Eppure “raccontare storie” va di moda…

Oggi faccio qualcosa di diverso, oggi parlo in prima persona, oggi parlo di me e della mia attività. Come sapete, dal momento che scrivo libri, mi definisco scrittrice. Avevo coltivato il sogno che sarebbe potuta essere un’attività che mi consentiva di viverci, ma non è così. Forse perché non ci dedico abbastanza tempo, forse perché la scrittura si incastra tra i miei altri impegni, quelli del vivere in montagna e dell’allevamento, ma soprattutto perché non faccio i “numeri” che danno una vera rendita.

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Scrivendo in compagnia al pascolo… – Petit Fenis, Nus (AO)

Io scrivo soprattutto attingendo alla mia realtà, quindi tutto collimerebbe alla perfezione, sia quando pubblico saggi, sia quando mi dedico alla narrativa. Non frequento i “salotti culturali”, ho raramente il tempo di recarmi ad appuntamenti extra rispetto alle mie attività, che hanno orari spesso molto vincolanti. Però leggo molto, mi documento, ascolto la radio… Ho scoperto, proprio alla radio, che ciò che faccio spesso oggi viene definito con l’ennesimo termine inglese, cioè “storytelling”. E io allora sarei uno “storyteller”. Cioè racconto storie… Che un tempo erano storie di pascolo vagante, poi sono diventate storie di allevatori, di montagna, di capre e caprai, di alpeggi… Il più delle volte le racconto su carta (nei libri) o su pagine virtuali (qui), ma mi piace anche raccontarle davanti ad un pubblico, dove si può interagire, dove si può spiegare meglio, dove si possono soddisfare le curiosità di chi questo mondo non lo conosce grazie alle domande che sempre arrivano alla fine di una serata, dopo aver osservato le immagini e ascoltato quello che ho raccontato.

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Il pubblico in attesa della presentazione a Novalesa (TO)

Ma ultimamente non si riesce più a fare tutto questo. Come mai? Me lo dite voi? Quando ero praticamente sconosciuta, alle prime presentazioni dei miei libri si riempivano le sale. Che ricordi che ho di quelle serate… La prima di “Dove vai pastore?” al Forte di Fenestrelle. O una presentazione durante una serata di neve fitta alla Crumiere di Villar Pellice, mi pare si trattasse di “Di questo lavoro mi piace tutto”, con la sala gremita, gente arrivata anche da lontano. Venivano gli allevatori, i protagonisti dei libri, gente del paese dove si svolgeva l’evento e persone interessate che si spostavano apposta per essere lì. Serate in Lombardia, in Veneto, in Trentino. Numeri inimmaginabili di pubblico in sperduti paesini di vallate alpine.

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Incontro con gli studenti e il pubblico al CFP di San Giovanni Bianco (BG)

La cosa più bella di questi incontri per me è sempre stato il momento del dibattito che segue la presentazione. Questo è il mio metro di valutazione del successo delle serate. Certo, fa piacere vendere copie dei libri, più che altro per ripagarsi le spese necessarie per realizzarli (tenete conto che, a parte il romanzo, tutti gli altri libri hanno richiesto mesi di interviste sul campo, spostamenti in auto e a piedi, talvolta anche pernottamenti lontano da casa), ma la passione viene tenuta viva dal pubblico. Soddisfare le curiosità, controbattere a chi ha idee differenti, cercare il più possibile di informare correttamente su tematiche che mi stanno a cuore.

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Presentazione del libro fotografico “Pascolo vagante 2004-2014” nel salone della Scuola Malva Arnaldi a Bibiana (TO)

Fino a qualche anno fa dovevo consultare l’agenda quando venivo chiamata per presentare i miei libri, oggi la scelta delle date è quanto mai vasta. In tutta l’estate che sta per cominciare, ho due, dico DUE, appuntamenti in calendario. Eppure è uscito il romanzo “Il canto della fontana” in autunno e la nuova edizione di “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora” in queste settimane. Poi sono più che mai disponibile a presentare tutte le opere degli ultimi anni, a seconda delle necessità del territorio che mi chiama. Parlare di capre, parlare di pastorizia nomade, parlare di itinerari in alpeggio, di turismo legato ai prodotti dell’alpe…

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Al Salone del Libro 2019, stand de L’Araba Fenice editore

Qualche giorno fa ero al Salone del Libro di Torino e mi confrontavo con altri autori ed editori. A quanto pare il male è comune, il problema non è soltanto mio. La gente esce a fatica di casa, forse resta seduta a guardare il computer e lo smartphone? Esaurisce così la sua voglia di socialità e di dibattito? Ogni tanto qualche bella serata la si riesce ancora ad organizzare, ma il più delle volte, per attirare pubblico, bisogna abbinare al libro l’enogastronomia, la musica, oppure riunire due o tre autori.

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Con Valeria Tron a Massello (TO)

Ogni tanto qualcuno mi suggerisce di contattare tizio o caio per organizzare una serata. Tentar non nuoce, però ho proposto le mie ultime opere a tutte le principali biblioteche della Valle d’Aosta senza ricevere una singola parola di risposta, un riscontro di qualsiasi tipo. Perché la presentazione funzioni davvero, deve crederci l’organizzatore per primo. Avere letto i libri dell’autore, apprezzarli, avere un reale interesse sull’argomento. Perché solo così si darà davvero da fare per organizzare e promuovere l’evento, attirare gente. Sempre per esperienza personale, posso dire che se manca questo “entusiasmo”, a volte non vengono ad ascoltarti nemmeno i “padroni di casa” che ti concedono la sala per presentare le tue opere. Meglio allora aver solo un paio di serate in programma, dove sono stati gli organizzatori a cercarti e invitarti, piuttosto che un lungo calendario di appuntamenti messi insieme implorando degli spazi.

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Momenti della mia vita quotidiana, Petit Fenis, Nus (AO)

Sempre al Salone del Libro, ho assistito a qualche incontro con scrittori famosi. Qualcuno era all’altezza della sua fama, altri mi sono sembrate persone normali che poco avevano da dire sulle loro opere. Hanno raccontato soprattutto aneddoti sulle loro vite, probabilmente la loro creatività la esprimono meglio sulla carta, ma d’altra parte è quello che lo scrittore, specie se di romanzi, deve fare. Oggi però va di moda soprattutto il personaggio, quello che parla di qualunque argomento, vanno di moda le polemiche e i toni alti. Io invece continuo a raccontare le “mie” storie. Se vi piacciono, fatemelo sapere.

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Immagini di maltempo durante il pascolo pomeridiano – Petit Fenis, Nus (AO)

Stavo preparando questo post con un po’ di sconforto e disillusione quando mi è arrivato un messaggio da un’amica virtuale del Veneto, Veronica. Poche parole scritte di getto, ma con il cuore, che ancora una volta mi hanno fatto capire come sia importante continuare a fare quello che faccio. Magari i diretti interessati non riescono a venire alle mie serate, perché sono lontani, perché hanno impegni legati al loro lavoro. Magari però i miei libri li leggono, quando sono al pascolo o hanno un momento di riposo. “Volevo ringraziarti per ciò che pubblichi e per come riesci in poche righe a riassumere le situazioni di chi sta cercando di vivere di allevamento. Sono otto anni da quando mi sono trasferita in montagna. Partita per seguire l’avventura dell’ex marito… e dopo un anno la passione viscerale delle pecore… tante vicende meravigliose e molte che ti tolgono il respiro… tanti lavori per mantenere un sogno: lavori serali nei ristoranti, w/e negli agriturismi, lavori qua e là sempre per portare avanti un sogno… Poi l’arrivo delle prime capre un anno fa, il desiderio di caseificare… anni per cercare una stalla e terra. Nessun contratto sui terreni e i pochi che trovi solo in nero, difficili da pascolare. Che brutta realtà per chi desidera vivere la montagna e vivere di allevamento… Grazie per essere presente e scrivere di realtà molto scomode.

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Relax al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Vedete? Anche questa volta vi ho raccontato delle storie. Un po’ della mia, poi quella che emerge dalle righe di Veronica. Così mi viene in mente di aggiungere una cosa: spesso, nelle serate in giro per le Alpi, mi è anche capitato di dare un volto reale e una voce alle amicizie virtuali, sono stati momenti davvero belli, mi auguro possano continuare ad essercene.

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Non basta…

Sì, ha piovuto, ha anche nevicato, ma… per lo meno da queste parti, possiamo dire senza dubbio che… non basta! E non si tratta di essere incontentabili, è proprio che la siccità non è ancora stata debellata.

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Prati dopo la pioggia – Petit Fenis, Nus (AO)

Sono state sufficienti anche solo poche gocce per far sì che tutto sembrasse finalmente un po’ più verde. E non era solo un’impressione, dopo una giornata di pioggia i prati erano effettivamente più verdi, piante e cespugli improvvisamente avevano aperto le gemme, i versanti pian piano iniziavano a tingersi di macchie di colore.

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Cime innevate verso Clavalitè – Fenis (AO)

Anche la neve in montagna è una vera manna, in modo da coprire finalmente i pascoli, oltre a garantire uno scioglimento progressivo per avere acqua, umidità anche più avanti nella stagione.

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Ghiaccio nei prati dove ha funzionato l’irrigazione a pioggia – Vollein, Quart (AO)

Dopo la breve pioggia però qui è già subito tornato il vento, insieme al freddo. Sui prati è ricomparsa la brina (che avevamo visto poco d’inverno), mentre dove gli impianti di irrigazione già funzionano, ecco degli arabeschi di ghiaccio…

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Prati a Petit Fenis, Nus (AO)

L’erba dei prati è bassa, ha patito troppo nelle scorse stagioni, tra siccità, vento, caldo fuori stagione, e sicuramente il meteo non aiuta a riprendersi. Il timore che il fieno possa di nuovo essere scarso anche quest’anno inizia a manifestarsi… Un’altra cattiva annata e la zootecnia già in crisi finirà in ginocchio.

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Prati di metà aprile a Petit Fenis, Nus (AO)

Nei prati appena un poco più in pendenza la situazione è quella che potete vedere nell’immagine sopra… Si può solo sperare che piova ancora, e al più presto.

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Pascolo in un prato abbandonato – Petit Fenis, Nus (AO)

E’ passata poco più di una settimana dalle piogge e già la terra è di nuovo arida, polverosa. Il meteo continua a posticipare una possibile nuova perturbazione, oppure le nuvole arrivano, passano e vanno a depositare altrove il loro prezioso carico liquido.

Io fatico a capire…

Io, sul tema “lupo”, fatico a capire tante cose. L’argomento è così vasto che sono sempre più restia ad affrontarlo, perché comunque se ne parli, si tralascia qualcosa e si creano fraintendimenti di vario tipo, discussioni, animi che si infiammano.

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Gregge di capre in alpeggio: gli ovicaprini sono tra gli animali domestici i “preferiti” dal lupo, ma si registrano predazioni anche nelle mandrie di bovini – Valsavarenche (AO)

Raramente trovo chi affronta il tema in modo obiettivo e corretto, il più delle volte si preferiscono estremismi che non portano da nessuna parte, ma solo a un’esasperazione e un odio sempre più profondo (come se ce ne fosse bisogno!). Sicuramente tale atteggiamento non porta al dialogo e alla ricerca di soluzioni concrete. Si va da quelli che ritengono i lupi animaletti “pucciosi e coccolosi”, con emeriti idioti che cercano il selfie con il lupo o il video mentre cercano di dar da mangiare al lupo… fino a quelli che vorrebbero sterminarli tutti.

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Escrementi di lupo su di un sentiero – Valle d’Aosta

Come in molti altri casi, la buona e corretta informazione passa in terzo o quarto piano, si preferisce condividere il post di poche righe con questi messaggi estremi, fa sensazione e agevola il commento da parte di chiunque. Tralasciando gli animalisti da salotto e tutti quelli che pensano che il mondo reale sia un film di Walt Disney, vorrei capire, per esempio, a cosa mirano quelli che continuano a pubblicare foto di animali selvatici predati dal lupo. Il lupo c’è, il lupo si è diffuso, è aumentata la sua presenza, quello ormai è un dato di fatto. Il lupo è un carnivoro. Il lupo è un animale selvatico, quindi… preda e consuma quello che trova! Capisco molto bene l’allevatore disperato per le predazioni al bestiame, ma cosa trovate di “notevole” nel fatto che venga ucciso e mangiato un capriolo o un cervo?

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Gregge di pecore di razza frabosana-roaschina: le razze autoctone a rischio di estinzione dei piccoli allevamenti sono messe particolarmente in pericolo dalla presenza dei predatori – Valle Stura (CN)

…e quelli che si ostinano a dire “bisogna uccidere tutti i lupi”? Come pensano sia possibile farlo? Anche cambiando le leggi, mai al giorno d’oggi si potrebbe pensare di ottenere una cosa del genere. Secondo me l’insistere nel chiedere una cosa del genere è dannoso e controproducente. Quando leggo di qualcuno che propone di “spostare” i lupi mi viene da ridere. Dove?? E poi, come pensano di tenerli fermi? Sugli abbattimenti se ne può discutere, ma io resto della mia idea, che l’unico ad avere il diritto di sparare al lupo dev’essere l’allevatore che lo avvista nei pressi dei suoi animali. Le ipotesi di “quote di prelievo di lupi” secondo me hanno poco senso e, per gli allevatori, non porterebbero a risultati degni di nota (non è detto che nella “quota” ci siano effettivamente lupi che sono soliti avvicinarsi all’uomo, predare il bestiame, ecc…)

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Grosso gregge in alpeggio: di giorno si pascola con la presenza dell’uomo e i cani da guardiania, per la notte tocca posizionare le recinzioni mobili elettrificate – Bardonecchia (TO)

Altra cosa che non capisco, l’ostinazione di molti a sostenere che “il lupo non si avvicina all’uomo” o “il vero lupo non si avvicina…”. Allora tutti quelli che scendono nei paesi comportandosi quasi come animali spazzini, quelli che camminano nelle strade, cosa sono? Qualcuno farà anche parte dei vari cani lupo cecoslovacchi sfuggiti al controllo dei padroni, ma tutti gli altri sono lupi. Che poi ci siano anche ibridi in circolazione, viene più o meno detto, ma non in modo chiaro. Quello che piacerebbe sapere e cosa si pensa di fare con questi ibridi, dato che molto probabilmente la loro “paura dell’uomo” è ancora minore rispetto a quella dei lupi-lupi!

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Non è solo in alpeggio che si verificano predazioni, ormai si segnalano casi anche in fondovalle e in collina – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Ci sono poi tutti quelli che “il lupo è pericoloso per l’uomo”. Puntualmente ogni presunto attacco capitato dalle nostre parti viene smentito dai fatti o dai diretti interessati. Ma certo che è pericoloso, probabilmente però meno di quanto lo possa essere un cane, ma pari a un cinghiale o a qualunque altro animale selvatico che attacca o per paura della propria incolumità in situazioni in cui la fuga non è possibile o per difendere la prole. Che oggi, in Italia, un lupo attacchi un uomo per “fame” lo escluderei.

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Gregge e cani da guardiania – Bardonecchia (TO)

Le cose che vorrei capire sono tante, ma mi limito a parlare ancora di due aspetti. Primo, vorrei che chi si occupa di studiare e tutelare il lupo facesse più chiarezza. Mi è piaciuto un articolo che ho letto qualche tempo fa (o forse era un post su facebook), dove si diceva che il lupo non è “né buono né cattivo”. Partendo da questo atteggiamento, bisognerebbe andare avanti con obiettività, ammettendo (come si diceva sopra) che il lupo non scappa più o non sempre scappa appena vede l’uomo. E poi ammettendo che i lupi ormai hanno colonizzato e stanno colonizzando tutti gli spazi, dalla montagna alla pianura.

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Gregge vagante “scortato” dai cani da guardiania tra le strade di pianura del Canavese (TO)

E veniamo così all’ultimo punto. Mi chiama un pastore, o meglio, un allevatore che ha, per passione, un gregge di pecore. E’ una persona intelligente, sa che ormai i lupi ci sono, che non possono essere sterminati, così si è dotato dei mezzi per proteggere il gregge. Ha cercato dei cani “giusti”, non si è accontentato della razza, ma è andato a prenderli in Centro Italia, da un pastore che li ha sempre avuti con il gregge. Le sue pecore ora sono in fondovalle e, vicino al recinto, passa chi va a fare la passeggiata, chi va in bici, chi corre. Il pastore mi telefona per chiedermi come fare per avere i cartelli che segnalano i cani da guardiania, mi attivo per rispondergli e… scopriamo che non vengono più forniti, quindi chi li vuole, deve arrangiare a farseli.

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Cucciolo di pastore maremmano-abruzzese  in un gregge vagante, dietro si scorge anche un cane adulto – Santhià (VC)

Ma il pastore ha anche un altro problema. Il suo Comune, a cui ha fatto richiesta per apporre questi cartelli prima e dopo il gregge, lungo la pista che passa da quelle parti, gli ha mandato una lettera dove, sentito anche il parere di un veterinario, gli rispondevano che tali cani fossero da usare esclusivamente per proteggere le pecore dai predatori in alpeggio! E’ qui che non ci siamo!!! Abbiamo un pastore che si comporta correttamente, usa le reti, i cani, e gli diamo questa risposta? Un organo ufficiale gli fornisce questa risposta?? Soprattutto quando a pochi chilometri di distanza nelle settimane precedenti c’è stato un attacco certificato? E se anche in quel caso fossero stati cani vaganti, i cani da guardiania difendono il gregge anche da quelli, quindi è mio diritto tenerli sempre nel gregge!

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Cucciolone accanto al recinto: il cane reagisce abbaiando alla presenza di estranei in assenza del pastore – Canavese (TO)

E qui siamo arrivati all’ultimo punto (per oggi), la nota dolente dei cani. Mi domando perché ci siano persone che continuano a sconsigliarne l’utilizzo. Per me equivale condannare i pastori e i loro animali. Sai che ci sono i lupi e… non fai niente?Bisognerebbe addirittura stimolare i pastori a prendere i cani prima ancora che ci siano problemi di predazione in zona, per evitare che, trovando facili prede, si insedi un branco. Allo stato attuale le forme di difesa del gregge sono solo passive. I cani da guardiania, se adatti e ben inseriti, funzionano. L’ho già detto altre volte, un pastore sa che non tutti i cani “lavorano bene” per quanto riguarda la conduzione del gregge e sa anche che un buon cane già addestrato vale molto. Perché non dovrebbe essere valido lo stesso principio per i cani da guardiania? Certamente, c’è chi ne sta facendo un business, ma anche un valido sistema di sicurezza per tenere i ladri fuori di casa non me lo regala nessuno. L’importante è che il cane acquistato faccia il suo lavoro. Anche un montone con una certa genealogia e genetica non me lo regala nessuno!

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Gregge e turismo – Sestriere (TO)

Mi spiace leggere le parole di chi si “oppone” ai cani. Preferirei che si spendessero le stesse energie per aiutare i pastori ad inserire dei cani “giusti”, per favorire la comunicazione da parte di pastori (magari di altre aree d’Italia) che i cani li hanno sempre usati con buoni risultati e anche per fare molta, molta informazione a tutti i fruitori del territorio. Perché il grosso problema dei cani è proprio quello, cioè attirare sul pastore le ire dei turisti e altri fruitori della montagna/degli spazi rurali, visto che il cane con il gregge ci deve stare sempre. Se non ci fossero lamentele (e anche qualche denuncia), molti pastori non sarebbero così contrari ai cani. Anche perché, mi raccontava uno di loro, “…da quando li ho, non mi è più sparito un agnello dalle reti, di notte…

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L’inserimento dei cani da guardiania nel gregge è un processo fondamentale che richiede cura e attenzione da parte del pastore – Santhià (VC)

E’ finito qui, il discorso? No di sicuro, ma ne ho già parlato così tante volte… Quello che posso invitarvi a fare, è cercare di documentarsi e comprendere il problema in tutte le sue sfaccettature, senza pregiudizi e preconcetti. Il predatore per l’allevatore è un grosso problema, soprattutto perché gli stravolge il modo di lavorare, comportando spese aggiuntive, perdite economiche, danni nel caso di predazione, stress continuo. Tutto questo in un periodo storico in cui le aziende, specialmente quelle piccole, quelle di montagna, quelle delle aree marginali. già non stanno affatto bene. I prodotti rendono poco, senza contributi economici statali/europei non si va avanti e a nessuno vengono compensati interamente i “disagi” causati dai predatori. Questo è il nocciolo del discorso. Poi di parole possiamo andare avanti a farne all’infinito…

Il sogno si è fermato

Ho ancora un paio di storie di giovani da raccontarvi, ricevute via internet nei mesi scorsi. Qualcuno degli intervistati di allora non l’ho rintracciato, qualcuno non mi ha risposto, altri sono così impegnati dal lavoro da non aver tempo a scrivere la loro storia (li capisco!! non a caso questo blog lo aggiorno sempre meno!).

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Oggi però ho qualche minuto di tempo e così vi parlo di Alex. Da lui ero tornata per intervistarlo quando stavo scrivendo il libro sulle capre (Capre 2.0). Potete leggere qui quello che mi aveva detto nell’agosto del 2016.

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Dal 2016 ad oggi le cose sono ancora cambiate: “Da quando sei venuta a fare l’intervista nove anni fa poche cose sono cambiate: il sogno di fare il pastore a tempo pieno si è fermato subito, troppe spese e zero entrate, dalla famiglia nessun aiuto e quindi è rimasto un hobby.

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Continuo a lavorare con mio papà, ma è da 3 anni ho messo su anche le pecore. Tutto è partito da 3 agnelli regalati da Giuan, il pastore. Adesso ne ho una cinquantina e spero di continuare a tenerle finché il lavoro lo permette.

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Da fuori, chi non è di questo mondo vede tutto rosa e fiori, ma la realtà è ben lontana…“. Pochi animali (sì, 50 o anche 100 sono pochi, se non hai un’azienda con trasformazione e vendita diretta) non ti danno da vivere, ma richiedono tempo, dedizione e molte spese, specialmente in annate con pascoli scarsi, siccità, ecc.

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La passione c’è, quella resta intatta, ma gli aspetti da combinare sono tanti, così Alex non sa fino a quando il gregge potrà andare avanti, che si tratti di pecore, di capre o di entrambe. Ogni tanto dice di voler/dover vendere tutto, ma… mi auguro che, qualunque cosa gli riservi il futuro, possa continuare a tenere qualche animale!

Appello urgente

Un pastore vagante ha un operaio straniero che lo aiuta nel lavoro quotidiano. Un giorno il ragazzo chiede se, d’estate in alpeggio, la sua fidanzata lo può raggiungere. Il pastore acconsente, la donna arriva, dopo un po’ i due litigano, cosa sia successo il pastore non lo sa, la donna se ne va e, dopo qualche tempo, anche l’operaio lascia l’alpeggio. Passano gli anni e… un bel giorno il pastore si trova accusato di sequestro di persona, sevizie, violenza carnale. Vista la gravità delle accuse, il pastore viene incarcerato in isolamento, i suoi  operai scappano, impauriti, il gregge resta allo sbando…

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Il gregge a Pragelato (TO) – 4 giugno 2011

No, non è la trama di un mio prossimo romanzo ambientato nel mondo dei pastori vaganti. E nemmeno una sceneggiatura di un film di serie B o C… E’ quello che è successo e sta succedendo a un pastore che conosciamo in molti. Una storia assurda che inizia nel 2011, ma che prende questa brutta piega molti anni più tardi. Il processo è in corso, tutti i dettagli non li conosco e non li voglio nemmeno sapere. Quello che però mi sento di dire è che, secondo me, nell’evolversi della vicenda fino ad oggi devono aver pesato non poco i luoghi comuni sulla figura del pastore.

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Il gregge a Pragelato, con il pastore accanto al rimorchio che segue sempre il pascolo vagante – 4 giugno 2011

Chi non sa, chi non conosce, facilmente può credere a questa storia. Un pastore e il suo operaio, vita solitaria, abbrutimento… arriva una donna, la sequestrano e la seviziano per mesi nella roulotte, tenendola in schiavitù. Chi invece sa com’è la vita del pastore vagante immediatamente si fa una bella risata. Impossibile! Chi poi conosce il pastore in questione, suo malgrado protagonista, scuote la testa e dice: “Ma cosa c’è sotto? Chi l’ha voluto incastrare e perché?

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Fulvio e il documentarista Lorenzo Chiabrera a Cinaglio (AT), 6 aprile 2011

Impossibile che sia accaduto qualcosa di simile perché il pastore vagante è sempre in cammino con il suo gregge e non in posti isolati, ma tra villaggi, cascine, paesi… Poi, a quanto pare, il periodo in cui si sarebbero svolti i fatti cade a cavallo della transumanza e della prima parte della stagione d’alpeggio. Gregge, pastori e mezzi si spostano più e più volte, sono giornate concitate, c’è tutto da fare, da preparare, documenti da sistemare, corse negli uffici, agnelli che nascono, macchine da caricare con tutto quello che serve in montagna… Come faceva una donna ad essere chiusa in uno dei mezzi al seguito del gregge senza che nessuno la sentisse e vedesse?

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I camion che hanno condotto il gregge in alpeggio e, sulla sinistra, i mezzi al seguito della transumanza – Pragelato (TO), 4 giugno 2011

I mezzi sono lì, in mezzo a tutta la confusione, c’è la roulotte e c’è il rimorchio attrezzato che quasi tutti i pastori hanno al seguito del gregge. C’è tanto movimento, in quelle giornate… I camionisti che vengono a caricare il gregge, gli amici che danno una mano, la famiglia del pastore… Gente, tanta gente che va e che viene dalla mattina ben prima dell’alba fino alla sera tardi.

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Sempre molta gente, amici del pastore, semplici curiosi, attendono la transumanza – Pragelato (TO), 4 giugno 2011
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Fulvio, il suo aiutante di spalle, Dragos Lumpan e Lorenzo Chiabrera intenti a filmare – Pragelato (TO), 4 giugno 2011

C’ero anch’io, perché quasi sempre andavo a quella transumanza. L’aspettavo su a Pragelato. Perché quell’anno accompagnavo anche un operatore che stava realizzando un video proprio su quel pastore. E c’era pure un documentarista rumeno che da un anno seguiva il gregge documentando i momenti salienti della vita del pastore per un lavoro sulle transumanze a livello europeo. Poi c’erano i padroni delle bestie affidate al pastore per l’estate, c’erano amici e conoscenti che venivano a salutare il gregge nel momento dell’arrivo ai monti…

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Fulvio con la figlia Milena e gente che guarda il passaggio del gregge – Pragelato (TO), 4 giugno 2011

E il gregge non arrivava e “spariva” per tutta l’estate! La prima parte della stagione la trascorreva accanto ad un villaggio, con la roulotte e il rimorchio parcheggiate in uno spiazzo davanti alle case della frazione. Poi ridiscendeva la valle per un tratto, un’altra transumanza, quindi saliva all’alpeggio dove trascorreva il resto dell’estate.

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Fulvio con il gruppo di “Canis lupus Italia”, due giorni in Val Chisone per confrontarsi su lupo e pastorizia – Alpe Juglard, 8 luglio 2011

Il problema è che, per scagionare il pastore, bisogna dimostrare che la donna era libera e non segregata… Io in primavera non l’ho vista, e non l’ho vista nemmeno al momento della salita in alpe. Il rimorchio e la roulotte li ho visti, le porte venivano aperte per prendere ciò che serviva… Poi dopo non sono più stata dal pastore fino ad un momento più avanzato della stagione estiva, quando non c’era nemmeno più il suo operaio, ma solo la moglie e la figlia.

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Nell’inverno dello stesso anno, Fulvio era stato protagonista anche di un servizio di TG2 Dossier – Valceresa (AT), 14 febbraio 2011

Quello che penso io però conta poco, bisogna riuscire a dimostrare che quella donna è stata in alpeggio ed era libera. Il pastore ricorda che qualcuno di passaggio gli aveva mostrato delle foto in cui si vedeva, tra le altre cose, il ragazzo e quella donna su di un sasso con intorno il gregge. Ma CHI aveva fatto quella foto? Ecco l’appello che la famiglia sta facendo attraverso le pagine de “L’Eco del Chisone”. Si cercano foto scattate nell’estate 2011, tra i mesi di giugno e luglio. La foto in questione era stata scattata presso l’Alpe Juglard, in Valle Chisone, ma potrebbero esistere anche altre immagini scattate a Grand Puy (Pragelato) o durante la discesa su Fenestrelle e successiva salita al Juglard. E’ sufficiente una sola foto che mostri la donna camminare insieme al gregge, oppure insieme al suo fidanzato in alpeggio.

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Il gregge con uno dei partecipanti al campo studio di Canis lupus Italia sopra all’alpe Juglard – Val Chisone (TO), 8 luglio 2011

Il pastore sostiene che la donna si fosse fermata poco tempo in Val Chisone, qualche settimana a cavallo tra il periodo in cui era a Grand Puy e quello successivo al Juglard. Aiutatelo, aiutate la famiglia, aiutate tutti quelli che lo conoscono e sanno che persona è… Fate girare la voce, parlatene in giro, nei bar e nelle sedi CAI (chi era passato probabilmente faceva un’escursione, magari andava a mangiare pranzo al Rifugio Selleries, chissà…), parlatene ovunque! E’ urgente trovare questa foto, la prova che potrebbe scagionare il pastore.

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Fulvio e la figlia minore Milena salgono con il gregge verso Grand Puy – Pragelato (TO), 4 giugno 2011

Chi la trovasse o comunque avesse immagini di quel periodo, contatti me o si metta in contatto con la famiglia Benedetto (su facebook Sabina Benedetto). Fulvio lo conosciamo in tanti, nessuno crede a questa storia terribile. Perché sia successa non lo sappiamo, ciascuno in questi mesi avrà fatto le sue supposizioni e congetture, ma… in questo momento bisogna riuscire a dimostrare che la donna per un certo periodo è stata in alpeggio ed era assolutamente libera. Io posso solo dire che, quando sono stata presso il gregge, lei non c’era… ma un avvocato sicuramente ribatterebbe che io non l’ho vista, e questa ahimè non è una prova…

Aspettando la pioggia

Dicono che tra oggi e domani arriverà, e speriamo che non sia un pesce d’aprile… Abbiamo bisogno di pioggia, abbiamo disperatamente bisogno di acqua. Servirà a spegnere gli incendi che, in certe vallate, stanno bruciando da giorni. Servirà ad evitare che i piromani ne inneschino altri. Servirà ad alleviare la tremenda sete della terra.

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Pascoli di mezza montagna inariditi – Arlod, Nus (AO)

Purtroppo ci sono persone che nemmeno si rendono conto della situazione in cui ci troviamo. L’acqua in casa dai rubinetti scende, e allora va tutto bene… L’altro giorno leggevo, in un gruppo di montagna, la domanda di una signora che chiedeva come mai fosse tutto giallo al Pian del Valasco (CN), nota meta degli escursionisti cuneesi e non solo.

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Pascoli secchi e devastati dai cinghiali – Arlod, Nus (AO)

Come mai? Forse perché a questa stagione lassù dovrebbe, come minimo, essere ancora tutto bianco… Bianco di neve, neve che è stata scarsa e che si è sciolta per le alte temperature invernali e per il vento. Vento che ha soffiato tanto, troppo spesso, da gennaio fino ad oggi. E la pioggia non è ancora praticamente mai caduta, forse due gocce un giorno, seguite da tre o quattro giorni di vento.

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Effetti della siccità su un prato-pascolo a 1000m di quota – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma sì, prima o poi pioverà… però ogni giorno di quel “poi” è sempre peggio. La terra, la vegetazione sta patendo. Nei prati si vedono chiazze di terra, terra dura, secca, polverosa. E l’erba non ha una “bella faccia”.

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Prato-pascolo a 1000m di quota ad inizio primavera – Petit Fenis, Nus (AO)

Guardate lo stesso prato dove c’è un po’ più di umidità. Non è ancora proprio l’aspetto normale che dovrebbe avere in questa stagione, ma è già meglio di dove l’acqua proprio non c’è.

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Irrigazione sui prati – Petit Fenis, Nus (AO)

Chi ne ha la possibilità, ha già iniziato ad irrigare nelle scorse settimane, per alleviare la sofferenza del cotico erboso. E’ vero che, con la pioggia, la vegetazione “partirà”, ma sarà comunque più indietro rispetto alle annate con un’umidità meglio distribuita nei mesi.

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Effetti della siccità su un prato ripido – Petit Fenis, Nus (AO)

Maggiore è la pendenza dei prati e dei pascoli, più questi appaiono secchi: qui anche la poca neve è rimasta meno a lungo, poi sotto ci sono più sassi, il terreno è drenante, l’umidità è un lontanissimo ricordo.

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Mazzolina già spigata – Petit Fenis, Nus (AO)

Le piante si difendono come possono: dove c’è un po’ di verde, non è raro vedere graminacee già con la spiga. Sono rimaste basse, hanno poche foglie, ma c’è già la spiga (cioè il fiore), dove in seguito si formeranno i semi. La pianta sente che c’è un problema, che la stagione potrebbe essere più corta del normale, così accelera i tempi, investe meno risorse nella crescita e produce già subito il seme per il prossimo anno.

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Primi fiori di lupinella – Petit Fenis, Nus (AO)

Addirittura sta fiorendo qualche pianta di lupinella! Questa leguminosa solitamente a queste quote ha la sua massima fioritura nel mese di maggio. Anche lei è bassa, con poche foglie e fiori piccoli. Certo, dovrebbe piovere a partire da oggi pomeriggio… Non sarà una grande pioggia, darà quel poco di sollievo…

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Ciliegi selvatici in fiore – Petit Fenis, Nus (AO)

…renderà più brillante il verde dei prati, che ora è spento anche nelle belle giornate di sole. “Rovinerà” le fioriture dei ciliegi, ma farà sì che le piante possano iniziare a mettere le foglie. Speriamo che, d’ora in poi, ogni tanto ci sia qualche giorno di pioggia. Non servirà tanto per le falde acquifere impoverite, ma per evitare che muoiano le piante. Potrebbe ancora salvare la stagione, ma… già in molti dicono che di fieno quest’anno se ne raccoglierà poco. E chissà i pascoli degli alpeggi come saranno, quest’estate? E ci sarà acqua per abbeverare gli animali?

Lacrime e latte versato

Non sono solita scrivere di situazioni che non conosco direttamente, che non ho toccato con mano o di persone che non ho mai incontrato. Però non me la sentivo di tacere di fronte a ciò che sta accadendo in Sardegna. Per diversi motivi: prima di tutto, per solidarietà con chi pratica il mestiere della pastorizia, poi perché i media non ne hanno dato notizia per giorni e… quando l’hanno fatto, la notizia è sembrata quasi un pezzo di folklore, collocata ben dopo le manifestazioni dei gilet jaunes in Francia. Come ultima cosa, ciò che più mi ha infastidito, è vedere come parte del “pubblico” abbia frainteso la protesta, o comunque non abbia attribuito il giusto significato di “versare il latte”.

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Acquerello di Favole artventure – Ilaria Sirigu

Magari qualcuno di voi, a questo punto, dirà: “Sardegna? Perché… cosa sta succedendo in Sardegna?“. Già, perché solo chi “vive” nel mondo dei social network ha subito avuto un’idea di quel che stava accadendo, grazie alle foto, ma soprattutto ai video e ai post degli stessi pastori. Li si vedeva aprire i rubinetti dei frigo del latte, di modo che questo defluisse a terra e poi negli scarichi. Oppure versare secchi di latte nel truogolo dei maiali. Dopo sono arrivati anche video delle proteste di piazza, del latte versato in strada. Ma… andiamo con ordine, come vi ho detto, non conosco direttamente la situazione, così me la sono fatta spiegare da chi sta in Sardegna o di chi ha legami con quella terra.

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L’immagine simbolo della protesta in Sardegna – foto dal web

Prima ho letto quello che mi ha scritto Ivo Boggione, allevatore di capre in Langa: “Noi siamo mezzi sardi, mia mamma è sarda, e finalmente quest’anno a capodanno siamo riusciti coi bimbi ad andare a vedere zii e cugini in Sardegna (lasciando le nostre capre 5 giorni alla custodia degli amici). Siamo legati alla Sardegna, anche la nostra piccola impresa di pastorizia nasce dalla mia esperienza con un pastore sardo che era venuto in Piemonte negli anni 70 per pascolare, nella pianura e nelle Alpi, per mungere le sue pecore e fare pecorino da vendere direttamente. Il problema che vivono in Sardegna in realtà secondo me è quello che ci tocca tutti: è l’essere come agricoltori e pastori tutti ormai in balìa del commercio indiretto, del dilagare di supermercati e centri commerciali, della distanza tra i consumatori e il mondo contadino che produce il cibo. Dobbiamo renderci conto che la protesta dei pastori sardi non è solo per il prezzo del latte, ma per l’assurdità del sistema in cui viviamo. Noi qui non ci possiamo magari lamentare dei prezzi, ma potremmo metterci a protestare per le mille incombenze burocratiche che ci portano via gran parte del guadagno. In Sardegna chi ne trae vantaggio sono le speculazioni sulle esportazioni di formaggi e latte sardi, al nord chi riesce a parassitare il mondo agricolo è il settore terziario. Penso però ai miei cugini che laggiù tribolano: ho visto a inizio gennaio comprare del fieno a 30 euro il quintale, ho visto che è diventato normale per quasi tutti comprare il pecorino del caseificio cooperativo. Ma anche i miei bimbi che lo hanno assaporato hanno capito che il formaggio fatto alla sarda da Cosimo, o quello di Piero di Maria, sono tutta un’altra cosa!

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Un fiume di latte a Oliena – foto dal web

Portate pazienza, a questo punto il discorso si fa lungo, ma non è possibile spiegare cosa c’è dietro alla protesta in poche righe. Proviamo allora ad affrontare il discorso in modo tecnico con un’amica sarda, Erika Sois, operatrice di sviluppo rurale. Ci eravamo incontrate proprio tra i formaggi anni fa ad Amatrice… ma quella è un’altra storia. Erika scrive di getto, mettendoci il cuore di chi vede soffrire la sua terra, la sua gente. “Il latte come il grano (e molto altro ancora) è trattato secondo una logica del prezzo unico basato su quotazioni stabilite chissà dove e da chissà chi. E’ la logica del sistema dominante dove chi produce la materia prima non riceve equo compenso, bensì rimane schiacciato dagli anelli successivi della filiera (trasformazione, commercializzazione). È il sistema capitalistico, dove il trasformatore industriale e la GDO operano per massimizzare la produzione riducendo al minimo i costi. Ma alla base vi sono allevatori ed agricoltori che devono fare i conti anche con la natura, i suoi ritmi, imprevisti ecc. e con contrattazioni sul proprio prodotto non trasparenti, non tutelate, dove il prezzo non lo fa il produttore bensì l’acquirente (il trasformatore). Nel nostro caso, i pastori sono la base di questo sistema, meri conferitori di materia prima il cui prezzo viene stabilito sulla base delle quotazioni del Pecorino Romano. (Ricordiamo che per Pecorino Romano si intende un formaggio DOP prodotto con latte di pecora sarda in Sardegna, Lazio e Toscana – ndA). Si calcola che, nell’isola circa il 60% della materia prima conferita ai trasformatori sia impiegata per produrre Pecorino Romano. E allora sorge la domanda: ma se il mio latte viene utilizzato per produrre altre DOP oppure altri formaggi, perché il mio latte deve essere pagato in base al prezzo del Pecorino Romano?  E poi, tra le decine di caseifici vi sono industriali grossi e piccoli, cooperative, ciascuno dovrebbe prendere autonoma posizione, contrattare con i singoli allevatori in base al proprio piano di impresa. Invece sono semplicemente tutti, e dico tutti (cooperative incluse) concordi con il prezzo base per litro di latte. Poi è vero che si verificano oscillazioni, per cui vi è un industriale che paga a 60 cent./litro (IVA compresa) ed un altro nel medesimo anno a 57, una cooperativa a 65 o 70 ecc. (Il prezzo di quello caprino è ancora più inferiore a causa della sua ridotta resa). Di fatto, i trasformatori creano cartello, il che è illegale. Tanta è la disperazione degli allevatori che, prima della campagna latte, sono accaduti episodi molto squallidi di trasformatori che hanno proposto a degli allevatori un contratto in bianco (senza cifra) garantendo loro la disponibilità immediata di un anticipo sul latte da versarsi. Purtroppo molti allevatori, a causa prima della siccità, poi di temporali, alluvioni e pioggia continua, non avevano più un soldo per poter pagare i mangimi, con conti aperti non saldati nei mangimifici. Insomma, una situazione molto umiliante.”

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Un lago di latte versato per protesta – foto dal web

“La drammaticità della situazione è data anche dal fatto che si parla di un numero elevato di aziende (e quindi di famiglie): da un lato abbiamo circa 35 caseifici, dall’altro circa 18.000 aziende (di cui oltre 12.000 ovine, le restanti caprine). Altro aspetto importante, a livello istituzionale abbiamo diversi luoghi deputati al confronto tra le parti (industriali, cooperative, rappresentanti di categoria, assessorato ed agenzia di assistenza in agricoltura, OP, consorzi di tutela). Si susseguono: Tavolo Verde, OILOS ecc., una serie di incontri periodici al cui tavolo si discute anche del prezzo del latte, con conseguenti “fumate nere” perché il mondo della trasformazione afferma di non poter pagare di più la materia prima a causa del prezzo del formaggio sul mercato, delle giacenze nei magazzini ecc. Altro aspetto, i consorzi di tutela, quello del Pecorino Romano dovrebbe avere il compito di eseguire controlli sui contingentamenti di prodotto e procedere alle sanzioni nei casi in cui i trasformatori producano oltre le soglie stabilite (proprio al fine di tentare di bloccare i prezzi e garantire che non scendano sotto il livello previsto), ed invece nulla! Il Consorzio “fantoccio” non controlla, non sanziona. Altro aspetto è la connivenza di tutti i trasformatori, Coop incluse, con i grossi industriali per esigenze commerciali: il Pecorino Romano è destinato nella quasi totalità al mercato USA e Canada, e quei mercati sono controllati direttamente da 2-3 soggetti tra cui i più grossi industriali sardi.”

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Stand del Consorzio Pecorino Romano – foto dal web

“Venendo al prezzo attribuito al litro di latte, 0,60 cent. (IVA compresa), questi risulta ben al di sotto del costo di produzione (stimato da Ismea in 1 €/litro). Ovviamente ogni azienda avrà il suo costo, ma certamente non si discosta poi tanto dalla stima.
La protesta: questa parte alcuni giorni fa quando cominciano a girare dei video sui social dove si vedono degli allevatori che spontaneamente decidono di buttare il proprio latte chi ai maiali, chi apre la valvola del refrigeratore lasciando che il latte cada a terra, poi l’assalto ad un camion trasportatore, due uomini incappucciati costringono l’autista di una cisterna a fermarsi e poi aprono le valvole lasciando sgorgare a terra il latte (il latte era stato appena ritirato dalle aziende.”

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Solidarietà dalla Toscana: i pastori fermano il rally di Radicofani (SI). Molti pastori in Toscana hanno origini sarde – foto S.Moscadelli

“Episodi di questo tipo si moltiplicano a decine in ogni angolo dell’isola, si organizzano blocchi sulle principali strade con relativo versamento di latte, oppure nelle piazze dei paesi e si coinvolgono anche i sindaci. Si presidiano i cancelli del più demonizzato degli industriali -Pinna- si assaltano le sue cisterne, dei manifestanti riescono ad entrare nello stabilimento e a provocare dei danni. Cominciano ad attirare l’attenzione della stampa nazionale e aumentano i gesti di solidarietà. Al latte versato dai singoli pastori, a quello delle cisterne, si aggiungono oggi assalti a camion che trasportano latticini, a camion che trasportano carni importate. Proprio l’importazione è un’altra nota dolente. La protesta consiste anche nel presidiare i porti dell’isola nelle ore in cui è previsto l’attracco delle navi, perché gli industriali importano anche latte dall’estero (quello ovino prevalentemente dai Balcani-Romania, Bulgaria). Ci sono stati anche episodi smascherati di importazione di formaggio Pecorino dalla Romania (Pinna possiede un grossissimo stabilimento caseario anche in Romania).
Va detto che la protesta non ha colore politico ed è comunque appoggiata dal Movimento Pastori Sardi. Molti degli allevatori in prima linea sono del Movimento.
Ultima osservazione: il ruolo della politica. Semplicemente inutile, incapace di farsi carico di responsabilità, incapace di affrontare la lobby dei trasformatori e di avanzare e pretendere tutele per i produttori. Attualmente siamo in campagna elettorale, il 24 febbraio rinnoveremo il nostro Consiglio Regionale, è la situazione è molto delicata anche per questo motivo.

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A Bottidda i pastori hanno regalato ricotta – foto dal web

Come vedete il discorso non è affatto semplice. Si è creato un sistema e non è facile venirne fuori. Molti, in questi giorni, hanno criticato il fatto che il latte venisse versato, senza capire quanta sofferenza e rabbia c’era dietro quel gesto. Qualcuno, senza capire, diceva che il gesto sarebbe stato più apprezzato se il latte fosse stato donato… Ma chi beve latte di pecora? E poi… siete a conoscenza di tutte le leggi sanitarie in merito? E come lo si trasportava il latte, migliaia di litri di latte fresco? Trasformarlo… qualcuno l’ha fatto e ha donato la ricotta, ma ormai chi vende il latte, lo fa anche perché non ha le attrezzature, il tempo, il personale, il posto per fare i formaggi. Le mungiture quotidiane non sono di 10-15 litri che fai scaldare sul fuoco in cucina nella pentola della conserva! Tra i tanti video che ho visto, mi hanno colpito specialmente quelli delle donne, delle pastore, madri, mogli, figlie. Leggete per esempio questa lettera aperta scritta dalla figlia di un pastore, Marzia Zucca: “(…)Quello che state vedendo tutti in questi giorni non è un latte buttato nella fogna, è il sudore, è il sacrificio, è l’alzarsi presto la mattina per cercare di andare avanti, è andare a letto presto la notte con la speranza che le pecore non siano uscite dal terreno,è sperare in una buona annata di pioggia affinché cresca l’erba per le nostre pecore, è la disperazione dei pastori, è il lavoro di anni, di una vita. Dietro quel latte c’è un padre che al nostro compleanno, al nostro battesimo, battesimo,alla mia laurea,a Pasqua, a Natale è sempre andato prima in campagna. (…)

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Immagini della protesta dei pastori in Sardegna – foto dal web

Versarlo io lo vedo come un modo di farlo tornare alla terra, meglio che vada a concimare l’erba, piuttosto che svenderlo… In questo momento le soluzioni quali potrebbero essere? Pagarlo al giusto prezzo (ma non solo in Sardegna, il discorso vale per ogni luogo e per ogni tipo di latte!) e non farlo arrivare dall’estero. Ma qui entrano in gioco interessi economici e politici, come già spiegato sopra. Trasformare e valorizzare il proprio prodotto? Certo, ma… non è semplice e, forse, non è fattibile per tutti. Perché è vero che, se valorizzi il tuo prodotto, puoi riuscire a trovare un giusto equilibrio tra numero di animali e dimensioni aziendali, ma il discorso della commercializzazione e promozione non è alla portata di tutti. Inoltre, ci sarà sempre e comunque un mercato che non potrà permettersi un prodotto di qualità a caro prezzo.

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Si versa il frutto del lavoro quotidiano – foto dal web

Lo dice anche Erika nel lungo scambio di messaggi che abbiamo avuto in queste ore: “Chiedendo un prezzo unico della materia prima il mondo pastorale dimostra di non riuscire ad uscire dalla logica logica del sistema, perché continua a chiedere un innalzamento del prezzo minimo (ma sempre unico!). Invece, proprio perché ad essere disfunzionale è il sistema, si dovrebbe uscire quello dominante ed instaurarne un altro. Quale? Collegare il prezzo della materia prima al suo livello qualitativo (con riferimento a parametri nutrizionali e organolettici). Perché il latte non è tutto uguale, dipende da come l’animale vive e si alimenta (e questo l’antico pastore lo sapeva, facendo differenza tra una forma di formaggio da latte di gennaio/febbraio ad una sicuramente più eccellente derivante dai Pascoli di marzo/aprile ecc.). Dovremmo recuperare questa antica consapevolezza, oggi rafforzata dal sapere scientifico. Tutto questo presupporrebbe però un grande sforzo della trasformazione, nuovi investimenti per adeguare impianti e sistemi di commercializzazione… ecco, forse, perché risulta ancor più complicato da attuarsi.

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Ancora un’immagine della protesta – foto dal web

Siamo andati un po’ nel tecnico, ma era necessario farlo, andare oltre le emozioni delle lacrime e del latte versato, anche per provare a dare delle risposte e delle soluzioni che dovranno necessariamente essere trovate. Perché altrimenti morirà la pastorizia, l’allevamento, un popolo, una terra. Questa protesta dovrebbe far riflettere tutti, allevatori e consumatori. I primi ritengono che il loro latte sia equamente pagato? I secondi, acquistano in modo consapevole?

Sperando che non diventi solo folklore

A fine mese, 30 e 31 gennaio, le date sono sempre le stesse, ad Aosta l’appuntamento è quello con la Fiera di Sant’Orso. Tradizione millenaria, quella della fiera… Oggi è diventato un appuntamento soprattutto con l’artigianato del legno, in tutte le sue espressioni. Anche se certi oggetti li rivedi di anno in anno, è sempre bello aggirarsi per la fiera (nonostante la folla) per scovare i pezzi unici. Semplici o elaborati, ma meravigliosi nella loro forma e idea.

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Artigianato del legno alla Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molti riguardano l’ambiente rurale, sono espressione del territorio in cui nascono. Gli stessi artigiani talvolta hanno vissuto o vivono tuttora la realtà zootecnica. Però il più delle volte quella che viene rappresentata è una scena dal sapore antico. E’ vero che questo mestiere talvolta è “senza tempo”, è vero che certi aspetti non cambiano e non cambieranno mai…

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Scene di vita d’alpeggio – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Nelle sculture si munge sempre a mano, non con la mungitrice, per fare un esempio! Però la scultura centrale, quella di uno degli artisti più famosi e apprezzati, in una delle passate edizioni (2017, mi sembra) ritraeva degli animali che venivano caricati su di un camion. Un’eccezione in mezzo a tante sculture velate di romanticismo e nostalgia.

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Artigianato del legno a tema zootecnico – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si ritrae ciò che è bello, ciò che piace. E l’idea astratta della pastorizia, dell’allevamento, piace sempre e comunque. Poi è sicuramente uno dei simboli di questa regione. Ma la mia paura è che, continuando di questo passo, resterà davvero quasi solo più un soggetto per le sculture…

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Il pastore e il suo gregge – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Molte riguardano la pastorizia: pecore, un pastore con il gregge e gli asini… ma lo sapete che la maggior parte degli ovini che passano l’estate in alpeggio in Valle d’Aosta viene “da fuori”? La pecora rosset, razza autoctona, è sempre più a rischio di estinzione. Il numero di capi allevato cala sempre più, tra problemi di gestione legati alla presenza del lupo e scarsa remuneratività dell’allevamento. Così arrivano greggi dal Piemonte (cosa che accadeva già in passato, con le gregge biellesi), ma anche greggi da altre regioni d’Italia, in alpeggi affittati da “allevatori-speculatori” soprattutto per percepire i contributi…

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I collari per campanacci realizzati dagli studenti dell’Institut Agricole Règional di Aosta

La passione e la voglia di mandare avanti questo settore c’è ancora: non mancano i giovani che praticano il mestiere, ma quali prospettive anno? Dove non c’è questo ricambio generazionale, le aziende chiudono, e non sono poche quelle che hanno venduto gli animali negli ultimi tempi. Chi continua lo fa tra mille problemi.

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Un giovane allatta con il biberon un vitello di razza castana – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Si commentava su Facebook questo articolo, dove vengono presentati i dati dell’annuario 2017 dell’agricoltura italiana: 320 mila aziende in meno in tre anni, ma cresce la Sau (superficie agricola utilizzata). Vero a livello nazionale, ma nelle aree “marginali” spesso la chiusura di aziende porta all’abbandono delle porzioni di territorio più difficili da utilizzare (prati ripidi da sfalciare a mano, ecc…).

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I simboli della passione degli allevatori valdostani: campanacci e batailles des reines

La forza della passione fa sì che ci sia sempre qualcuno che continua, nonostante tutto. Ma chissà come… già oggi molti allevatori di reines, appassionati delle battaglie, non sono più allevatori con una loro mandria che sale in alpeggio. Hanno delle vacche solo ed esclusivamente per partecipare alle battaglie (e lo stesso vale per le capre), ma il loro mestiere principale è un altro.

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La bataille des reines – Fiera di Sant’Orso, Aosta

Resterà solo un elemento di folklore, allora? Mi auguro di no… Ma “quelli dei piani alti” dovrebbero ascoltare di più le grida di dolore dei piccoli allevatori di montagna. Va bene fare un giro alla fiera, va bene ammirare tutto questo, ma bisogna anche impegnarsi per far sì che resti vivo, e non solo un ricordo scolpito nel legno.

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Le pecore – Fiera di Sant’Orso, Aosta 

Una di queste grida io l’ho letta e l’ho riportata qui. La lancia Enrico, allevatore valdostano, la cui storia ho anche raccontato in “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta” (MonteRosa Edizioni). Trascrivo il suo commento: “Sono un piccolo allevatore di montagna come tantissimi ve n’erano in Italia, faccio parte di una razza in via d’estinzione, che presto dovrà essere ricordata anch’essa nei giorni della memoria. Sembra un sacrilegio ciò che ho appena affermato, ma purtroppo è così, la piccola agricoltura è stata volutamente e sistematicamente sterminata da una classe dirigente che sa guardare solamente ai dati del mero profitto.

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Fiera di Sant’Orso, Aosta

Burocrazia asfissiante, mancato rispetto dei pagamenti, lupo, deprezzamento del valore di prodotti di nicchia che oserei chiamare eroici, stanno svuotando le nostre montagne, è la fine di un mondo che era uno dei pilastri dell’economia di tutte le valli alpine, arrecando danni irreparabili nel mantenimento di centinaia di razze autoctone, sulla biodiversità dei pascoli e sulla stabilità degli stessi. Mi scuso per questo sfogo, ma quando leggo o sento certi professoroni che si riempiono la bocca di dati al fine di distrarre tutti dalla triste realtà di un’agricoltura italiana agonizzante, perdo la ragione. Sono quattro anni che non ricevo i premi a me spettanti per un problema informatico risolvibile in due minuti! Vivo grazie all’aiuto dei miei genitori, come me siamo in tanti, troppo piccoli perché AGEA (agenzia per le erogazioni in agricoltura) s’interessi a noi.

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Uno gnomo e un tatà – Fiera di Sant’Orso, Aosta

E’ bella la fiera di Sant’Orso, anche grazie a questi pezzi di artigianato legati alla tradizione, al territorio… E’ bello il territorio valdostano, il territorio delle Alpi, perché c’è ancora l’agricoltura, la zootecnia. Speriamo proprio che qualcuno ascolti queste grida, le comprenda e le trasformi in azioni concrete per far sì che gli operatori del settore primario nelle aree montane non si trasformino nella bella immagine che vedete qui sopra, un essere mitologico e un giocattolo…

Meditazioni di inizio anno

In passato avrei scritto di getto, a caldo, appena lette certe notizie, appena sentite certe dichiarazioni. Adesso invece medito sulle cose che sto per scrivervi da un po’ di tempo. Ci penso mentre sono al pascolo, mentre cucino, quando pulisco la stalla, quando guido. Insomma, quando la mente non è impegnata in altro, i pensieri tornano lì.

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Pascolando in un gennaio troppo caldo e secco – Petit Fenis, Nus (AO)

Dopo aver letto decine e decine di reazioni a certi fatti capitati qua e là, mi sono innervosita, però… come dicevo, non ho scritto qui subito quello che avrei voluto dire. Ho lasciato decantare e ho fatto un esperimento. Ho postato su facebook alcune foto diverse tra loro e ho aspettato le immancabili reazioni… Quello che sto per scrivere, probabilmente non piacerà a molte persone. Ci sarà chi non capirà fino in fondo quello che voglio dire, chi mi giudicherà negativamente, chi mi accuserà inventandosi chissà quali retroscena. Mi spiace per tutti voi, non lo faccio per “interesse”, non ho alcuna ambizione politica, ma scrivo solo per dialogare con chi vuole ascoltarmi e con chi è pronto a provare a seguire il mio ragionamento.

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Paesaggio rurale montano, il villaggio di Sommarese (AO) circondato da prati e pascoli, ma tutt’intorno avanza il bosco

Chi mi conosce sa che ho sempre solo scritto e parlato di ciò che conoscevo, non porto avanti cause “per sentito dire”. Così, nel tempo, mi sono trovata a raccontare le realtà che via via incontravo o mi trovavo a vivere. Oggi quindi vi voglio sottoporre delle riflessioni che prendono spunto da ciò che accade nella dimensione in cui mi trovo, geograficamente e lavorativamente parlando. Come vi dicevo, ho fatto un esperimento.

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Resti di una predazione in mezzo alla strada al Col d’Arlaz, tra Montjovet e Challand (AO)
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Gamba di capriolo, resto di una predazione recente – Petit Fenis, Nus (AO)

Per due volte ho pubblicato immagini che potrebbero riguardare la presenza del lupo: delle ossa completamente spolpate (non so di quale animale selvatico), fotografate in mezzo alla strada asfaltata nella tarda mattinata del giorno di Natale, degli escrementi di canide di grosse dimensioni, contenenti molti peli e frammenti di ossa, una gamba di capriolo spolpata di fresco nel bel mezzo di un pascolo dove quasi quotidianamente porto le capre, a poca distanza da casa. Le reazioni sono state immediate e anche molto colorite. In un caso, pur avendo esplicitamente richiesto di evitare le polemiche inutili, i toni tra chi commentava si sono immediatamente infiammati. Non c’è niente da fare, per molti (allevatori e non) il lupo è una tematica che fa scattare il commento a spada tratta, spesso con argomentazioni tecnicamente molto discutibili.

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Pubblicità della Fontina sul volantino del supermercato Basko

Poi ho pubblicato la pagina di un volantino pubblicitario di un supermercato. Si tratta della catena Basko, ditta ligure presente anche in parte del territorio piemontese. Nel numero di dicembre, un’intera pagina era dedicata alla Fontina, fornita al supermercato tramite una ditta che la acquista da un affinatore di Cogne. Penso sia una buona pubblicità per il prodotto a livello di immagine, anche se ci sono un po’ troppi dati tecnici che, al consumatore, dicono forse poco. Quello che a me diceva molto era il prezzo: scontata del 35% (!!) per le feste, la Fontina costava 19,90 € al kg, anzi… 1,99 € all’etto, c’è scritto. Il prezzo pieno sarebbe stato 30,90 € al kg, per una Fontina di alpeggio. So che sono in tanti i Valdostani a seguire la mia pagina facebook, quando pubblico una foto di una Reina si scatenano a mettere like e commentare. Io a questo punto mi aspettavo un’indignazione ben maggiore rispetto a quella suscitata dalle due ossa spolpate… invece zero, silenzio assoluto, non un Valdostano che abbia detto una parola. Ci sono stati solo un paio di commenti specifici riguardanti le percentuali di grassi saturi e insaturi da parte di addetti ai lavori di altre parti d’Italia e niente più.

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Gregge di capre nel recinto elettrificato usato come protezione notturna – Moncorvè, Valsavarenche (AO)

A questo punto lasciatemi dire una cosa… leggo tutti i vostri commenti sul lupo che mette in ginocchio l’allevamento, che fa chiudere le aziende… ma siete proprio sicuri che la colpa sia il lupo? Non crediate che io non sappia che tipo di problema è il lupo. L’ho vissuto sulla mia pelle in quello che, all’epoca, era stato l’alpeggio con il maggior numero di attacchi in Piemonte. So cosa vuol dire trovare pecore sbranate, resti di pecore, animali feriti, ecc. So cosa comporta in termini emotivi sia subire un attacco, sia vivere con l’angoscia per tutti i mesi d’alpeggio. So cosa significa cercare di prevenire gli attacchi con i diversi metodi ammessi e consigliati: la fatica di portare reti, quella di piantarle, tutti i problemi connessi all’inserimento dei cani da guardiania, la loro gestione e la “convivenza” con gli altri fruitori della montagna.

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Gregge di un pastore piemontese che trascorre l’estate in Valle d’Aosta, preceduto da uno dei cani da guardiania durante la transumanza autunnale – Pontey (AO)

So che ci sono state persone in Valle che hanno venduto le pecore… ma la causa è esclusivamente il lupo? Poi, in Valle d’Aosta, chi è che vive di SOLO allevamento ovino? Certo, il lupo ha attaccato anche dei bovini, e mi fa un po’ sorridere leggere i commenti di chi dice che il filo elettrico non basta a tenerlo lontano dalle vacche. Magari sarebbe il caso di informarsi un po’ meglio, prima di lasciarsi andare a certe dichiarazioni. Nel caso delle pecore, le reti (di altezza adeguata) aiutano (anche se non sono infallibili), ma nessuno ha mai parlato di fili per evitare gli attacchi ai bovini!!

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Cantina d’alpeggio – Pila (AO)

Ma non è di questo che voglio parlare… quello che volevo dire (o ripetere, dato che l’ho già detto anche in passato) è che il lupo è la goccia che fa traboccare un vaso ormai stracolmo di altri veri, grossi problemi. Problemi che però nessuno (o quasi) si mette a discutere sui social. Troppo complicato farlo? Troppo rischioso? O troppo complicato proporre delle soluzioni? Non lo so. Però mi aspettavo almeno un commento sui prezzi della Fontina in Valle, sui prezzi del latte venduto ai caseifici. Sulle aziende che chiudono una dopo l’altra, sulle centinaia di vacche andate al macello dalla fine della stagione d’alpe ad oggi. Sulle aziende che stanno in piedi solo grazie ai contributi e che boccheggiano se questi non arrivano…

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Le piccole aziende di montagna sono fondamentali anche per il ruolo che svolgono a livello territoriale e paesaggistico – Arbaz, Challand-st.-Anselme
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Paesaggi rurali a rischio di estinzione – Col d’Arlaz (AO)

Sulle aziende che sembrano funzionare, ma in realtà poggiano su realtà famigliari dove danno una preziosa mano figli che ancora studiano, mogli o altri famigliari che hanno un loro stipendio, genitori e zii in pensione, e così via. Sulle piccole aziende, quelle che veramente sono sostenibili dal punto di vista ambientale, quelle che davvero curano il territorio, sfalciando ancora prati ripidi, curando il territorio perché ci tengono davvero… ma che con quel numero di bestie “sostenibile” per il territorio, non sostengono più l’economia aziendale, per non parlare di quella famigliare.

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Nell’allevamento tradizionale molte delle difficoltà si superano grazie alla passione… ma quando l’azienda non è più economicamente sostenibile, la passione non basta più – Bataille des reines nel Vallone di St. Barthélemy (AO)

E’ il lupo il problema? Ma diciamocelo… io non so se i capi predati nelle passate stagioni siano stati indennizzati e se veramente sono state pagate le cifre che avevo letto nei bollettini ufficiali… ma so quanto sono state pagate le pecore che certi allevatori hanno venduto la scorsa primavera, pecore di razza autoctona, in via di estinzione. C’è chi ha accettato una ventina di euro a capo, perché nessuno le voleva. Era meglio farle mangiare dal lupo, se si vuol ragionare guardando solo il portafogli! Se però si trovasse a vendere la carne di capra o di pecora, se ci fosse richiesta di agnelli e capretti, se tutto funzionasse, il lupo sarebbe un problema di tutt’altro tipo. Se ci fosse un’economia stabile, troveresti chi te le prende in montagna per l’estate, garantendoti una buona sorveglianza. Ma se tutto non va, allora vendi, allora lasci perdere, e la colpa la dai al problema simbolo, al problema che ha un nome, al lupo.

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Vitello di razza valdostana castana – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

E’ un problema facilmente comprensibile per tutti… e gli allevatori saprebbero come risolverlo, per quello ne parlano tanto? Però vorrei che chi di dovere mettesse lo stesso impegno a parlare degli altri veri grandi problemi che stanno mettendo in ginocchio le aziende della Valle. Tipo i vitelli di razza valdostana, che uno deve vendere per poter mungere e caseificare o dare il latte ai caseifici. Lo volete sapere quanto viene pagata una vitellina di 50kg di razza valdostana all’allevatore? Più o meno cinquanta euro… I più colpiti dal lupo sono i piccoli, piccolissimi allevatori, perché sono già fortemente in crisi. Dover “convivere” con il lupo, le spese aggiuntive che questo comporta, i mancati redditi, i danni di eventuali predazioni porta al collasso. I grandi allevatori (parlo soprattutto dei pastori di pecore, piemontesi o di altre regioni) pian piano si sono adattati: continuano a patire tutti questi fattori, ma li ammortizzano con la quantità e comunque hanno già del personale per badare costantemente agli animali.

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Gregge vagante in Piemonte, con uno dei cani da guardiania

Il discorso sarebbe ancora più lungo, ma la questione di base è comunque questa. Adesso ditemi, voi che leggete, che non siete allevatori: acquistate prodotti di montagna da chi vive e lavora in montagna? Sapete qual è il “giusto prezzo”, oppure nel fare la spesa puntate al risparmio sempre e comunque? Vi domandate cosa c’è in termini di lavoro, orari, fatiche, dietro quel formaggio, quel salume, quel piatto? Oppure già preferite acquistare meno, puntando però alla qualità e spendendo anche quegli euro in più, consapevoli di tutto ciò di cui vi ho appena parlato?

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Prati fortemente danneggiati dai cinghiali – Col d’Arlaz (AO)

Forse è il caso di fermarsi qui. Amici allevatori… smettetela di preoccuparvi che il lupo mangi i vostri bambini: corrono rischi ben più gravi di altro genere. Lo so che il lupo passa appena fuori dalla porta di casa di molti di noi, compresa la mia. Lo fa anche la volpe (pericolosa per gli agnelli, per il pollaio), la poiana (che non perde occasione di prendere una gallina), ma pure cervi, caprioli e cinghiali in quantità (che devastano prati e pascoli, causando danni gravissimi). La montagna è sempre più abbandonata, per quello la fauna selvatica si espande. Son stufa di vedere spacciata come “notizia” la presenza di un lupo per le strade di un villaggio di montagna.

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Bell’esemplare di toro di razza valdostana pezzata rossa – Challand-St.-Anselme

Sono tanti, sono molti più di quello che si dice, il loro territorio si espande, non c’è da stupirsi. Piuttosto c’è da prevenire i danni, attrezzandosi come si deve. E’ giustissimo chiedere di poter difendere i nostri animali dagli attacchi dei predatori, fare in modo che il lupo torni ad avere paura dell’uomo. Però non dimenticatevi di assicurare un futuro ai vostri figli, un futuro in cui fare l’allevatore sia ancora un mestiere dignitoso, dove si vendono i prodotti a un prezzo equo, consono al vostro lavoro, ai vostri sacrifici quotidiani. La passione è fondamentale, ma il vostro lavoro deve portare un reddito. Chiedete pure a chi vi rappresenta, sindacati agricoli e politici, di continuare ad occuparsi del “problema lupo”, ma… prima cercate di ESIGERE delle risposte su tutto il resto, perché non potete continuare a svendere i vostri prodotti e a pagar caro tutto ciò che vi serve per mandare avanti l’attività. Anzi, nel prezzo dei prodotti, dovreste aggiungere anche qualcosa per compensare danni e disagi legati alla presenza dei predatori. Allora sì…

Perché dire “lupo” vuol dire tante cose

La scorsa settimana siamo finalmente riusciti ad andare a trovare Giovanni. Da troppo tempo rimandavamo questa visita, mesi e mesi, per non dire un paio d’anni! Ci siamo avventurati su per la Valchiusella, vallata che una quindicina di anni fa avevo percorso in lungo e in largo per il censimento degli alpeggi. Già allora non era stato facile individuare molti sentieri…

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Al pascolo ai Piani di Cappia – Valchiusella (TO)

Per arrivare su dal nostro amico pastore, abbiamo approfittato delle indicazioni raccolte lungo la strada. Questa signora che pascolava la sua piccola mandria sapeva tutto degli spostamenti dell’uomo e del suo gregge “Si è abbassato ieri, prima era più su in alto. Prendete quel sentiero lì che va in là in piano, non potete sbagliare!

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Mezzo di trasporto tradizionale – Piani di Cappia, Valchiusella (TO)

Una volta individuato il sentiero (nessuna freccia e segni sbiaditi sulle rocce), sbagliarsi era effettivamente impossibile, perché era l’unica traccia che tagliava quei versanti scoscesi tra boschi e cespugli fortemente danneggiati dall’incendio dello scorso autunno, pietraie e magri pascoli ripidi. Non sono “belle montagne”, queste. Piacciono a chi ama la natura selvaggia, ma venire in alpeggio qui significa far fatica, sapersi adattare a condizioni di vita quasi immutate nei secoli. Quassù non arrivano strade e le baite sono quelle vecchie, tradizionali, senza ristrutturazioni, senza “comfort”.

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Giovanni al pascolo con il gregge – Valchiusella (TO)

Giovanni ci aspettava, una delle poche modernità quassù è il segnale del telefonino, che prende e non prende, ma bene o male si riesce a comunicare. Avevamo tante cose di cui parlare, tanto da raccontare, ma il suo discorso, immediatamente dopo i saluti, è stato incentrato sul lupo. Ci ha mostrato che proprio lì vicino gli aveva sbranato degli animali. “La più bella capra fiurinà che avevo… Tante notti ho dormito anche lì, sotto quella balma, per essere vicino al recinto.

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Gregge al pascolo – Valchiusella (TO)

Doveva sfogare la sua “rabbia”, la sua frustrazione, la sua impotenza contro questo nemico che gli impedisce di godersi questi ultimi momenti felici con il gregge. Il lupo è arrivato da quelle parti di pari passo con una serie di problemi che hanno colpito questo pastore. Gli anni passano, la salute non è più quella di un tempo, l’essere rimasto da solo dopo la scomparsa della moglie… Il gregge non ha più tanti animali come in passato, così l’estate la si trascorre quasi tutta qui, spostandosi tra i vari piccoli alpeggi. “Ma qui resto solo una settimana, poi mi abbasso. Troppo pericoloso.”

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Il gregge di Giovanni – Valchiusella (TO)

Molti giovani non farebbero questa vita, in questo modo. Lui, come tanti altri pastori, probabilmente avrebbe continuato fin quando la salute glielo avesse permesso. Ma il lupo contribuirà a farlo smettere prima. Ci parla di un altro pastore che l’ha “invitato” ad unirsi a lui la prossima estate… Sicuramente lui lì, a più di settant’anni, fatica troppo a sostenere anche tutto il carico lavorativo e psicologico che la presenza dei predatori comporta.

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I cani da conduzione del gregge – Valchiusella (TO)

Dei cani da guardiania lo aiuterebbero a fronteggiare gli attacchi, ma probabilmente Giovanni pensa che non valga più la pena di introdurre questo cambiamento, con tutti i problemi di gestione che questi animali comportano. “Non vado più avanti a lungo…“. Lo capisco: so com’è stata la sua vita, vedo come vive oggi, per lui il gregge è quel qualcosa che lo aiuta ad andare avanti nonostante i tanti pensieri rivolti al passato e a chi non c’è più. Non riuscire più a difendere i propri animali fa male. E’ dura per un giovane, ma lo è molto di più per un’anziano. Molti, alla sua età, si godono felicemente la pensione, lui invece è lassù, da solo, con qualsiasi condizione di tempo. Non chiedetemi chi glielo faccia fare: se conoscete il mondo degli allevatori, della pastorizia, sapete bene che il motore di tutto si chiama passione.

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Al pascolo – Valchiusella (TO)

Così temo che verrà presto un’estate in cui questo gregge non salirà su per le strette strade e i sentieri della Valchiusella. E forse nessuno prenderà il suo posto, in queste montagne difficili. Certo, non è solo il lupo a far smettere Giovanni, ma come sempre è quella goccia che fa traboccare un vaso che si è riempito pian piano.

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Pecora di razza biellese – Valchiusella (TO)

Permettetemi però di fare qualche riflessione: dalla primavera fino ad oggi quotidianamente ho visto, tra le immagini pubblicate dai miei amici e contatti sui social, foto di animali predati. Lupi, ma anche orsi (non in questa parte delle Alpi, per ora, mentre invece il lupo si è man mano spostato anche verso Est). E non solo nel nord Italia, ma anche sugli Appennini. Il problema è vasto, esteso, colpisce il grande come il piccolo allevatore, chi ha migliaia di capi e chi cerca di preservare piccoli greggi di razze in via di estinzione. Ma non solo pecore, anche capre, bovini, cavalli…

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Montagne “come una volta” – Valchiusella (TO)

In rete c’è chi ha le soluzioni per tutti (ma spesso non fa questo mestiere), c’è chi si lamenta e basta, c’è chi vuole venderti i suoi cani, c’è chi insulta pastori e allevatori così a prescindere… Dal momento che non amo alimentare le “voci”, parlo e scrivo solo quando conosco le situazioni direttamente, perché non mi fido più di nessun “sentito dire”. Così non ho riportato nessuna notizia, non potendo verificare le fonti. Ho letto, ho osservato e ascoltato. Oggi vi ho raccontato la storia di Giovanni, perché è una delle tante che compongono l’immensa galassia di quelli che hanno problemi con il lupo.

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Capre e pecore – Valchiusella (TO)

Però ce ne sono tante altre che, secondo me, potrebbero andare diversamente. E’ vero che la “convivenza” con i predatori non esclude vittime, ma se uno vuole andare avanti e non chiudere l’attività, qualcosa lo deve fare! Mi fa rabbia vedere le immagini degli animali sbranati, ma me ne fa ancora di più leggere sotto le lamentele di chi non fa niente per proteggere i propri animali. Ormai si sa che i predatori ci sono, non siamo più negli anni in cui si parlava di pochi esemplari vaganti. I branchi ci sono, nascono cuccioli, il territorio è stato man mano colonizzato. Sapendo cosa comporta cercare di difendere i propri animali con i mezzi legali (costi, fatica, problemi con gli altri fruitori della montagna – vedi qui un mio recente post sui cani da guardiania), uno sceglie come comportarsi. Ma chi si ostina a lasciare liberi e/o incustoditi i propri animali, sa che rischi corre. Nessuno è obbligato a prendere i cani da guardiania, usare i recinti per la notte, ecc… ma se poi ti capita qualcosa, al giorno d’oggi, in zone con presenza stabile di predatori, non puoi metterti a lamentarti facendo la vittima.

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Arrivano nuvole e nebbie sul gregge – Valchiusella (TO)

Giustamente si indigna chi ha predazioni “nonostante tutto”, ma devo dire che solitamente si lamenta meno di chi invece non ha messo in opera alcun metodo di prevenzione. L’altro giorno per esempio in Alta Valle di Susa è avvenuta una predazione dentro ad un recinto dove si trovavano pecore con gli agnelli. C’era anche un cane da guardiania all’interno, cosa che probabilmente ha evitato perdite maggiori (una pecora uccisa, un agnello ferito gravemente che non è poi sopravvissuto). Può quindi succedere anche questo, quindi in quel caso sì che ci si può lamentare dicendo che servono anche altre forme di difesa.

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Pascoli difficili in Valchiusella (TO)

E’ auspicabile che qualcosa si muova e che finalmente si autorizzi una difesa “attiva” del gregge. Al fatto che i lupi siano in via di estinzione non ci crede più nessuno. Non so che validità possa avere sparare con proiettili di gomma, ma perché non si inizia a provare questa strada, per esempio? Comunque, la mia opinione è sempre quella: se si arriverà ad autorizzare lo sparo, l’abbattimento, deve essere il pastore a poter intervenire. Lo sappiamo tutti che un animale (anche solo il cane o il gatto di casa) va punito mentre compie un misfatto o comunque quando viene colto in flagrante. Che senso ha organizzare delle squadre che vadano a cercare il lupo che, magari una o due settimane prima, ha colpito un gregge? Se il pastore ha un porto d’armi ad uso sportivo, che possa sparare al predatore quando lo vede arrivare nel suo gregge. La sua capacità nello sparare e il buonsenso nel farlo non differirà da qualsiasi altro cacciatore. I lupi devono associare il pericolo all’uomo, al gregge. Chissà se mai si arriverà a questo… intanto continuiamo con le tante parole, con la disinformazione, con la strumentalizzazione delle parole di tizio e di caio, con gli insulti on-line… e con le stragi di animali, custoditi e incustoditi, al pascolo e appena fuori dall’ovile, in montagna, in collina, in pianura…