, dalla suddivisione delle aree di pascolo al calcolo dei carichi di bestiame e i giorni di pascolamento, ma anche il posizionamento di punti acqua, punti sale, ecc…

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Un dettaglio del fascicolo mostratomi da un allevatore piemontese

Sicuramente mi potrete dire che “i vecchi hanno sempre saputo come fare a gestire l’alpeggio”. E, nella stragrande maggioranza dei casi, avete anche ragione. Potreste anche dirmi che certe immagini contenute nel fascicolo ad illustrazione degli interventi vi hanno fatto ridere o vi hanno lasciato molto perplessi, facendovi dubitare della validità del tutto. E non avete completamente torto. Però ci sono alcuni aspetti da considerare.

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Pascoli d’alta quota – Vallone di Bellino (CN)

Innanzitutto, se ci siamo sempre lamentati dei contributi che vanno a finire nelle mani sbagliate, se abbiamo inveito contro gli speculatori, contro chi prende i soldi e non porta su nemmeno una bestia… Allora questi contributi non andranno a finire nelle loro tasche, perché qui si richiede di gestire nel migliore dei modi l’alpeggio. Leggete con attenzione, in fondo si chiede all’allevatore di fare al meglio il suo mestiere, garantendo il benessere degli animali, ma anche il mantenimento/miglioramento dei pascoli, di modo che lui o altri possano beneficiarne negli anni a venire.

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Mandria in alpeggio a fine stagione – Valle Maira (CN)

Per esempio, con il posizionamento dei punti sale in determinate aree invase da vegetazione “cattiva”, si spingono gli animali a raggiungerle, contribuendo al loro miglioramento. Viceversa, si vuole impedire l’eccessiva concentrazione del bestiame per lunghi periodi in altri punti, al fine di evitare fenomeni di distruzione del pascolo, erosione, ecc. Perché tutto questo? Perché veniamo da anni in cui c’è stato da una parte l’abbandono, dall’altra l’aumento (anche eccessivo) dei capi monticati. Alcune aree non vengono più utilizzate, non ci sono più tante persone che salgono in alpeggio con pochi animali, ma poche persone che salgono con molti, moltissimi capi di bestiame.

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Rustico “punto acqua” – Valle Sacra (TO)

Quando abbiamo 2-300 bovini (o anche di più) che vanno tutti i giorni, per settimane, a bere sempre nello stesso posto… possiamo immaginare cosa accade. Idem se la mungitura avviene sempre nel medesimo luogo. Queste misure sono una di quelle auspicate forme di contributi basate sulla qualità e non (solo) sulla quantità. Perché deve esserci un professionista a redigere un piano? Perché purtroppo molti allevatori non sanno più fare il loro mestiere. Perché in alpeggio vengono lasciati operai a gestire la mandria o il gregge, senza la presenza dei datori di lavoro. Perché in questi anni, ahimè, di situazioni negative se ne sono viste sempre di più. E’ vero che i vecchi certe cose le sapevano senza aver preso una laurea, ma non è anche vero che molti “giovani” invece non li hanno più ascoltati? Hanno badato più ai grossi numeri che alla cura del territorio? A prendere ciò che il territorio offriva, senza più dare niente in cambio?

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Vita d’alpeggio in Valtellina (dal sito lombardiabeniculturali.it)
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L’alpeggio di un tempo in Valle d’Aosta (dal sito cogneturismo.it)

Sappiamo bene che tutto ciò è accaduto anche per colpa dei contributi, che hanno stimolato l’avidità di molti… così adesso si corre ai ripari. Il territorio montano è fragile, sia l’abbandono, sia l’eccessivo sfruttamento lo mettono in pericolo. Non si tornerà più ai tempi in cui in un alpeggio salivano magari anche più di dieci persone, compresi bambini che avevano come unico stipendio il (poco) vitto. La cura della montagna di un tempo prevedeva anche questo, non dimentichiamocelo.

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Esempi di punti acqua consigliati

In quella misura non c’è scritto che sia vietato far bere gli animali nei torrenti e nei laghi, c’è scritto che bisogna preferire altre soluzioni. Le sfilate di vasche da bagno che spesso troviamo in mezzo ai pascoli sicuramente non sono un bel vedere. Certo, sono pratiche e a buon mercato. Le vasche con il galleggiante, per evitare spreco di acqua, costano di più e non possono essere portate proprio dappertutto. Dove già ci sono grossi abbeveratoi, spero si possano continuare ad usare. Le tazzette in mezzo al pascolo le vedo poco pratiche, sia per la loro collocazione, sia perché gli animali hanno la tendenza a grattarsi contro ogni cosa che trovano. Fanno spesso una brutta fine già le paline in legno della sentieristica, figuriamoci le tazzette!

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Abbeverata al fiume – Comboé (AO)

Io la vedo così: le intenzioni sono buone. Poi bisognerebbe, come sempre, usare il buon senso e unire la pratica alla grammatica. Se fossi io a dover redigere il piano di pascolo, parlerei a lungo con l’allevatore e cercherei di capire quel che si può fare effettivamente sul territorio, con le risorse a disposizione, comprese quelle umane. La teoria funziona sempre molto bene sulla carta… ma quando si è poi in alpeggio, con gli animali, con tutti i lavori da fare, con le ore del giorno che sono sempre e solo ventiquattro, con tutti gli imprevisti quotidiani, con la pioggia, la siccità e tutto il resto, il più delle volte tocca arrangiarsi. Se proprio tutto questo non ci va, nessuno è obbligato a presentare le domande per i contributi. Con i tempi che corrono, farne a meno per molti non è facile… Però, per come sembra a me, queste “regole” sono pensate per chi cerca di fare “qualità”. Ormai purtroppo occorrono regole per ogni cosa, la colpa è soprattutto di chi si comporta o si è comportato in modo scorretto, quindi bisogna creare delle norme per arginare la disonestà e le azioni errate.

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Grosso abbeveratoio davanti ad un alpeggio – Vallone di St. Barthélemy (AO)

Come sempre, non è facile. Non lo è specialmente per chi ogni giorno ha come priorità quella di far mangiare a sufficienza i propri animali e mal tollera tutti gli ostacoli, gli impedimenti, le intrusioni nel suo mondo di quella che, in generale, viene chiamata “burocrazia”. Qualcuno di voi, allevatori che leggete, ha già provato questo sistema (introdotto già nel precedente PSR)? Come sta andando? Com’è andata? Quali sono le difficoltà principali? Cosa è fattibile e cosa no? Avete voglia di raccontarmelo (anche privatamente) così che possiamo poi continuare il discorso in futuro?

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Antichi fabbricati d’alpe – Valli di Lanzo (TO)

Bisognerebbe cambiare mentalità partendo dal basso

Cari amici, come saprete in questi giorni sono in trasferta: oggi mi trovo a Follina (TV) per la manifestazione “La via della Lana“, dove alle 17:00 proietteremo il film sui pastori piemontesi. Chi fosse in zona e volesse venire a trovarmi… Stamattina ero indecisa se spostarmi ancora o rimaner qui in attesa che inizino gli eventi legati alla manifestazione. Il viaggio però è già stato lungo e domani mi aspetta un ritorno ancora più lungo… Così ho pensato stare tranquilla e iniziare a raccontarvi qualcosa su ciò che ho visto/sentito nei giorni scorsi.

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Andrea Bezzi nel suo punto vendita a Ponte di Legno (BS)

Durante la mia prima tappa ad Edolo, ho ricevuto un messaggio da parte di Andrea Bezzi. Qui potete vedere un breve filmato realizzato sulla sua azienda. Mi chiedeva se riuscivamo ad incontrarci, dato che lui (per ovvi motivi di lavoro) non riusciva a partecipare alla mia presentazione all’Università della Montagna. Dato che il giorno successivo ero di strada, avendo deciso di passare dal Passo del Tonale per spostarmi in Lessinia, ben volentieri ho accettato l’invito. Ho così potuto conoscere un allevatore decisamente speciale, cosa che già immaginavo avendo letto diversi articoli su di lui e sulla sua azienda zootecnica.

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Il punto vendita con vista sulla stagionatura – Ponte di Legno (BS)

L’ho raggiunto a casa sua nel centro di Ponte di Legno: aveva finito di mungere, le vacche ora sono già nei pascoli più a monte, pian piano ci si avvicina alla malga. Così abbiamo fatto colazione con una scodella di latte appena munto, ancora tiepido.  Intanto Andrea raccontava la sua storia, spiegava la sua “filosofia”. Un vero uragano di entusiasmo e concretezza, idee innovative e tradizione. Oltre a ritrovare nelle sue parole molti dei pensieri che esprimo da tempo anche su queste pagine, venivo anche investita da una carica di ottimismo e speranza, cosa che non mi accadeva da tempo, visto che la gran parte degli allevatori che mi è capitato di incontrare ultimamente è rassegnata ad una condizione di crisi che porta verso la sopravvivenza o addirittura la sconfitta.

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La stagionatura dello Stilter, formaggio DOP

Bisognerebbe cambiare tutto, sono molte le cose che non vanno. Ma bisognerebbe partire dal basso, solo così si può poi arrivare fino in alto a chi deve prendere le decisioni. Tanto per dire, l’asilo qui ha un bellissimo giardino, ma porteranno fuori i bambini 3-4 volte all’anno, non di più, perché le mamme poi si lamentano che si sporcano! Già di lì le cose non funzionano… I giovani qui sognano solo più di andare a lavorare agli impianti: non credono più nell’agricoltura. Invece agricoltura e turismo qui devono andare di pari passo, non uno prevalere sull’altro. Io ho fatto per anni l’istruttore di sci di fondo, ma ho sempre avuto anche l’azienda.

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Stagionatura dell’az. Bezzi a Ponte di Legno (BS)

Mi porta a vedere il punto vendita e la stagionatura, che contiene le preziose forme di Stilter, la DOP prodotta qui in Alta Valle Camonica, poi anche altri formaggi, il “Case di Viso”, dal nome della sua malga. “Non bisogna lasciarsi abbattere dalle difficoltà, bisogna saper trovare la propria strada per emergere. Alla fine lavora uguale chi si lamenta tutto il tempo senza cambiare nulla e chi invece trova il modo di valorizzare. Il mio prodotto lo vendo ad un prezzo giusto che tenga conto del lavoro che c’è dietro. Sono anche certificato Bio. Ormai il consumatore attento c’è, quello che cerca un prodotto fatto in un certo modo e disposto a spendere una certa cifra. Vendo i miei formaggi anche in mercati e fiere, su in malga, qui a casa… Si valorizza il prodotto puntando sulla qualità. In questo modo si possono tenere meno bestie e trasformare in proprio, invece di dare il latte a pochi centesimi ai caseifici. Ho amici che hanno le stalle in pianura, anche alcuni di loro hanno capito che questa è la strada giusta e hanno trasformato l’azienda con ottimi risultati.

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Case di Viso – Valcamonica (BS)

Andrea mi vuole a tutti i costi accompagnare fin su a Case di Viso, la sua malga. L’aria è frizzante, ma nelle scorse settimane ha fatto caldo, così la neve è già sciolta anche lassù e l’erba inizia a venire verde. Non vede l’ora di salire, come qualsiasi malgaro, e rimanere poi su il più a lungo possibile. “Vado su pian piano pascolando, poi arrivo quassù. Intorno alle case sfalcio, sono terreni privati. Non è tanto per la quantità di fieno che ricavo, ma per mantenere tutto pulito, resta bello verde, anche adesso c’è già più erba. Per mungere uso il carrello mungitura e lo sposto continuamente, così non si rovinano i pascoli.

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La conca di Case di Viso – Valcamonica (BS)

Mentre salivamo, Andrea mi aveva mostrato il punto dove avrebbe voluto edificare la stalla nuova. “Ma non me l’hanno lasciato fare… il piano regolatore non lo consente. Ma pian piano arriverò anche lì.” Non è tipo da arrendersi, ma nemmeno indugia in polemiche. Preferisce raccontarmi come vorrebbe fare questa stalla, con un sistema innovativo di lettiera, la “compost barn”. E’ molto attento al benessere animale, ma anche all’ambiente. “Gli animali che stanno bene danno un prodotto migliore. Le vacche stanno bene libere e soprattutto al pascolo. Qui in montagna devono stare in stalla per forza d’inverno, quindi vorrei una stalla dove possano stare nel miglior modo possibile.

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I pascoli sopra a Case di Viso – Valcamonica (BS)

I pascoli più alti intorno alla malga verranno utilizzati da un gregge transumante, tutto il resto invece alimenterà le vacche e le manze di Andrea. “Per fortuna ci sono degli usi civici, così questa malga non è potuta finire in mano a gente che arriva da fuori. Purtroppo questo sistema dei contributi sta facendo dei gravi danni. Bisognerebbe darli per aiutare chi lavora in montagna, ma basandosi su come uno gestisce il territorio.” Mi invita a tornare quando sarà quassù: la bellezza del luogo rende l’invito ancora più allettante… “Le vacche qui mangiano solo erba, il mangime serve giusto per sporcare la mangiatoia perché vengano a farsi mungere. Una volta anche noi davamo mangime in alpeggio, ma non ha senso! Alla fine la resa non cambia più di tanto, ma la qualità sì. Se le bestie sanno che dai il mangime, pascolano meno perché sanno che poi c’è quello da mangiare.” La nostra chiacchierata è stata ben più lunga, ma qui vi ho raccontato le cose principali che vi fanno capire chi è Andrea Bezzi e come gestisce i suoi animali, la sua azienda, e qual è la qualità dei suoi prodotti. Lo ringrazio ancora per il tempo che mi ha dedicato quella mattina, so bene che avrebbe avuto molte cose da fare: “Sai come si dice… c’è più tempo che vita!“, ma intanto sfrecciava per le strette strade sopra a Ponte di Legno. La stagione turistica non è ancora iniziata, il Passo Gavia è ancora chiuso, così non c’era quasi nessuno in giro. L’ho salutato mentre tornava nel suo piccolo caseificio e sono ripartita portando con me un po’ del suo ottimismo e del suo spirito costruttivo.

Storie di pietre (grazie alla tecnologia)

Domenica scorsa siamo andati in Valchiusella, sopra ad Inverso, per vedere la fioritura dei narcisi. C’era l’incognita del meteo, fortemente instabile. Si temeva la pioggia e si temeva pure che quella dei giorni precedenti avesse già rovinato eccessivamente i fiori.

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Narcisi in fiore ad Inverso – Valchiusella (TO)

Per fortuna il tempo ha tenuto, ma effettivamente la fioritura in certe zone era già quasi al termine. Comunque valeva la pena andare da quelle parti anche solo per vedere il paesaggio molto particolare. Un paesaggio “disegnato” dall’uomo.

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Salendo al Colletto di Bossola – Valchiusella (TO)

I pascoli, punteggiati di baite (che qui chiamano “cascine”, anche se niente hanno a che fare con le cascine di pianura), hanno un aspetto ancora curato, anche se si possono distinguere chiaramente zone più verdi, prive di felci e cespugli, da altre apparentemente meno utilizzato.

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Genziane in fiore al Colletto di Bossola – Valchiusella (TO)

Siamo arrivati fino al Colletto di Bossola, dove i narcisi erano meno fitti, ma subentravano le genziane. L’erba dei pascoli era ancora molto bassa, anche se la quota non è particolarmente elevata (nemmeno 1400m). Gli alpeggi veri e propri erano più in alto, si intravvedevano appena tra la nebbia.

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Narcisi in fiore – Inverso, Valchiusella (TO)

La sera ho pubblicato alcune di queste immagini su facebook, chiedendo a chi mi segue i nomi delle località dove avevo scattato le foto. Lo spettacolo della fioritura, che in certi punti era proprio nel momento del massimo splendore, già mi aveva appagata. Però… ho ricevuto anche un’inattesa e graditissima sorpresa.

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Baite d’alpeggio – Inverso, Valchiusella (TO)

Lo sapete, io amo le vecchie baite. Vorrei sempre che quelle pietre potessero parlare, raccontando la storia di chi le ha costruite, di chi ci ha vissuto, il perché di certi “elementi architettonici” che, talvolta, paiono quasi eccessivi per semplici baite di montagna. Uno dei tanti amici virtuali ha risposto alle mie richieste, con abbondanza di particolari, e così ho iniziato a fargli più domande.

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Cascine ad Inverso – Valchiusella (TO)

Andrea (ancora grazie!) mi ha detto che quelle cascine sono sempre state solo sede di alpeggio e non abitazioni permanenti. Anche un tempo, le mandrie (sicuramente più piccole che non oggi) salivano dal fondovalle, utilizzando man mano i pascoli, e spostandosi poi più a monte. Anche a fine stagione la discesa si effettuava a tappe. “I miei bisnonni avevano le vacche a Trausella, con la bella stagione iniziavano a salire alla prima cascina, poi ad una intermedia ed infine ad una di quelle lassù.

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Paesaggio d’alpe – Inverso, Valchiusella (TO)

Gli ho chiesto il perché dei muri in pietra, quelle strane “recinzioni” intorno alle baite. “Naturalmente le vacche non mangiavano nelle immediate vicinanze delle cascine, ma sui pascoli comunali. L’erba delle cascine mio bisnonno la falciava come fieno ed una buona parte la portava giù a Trausella. Guai se le vacche pascolavano nei prati delle cascine. Poi quando iniziava la discesa concimava tutti prati a mano. Altri tempi… altri uomini…

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Il “giardin” – Inverso, Valchiusella (TO)

Per finire, Andrea mi ha anche chiarito il “mistero” di una delle baite dove siamo passati. “Altri uomini… come quello che ha costruito il “Giardin”, mi hanno detto che era un omone forte e quelle pietre le ha fatte lui, in una cava più in alto, e trascinate giù in inverno.

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Il Giardin – Inverso, Valchiusella (TO)

Non avevo mai visto un simile “steccato” in pietra. “La mantegna in pietra mio nonno mi aveva detto che era per guidare le vacche alla cascina, per evitare che andassero giù nel prato. Le vacche mangiavano nei prati lì intorno, mentre quello all’interno della recinzione di pietre che hai visto tutto intorno, veniva falciato. Chiaramente un lavoro enorme sicuramente guidato da tanta ambizione.” Che dire… grazie alla tecnologia che ha permesso ad Andrea di raccontarmi/raccontarci queste belle “storie”. Il mio invito a tutti è quello alla riflessione, su cosa voleva dire un tempo vivere in montagna, su come la montagna veniva tenuta, curata, accudita… quando c’erano meno mezzi, meno risorse, ma tutto serviva per la sopravvivenza.

Per chi vuole provare a ragionare

Tutti gli anni, in questo periodo, si finisce per fare gli stessi discorsi: nel periodo pre-pasquale, la campagna contro la macellazione di agnelli e capretti diventa sempre più accanita e raccoglie nuovi adepti. Recentemente ho letto di un meteorologo che, terminata la lettura delle previsioni del tempo, ha invitato a non contribuire alla macellazione degli agnelli (su la7). A Napoli invece le macellerie non possono esporre in vetrina agnelli e capretti macellati per ordinanza comunale! Urterebbero la sensibilità di qualcuno… A parte il fatto che ciascuno dovrebbe poter scegliere cosa e come mangiare senza essere accusato di nulla, visto che l’uomo è un animale onnivoro, così come ne esistono altri in natura… Il problema ancora una volta è soprattutto la disinformazione!

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Capretto appena nato

Il discorso è sempre lo stesso, si dice che sono “cuccioli” (parola che mi fa venire l’orticaria! cosa significa “cucciolo”? Ogni specie animale ha un termine italiano che identifica gli esemplari giovani: agnelli, capretti, vitelli, lattonzoli – quelli del maiale, avannotti – dei pesci, pulcini, ecc) strappati alle madri. Ma perché insistere su questo fatto? E perché farlo solo per agnelli e capretti? Non esistono campagne così insistenti nei confronti di altri animali. Molti rifiutano il consumo di queste carni, ma non si fanno problemi di fronte ad una grigliata di Pasquetta con costine, salsicce e cosce di pollo. C’è tantissima gente infatti che non è né vegetariana, né vegana, ma agnello e capretto proprio no. Iniziamo con questa cosa del “cucciolo”. Diciamolo ben chiaro! Non si tratta di animali neonati, innanzitutto per un motivo molto pratico: non ci sarebbe niente da mangiare! Ossa, pelle e poco più. Quando mangiate un pollo arrosto o una coscia di pollo siete tutti consapevoli che non si tratta di un pulcino appena uscito dall’uovo, no? E perché invece vi bevete in massa quella castroneria che agnelli e capretti abbiano giusto un paio di giorni di vita?

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Capretto nato da 10 giorni

Chiarito questo punto, rimaniamo su quella che secondo me è un’ipocrisia: chi mangia questo tipo di carne viene addirittura bollato come assassino anche da chi comunque consuma altri generi di carne o prodotti di origine animale. Sulla scelta alimentare vegana potrei avere da ridire dal punto di vista nutrizionistico, ma soprattutto sulla sostenibilità ambientale, ma non è questa la sede e il momento per farlo. Però almeno c’è una coerenza, si rifiuta tutto ciò che ha origine animale. Chi invece mi dice che “…ah il formaggio di capra è proprio buono… ah il pecorino che squisitezza…“, ma poi mi guarda come se fossi un mostro poiché mi nutro di carne ovicaprina, o è ignorante (nel senso che non conosce, ignora), o è appunto ipocrita. Se vuoi il latte, l’animale deve partorire. A volte nasce una femmina, a volte nasce un maschio…

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Capretto maschio di poche settimane di vita

Dei nuovi nati, qualcosa si alleva, qualcosa viene venduto ad altri allevatori per farne altre capre o pecore, ma i maschi? Purtroppo moltissime persone hanno perso la consapevolezza di come anche gli allevamenti gestiti dall’uomo abbiano comunque delle basi naturali. Per esempio quella che, in natura, in un gregge, in un branco, per molte specie ci sia solo un maschio che, nella stagione degli amori, si accoppia con le femmine. I giovani maschi o vengono scacciati o si affrontano in lunghe e anche sanguinose battaglie… Sapete che si dice che non ci possono essere due galli nello stesso pollaio. Il principio è lo stesso: i galli si affrontano a beccate e speronate, arrivando anche ad uccidersi. I montoni (nelle pecore) o i becchi (nelle capre) lottano a cornate e testate.

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Giovane becco di un anno

Ricordiamoci anche che il capretto “puccioso” dell’immagine precedente in un anno si trasformerà in un becco possente, quello che vedete qui. Vi garantisco che si tratta dello stesso animale, l’ho visto nascere e crescere. E crescerà ancora nei prossimi anni. Dall’età di 6-7 mesi inizia anche ad essere maturo sessualmente, con tutte le normali manifestazioni (caratteriali e olfattive) che caratterizzano questi animali nel periodo del calore. Questo come promemoria per chi volesse “adottare” un capretto per “salvarlo” dalla macellazione. Tra l’altro, quando il becco raggiunge la maturità sessuale, se non è stato castrato, il sapore della sua carne muta radicalmente, pertanto macellarlo dopo darà un prodotto che conta ben pochi estimatori.

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Agnelli di tre mesi di età

Il discorso è sempre lo stesso, fatto per le capre e fatto per le pecore. L’unica differenza forse la possiamo trovare nel fatto che la pecora partorisce tutto l’anno, mentre la capra generalmente partorisce in inverno (da dicembre a marzo), quindi buona parte dei capretti hanno già raggiunto un peso e una dimensione “adatti” alla macellazione proprio nel periodo pasquale. La religione non centra niente, semplicemente si è creata l’usanza di festeggiare con quello che è un “prodotto di stagione”. Si macellano agnelli e capretti e dopo può iniziare la mungitura per fare i formaggi.

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Rientro dal pascolo, piccolo gregge di pecore e capre, razze autoctone valdostane – Nus (AO)

Stamattina mi sono arrabbiata perché una persona che mi segue su facebook ha fatto certi commenti dove si parlava appunto della macellazione di agnelli e capretti. Non conoscevo la signora, ma ho visto che mi aveva chiesto l’amicizia dopo aver letto un articolo che mi riguardava e quindi mi ha contattata dicendo “mi ha incuriosito e interessato la tua storia, una originale passione la tua“. La signora adesso mi ha “tolto l’amicizia”, dopo aver scoperto che la mia “passione originale” prevede anche la vendita per la macellazione degli animali allevati, ma guarda un po’…

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Primo pascolo di primavera a 1000m – Nus (AO)

Qualcuno mi spieghi come si fa a guardare le centinaia di immagini che pubblico, a leggere queste pagine, a leggere i miei libri… pensando forse che io o altri allevatori “si portino a spasso” greggi e mandrie così, giusto per far foto da mettere on-line? Cari “amici” che mi seguite, si alleva con passione, questa passione significa seguire al meglio i propri animali dalla nascita fino alle ultime ore di vita. Ci saranno animali che resteranno anni nel gregge, altri che avranno vita più breve, ma la loro macellazione, la loro vendita, servirà in primis a garantire il benessere di tutti quelli che resteranno in azienda, perché fieno, cereali, mangimi, affitto dei pascoli, non sono gratuiti. Certo, qualcosa andrà in tasca anche all’allevatore, per la vita e il sostentamento suo e della sua famiglia. Lo ritenete sfruttamento? Ma voi… che lavoro fate? Come vi arriva il cibo in tavola? Siete sicuri che non ci sia alcuna forma di “sfruttamento”, magari ben più grave, dietro quello che mangiate e bevete?

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Lana di pecora impigliata nei rovi

Su queste pagine mi sto occupando soprattutto di allevamento di montagna, di territorio montano, di gente che vive e lavora nelle “terre alte”. Non vi sto parlando di allevamento intensivo, di stalle immense, ma di piccole realtà dove spesso si allevano anche razze a rischio di estinzione. Se non si allevasse anche per vendere gli animali al macello, chi e perché continuerebbe ad avere questi animali? Se scomparisse l’allevamento, tutto il nostro territorio cambierebbe faccia. Certo, potete dirmi che le vaste coltivazioni di mais in pianura, finalizzate alla produzione di foraggio per vacche che mai escono dalla stalla non sono il massimo in quanto a sostenibilità. Ma io vi sto parlando di pascolo all’aperto nei mesi in cui il terreno non è coperto dalla neve, alimentazione in stalla con il fieno prodotto sfalciando anche zone ripide. Senza l’allevamento avanzerebbe l’abbandono, i rovi, i cespugli, non il bel paesaggio montano curato che tanto piace anche ai turisti.

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Al pascolo nei vigneti abbandonati – Nus (AO)

Guardate l’immagine sovrastante: fino a 25-30 anni fa queste zone erano coltivate a vigneto. Se oggi non passassero nemmeno più gli animali a pascolare in primavera e autunno, l’abbandono sarebbe totale. Il pascolo inoltre è un sistema di pulizia e manutenzione altamente sostenibile! Per non parlare poi del ruolo ecologico svolto dagli animali. Parlavo l’altro giorno con una signora che mi raccontava della vegetazione particolare lungo i tratturi del centro Italia: nel vello delle pecore venivano trasportati semi che cadevano qua e là durante la transumanza, così si era formato un vero e proprio corridoio con erbe e piante legate al passaggio delle pecore. Capite? Tutto questo è legato alla pastorizia. Perché accanirsi contro questo allevamento in particolare, che forse è ancora tra quelli più tradizionali? Se non vi piace la carne di questi animali per questione di gusto, semplicemente… non mangiatela! Ma smettetela di fare disinformazione, smettetela di danneggiare un patrimonio che fa parte della nostra cultura, del nostro territorio, del nostro DNA.

Grazie a tutti quelli che avranno voglia di leggere fino in fondo, grazie a quelli che vorranno provare a capire davvero.