Nella speranza che sia l’ultima estate

Siamo nel cuore dell’estate turistica che, in questo “strano” anno, più che mai ha portato gente in montagna. A chi già la frequentava abitualmente, si sono aggiunti quelli che solitamente andavano altrove, quelli che non ne sapevano e non ne sanno niente, quelli che cercano il fresco, quelli che, per non essere “assembrati” in una spiaggia o in una città d’arte… e si “assembrano” lungo un torrente o un lago alpino!

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Se non ci fosse il divieto qualche centinaio di metri prima… tutto il pianoro sarebbe invaso dalle auto! – Clavalité, Fenis (AO)

La convivenza turista/escursionista con montanari, allevatori, pastori e margari non sempre è delle migliori. C’è quello che si accampa nel prato da sfalciare con coperte e borse frigo a far pic-nic, quello che lascia i cani liberi e questi, tra le altre cose, vanno a spaventare gli animali al pascolo, quello che non richiude il passaggio dopo aver intersecato il recinto elettrificato durante il suo cammino, quello che getta/abbandona immondizia lungo i sentieri o nei pascoli, e molto altro ancora. Stiamo però parlando di comportamenti scorretti che, mi auguro, rappresentino una minoranza di tutti coloro che vanno in montagna. Ma, soprattutto, ci sono già leggi che si occupano della gran parte di queste cattive abitudini.

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Sentiero “affollato” da escursionisti – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Ci sono invece due aspetti per i quali, secondo me, occorre fare chiarezza al più presto, in modo che questa sia l’ultima estate in cui si debba assistere ad eterne discussioni, anche dai toni molto accesi. Il primo è il concetto che “la montagna è di tutti”, il secondo il “problema” dei cani da guardiania, che spesso confluiscono in un’unica problematica, dato che la presenza di cani da difesa con le greggi fa sì che il turista si lamenti perché viene limitato nei propri spostamenti sui sentieri.

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Pista che transita accanto ad un alpeggio – Cignana, Valtournenche (AO)

Vorrei che qualcuno mi chiarisse le idee a livello normativo su alcuni punti.  Ritengo che montagna non sia di tutti, poiché ogni alpeggio ha un proprietario e/o un affittuario. L’alpeggio comprende gli edifici (abitazione, stalla, locali di caseificazione e stagionatura dei formaggi) e i territori di pascolo. Il proprietario può essere una persona, un consorzio, un Comune, ma anche una Regione, mentre l’affittuario solitamente è un singolo allevatore, che salirà in alpe con i propri animali e con eventuali altri capi presi in affida, badando a loro o personalmente o con l’aiuto di operai.

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Cartello che segnala la presenza di vacche nutrici e il pericolo per chi volesse avvicinarle – Val Poschiavo, Svizzera (foto S.Spavetti)

Il territorio degli alpeggi però è attraversato talvolta da strade, piste agropastorali, ma soprattutto da sentieri. Tranne in casi limite, non ho mai sentito di divieti ai turisti sul territorio d’alpe (non so che sviluppi abbia poi avuto concretamente questa vicenda austriaca), ma può capitare di incontrare un gregge al pascolo con presenza di cani da guardiania che ci impone di abbandonare il sentiero per aggirare gli animali in sicurezza, oppure una rete di un recinto o fili e picchetti che intersecano il nostro cammino su un percorso segnalato. Allora mi chiedo: esistono degli obblighi per l’allevatore? Immagino che, giustamente, non si possa “chiudere” un sentiero, anche perché questi sono segnati sulle mappe, esistono dei catasti dei sentieri, vengono interdetti solo per eccezionali ragioni di sicurezza (frane incombenti, crolli di parte del tracciato). Ma non si può nemmeno vietare il pascolo “intorno” al sentiero perché certe persone hanno paura delle vacche, dei cani o perché tizio o caio (spesso per loro comportamenti scorretti) hanno avuto un incidente con gli animali. Quanta ragione può avere il turista che si lamenta perché il sentiero viene intersecato da una recinzione mobile di qualsiasi genere?

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Intersezione recinto con sentiero – Praterier, Nus (AO)

Ci sono situazioni in cui, con i bovini, si può suddividere la zona di pascolo sopra e sotto il sentiero, con appositi recinti, ma non sempre ciò è fattibile, quindi quel che si può fare è agevolare il transito degli escursionisti (ne abbiamo già anche parlato qui). Però occorre che le cose vengano dette chiaramente, al fine che non si debba discutere continuamente con quelli che “la montagna è di tutti”. La montagna è di tutti quelli che la rispettano e che rispettano reciprocamente le esigenze altrui: si cerca di comprendere le esigenze lavorative dell’allevatore, si rispettano i suoi strumenti di lavoro (quindi un filo trovato chiuso lo si apre per passare… e poi lo si richiude) e, viceversa, l’allevatore deve agevolare il passaggio delle persone sui sentieri. Gli animali però pascolano dove c’è erba, quindi pure intorno al sentiero (anche perché, altrimenti, l’escursionista in certi punti si troverebbe a dover camminare tra erba alta, talvolta bagnata, talvolta secca e “disordinata”).

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Passaggio per gli escursionisti – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Ancora più chiarezza serve per la questione dei cani da guardiania: un filo bene o male lo scavalchi, ma un cane può letteralmente impedirti di andare oltre. E’ lecito? Qui penso che possiamo parlare di un vero e proprio vuoto normativo, poiché le leggi esistenti non prendono in considerazione questo tipo di cani “da lavoro”. Sulla Gazzetta ufficiale troviamo questi articoli relativi ai cani, ma ci sono poi molteplici altre normative che li riguardano, per quanto concerne i diritti e i doveri dei loro padroni. Ai cani da caccia è consentito “vagare”, mentre per tutti gli altri si configura l’omessa custodia (reato penale). Quindi?

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Collari anti-lupo (vreccali) – (foto A.Bosco)
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Pastore della Sila con vreccale – Quincinetto (TO) (foto F.Bosonin)

Quindi occorre intervenire. Gli aspetti sono molteplici. Per esempio se avete aperto il link, avrete letto “Nella detenzione di cani non si possono utilizzare ne’ applicare
i seguenti apparecchi e attrezzature: collari con punte acuminate, (…)“, mentre il vreccale (collare con punte) viene utilizzato da sempre per salvare i cani da guardiania dai morsi del lupo quando arrivano al corpo a corpo nel loro lavoro di difesa del gregge (leggete ad esempio questa testimonianza).

Ma quel che mi preoccupa in particolare è il rapporto con gli altri fruitori della montagna. Il video sopra (realizzato da Agridea e Pro Natura Svizzera) dice che, in alcuni casi, se il cane proprio non vi lascia passare, dovete tornare indietro… In questi ultimi tempi, quasi quotidianamente mi tocca leggere l’ennesima polemica sui gruppi di montagna sui social. Per fortuna seguo solo quelli di alcune vallate piemontesi! Che ci troviamo in Valsesia o in Val di Susa, la musica è sempre la stessa: “Un cane mi è venuto contro, un cane dei pastori ha aggredito il mio cane, un pastore maremmano mi ha seguito fin lì, abbiamo avuto paura, sono stato morso, non siamo riusciti a passare, ho dovuto portare il mio cane dal veterinario, ecc ecc…“. E vi risparmio il tono dei commenti, le accuse ai pastori (che, secondo la maggioranza, maltrattano i propri animali, non li nutrono a dovere…), per non parlare poi dei consigli (“portatevi dietro un spray al peperoncino da usare contro i cani, glielo spruzzate negli occhi se si avvicinano a voi…“).

Servono norme precise, indicazioni chiare e univoche per gli escursionisti, serve più assistenza ai pastori? Il video sopra è stato realizzato qualche anno fa dal Gruppo Grandi Carnivori del CAI, ma scommetto che molti soci CAI si lamentano comunque per ciò che accade sui sentieri. Ultimamente sono usciti vari cartelli che segnalano la presenza di cani da guardiania, ma non sono uguali ovunque, variano di valle in valle, da regione a regione, pur ripetendo più o meno le stesse cose. Qualcuno, fortunatamente, ha anche cercato di dare delle regole anche per i turisti, visto proprio il gran numero di episodi non proprio a lieto fine (tra segnalazioni, denunce, parole grosse e polemiche).

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Cartello della Regione Toscana
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Cartello del Progetto Pasturus
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Cartello in uso in Trentino (foto D.Paratscha)
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Nuovi cartelli in uso da quest’estate in Provincia di Biella

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Vademecum per escursionisti e per pastori a cura dell’ASL TO3

Però… in questo elenco di “regole per i pastori”, ci sono alcuni punti che differiscono da quanto ho sempre sentito dire e spiegare dai tecnici agli stessi pastori. Per esempio il fatto che non si ammetta la presenza del cane senza il pastore, a meno che il gregge sia nel recinto (con gli stessi cani). Dai tempi in cui ero io stessa al pascolo con le pecore, ricordo bene come si parlasse del buon cane riferendosi a quello che era in grado di stare con il gregge senza allontanarsene anche senza la presenza del padrone, proteggendolo dal predatore senza interagire con altri elementi di disturbo, come i turisti, a meno che questi si ostinassero a passare in mezzo al gregge. Più volte mi è capitato, specialmente in Francia, di incontrare greggi con cani, senza pastore. Ma succede anche da noi, anche perché è materialmente impossibile esserci sempre.

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Un amico in visita ad un pastore “solitario” in alpeggio – Valchiusella (TO)

Faccio un paio di esempi: un pastore che gestisce un gregge da solo, senza aiutanti, nel suo lavoro quotidiano avrà sicuramente dei momenti in cui non può stare con gli animali, per esempio quando deve spostare il recinto. Quindi… si aprono le reti, il gregge parte verso i pascoli insieme ai cani, il pastore raccoglie le reti, le sposta e le riposiziona. Ultimato il lavoro, raggiungerà il gregge, magari dopo un paio d’ore. Come potrebbe fare altrimenti? So di allevatori che sono riusciti a non abbandonare l’allevamento di animali come capre (o pecore), utili anche per avere formaggi a latte misto, proprio grazie a cani che seguono il gregge mentre loro mungono le bovine e si occupano della caseificazione. L’alternativa sarebbe dover assumere una persona solo per seguire questo (piccolo) gregge al pascolo dal mattino fino alla sera, senza altri scopi se non quello di… controllare i cani!!

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I cani da guardiania accompagnano gli animali 365 giorni all’anno. Qui uno dei cani in testa al gregge durante uno spostamento nella stagione invernale nel Biellese

Ma poi, se il gregge è grosso, il pastore non sarà praticamente mai dove ci sono i cani da guardiania, quando si è al pascolo. Altrimenti cesserebbe anche parte del loro scopo, dato che devono sorvegliare territorio e gregge, per prevenire l’avvicinamento e l’attacco da parte dei predatori. Proprio per quello, se il gregge conta diverse centinaia di capi, serviranno più cani, perché uno o due, da soli, non sono sufficienti allo scopo.

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Uno dei custodi del gregge in Abruzzo (foto P.Tomei)

Provate a parlare con qualche pastore, in questi giorni. Vi racconteranno ogni sorta di disavventure con i turisti. C’è chi è stato chiamato dai Vigili perché il suo cane (libero) avrebbe morso qualcuno… e mentre era là, qualcun altro faceva denuncia perché aveva visto il cane legato… Vi racconteranno di quello che ha chiamato il Comune perché c’erano i cani nelle reti con il gregge e abbaiavano, così lui aveva paura di passare. Ci sono quelli che si ostinano a correre, a urlare, che tirano pietre e agitano bastoni. Quelli che gettano da mangiare ai cani. Per non parlare poi di chi si avvicina al gregge con uno o più cani (liberi o al guinzaglio).

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Un buon cane dev’essere nato tra gli animali che dovrà proteggere (foto M.Baldo)

Le regole che deve seguire il turista ormai sono risapute, ripetute in ogni tipo di cartello, in tutte le lingue, anche con i disegni. Molti le seguono… e va tutto bene. Altri no, e succedono degli incidenti. Se tutti i cani da guardiania attaccassero i turisti, ogni giorno in tutto l’arco alpino ci sarebbero stati centinaia di casi! Non nego che però ci possa essere il cane problematico, per indole e/o per errata educazione da parte del proprietario. Sarebbe importante inserire sempre cani che provengono da aziende agricole dove sono nati in mezzo alle pecore, alle capre. Ci sono persone che sanno consigliare gli allevatori in tal senso, il loro ruolo è fondamentale, in questo momento servirebbero ancora più figure simili, perché in molte regioni d’Italia i pastori non sanno come “usare” questi cani. Non è una colpa, semplicemente abbiamo bisogno che qualcuno ce lo spieghi, che venga a vedere come vanno le cose, che ci insegni correzioni, che ci dia suggerimenti. Bisogna testare il cane per vedere come si comporta con gli estranei. Non sono cose che si improvvisano, ci va tempo e i pastori non possono essere abbandonati a sé stessi, in queste fasi. Anche perché il loro lavoro con gli animali è già tanto e il tempo è sempre poco.

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Nuove leve per il futuro – Gressoney (AO) (foto A.Maffeo)

Quindi… oltre a colmare il vuoto normativo sulla figura “cane da guardiania” (o fare comunque più chiarezza su di essa), secondo me tutte le regioni dovrebbero investire in un’assistenza tecnica ai pastori (qualcuno l’ha già messo in pratica). Non tutti aderiranno. Un amico mi raccontava di averlo fatto, con buoni risultati (nessun attacco da quando ha i cani), ma anche con grandi sacrifici, infatti dorme in macchina accanto al gregge nelle reti, di notte. “Io ho molto aiuto e consigli dal tecnico, per lavorare con i cani e le reti. Il guaio è che altri pensano che io, facendo così, sia di quelli che “accettano il lupo”. Ma non è così, io temo per le mie bestie e vado avanti per la mia strada.

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Fienagione a Venoz – Nus (AO)

Per concludere un discorso che altrimenti potrebbe diventare lunghissimo, ricordiamoci che alla montagna servono sia il turista, sia il montanaro, che sia questo un pastore, un taglialegna, un agricoltore, un artigiano… o anche solo qualcuno che ci viva stabilmente, facendo l’orto, mettendo i fiori alle finestre, tenendo viva una casa e un pezzetto di terra intorno. Una “montagna esclusivamente turistica” non è sostenibile: per lunghi periodi all’anno sarà una cattedrale nel deserto e, i turisti che accoglierà nelle restanti settimane/mesi, saranno predatori in cerca di qualcosa che non è il vero spirito della montagna. Se viene a mancare il turista, quelle località diventeranno come un sito minerario quando il filone estrattivo si esaurisce. Nella montagna viva invece turismo e attività agricole, zootecniche, artigianali si integreranno. Quindi i Comuni di montagna non dovrebbero sottomettersi al turista che va a lamentarsi per la presenza dei cani, non dovrebbero emettere ordinanze che ne limitano l’uso, ma dovrebbero informare maggiormente i fruitori occasionali del territorio alpino su quali sono le modalità di lavoro in uso quassù, i ritmi di vita del pastore, l’utilità di questo mestiere per il territorio, per la biodiversità animale e vegetale.

Incertezza e confusione

Voi come vi sentite? A me sembra di essere sospesa in una bolla, le giornate passano, si trascinano, ci sono cose da fare, con gli animali non ti fermi mai, ma sono tutte uguali, non c’è più il diversivo della domenica, quando si andava ad una fiera, ad una manifestazione, a trovare qualcuno. Almeno adesso possiamo tornare a camminare in montagna e… fin quando i confini regionali (e nazionali) saranno chiusi, ci sarà poca gente, il che non è un male, per chi la montagna la ama e la apprezza con i suoi silenzi, le sue vastità, la lentezza.

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La neve del 1 marzo – La Pesse, Nus (AO)

Quest’anno la primavera è bellissima, ci sta regalando colori, giornate limpide, giochi di luci e nuvole. Dopo un inverno non così ricco di neve (almeno a queste quote) è stato marzo a portarci il candido mantello. Quando è iniziata la “chiusura”, la natura fuori dalla porta invece si è esibita in una stagione “giusta”, per ora senza eccessi, anche se in questi giorni sono attesi i primi picchi di calore.

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Pulsatille nei pascoli di alta quota – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Qui almeno ce ne siamo accorti e abbiamo potuto apprezzare lo spettacolo naturale, ma non vedevo l’ora di poter salire più in alto e godere delle prime fioriture sui pascoli, le più spettacolari. Ma anche nella loro immutata bellezza, non sono sufficienti a forare quella bolla in cui siamo sospesi e riportarci a ciò che avevamo prima, nel bene e nel male.

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Pierrey – Vallone di St.Barthélemy – Nus (AO)

Siamo ancora un po’ tutti in attesa di “ripartire”, anche chi non ha mai smesso di lavorare nei campi, nei prati, nelle stalle. Ma ripartire… come? L’altro giorno parlavo con un allevatore di una nota località turistica di montagna: “Sono più di 50 anni che vado in quell’alpeggio, ci sono andato fin da bambino. Qui una volta tutti avevano bestie, oggi d’inverno ci sono solo più cinque stalle aperte. Noi, per andare avanti, abbiamo integrato: abbiamo realizzato in alpeggio un piccolo punto ristoro e la vendita diretta dei prodotti. In questi anni passati ha funzionato ed economicamente ha aiutato. Quest’anno non so proprio come andrà… Però per chi ha lasciato perdere del tutto l’agricoltura, puntando solo esclusivamente sul turismo, sarà molto peggio che per noi!

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Il gregge in transumanza attraversa un parcheggio affollato – Pont, Valsavarenche (AO)

Già… chi farà turismo, quest’anno? E come? Non tutti se lo potranno permettere. Poi ci sono le mille regole e limitazioni, la preoccupazione del contagio, tutti quelli che dicono che la montagna sarà da preferire come meta turistica… Non so che dire, sono spaventata da tutto questo, non so cosa mi preoccupi di più.

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Rifugio Coda, sullo spartiacque tra Biellese e Valle d’Aosta

Nel leggere linee guida, normative regionali e comunali, non so se ridere o se piangere. Ignoro se voi abbiate o meno la possibilità di andare in ferie, ma vi viene voglia di farlo, con un “clima” del genere? Come riuscirete a rilassarvi tra spazi da rispettare, mancanza di tutta una serie di intrattenimenti (ludici, culturali, sportivi…), divieto persino per i bambini di giocare insieme (in spiaggia, ma non solo), ristoranti da prenotare in anticipo (immagino che ci sarà anche un tempo massimo per le consumazioni, altrimenti il ristorante fallirà di sicuro, se uno dei pochi tavoli rimasti viene occupato per tutta la sera da chi prende solo un’insalatina e una macedonia).

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Ruscello tra i pascoli, Vallone di St.Barthélmy, Nus (AO)

Lo so che per qualcuno suonerà male, ma… non sarebbe forse meglio un altro approccio? Regole d’igiene, certamente, quelle non guastano mai (e chi lavora in un’azienda agricola che trasforma prodotti di normative ne ha già sempre dovute seguire non poche). Però a fronte di mille divieti, di spauracchi di nuovi periodi di chiusura totale, di vita sociale, educazione scolastica, ecc ridotte a voci, suoni, visi dietro ad uno schermo, verrebbe da dire: “Facciamoci gli anticorpi e si salvi chi può“. Certo, potrebbe toccare anche a me o a qualcuno a cui voglio bene… ma sono pensieri che vengono, specie quando c’è così tanta confusione su questo virus. Su come si diffonde, sui suoi effetti, su quanto durerà, sul vaccino (che, ammesso che si trovi, potrebbe non essere efficace perché il virus, nel frattempo, potrebbe mutare), e via discorrendo. Mascherine sì, mascherine sempre, mascherine no, guanti, un metro, due metri…

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Fiera a Valpelline (AO), edizione 2019

Insomma, al pensiero di dover tornare ad essere “rinchiusa” per mesi, senza la possibilità nemmeno di camminare da sola nei boschi dietro casa, o alla prospettiva di una vita “sospesa” che si protrae magari anche per anni, con la paura e la diffidenza verso chiunque, contatti con il prossimo quasi solo virtuali, box come quelli per i vitelli per andare in spiaggia o al ristorante, non una festa di paese, non un concerto, non una fiera… beh, persino un’amante dei posti solitari e del silenzio come me inizia ad avere certi pensieri.

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Prati a Seissogne – St.Marcel (AO)

Anche perché avete un bel dire che la montagna offre più possibilità di isolarsi e stare all’aria aperta, ma… ammesso che riaprano i confini regionali e nazionali, si creerà un affollamento pure lì, sia per chi si spingerà più lontano a piedi, sia per chi raggiungerà solo mete più accessibili. Non riesco ad essere ottimista, su questi aspetti. La gente è più che mai nervosa, irritabile, egoista e prepotente. Altro che appellarsi al rispetto reciproco e alla comprensione! Da una parte ci saranno gli interessi economici, dall’altra i timori di rischi sanitari, dall’altra ancora la voglia di poter dimenticare ciò che attende il “vacanziero in tempi di Covid” al ritorno da quel periodo di svago…

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Capre al pascolo – Nus (AO)

I pensieri si accavallano, qui nella mia bolla. Le capre pascolano inconsapevoli, per loro la stagione è buona, le piogge hanno portato erba e foglie in quantità, fino all’altro giorno non faceva nemmeno troppo caldo e presto verrà il giorno di partire verso l’alpeggio. Piccole certezze e punti fermi in un periodo di grande confusione…

Tra i tanti problemi, la manodopera

Mi trovo in difficoltà, in questi giorni: tante sarebbero le cose di cui scrivere, tante le problematiche, i dubbi, le incertezze. Per quasi tutte però lo scriverne non cambierebbe nulla, se non come forma di sfogo o di confronto virtuale. Invece parlare ora del problema della manodopera negli alpeggi magari può aiutare qualcuno a risolvere un problema che incombe.

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Alpeggio ancora chiuso ad inizio stagione – Val Soana (TO)

La gran parte delle attività sta soffrendo per la crisi e l’immobilità determinata dall’emergenza Covid-19. Anche se gli interrogativi sono ancora tanti, nel mondo zootecnico tradizionale si guarda con sempre più apprensione anche alla stagione d’alpeggio imminente. Con la speranza di poter salire tutti, con la speranza ancor più grande che, per quando sarà ora di transumanza, non ci siano più nuovi contagi, non si sa se quest’anno si potrà contare sulla manodopera straniera.

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Il siero ai vitelli: tanti e differenti sono i lavori in alpeggio – Ceresole Reale (TO)

Ammesso che il peggio dell’emergenza sanitaria sia alle spalle e che si possano assumere operai per i lavori in alpe, è probabile che una certa fascia di manodopera stagionale, che proveniva da paesi esteri solo per l’estate, sia impossibilitata ad entrare in Italia. Una situazione simile la sta già vivendo il settore dell’ortofrutta, che lamenta mancanza/carenze di personale per la raccolta (un esempio qui). E’ però più facile imparare a raccogliere fragole o pomodori, piuttosto che mungere vacche in alpeggio…

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Uscita mattutina al pascolo – Fontainemore (AO)

Però il nuovo mondo che ci aspetta fuori dalle porte il giorno che finalmente potremo riaprirle probabilmente ci chiederà di cambiare tante cose, nelle nostre vite. La mia pagina del cerco-offro lavoro in alpeggio/azienda zootecnica continua ad essere attiva, per pubblicare un annuncio, è sufficiente inviarmelo via e-mail. In certi alpeggi si cercano esperti mungitori e/o casari, in altri tuttofare, per pulire stalle, condurre gli animali al pascolo, montare e smontare recinzioni. Occorre essere temprati alla vita in montagna, si lavora 7 giorni su sette, con qualsiasi condizione atmosferica, talvolta le sistemazioni saranno spartane, a seconda delle strutture di cui è/non è dotato l’alpeggio.

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Vacche in stalla in alpeggio – Cogne (AO)

Non fatemi domande sulla “giusta paga”: usciremo tutti da questo periodo in ginocchio se non peggio. Le aziende zootecniche tradizionali non se la stanno passando bene, tra animali invenduti o venduti sottocosto, prodotti caseari che si accumulano nelle cantine. Speriamo solo ci si possa rimettere tutti in piedi e che, ripartendo i sacrifici, si possa ricominciare. Lavoro, in questo settore, ce n’è… bisogna aver voglia di farlo!

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Vacche al pascolo – Ribordone (TO)

Adesso tocca a voi

Sabato 21 marzo gli allevatori si sono fatti sentire. E’ stata una giornata emozionante: alle 11:30 qui l’intera valle si è letteralmente riempita di suoni, ancora più potenti nel silenzio quasi totale di questi giorni in cui non circolano molti mezzi. Poi, per tutto il resto del giorno, campani e campanacci hanno continuato a risuonare sui social.

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Flash mob a Bobbio Pellice (TO) – foto D.Bonnet

Quando abbiamo lanciato l’idea, non avevamo tenuto conto di un elemento: i bambini! Per loro sabato è stata finalmente una giornata diversa dalla strana quotidianità di queste settimane. Ci sono state le ore di organizzazione dell’evento, i minuti in cui si suonava e poi ore a vedere e rivedere i video all’infinito.

Come si era detto, ciascuno ha suonato con il proprio spirito: chi solennemente, chi con dolore, chi con forza, quasi a scacciare il male, chi, paradossalmente, in silenzio, dando al suo gesto una forza immensa.

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Flash mob in silenzio – Quart (AO) – foto E.Roullet
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Campane da lutto – Valli di Lanzo (TO) – foto CA Solero Sevan

 

La solidarietà degli allevatori e degli appassionati di campane non si ferma a questo gesto simbolico. Parallelamente al flash mob, in modo del tutto spontaneo, molti artigiani vicini al mondo zootecnico stanno organizzando un’asta dove vendere campane e collari in cuoio realizzati per scopo benefico.

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Solidarietà e beneficenza – foto S.Meglia

Adesso però tocca a voi, a voi che avete ascoltato. Gli allevatori vi hanno detto che loro ci sono e che, nonostante tutto, cercano di continuare il loro lavoro. Mungono, caseificano, immettono o immetterebbero sul mercato carne, latte, latticini. Voi, anche se siete confinati a casa… mangiate! Anzi, avete più tempo per cucinare e potete svolgere questa attività con i vostri bambini, passando il tempo insieme.

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Molti allevatori sui social hanno pubblicato una foto delle loro campane con la scritta “Noi ci siamo” – Valle d’Aosta – foto E.Yeuilla

Quando andate a fare la spesa, scegliere prodotti che provengono dall’Italia. Così aiutate gli allevatori in questi giorni difficili, ma anche gli agricoltori e tutti gli operatori del settore della trasformazione. Fate più che mai attenzione alle etichette, alla provenienza… Ma informatevi anche sulle aziende agricole della vostra zona, moltissime si sono organizzate per recapitare a domicilio i loro prodotti. Questo è quello che potete fare… e mi auguro che continuerete a farlo anche quando l’emergenza sarà passata.

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C’è anche Quincinetto (TO) – foto L.Motta Frè

Suonate le vostre campane

L’altra sera stavamo aspettando un parto di una capra che andava per le lunghe, così, mentre si guardavano le notizie e i video on-line, ci è venuta l’idea. “Ma perché non fare uno di questi flash mob, ma con le campane?“. Sì, io non sono tra quelli che deridono queste iniziative che creano un diversivo e un momento di “aggregazione spensierata”, pur stando tutti lontani, in un momento così difficile come questo. Le cose non vanno bene, i problemi sono tanti, ma cercare di sollevare gli animi con un po’ di musica e di gioia male non fa. Ho visto che su un gruppo facebook dedicato ai campanacci già si parlava di farli suonare una volta che tutto fosse finito. Però ieri, nel silenzio surreale di una domenica pomeriggio senza il via vai continuo delle macchine dei turisti, con solo il cinguettare degli uccellini che sentono la primavera, mi sono detta: “No, il momento giusto da farlo è ora. Se le suoneremo in montagna, si sentirà da una parte all’altra della valle, e anche in pianura i campanacci risuoneranno di cascina in cascina…

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E così ecco che vi propongo questa iniziativa. La data non è scelta a caso, il 21 marzo inizia la primavera, un momento di rinascita soprattutto per il mondo agricolo. L’auspicio è che, presto, la rinascita possa esserci per tutti, dopo queste giornate così dure, complicate, colme di preoccupazione, di incertezza. L’ora (le 11:30) è quella in cui tutti, bene o male, dovrebbero aver finito i lavori in stalla, nei prati, nei campi (visto che gli allevatori lavorano sempre e comunque, gli animali devono mangiare, devono essere munti, devono essere curati, aiutati a nascere…), ma non si sono ancora messi a tavola. Uscite fuori, sui balconi, nei cortili (non troppo vicino alla stalla, o le bestie impazziranno, sentendo i campanacci! Penserebbero che sia già ora di uscire, andare al pascolo, partire verso i monti), fate suonare campane, campanacci, campanelle.

Sarà un modo per far sentire la voce di un settore fondamentale per il territorio e per le persone, per portare in tavola latte, carne, latticini… Con le nostre campane diremo che ci siamo e che continuiamo, nonostante tutte le difficoltà che già c’erano e quelle che si sono aggiunte in questi giorni. Diremo grazie a chi consuma i nostri prodotti, a chi sarà più attento a sceglierli in futuro. Ringrazieremo tutti coloro che lavorano per noi anche in questo periodo (veterinari, chi ci porta fieno, mangimi, chi ci aggiusta i trattori…) e chi lavora per la salute di tutti (medici, infermieri, tutto il personale che lavora sulle ambulanze, negli ospedali). Fate girare la voce, condividete, cerchiamo di essere tanti, tantissimi, sabato 21 marzo alle ore 11:30. Giriamo anche dei video da condividere sui social, così che il nostro suono arrivi anche nelle città, nelle case di tutti!

Come si fa a dirlo all’UNESCO?

Sono passati tre mesi giusti giusti, era dicembre quando la transumanza è stata proclamata “patrimonio dell’Unesco” e io aspettavo ad esultare perché volevo vedere, nel concreto quel che sarebbe successo. Pensavo a ciò che si sarebbe verificato nella stagione delle transumanze primaverili, specialmente in quei comuni che, in passato, avevano posto limitazioni alla pratica della transumanza, ma invece è solo il mese di marzo e già ci troviamo a parlarne. Lo so bene che in questi giorni sono ben altre limitazioni agli spostamenti a preoccupare i cittadini italiani, ma io voglio raccontarvi lo stesso questa storia. Così, anche se siete confinati in casa per cercare di contenere la diffusione del virus, potete invece favorire la diffusione di questo post, contribuendo magari a far cambiare qualcosa.

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Il gregge nelle pianure del Canavese (TO) (foto M.Blanc)

Mariefrance e Natalino sono pastori vaganti, il loro gregge è in cammino da generazioni, quando li avevo incontrati la prima volta 15 anni fa con loro c’era ancora anche il papà di Natalino… Praticano il pascolo vagante, cioè la pastorizia nomade, si spostano cercando pascoli per le pecore, le capre e gli asini di cui hanno cura 365 giorni all’anno. Chi mi segue da tempo sa cosa vuol dire, ma lo spiego per tutti gli altri, che si troveranno per la prima volta a leggere di questa particolare realtà.

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Natalino in un ritratto scherzoso scattato da Mariefrance – Foto M.Blanc

E’ un’antichissima forma di pastorizia, quella più naturale, giunta fino a noi quasi senza grosse variazioni per quanto riguarda la gestione degli animali (che si cibano quotidianamente pascolando ciò che il territorio offre grazie al lavoro dei pastori, che cercano pascoli sempre nuovi dove condurli). Niente mangimi, niente spazi chiusi, niente consumo di energie non rinnovabili (a parte il carburante del fuoristrada che traina la roulotte, in sostituzione dell’asino e delle coperte in cui si dormiva all’addiaccio).

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Il gregge in alpeggio al Gran San Bernardo (AO) – Foto M.Blanc

Il gregge di Mariefrance e Natalino si sposta attraverso il territorio del Canavese dall’autunno alla primavera, mentre in estate sale a pascolare in alpeggio al Colle del Gran San Bernardo, in Valle d’Aosta. La loro transumanza, sia in salita, sia in discesa, avviene con i camion, perché sarebbe troppo complicato attraversare il territorio della Vallée con tutto quel gregge che deve sfamarsi quotidianamente. Però, una volta scesi in pianura, ogni giorno c’è una piccola transumanza, uno spostamento da un pascolo ad un altro, che sia questo un prato, un incolto, una stoppia di mais, il greto di un torrente per abbeverare gli animali.

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Pascolo vagante autunnale – Foto M.Blanc

Sono quarant’anni che passiamo qui e non era mai successo niente. I contadini ci aspettano perché pascoliamo i campi, loro dopo arano e seminano…“. I pastori mi raccontano al telefono quello che è capitato. C’è un Comune che ha vietato loro il pascolo e addirittura il transito con il gregge sull’intero territorio, strade comunali comprese. “Non è successo niente, non ci sono state denunce per danni, qualcosa in particolare. Noi, quando ci spostiamo, cerchiamo sempre di fare attenzione, in questa stagione poi si pascola nelle stoppie e cercare il mais caduto dopo la trebbiatura, nei prati non si va più perché cresce l’erba e i contadini non la lasciano più per le pecore. Se vogliamo attraversare il territorio di Pavone, possiamo farlo solo caricando le pecore sui camion!

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Il gregge proprio a Pavone Canavese, qualche anno fa – Foto M.Blanc

Però il Sindaco di Pavone Canavese (TO) ha vietato loro il passaggio. “Siamo andati in Comune con tutto l’elenco delle particelle catastali su cui avevamo il permesso da parte dei proprietari, avevamo anche le copie delle loro carte d’identità, ma niente…“. Sul sito del Comune io non sono riuscita a trovare niente che riguardasse il pascolo, provateci anche voi, poi mi farete sapere. C’è solo questo, dove nell’articolo 38 c’è scritto Divieto di pascolo ABROGATO (DEL. CC. 6/2011). Cosa significa? Spiegatemelo…

 

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Spostamento pomeridiano nella stagione invernale – Foto M.Blanc

Così i pastori a Pavone non possono pascolare, nemmeno dove i contadini aspettano il loro arrivo… E non possono nemmeno transitare! Infatti ieri, per cambiare comune e cercare altrove nutrimento per il gregge, sono stati costretti a recare disagi a tutti gli automobilisti che passavano di lì. Perché la strada secondaria attraversava un tratto del comune di Pavone e il Sindaco vietava il passaggio. “Così via sulla statale, 5 km a piedi con tutto il gregge… Va già bene che era domenica, pensa se c’era la gente che andava a lavorare! Io non sarei mai passato di lì. E’ arrivato il Sindaco, i Carabinieri, hanno detto che mi faranno 2000 euro di multa. Vedremo…“, racconta Natalino.

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Pascolo vagante tra autunno e inverno – Foto M.Blanc

Chi glielo dice all’Unesco, che succedono queste cose? O magari si fa prima a dirlo al Sindaco? Che, tra l’altro, tra gli incarichi ha pure quello all’agricoltura, come potete vedere qui. Di solito il ricorso ai divieti di pascolo succede quando c’è un soggetto che non si comporta bene, qualche pastore che non rispetta confini e proprietà private. Pavone Canavese aveva già avuto qualche “discussione” con i pastori anni fa. Eravamo nel 2016, l’avevo raccontato in questo post. Parliamo però di un altro gregge che era transitato nel centro del paese, non di un pastore che gira in zona da 40 anni e che semplicemente voleva andare a pascolare negli appezzamenti in cui aveva i permessi dei proprietari.

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Spostamento attraverso un centro abitato – Foto M.Blanc

Mariefrance e Natalino ieri sera erano davvero preoccupati e sconsolati, una cosa del genere non era mai successa. “Con tutto il trambusto che c’è stato, siamo andati a recuperare la roulotte solo adesso, di notte, non si vedeva più niente.” Non parliamo di un giovane pastore che, per la prima volta, si avventura in un nuovo territorio portando scompiglio tra i residenti, con contadini che temono per campi e prati, signore con la scopa che tengono lontano le pecore e le capre dalle loro siepi…

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I primi pascoli estivi nel Vallone del Gran San Bernardo (AO) – Foto M.Blanc

Non so se queste mie parole potranno servire ad aiutare i pastori. Mancano ancora diversi mesi alla salita in alpeggio (e non si vuole pensare a cosa potrà accadere quest’anno, proprio oggi che siamo alle prese tra zone rosse e inviti/imposizioni a non uscire di casa), il gregge dovrà ancora spostarsi per diverse settimane tra un comune e l’altro, a seconda della disponibilità di cibo, delle piogge, del caldo. Mi auguro che tutte le amministrazioni comunali che pensano di vietare il pascolo vagante o che già l’hanno fatto, vadano a leggere questo documento della FAO, dove si mettono in evidenza i legami tra pastorizia, biodiversità e sviluppo/riduzione della povertà, ma anche come la pastorizia garantisca benefici per la biodiversità.

La guerra dei poveri

Osservo spesso sui social accesi “dibattiti”, per non dire di peggio, tra persone che hanno idee, punti di vista differenti. Non sto parlando di politica, resto nel mio settore, quindi di tematiche e problematiche inerenti il mondo zootecnico rurale, montano. A me non piacciono le persone che urlano, quindi nemmeno questi scambi scritti in cui ci si insulta anche senza conoscersi.

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Pascoli di mezza montagna – Verres (AO)

Talvolta si tratta di interlocutori appartenenti a “mondi” differenti, e allora potrei quasi arrivare a capire l’incomunicabilità, la mancanza di qualsiasi argomento in comune, l’incapacità di comprendere le ragioni altrui. Ma ciò che mi ferisce e mi fa pensare non poco sono le parole grosse tra allevatori che si trovano ad affrontare lo stesso problema, anche se in zone o in condizioni differenti. Invece di spiegare o di chiedere informazioni sulle motivazioni, scatta l’insulto.

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Capre in una battaglia spontanea al pascolo – Nus (AO)

Questa incomunicabilità, o meglio, questa visione chiusa l’ho potuta toccare con mano qualche settimana fa durante una trasferta in Centro Italia, dove ho incontrato persone provenienti da differenti regioni. Queste sono ottime occasioni per scambiare idee e conoscere altre realtà, secondo me. Infatti così è stato, ma mi è anche capitato di sbattere contro alcuni muri. Un esempio? Si parlava di predazioni, e mi è stata chiesta qual è la reale percentuale di attacchi ad opera del lupo e quale da parte dei “branchi di cani randagi.”

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Cani randagi nel Centro Italia (foto dal web)

Ho spiegato che dalle mie parti ci possono certamente essere attacchi che non sono attribuibili al lupo, ma branchi di cani randagi non ce ne sono. Può esserci qualche cane vagante, perso o scappato, ci sono cani che hanno un padrone, ma vengono lasciati liberi per un certo periodo del giorno. I miei interlocutori hanno insistito sull’argomento, da loro ci sono questi branchi di randagi, soprattutto intorno alle città, ma anche in campagna, e possono essere pericolosi persino per l’uomo. Io non ho messo in dubbio queste loro affermazioni, perché avrei dovuto? Loro però non hanno creduto alle mie parole sul fatto che, dove vivo io, non ci siano cani randagi.

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Capre valdostane in stalla – La Salle (AO)

Se le cose vanno così faccia a faccia, figuriamoci nel mondo virtuale, dove non sempre ci si spiega a dovere o dove le parole vengono facilmente fraintese! Così se a tizio capita qualcosa, ecco che subito dei colleghi commentano bollandolo come incapace di fare il proprio mestiere. Ma perché? Come fate a sapere come sono andate le cose? Perché siete sempre così pronti a giudicare in negativo?

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Bancarella di formaggi ad una fiera

Uno mette la foto di un formaggio… e l’altro replica che lui i formaggi così li fa mangiare ai cani. Pubblichi l’immagine della stalla con le capre o le vacche legate e… non l’animalista vegano, ma un altro allevatore dice che dovresti essere denunciato, ecc ecc ecc. Uno consiglia di aggiungere aceto al siero per far la ricotta (inserendo anche una foto della spiegazione di un corso di caseificazione) e si leva un coro contro l’uso del siero o del limone. Perché non usare questo straordinario strumento di comunicazione… per comunicare? Perché non chiedere gentilmente le ragioni di quel che vediamo e non comprendiamo, perché diverso dal nostro modo di lavorare? Si potrebbero imparare cose nuove, migliorarne altre… Se mi venisse chiesto, spiegherei perché DEVO legare le capre in stalla, in quanto il carattere di questa razza e le imponenti corna favorirebbero incidenti, aborti, gerarchie che impedirebbero alle più deboli di alimentarsi adeguatamente, ecc ecc

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Animali in pessime condizioni d’igiene e di alimentazione (foto dal web)

Poi sicuramente c’è chi pubblica immagini di situazioni al limite della legalità, del benessere animale e del buonsenso, ma con l’insulto sicuramente non lo aiuteremo a comprendere gli errori, ammesso che voglia farlo. Abbiamo tante razze di animali, abbiamo un territorio vasto e variegato, più siamo piccoli, meno avremo esigenze e metodi standardizzati. Di nemici gli allevatori ne hanno tanti, scontrarsi e litigare sulle piccole cose non è certamente utile.

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Gregge e cane da guardiania – Donnas (AO)

Prendiamo l’argomento cani da guardiania, per esempio. In certe regioni dove lupi e orsi ci sono sempre stati, si è mantenuta una corretta selezione di questi animali. Quante discussioni sull’argomento… ma se si usasse internet per superare quelle barriere (spazio e tempo) che impediscono alla gran parte degli allevatori di incontrarsi? Non insultate i colleghi che cercano di attrezzarsi per difendere i loro animali (magari anche sbagliando), spiegate invece loro come fate voi e perché ritenete sia il metodo migliore. Poi magari scopriremo che ci sono delle differenze, per esempio un’allevatrice del Lazio mi raccontava del gran numero di cani da guardiania che accompagna il loro gregge. “…tanto per nutrirli basta dare loro pane e siero…” Peccato che la stragrande maggioranza delle greggi nel Nord Italia non pratichi la mungitura e la caseificazione! Ma sono tutte cose da raccontare, da ascoltare, per capire meglio e per non insultare come “incapaci” i colleghi.

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Gregge con cane da guardiania – Pianura pinerolese (TO)

In questi giorni un amico pastore ha pubblicato una sua lunga riflessione sull’argomento lupo, uno dei più spinosi da affrontare. Facile dire “vanno abbattuti tutti” (cosa peraltro irrealizzabile, oltre che assurda), più difficile ragionare su tutte le problematiche che gravitano sulla pastorizia, sull’allevamento medio-piccolo di montagna, lupo compreso. Come temevo, non tutti hanno compreso il suo discorso, banalizzandolo a un pro-lupo/contro-lupo. Fidatevi, c’è sicuramente chi legge tutte queste nostre infinite diatribe sui social e se la ride, perché fin quando ci scanniamo tra di noi, non siamo pericolosi. Se solo ci si unisse per far fronte ai problemi comuni invece di giudicare come lavora tizio, ridere alle spalle di caio, denigrare pincopallino perché è andato a lavorare per altri, insultare xyz perché ha pubblicato un video in cui fa nascere un vitello in un certo modo, allora magari riusciremmo ad ottenere qualcosa. Ottenere di poterci difendere dagli attacchi del lupo, ottenere prezzi più equi per il latte, la carne, la lana, ottenere controlli e garanzie sulle speculazioni in merito ai territori d’alpeggio, sui divieti di transumanza o di pascolo, tanto per fare alcuni esempi.

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Giovani allevatori ad una rassegna in Valchiusella (TO)

Con queste riflessioni, che spero condividerete, credo che concluderò i miei post per questo 2019. Provo a sperare che cambi qualcosa per il futuro, ma purtroppo, anno dopo anno, ci ritroviamo sempre a discutere le stesse questioni, una vera e propria guerra fra poveri che non porta a niente se non a ulteriori malumori.

Transumanza: tra feste, divieti e necessità

 

Non penso siano rimasti molti animali negli alpeggi, a questa stagione. C’è ancora qualcuno che sta finendo l’erba a mezza quota, approfittando del fatto che le temperature sono relativamente miti e la neve non si è fatta vedere al di sotto di certe altitudini. Gli animali in mungitura sono tutti scesi, ci sono ancora vacche asciutte, qualche gregge di pecore e/o capre.

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Discesa dall’alpeggio a piedi tra Verrayes e Nus (AO)

La transumanza è una tradizione… e una necessità. Si sale a consumare l’erba dei pascoli in quota, si scende quando questa è finita, o per rientrare direttamente in stalla, o per pascolare i prati di fondovalle o pianura accanto a cascine e stalle. Chi fa pascolo vagante invece continuerà a spostare gli animali, giorno dopo giorno, alla perenne ricerca di pascoli. Gli stanziali, terminata l’erba, chiuderanno gli animali e inizieranno ad alimentarli con fieno, cereali, ecc.

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Ogni zona ha le sue transumanze, legate al territorio, al clima. Vi segnalo questo convegno, che si terrà ad Anagni (RM) il 30 novembre – 1 dicembre, a cui parteciperò anch’io, portando un contributo sulle realtà che conosco meglio.

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Festa della transumanza 2019 – Pont Canavese (TO)

Da qualche tempo, per celebrare la transumanza e il ritorno degli allevatori dagli alpeggi, sono nate delle vere e proprie feste della transumanza. Non hanno una valenza storica, sono le fiere ad essere legate al passato, mentre le feste sono state pensate e create soprattutto ad uso turistico… e i turisti sembrano apprezzare! L’importante è capire che questa non è una manifestazione folkloristica fine a sé stessa, ma un momento del lavoro degli allevatori.

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Un gregge scende verso il prato della fiera a Sordevolo (BI)

Le fiere (primaverili e autunnali) sono nate nei paesi allo sbocco delle valli perché era lì che convergevano greggi e mandrie nel momento della salita e della discesa dai pascoli alpini. Si acquistavano attrezzi e viveri, si vendevano prodotti (lana, formaggi, ecc) e animali. Ovviamente oggi molte cose sono cambiate, ma le fiere restano momenti importanti per il mondo agricolo e per i suoi protagonisti.

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Preparativi per la Desnalpà a Settimo Vittone (TO)

Le feste della transumanza possono essere ugualmente importanti perché permettono a pastori e margari di mostrarsi al resto del mondo con orgoglio per il proprio lavoro, esibendo la propria passione ad un pubblico che, sempre meno, comprende questo mestiere. Gli animali vengono curati con attenzione ancora maggiore rispetto al solito, si attaccano i campanacci dal collare decorato, quelli dal suono migliore. In occasione di queste feste, sempre più si è presa l’abitudine di addobbare il capo di vacche e capre con fiori, nastri e composizioni colorate, anche laddove un tempo ciò non veniva fatto.

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Vi è venuta la curiosità? Non siete mai stati a una di queste feste? O ad una fiera? Ve ne segnalo un paio che si terranno nei prossimi giorni. Affrettatevi, perché sono gli ultimi appuntamenti e… ne vale davvero la pena! Una è una festa dedicata alla transumanza (Desnalpà – discesa dall’alpe) a Settimo Vittone (TO), una è una fiera successiva alla discesa, che negli ultimi anni ha scelto di far arrivare gli animali delle aziende locali con una vera e propria sfilata per le vie del paese (Fîra ‘d la Calà) a Bobbio Pellice (TO)… mentre il 2 novembre a Luserna San Giovanni (TO) vi è la principale fiera autunnale a livello zootecnico (e non solo) del Nord Ovest.

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Un gregge scende verso la pianura in Val Chisone (TO)

La transumanza viene celebrata anche altrove, numerose sono le feste in Francia, a Madrid qualche giorno fa c’è stata una vera e propria parata nelle vie del centro della capitale spagnola, con il passaggio di un gregge. E’ dal 1994 che il 20 ottobre si ripete questa manifestazione, una rivendicazione da parte dei pastori del diritto di utilizzare gli itinerari tradizionali per spostarsi dal nord della Spagna verso sud, dove trascorreranno l’inverno. Un tempo il “Camino real” attraversava la campagna, ma oggi passa proprio nel mezzo del centro città. La legge, la 3/95 tutela questa pratica di transumanza dove il passaggio degli animali ha la priorità su quello delle persone.

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Camminare con gli animali è un momento molto amato dai più giovani – Sordevolo (BI)

La transumanza è stata anche candidata come patrimonio dell’Unesco, ma ciò nonostante già solo in Piemonte anche quest’anno si sono segnalati casi di “divieti” o grosse limitazioni al suo svolgimento. Cito due casi, entrambi in provincia di Cuneo. Questa primavera il comune di Crissolo, in alta Valle Po, ha emanato un’ordinanza che vietava il passaggio di mandrie e greggi nel paese nei fine settimana. Il motivo sarebbe stato legato a questioni di igiene, salute pubblica e sicurezza per i cittadini: “La carenza d’organico ci impedisce di provvedere in tempi rapidi alla pulizia e disinfezione delle strade dalle deiezioni animali“. Ma lo sanno, in Comune, che al sabato e domenica è più facile organizzare la transumanza perché amici, conoscenti, parenti possono venire a dare una mano? E i bambini non devono perdere un giorno di scuola? Crissolo è un comune di alta montagna, se qualche turista o villeggiante si lamenta delle deiezioni… torni pure a respirare aria buona e calpestare asfalto in città.

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Articolo apparso su “La Guida” sui fatti di Limone Piemonte – 19/09/19

Sono altre le cose per cui lamentarsi, non le transumanze! E che dire poi di Limone Piemonte in Valle Vermenagna, dove il divieto di transumanza quest’autunno è stato totale? O meglio, non si trattata di un divieto, ma per passare bisognava chiedere l’autorizzazione all’Anas, che l’ha negato… Niente passaggio delle mandrie a piedi, bisognava caricarle sui camion… E poi parliamo di ambiente, diciamo alla gente di andare a piedi, in bicicletta, con i mezzi pubblici, ma nello stesso tempo obblighiamo ad usare i camion per caricare le vacche, invece di farle scendere a piedi con la colonna sonora dei campanacci a risuonare per la valle?

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Discesa a piedi dall’alpeggio Veplace a Nus (AO)

Scendere a piedi ha tanti significati. Concretamente parlando, è un vantaggio economico (i camion costano, il loro impiego incide non poco sui bilanci aziendali), anche se spostarsi a piedi con il bestiame può essere faticoso, difficile, complicato. Talvolta è davvero impossibile per le distanze e per l’impossibilità di trovare luoghi dove fare tappa. Però c’è un risvolto emotivo non indifferente: per l’allevatore, scendere con la mandria o il gregge, attraversando i paesi della valle, è una soddisfazione. Lo fai a testa alta, con orgoglio, perché mostri alla gente i frutti del tuo lavoro, i tuoi animali che scendono belli, grassi, in piena forma, dopo la stagione trascorsa in montagna. Le persone escono dalle case, c’è chi ti saluta, chi viene ad offrire un bicchiere. Un tempo era così, oggi queste scene le vedi meno frequentemente, purtroppo oggi rischi anche di incontrare chi ti insulta, chi si lamenta, chi chiama i vigili o i Carabinieri…

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Un gregge arriva a Pont Canavese dopo essere partito al mattino presto dalla Val Soana (TO)

E allora, per non disturbare troppo, magari scendi di notte… e trovi comunque chi trova questo fatto “grave”. Per me è grave che ci siano persone che non tollerano la transumanza, per me è grave il fatto che questa tradizione rischi di scomparire in nome di una civiltà che ha sempre fretta, che ha più timore delle deiezioni animali che non dell’inquinamento e del consumo di carburante. Vi assicuro che tutti gli allevatori vorrebbero fare transumanze senza incontrare auto, camion, pullman sul loro cammino, ma purtroppo è impossibile. Rispetto reciproco, tolleranza e… godiamoci il momento, se incontriamo una transumanza. Potrebbe essere l’ultima che vediamo, se si continua così…

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Anche di transumanze si parlerà a Carcoforo (VC) questo sabato, 26 ottobre. L’evento si intitola per l’appunto “Giovani in transumanza”. Presenterò il mio libro e, nel corso della serata, ci sarà musica e una proiezione di immagini a tema. Vi aspetto, per confrontarci direttamente su queste tematiche.

Clima e ambiente

Provo una certa amarezza, in questi giorni, a vedere che la gran parte del mondo zootecnico presente tra i miei contatti sui social stia attaccando e deridendo Greta e, più in generale, tutti coloro che si preoccupano per il clima e l’ambiente. Tra l’altro spesso viene fatta una gran confusione di tutta una serie di concetti che andrebbero invece trattati e analizzati singolarmente.

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Laghetto alpino con poca acqua ad inizio autunno – Vallone di Saint Bathélemy (AO)

Parliamo di ambiente. È vero che, nel mondo agricolo, sovente accusiamo i cosiddetti “ambientalisti”, perché le loro idee sono molte diverse dalle nostre. Per molti di loro l’ambiente è o dovrebbe essere un’utopica wilderness dove non esiste l’uomo e tutte le sue attività. Però poi magari pretendono di fare del turismo, dimenticandosi per esempio che i sentieri di montagna da sempre sono vie di transumanza… che spesso si dissetano a fontane che sono anche abbeveratoi… che le meravigliose fioriture dei PASCOLI alpini le abbiamo grazie al pascolamento, anno dopo anno.

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Irrigazione dei prati nel vallone dell’Urtier – Cogne (AO)

È vero che molto ambientalismo è moda, è un bel modo di riempirsi la bocca di belle parole e sentirsi a posto con la coscienza. Si predica bene, ma si razzola maluccio, perché a tante “comodità” molto poco ecologiche è dura rinunciare. Perché “…lo so che la macchina inquina, ma altrimenti come faccio ad andare…“, “…lo so che l’aria condizionata consuma energia, ma con ‘sto caldo come si fa a dormire, a lavorare…“.

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Dove no si può irrigare, così sono i pascoli ad inizio autunno – Nus (AO)

I punti fondamentali del tanto dibattere di questi giorni sono due: da una parte i cambiamenti climatici, dall’altra i danni che stiamo facendo all’ambiente (e in questo ci mettiamo tutto l’inquinamento, lo spreco, la cementificazione di sempre più superfici, ecc…). Sull’inquinamento possiamo e dobbiamo fare tutti qualcosa. Lo so che “tanto c’è chi inquina più di me, gli aerei, le industrie…”, ma ragionando così non andiamo da nessuna parte. Iniziamo tutti a ridurre qualcosa, a non acquistare con imballaggi in plastica prodotti che possiamo trovare sfusi, per esempio. Acquistiamo prodotti locali per ridurre l’inquinamento legato ai trasporti. Scegliamo sempre frutta e verdura di stagione. Farà bene a noi, all’ambiente e alle aziende del territorio. E questi sono solo alcuni esempi di ciò che possiamo fare.

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Discesa dalla Val Soana di un gregge a fine stagione – Pont Canavese (TO)

Sul cambiamento climatico il discorso si complica. Anche se c’è ancora purtroppo chi si ostina a negarlo, in base a sensazioni o al fatto che “…qui da noi quest’anno di pioggia ne è venuta…“, il fenomeno già ampiamente previsto dagli esperti è in corso e le conseguenze andranno ad influire in vari modi sul nostro futuro. Sono soprattutto coloro che vivono maggiormente a contatto con la natura e che praticano forme di agricoltura e allevamento più tradizionali ad esserne colpiti per primi e, spesso, in modo preoccupante.

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Pascolo invernale, inizi di gennaio, nel Canavese (TO)

Se anche inverni più miti potrebbero favorire una stagione di pascolamento più lunga, con benefici non solo per i pastori vaganti, nel Nord Italia, ma anche per gli allevatori di bovini, che già lasciano la vacca fuori dalla cascina ben oltre Santa Caterina… nello stesso tempo minori precipitazioni nevose e scarse scorte di ghiacciai e nevai rendono sempre più difficile la stagione d’alpeggio. Per non parlare poi delle siccità sempre più prolungate. Oppure di piogge concentrate in periodi ristretti, spesso così violente da causare danni (da vere e proprie alluvioni a temporali violenti, anche uniti a grandine, che rovinano anche e raccolti che dovranno servire da foraggio per l’inverno, come mais o fieno). Così teoricamente si potrebbe pascolare più a lungo in inverno, ma tocca scendere prima dagli alpeggi… e, spesso, gli effetti della siccità si fanno sentire anche in pianura.

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A metà settembre già si lascia l’alpeggio tra nuvole di polvere – Verrayes (AO)

Non c’è modo di slegare l’agricoltura e l’allevamento dal clima! Fare dell’ironia o negare che questo stia cambiando è da folli. Un’altra cosa è capire se e come si possa fare qualcosa per contrastare il fenomeno o combatterne gli effetti. Sul perché tale mutamento del clima stia avvenendo, non c’è una tesi unica e definitiva. Se provate a documentarvi seriamente su siti scientifici, troverete sia chi parla di cicli naturali, sia chi punta il dito quasi esclusivamente sul fattore antropico, cioè l’uomo, con tutte le emissioni legate alle sue molteplici attività. La mia preparazione non è certamente tale da potervi proporre una teoria, probabilmente si tratta di una combinazione delle due cose. Inquinare meno, male non fa di certo, poi probabilmente la natura farà il suo corso. Già nelle ere geologiche del passato ci sono stati grandi sconvolgimenti che hanno riguardato anche il clima e che hanno portato all’estinzione di piante e animali. Sapete allora qual è il problema principale? È che oggi sulla Terra c’è l’uomo, una specie presente un po’ dappertutto e in grandi quantità. Forse anche troppo presente! Non siamo tanto preoccupati per l’orso polare o per la stella alpina, ma per quello che accadrà a noi!

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Violento temporale con grandine ad inizio settembre – Garessio (CN)

Preoccuparsi per il futuro non è poi così sbagliato, soprattutto se si è giovani. Chi non si preoccupa o chi addirittura oggi ride o nega, non venga poi a lamentarsi… Sarebbe meglio iniziare a pensare a delle vere strategie per affrontare questi problemi, ma non solo a livello locale o solo riferite a certi settori. Si è parlato di togliere le agevolazioni al diesel agricolo in Italia. Penso che equivalga a dire innanzitutto: “Facciamo chiudere tutte le piccole aziende già sul filo della sopravvivenza.” Per tutti in generale aumenterebbero le spese, sarebbe impossibile non alzare i prezzi, così sarebbe ancora più vantaggioso acquistare prodotti che provengono da paesi con costi meno elevati e regole (anche sugli aspetti ambientali) meno rigide.

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Fienagione in montagna – Nus (AO)

…e poi comunque, togliendo il diesel agricolo… cosa si vuol fare? Tornare ai buoi e ai muli, con buona pace degli animalisti, o voler rottamare tutti i mezzi diesel? Sarebbe poi così positivo per l’ambiente, dover smaltire migliaia di mezzi per produrne di nuovi??? Meglio pensare, per esempio, a concrete strategie per risparmiare l’acqua, migliorare l’irrigazione ed evitarne gli sprechi. Questi sono veri interventi legati ai cambiamenti climatici. Vi lascio con queste riflessioni e con l’invito a informarvi davvero sulle tematiche climatiche e ambientali, invece di limitarsi ad insultare Greta o, più in generale, tutti quelli che si preoccupano per questi argomenti.

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Capre assetate in un giorno di gran caldo e vento a fine settembre – Nus (AO)

Ps: può esser vero che molti giovani scioperano per il clima più che altro per seguire la massa o per saltare un giorno di scuola… ma allora proponete voi alle scuole che conoscete un venerdì per l’ambiente con un agricoltore o un allevatore! Spiegate ai giovani come una giornata al pascolo sia importante per l’ambiente…

L’erba del vicino è più verde solo se piove!

Passato il tunnel del Monte Bianco, effettivamente l’erba dei vicini francesi era più verde. Evidentemente di là piove più che da noi, dove invece i versanti della valle presentano chiazze “bruciate” che testimoniano come anche quest’estate, pur se meno siccitosa di quella precedente, abbia avuto problemi con le precipitazioni, il caldo, il vento.

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Scorcio tra le case – Megeve, Alta Savoia (Francia)

Ma non sono andata in Francia a parlare di cambiamenti climatici (anche se l’argomento qua e là è comunque emerso nei due convegni a cui ho partecipato, uno come facente parte del pubblico e l’altro come relatrice). L’argomento era il lupo. La sede era il Salone Internazionale del Libro di Montagna a Passy, in Savoia. Quest’anno il tema della manifestazione erano gli alpeggi. Pensavo di trovare più libri legati all’argomento, nelle bancarelle, ma la maggior parte dei testi erano dedicati alla montagna come vetta, come meta di viaggi, escursioni e ascensioni.

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Vignetta al Salone di Passy, Alta Savoia (Francia)

Due sono stati gli inconvenienti di questa trasferta: il poco tempo che non mi ha consentito di visitare il territorio come avrei voluto e il fatto che non parlo francese. Per fortuna lo capisco abbastanza da poter seguire il convegno, ma non ho avuto modo e spazio per poter interagire con gli altri relatori. Ahimè per problemi tecnici anche il mio intervento non è stato proiettato, così la metà del tempo a mia disposizione è stato dedicato a chi traduceva le mie parole.

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Capra rove in una manifestazione a Megeve – Alta Savoia (Francia)

…comunque, a parte queste difficoltà, mi premeva raccontarvi un paio di cose che condensano il succo di quanto è stato detto. In Francia gli allevatori sono arrabbiati tanto quanto in Italia. I problemi sono esattamente gli stessi. A loro dicono che in Italia pastori e allevatori hanno imparato a convivere alla perfezione… a noi dicono il viceversa! Ma, a parte questo, in Francia i problemi di predazione sono molto forti (anche perché il numero di ovicaprini, soprattutto ovini, è molto maggiore rispetto a quello di regioni come il Piemonte o la Valle d’Aosta). Con i turisti il conflitto per la presenza dei cani da guardiania è identico a quello che si registra da noi.

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Joseph con uno degli animali del suo gregge dopo una predazione – Francia (ph. Carnet de berger)

…e l’esasperazione dei pastori è portata all’estremo dagli insulti e dalle continue critiche che vengono loro rivolte da animalisti, da persone “esterne” al mondo rurale, da vegani, ecc… che, o sul campo, o via social, si accaniscono contro gli allevatori e il loro operato, giudicando e spesso offendendo senza avere conoscenza diretta della realtà, del lavoro, della vita e degli animali.

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I partecipanti al convegno di Passy (ph Carnet de berger)

All’incontro erano presenti, oltre alla sottoscritta, tre allevatori: un’allevatrice di pecore da latte, un pastore salariato (di origine svizzera) che lavora come guardiano di un gregge di pecore e un allevatore locale di vacche e capre. Inoltre vi era il biologo svizzero Jean Marc Landry che, da anni, studia il lupo e si occupa anche delle problematiche di convivenza con la realtà pastorale. E’ stato un incontro interessante, anche se… non ho sentito niente di nuovo! Quanto detto dai pastori non differisce da quello che avrei potuto ascoltare in qualsiasi vallata italiana. Notti insonni per paura di nuovi attacchi, gestione sempre più difficoltosa perché non riesci a star dietro agli animali, mungere, fare il formaggio, andare a venderlo… e pagare un operaio è difficile, in tempi di crisi. Cani che saltano le reti, cani che mordono turisti, turisti che si ostinano a voler passare di corsa, in bici, a piedi…

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Capre e cani da protezione in Alta Savoia (ph La ferme des Armaillis)

E’ stato detto che non esiste la razza perfetta di cani, quella che funziona sempre e comunque, ma esistono cani ottimi, cani buoni e “cattivi” cani, non adatti alla protezione delle greggi. Avere i cani giusti sicuramente fa la differenza e risolve una buona parte dei problemi. Ho finalmente avuto la conferma che… sì, in Francia il pastore (con regolare porto d’armi) può effettuare dei tiri di difesa in caso di attacco del lupo, ma ogni anno c’è un numero massimo di lupi che possono essere abbattuti.

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Joseph e il gregge – Francia (ph. Carnet de berger)

Anche la moderatrice del convegno ha cercato di capire se potevano esserci delle soluzioni a tutti  problemi emersi. Credo che nessuno sia rimasto soddisfatto dalla risposta di Landry. Giustamente, il biologo ha detto che non può essere solo il mondo pastorale a farsi carico della convivenza con il lupo, ma questo aspetto deve essere ripartito su tutta la società. Fin qui concordo, ma trovo utopistica la sua teoria secondo cui la società, fatta di consumatori, deve compensare mediante l’acquisto non solo di prodotti locali della pastorizia (che dovrebbe avvenire sempre e comunque, a prescindere da lupi, orsi, linci…), ma deve anche spendere qualcosa in più che vada a coprire le spese aggiuntive sostenute dagli allevatori per difendersi dai predatori.

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I formaggi di Yoann e Muriel (ph. La ferme des Armaillis)

Siamo in un periodo di crisi. E’ stato detto che, anche in Francia (dove il consumo di carne ovicaprina è ben maggiore rispetto a noi), i prezzi sono bassi perché c’è forte concorrenza con carne che arriva dalla Nuova Zelanda o dal Regno Unito. Me lo dite voi chi sceglierebbe di pagare molto di più la carne perché il pastore deve mantenere i cani, deve comprare le reti, deve assumere un aiutante? Esperimenti simili erano stati tentati anche da noi, mi pare con i formaggi, ma non ho mai sentito parlare di grandi esiti positivi. Già è difficile trovare l’estimatore di certi prodotti, la vendita del prodotto tipico è comunque riservata a una fetta di consumatori, figuriamoci aumentando ancora il prezzo!

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Giardino fiorito nel villaggio di Combloux – Alta Savoia, Francia

…e così ce ne siamo tornati tutti alle nostre faccende quotidiane di convivenza più o meno diretta con i predatori, ridendo amaramente di un intervento venuto dal pubblico, una signora che ha commentato che è solo questione di tempo, perché tra qualche generazione ci saranno sicuramente cani e pecore in grado di affrontare da soli il lupo e conviverci…