Fate anche voi la vostra parte?

Siamo ancora qui a parlare di “giusto prezzo del lavoro” e “sfruttamento dei lavoratori”. Ricordate il mio post di qualche tempo fa? Ma non è un argomento ristretto ad questo piccolo ambito di allevatori tradizionali, alpeggi, ecc… Il tema è ampio, se ne parla a livello nazionale riferendosi a diverse categorie. Ultimamente era il settore ristorazione ad esserne interessato, dato che sembra che manchino camerieri. “I giovani/la gente non vuole più lavorare, preferisce aspettare sussidi, il reddito di cittadinanza ha portato a questo.” “Non accetto perché è una paga troppo bassa, ho bisogno di lavorare, ma offrono paghe indegne.” Chi ha ragione?

Tome d’alpeggio in vendita alla fiera di Luserna S.Giovanni (TO)

Io però farei un passo indietro, o uno avanti, vedete un po’ voi come preferite. Non ne sapete molto di aziende agricole, di alpeggi, del tipo che lavoro che si deve svolgere? Allora provate a pensare a una sera in cui volete andare a mangiar fuori. Dove andate? Cosa cercate? La qualità? Il tipo di cibo servito? La cortesia? E il prezzo? Lo guardate il prezzo? Vi informate su quanto costa mangiare lì, prima di entrare? Ordinate la portata in base al prezzo sul menù? Qualcuno mi starà dicendo che non può permettersi di andare a mangiare fuori… Però qualcosa mangerà ed anche acquistando le materie prima, cosa guarda per prima cosa? La provenienza? Legge l’etichetta? O guarda il prezzo?

Fontine e formaggi alla fiera di Sant’Orso – Aosta

Perché tutto parte di lì, secondo me. Non potete dire qual è il giusto stipendio per un operaio in alpeggio o per un cameriere in una pizzeria se siete tra coloro che potreste permettervi di spendere un po’ di più, ma invece scegliete il prezzo più basso. Non pensate che quel prezzo per voi vantaggioso comporti una paga bassa per chi lavora lì? Quando deve guadagnare un operaio in alpeggio? 2000 euro al mese? 2500 perché non si fanno le otto ore e si lavora 7 giorni su 7? Bene… e quanto è giusto pagare il formaggio, al chilo? E la carne? Perché vi indignate se venite a sapere che la paga dell’operaio è di 1200 euro al mese, ma non vi stupite se la Fontina, la Toma o qualunque altro formaggio costa 10 euro o anche meno? Anche quel valore è vergognoso, per come lo vedo io. Paghereste un formaggio vaccino in alpeggio 20, 25 euro al kg?

Degustazione di mocetta di capra

Eh no, è un po’ caro. 10-12 € va già più che bene e ne prendete solo una fetta, che se è mezzo chilo è poi già troppo. Il discorso vale per il latte, il burro, l’arrosto, la passata di pomodoro, l’olio d’oliva. Quando comprate un prodotto agroalimentare, il prezzo molto basso vi parla di qualcosa che non va: la qualità del prodotto stesso, il come è stato allevato/coltivato/raccolto/trasformato, la sua provenienza geografica.

Vacche valdostane in alpeggio – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Ci sarà qualcuno che starà dicendo che gli agricoltori, gli allevatori, ricevono i contributi e dovrebbero usare quei soldi per pagare dignitosamente gli aiutanti. Vero fino ad un certo punto. Parliamo di un’azienda vera e non di quelle che speculano sui fondi europei per intascare enormi somme di denaro. Purtroppo i contributi sono diventati sempre più fondamentali per andare avanti, non sono un “di più”. Servono a pagare spese sempre più elevate, acquisto di attrezzature e macchinari, interventi di ammodernamento e adeguamento alle normative vigenti delle strutture, acquisto di foraggi, affitto di cascine, di prati, pascoli, ecc. Con quanti amici titolari di aziende medio/piccole ci si chiede ripetutamente: “Ma ha senso continuare così?” Ho sentito parole come “boccheggiamo“, “galleggiamo“, “si cerca di sopravvivere“.

Gregge di capre in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Se i prodotti avessero un prezzo proporzionato a tutto ciò che li ha portati fino al consumatore, magari le cose andrebbero diversamente e ci sarebbe anche la possibilità di offrire uno stipendio maggiore all’operaio. Ma fin quando il titolare “galleggia”, non riuscendo più ad avere un bilancio aziendale che permetta di metter da parte qualcosa a fine anno, come si fa? Anche quando arrivano quei famigerati contributi, molto spesso servono a saldare conti in sospeso… Come posso pagare un operaio 2000 euro al mese se non li ho io in tasca? Il galleggiare significa questo, tirare avanti cercando di coprire le spese, senza avanzare nulla, nella migliore delle ipotesi.

Gregge di pecore in alpeggio – Gressoney-St.Jean (AO)

Detto ciò, volevo aggiungere che anche altrove pare esserci carenza di operai in alpeggio. Su una pagina francese, leggevo decine di richieste per pastori. Qui quello arrivato ad inizio stagione se n’era andato, là un altro aveva rinunciato, in quell’altro alpeggio manca ancora il casaro, l’aiuto pastore non si è mai presentato e così via. “URGENT, cause désistement du salarié à la dernière minute: Poste « Aide berger-ère en estive »“, “Alpage sur le commune de Château Ville Vieille recherche 1 berger et 1 aide berger dès que possible pour la saison d’été, de maintenant jusqu’au 15 octobre. C’est un alpage de 1600 brebis” e così via (siamo a fine giugno!!!!!). E in Francia si dice paghino meglio che in Italia.

Manze incustodite in alpeggio – St.Rhemy en Bosses (AO)

Lasciatemelo dire, non è solo una questione di soldi. Mancano le persone che abbiano voglia di fare questo lavoro, perché comporta privazioni, non ha orari, richiede passione, dedizione, forza di volontà, adattabilità. Secondo voi ciascuno di questi aspetti ha soltanto un valore economico? Allora probabilmente non siete fatti per questa vita. Perché poi, accettato il contratto a inizio stagione, dopo l’ennesimo temporale scoprite che lo stipendio non vi basta più. Parlando con amici e conoscenti vengo allora a sapere di aiutanti che fanno presenza o poco più. C’è quello che, incaricato di sorvegliare vacche in asciutta e vacche con i vitelli (quindi niente mungitura, niente pulizia stalle) aspetta l’arrivo del titolare dal fondovalle per dire che non arriva l’acqua alla vasca di abbeverata. Non era pagato a sufficienza per risalire lungo i tubi e capire cos’era successo?? C’è quello che, quando ci si sposta al tramuto superiore dove non si arriva con l’auto, scopre che di lì in avanti ci sarà “troppo da camminare” e quindi se ne va. C’è quello che, data la parola mesi prima dell’inizio stagione, al momento buono non si è più fatto trovare. Per fortuna ci sono anche tutti gli altri, quelli che lavorano correttamente, con impegno, ma anno dopo anno, le difficoltà nel trovare aiutanti (italiani o stranieri) sono sempre maggiori.

Alpeggio in alta quota – Estoul, Brusson (AO)

Le montagne degli ultimi

Non mi è mai piaciuto dipingere come una razza in via di estinzione gli uomini e le donne che si ostinano a vivere e lavorare in montagna. Proprio per quello molte volte sono andata a cercare i giovani, vi ho parlato di loro, vi ho narrato le loro storie. Da quando sono in Valle d’Aosta, molto spesso sento gli amici piemontesi che parlano con invidia delle montagne (cioè degli alpeggi) valdostani… ma non tutti sono delle “regge” comodamente raggiungibili con strade sterrate lisce come l’olio. C’è un po’ di tutto anche qui. E ci sono montagne che non hanno niente da “invidiare” ai più difficili tra gli alpeggi piemontesi. Qui come là, se c’è ancora qualcuno che li usa, che ci vive per i mesi estivi, è qualcuno che ci è nato, che vi sale da sempre con gli animali, che conosce ogni pietra, ogni centimetro di quei pascoli.

Grossa casa nel villaggio di Devine – Pontboset (AO)

In primavera avevamo fatto un’escursione per raggiungere dei villaggi abbandonati nel comune di Pontboset e mi avevano incuriosita i valloni che vedevo sul versante opposto. In particolare, con il binocolo avevo guardato verso un villaggio sulle cui case spiccavano delle grosse croci. Consultata la mappa, avevo visto che era possibile, nella bella stagione, fare delle escursioni che prevedevano il raggiungimento di alcuni alpeggi. Cercando in rete, avevo anche trovato questo post dove si parlava di “escursione da non ripetere”, altri camminatori ribadivano di evitare la zona in caso di nebbia, dato che i sentieri non sempre erano evidenti e ben tracciati.

Un bel rascard tra i villaggi di Fournier – Pontboset (AO)

La giornata alla fine è stata discreta e ci siamo trovati anche nella nebbia, per alcuni tratti, ma fortunatamente non ci siamo persi. In tutto il giorno (una domenica) abbiamo incontrato solo un altro escursionista. Eppure abbiamo visitato posti molto belli dal punto di vista escursionistico, naturalistico, ma anche storico e antropologico. All’inizio il sentiero/mulattiera passa a fianco di vari villaggi abbandonati, con strutture architettoniche molto interessanti, tra cui alcuni rascard fortunatamente ancora in buone condizioni.

Il sentiero che sale nel vallone di La Manda con, a fianco, la monorotaia – Pontboset (AO)

Quando attraverso questi luoghi non posso fare a meno di pensare alla storia e alla vita delle persone che qui in tempo abitavano stabilmente. Oggi è una piacevole escursione salire lungo questi vecchi sentieri, ma cosa significava percorrerli con pesi a spalle, con i muli? Di cosa si viveva, quassù? La curiosità è cresciuta nel corso della giornata, tanto da spingermi a cercare un libro dove potermi documentare. “(…)si dedicavano ad un’agricoltura di sussistenza, producendo pochi cereali, coltivabili solo su terrazzamenti di dimensioni ridotte, ricavati riportando terra sui numerosi muretti a secco (…)“. Così viene detto nel libro “Pontboset. Il territorio, la sua storia, la sua gente.”

Vacche valdostane al pascolo vicino ai villaggi abbandonati – Pontboset (AO)

Ma… e gli alpeggi? A Fournier, praticamente tra le case dei villaggi abbandonati e in quelli che ora sono pascoli tutt’intorno, c’erano delle vacche che brucavano. Quando le abbiamo viste, ancora non sapevamo nulla di quel vallone, dei suoi alpeggi, di chi li utilizza ancora. Un tempo “(…) gli alpeggi frequentati dai pastori si trovavano normalmente all’envers, ossia sul versante rivolto a nord, che è meno soleggiato, più umido e produce un foraggio di buona qualità.” Sempre nel libro, ho poi letto che, già nel XIII secolo, oltre al bestiame locale, sull’intero territorio di Pontboset e Champorcher, salivano greggi con centinaia di pecore, provenienti dal Canavese. Si parla anche di pastori lombardi.

Edifici d’alpe in parte ristrutturati a Boset – Pontboset (AO)

Veniamo a tempi più vicini a noi. Terminati i villaggi, arriviamo a quello che è sicuramente un alpeggio. La cremagliera che saliva parallela al sentiero si è interrotta ed è stata sostituita da una pista per quad, che permette di raggiungere un po’ più agevolmente questo alpeggio. Uno dei fabbricati è un container completamente rivestito di pietra e legno, così da non impattare sul paesaggio e, nello stesso tempo, consentire la lavorazione del latte a norma di legge. Sarà solo successivamente che scoprirò chi è l’allevatore che sale ancora quassù. Si chiama Danilo, è di Ponboset, dove vive d’inverno. “E’ 45 anni che vado nel Vallone della Manda. Sono io che ho messo la monorotaia e ho fatto la pista. Nel 2008-2009 d’inverno la valanga aveva portato via due case e i container, con tutta la roba dentro, anche le caldaie per il latte. Anche 2 case con tutta la roba del latte. Dopo ho fatto questa struttura tutta interrata per le valanghe. Con una soletta che neanche le bombe la buttano giù. E ho comprato nuovi container e li ho incassati dentro.

Il vecchio alpeggio Champas – Pontboset (AO)

Ma queste cose le ho sapute dopo. Quella domenica salivamo incontrando alpeggi abbandonati e, ad un certo punto, arrivò anche la nebbia. Mi sembrava di essere tornata in certi alpeggi piemontesi, tra rocce, cespugli, versanti ripidi, nebbia, vecchie baite in pietra. Per fortuna il sentiero era abbastanza evidente, così si poteva continuare sull’itinerario previsto…

L’unico edificio ancora in piedi a LaManda – Pontboset (AO)

Le maggiori sorprese ci attendevano all’alpe La Manda. Più che un alpeggio, un vero e proprio villaggio di baite di varie dimensioni, quasi completamente diroccate. Si intuivano canali per l’acqua che passavano nelle cantine, dove veniva messo a raffreddare il latte, Poi fontane, stalle, abitazioni spartane, canali per portare i liquami nei pascoli… La nebbia rendeva il tutto più spettrale e misterioso. Sarà poi di nuovo Danilo a raccontarmi qualcosa su questo alpeggio, dato che nel libro ho trovato solo indicato il numero di animali che saliva nei secoli scorsi e la stima del valore da pagare per l’uso dei pascoli.

I resti dell’alpeggio La Manda – Pontboset (AO)

Tra tutti i muntagnin che andavano lì, avevano circa 70 mucche. I padroni della Manda erano dei ricchi a quel tempo. Pagavano 2 lire alle donne per andare su a tagliare dove non andavano le mucche e portavano il fieno fino a Hone. Perché i padroni sono di Hone anche se la Manda è nel territorio di Pontboset. I vecchi padroni erano dei nobili e andavano su a caccia. Hanno fatto quella casa, l’unica ancora in piedi: quella era apposta per loro quando andavano su a caccia. Mio papà da piccolo è stato valet lì, mi diceva che nessun altro poteva andare in quella casa, era riservato solo per i padroni.”

La cisterna dell’acqua dell’alpe La Manda – Pontboset (AO)

Un po’ sopra all’alpeggio, un’altra struttura misteriosa, ai piedi di una roccia, di fianco al torrente. Salendoci sopra abbiamo trovato un foro, coperto da una lastra di pietra. Pareva una cisterna… “Mia nonna e le mie zie andavano sovente su lì con quelli che tagliavano fieno con la falcetta. E a portare cemento e sabbia quando hanno fatto quei vasconi per riserva dell’acqua.

I pascoli dell’alpe La Manda, i cui ruderi sono praticamente invisibili, mimetizzati tra le rocce – Pontboset (AO)

Anche se i pascoli di quell’alpeggio paiono così ripidi, nei documenti antichi sono sempre solo indicati come pascoli da vacche, mentre negli altri alpeggi troviamo sempre anche capre (molto numerose a Pontboset, dove potevano essere mantenute anche d’inverno, pascolandole sui versanti esposti e nei boschi) e, esclusivamente a Croset, le pecore.

L’arrivo della monorotaia e le baite di Croset – Pontboset (AO)

Un sentiero che corre su una cengia (dov’è stato anche fatto passare un ru con un tubo per l’acqua) ci porta a Croset. Qui ritroviamo la cremagliera e i container, uno rivestito in legno e l’altro nascosto dietro alle vecchie baite. I pascoli sono ripidi, ma l’erba è buona. Danilo mi dirà che quest’ultimo tratto di monorotaia è stato danneggiato in un punto dalle valanghe.

La monorotaia che sale a Croset – Pontboset (AO)

La spesa per rifarla è elevata, ma il versante è ripido, una pista per quad è quasi impossibile da fare se non con gli interventi necessari per metterla in sicurezza. “Vorrei fare ancora tante cose ma sono vecchio, non ho più forza. L’alpeggio Croset ha sempre avuto problemi di acqua, io il primo anno che sono andato ho messo 2000 metri di tubi. E ho acqua per fare girare anche la turbina.”

Pascoli nel vallone della Manda – Pontboset (AO)

Temo che questi siano davvero gli ultimi… se dovesse smettere chi ha letteralmente dato la sua vita a queste montagne, chi sarà ancora disposto ad affrontare fatiche e sacrifici del genere? “Andassi a ritirarmi sarebbe meglio, ma è una malattia.” Sono parole che ho sentito ripetere molte volte anche altrove, in situazioni anche meno estreme di queste. Dalla pagina facebook dell’azienda agricola, copio e incollo il testo di presentazione. “Agricoltore allevatore, da ben 40 di esperienza, di allevatore di capre e bovine da latte, e produzione formaggi di alpeggio, in questo momento solo latte vaccino. Le bovine di razza valdostana pezzata rossa, Da Maggio a Novembre vengono portate negli alpeggi Boset, e Crouset, comune Pontboset Valle D’ Aosta , in media e alta montagna da 1600 a 2000 metri di altezza, in una natura splendida e unica, Dove i bovini tutto il giorno intero stanno al pascolo, con erba verde fresca in pieno fiore, e bevono acqua che sgorga dalla roccia, in una natura incontaminata Solo la sera vengono ritirate in stalla per la mungitura, e il mattino dopo la mungitura , vanno di nuovo al pascolo. solo erba, acqua, e sale 2 volte alla settimana , nessuna aggiunta di mangimi di nessun genere. Tutto biologico al cento per cento. Viene prodotto 2 volte al giorno subito dopo la mungitura del mattino e sera, il formaggio a latte intero. Ingredienti. latte vaccino appena munto, caglio, sale. E’ lavorato con estrema, professionalità , passione, e con rigide regole sanitarie. Dopo circa 2 mesi di stagionatura in cantine adatte, viene venduto un prodotto, sano nutriente , e di alta qualità, a un prezzo buono.” A questo punto, non vi è venuta voglia di andare a fare un giro in un angolo di Valle d’Aosta sconosciuto ai più?

La voce delle donne

Poche righe per lanciare un gesto simbolico. Ieri siamo stati tutti colpiti, a vario titolo, da ciò che è successo in Trentino: la morte dell’allevatrice Agitu Ideo Gudeta per mano di un suo collaboratore. Non sto a far retorica, di parole ieri ne sono già state dette e scritte forse fin troppe. Resta il fatto nella sua amara crudezza: un uomo non ha saputo far valere le proprie ragioni nei confronti di una donna se non con l’uso della forza e della violenza. C’è tanto dietro quel gesto, ci sono millenni di storia, di cultura, di conquiste negate in pochi secondi. Nonostante se ne parli, ahimè, molto spesso, continua ad accadere.

Maria Pia – colline del Monferrato (AL)

Quando ho saputo la notizia, ho pensato a quante donne allevatrici ho incontrato in questi anni, e quante volte mi hanno raccontato momenti di difficoltà nel lavoro e nella vita proprio legate all’essere donne. Perché c’è ancora arretratezza mentale e culturale, perché oggi si avvicinano culture diverse dove il ruolo della donna non sempre è riconosciuto in modo uguale, perché in alcuni territori c’è una maggiore chiusura, per altri motivi ancora.

Valentina con i suoi figli – Valchiusella (TO)

Molte volte oggi la donna non è solo più la moglie/sorella/madre/compagna dell’allevatore, dell’agricoltore. E’ lei la titolare dell’impresa e si trova a dover assumere dipendenti, dar loro degli ordini, acquistare attrezzature, approvvigionarsi di foraggio, acquistare animali e così via. Non parliamo solo della forza fisica necessaria per svolgere i singoli lavori, ma di quella mentale necessaria per affrontare certe situazioni, specialmente con certi “uomini” che non si dimostrano tali.

Marta – Valle Stura (CN)

Ieri sera una delle mie amiche allevatrici, Marta, mi ha mandato un messaggio dove esprimeva all’incirca i miei stessi pensieri, ma ancora più sentiti, dato che lei è una titolare di azienda agricola e, in aggiunta, ha perso un’amica per mano di un uomo. “Dovremmo fare un qualcosa, un gesto simbolico da parte di tutte le allevatrici. Non so se sia così in tutti i settori, ma nel nostro molte volte questi problemi li senti sulla tua pelle.” Non soltanto per la memoria di Agitu, ma per far vedere a tutti quante sono le donne in questo mestiere, che forza hanno, contro cosa devono combattere ogni giorno.

Silvia – Champoluc (AO)
Carla – Val Chisone (TO)

E così, stimolata dalle parole di Marta, vi faccio questa proposta: il giorno dell’Epifania, quando i social sono invasi da messaggi, video e immagini anche abbastanza stupide a “celebrare” la “donna-befana”, pubblichiamo invece sulle nostre bacheche social (Facebook, whatsapp, Instagram, tutto dove siamo presenti) un qualcosa che parli di noi. Mi rivolgo alle allevatrici, agricoltrici, veterinarie, pastore salariate, donne che fanno parte a vario titolo del mondo agricolo/zootecnico.

Anny – Nus (AO)
Sara – Pianura pinerolese (TO)

Una foto simbolica, ma chi è più bravo con le parole e ne ha la voglia, può raccontare un momento difficile vissuto in quanto donna, oppure la storia della sua azienda. Chi se la sente e lo sa fare, può pubblicare un video. Possono ovviamente partecipare anche gli Uomini, quelli che riconoscono il valore delle donne in questo settore, pubblicando foto delle loro madri, mogli, sorelle, raccontando qualcosa della loro forza. Non dobbiamo dimostrare niente, solo dire che ci siamo e siamo tantissime. Il gesto vile contro una di noi è una ferita a tutte quante.

Alessandra – Val Soana (TO)
Lorella e sua mamma Paolina – Valchiusella (TO)

Vi racconto un piccolo aneddoto a suo modo simbolico. Ero in coda in un negozio dove si vendono/aggiustano macchinari agricoli, aspettavo il mio turno per prendere dei pezzi di ricambio per la falciatrice e per il trattore. Nei giorni della fienagione purtroppo succede spesso e aggiustare al più presto il mezzo è fondamentale per riuscire a finire il lavoro prima di un temporale. E’ entrato un uomo, anche lui con qualche urgenza simile alla mia, ed è andato dritto al bancone passandomi davanti. Gli ho fatto notare che c’ero io, prima. Prepotentemente, ha risposto che lui aveva fretta. Perché, io no? Scommettiamo che, se fossi stata un uomo, non avrebbe agito così? Comunque, mi sono fatta servire prima di lui, come doveva essere, secondo l’ordine di arrivo in negozio.

Elisa e Linda – Valsavarenche (AO)

C’è una settimana di tempo per far girare l’iniziativa, per informare, per scegliere la foto giusta, per realizzare qualcosa da postare il 6 gennaio 2021. Un giorno di donne forti. Credo che questo, in rete, si chiami flashmob e ci sia la necessità di un hashtag… per tutte le #donneforti allora!

Laura – Bionaz (AO)

Nella speranza che sia l’ultima estate

Siamo nel cuore dell’estate turistica che, in questo “strano” anno, più che mai ha portato gente in montagna. A chi già la frequentava abitualmente, si sono aggiunti quelli che solitamente andavano altrove, quelli che non ne sapevano e non ne sanno niente, quelli che cercano il fresco, quelli che, per non essere “assembrati” in una spiaggia o in una città d’arte… e si “assembrano” lungo un torrente o un lago alpino!

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Se non ci fosse il divieto qualche centinaio di metri prima… tutto il pianoro sarebbe invaso dalle auto! – Clavalité, Fenis (AO)

La convivenza turista/escursionista con montanari, allevatori, pastori e margari non sempre è delle migliori. C’è quello che si accampa nel prato da sfalciare con coperte e borse frigo a far pic-nic, quello che lascia i cani liberi e questi, tra le altre cose, vanno a spaventare gli animali al pascolo, quello che non richiude il passaggio dopo aver intersecato il recinto elettrificato durante il suo cammino, quello che getta/abbandona immondizia lungo i sentieri o nei pascoli, e molto altro ancora. Stiamo però parlando di comportamenti scorretti che, mi auguro, rappresentino una minoranza di tutti coloro che vanno in montagna. Ma, soprattutto, ci sono già leggi che si occupano della gran parte di queste cattive abitudini.

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Sentiero “affollato” da escursionisti – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Ci sono invece due aspetti per i quali, secondo me, occorre fare chiarezza al più presto, in modo che questa sia l’ultima estate in cui si debba assistere ad eterne discussioni, anche dai toni molto accesi. Il primo è il concetto che “la montagna è di tutti”, il secondo il “problema” dei cani da guardiania, che spesso confluiscono in un’unica problematica, dato che la presenza di cani da difesa con le greggi fa sì che il turista si lamenti perché viene limitato nei propri spostamenti sui sentieri.

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Pista che transita accanto ad un alpeggio – Cignana, Valtournenche (AO)

Vorrei che qualcuno mi chiarisse le idee a livello normativo su alcuni punti.  Ritengo che montagna non sia di tutti, poiché ogni alpeggio ha un proprietario e/o un affittuario. L’alpeggio comprende gli edifici (abitazione, stalla, locali di caseificazione e stagionatura dei formaggi) e i territori di pascolo. Il proprietario può essere una persona, un consorzio, un Comune, ma anche una Regione, mentre l’affittuario solitamente è un singolo allevatore, che salirà in alpe con i propri animali e con eventuali altri capi presi in affida, badando a loro o personalmente o con l’aiuto di operai.

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Cartello che segnala la presenza di vacche nutrici e il pericolo per chi volesse avvicinarle – Val Poschiavo, Svizzera (foto S.Spavetti)

Il territorio degli alpeggi però è attraversato talvolta da strade, piste agropastorali, ma soprattutto da sentieri. Tranne in casi limite, non ho mai sentito di divieti ai turisti sul territorio d’alpe (non so che sviluppi abbia poi avuto concretamente questa vicenda austriaca), ma può capitare di incontrare un gregge al pascolo con presenza di cani da guardiania che ci impone di abbandonare il sentiero per aggirare gli animali in sicurezza, oppure una rete di un recinto o fili e picchetti che intersecano il nostro cammino su un percorso segnalato. Allora mi chiedo: esistono degli obblighi per l’allevatore? Immagino che, giustamente, non si possa “chiudere” un sentiero, anche perché questi sono segnati sulle mappe, esistono dei catasti dei sentieri, vengono interdetti solo per eccezionali ragioni di sicurezza (frane incombenti, crolli di parte del tracciato). Ma non si può nemmeno vietare il pascolo “intorno” al sentiero perché certe persone hanno paura delle vacche, dei cani o perché tizio o caio (spesso per loro comportamenti scorretti) hanno avuto un incidente con gli animali. Quanta ragione può avere il turista che si lamenta perché il sentiero viene intersecato da una recinzione mobile di qualsiasi genere?

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Intersezione recinto con sentiero – Praterier, Nus (AO)

Ci sono situazioni in cui, con i bovini, si può suddividere la zona di pascolo sopra e sotto il sentiero, con appositi recinti, ma non sempre ciò è fattibile, quindi quel che si può fare è agevolare il transito degli escursionisti (ne abbiamo già anche parlato qui). Però occorre che le cose vengano dette chiaramente, al fine che non si debba discutere continuamente con quelli che “la montagna è di tutti”. La montagna è di tutti quelli che la rispettano e che rispettano reciprocamente le esigenze altrui: si cerca di comprendere le esigenze lavorative dell’allevatore, si rispettano i suoi strumenti di lavoro (quindi un filo trovato chiuso lo si apre per passare… e poi lo si richiude) e, viceversa, l’allevatore deve agevolare il passaggio delle persone sui sentieri. Gli animali però pascolano dove c’è erba, quindi pure intorno al sentiero (anche perché, altrimenti, l’escursionista in certi punti si troverebbe a dover camminare tra erba alta, talvolta bagnata, talvolta secca e “disordinata”).

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Passaggio per gli escursionisti – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Ancora più chiarezza serve per la questione dei cani da guardiania: un filo bene o male lo scavalchi, ma un cane può letteralmente impedirti di andare oltre. E’ lecito? Qui penso che possiamo parlare di un vero e proprio vuoto normativo, poiché le leggi esistenti non prendono in considerazione questo tipo di cani “da lavoro”. Sulla Gazzetta ufficiale troviamo questi articoli relativi ai cani, ma ci sono poi molteplici altre normative che li riguardano, per quanto concerne i diritti e i doveri dei loro padroni. Ai cani da caccia è consentito “vagare”, mentre per tutti gli altri si configura l’omessa custodia (reato penale). Quindi?

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Collari anti-lupo (vreccali) – (foto A.Bosco)

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Pastore della Sila con vreccale – Quincinetto (TO) (foto F.Bosonin)

Quindi occorre intervenire. Gli aspetti sono molteplici. Per esempio se avete aperto il link, avrete letto “Nella detenzione di cani non si possono utilizzare ne’ applicare
i seguenti apparecchi e attrezzature: collari con punte acuminate, (…)“, mentre il vreccale (collare con punte) viene utilizzato da sempre per salvare i cani da guardiania dai morsi del lupo quando arrivano al corpo a corpo nel loro lavoro di difesa del gregge (leggete ad esempio questa testimonianza).

Ma quel che mi preoccupa in particolare è il rapporto con gli altri fruitori della montagna. Il video sopra (realizzato da Agridea e Pro Natura Svizzera) dice che, in alcuni casi, se il cane proprio non vi lascia passare, dovete tornare indietro… In questi ultimi tempi, quasi quotidianamente mi tocca leggere l’ennesima polemica sui gruppi di montagna sui social. Per fortuna seguo solo quelli di alcune vallate piemontesi! Che ci troviamo in Valsesia o in Val di Susa, la musica è sempre la stessa: “Un cane mi è venuto contro, un cane dei pastori ha aggredito il mio cane, un pastore maremmano mi ha seguito fin lì, abbiamo avuto paura, sono stato morso, non siamo riusciti a passare, ho dovuto portare il mio cane dal veterinario, ecc ecc…“. E vi risparmio il tono dei commenti, le accuse ai pastori (che, secondo la maggioranza, maltrattano i propri animali, non li nutrono a dovere…), per non parlare poi dei consigli (“portatevi dietro un spray al peperoncino da usare contro i cani, glielo spruzzate negli occhi se si avvicinano a voi…“).

Servono norme precise, indicazioni chiare e univoche per gli escursionisti, serve più assistenza ai pastori? Il video sopra è stato realizzato qualche anno fa dal Gruppo Grandi Carnivori del CAI, ma scommetto che molti soci CAI si lamentano comunque per ciò che accade sui sentieri. Ultimamente sono usciti vari cartelli che segnalano la presenza di cani da guardiania, ma non sono uguali ovunque, variano di valle in valle, da regione a regione, pur ripetendo più o meno le stesse cose. Qualcuno, fortunatamente, ha anche cercato di dare delle regole anche per i turisti, visto proprio il gran numero di episodi non proprio a lieto fine (tra segnalazioni, denunce, parole grosse e polemiche).

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Cartello della Regione Toscana

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Cartello del Progetto Pasturus

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Cartello in uso in Trentino (foto D.Paratscha)

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Nuovi cartelli in uso da quest’estate in Provincia di Biella

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Vademecum per escursionisti e per pastori a cura dell’ASL TO3

Però… in questo elenco di “regole per i pastori”, ci sono alcuni punti che differiscono da quanto ho sempre sentito dire e spiegare dai tecnici agli stessi pastori. Per esempio il fatto che non si ammetta la presenza del cane senza il pastore, a meno che il gregge sia nel recinto (con gli stessi cani). Dai tempi in cui ero io stessa al pascolo con le pecore, ricordo bene come si parlasse del buon cane riferendosi a quello che era in grado di stare con il gregge senza allontanarsene anche senza la presenza del padrone, proteggendolo dal predatore senza interagire con altri elementi di disturbo, come i turisti, a meno che questi si ostinassero a passare in mezzo al gregge. Più volte mi è capitato, specialmente in Francia, di incontrare greggi con cani, senza pastore. Ma succede anche da noi, anche perché è materialmente impossibile esserci sempre.

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Un amico in visita ad un pastore “solitario” in alpeggio – Valchiusella (TO)

Faccio un paio di esempi: un pastore che gestisce un gregge da solo, senza aiutanti, nel suo lavoro quotidiano avrà sicuramente dei momenti in cui non può stare con gli animali, per esempio quando deve spostare il recinto. Quindi… si aprono le reti, il gregge parte verso i pascoli insieme ai cani, il pastore raccoglie le reti, le sposta e le riposiziona. Ultimato il lavoro, raggiungerà il gregge, magari dopo un paio d’ore. Come potrebbe fare altrimenti? So di allevatori che sono riusciti a non abbandonare l’allevamento di animali come capre (o pecore), utili anche per avere formaggi a latte misto, proprio grazie a cani che seguono il gregge mentre loro mungono le bovine e si occupano della caseificazione. L’alternativa sarebbe dover assumere una persona solo per seguire questo (piccolo) gregge al pascolo dal mattino fino alla sera, senza altri scopi se non quello di… controllare i cani!!

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I cani da guardiania accompagnano gli animali 365 giorni all’anno. Qui uno dei cani in testa al gregge durante uno spostamento nella stagione invernale nel Biellese

Ma poi, se il gregge è grosso, il pastore non sarà praticamente mai dove ci sono i cani da guardiania, quando si è al pascolo. Altrimenti cesserebbe anche parte del loro scopo, dato che devono sorvegliare territorio e gregge, per prevenire l’avvicinamento e l’attacco da parte dei predatori. Proprio per quello, se il gregge conta diverse centinaia di capi, serviranno più cani, perché uno o due, da soli, non sono sufficienti allo scopo.

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Uno dei custodi del gregge in Abruzzo (foto P.Tomei)

Provate a parlare con qualche pastore, in questi giorni. Vi racconteranno ogni sorta di disavventure con i turisti. C’è chi è stato chiamato dai Vigili perché il suo cane (libero) avrebbe morso qualcuno… e mentre era là, qualcun altro faceva denuncia perché aveva visto il cane legato… Vi racconteranno di quello che ha chiamato il Comune perché c’erano i cani nelle reti con il gregge e abbaiavano, così lui aveva paura di passare. Ci sono quelli che si ostinano a correre, a urlare, che tirano pietre e agitano bastoni. Quelli che gettano da mangiare ai cani. Per non parlare poi di chi si avvicina al gregge con uno o più cani (liberi o al guinzaglio).

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Un buon cane dev’essere nato tra gli animali che dovrà proteggere (foto M.Baldo)

Le regole che deve seguire il turista ormai sono risapute, ripetute in ogni tipo di cartello, in tutte le lingue, anche con i disegni. Molti le seguono… e va tutto bene. Altri no, e succedono degli incidenti. Se tutti i cani da guardiania attaccassero i turisti, ogni giorno in tutto l’arco alpino ci sarebbero stati centinaia di casi! Non nego che però ci possa essere il cane problematico, per indole e/o per errata educazione da parte del proprietario. Sarebbe importante inserire sempre cani che provengono da aziende agricole dove sono nati in mezzo alle pecore, alle capre. Ci sono persone che sanno consigliare gli allevatori in tal senso, il loro ruolo è fondamentale, in questo momento servirebbero ancora più figure simili, perché in molte regioni d’Italia i pastori non sanno come “usare” questi cani. Non è una colpa, semplicemente abbiamo bisogno che qualcuno ce lo spieghi, che venga a vedere come vanno le cose, che ci insegni correzioni, che ci dia suggerimenti. Bisogna testare il cane per vedere come si comporta con gli estranei. Non sono cose che si improvvisano, ci va tempo e i pastori non possono essere abbandonati a sé stessi, in queste fasi. Anche perché il loro lavoro con gli animali è già tanto e il tempo è sempre poco.

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Nuove leve per il futuro – Gressoney (AO) (foto A.Maffeo)

Quindi… oltre a colmare il vuoto normativo sulla figura “cane da guardiania” (o fare comunque più chiarezza su di essa), secondo me tutte le regioni dovrebbero investire in un’assistenza tecnica ai pastori (qualcuno l’ha già messo in pratica). Non tutti aderiranno. Un amico mi raccontava di averlo fatto, con buoni risultati (nessun attacco da quando ha i cani), ma anche con grandi sacrifici, infatti dorme in macchina accanto al gregge nelle reti, di notte. “Io ho molto aiuto e consigli dal tecnico, per lavorare con i cani e le reti. Il guaio è che altri pensano che io, facendo così, sia di quelli che “accettano il lupo”. Ma non è così, io temo per le mie bestie e vado avanti per la mia strada.

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Fienagione a Venoz – Nus (AO)

Per concludere un discorso che altrimenti potrebbe diventare lunghissimo, ricordiamoci che alla montagna servono sia il turista, sia il montanaro, che sia questo un pastore, un taglialegna, un agricoltore, un artigiano… o anche solo qualcuno che ci viva stabilmente, facendo l’orto, mettendo i fiori alle finestre, tenendo viva una casa e un pezzetto di terra intorno. Una “montagna esclusivamente turistica” non è sostenibile: per lunghi periodi all’anno sarà una cattedrale nel deserto e, i turisti che accoglierà nelle restanti settimane/mesi, saranno predatori in cerca di qualcosa che non è il vero spirito della montagna. Se viene a mancare il turista, quelle località diventeranno come un sito minerario quando il filone estrattivo si esaurisce. Nella montagna viva invece turismo e attività agricole, zootecniche, artigianali si integreranno. Quindi i Comuni di montagna non dovrebbero sottomettersi al turista che va a lamentarsi per la presenza dei cani, non dovrebbero emettere ordinanze che ne limitano l’uso, ma dovrebbero informare maggiormente i fruitori occasionali del territorio alpino su quali sono le modalità di lavoro in uso quassù, i ritmi di vita del pastore, l’utilità di questo mestiere per il territorio, per la biodiversità animale e vegetale.

Incertezza e confusione

Voi come vi sentite? A me sembra di essere sospesa in una bolla, le giornate passano, si trascinano, ci sono cose da fare, con gli animali non ti fermi mai, ma sono tutte uguali, non c’è più il diversivo della domenica, quando si andava ad una fiera, ad una manifestazione, a trovare qualcuno. Almeno adesso possiamo tornare a camminare in montagna e… fin quando i confini regionali (e nazionali) saranno chiusi, ci sarà poca gente, il che non è un male, per chi la montagna la ama e la apprezza con i suoi silenzi, le sue vastità, la lentezza.

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La neve del 1 marzo – La Pesse, Nus (AO)

Quest’anno la primavera è bellissima, ci sta regalando colori, giornate limpide, giochi di luci e nuvole. Dopo un inverno non così ricco di neve (almeno a queste quote) è stato marzo a portarci il candido mantello. Quando è iniziata la “chiusura”, la natura fuori dalla porta invece si è esibita in una stagione “giusta”, per ora senza eccessi, anche se in questi giorni sono attesi i primi picchi di calore.

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Pulsatille nei pascoli di alta quota – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Qui almeno ce ne siamo accorti e abbiamo potuto apprezzare lo spettacolo naturale, ma non vedevo l’ora di poter salire più in alto e godere delle prime fioriture sui pascoli, le più spettacolari. Ma anche nella loro immutata bellezza, non sono sufficienti a forare quella bolla in cui siamo sospesi e riportarci a ciò che avevamo prima, nel bene e nel male.

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Pierrey – Vallone di St.Barthélemy – Nus (AO)

Siamo ancora un po’ tutti in attesa di “ripartire”, anche chi non ha mai smesso di lavorare nei campi, nei prati, nelle stalle. Ma ripartire… come? L’altro giorno parlavo con un allevatore di una nota località turistica di montagna: “Sono più di 50 anni che vado in quell’alpeggio, ci sono andato fin da bambino. Qui una volta tutti avevano bestie, oggi d’inverno ci sono solo più cinque stalle aperte. Noi, per andare avanti, abbiamo integrato: abbiamo realizzato in alpeggio un piccolo punto ristoro e la vendita diretta dei prodotti. In questi anni passati ha funzionato ed economicamente ha aiutato. Quest’anno non so proprio come andrà… Però per chi ha lasciato perdere del tutto l’agricoltura, puntando solo esclusivamente sul turismo, sarà molto peggio che per noi!

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Il gregge in transumanza attraversa un parcheggio affollato – Pont, Valsavarenche (AO)

Già… chi farà turismo, quest’anno? E come? Non tutti se lo potranno permettere. Poi ci sono le mille regole e limitazioni, la preoccupazione del contagio, tutti quelli che dicono che la montagna sarà da preferire come meta turistica… Non so che dire, sono spaventata da tutto questo, non so cosa mi preoccupi di più.

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Rifugio Coda, sullo spartiacque tra Biellese e Valle d’Aosta

Nel leggere linee guida, normative regionali e comunali, non so se ridere o se piangere. Ignoro se voi abbiate o meno la possibilità di andare in ferie, ma vi viene voglia di farlo, con un “clima” del genere? Come riuscirete a rilassarvi tra spazi da rispettare, mancanza di tutta una serie di intrattenimenti (ludici, culturali, sportivi…), divieto persino per i bambini di giocare insieme (in spiaggia, ma non solo), ristoranti da prenotare in anticipo (immagino che ci sarà anche un tempo massimo per le consumazioni, altrimenti il ristorante fallirà di sicuro, se uno dei pochi tavoli rimasti viene occupato per tutta la sera da chi prende solo un’insalatina e una macedonia).

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Ruscello tra i pascoli, Vallone di St.Barthélmy, Nus (AO)

Lo so che per qualcuno suonerà male, ma… non sarebbe forse meglio un altro approccio? Regole d’igiene, certamente, quelle non guastano mai (e chi lavora in un’azienda agricola che trasforma prodotti di normative ne ha già sempre dovute seguire non poche). Però a fronte di mille divieti, di spauracchi di nuovi periodi di chiusura totale, di vita sociale, educazione scolastica, ecc ridotte a voci, suoni, visi dietro ad uno schermo, verrebbe da dire: “Facciamoci gli anticorpi e si salvi chi può“. Certo, potrebbe toccare anche a me o a qualcuno a cui voglio bene… ma sono pensieri che vengono, specie quando c’è così tanta confusione su questo virus. Su come si diffonde, sui suoi effetti, su quanto durerà, sul vaccino (che, ammesso che si trovi, potrebbe non essere efficace perché il virus, nel frattempo, potrebbe mutare), e via discorrendo. Mascherine sì, mascherine sempre, mascherine no, guanti, un metro, due metri…

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Fiera a Valpelline (AO), edizione 2019

Insomma, al pensiero di dover tornare ad essere “rinchiusa” per mesi, senza la possibilità nemmeno di camminare da sola nei boschi dietro casa, o alla prospettiva di una vita “sospesa” che si protrae magari anche per anni, con la paura e la diffidenza verso chiunque, contatti con il prossimo quasi solo virtuali, box come quelli per i vitelli per andare in spiaggia o al ristorante, non una festa di paese, non un concerto, non una fiera… beh, persino un’amante dei posti solitari e del silenzio come me inizia ad avere certi pensieri.

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Prati a Seissogne – St.Marcel (AO)

Anche perché avete un bel dire che la montagna offre più possibilità di isolarsi e stare all’aria aperta, ma… ammesso che riaprano i confini regionali e nazionali, si creerà un affollamento pure lì, sia per chi si spingerà più lontano a piedi, sia per chi raggiungerà solo mete più accessibili. Non riesco ad essere ottimista, su questi aspetti. La gente è più che mai nervosa, irritabile, egoista e prepotente. Altro che appellarsi al rispetto reciproco e alla comprensione! Da una parte ci saranno gli interessi economici, dall’altra i timori di rischi sanitari, dall’altra ancora la voglia di poter dimenticare ciò che attende il “vacanziero in tempi di Covid” al ritorno da quel periodo di svago…

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Capre al pascolo – Nus (AO)

I pensieri si accavallano, qui nella mia bolla. Le capre pascolano inconsapevoli, per loro la stagione è buona, le piogge hanno portato erba e foglie in quantità, fino all’altro giorno non faceva nemmeno troppo caldo e presto verrà il giorno di partire verso l’alpeggio. Piccole certezze e punti fermi in un periodo di grande confusione…

Tra i tanti problemi, la manodopera

Mi trovo in difficoltà, in questi giorni: tante sarebbero le cose di cui scrivere, tante le problematiche, i dubbi, le incertezze. Per quasi tutte però lo scriverne non cambierebbe nulla, se non come forma di sfogo o di confronto virtuale. Invece parlare ora del problema della manodopera negli alpeggi magari può aiutare qualcuno a risolvere un problema che incombe.

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Alpeggio ancora chiuso ad inizio stagione – Val Soana (TO)

La gran parte delle attività sta soffrendo per la crisi e l’immobilità determinata dall’emergenza Covid-19. Anche se gli interrogativi sono ancora tanti, nel mondo zootecnico tradizionale si guarda con sempre più apprensione anche alla stagione d’alpeggio imminente. Con la speranza di poter salire tutti, con la speranza ancor più grande che, per quando sarà ora di transumanza, non ci siano più nuovi contagi, non si sa se quest’anno si potrà contare sulla manodopera straniera.

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Il siero ai vitelli: tanti e differenti sono i lavori in alpeggio – Ceresole Reale (TO)

Ammesso che il peggio dell’emergenza sanitaria sia alle spalle e che si possano assumere operai per i lavori in alpe, è probabile che una certa fascia di manodopera stagionale, che proveniva da paesi esteri solo per l’estate, sia impossibilitata ad entrare in Italia. Una situazione simile la sta già vivendo il settore dell’ortofrutta, che lamenta mancanza/carenze di personale per la raccolta (un esempio qui). E’ però più facile imparare a raccogliere fragole o pomodori, piuttosto che mungere vacche in alpeggio…

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Uscita mattutina al pascolo – Fontainemore (AO)

Però il nuovo mondo che ci aspetta fuori dalle porte il giorno che finalmente potremo riaprirle probabilmente ci chiederà di cambiare tante cose, nelle nostre vite. La mia pagina del cerco-offro lavoro in alpeggio/azienda zootecnica continua ad essere attiva, per pubblicare un annuncio, è sufficiente inviarmelo via e-mail. In certi alpeggi si cercano esperti mungitori e/o casari, in altri tuttofare, per pulire stalle, condurre gli animali al pascolo, montare e smontare recinzioni. Occorre essere temprati alla vita in montagna, si lavora 7 giorni su sette, con qualsiasi condizione atmosferica, talvolta le sistemazioni saranno spartane, a seconda delle strutture di cui è/non è dotato l’alpeggio.

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Vacche in stalla in alpeggio – Cogne (AO)

Non fatemi domande sulla “giusta paga”: usciremo tutti da questo periodo in ginocchio se non peggio. Le aziende zootecniche tradizionali non se la stanno passando bene, tra animali invenduti o venduti sottocosto, prodotti caseari che si accumulano nelle cantine. Speriamo solo ci si possa rimettere tutti in piedi e che, ripartendo i sacrifici, si possa ricominciare. Lavoro, in questo settore, ce n’è… bisogna aver voglia di farlo!

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Vacche al pascolo – Ribordone (TO)

Adesso tocca a voi

Sabato 21 marzo gli allevatori si sono fatti sentire. E’ stata una giornata emozionante: alle 11:30 qui l’intera valle si è letteralmente riempita di suoni, ancora più potenti nel silenzio quasi totale di questi giorni in cui non circolano molti mezzi. Poi, per tutto il resto del giorno, campani e campanacci hanno continuato a risuonare sui social.

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Flash mob a Bobbio Pellice (TO) – foto D.Bonnet

Quando abbiamo lanciato l’idea, non avevamo tenuto conto di un elemento: i bambini! Per loro sabato è stata finalmente una giornata diversa dalla strana quotidianità di queste settimane. Ci sono state le ore di organizzazione dell’evento, i minuti in cui si suonava e poi ore a vedere e rivedere i video all’infinito.

Come si era detto, ciascuno ha suonato con il proprio spirito: chi solennemente, chi con dolore, chi con forza, quasi a scacciare il male, chi, paradossalmente, in silenzio, dando al suo gesto una forza immensa.

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Flash mob in silenzio – Quart (AO) – foto E.Roullet

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Campane da lutto – Valli di Lanzo (TO) – foto CA Solero Sevan

 

La solidarietà degli allevatori e degli appassionati di campane non si ferma a questo gesto simbolico. Parallelamente al flash mob, in modo del tutto spontaneo, molti artigiani vicini al mondo zootecnico stanno organizzando un’asta dove vendere campane e collari in cuoio realizzati per scopo benefico.

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Solidarietà e beneficenza – foto S.Meglia

Adesso però tocca a voi, a voi che avete ascoltato. Gli allevatori vi hanno detto che loro ci sono e che, nonostante tutto, cercano di continuare il loro lavoro. Mungono, caseificano, immettono o immetterebbero sul mercato carne, latte, latticini. Voi, anche se siete confinati a casa… mangiate! Anzi, avete più tempo per cucinare e potete svolgere questa attività con i vostri bambini, passando il tempo insieme.

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Molti allevatori sui social hanno pubblicato una foto delle loro campane con la scritta “Noi ci siamo” – Valle d’Aosta – foto E.Yeuilla

Quando andate a fare la spesa, scegliere prodotti che provengono dall’Italia. Così aiutate gli allevatori in questi giorni difficili, ma anche gli agricoltori e tutti gli operatori del settore della trasformazione. Fate più che mai attenzione alle etichette, alla provenienza… Ma informatevi anche sulle aziende agricole della vostra zona, moltissime si sono organizzate per recapitare a domicilio i loro prodotti. Questo è quello che potete fare… e mi auguro che continuerete a farlo anche quando l’emergenza sarà passata.

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C’è anche Quincinetto (TO) – foto L.Motta Frè

Suonate le vostre campane

L’altra sera stavamo aspettando un parto di una capra che andava per le lunghe, così, mentre si guardavano le notizie e i video on-line, ci è venuta l’idea. “Ma perché non fare uno di questi flash mob, ma con le campane?“. Sì, io non sono tra quelli che deridono queste iniziative che creano un diversivo e un momento di “aggregazione spensierata”, pur stando tutti lontani, in un momento così difficile come questo. Le cose non vanno bene, i problemi sono tanti, ma cercare di sollevare gli animi con un po’ di musica e di gioia male non fa. Ho visto che su un gruppo facebook dedicato ai campanacci già si parlava di farli suonare una volta che tutto fosse finito. Però ieri, nel silenzio surreale di una domenica pomeriggio senza il via vai continuo delle macchine dei turisti, con solo il cinguettare degli uccellini che sentono la primavera, mi sono detta: “No, il momento giusto da farlo è ora. Se le suoneremo in montagna, si sentirà da una parte all’altra della valle, e anche in pianura i campanacci risuoneranno di cascina in cascina…

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E così ecco che vi propongo questa iniziativa. La data non è scelta a caso, il 21 marzo inizia la primavera, un momento di rinascita soprattutto per il mondo agricolo. L’auspicio è che, presto, la rinascita possa esserci per tutti, dopo queste giornate così dure, complicate, colme di preoccupazione, di incertezza. L’ora (le 11:30) è quella in cui tutti, bene o male, dovrebbero aver finito i lavori in stalla, nei prati, nei campi (visto che gli allevatori lavorano sempre e comunque, gli animali devono mangiare, devono essere munti, devono essere curati, aiutati a nascere…), ma non si sono ancora messi a tavola. Uscite fuori, sui balconi, nei cortili (non troppo vicino alla stalla, o le bestie impazziranno, sentendo i campanacci! Penserebbero che sia già ora di uscire, andare al pascolo, partire verso i monti), fate suonare campane, campanacci, campanelle.

Sarà un modo per far sentire la voce di un settore fondamentale per il territorio e per le persone, per portare in tavola latte, carne, latticini… Con le nostre campane diremo che ci siamo e che continuiamo, nonostante tutte le difficoltà che già c’erano e quelle che si sono aggiunte in questi giorni. Diremo grazie a chi consuma i nostri prodotti, a chi sarà più attento a sceglierli in futuro. Ringrazieremo tutti coloro che lavorano per noi anche in questo periodo (veterinari, chi ci porta fieno, mangimi, chi ci aggiusta i trattori…) e chi lavora per la salute di tutti (medici, infermieri, tutto il personale che lavora sulle ambulanze, negli ospedali). Fate girare la voce, condividete, cerchiamo di essere tanti, tantissimi, sabato 21 marzo alle ore 11:30. Giriamo anche dei video da condividere sui social, così che il nostro suono arrivi anche nelle città, nelle case di tutti!

Come si fa a dirlo all’UNESCO?

Sono passati tre mesi giusti giusti, era dicembre quando la transumanza è stata proclamata “patrimonio dell’Unesco” e io aspettavo ad esultare perché volevo vedere, nel concreto quel che sarebbe successo. Pensavo a ciò che si sarebbe verificato nella stagione delle transumanze primaverili, specialmente in quei comuni che, in passato, avevano posto limitazioni alla pratica della transumanza, ma invece è solo il mese di marzo e già ci troviamo a parlarne. Lo so bene che in questi giorni sono ben altre limitazioni agli spostamenti a preoccupare i cittadini italiani, ma io voglio raccontarvi lo stesso questa storia. Così, anche se siete confinati in casa per cercare di contenere la diffusione del virus, potete invece favorire la diffusione di questo post, contribuendo magari a far cambiare qualcosa.

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Il gregge nelle pianure del Canavese (TO) (foto M.Blanc)

Mariefrance e Natalino sono pastori vaganti, il loro gregge è in cammino da generazioni, quando li avevo incontrati la prima volta 15 anni fa con loro c’era ancora anche il papà di Natalino… Praticano il pascolo vagante, cioè la pastorizia nomade, si spostano cercando pascoli per le pecore, le capre e gli asini di cui hanno cura 365 giorni all’anno. Chi mi segue da tempo sa cosa vuol dire, ma lo spiego per tutti gli altri, che si troveranno per la prima volta a leggere di questa particolare realtà.

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Natalino in un ritratto scherzoso scattato da Mariefrance – Foto M.Blanc

E’ un’antichissima forma di pastorizia, quella più naturale, giunta fino a noi quasi senza grosse variazioni per quanto riguarda la gestione degli animali (che si cibano quotidianamente pascolando ciò che il territorio offre grazie al lavoro dei pastori, che cercano pascoli sempre nuovi dove condurli). Niente mangimi, niente spazi chiusi, niente consumo di energie non rinnovabili (a parte il carburante del fuoristrada che traina la roulotte, in sostituzione dell’asino e delle coperte in cui si dormiva all’addiaccio).

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Il gregge in alpeggio al Gran San Bernardo (AO) – Foto M.Blanc

Il gregge di Mariefrance e Natalino si sposta attraverso il territorio del Canavese dall’autunno alla primavera, mentre in estate sale a pascolare in alpeggio al Colle del Gran San Bernardo, in Valle d’Aosta. La loro transumanza, sia in salita, sia in discesa, avviene con i camion, perché sarebbe troppo complicato attraversare il territorio della Vallée con tutto quel gregge che deve sfamarsi quotidianamente. Però, una volta scesi in pianura, ogni giorno c’è una piccola transumanza, uno spostamento da un pascolo ad un altro, che sia questo un prato, un incolto, una stoppia di mais, il greto di un torrente per abbeverare gli animali.

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Pascolo vagante autunnale – Foto M.Blanc

Sono quarant’anni che passiamo qui e non era mai successo niente. I contadini ci aspettano perché pascoliamo i campi, loro dopo arano e seminano…“. I pastori mi raccontano al telefono quello che è capitato. C’è un Comune che ha vietato loro il pascolo e addirittura il transito con il gregge sull’intero territorio, strade comunali comprese. “Non è successo niente, non ci sono state denunce per danni, qualcosa in particolare. Noi, quando ci spostiamo, cerchiamo sempre di fare attenzione, in questa stagione poi si pascola nelle stoppie e cercare il mais caduto dopo la trebbiatura, nei prati non si va più perché cresce l’erba e i contadini non la lasciano più per le pecore. Se vogliamo attraversare il territorio di Pavone, possiamo farlo solo caricando le pecore sui camion!

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Il gregge proprio a Pavone Canavese, qualche anno fa – Foto M.Blanc

Però il Sindaco di Pavone Canavese (TO) ha vietato loro il passaggio. “Siamo andati in Comune con tutto l’elenco delle particelle catastali su cui avevamo il permesso da parte dei proprietari, avevamo anche le copie delle loro carte d’identità, ma niente…“. Sul sito del Comune io non sono riuscita a trovare niente che riguardasse il pascolo, provateci anche voi, poi mi farete sapere. C’è solo questo, dove nell’articolo 38 c’è scritto Divieto di pascolo ABROGATO (DEL. CC. 6/2011). Cosa significa? Spiegatemelo…

 

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Spostamento pomeridiano nella stagione invernale – Foto M.Blanc

Così i pastori a Pavone non possono pascolare, nemmeno dove i contadini aspettano il loro arrivo… E non possono nemmeno transitare! Infatti ieri, per cambiare comune e cercare altrove nutrimento per il gregge, sono stati costretti a recare disagi a tutti gli automobilisti che passavano di lì. Perché la strada secondaria attraversava un tratto del comune di Pavone e il Sindaco vietava il passaggio. “Così via sulla statale, 5 km a piedi con tutto il gregge… Va già bene che era domenica, pensa se c’era la gente che andava a lavorare! Io non sarei mai passato di lì. E’ arrivato il Sindaco, i Carabinieri, hanno detto che mi faranno 2000 euro di multa. Vedremo…“, racconta Natalino.

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Pascolo vagante tra autunno e inverno – Foto M.Blanc

Chi glielo dice all’Unesco, che succedono queste cose? O magari si fa prima a dirlo al Sindaco? Che, tra l’altro, tra gli incarichi ha pure quello all’agricoltura, come potete vedere qui. Di solito il ricorso ai divieti di pascolo succede quando c’è un soggetto che non si comporta bene, qualche pastore che non rispetta confini e proprietà private. Pavone Canavese aveva già avuto qualche “discussione” con i pastori anni fa. Eravamo nel 2016, l’avevo raccontato in questo post. Parliamo però di un altro gregge che era transitato nel centro del paese, non di un pastore che gira in zona da 40 anni e che semplicemente voleva andare a pascolare negli appezzamenti in cui aveva i permessi dei proprietari.

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Spostamento attraverso un centro abitato – Foto M.Blanc

Mariefrance e Natalino ieri sera erano davvero preoccupati e sconsolati, una cosa del genere non era mai successa. “Con tutto il trambusto che c’è stato, siamo andati a recuperare la roulotte solo adesso, di notte, non si vedeva più niente.” Non parliamo di un giovane pastore che, per la prima volta, si avventura in un nuovo territorio portando scompiglio tra i residenti, con contadini che temono per campi e prati, signore con la scopa che tengono lontano le pecore e le capre dalle loro siepi…

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I primi pascoli estivi nel Vallone del Gran San Bernardo (AO) – Foto M.Blanc

Non so se queste mie parole potranno servire ad aiutare i pastori. Mancano ancora diversi mesi alla salita in alpeggio (e non si vuole pensare a cosa potrà accadere quest’anno, proprio oggi che siamo alle prese tra zone rosse e inviti/imposizioni a non uscire di casa), il gregge dovrà ancora spostarsi per diverse settimane tra un comune e l’altro, a seconda della disponibilità di cibo, delle piogge, del caldo. Mi auguro che tutte le amministrazioni comunali che pensano di vietare il pascolo vagante o che già l’hanno fatto, vadano a leggere questo documento della FAO, dove si mettono in evidenza i legami tra pastorizia, biodiversità e sviluppo/riduzione della povertà, ma anche come la pastorizia garantisca benefici per la biodiversità.

La guerra dei poveri

Osservo spesso sui social accesi “dibattiti”, per non dire di peggio, tra persone che hanno idee, punti di vista differenti. Non sto parlando di politica, resto nel mio settore, quindi di tematiche e problematiche inerenti il mondo zootecnico rurale, montano. A me non piacciono le persone che urlano, quindi nemmeno questi scambi scritti in cui ci si insulta anche senza conoscersi.

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Pascoli di mezza montagna – Verres (AO)

Talvolta si tratta di interlocutori appartenenti a “mondi” differenti, e allora potrei quasi arrivare a capire l’incomunicabilità, la mancanza di qualsiasi argomento in comune, l’incapacità di comprendere le ragioni altrui. Ma ciò che mi ferisce e mi fa pensare non poco sono le parole grosse tra allevatori che si trovano ad affrontare lo stesso problema, anche se in zone o in condizioni differenti. Invece di spiegare o di chiedere informazioni sulle motivazioni, scatta l’insulto.

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Capre in una battaglia spontanea al pascolo – Nus (AO)

Questa incomunicabilità, o meglio, questa visione chiusa l’ho potuta toccare con mano qualche settimana fa durante una trasferta in Centro Italia, dove ho incontrato persone provenienti da differenti regioni. Queste sono ottime occasioni per scambiare idee e conoscere altre realtà, secondo me. Infatti così è stato, ma mi è anche capitato di sbattere contro alcuni muri. Un esempio? Si parlava di predazioni, e mi è stata chiesta qual è la reale percentuale di attacchi ad opera del lupo e quale da parte dei “branchi di cani randagi.”

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Cani randagi nel Centro Italia (foto dal web)

Ho spiegato che dalle mie parti ci possono certamente essere attacchi che non sono attribuibili al lupo, ma branchi di cani randagi non ce ne sono. Può esserci qualche cane vagante, perso o scappato, ci sono cani che hanno un padrone, ma vengono lasciati liberi per un certo periodo del giorno. I miei interlocutori hanno insistito sull’argomento, da loro ci sono questi branchi di randagi, soprattutto intorno alle città, ma anche in campagna, e possono essere pericolosi persino per l’uomo. Io non ho messo in dubbio queste loro affermazioni, perché avrei dovuto? Loro però non hanno creduto alle mie parole sul fatto che, dove vivo io, non ci siano cani randagi.

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Capre valdostane in stalla – La Salle (AO)

Se le cose vanno così faccia a faccia, figuriamoci nel mondo virtuale, dove non sempre ci si spiega a dovere o dove le parole vengono facilmente fraintese! Così se a tizio capita qualcosa, ecco che subito dei colleghi commentano bollandolo come incapace di fare il proprio mestiere. Ma perché? Come fate a sapere come sono andate le cose? Perché siete sempre così pronti a giudicare in negativo?

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Bancarella di formaggi ad una fiera

Uno mette la foto di un formaggio… e l’altro replica che lui i formaggi così li fa mangiare ai cani. Pubblichi l’immagine della stalla con le capre o le vacche legate e… non l’animalista vegano, ma un altro allevatore dice che dovresti essere denunciato, ecc ecc ecc. Uno consiglia di aggiungere aceto al siero per far la ricotta (inserendo anche una foto della spiegazione di un corso di caseificazione) e si leva un coro contro l’uso del siero o del limone. Perché non usare questo straordinario strumento di comunicazione… per comunicare? Perché non chiedere gentilmente le ragioni di quel che vediamo e non comprendiamo, perché diverso dal nostro modo di lavorare? Si potrebbero imparare cose nuove, migliorarne altre… Se mi venisse chiesto, spiegherei perché DEVO legare le capre in stalla, in quanto il carattere di questa razza e le imponenti corna favorirebbero incidenti, aborti, gerarchie che impedirebbero alle più deboli di alimentarsi adeguatamente, ecc ecc

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Animali in pessime condizioni d’igiene e di alimentazione (foto dal web)

Poi sicuramente c’è chi pubblica immagini di situazioni al limite della legalità, del benessere animale e del buonsenso, ma con l’insulto sicuramente non lo aiuteremo a comprendere gli errori, ammesso che voglia farlo. Abbiamo tante razze di animali, abbiamo un territorio vasto e variegato, più siamo piccoli, meno avremo esigenze e metodi standardizzati. Di nemici gli allevatori ne hanno tanti, scontrarsi e litigare sulle piccole cose non è certamente utile.

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Gregge e cane da guardiania – Donnas (AO)

Prendiamo l’argomento cani da guardiania, per esempio. In certe regioni dove lupi e orsi ci sono sempre stati, si è mantenuta una corretta selezione di questi animali. Quante discussioni sull’argomento… ma se si usasse internet per superare quelle barriere (spazio e tempo) che impediscono alla gran parte degli allevatori di incontrarsi? Non insultate i colleghi che cercano di attrezzarsi per difendere i loro animali (magari anche sbagliando), spiegate invece loro come fate voi e perché ritenete sia il metodo migliore. Poi magari scopriremo che ci sono delle differenze, per esempio un’allevatrice del Lazio mi raccontava del gran numero di cani da guardiania che accompagna il loro gregge. “…tanto per nutrirli basta dare loro pane e siero…” Peccato che la stragrande maggioranza delle greggi nel Nord Italia non pratichi la mungitura e la caseificazione! Ma sono tutte cose da raccontare, da ascoltare, per capire meglio e per non insultare come “incapaci” i colleghi.

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Gregge con cane da guardiania – Pianura pinerolese (TO)

In questi giorni un amico pastore ha pubblicato una sua lunga riflessione sull’argomento lupo, uno dei più spinosi da affrontare. Facile dire “vanno abbattuti tutti” (cosa peraltro irrealizzabile, oltre che assurda), più difficile ragionare su tutte le problematiche che gravitano sulla pastorizia, sull’allevamento medio-piccolo di montagna, lupo compreso. Come temevo, non tutti hanno compreso il suo discorso, banalizzandolo a un pro-lupo/contro-lupo. Fidatevi, c’è sicuramente chi legge tutte queste nostre infinite diatribe sui social e se la ride, perché fin quando ci scanniamo tra di noi, non siamo pericolosi. Se solo ci si unisse per far fronte ai problemi comuni invece di giudicare come lavora tizio, ridere alle spalle di caio, denigrare pincopallino perché è andato a lavorare per altri, insultare xyz perché ha pubblicato un video in cui fa nascere un vitello in un certo modo, allora magari riusciremmo ad ottenere qualcosa. Ottenere di poterci difendere dagli attacchi del lupo, ottenere prezzi più equi per il latte, la carne, la lana, ottenere controlli e garanzie sulle speculazioni in merito ai territori d’alpeggio, sui divieti di transumanza o di pascolo, tanto per fare alcuni esempi.

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Giovani allevatori ad una rassegna in Valchiusella (TO)

Con queste riflessioni, che spero condividerete, credo che concluderò i miei post per questo 2019. Provo a sperare che cambi qualcosa per il futuro, ma purtroppo, anno dopo anno, ci ritroviamo sempre a discutere le stesse questioni, una vera e propria guerra fra poveri che non porta a niente se non a ulteriori malumori.