Alpeggi e formaggi

Come sapete, sto svolgendo un lavoro che consiste nel sottoporre un questionario agli allevatori che monticano nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Ovviamente non posso raccontare qui le informazioni che raccolgo con quelle domande, ma le mie visite negli alpeggi generano numerose riflessioni di vario tipo che vanno ben oltre gli obiettivi dell’incarico ricevuto.

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Il latte viene fatto scaldare nella caldaia sul fuoco a legna all’aperto – Valli Orco e Soana (TO)

Dopo aver pubblicato sui social le immagini scattate durante queste mie visite in alpeggio, un amico valdostano ha commentato “se fai così in Valle, vai in galera“, riferendosi alle foto della caseificazione in certi alpeggi piemontesi. Parallelamente, altri mi chiedevano se potevo portare loro qualcuno di quei formaggi… A questo punto, credo sia doveroso specificare alcune cose.

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Formaggi d’alpeggio nella cantina di stagionatura – Valli Orco e Soana (TO)

Le normative sanitarie, giustamente, tutelano il consumatore. I controlli sulla sanità degli animali fanno sì che pericolose patologie non vengano trasmesse dall’animale all’uomo (es. tubercolosi, brucellosi) e, più in generale, le analisi del latte controllano che questo non sia “sporco” (carica batterica, ecc…). Non è che, automaticamente, in un ambiente “sano” come quello dell’alta montagna, si ottenga un prodotto altrettanto sano. Bisogna avere bestie sane ed essere attenti all’igiene. Ciò detto, dal mio punto di vista, ogni tanto le normative sono eccessivamente rigide o vengono applicate senza il buon senso. Un caseificio è un caseificio, a 2000m di quota come in un complesso industriale di pianura? Ma il consumatore che cerca il prodotto d’alpeggio, cosa vuole ritrovare in quel formaggio?

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Bovine al pascolo, Gran Prà – Valle Orco (TO)

Un prodotto genuino, che abbia al suo interno quei sapori, quei profumi che siano in grado di appagare il palato e raccontare una storia. Una storia fatta di transumanze, di campanacci, di pascoli in fiore ad alta quota, di giornate di sole e di nebbia, di animali che pascolano liberi. Il consumatore attento non vuole il mangime portato in quota per aumentare le produzioni di latte. Il consumatore buongustaio che ricorda i sapori di una volta, vede le foto e mi chiede quel formaggio lì, quello fatto sul fuoco a legna. Sa che, nella toma o nella ricotta, troverà quel leggero sentore di fumo che è andato perso altrove, negli sterili caseifici con il fornello a gas.

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Caseificio d’alpeggio in Val di Rhemes (AO)

Ammetto di esser rimasta sorpresa pure io. Non credevo che, in Piemonte, consentissero ancora la caseificazione con fuoco a legna. In certi alpeggi mi hanno detto che lì il formaggio era solo “…per uso famigliare, più qualche amico, qualche privato che ci chiede qualche toma, il resto del latte lo diamo ai vitelli.” Altri invece mi hanno detto di avere le autorizzazioni regolari per la caseificazione, i prodotti vengono poi smerciati nei punti vendita aziendali o a commercianti. In vallate non lontane, già 10-15 anni fa mi avevano detto che non veniva loro consentito l’utilizzo della legna.

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Caseificazione in Val Soana (TO)

Ho incontrato molte diverse realtà, ho assaggiato anche numerosi formaggi. Come sempre, non sono le piastrelle, l’inox, la plastica, il locale lavaggio bidoni o altre cose del genere a fare il “buon” formaggio. In un formaggio le componenti sono tante: l’animale, il foraggio che consuma, l’igiene al momento della mungitura, l’igiene delle attrezzature, il processo della caseificazione, la mano del casaro, la tecnica di caseificazione e salatura, il locale di stagionatura…

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Formaggio con evidenti difetti – Valle d’Aosta

Da un locale perfetto secondo le normative vigenti, possono anche uscire formaggi non buoni e/o formaggi con difetti. Se compro una fetta e non una forma intera, chiedo di assaggiare un pezzetto, per valutarne il gusto dopo aver visto l’aspetto (è amaro? è troppo salato??). I problemi nell’igiene delle attrezzature e del latte solitamente emergono nel formaggio sotto forma di occhiature irregolari e gonfiori nella forma. Per chi volesse approfondire l’argomento, ho trovato questa pagina che spiega abbastanza bene cosa guardare e come valutare anche per chi non è proprio addetto ai lavori.

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Caldaia di siero dopo l’estrazione della cagliata – Valli Orco e Soana (TO)

L’argomento, come vedete, è abbastanza complesso. Chi ha speso molti soldi per mettersi in regola, chi ha pagato multe salate per essere risultato fuori legge ai controlli, si indigna vedendo “certe cose” che, nella sua vallata, nel suo alpeggio, non sono più consentite. Che dire poi di chi, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal confine regionale, si trova soggetto a controlli che apparentemente non riguardano, o riguardano in minor modo di “vicini”?

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Stagionatura e affioramento naturale della panna per raffreddamento in acqua – Valli Orco e Soana (TO)

E’ di recente pubblicazione questa guida pubblicata dall’ASL TO3, molto utile anche per il consumatore. Nei giorni scorsi ho sentito dire “…il burro in teoria non potremmo farlo, perché le normative non lo consentono, ma la gente lo cerca quasi più del formaggio!“. Nella suddetta guida in realtà viene menzionato, quindi non mi è chiaro come e perché certe normative vengano applicate e fatte osservare in modo differente.

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Tome d’alpeggio nella cantina di stagionatura – Valli Orco e Soana (TO)

Molti alpeggi sono “tramuti”, cioè ci si ferma in quella sede un paio di settimane, un mese, ad inizio e fine stagione. Nel tramuto magari la casera a norma non c’è, è presente solo nell’alpe principale, ma ovviamente si caseifica lo stesso anche lì… I controllo ci sono, in alcune aree sono più severi, in altre pare che siano più tolleranti e (giustamente?) comprensivi. C’è chi segue la legge, chi la interpreta e chi non dimentica il buon senso.

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Caseificazione in alpeggio in Valle Orco (TO)

Parlando con un anziano allevatore in una vallata valdostana non coinvolta dal progetto a cui sto lavorando, questo mi diceva di aver raccolto le confidenze di un veterinario incaricato di controllare le casere d’alpeggio. Lui ormai ha solo più pochi capi e non è più toccato direttamente dall’argomento. Il veterinario gli ha detto che, se si continua così, “…finirà che smetteranno tutti! Se chiederanno di applicare alla lettera tutte le normative, la gran parte delle casere risulterà essere fuorilegge.

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Cantina di stagionatura con apposito “armadio” per proteggere le forme dalle mosche – Ciantel del Re, Ribordone (TO)

A cosa alludeva? Le strutture d’alpeggio sono spartane. Sono già state messe piastrelle, scarichi al pavimento, finestre, zanzariere, rubinetti a pedale, servizi igienici, spogliatoi. In certe vallate già hanno imposto un apposito locale separato per il lavaggio bidoni (ma altrove quanti bidoni lavati alla fontana ho ancora visto!). Chiederanno altezze e spazi maggiori nei locali? Cosa chiederanno ancora? In alpeggio si sta due, tre mesi… Le strutture raramente sono di proprietà. Qualcuna è pubblica, ma i Comuni hanno soldi da spendere a beneficio di una singola famiglia che usa quel bene per un paio di settimane all’anno? I privati poi molto spesso non aggiustano nemmeno le strutture abitative affittate ai margari: “…aumentano l’affitto, ma il tetto non lo aggiustano da anni…“, mi raccontava un’anziana allevatrice.

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Ricchi pascoli d’alta quota – Valle d’Aosta

C’è già davvero chi ha smesso. In un bellissimo alpeggio, con pascoli dalle erbe ricche, che darebbero un latte meraviglioso, con il profumo inebriante del trifoglio alpino che aleggiava nell’aria fresca del mattino in alta quota, ho ascoltato una storia pazzesca. Una storia dove si diceva che le vacche lì sono tutte in asciutta, perché da qualche anno lì non è più possibile lavorare il latte. La burocrazia e le normative applicate alla lettera si intrecciano con dissidi famigliari tra i proprietari dell’alpeggio e con difficoltà logistiche, con il risultato che lassù non si produce più né Fontina, né Formaggio valdostano. “La gente passa, mi chiede se ho formaggio… devo rispondere che non possiamo più farlo.

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I pascoli di Pian dei Morti – Campiglia Soana (TO)

Non è facile, la vita dell’alpeggio. Un tempo sarebbe stato impensabile, salire in alpe senza mungere gli animali. Un margaro l’altro giorno mi diceva che, per lui, la “goccia di latte” è importante. Certo, la bellezza dell’animale appaga l’occhio, ma il senso di questo mestiere è produrre qualcosa. E un formaggio d’alpeggio può essere un vero “gioiello”, un capolavoro che racchiude al suo interno una storia antica, un territorio. Bisogna incoraggiare chi sceglie ancora di alzarsi prima dell’alba per mungere, chi porta a valle i formaggi a dorso di mulo perché non c’è il sentiero… Bisogna aiutare i margari tradizionali, i veri allevatori. Altrimenti non è lontano il giorno in cui troveremo solo più grosse mandrie, immensi greggi, sorvegliati da operai che magari non parlano italiano. Già accade in molte zone… Non sono gli operai stranieri ad indignarmi (Italiani disposti a fare questa vita ce ne sono più pochi): è il fatto che il reddito di quegli animali non è il latte, il formaggio, la carne. Quegli animali sono lì per far sì che qualcuno percepisca dei contributi…

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Per andare avanti in qualche modo ho dovuto crearmi una corazza

E veniamo all’ultima “storia di giovani” tra quelle ricevute nei mesi scorsi. Altri avrebbero voluto dirmi come erano andate le cose da quell’intervista di tanti anni fa, ma poi il lavoro è tanto, il tempo è poco, non tutti amano scrivere… Il tempo è poco anche per me, infatti Marta Fossati, nel suo racconto, parla di inverno e di capretti, ma proprio oggi siamo già arrivati al primo giorno d’estate. Lascio che sia lei e le immagini prese dal suo profilo facebook a raccontare. (Ricordo che Marta è anche in “Capre 2.0” – qui l’intervista comparsa sul blog -, oltre che in “Di questo lavoro mi piace tutto“).

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Pascolo primaverile a Sambuco (CN)

È da un po’ di giorni che mi riprometto di scriverti, sopratutto prima che arrivino i capretti!!! Il big ben! Si ricomincia un’altra stagione! Ma, confesso, amo molto leggere e ben poco scrivere! Sono cambiate molte cose da quel giorno che sei venuta a Sambuco per le interviste del tuo libro. Ci pensavo quando ho ricevuto il tuo messaggio.. Avevo in braccio una capretta che avevo chiamato Ladra di cuori: forse questa è la prima cosa che, a volte, penso che sia cambiata.

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Marta con uno dei capretti nati quest’inverno – Sambuco (CN)

La gioia, la felicità e l’affetto che sempre provo per i nostri animali sono comunque diversi da quelli che provavo nei primi anni che facevo questo lavoro. Non perché non lo amo più, ma perché per andare avanti in qualche modo ho dovuto crearmi una corazza, consapevole che non potrei vivere senza animali, ma anche consapevole che, nel nostro lavoro (come penso in molti altri) alcune scelte e situazioni sono difficili e dolorose.

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Il gregge al pascolo con Sambuco sullo sfondo – Valle Stura (CN)

Allevo sempre animali, anzi alleviamo! Dall’aprile del 2016 io e Luca abbiamo la nostra azienda, Bars Chabrier. Le capre sono circa 150, sempre rigorosamente con nome proprio, sempre meticce selezionate per avere una buona produzione di latte, ma anche per essere delle buone pascolatrici che ben si adattano al territorio montano dove viviamo tutto l’anno.

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La stagionatura dei formaggi – Sambuco (CN)

Tutto il latte prodotto viene trasformato nel nostro piccolo laboratorio e venduto nel punto vendita (che eufemismo, sarà un metro per due!), in ristoranti della zona e nei 3 mercati settimanali.

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Il gregge nei pressi della nuova stalla – Sambuco (CN)

Sempre nel 2016 abbiamo partecipato ai bandi PSR e attualmente è in fase di costruzione la nuova stalla. Bellissima, ma fonte di grandi preoccupazioni. Non starò qua a tediarti su argomenti che sicuramente già ben conosci, ma vorrei solo dire che quelli che dicono “hanno preso i contributi”, di provare anche loro a vedere com’è la strada per accedere a questi aiuti. E, alla fine, vedere quanto siano stati “aiuti”. Io ancora non lo so, so però cos’è stato arrivare fino a qui. Se veramente è stato un aiuto a lavorare in modo migliore o l’aiuto a decretare la nostra fine!!

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Capretti meticci – Sambuco (CN)

“Spero che ci sarà una terza parte di questo libro e, comunque vada, di trovarmi ancora in mezzo agli animali. Veniamo ora alle difficoltà nella nostra attività. La prima è la quello che già ti ho scritto. Poi superare la perdita di un animale a cui tieni particolarmente, cioè praticamente tutti! Gioire per i capretti nati e sapere che fine faranno buona parte di loro, sapere che devi vendere una capra altrimenti la vedrai spegnersi giorno per giorno. Dolori, frequenti in questo mestiere ma anche molte gioie che ti fanno tornare il sorriso. E poi le umiliazioni, i bocconi amari costretto a ingoiare perché tanto hai le bestie, devi stare zitto altrimenti in un modo o nell’altro te la fanno purgare. E il senso di frustrazione davanti a una immensa quantità di burocrazia, leggi, norme, decreti, moduli e quant’altro, credo poco amate dalla maggior parte di noi esseri umani, ma particolarmente inaccettabili per chi fa un mestiere come il nostro.

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Marta con un agnello – Sambuco (CN)

Siamo ben capaci di sbrogliarci davanti a molti imprevisti della natura, ma davanti a tutti i fogli che devi fare se per caso decidi che quella capretta in più proprio la vuoi tenere… Beh… Io lì vado fuori di testa!!

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Luca al pascolo con il gregge – Sambuco (CN)

Cosa direi agli altri giovani che stanno iniziando? Sicuramente non sono giorni facili in nessun settore, il nostro implica anche un coinvolgimento della vita “oltre il lavoro”. Nel senso che proprio non c’è una vita! Sto scherzando, ma sicuramente è difficile ricavarsi del tempo libero, soprattutto più giorni consecutivi e, se come noi si lavora entrambi in azienda, poter approfittare di questo tempo insieme. Poi ci sono situazioni e situazioni. Ma se si è soli è difficile anche riuscire ad andare via poche ore. Sicuramente avendo poco tempo devo dire che cerco sempre di approfittarne meglio che posso! Ma se c’è davvero “la passione” per questo lavoro sarà difficile riuscire a fermarsi. Per concludere… sì sono, anzi siamo, soddisfatti della nostra vita!

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Il pascolo preferito dalle capre – Sambuco (CN)

Ringrazio ancora l’amica Marta per la chiacchierata virtuale. Qui potete trovare altre informazioni sull’azienda e sui luoghi dove acquistare i loro formaggi. Ricordo a tutti, giovani o meno giovani, che le pagine di questo blog sono sempre aperte a chiunque voglia raccontarmi la sua storia, legata alla montagna, all’allevamento, all’agricoltura di quelle aree cosiddette marginali.

AAA Fontina cercasi

Nei giorni scorsi, ho ricevuto un’e-mail da parte di un’amica che fa parte di un GAS in Piemonte (Valle di Susa). Sapete cosa sono i GAS? Gruppi di acquisto solidale. Dal sito di riferimento, ecco la definizione di GAS: “…sono un’esperienza di consumo critico nata in Italia negli anni ’90, attraverso cui i cittadini si organizzano per acquistare insieme direttamente dai produttori secondo criteri di rispetto per le persone e l’ambiente e preferendo piccoli produttori locali con un progetto legato al territorio.

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…dirette ai pascoli… – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Grazie all’organizzazione in gruppi, i consumatori acquistano prodotti realizzati con una certa “filosofia” direttamente dai piccoli produttori e li ricevono anche a centinaia di km di distanza. Si acquistano arance dalla Sicilia, pecorino dalla Sardegna e così via. Non posso andare di persona ad acquistare dall’azienda, so che quell’azienda produce rispettando certi canoni (di lavoro, di benessere animale, di salubrità del prodotto, di alimentazione delle vacche, capre, pecore…), certamente non sarebbe economicamente attuabile l’acquisto per una singola persona, ma organizzandosi in gruppo l’azienda farà delle spedizioni di una certa importanza. Ovviamente la spedizione deve prevedere già una suddivisione dell’acquisto: per intenderci, non la forma di pecorino, ma le fette sottovuoto etichettate, di modo che ciascuno ritirerà direttamente il suo pezzo. Una volta rodato il sistema, può anche funzionare bene. Io non ho esperienze dirette né di vendita, né di acquisto secondo questi canali, ma conosco persone che piazzano parte delle produzioni anche attraverso i GAS e altri che invece se ne servono per acquistare. Generalmente me ne hanno parlato positivamente.

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Fontine “fresche” nel Vallone di San Grato – Issime (AO)

Dopo questa premessa necessaria per spiegare a tutti di cosa stiamo parlando, veniamo al nostro caso. L’amica mi contatta perché, sapendomi in Valle d’Aosta, avrebbe bisogno di trovare un fornitore di Fontina per il loro GAS. Avevano già fatto un tentativo, che però si era arenato sul discorso porzionamento ed etichettatura. Cioè, come si diceva sopra, spedire le fette tagliate ed etichettate, non la forma intera. Magari alcuni lettori/produttori, a questo punto staranno dicendo: “Io lo posso fare! Gliela vendo io la Fontina!“.

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Mandria nei pascoli alti della Tsa de Fontaney – Vallone di St.Barthélemy, Nus (AO)

Come vi dicevo, il cliente del GAS però è un consumatore molto attento. Non cerca solo il “nome” Fontina, ma vorrebbe una Fontina buona, sana, d’alpeggio, prodotta secondo certe metodologie. “Io sono interessata a trovare la Fontina prodotta il più possibile solo con erbe di pascolo. Questo perché il latte derivante da mucche che hanno mangiato solo erba e/o fieno, possibilmente di alta montagna, è di valori nutritivi assai maggiori, oltre che più buono.” Personalmente, concordo al 100% con lei, ma so bene che la realtà valdostana vede, anche in alpeggio, l’utilizzo di mangimi. (Succede anche altrove, ma adesso stiamo parlando di Fontina). La Fontina è una DOP, ma il disciplinare prevede che ciò accada e definisce cosa è possibile impiegare nelle integrazioni alimentari oltre al fieno e/o al pascolo.

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Caseificazione in alpeggio – Pila (AO)

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere e non poco su un discorso di quantità e qualità. Posso ancora comprendere le integrazioni al fieno, poiché parliamo di fieno di montagna, molto profumato, ma talvolta non così ricco. Guardate le foto d’epoca, le vacche non erano mai particolarmente grasse. Mangiando solo fieno e venendo munte, le riserve dell’animale si consumano. Ma quando sono al pascolo in montagna, perché dare mangimi? Per avere più latte, certo. Ma se abbiamo meno latte e questo ha caratteristiche organolettiche (oltre che gustative) migliori? Otterremo meno prodotto, ma di qualità più elevata, da vendere a prezzo maggiore ad un consumatore attento. E senza avere la spesa aggiuntiva del mangime! Giusto?

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Pascoli al lago di Cignana – Valtournenche (AO)

Un progetto in tal senso è stato fatto, ne avevo già anche parlato. Iniziato nel 2017, è continuato anche la scorsa estate, coinvolgendo un maggior numero di alpeggi. Parliamo quindi di Fontine prodotte d’estate, con latte derivante solo dal pascolo. Bene… c’è qualcuno di questi produttori interessato a collaborare con questo GAS? Ricordiamo tutti i requisiti richiesti:

1) l’allevatore possa prendere l’ordine via email
2) possa spedire la fontina via corriere
3) possa ricevere i soldi via bonifico
4) possa fare le porzioni di 1 kg (circa) sottovuoto
5) Ci garantisca sulla fiducia che la fontina sia prodotta da lui medesimo, con latte prodotto da vacche che hanno mangiato solo erba dei pascoli, non mangimi o integrazioni – in pratica un disciplinare biologico non certificato.

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Vacche di razza valdostana al pascolo – Pila (AO)

Ovviamente potrebbe essere anche un produttore che non ha aderito al progetto di cui sopra, ma che garantisce di non dare mangimi alle vacche in alpeggio. Vediamo un po’ se riusciamo a trovarlo… e comunque, oltre al GAS interessato all’acquisto, sono certa che ci siano molti altri consumatori che preferirebbero acquistare un prodotto del genere. Visto che ci si lamenta spesso del prezzo basso della Fontina o del latte venduto per fare la Fontina… non sarebbe il caso di puntare sulla qualità? I consumatori consapevoli e attenti ci sono, iniziamo a soddisfare loro. Non possiamo solo lamentarci che bisogna tenere il prezzo basso perché altrimenti non si vende… Fornirò alla mia amica i recapiti di chiunque si farà avanti, sarà il GAS a contrattare le condizioni con il produttore, eventualmente anche valutando le varie offerte ricevute. Scrivetemi, oppure contattatemi su Facebook. Spero di potervi raccontare il seguito di questa “storia”…

Lacrime e latte versato

Non sono solita scrivere di situazioni che non conosco direttamente, che non ho toccato con mano o di persone che non ho mai incontrato. Però non me la sentivo di tacere di fronte a ciò che sta accadendo in Sardegna. Per diversi motivi: prima di tutto, per solidarietà con chi pratica il mestiere della pastorizia, poi perché i media non ne hanno dato notizia per giorni e… quando l’hanno fatto, la notizia è sembrata quasi un pezzo di folklore, collocata ben dopo le manifestazioni dei gilet jaunes in Francia. Come ultima cosa, ciò che più mi ha infastidito, è vedere come parte del “pubblico” abbia frainteso la protesta, o comunque non abbia attribuito il giusto significato di “versare il latte”.

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Acquerello di Favole artventure – Ilaria Sirigu

Magari qualcuno di voi, a questo punto, dirà: “Sardegna? Perché… cosa sta succedendo in Sardegna?“. Già, perché solo chi “vive” nel mondo dei social network ha subito avuto un’idea di quel che stava accadendo, grazie alle foto, ma soprattutto ai video e ai post degli stessi pastori. Li si vedeva aprire i rubinetti dei frigo del latte, di modo che questo defluisse a terra e poi negli scarichi. Oppure versare secchi di latte nel truogolo dei maiali. Dopo sono arrivati anche video delle proteste di piazza, del latte versato in strada. Ma… andiamo con ordine, come vi ho detto, non conosco direttamente la situazione, così me la sono fatta spiegare da chi sta in Sardegna o di chi ha legami con quella terra.

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L’immagine simbolo della protesta in Sardegna – foto dal web

Prima ho letto quello che mi ha scritto Ivo Boggione, allevatore di capre in Langa: “Noi siamo mezzi sardi, mia mamma è sarda, e finalmente quest’anno a capodanno siamo riusciti coi bimbi ad andare a vedere zii e cugini in Sardegna (lasciando le nostre capre 5 giorni alla custodia degli amici). Siamo legati alla Sardegna, anche la nostra piccola impresa di pastorizia nasce dalla mia esperienza con un pastore sardo che era venuto in Piemonte negli anni 70 per pascolare, nella pianura e nelle Alpi, per mungere le sue pecore e fare pecorino da vendere direttamente. Il problema che vivono in Sardegna in realtà secondo me è quello che ci tocca tutti: è l’essere come agricoltori e pastori tutti ormai in balìa del commercio indiretto, del dilagare di supermercati e centri commerciali, della distanza tra i consumatori e il mondo contadino che produce il cibo. Dobbiamo renderci conto che la protesta dei pastori sardi non è solo per il prezzo del latte, ma per l’assurdità del sistema in cui viviamo. Noi qui non ci possiamo magari lamentare dei prezzi, ma potremmo metterci a protestare per le mille incombenze burocratiche che ci portano via gran parte del guadagno. In Sardegna chi ne trae vantaggio sono le speculazioni sulle esportazioni di formaggi e latte sardi, al nord chi riesce a parassitare il mondo agricolo è il settore terziario. Penso però ai miei cugini che laggiù tribolano: ho visto a inizio gennaio comprare del fieno a 30 euro il quintale, ho visto che è diventato normale per quasi tutti comprare il pecorino del caseificio cooperativo. Ma anche i miei bimbi che lo hanno assaporato hanno capito che il formaggio fatto alla sarda da Cosimo, o quello di Piero di Maria, sono tutta un’altra cosa!

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Un fiume di latte a Oliena – foto dal web

Portate pazienza, a questo punto il discorso si fa lungo, ma non è possibile spiegare cosa c’è dietro alla protesta in poche righe. Proviamo allora ad affrontare il discorso in modo tecnico con un’amica sarda, Erika Sois, operatrice di sviluppo rurale. Ci eravamo incontrate proprio tra i formaggi anni fa ad Amatrice… ma quella è un’altra storia. Erika scrive di getto, mettendoci il cuore di chi vede soffrire la sua terra, la sua gente. “Il latte come il grano (e molto altro ancora) è trattato secondo una logica del prezzo unico basato su quotazioni stabilite chissà dove e da chissà chi. E’ la logica del sistema dominante dove chi produce la materia prima non riceve equo compenso, bensì rimane schiacciato dagli anelli successivi della filiera (trasformazione, commercializzazione). È il sistema capitalistico, dove il trasformatore industriale e la GDO operano per massimizzare la produzione riducendo al minimo i costi. Ma alla base vi sono allevatori ed agricoltori che devono fare i conti anche con la natura, i suoi ritmi, imprevisti ecc. e con contrattazioni sul proprio prodotto non trasparenti, non tutelate, dove il prezzo non lo fa il produttore bensì l’acquirente (il trasformatore). Nel nostro caso, i pastori sono la base di questo sistema, meri conferitori di materia prima il cui prezzo viene stabilito sulla base delle quotazioni del Pecorino Romano. (Ricordiamo che per Pecorino Romano si intende un formaggio DOP prodotto con latte di pecora sarda in Sardegna, Lazio e Toscana – ndA). Si calcola che, nell’isola circa il 60% della materia prima conferita ai trasformatori sia impiegata per produrre Pecorino Romano. E allora sorge la domanda: ma se il mio latte viene utilizzato per produrre altre DOP oppure altri formaggi, perché il mio latte deve essere pagato in base al prezzo del Pecorino Romano?  E poi, tra le decine di caseifici vi sono industriali grossi e piccoli, cooperative, ciascuno dovrebbe prendere autonoma posizione, contrattare con i singoli allevatori in base al proprio piano di impresa. Invece sono semplicemente tutti, e dico tutti (cooperative incluse) concordi con il prezzo base per litro di latte. Poi è vero che si verificano oscillazioni, per cui vi è un industriale che paga a 60 cent./litro (IVA compresa) ed un altro nel medesimo anno a 57, una cooperativa a 65 o 70 ecc. (Il prezzo di quello caprino è ancora più inferiore a causa della sua ridotta resa). Di fatto, i trasformatori creano cartello, il che è illegale. Tanta è la disperazione degli allevatori che, prima della campagna latte, sono accaduti episodi molto squallidi di trasformatori che hanno proposto a degli allevatori un contratto in bianco (senza cifra) garantendo loro la disponibilità immediata di un anticipo sul latte da versarsi. Purtroppo molti allevatori, a causa prima della siccità, poi di temporali, alluvioni e pioggia continua, non avevano più un soldo per poter pagare i mangimi, con conti aperti non saldati nei mangimifici. Insomma, una situazione molto umiliante.”

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Un lago di latte versato per protesta – foto dal web

“La drammaticità della situazione è data anche dal fatto che si parla di un numero elevato di aziende (e quindi di famiglie): da un lato abbiamo circa 35 caseifici, dall’altro circa 18.000 aziende (di cui oltre 12.000 ovine, le restanti caprine). Altro aspetto importante, a livello istituzionale abbiamo diversi luoghi deputati al confronto tra le parti (industriali, cooperative, rappresentanti di categoria, assessorato ed agenzia di assistenza in agricoltura, OP, consorzi di tutela). Si susseguono: Tavolo Verde, OILOS ecc., una serie di incontri periodici al cui tavolo si discute anche del prezzo del latte, con conseguenti “fumate nere” perché il mondo della trasformazione afferma di non poter pagare di più la materia prima a causa del prezzo del formaggio sul mercato, delle giacenze nei magazzini ecc. Altro aspetto, i consorzi di tutela, quello del Pecorino Romano dovrebbe avere il compito di eseguire controlli sui contingentamenti di prodotto e procedere alle sanzioni nei casi in cui i trasformatori producano oltre le soglie stabilite (proprio al fine di tentare di bloccare i prezzi e garantire che non scendano sotto il livello previsto), ed invece nulla! Il Consorzio “fantoccio” non controlla, non sanziona. Altro aspetto è la connivenza di tutti i trasformatori, Coop incluse, con i grossi industriali per esigenze commerciali: il Pecorino Romano è destinato nella quasi totalità al mercato USA e Canada, e quei mercati sono controllati direttamente da 2-3 soggetti tra cui i più grossi industriali sardi.”

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Stand del Consorzio Pecorino Romano – foto dal web

“Venendo al prezzo attribuito al litro di latte, 0,60 cent. (IVA compresa), questi risulta ben al di sotto del costo di produzione (stimato da Ismea in 1 €/litro). Ovviamente ogni azienda avrà il suo costo, ma certamente non si discosta poi tanto dalla stima.
La protesta: questa parte alcuni giorni fa quando cominciano a girare dei video sui social dove si vedono degli allevatori che spontaneamente decidono di buttare il proprio latte chi ai maiali, chi apre la valvola del refrigeratore lasciando che il latte cada a terra, poi l’assalto ad un camion trasportatore, due uomini incappucciati costringono l’autista di una cisterna a fermarsi e poi aprono le valvole lasciando sgorgare a terra il latte (il latte era stato appena ritirato dalle aziende.”

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Solidarietà dalla Toscana: i pastori fermano il rally di Radicofani (SI). Molti pastori in Toscana hanno origini sarde – foto S.Moscadelli

“Episodi di questo tipo si moltiplicano a decine in ogni angolo dell’isola, si organizzano blocchi sulle principali strade con relativo versamento di latte, oppure nelle piazze dei paesi e si coinvolgono anche i sindaci. Si presidiano i cancelli del più demonizzato degli industriali -Pinna- si assaltano le sue cisterne, dei manifestanti riescono ad entrare nello stabilimento e a provocare dei danni. Cominciano ad attirare l’attenzione della stampa nazionale e aumentano i gesti di solidarietà. Al latte versato dai singoli pastori, a quello delle cisterne, si aggiungono oggi assalti a camion che trasportano latticini, a camion che trasportano carni importate. Proprio l’importazione è un’altra nota dolente. La protesta consiste anche nel presidiare i porti dell’isola nelle ore in cui è previsto l’attracco delle navi, perché gli industriali importano anche latte dall’estero (quello ovino prevalentemente dai Balcani-Romania, Bulgaria). Ci sono stati anche episodi smascherati di importazione di formaggio Pecorino dalla Romania (Pinna possiede un grossissimo stabilimento caseario anche in Romania).
Va detto che la protesta non ha colore politico ed è comunque appoggiata dal Movimento Pastori Sardi. Molti degli allevatori in prima linea sono del Movimento.
Ultima osservazione: il ruolo della politica. Semplicemente inutile, incapace di farsi carico di responsabilità, incapace di affrontare la lobby dei trasformatori e di avanzare e pretendere tutele per i produttori. Attualmente siamo in campagna elettorale, il 24 febbraio rinnoveremo il nostro Consiglio Regionale, è la situazione è molto delicata anche per questo motivo.

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A Bottidda i pastori hanno regalato ricotta – foto dal web

Come vedete il discorso non è affatto semplice. Si è creato un sistema e non è facile venirne fuori. Molti, in questi giorni, hanno criticato il fatto che il latte venisse versato, senza capire quanta sofferenza e rabbia c’era dietro quel gesto. Qualcuno, senza capire, diceva che il gesto sarebbe stato più apprezzato se il latte fosse stato donato… Ma chi beve latte di pecora? E poi… siete a conoscenza di tutte le leggi sanitarie in merito? E come lo si trasportava il latte, migliaia di litri di latte fresco? Trasformarlo… qualcuno l’ha fatto e ha donato la ricotta, ma ormai chi vende il latte, lo fa anche perché non ha le attrezzature, il tempo, il personale, il posto per fare i formaggi. Le mungiture quotidiane non sono di 10-15 litri che fai scaldare sul fuoco in cucina nella pentola della conserva! Tra i tanti video che ho visto, mi hanno colpito specialmente quelli delle donne, delle pastore, madri, mogli, figlie. Leggete per esempio questa lettera aperta scritta dalla figlia di un pastore, Marzia Zucca: “(…)Quello che state vedendo tutti in questi giorni non è un latte buttato nella fogna, è il sudore, è il sacrificio, è l’alzarsi presto la mattina per cercare di andare avanti, è andare a letto presto la notte con la speranza che le pecore non siano uscite dal terreno,è sperare in una buona annata di pioggia affinché cresca l’erba per le nostre pecore, è la disperazione dei pastori, è il lavoro di anni, di una vita. Dietro quel latte c’è un padre che al nostro compleanno, al nostro battesimo, battesimo,alla mia laurea,a Pasqua, a Natale è sempre andato prima in campagna. (…)

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Immagini della protesta dei pastori in Sardegna – foto dal web

Versarlo io lo vedo come un modo di farlo tornare alla terra, meglio che vada a concimare l’erba, piuttosto che svenderlo… In questo momento le soluzioni quali potrebbero essere? Pagarlo al giusto prezzo (ma non solo in Sardegna, il discorso vale per ogni luogo e per ogni tipo di latte!) e non farlo arrivare dall’estero. Ma qui entrano in gioco interessi economici e politici, come già spiegato sopra. Trasformare e valorizzare il proprio prodotto? Certo, ma… non è semplice e, forse, non è fattibile per tutti. Perché è vero che, se valorizzi il tuo prodotto, puoi riuscire a trovare un giusto equilibrio tra numero di animali e dimensioni aziendali, ma il discorso della commercializzazione e promozione non è alla portata di tutti. Inoltre, ci sarà sempre e comunque un mercato che non potrà permettersi un prodotto di qualità a caro prezzo.

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Si versa il frutto del lavoro quotidiano – foto dal web

Lo dice anche Erika nel lungo scambio di messaggi che abbiamo avuto in queste ore: “Chiedendo un prezzo unico della materia prima il mondo pastorale dimostra di non riuscire ad uscire dalla logica logica del sistema, perché continua a chiedere un innalzamento del prezzo minimo (ma sempre unico!). Invece, proprio perché ad essere disfunzionale è il sistema, si dovrebbe uscire quello dominante ed instaurarne un altro. Quale? Collegare il prezzo della materia prima al suo livello qualitativo (con riferimento a parametri nutrizionali e organolettici). Perché il latte non è tutto uguale, dipende da come l’animale vive e si alimenta (e questo l’antico pastore lo sapeva, facendo differenza tra una forma di formaggio da latte di gennaio/febbraio ad una sicuramente più eccellente derivante dai Pascoli di marzo/aprile ecc.). Dovremmo recuperare questa antica consapevolezza, oggi rafforzata dal sapere scientifico. Tutto questo presupporrebbe però un grande sforzo della trasformazione, nuovi investimenti per adeguare impianti e sistemi di commercializzazione… ecco, forse, perché risulta ancor più complicato da attuarsi.

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Ancora un’immagine della protesta – foto dal web

Siamo andati un po’ nel tecnico, ma era necessario farlo, andare oltre le emozioni delle lacrime e del latte versato, anche per provare a dare delle risposte e delle soluzioni che dovranno necessariamente essere trovate. Perché altrimenti morirà la pastorizia, l’allevamento, un popolo, una terra. Questa protesta dovrebbe far riflettere tutti, allevatori e consumatori. I primi ritengono che il loro latte sia equamente pagato? I secondi, acquistano in modo consapevole?

A volte sei stremato dalla fatica…

Sono stata in Valle Ossola, la scorsa settimana. Potrei dire che ci sono tornata, dato che ho trascorso un breve periodo della mia vita in quella valle, ai tempi della mia tesi di laurea prima e per altre attività lavorative successivamente. I pascoli destinati alla produzione del formaggio Bettelmatt, eccellenza di queste terre, sono stati oggetto della mia tesi. Adesso però ci sono tornata invitata da un mio ex compagno di università, ora docente all’Istituto Agrario di Crodo.

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Baceno (VB)

L’incontro con gli studenti e la successiva presentazione serale (pubblica) dei miei libri sono stati due momenti proficui e interessanti. Ho anche avuto modo di chiacchierare piacevolmente con la nuova Preside dell’Istituto, la signora Ornella, e con alcuni dei docenti. E’ una missione un po’ speciale che ci si trova ad affrontare lassù, una vera e propria sfida (come sempre, nell’ambito dell’educazione, ma con importanza ancora maggiore quando si parla di terre di montagna).

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Villaggio abbandonato – Baceno (VB)

Sono luoghi particolari, questi: regioni di confine, terre di passaggio, di emigrazione. Ricche di materie prime, come la pietra. Un tempo sicuramente più floride, poi le varie attività hanno subito, come ovunque, le alterne vicende della nostra epoca. Oggi c’è chi arriva, chi ritorna, ma ancora anche tanti che se ne vanno.

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Antico ponte sul torrente Devero nei pressi di Croveo (VB)

Me lo dice la Preside, che sta imparando a conoscere il territorio e le sue genti. E’ una montanara anche lei, le sue origini sono valsusine. Abbiamo chiacchierato di tante cose che meriterebbero un post appositamente dedicato, ma c’è una sua riflessione in particolare che mi è rimasta impressa.

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Antico sentiero tra Baceno e Croveo (VB)

Mi ha raccontato che le piace camminare, così come faccio io, va ad esplorare seguendo sentieri e mulattiere: “A volte scopro dei posti particolari ne parlo con la gente, ma le nuove generazioni sembrano non conoscere più niente, non sanno che lì c’è una barma, una casa abbandonata… Un’altra cosa che mi colpisce è che non vedi i bambini fuori dalle case. Quando ero piccola io, avevamo delle ore che potevamo stare fuori, fare quello che volevamo, poi si rientrava.” L’ho già notato anch’io… ci sono bambini che vivono in montagna, che potrebbero stare tutto il tempo a giocare nei boschi, lungo un ruscello, inventarsi infiniti giochi imparando a vivere… e invece? Dove sono? Cosa fanno sempre al chiuso delle mura domestiche, mentre fuori c’è un mondo infinito da scoprire?

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Tra l’appuntamento del mattino e quello serale, ne ho approfittato per trasformare in reale un’amicizia virtuale. Sono andata ad incontrare Vittoria Riboni, allevatrice di Premia. Avevo letto questo articolo che parlava della sua storia, poi avevamo iniziato a sentirci attraverso Facebook. Ero rimasta colpita dalla sua intraprendenza e “combattività” che traspariva dai suoi scritti, avevo colto una certa affinità tra di noi… Quando l’ho incontrata, come battuta le ho detto: “Ma tu sei una cittadina che ha voluto cambiare vita?

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L’ex latteria turnaria di Baceno, ora utilizzata dall’azienda di Vittoria

Premia per noi prima era solo un luogo di vacanza… Mio nonno era originario di qui, ma mio papà ha vissuto a Milano. Qui aveva delle proprietà. Anticamente chi possedeva dei prati era un signore e viveva con la rendita che questi fruttavano. Oggi sono solo terre e devi lavorare duramente per farli rendere! Io sono un ingegnere ambientale, lavoravo come libero professionista, mentre mio marito Luca è un perito nell’ambito delle telecomunicazioni e lavorava per una ditta. Abbiamo lasciato la città soprattutto pensando alla nostra bambina, volevamo che crescesse in un  ambiente senza tensioni sociali e più a contatto con la natura.

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Le prime produzioni con il latte di capra e i formaggi vaccini – Baceno (VB)

E così Vittoria e Luca nel 2011 sono arrivati a Premia, dove hanno gettato le basi della loro azienda agricola, con l’allevamento delle capre. “No, non avevamo esperienze di animali…“. Oggi l’azienda sta crescendo, oltre alle stalle, c’è l’ex Latteria Turnaria di Baceno, presa in affitto dal Comune. “Le latterie turnarie qui erano una consuetudine, ma pian piano sono andate tutte in rovina. Questa era chiusa, adesso l’abbiamo rimessa a posto e lavoriamo il latte.

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Il punto vendita nell’antica latteria a Baceno (VB)

Oltre al nostro di capra, conferisce qui anche un giovane allevatore di bovini, Alessio Bacher. Lui d’estate porta le mucche in un alpeggio dove fanno Bettelmatt, il Toggia e Regina.” I formaggi li potete trovare a Baceno, insieme ad altri prodotti (yogurt, budini, burro, ma anche prodotti di altre aziende locali). “Qui adesso puntano sul turismo “slow”, ma purtroppo vediamo che gran parte di questo turismo invece nella valle passa veloce: tutti su a far la gita con le ciaspole o gli sci, e poi tutti giù in una lunga colonna di macchine. Per noi serve un turismo di qualità che si ferma su territorio, acquista e consuma i prodotti, che ha soldi da spendere!

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Il piccolo “museo” sulla latteria turnaria – Baceno (VB)

Vittoria è un’imprenditrice agricola che il suo prodotto lo sa raccontare, e questa è la strada da seguire per poterlo vendere al giusto prezzo. Ovviamente serve che ci sia chi si ferma, chi va a visitare la latteria, dove Vittoria racconta come funzionava questo antico sistema di raccolta e lavorazione del latte. Alcuni ambienti sono stati recuperati e restaurati, c’è una raccolta degli attrezzi, i libri dove erano segnati i turni…

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Stagionatura dei formaggi – Baceno (VB)

Il restauro della latteria è stato fatto in modo che delle vetrate proteggano, ma nello stesso tempo lascino visibili, i vari spazi, tra cui la cantina di stagionatura. Fino ad ora il latte lavorato è stato soprattutto vaccino, ma con le nascite dei capretti adesso inizia anche la produzione di formaggio di capra.

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Le capre, di razza saanen e camosciata – Premia (VB)

Vittoria mi porta a visitare le sue stalle. Una è stata ricavata nell’antica stazione di sosta dei cavalli, che Vittoria e Luca stanno pian piano restaurando. Un lungo e costoso lavoro, che si aggiunge agli impegni in caseificio, in stalla, ecc ecc… “Tornassi indietro, non so se rifarei tutto. L’isolamento e la difficoltà ad integrarsi sono aspetti ancora oggi molto difficili da affrontare. L’inverno è lungo e per gestire gli animali con la neve certe volte rimani stremato dalla fatica.” Vittoria mi parla della sua bambina, è soprattutto per lei che stanno affrontando tutto ciò. “In montagna la cosa fondamentale sono le scuole. Qui ci sono delle pluriclassi… chiudessero le scuole, non solo nessuno farebbe la scelta di tornare, ma andrebbero via anche quelli che ancora abitano qui! Una famiglia con bambini non può vivere dove non ci sono le scuole.

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Il box dei capretti – Premia (VB)

Dei cittadini che mollano tutto per andare a vivere in montagna… forse uno su dieci ce la fa. Devi avere motivazioni fortissime…“. Vittoria mi mostra anche i pascoli intorno alla stalla, mi spiega come ci fosse tutto un sistema di rogge per l’irrigazione e mi fa vedere anche dei pascoli che sta “recuperando” attraverso l’opera di pulizia operata tramite pascolamento. So che sta anche cercando di mettere insieme materiale per un libro sulle latterie turnarie: “…ma è da un po’ che sono ferma…“. L’inverno è lungo, ma di lavoro ce n’è sempre in abbondanza, il tempo per sedersi a scrivere è poco. Adesso poi ci sono i capretti, il latte da lavorare, poi si spera di poter riprendere a pascolare…

Chi non conosce la Fontina?

Era da qualche tempo che volevo scrivere un articolo sulla Fontina. La spinta finale me l’ha data un amico valdostano che, fuori regione per motivi di lavoro, l’altro giorno ha acquistato un pezzo del suddetto formaggio per preparare un piatto tipico del suo paese, da consumare in compagnia di amici. Le sue considerazioni espresse su Facebook hanno aggiunto un tassello a questa travagliata storia…

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Fontina d’alpeggio in una bancarella di produttori a Roccaforte Mondovì (CN)

Come saprete, la scorsa estate ho girato dalla bassa all’alta Valle per raccogliere materiale e testimonianze per un libro di itinerari di prossima pubblicazione (uscirà nel 2018). Ho così avuto modo di vedere dove nasce la Fontina d’alpeggio, ascoltare le storie (e le lamentele, in alcuni casi) di chi la produce. Mi sono documentata sulla sua storia, sulle origini del suo nome e sul perché la Fontina d’alpeggio, in alpeggio, non si possa acquistare…

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Produttori con i loro formaggi alla fiera di Luserna San Giovanni (TO)

Mi era capitato, tempo fa, di sentir dire che “la Fontina d’alpeggio non esiste più, non trovi nessuno che ne abbia da vendere, ormai danno il latte ai caseifici“. Sì e no… è vero che alcuni produttori conferiscono il latte ai caseifici anche d’estate, è vero che molte delle Fontine prodotte in quota non vengano più stagionate in alpeggio, ma sono conferite “bianche” al consorzio o a privati, che si occupano poi della stagionatura e della vendita. Ma comunque, in alpeggio, la Fontina non la potete acquistare, a meno che sia stata prodotta in fondovalle o nei primissimi giorni d’alpe, perché il disciplinare prevede almeno 80 giorni di stagionatura dopo il giorno di produzione.

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Stand della Fontina a Cheese – Bra (CN)

Prima di passare ad altre considerazioni, lasciatemi dire che, secondo me, soprattutto in Val d’Aosta, la Fontina viene venduta al consumatore ad un prezzo troppo basso. Innanzitutto, la sua lavorazione: latte intero, entro due ore dalla mungitura (quindi due volte al giorno), per non parlare poi di tutta la stagionatura con salatura e spazzolamenti vari. Poi è una DOP, quindi viene controllata e marchiata, ciò che non è conforme, si scarta. Infine, il suddetto disciplinare, impone una certa alimentazione alle vacche (che sono rigorosamente di razza autoctona valdostana), quindi nella stagione invernale il fieno deve essere solo valdostano. Aggiungiamo che il territorio è interamente montano, quindi 365 giorni all’anno le condizioni di vita e di lavoro son diverse da quelle di un’azienda di pianura.

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Degustazione di Fontina d’alpeggio a Cheese – Bra (CN)

E’ vero che il disciplinare prevede l’eventuale impiego di altri alimenti che non siano solo erba e fieno, ma solo in certe percentuali e solo quelli indicati. Come vi avevo raccontato quest’estate, c’è anche un progetto a cui hanno aderito alcuni alpeggi, di non impiegare mangimi per un certo periodo d’estate. Quelle Fontine vengono vendute separatamente. Insomma, la Fontina è un formaggio conosciuto, la sua storia è antica, le sue vendite e la sua esportazione risalgono ai secoli scorsi, quando venivano i commercianti da fuori regione ad acquistarle a fine stagione d’alpeggio. Ma oggi che succede??

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La Fontina comprata in Piemonte dal mio amico, con tanto di carta e marchio ufficiali

Come vi dicevo, c’è stato un amico che, fuori regione (e ben conoscendo la buona Fontina) ha dovuto comprarne una fetta per cucinare un piatto tipico della Vallée. Così ha scritto dopo averla scartata e assaggiata: “Qualcuno sa spiegarmi… Mentre in Valle d’Aosta per il MODON D’OR fanno passerella politici e non, in Piemonte, un valdostano vuole cucinare per amici la Soupetta di Cogne. Dopo essermi procurato le spezie giuste, mi fermo in un negozio dove vendono esclusivamente prodotti di marca, mi avvicino al bancone dei formaggi che trovo veramente ben fornito, si presenta una commessa che mi domanda: Desidera? Vorrei della Fontina! La vuole di Aosta o quella dolce? La vorrei di Aosta! La commessa ne prende un pezzo ed io lo compro tutto, lei lo incarta e me lo porge, la pago €. 16,90 al kg. (per informazione la Fontina dolce si chiama Fontella). Arrivo a casa di amici, scarto la Fontina, l’assaggio, amara come il fiele. Nella speranza che qualcuno, guardando le foto sappia spiegarmi di cosa si tratta, ricordo che la Fontina dovrebbe essere il nostro fiore all’occhiello e ambasciatrice della Valle al di fuori dei nostri confini, saluto. Un valdostano amareggiato “in tutti i sensi” Ps. la crosta non l’ho grattata io.

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Fontina DOP e DOP alpeggio in vendita a Cheese – Bra (CN)

A questo punto le considerazioni da fare sarebbero molte. La prima è che, appena fuori valle, i prezzi lievitano tantissimo. Sapete che in Val d’Aosta in media la trovate a 10-12 euro al kg? Al caseificio così come dal privato, anche quelle veramente buone, così buone che viene spontaneo dire al produttore: “Te la pago di più perché non è giusto che la vendi ad un prezzo di una toma qualsiasi!“.

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Fontine e tome valdostane – Condove (TO)

Ho fatto un esperimento ed ho provato a chiedere agli amici on-line se comprano Fontina, dove e come la giudicano. Vi copio un po’ dei loro commenti. “Acquistata sempre facendo attenzione al marchio del consorzio sulla crosta. Poi quando ho tempo, da ottobre in poi, cerco di andare a trovarmi i produttori/clienti e lì il profumo e il gusto cambia con i fiori di alpeggio. Non tutta la fontina è uguale. E da un produttore all’altro cambia un po’. Il consorzio garantisce un prodotto conforme.” “Io Fontina buona qua in Piemonte non ne ho quasi mai trovata… spesso e volentieri è amara…“. “Buona quella di alpeggio e quella di caseificio acquistata in Valle, fuori dalla Valle quella dei supermercati ha poco sapore, buona quella dei piccoli negozi specializzati in formaggi.” “Buona solamente quando la comperi in Vallée. Diversamente è sempre amara.” “La sua bontà è direttamente proporzionale al prezzo, sovente prendo quella bio al Naturasì di Pinerolo, la pago 21 euro al kg ed è molto gustosa, mi è capitata di prenderla al Unes di Villar Perosa ad un costo decisamente inferiore, ma di fontina aveva solo l’etichetta.” Una voce dalla Toscana: “La fontina fa schifo… vai nei supermercati e non sa di nulla… se vai in da un casaro dove nasce e dove la fanno davvero è fantastica ragion per cui vai a sapere che ci mandano qui… una volta ad Aosta c’avrei preso l’indigestione, ce la portò un vecchietto che teneva le mucche, avrei mangiato anche la carta!” Dalla Lombardia: “Qui da noi, nei supermercati, non sa di niente e costa cara.” Altri amici invece hanno risposto indicando i nomi dei produttori da cui vanno direttamente a fornirsi, oppure la acquistano in occasione della Fiera di Sant’Orso.

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La Fontina è una sola… ed essendo una DOP non può essere fatta altrove! – Coazze (TO)

Aggiungo qualche mia esperienza personale. Il consumatore deve sempre fare ben attenzione, perché spesso viene spacciato per Fontina… del formaggio che Fontina non è! Quante volte nelle fiere mi è capitato di vedere delle “fontine” di chissà dove, ma sicuramente non valdostane!

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Parmigiano valdostano?? – Lanzo (TO)

Il plagio e i tarocchi colpiscono ogni formaggio, non ne è vittima solo la Fontina. Nelle fiere davvero si può trovare di tutto. Non è detto che il gusto sia cattivo, ma se vogliamo un certo prodotto, dobbiamo conoscerne le caratteristiche. Soprattutto poi non mi puoi vendere ad un certo prezzo un formaggio che non è quello autentico.

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Toma “fontinata” – Luserna San Giovanni (TO)

Nel caso della Fontina però, se compriamo un formaggio con un marchio, una DOP, vorremmo che sia buono! Probabilmente ci sono “tome fontinate” (in questo caso penso sia ammesso chiamarle così, sappiamo che stiamo comprando una toma prodotta con il metodo della Fontina, ma non rispettando il disciplinare della DOP e l’origine probabilmente non sarà valdostana) più buone di certa Fontina che si trova in giro! Per completezza di informazione, il Fontal è un formaggio industriale che non ha niente a vedere con la Fontina, con la sua lavorazione e con la Val d’Aosta (qui per saperne di più sul Fontal).

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Stagionatura a Merdeux – St.Rhemy-en-Bosses (AO)

I controlli in alpeggio sono molto rigorosi, l’ho sentito dire e ripetere in ogni alpeggio dove sono stata. Lo sono per tutti i formaggi, ma in particolar modo per la Fontina. Potremmo dire che ciò sia giusto, perché si tratta di una DOP, di quel fiore all’occhiello di cui si parlava prima, di quell’ambasciatrice della Val d’Aosta nel resto d’Italia, del mondo. Ma forse bisognerebbe essere più rigorosi nel resto della filiera, non solo in alpeggio! Perché sono stata in un alpeggio dove ho assaggiato un formaggio meraviglioso che non solo non può più essere chiamato Fontina (anche se era nato come tale) perché viene lasciato stagionare “abbandonato” in alpeggio… Ma non può nemmeno essere venduto, tant’è vero che l’alpigiano deve mettere il cartello “uso personale” allo scaffale dove lo tiene (andate a leggere qui).

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Fontina in vendita a Cheese – Bra (CN)

Poi però, anche in manifestazioni “di settore” troviamo delle Fontine che hanno più di un anno e che sono state confezionate e tenute sottovuoto (per quanto tempo??), come si può vedere nell’immagine sopra. E questo è il meno, tornando alla Fontina con la carta “ufficiale”, ma con la crosta tagliata dell’amico di cui sopra. E poi, per favore, rendetela più riconoscibile, più tracciabile. Tolta la placchetta dove c’è il numero del caseificio dov’è stata fatta (che poi lo può capire solo un addetto ai lavori, facendo una ricerca), il consumatore come fa a sapere se viene dal caseificio, dall’azienda agricola, all’alpeggio? Penso che in molti sarebbero disposti a pagare qualche euro in più al chilo una buona Fontina di tizio o di caio, trovandola in Piemonte o in Lombardia o in Lazio. Poi… se non è buona, so chi l’ha fatta e magari gli scrivo anche due righe attraverso internet!

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C’è scritto Fontina, ma poi si vende un po’ di tutto… – Luserna San Giovanni (TO)

Non sono così ingenua da non sapere/immaginare cosa ci sia dietro, è stato un discorso ricorrente negli alpeggi quest’estate. Ma che senso ha tenere i prezzi uniformi verso il basso? Fino a quando reggerà questo sistema? Fino a quando reggeranno i piccoli allevatori di montagna di questa regione? E soprattutto, che senso ha mandare in giro nella grande distribuzione Fontina di livello medio-basso, insapore, gommosa, per non parlare di tutta quella amara?? Pensate che c’è addirittura gente che pensa che la Fontina debba essere amara!!!!! Ci sarà sempre differenza tra un formaggio d’alpeggio e uno di caseificio, che si chiami Fontina, Asiago, Montasio o quel che è… Il consumatore deve essere consapevole e informato, deve saper scegliere e cercare, ma non deve nemmeno essere imbrogliato quando paga anche caro un formaggio marchiato, che dovrebbe avere certe caratteristiche garantite. Buon appetito a tutti…

 

20 anni di Cheese

Non ricordo se fossi andata all’edizione n.° 1 venti anni fa. Comunque, quando c’erano le “Storie di pascolo vagante”, vi avevo raccontato le successive edizioni a cui ho partecipato o come relatrice ai convegni, o come semplice visitatrice. Qui brevi note sull’edizione 2007, qui il 2011 poi ancora il 2013 e il 2015.

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Formaggi ossolani tra le bancarelle di Cheese – Bra (CN)

Resta sicuramente un bello “spettacolo” per la vista, l’olfatto, il palato, potete andarci anche voi ancora domani e lunedì, così poi mi direte cosa ne pensate, se confermate le mie impressioni oppure se per voi l’esperienza è stata differente. Venerdì mattina siamo arrivati quando ancora molti stand stavano finendo l’allestimento, quindi siamo riusciti a vedere tutto abbastanza bene, anche se, man mano, la folla aumentava e certi stand poco per volta risultavano quasi inavvicinabili.

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Formaggi di pecora a latte crudo, Cheese – Bra (CN)

Il tema di quest’anno era il latte crudo e molti espositori rispettavano questa caratteristica. Per altri (produttori e affinatori) invece non c’erano indicazioni su quali fossero le caratteristiche dei formaggi esposti.

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Anna Castagnino spiega cos’è Tanaria, Cheese – Bra (CN)

Anno dopo anno, trovo sempre meno piccoli produttori. Il costo dello stand è elevato, qualcuno ha escogitato un modo per esserci lo stesso, come dei casari della val Tanaro. Riconosco Anna e mi faccio spiegare cos’è “Tanaria”. In pratica si tratta di 4 produttori che, da soli, non sarebbero riusciti a partecipare, ma si sono uniti e propongono un pacco con porzioni sottovuoto delle quattro aziende: “Solo che la gente si lamenta, perché a uno non piace la pecora, l’altro non vuole la capra…

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Formaggi dalla Sardegna, Cheese – Bra (CN)

Girando per Bra ieri ho avuto delusioni e piacevoli sensazioni gustative. Non è facile fare assaggi, passando da uno stagionato ad un fresco e poi ancora ad una ricotta o un gorgonzola, dopo un po’ il palato si confonde. Ricordo però degli ottimi erborinati, dei pecorini sardi saporiti, il gusto inatteso della ricotta affumicata che vedete qui sopra, una burrata paradisiaca…

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Lo “storico ribelle”, Cheese – Bra (CN)

I Presidi, cioè i formaggi “protetti” da Slow Food sono rappresentati solo in parte, molti visti nelle passate edizioni non ci sono più. Qui era più difficile fare assaggi, con il passare delle ore, il pubblico era aumentato e gli stand erano piccoli. Purtroppo ci è capitato di assaggiare un Castelmagno d’alpeggio veramente pessimo, indegno del suo nome. Anche altri assaggi qua e là sono stati al di sotto delle aspettative, non per questione di gusti, ma per difetti del prodotto (formaggi amari, formaggi gommosi…). Ovviamente mi è rimasto impresso particolarmente il Castelmagno per ragioni per così dire campanilistiche. So quanto sa essere buono quel raro formaggio prodotto negli alpeggi della Valle Grana, ricordo con rimpianto gli assaggi nelle baite ai tempi del censimento degli alpeggi che avevo fatto nel 2003…

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Presentazione e abbinamenti, Cheese – Bra (CN)

Cheese comunque è una gioia per gli occhi, per vedere in quanti modi può essere trasformato il latte, ma anche come gli espositori sanno mettere in mostra e valorizzare i loro prodotti.

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La capacità di raccontare il formaggio, Cheese – Bra (CN)

A Bra si sentiva parlare ogni lingua, ma anche inflessioni e dialetti da tutta Italia. C’è chi si incontra e chi si ritrova, ci sono addetti ai lavori e intenditori che girano tra gli stand. E’ bello anche vedere come ci si inventa tanti nuovi modi per valorizzare il formaggio, dalle più classiche vinacce all’argilla, dalle foglie ai petali di fiori secchi. Personalmente però preferisco il prodotto tale e quale, secondo i suoi diversi stadi di stagionatura.

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Formaggi da Amatrice, Cheese – Bra (CN)

A Cheese si va anche per assaggiare e acquistare formaggi che altrimenti molti di noi mai riuscirebbero ad “incontrare”. Chi non abita in città dove vi sono negozi specializzati o non ha modo di girare l’Italia (e non solo), difficilmente avrebbe accesso a certi prodotti, specialmente i freschi. C’erano anche un paio di produttori di Amatrice. Pensavo ci sarebbe stato uno spazio particolare per loro, per le aziende delle zone terremotate, invece purtroppo non ho trovato niente se non queste due bancarelle mescolate tra le altre.

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Angela da Massa Marittima e i pecorini con Omega 3, Cheese – Bra (CN)

Come tutti gli anni, Cheese è l’occasione per salutare “vecchi” amici e conoscere dal vivo contatti fino ad ora virtuali, come nel caso di Angela. Due parole con uno, un saluto con l’altro… però mancavano molte facce conosciute. Tornata a casa, vado a controllare su facebook se per caso “me li sono persi”, ma qualcuno (Patrizia di “Le Ramate”) per esempio scrive così: “Risposta ai messaggi ricevuti, quest’anno non ci saremo al Cheese/Bra, il lavoro in azienda, assorbe tutto il nostro tempo…“. Perché essere a Cheese 4 giorni è un grosso impegno che difficilmente si combina con un’azienda a conduzione famigliare.

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I casari e casare di azienda agricola, Cheese – Bra (CN)

Se non sbaglio, mancavano molti stand “istituzionali” delle varie regioni. E’ poi aumentato lo spazio per le cucine di strada, molto affollato dal pubblico. C’era chi sceglieva i molti ristoranti braidesi, ma moltissimi (forse già quasi sazi tra un assaggio e l’altro) puntavano alla salsiccia di Bra, alla Focaccia di Recco, alle olive ascolane, agli arrosticini e altro ancora. Per chi andrà a Cheese domani e lunedì, suggerisco di cercare il piccolo stand dell’associazione Casare e Casari di azienda agricola, ahimè piuttosto defilato rispetto al resto degli stand caseari, ma all’imbocco dello spazio delle cibo di strada. Buon Cheese a tutti, sia che siate là per vendere, per acquistare, per guardare o per criticare!

La gente si lamentava perché passava negli alpeggi e non trovava niente

Sempre grazie al passaparola degli amici, eccomi questa volta a Valtournenche, accompagnata da Liviana, che mi porta da Laura e Loris, amici di famiglia che gestiscono un alpeggio da quelle parti, producono e vendono formaggi. Proprio quello di cui ho bisogno io! Tra l’altro, questo alpeggio mi era già stato indicato anche da un altro “informatore sul campo”.

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Uscita dalla stalla – La Manda, Valtournenche (AO)

Arriviamo quando le vacche stanno per essere slegate, cioè stanno per uscire verso i pascoli. Un saluto veloce a tutta la famiglia, poi decido di seguire Loris, così posso scattare un po’ di foto approfittando della bella luce del mattino e del cielo ancora abbastanza azzurro. Le previsioni sono incerte, il tempo dovrebbe peggiorare, quindi è meglio non perdere l’attimo.

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In cammino verso i pascoli – La Manda, Valtournenche (AO)

Oltretutto, nei pressi dell’alpeggio il Cervino non si vede, è coperto da un costone, quindi seguendo la mandria dovrei arrivare dove si vede almeno la sua sommità. Loris accompagna gli animali e resterà con loro fino al momento di rientrare, così io ritorno sui miei passi per andare a fotografare Laura che sta lavorando il latte, poi sarà la volta delle domande.

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Laura rompe la cagliata – La Manda, Valtournenche (AO)

Loris al pascolo non rinuncia, quindi è toccato a me fare la casara. Poi le donne… hanno più pazienza! Era già il ruolo di mia nonna, mia mamma va ancora in alpeggio con mio fratello, la nuora e tutta la famiglia, è ancora lei che fa i formaggi. Sono due anni che trasformiamo qui in alpeggio, prima davamo il latte al caseificio. Il padrone dell’alpeggio ha messo a posto i locali, è stato anche lui a spingerci a lavorare il latte.

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La stagionatura dei formaggi – La Manda, Valtournenche (AO)

Qui turisti ne passano tanti, salgono con l’ovovia e fanno il percorso del Balcone del Cervino. La gente si lamentava perché passava negli alpeggi e non trovava niente da comprare! Qui nella zona di Cervinia adesso ci siamo noi, Didier e Gildo che fanno formaggi, tutti gli altri conferiscono. Turismo ce n’è parecchio!

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Il Bedzo – La Manda, Valtournenche (AO)

Abbiamo fatto la scelta di non fare Fontine. Passano quattro mesi prima di poterle vendere, oppure le fai e le dai alla cooperativa, ma qui per la gente che passa non hai niente. Allora ci siamo creati un nostro prodotto, il Bedzo, che vuol dire formaggio nel patois di qui. Produciamo, stagioniamo noi, minimo 60 giorni, e ce li vendiamo. E’ una scelta che funziona bene. D’inverno invece conferiamo alla Centrale del latte.

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La famiglia Pieiller – La Manda, Valtournenche (AO)

Questo alpeggio è ancora a conduzione interamente famigliare. Ethel e Ellis, le due figlie, hanno un’età in cui possono ormai aiutare i genitori. La maggiore studia all’Institut agricole, mentre la minore ha scelto un indirizzo turistico. “E’ dura essere madre e allevatrice perché… i figli non te li godi. Alla sera finisci i lavori e loro sono già a dormire. Stiamo più insieme d’estate.

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Sui pascoli di La Manda – Valtournenche (AO)

Torno sui pascoli e raggiungo Loris. “Non devi filmare, no? Solo domande? Io non fatico a parlare se tu scrivi, ma quando mi hanno intervistato con le telecamere, lì non sapevo cosa dire!“. Sicuramente non gli manca la parlantina, così mi faccio raccontare la sua storia.

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Loris e una delle sue vacche castane –

Bestie ne ho sempre avute, ma io facevo un altro lavoro, lavoravo per una ditta che distribuisce bevande. Più che altro erano i miei nonni che ne avevano. Poi ho sposato Laura, la sua famiglia già andava in alpeggio. Prima tenevamo le bestie giù, poi c’è stata l’alluvione nel 2000 e ha danneggiato i prati, così nel 2001 abbiamo iniziato a venire in alpeggio, all’inizio eravamo dall’altra parte della vallata, sempre qui a Valtournenche.

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Al pascolo al cospetto del Cervino – La Manda, Valtournenche (AO)

Una volta avevo solo vacche nere, poi abbiamo preso le bianche e rosse, per la resa. Solo con le nere non riesci a campare. Teniamo giù i manzi bianchi e rossi per pulire i prati brutti dove non possiamo sfalciare. Il fieno me lo faccio io, il primo taglio prima di salire, poi per il secondo viaggio su e giù. Quando non ci sono… la moglie e le figlie tirano fuori un po’ più di grinta!

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In quella foto c’è un po’ del mio cuore” – La Manda, Valtournenche (AO)

Le reine sono una… malattia, e pure contagiosa! Sono un qualcosa in più, ma danno anche l’input per andare avanti. Però non deve essere basato tutto su quello. Due o tre volte all’anno le porto alle battaglie, sono accanito… perché ci tengo, ma non sono di quelli che vogliono ad arrivare a tutti i costi.

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Chi già rumina e chi pascola – La Manda, Valtournenche (AO)

Più tardi, a tavola, con degli amici di Loris arrivati dal Piemonte, anche loro appassionati, dopo qualche parola sul tempo, sulla siccità, i temporali e la resa del fieno… il discorso sarà poi quasi esclusivamente dedicato alle reines e alle battaglie, non solo quelle della Vallée e del Piemonte, ma anche quelle svizzere. E Loris si arrabbierà perché non riusciva a ricordarsi il nome di una vincitrice alle finali svizzere…

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Al pascolo con i ghiacciai sullo sfondo – La Manda, Valtournenche (AO)

E’ un mondo particolare, quello degli appassionati di reines. Vedono una foto di una vacca e la riconoscono, sanno il suo nome e quello del suo proprietario, dove e quando ha vinto un combat, se è stata acquistata o se è nata nella stalla del suo padrone. Se ha avuto figlie vincitrici o se è lei figlia di una reina famosa… “Hanno un qualcosa in più nel carattere“, mi diceva Laura davanti alla stalla. “Una bianca e rossa, anche se la coccoli, non viene a farsi accarezzare e grattare prima di entrare in stalla come invece fanno le nere!

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Rientro dal pascolo mattutino – La Manda, Valtournenche (AO)

Nella baita c’è un pesce rosso, un coniglietto nano. Fuori razzolano le galline, una gatta gioca con il suo micino. C’è una capretta che segue Loris al pascolo e gli da i baci. “Viene anche in casa a prendere il biscotto… Io ho una grande passione per tutti gli animali. Bisogna rispettarli quando sono in vita, però… è un circolo, li allevi e sai che verrà il momento di macellarli, non puoi allevarli tutti. E’ la vita, appunto. La gente non capisce, se c’è l’allevamento, c’è anche la macellazione.

Fare i formaggi e venderli è una scelta che paga

Dopo qualche difficoltà di comunicazione (i telefoni cellulari non sempre in alpeggio “hanno campo”), riesco a concordare con Michel per salire da lui in alpeggio.

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Les Druges – Saint Marcel (AO)

Quel mattino c’è una luce strana, la sera precedente una sorta di tromba d’aria ha investito la media valle: lungo la strada che sale da Saint Marcel a Les Druges sono numerosi i rami e gli alberi schiantati a terra, ma i cantonieri o la gente del posto hanno già provveduto a tagliarli e rimuoverli. Ci sono anche numerose piante da frutto accanto ai villaggi che attraverso, ciascuno ha sotto di sé un tappeto di mele e pere strappate anzitempo dai rami per colpa del vento fortissimo.

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Bren – Fenis (AO)

Lascio l’auto e salgo a piedi, il cartello della sentieristica indica un’ora e quindici minuti all’alpe Bren, ma… pur con varie soste a scattare foto, non ci metto nemmeno un’ora. Non vedo segni nel fango, Michel non dev’essere ancora arrivato, infatti su trovo solo i suoi operai, ma lui arriva poco dopo: “Sto su 3-4 giorni alla settimana, gli altri giù, per i fieni, per andare a vendere i formaggi. Con me viene anche la famiglia, mia moglie, i bambini. Devi essere presente in alpeggio, anche per loro è meglio quando c’è mia moglie che prepara da mangiare. Poi hanno tutti famiglia in Romania, giocano con i miei bambini, si sentono meno soli!

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Al pascolo – Bren, Fenis (AO)

Prima andiamo a vedere la mandria, già al pascolo più a monte, poi torniamo all’alpeggio. I pascoli non sono bellissimi, abbastanza ripidi e molto boscati. “Qui sono stato tra i primi ad avere problemi con il lupo, qualche anno fa. Mi ha spaventato i manzi, sono scesi, risaliti e poi passati nell’altra vallata. Nei giorni scorsi proprio a Clavalitè ha ucciso una capretta nana. Io li ho visti, anche vicino, a 10 metri da me. Non era spaventato da noi, sembrava piuttosto… curioso!

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Al pascolo – Bren, Fenis (AO)

Ho iniziato con i miei, 24 anni fa, venivamo già qui. Avevamo già le bestie, ma non stavamo su in alpeggio. Qui è privato, una quindicina di proprietari, anche mia mamma ha diritto ad una quota di 4 mucche, qui funziona così la divisione! Con gli anni le cose stanno peggiorando, non sai come andrà a finire, dal punto di vista economico.

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Valdostana castana – Bren, Fenis (AO)

Sono pochi quelli che ce la fanno senza contare sui contributi, sono quelli che si sono buttati sul mercato con una grossa attività. Tutti gli altri… purtroppo dipendiamo dai contributi, ma adesso non sappiamo bene quanti soldi ci arriveranno, c’è stato chi ne ha presi tanti, altri invece no… ci sono stati dei pasticci!

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Michel al pascolo – Bren, Fenis (AO)

Ormai si dipende dagli operai… C’è l’alpeggio e ci sono i fieni da fare, non puoi far tutto da solo. Valdostani non ne trovi più, quelli che vanno a lavorare per altri, lo fanno in Svizzera, dove prendono più soldi. Il pastore rumeno che lavora da me sono 9 anni che viene qui, ma si tribola ad avere sempre gli stessi.

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Stagionatura dei formaggi – Bren, Fenis (AO)

D’inverno do il latte alla cooperativa di Pollein, d’estate quello che produco in buona parte me lo vendo io, qualcosa do alla cooperativa, di cui sono anche socio. Due anni fa ho anche vinto la medaglia d’oro per la Fontina. Faccio i mercatini, la Fiera di Sant’Orso, tutti i venerdì metto la bancarella a Fenis dove ci sono le serre della verdura. Quando vendi il formaggio è una bella soddisfazione vedere i clienti soddisfatti. Fare i formaggi e venderli è una scelta che paga, fai i formaggi e hai i soldi in tasca!

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Vista sul Cervino dall’alpe Bren – Fenis (AO)

Fare i formaggi però comporta numerose complicazioni aggiuntive. “Se fai formaggi a 60 giorni di stagionatura ti chiedono più cose rispetto alla Fontina. Adesso poi vorrei fare i freschi e la brossa, c’è tanta richiesta di brossa dalla gente del posto. Tra le altre cose, vogliono un frigo apposta con il termometro digitale esterno! Secondo me però per abbassare la temperatura non c’è niente di meglio della fontana. Adesso faccio così, la metto nelle bottiglie e poi subito nella fontana, la temperatura deve scendere bruscamente. Poi se si fanno i freschi non basta un posto dove appendere i grembiuli, ci va lo spogliatoio e anche un bagno apposta per il casaro…

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Fontana Freide – St. Marcel (AO)

Le strutture a Bren sono ancora abbastanza rustiche, mentre il tramuto a quota inferiore è stato ristrutturato più recentemente, servirebbero tutte le modifiche richieste dall’asl in entrambe le strutture. Michel mi racconta ancora di altri formaggi che produce in alpeggio, compreso il Caprice de Bren, una sua creazione. “Alla gente adesso piace trovare formaggi più freschi, quelli molto stagionati li cerca solo l’intenditore.

Non so se in valloni così ci sia ancora un futuro

Sono fortemente debitrice con chi, sul territorio, si sta adoperando per segnalarmi alpeggi “meritevoli” o luoghi particolari dove andare a fare le mie interviste. Nel caso del vallone dell’Alleigne a Champorcher, il mio grazie va a Marco, che mi ha accompagnata. Anche lui allevatore (dice che lui lo fa solo per hobby! la sua famiglia gestisce l’agriturismo Relais des Reines), conosce bene molte realtà della zona e non solo.

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Sentiero del Vallone dell’Alleigne – Champorcher (AO)

Mi aveva detto che questo vallone meritava una visita sia dal punto di vista paesaggistico/territoriale, sia per chi avrei trovato il alpeggio. Se un paio di settimane fa ero stata in un alpeggio che continua a vivere grazie all’apertura di una strada, qui gli ambientalisti hanno avuto la meglio e si continua a salire con una stretta mulattiera. Le pietre del fondo sono consumate da milioni di passi di uomini e animali, provo a pensare cosa possa significare oggi salire e scendere con il mulo carico di provviste o di formaggi. “Era anche un’antica via del sale“, mi racconta Marco.

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La pista, mai conclusa, nella prima parte del vallone dell’Alleigne – Champorcher (AO)

A dire il vero una strada la si voleva fare, una pista trattorabile, di cui è visibile il primo tratto, che si interrompe dopo qualche centinaia di metri. L’opposizione era stata fortissima e così alla fine il vallone è rimasto senza strada. “Che poi era stato individuato un tracciato che non andava a toccare la vecchia mulattiera, passava più in alto. E comunque non si voleva fare una strada… hai visto com’era nel primo tratto! Ai tempi avevano fatto il presidio e raccoglievano firme alla partenza del sentiero“, mi racconta Marco. La salita è impegnativa anche solo per una semplice escursione, quando nello zaino c’è al massimo una maglia, una borraccia e un panino.

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Vallone dell’Alleigne: il torrente – Champorcher (AO)

A fianco del sentiero, un torrente limpidissimo e fresco. La gita è piacevole, ma vi ricordo di provare a mettervi nei panni di chi deve salire e scendere per lavoro. Certo, una volta lo si faceva, lo facevano tutti, ma oggi almeno bisognerebbe riconoscere un valore doppio ai prodotti di chi lavora in certe condizioni. Chi è disposto a farlo? Ma poi, la gente, i turisti, salgono fino all’alpeggio? Quando incontreremo Mario, su in alto nei pascoli, dirà che la maggior parte dei turisti si ferma al primo pianoro, solo qualcuno prosegue per il lago e nessuno viene a comprare formaggio, mica hanno voglia di caricarselo a spalle!

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Peroisaz – Vallone dell’Alleigne, Champorcher (AO)

L’alpeggio di Peroisaz è stato in parte ristrutturato, ci sono ancora attrezzature e materiali per completare i lavori, chissà come, chissà quando. Gli animali sono già al pascolo più a monte, la salita per arrivare fin quassù è stata lunga e impegnativa. All’alpeggio ci sono Samuele e il suo fratellino. Samuele è qui per dare una mano ai fratelli Vallomy: “Giù sua mamma ha le capre, poi ha qualche mucca qui con le nostre“, racconterà Mario.

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Mario – Peroisaz, Champorcher (AO)

Nicola è sceso a valle, così chiacchieriamo solo con Mario, che comunque di cose da raccontare ne ha tante. “Sono 26 anni che veniamo qui, prima andavamo a Fontainemore e prima ancora a San Grato. Ho iniziato nel 1968 con mio papà, ho fatto un po’ di ferie nel 1968 quando sono stato ricoverato all’ospedale e poi quando ho fatto il servizio militare, altrimenti sono sempre stato con le bestie.

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Mandria al pascolo – Vallone dell’Alleigne, Champorcher (AO)

Marco me l’aveva detto che qui avremmo incontrato animali “della razza vecchia”, vacche valdostane come esistevano una volta, sia per la colorazione, sia per le dimensioni, non incrociate e selezionate, ma più piccole e rustiche, adatte al pascolo (anche perché quassù di sicuro non vengono fatte integrazioni con i mangimi). “Sono 26 anni che vengo su e non so se merita continuare o no. I padroni della baite diventano vecchi, sono 4 privati, hanno aggiustato un po’, ma non hanno finito. Ci fosse la strada sarebbe differente. Gli altri alpeggi nel vallone sono tutti diroccati. Non so se in valloni così ci sia ancora un futuro: se non cambia niente, io non lo consiglierei a nessuno di continuare.

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Capre valdostane – Vallone dell’Alleigne, Champorcher (AO)

Le capre le devo pascolare con le mucche e chiuderle a mezzogiorno, ci sono troppi lupi, appena siamo saliti qui ce ne ha presa una appena davanti alle baite, l’abbiamo visto! Giù al tramuto basso ce ne ha prese altre. Qui ci sono solo più brutte bestie, vipere e lupi! Patiscono ad essere chiuse a mezzogiorno, poi si picchiano, ma non possiamo fare diversamente. Abbiamo preso un maschio per far nascere capretti di un certo tipo, ma poi la selezione ce la fa in lupo, invece!

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Eriofori al Lago Chilet – Champorcher (AO)

Avevamo anche le pecore, mi piacciono le pecore, ho le biellesi, quelle belle grosse. Le ho sempre avute, 100-110… Qui stavano bene, le mettevamo su al lago e andavamo a vederle, salivo a dare il sale. Adesso tutta quella bella erba che c’è là resta da mangiare, è troppo lontano andare con le mucche fino in cresta. Tre anni fa il lupo ci ha preso 12 pecore. Tre volte ho preso in mano il telefono per chiamare il commerciante e venderle, ma non me la sono sentita. Adesso ne ho solo più poche, le ho a Lillianes vicino a casa, se la sognano l’erba che avevano qui! Comunque il lupo ce le uccide anche là…

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Mandria al pascolo – Vallone dell’Alleigne, Champorcher (AO)

Marco e Mario chiacchierano in patois, riesco forse a capire qualche parola in più rispetto ad altre parti della val d’Aosta. “Il miglior burro di Dondena vale meno del letame di Peroisaz, così dicevano una volta, tanto qui è buona l’erba! Ci sono ancora i canali, e poi i tubi, dove metti il liquame della stalla di erba ne viene di più. Quando si saliva in autunno a vedere le pecore, l’erba era verde dove era stato messo il letame.

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Rientro a Peroisaz – Champorcher (AO)

Pian piano le vacche vengono fatte scendere verso l’alpeggio, il sentiero è ripido e sassoso. “Non le portiamo alle battaglie, quando scendono di qui… sono già troppo stanche!“, scherza Mario.

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Gregge di capre – Peroisaz, Champorcher (AO)

Anche le capre hanno fatto l’abitudine a rientrare in stalla, quindi precedono la mandria senza che vi sia la necessità di mandare il cane per farle scendere. Chiedo informazioni sulla parabola che vedo contro il muro di una delle vecchie stalle e mi raccontano che era stata posizionata dai padroni per controllare i lavori e gli operai (!!!) durante la ristrutturazione. Ma c’erano sempre dei problemi e non ha mai funzionato bene.

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Con il bel tempo questo posto è davvero scenografico: “…ma quando tira il vento… quassù è terribile! E’ anche un posto da fulmini, durante i temporali.

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Le mucche devono fare tutto il giro sotto la stalla per entrare! Quando hanno ristrutturato, hanno fatto un piccolo passaggio sopra con i gradini in pietra, le bestie dovrebbero passare lì! Figuriamoci!!” In effetti la gradinata è ripida e stretta, a malapena si riesce a posare un piede, calzando degli scarponi.

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Il Sargnun

A pranzo, Mario ci offre anche il Sargnun, una ricotta impastata con peperoncino e semi. “Ho usato quelli dell’agrou, qui il cumino non c’è. Si può anche stagionare, si fanno delle pagnotte e si mette sopra al camino, che prenda il fumo. Una volta facevano la sagra del Sargnun a Champorcher.” Avevo già visto questo latticino in Piemonte, nell’area del canavesana (peraltro confinante con questa vallata).

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Tome di diversa stagionatura

Qui i formaggi sono prodotti solo per uso personale, quando sono state ristrutturate le strutture, non è stata prevista una casera. Si fa toma e non Fontina, dato che la lavorazione della toma è più rapida e comporta un impegno minore rispetto alle due lavorazioni giornaliere della Fontina.

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Mario e i suoi chamonix – Peroisaz, Champorcher (AO)

Durante il pranzo c’è modo di chiacchierare di tante cose e ascoltare storie del passato e del presente, poi Mario e Marco iniziano a discutere di campanacci. Qui in Val d’Aosta la passione è per gli chamonix. Sembra quasi un parlare in codice, solo gli iniziati capiscono cosa possa voler dire un certo numero “…un nove… un undici… la serie completa…

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Mario e i suoi giovani amici – Peroisaz, Champorcher (AO)

E’ ora di rientrare, si sta facendo tardi, il cammino è ancora lungo. Salutiamo Mario, Samuele e suo fratello, poi proviamo a cercare un sentiero diverso da quello percorso in salita per scendere a valle. La traccia però si perde tra pascoli e boschi, ogni tanto pare essere più evidente, poi tocca di nuovo procedere a casaccio per qualche centinaio di metri. E’ questo ciò che accade ai sentieri quando la montagna non è più utilizzata come un tempo.

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Chavanne – Vallone dell’Alleigne, Champorcher (AO)

Ci sono delle baite abbandonate, una scritta sull’architrave recita “1856”. Anche questi erano alpeggi e ce n’erano diversi altri, alcuni sono ormai quasi scomparsi nel bosco che è avanzato. Chi saliva da queste parti, evidentemente ha smesso di farlo da anni.

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Vallone dell’Alleigne – Champorcher (AO)

I pascoli sono però ancora utilizzati, c’è una mandria che rumina sdraiata nel prato al fondo della conca. Non c’è nessun guardiano, solo fili, picchetti e batteria. E’ una situazione ormai “normale” dalle mie parti, in Piemonte, ma qui in Val d’Aosta è un segno di qualcosa che sta cambiando, qualcosa che va perduto per sempre. Animali in asciutta che stanno all’aperto giorno e notte, stalle e alpeggi che vanno all’abbandono, più nessuna opera di fertirrigazione… Non posso non pensare ancora una volta a come siano sbagliati i principi secondo i quali sono erogati i contributi agricoli. Non basta mettere insieme ettari e UBA (carico di animali), bisognerebbe vedere chi e come gestiste quegli ettari, quegli animali!