Le montagne degli ultimi

Non mi è mai piaciuto dipingere come una razza in via di estinzione gli uomini e le donne che si ostinano a vivere e lavorare in montagna. Proprio per quello molte volte sono andata a cercare i giovani, vi ho parlato di loro, vi ho narrato le loro storie. Da quando sono in Valle d’Aosta, molto spesso sento gli amici piemontesi che parlano con invidia delle montagne (cioè degli alpeggi) valdostani… ma non tutti sono delle “regge” comodamente raggiungibili con strade sterrate lisce come l’olio. C’è un po’ di tutto anche qui. E ci sono montagne che non hanno niente da “invidiare” ai più difficili tra gli alpeggi piemontesi. Qui come là, se c’è ancora qualcuno che li usa, che ci vive per i mesi estivi, è qualcuno che ci è nato, che vi sale da sempre con gli animali, che conosce ogni pietra, ogni centimetro di quei pascoli.

Grossa casa nel villaggio di Devine – Pontboset (AO)

In primavera avevamo fatto un’escursione per raggiungere dei villaggi abbandonati nel comune di Pontboset e mi avevano incuriosita i valloni che vedevo sul versante opposto. In particolare, con il binocolo avevo guardato verso un villaggio sulle cui case spiccavano delle grosse croci. Consultata la mappa, avevo visto che era possibile, nella bella stagione, fare delle escursioni che prevedevano il raggiungimento di alcuni alpeggi. Cercando in rete, avevo anche trovato questo post dove si parlava di “escursione da non ripetere”, altri camminatori ribadivano di evitare la zona in caso di nebbia, dato che i sentieri non sempre erano evidenti e ben tracciati.

Un bel rascard tra i villaggi di Fournier – Pontboset (AO)

La giornata alla fine è stata discreta e ci siamo trovati anche nella nebbia, per alcuni tratti, ma fortunatamente non ci siamo persi. In tutto il giorno (una domenica) abbiamo incontrato solo un altro escursionista. Eppure abbiamo visitato posti molto belli dal punto di vista escursionistico, naturalistico, ma anche storico e antropologico. All’inizio il sentiero/mulattiera passa a fianco di vari villaggi abbandonati, con strutture architettoniche molto interessanti, tra cui alcuni rascard fortunatamente ancora in buone condizioni.

Il sentiero che sale nel vallone di La Manda con, a fianco, la monorotaia – Pontboset (AO)

Quando attraverso questi luoghi non posso fare a meno di pensare alla storia e alla vita delle persone che qui in tempo abitavano stabilmente. Oggi è una piacevole escursione salire lungo questi vecchi sentieri, ma cosa significava percorrerli con pesi a spalle, con i muli? Di cosa si viveva, quassù? La curiosità è cresciuta nel corso della giornata, tanto da spingermi a cercare un libro dove potermi documentare. “(…)si dedicavano ad un’agricoltura di sussistenza, producendo pochi cereali, coltivabili solo su terrazzamenti di dimensioni ridotte, ricavati riportando terra sui numerosi muretti a secco (…)“. Così viene detto nel libro “Pontboset. Il territorio, la sua storia, la sua gente.”

Vacche valdostane al pascolo vicino ai villaggi abbandonati – Pontboset (AO)

Ma… e gli alpeggi? A Fournier, praticamente tra le case dei villaggi abbandonati e in quelli che ora sono pascoli tutt’intorno, c’erano delle vacche che brucavano. Quando le abbiamo viste, ancora non sapevamo nulla di quel vallone, dei suoi alpeggi, di chi li utilizza ancora. Un tempo “(…) gli alpeggi frequentati dai pastori si trovavano normalmente all’envers, ossia sul versante rivolto a nord, che è meno soleggiato, più umido e produce un foraggio di buona qualità.” Sempre nel libro, ho poi letto che, già nel XIII secolo, oltre al bestiame locale, sull’intero territorio di Pontboset e Champorcher, salivano greggi con centinaia di pecore, provenienti dal Canavese. Si parla anche di pastori lombardi.

Edifici d’alpe in parte ristrutturati a Boset – Pontboset (AO)

Veniamo a tempi più vicini a noi. Terminati i villaggi, arriviamo a quello che è sicuramente un alpeggio. La cremagliera che saliva parallela al sentiero si è interrotta ed è stata sostituita da una pista per quad, che permette di raggiungere un po’ più agevolmente questo alpeggio. Uno dei fabbricati è un container completamente rivestito di pietra e legno, così da non impattare sul paesaggio e, nello stesso tempo, consentire la lavorazione del latte a norma di legge. Sarà solo successivamente che scoprirò chi è l’allevatore che sale ancora quassù. Si chiama Danilo, è di Ponboset, dove vive d’inverno. “E’ 45 anni che vado nel Vallone della Manda. Sono io che ho messo la monorotaia e ho fatto la pista. Nel 2008-2009 d’inverno la valanga aveva portato via due case e i container, con tutta la roba dentro, anche le caldaie per il latte. Anche 2 case con tutta la roba del latte. Dopo ho fatto questa struttura tutta interrata per le valanghe. Con una soletta che neanche le bombe la buttano giù. E ho comprato nuovi container e li ho incassati dentro.

Il vecchio alpeggio Champas – Pontboset (AO)

Ma queste cose le ho sapute dopo. Quella domenica salivamo incontrando alpeggi abbandonati e, ad un certo punto, arrivò anche la nebbia. Mi sembrava di essere tornata in certi alpeggi piemontesi, tra rocce, cespugli, versanti ripidi, nebbia, vecchie baite in pietra. Per fortuna il sentiero era abbastanza evidente, così si poteva continuare sull’itinerario previsto…

L’unico edificio ancora in piedi a LaManda – Pontboset (AO)

Le maggiori sorprese ci attendevano all’alpe La Manda. Più che un alpeggio, un vero e proprio villaggio di baite di varie dimensioni, quasi completamente diroccate. Si intuivano canali per l’acqua che passavano nelle cantine, dove veniva messo a raffreddare il latte, Poi fontane, stalle, abitazioni spartane, canali per portare i liquami nei pascoli… La nebbia rendeva il tutto più spettrale e misterioso. Sarà poi di nuovo Danilo a raccontarmi qualcosa su questo alpeggio, dato che nel libro ho trovato solo indicato il numero di animali che saliva nei secoli scorsi e la stima del valore da pagare per l’uso dei pascoli.

I resti dell’alpeggio La Manda – Pontboset (AO)

Tra tutti i muntagnin che andavano lì, avevano circa 70 mucche. I padroni della Manda erano dei ricchi a quel tempo. Pagavano 2 lire alle donne per andare su a tagliare dove non andavano le mucche e portavano il fieno fino a Hone. Perché i padroni sono di Hone anche se la Manda è nel territorio di Pontboset. I vecchi padroni erano dei nobili e andavano su a caccia. Hanno fatto quella casa, l’unica ancora in piedi: quella era apposta per loro quando andavano su a caccia. Mio papà da piccolo è stato valet lì, mi diceva che nessun altro poteva andare in quella casa, era riservato solo per i padroni.”

La cisterna dell’acqua dell’alpe La Manda – Pontboset (AO)

Un po’ sopra all’alpeggio, un’altra struttura misteriosa, ai piedi di una roccia, di fianco al torrente. Salendoci sopra abbiamo trovato un foro, coperto da una lastra di pietra. Pareva una cisterna… “Mia nonna e le mie zie andavano sovente su lì con quelli che tagliavano fieno con la falcetta. E a portare cemento e sabbia quando hanno fatto quei vasconi per riserva dell’acqua.

I pascoli dell’alpe La Manda, i cui ruderi sono praticamente invisibili, mimetizzati tra le rocce – Pontboset (AO)

Anche se i pascoli di quell’alpeggio paiono così ripidi, nei documenti antichi sono sempre solo indicati come pascoli da vacche, mentre negli altri alpeggi troviamo sempre anche capre (molto numerose a Pontboset, dove potevano essere mantenute anche d’inverno, pascolandole sui versanti esposti e nei boschi) e, esclusivamente a Croset, le pecore.

L’arrivo della monorotaia e le baite di Croset – Pontboset (AO)

Un sentiero che corre su una cengia (dov’è stato anche fatto passare un ru con un tubo per l’acqua) ci porta a Croset. Qui ritroviamo la cremagliera e i container, uno rivestito in legno e l’altro nascosto dietro alle vecchie baite. I pascoli sono ripidi, ma l’erba è buona. Danilo mi dirà che quest’ultimo tratto di monorotaia è stato danneggiato in un punto dalle valanghe.

La monorotaia che sale a Croset – Pontboset (AO)

La spesa per rifarla è elevata, ma il versante è ripido, una pista per quad è quasi impossibile da fare se non con gli interventi necessari per metterla in sicurezza. “Vorrei fare ancora tante cose ma sono vecchio, non ho più forza. L’alpeggio Croset ha sempre avuto problemi di acqua, io il primo anno che sono andato ho messo 2000 metri di tubi. E ho acqua per fare girare anche la turbina.”

Pascoli nel vallone della Manda – Pontboset (AO)

Temo che questi siano davvero gli ultimi… se dovesse smettere chi ha letteralmente dato la sua vita a queste montagne, chi sarà ancora disposto ad affrontare fatiche e sacrifici del genere? “Andassi a ritirarmi sarebbe meglio, ma è una malattia.” Sono parole che ho sentito ripetere molte volte anche altrove, in situazioni anche meno estreme di queste. Dalla pagina facebook dell’azienda agricola, copio e incollo il testo di presentazione. “Agricoltore allevatore, da ben 40 di esperienza, di allevatore di capre e bovine da latte, e produzione formaggi di alpeggio, in questo momento solo latte vaccino. Le bovine di razza valdostana pezzata rossa, Da Maggio a Novembre vengono portate negli alpeggi Boset, e Crouset, comune Pontboset Valle D’ Aosta , in media e alta montagna da 1600 a 2000 metri di altezza, in una natura splendida e unica, Dove i bovini tutto il giorno intero stanno al pascolo, con erba verde fresca in pieno fiore, e bevono acqua che sgorga dalla roccia, in una natura incontaminata Solo la sera vengono ritirate in stalla per la mungitura, e il mattino dopo la mungitura , vanno di nuovo al pascolo. solo erba, acqua, e sale 2 volte alla settimana , nessuna aggiunta di mangimi di nessun genere. Tutto biologico al cento per cento. Viene prodotto 2 volte al giorno subito dopo la mungitura del mattino e sera, il formaggio a latte intero. Ingredienti. latte vaccino appena munto, caglio, sale. E’ lavorato con estrema, professionalità , passione, e con rigide regole sanitarie. Dopo circa 2 mesi di stagionatura in cantine adatte, viene venduto un prodotto, sano nutriente , e di alta qualità, a un prezzo buono.” A questo punto, non vi è venuta voglia di andare a fare un giro in un angolo di Valle d’Aosta sconosciuto ai più?

Adesso tocca a voi

Sabato 21 marzo gli allevatori si sono fatti sentire. E’ stata una giornata emozionante: alle 11:30 qui l’intera valle si è letteralmente riempita di suoni, ancora più potenti nel silenzio quasi totale di questi giorni in cui non circolano molti mezzi. Poi, per tutto il resto del giorno, campani e campanacci hanno continuato a risuonare sui social.

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Flash mob a Bobbio Pellice (TO) – foto D.Bonnet

Quando abbiamo lanciato l’idea, non avevamo tenuto conto di un elemento: i bambini! Per loro sabato è stata finalmente una giornata diversa dalla strana quotidianità di queste settimane. Ci sono state le ore di organizzazione dell’evento, i minuti in cui si suonava e poi ore a vedere e rivedere i video all’infinito.

Come si era detto, ciascuno ha suonato con il proprio spirito: chi solennemente, chi con dolore, chi con forza, quasi a scacciare il male, chi, paradossalmente, in silenzio, dando al suo gesto una forza immensa.

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Flash mob in silenzio – Quart (AO) – foto E.Roullet

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Campane da lutto – Valli di Lanzo (TO) – foto CA Solero Sevan

 

La solidarietà degli allevatori e degli appassionati di campane non si ferma a questo gesto simbolico. Parallelamente al flash mob, in modo del tutto spontaneo, molti artigiani vicini al mondo zootecnico stanno organizzando un’asta dove vendere campane e collari in cuoio realizzati per scopo benefico.

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Solidarietà e beneficenza – foto S.Meglia

Adesso però tocca a voi, a voi che avete ascoltato. Gli allevatori vi hanno detto che loro ci sono e che, nonostante tutto, cercano di continuare il loro lavoro. Mungono, caseificano, immettono o immetterebbero sul mercato carne, latte, latticini. Voi, anche se siete confinati a casa… mangiate! Anzi, avete più tempo per cucinare e potete svolgere questa attività con i vostri bambini, passando il tempo insieme.

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Molti allevatori sui social hanno pubblicato una foto delle loro campane con la scritta “Noi ci siamo” – Valle d’Aosta – foto E.Yeuilla

Quando andate a fare la spesa, scegliere prodotti che provengono dall’Italia. Così aiutate gli allevatori in questi giorni difficili, ma anche gli agricoltori e tutti gli operatori del settore della trasformazione. Fate più che mai attenzione alle etichette, alla provenienza… Ma informatevi anche sulle aziende agricole della vostra zona, moltissime si sono organizzate per recapitare a domicilio i loro prodotti. Questo è quello che potete fare… e mi auguro che continuerete a farlo anche quando l’emergenza sarà passata.

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C’è anche Quincinetto (TO) – foto L.Motta Frè

Suonate le vostre campane

L’altra sera stavamo aspettando un parto di una capra che andava per le lunghe, così, mentre si guardavano le notizie e i video on-line, ci è venuta l’idea. “Ma perché non fare uno di questi flash mob, ma con le campane?“. Sì, io non sono tra quelli che deridono queste iniziative che creano un diversivo e un momento di “aggregazione spensierata”, pur stando tutti lontani, in un momento così difficile come questo. Le cose non vanno bene, i problemi sono tanti, ma cercare di sollevare gli animi con un po’ di musica e di gioia male non fa. Ho visto che su un gruppo facebook dedicato ai campanacci già si parlava di farli suonare una volta che tutto fosse finito. Però ieri, nel silenzio surreale di una domenica pomeriggio senza il via vai continuo delle macchine dei turisti, con solo il cinguettare degli uccellini che sentono la primavera, mi sono detta: “No, il momento giusto da farlo è ora. Se le suoneremo in montagna, si sentirà da una parte all’altra della valle, e anche in pianura i campanacci risuoneranno di cascina in cascina…

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E così ecco che vi propongo questa iniziativa. La data non è scelta a caso, il 21 marzo inizia la primavera, un momento di rinascita soprattutto per il mondo agricolo. L’auspicio è che, presto, la rinascita possa esserci per tutti, dopo queste giornate così dure, complicate, colme di preoccupazione, di incertezza. L’ora (le 11:30) è quella in cui tutti, bene o male, dovrebbero aver finito i lavori in stalla, nei prati, nei campi (visto che gli allevatori lavorano sempre e comunque, gli animali devono mangiare, devono essere munti, devono essere curati, aiutati a nascere…), ma non si sono ancora messi a tavola. Uscite fuori, sui balconi, nei cortili (non troppo vicino alla stalla, o le bestie impazziranno, sentendo i campanacci! Penserebbero che sia già ora di uscire, andare al pascolo, partire verso i monti), fate suonare campane, campanacci, campanelle.

Sarà un modo per far sentire la voce di un settore fondamentale per il territorio e per le persone, per portare in tavola latte, carne, latticini… Con le nostre campane diremo che ci siamo e che continuiamo, nonostante tutte le difficoltà che già c’erano e quelle che si sono aggiunte in questi giorni. Diremo grazie a chi consuma i nostri prodotti, a chi sarà più attento a sceglierli in futuro. Ringrazieremo tutti coloro che lavorano per noi anche in questo periodo (veterinari, chi ci porta fieno, mangimi, chi ci aggiusta i trattori…) e chi lavora per la salute di tutti (medici, infermieri, tutto il personale che lavora sulle ambulanze, negli ospedali). Fate girare la voce, condividete, cerchiamo di essere tanti, tantissimi, sabato 21 marzo alle ore 11:30. Giriamo anche dei video da condividere sui social, così che il nostro suono arrivi anche nelle città, nelle case di tutti!

La storia di una vita vissuta

Ho appena finito di leggere un libro, si intitola Heiða, è la storia di una piccola grande donna, allevatrice di pecore in Islanda, terra che non conosco, purtroppo. Il libro me l’ha consigliato un amico, gliene sono grata.

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Il gregge e la fattoria (foto da facebook)

Ho letto la recensione, prima di prenderlo, e non sapevo bene cosa aspettarmi. Anzi, dal sottotitolo pensavo si trattasse della storia di una ragazza che avesse cercato una nuova vita e un lavoro totalmente diverso dal proprio. “Lasciare tutto per la natura”. Tra l’altro, questo è il sottotitolo italiano, nella versione inglese è “Una pastora alla fine del mondo”, molto più corretto. Sia la recensione ufficiale sulla pagina della casa editrice, sia molte altre uscite on line, ma anche articoli di giornale fin nel titolo concentrano tutta l’attenzione sul fatto che Heiða fosse una modella.

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Heiða con un tipico maglione islandese (foto dal web)

Non è la prima volta che mi capita un caso del genere, nel senso che conosco almeno un’allevatrice di cui giornali e tv hanno parlato più per i suoi contatti (anche se del tutto marginali) con il mondo della moda che non per le grandi fatiche, la dedizione, il duro lavoro nell’ambito della pastorizia. Ma no, per i media è sempre “la modella che ha lasciato le passerelle per fare la pastora”.

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Con i montoni in stalla (foto da facebook)

Heiða nasce in mezzo alle pecore, in una fattoria in mezzo al nulla tra brughiere, ghiacciai e vulcani. Viene chiamata così proprio in onore di Heidi, nel nome c’era già un po’ il suo destino, ma si è sempre sentita dire che doveva trovare un marito per gestire l’azienda. Non l’ha fatto. Heiða è una gran donna, ma non solo per la sua statura. O meglio, siamo noi a vederla come una gran donna, sono sicura che lei si considera più che normale e, nel libro, non nasconde le sue debolezze. Non si vanta di ciò che fa, semplicemente lo descrive per far conoscere il suo mondo, la sua vita. Ma compie “imprese” che forse poche persone sarebbero in grado di fare. Lavora instancabilmente, conduce da sola una fattoria in un ambiente sicuramente difficile.

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Al lavoro con il gregge (foto da facebook)

Il suo isolamento si è però interrotto più volte, facendo anche altri lavori (specialmente in gioventù), dall’insegnante alla tosatrice di pecore, passando anche sulle passerelle della moda, più per gioco e per terapia (per rafforzare la propria autostima, dice) che non per reale interesse. Nel libro parla più del suo amore per i motori (il quad, la motoslitta) che non delle sfilate, a cui riserva poche righe! Rimpiange i tempi in cui andava a fare le gare di tosatura, non gli abiti delle grandi firme, la vita a New York.

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Heiða a un incontro pubblico (foto dal web)

Ho delle amiche che vorrei fare incontrare a Heiða. Avessero una lingua comune, sarebbero quasi sorelle… Venisse in Italia, la porterei da loro, in mezzo alle pecore… La differenza tra lei e queste pastore italiane che conosco, è che Heiða si è anche impegnata in politica, nonostante tutti i suoi impegni con gli animali e la fattoria, per difendere parte dei suoi pascoli dalla costruzione di una diga per una centrale. E ha vinto!

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Un momento di lavoro con i vari proprietari delle pecore (foto da facebook)

Il libro è un successo internazionale, c’è chi fa di Heiða un’icona del femminismo e/o dell’ambientalismo. Per me è soprattutto una donna che vive la sua vita con grande determinazione, spinta in gran parte delle sue scelte dall’immensa passione per gli animali. Non so se a tutti piacerà, qualcuno troverà magari noiose tutte le parti quasi tecniche dedicate all’allevamento ovino. Ognuno di noi verrà “toccato” da qualche aspetto della vita e del carattere di Heiða. Io ho vissuto con lei le nascite degli agnelli, la ricerca delle pecore in montagna a fine estate, tutti i momenti più vicino a ciò che conosco. Ma anche le lotte per tutelare gli spazi per la pastorizia. Ci sono infine alcuni aspetti della sua vita a cui mi sento vicina, così come la scelta di dedicare gli esigui guadagni e i momenti di “pausa” al viaggio e alla conoscenza di altre realtà.

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Il suo cane, compagno di tanti momenti (foto da facebook)

Leggetelo anche voi, poi mi direte cosa vi ha colpito di questo libro. Non è un romanzo, non aspettatevi storie d’amore (a parte quelle con il suo adorato cane Fifill).

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Un altro dei ritratti di Heiða Guðný Ásgeirsdóttir presenti nel libro (foto dal web)

Un giusto equilibrio

Lo devo ammettere, sempre più sovente per alcune persone la parola “ambientalismo” o “ambientalista” ha una connotazione negativa. E queste persone non sono industriali, speculatori dell’edilizia, trafficanti di rifiuti tossici. Sono abitanti delle aree rurali, della montagna, persone che vivono e lavorano a contatto con la terra, con l’ambiente, con gli animali, innervositi da affermazioni e comportamenti di chi teorizza sull’ambiente, senza conoscere a fondo i risvolti pratici. Ma chi è il vero “ambientalista”, allora?

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Formazioni calcaree in Alta Valle Tanaro – Viozene (CN)

Forse il problema sta nella parola, gran parte degli “-ismi” finisce per essere una forma di integralismo, il che raramente può avere connotazioni positive. Io preferisco parlare di casi singoli dove natura, ambiente, agricoltura, zootecnia, tutela del paesaggio e della biodiversità vanno a braccetto. La volta scorsa vi avevo detto che avrei partecipato ad un’iniziativa proposta dal Parco delle Alpi Marittime a Upega e Carnino (Alta Valle Tanaro – CN). Non soltanto è stato un bel momento di incontro e di dialogo, ma anche una piacevole scoperta. Un Parco Naturale non vieta le attività agricole, nel regolamento di ogni parco vi sono delle voci specifiche in merito. Per esempio, questo è quel che si legge nel regolamento del Parco Nazionale del Gran Paradiso, territorio ricchissimo di alpeggi: “L’attività di pascolo deve essere indirizzata ad assicurare: 1) la conservazione e la biodiversità delle formazioni pastorali; 2) la conservazione degli spazi pastorali a copertura erbacea anche per finalità fruitive paesaggistiche; 3) il mantenimento o il miglioramento della qualità foraggera dei cotici. Il raggiungimento di tali obiettivi è perseguito anche con la redazione e l’applicazione di piani di gestione degli alpeggi e delle aree di pascolo. ” (Capo III, Attività pastorali, art. 26)

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Pascoli in fase di recupero intorno a Carnino – qui la mandria passa a inizio e fine stagione – Alta Valle Tanaro (CN)

Tornando a Carnino, lì da qualche anno è nata un’associazione fondiaria con lo scopo di recuperare terreni ormai abbandonati intorno a frazioni e villaggi, per destinarli a pascolo da dare in uso agli allevatori che monticano in zona con le loro mandrie. Qui potete leggere qualche informazione più specifica sulle associazioni fondiarie, mentre qui un articolo parla dell’Associazione Fondiaria di Carnino. Cos’è stato fatto? Sono stati messi insieme (dopo un lungo lavoro di ricerca) i proprietari dei terreni e, in sintesi, si è creata un’associazione di modo che si potesse dare in affitto e in uso ad un allevatore un territorio altrimenti frammentato in molteplici particelle.

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Vecchia e nuova vasca (ancora da collegare) – Alta Valle Tanaro (CN)

Il Parco Alpi Marittime e i suoi guardiaparco hanno avuto un ruolo fondamentale in tutto questo e chi ci accompagnava, Massimo, ce l’ha spiegato dettagliatamente. Il territorio è stato dotato di vasche, tubi e appositi punti di collegamento per creare dei punti acqua. Sono state acquistate vasche con galleggianti per evitare sprechi di acqua (sono territori carsici, quelli) e il formarsi di aree fangose intorno alle vasche stesse. E’ stato predisposto un vero e proprio piano di pascolamento, ecc ecc… Tutto questo comporta un impegno maggiore per l’allevatore e/o per i suoi operai, ma nello stesso tempo si ha un territorio in affitto a prezzi non esorbitanti, dotato di “servizi” totalmente mancanti altrove.

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Escursione guidata alla scoperta degli alpeggi di Carnino – Alta Valle Tanaro (CN)

Ma i benefici non finiscono qui: il turista, l’escursionista, troverà un paesaggio più curato, una maggiore biodiversità proprio grazie al pascolamento. “E ne beneficia anche la fauna selvatica – spiegava il guardiaparco durante l’escursione sul territorio. Infatti dov’è che gli animali selvatici brucano avidamente per fare scorte per l’inverno? Dove l’erba è più verde, dov’è ricresciuta dopo esser stata pascolata dagli animali domestici. Nello stesso modo, la prima erba tenera in primavera i selvatici la trovano dove non c’è tutta l’erba vecchia secca, quindi dove c’è stato il pascolo nell’estate precedente.

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Alpeggio Selle di Carnino – Alta Valle Tanaro (CN)

Questo è il modo corretto di vedere le cose. La tutela intransigente di una presunta “wilderness” forse inesistente non va bene dove c’è o c’è stata in passato una gestione antropica. Ovviamente, in un parco naturale l’attenzione all’ambiente sarà maggiore rispetto al resto del territorio,  ci saranno aree (come le zone umide) escluse dal passaggio degli animali, ci sarà un controllo sui carichi di bestiame e sulla loro movimentazione… Ma ben vengano i controlli, se questo vuol dire “far pulizia” di certi soggetti che stanno rovinando il mondo zootecnico di montagna e non solo.

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Mandria al pascolo alle Selle di Carnino – Alta Valle Tanaro (CN)

Un carico eccessivo sui pascoli è dannoso, ma lo è anche un carico troppo basso o l’assenza di animali al pascolo, l’abbiamo già detto molte volte. Per poter stare “al passo con i tempi” le aziende devono espandersi, devono aumentare il numero di capi? Allora diamo dei contributi in modo corretto, compensiamo l’impossibilità di raggiungere numeri esagerati, eccessivi per il territorio. Non come oggi, dove il sistema premia chi più ha e non chi meglio lavora!

La fine di un incubo

Credo fosse stato proprio Fulvio, anni fa, a dirmi che i pastori possono seguire solo una legge, quella del tempo e delle stagioni. Questa è la legge della pastorizia, del pascolo vagante. Le leggi degli uomini, pensate in uffici di città, da persone che spesso hanno poca dimestichezza con i mestieri pratici, talvolta si mettono di traverso al cammino infinito del gregge. Era il 2004 quando facevamo questi discorsi. Ma parlare di un pastore “fuorilegge”, significava alludere al pascolamento in luoghi dove non si aveva il permesso, o a sforamenti rispetto alle date dei suddetti permessi.

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Il pastore Fulvio Benedetto mostra il libretto di pascolo vagante – Val Chisone, autunno 2004

Nel 2004 esisteva ancora il “libretto di pascolo vagante”, da far timbrare nei Comuni 15 giorni prima di arrivare con il gregge… Mai e poi mai Fulvio avrebbe pensato di essere accusato di qualcosa che non fosse “pascolo abusivo”. Per quanto questo sia un reato penale, è cosa da niente rispetto alle vicende che gli sono piombate addosso poco meno di due anni fa. Ne avevo già parlato qui, quando si cercava una foto che potesse scagionarlo dalle terribili accuse  che gli venivano rivolte. Accuse così paradossali che lui per primo aveva forse liquidato con un’alzata di spalle e una risata. Ma la giustizia era andata avanti inesorabile, fino a quei terribili giorni in cui era rimbalzata la notizia del suo arresto. Chi lo conosce aveva sempre creduto nella sua piena innocenza: ma questa storia ha insegnato a tanti come, in momenti del genere, la cosa più difficile è provare proprio l’estraneità ai fatti di cui si è accusati. Molto più facile presentare presunte prove, piuttosto che elementi concreti che confutino un’accusa infondata.

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L’articolo di oggi suL’Eco del Chisone

La notizia è di ieri: il processo a carico del pastore Fulvio Benedetto si è chiuso con l’assoluzione da parte del giudice. Sul perché gli fossero state rivolte quelle accuse, di congetture tra amici e conoscenti ne abbiamo fatte tante. La verità forse la sa solo quella donna che l’ha accusato. Personalmente credo che la pm sia stata anche vittima di pregiudizi e luoghi comuni che, in ambienti lontani dalla realtà in cui Fulvio vive e lavora quotidianamente, ahimé circolano tutt’ora. Così si fa in fretta a pensare e credere che un pastore vagante possa segregare e violentare per lungo tempo in una roulotte una donna… Siamo state in tante, donne, a pensare all’assurdità di ciò che stava accadendo: donne che denunciano mariti e compagni di violenze, spesso vengono ascoltate troppo tardi, quando si arriva al tragico epilogo. Una donna invece accusa un uomo di fatti accaduti 5-6 anni prima e… ecco che il pastore finisce in carcere in isolamento per lunghi, interminabili giorni, a cui seguono settimane, mesi di carcere.

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La colazione del pastore in una gelida mattina invernale nelle campagne del pinerolese, dicembre 2004

Nella roulotte il pastore di tempo ne passa poco, consuma giusto i pasti (e neanche tutti), riposa dopo una lunga giornata al pascolo, sotto al sole, la pioggia, il vento…  La roulotte segue in gregge nei suoi spostamenti. Ci sono pastori più solitari e altri più “popolari”. Nel caso di Fulvio, gli ospiti, i visitatori, gli amici sono una presenza quasi quotidiana, in ogni stagione. Per non parlare poi di quelli che raggiungono lui e il suo gregge per ragioni di studio, di ricerca o per realizzare servizi fotografici, interviste.

Attaccati-alla-lana from Emiliano Ciacco Biscotti on Vimeo.

Così siamo rimasti tutti con il fiato sospeso a seguire la vicenda, attoniti per la sua assurdità, preoccupati per l’uomo, per la vicenda umana, per il destino del gregge. Tanti hanno dato una mano, un sostegno, in modi differenti. Non può essere considerato una “prova giudiziaria”, ma se così tante persone si sono mobilitate (anche solo condividendo l’appello che avevo scritto qualche mese fa, forse in assoluto il post che ha ricevuto più condivisioni e visualizzazioni da quando sono su facebook e da quando scrivo sui blog), un motivo ci sarà. Nel video che ho condiviso sopra, Fulvio cita una frase che mi ha ripetuto spesso: “Quando ti senti perso (perdù), attaccati alla pecora (lanù, l’animale con la lana)”, a significare che la pecora è sempre stata la salvezza delle genti del suo paese di montagna. Chissà, forse proprio il pensiero del gregge gli ha dato la forza di superare quei terribili giorni di un incubo durato anche troppo a lungo…

Per andare avanti in qualche modo ho dovuto crearmi una corazza

E veniamo all’ultima “storia di giovani” tra quelle ricevute nei mesi scorsi. Altri avrebbero voluto dirmi come erano andate le cose da quell’intervista di tanti anni fa, ma poi il lavoro è tanto, il tempo è poco, non tutti amano scrivere… Il tempo è poco anche per me, infatti Marta Fossati, nel suo racconto, parla di inverno e di capretti, ma proprio oggi siamo già arrivati al primo giorno d’estate. Lascio che sia lei e le immagini prese dal suo profilo facebook a raccontare. (Ricordo che Marta è anche in “Capre 2.0” – qui l’intervista comparsa sul blog -, oltre che in “Di questo lavoro mi piace tutto“).

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Pascolo primaverile a Sambuco (CN)

È da un po’ di giorni che mi riprometto di scriverti, sopratutto prima che arrivino i capretti!!! Il big ben! Si ricomincia un’altra stagione! Ma, confesso, amo molto leggere e ben poco scrivere! Sono cambiate molte cose da quel giorno che sei venuta a Sambuco per le interviste del tuo libro. Ci pensavo quando ho ricevuto il tuo messaggio.. Avevo in braccio una capretta che avevo chiamato Ladra di cuori: forse questa è la prima cosa che, a volte, penso che sia cambiata.

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Marta con uno dei capretti nati quest’inverno – Sambuco (CN)

La gioia, la felicità e l’affetto che sempre provo per i nostri animali sono comunque diversi da quelli che provavo nei primi anni che facevo questo lavoro. Non perché non lo amo più, ma perché per andare avanti in qualche modo ho dovuto crearmi una corazza, consapevole che non potrei vivere senza animali, ma anche consapevole che, nel nostro lavoro (come penso in molti altri) alcune scelte e situazioni sono difficili e dolorose.

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Il gregge al pascolo con Sambuco sullo sfondo – Valle Stura (CN)

Allevo sempre animali, anzi alleviamo! Dall’aprile del 2016 io e Luca abbiamo la nostra azienda, Bars Chabrier. Le capre sono circa 150, sempre rigorosamente con nome proprio, sempre meticce selezionate per avere una buona produzione di latte, ma anche per essere delle buone pascolatrici che ben si adattano al territorio montano dove viviamo tutto l’anno.

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La stagionatura dei formaggi – Sambuco (CN)

Tutto il latte prodotto viene trasformato nel nostro piccolo laboratorio e venduto nel punto vendita (che eufemismo, sarà un metro per due!), in ristoranti della zona e nei 3 mercati settimanali.

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Il gregge nei pressi della nuova stalla – Sambuco (CN)

Sempre nel 2016 abbiamo partecipato ai bandi PSR e attualmente è in fase di costruzione la nuova stalla. Bellissima, ma fonte di grandi preoccupazioni. Non starò qua a tediarti su argomenti che sicuramente già ben conosci, ma vorrei solo dire che quelli che dicono “hanno preso i contributi”, di provare anche loro a vedere com’è la strada per accedere a questi aiuti. E, alla fine, vedere quanto siano stati “aiuti”. Io ancora non lo so, so però cos’è stato arrivare fino a qui. Se veramente è stato un aiuto a lavorare in modo migliore o l’aiuto a decretare la nostra fine!!

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Capretti meticci – Sambuco (CN)

“Spero che ci sarà una terza parte di questo libro e, comunque vada, di trovarmi ancora in mezzo agli animali. Veniamo ora alle difficoltà nella nostra attività. La prima è la quello che già ti ho scritto. Poi superare la perdita di un animale a cui tieni particolarmente, cioè praticamente tutti! Gioire per i capretti nati e sapere che fine faranno buona parte di loro, sapere che devi vendere una capra altrimenti la vedrai spegnersi giorno per giorno. Dolori, frequenti in questo mestiere ma anche molte gioie che ti fanno tornare il sorriso. E poi le umiliazioni, i bocconi amari costretto a ingoiare perché tanto hai le bestie, devi stare zitto altrimenti in un modo o nell’altro te la fanno purgare. E il senso di frustrazione davanti a una immensa quantità di burocrazia, leggi, norme, decreti, moduli e quant’altro, credo poco amate dalla maggior parte di noi esseri umani, ma particolarmente inaccettabili per chi fa un mestiere come il nostro.

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Marta con un agnello – Sambuco (CN)

Siamo ben capaci di sbrogliarci davanti a molti imprevisti della natura, ma davanti a tutti i fogli che devi fare se per caso decidi che quella capretta in più proprio la vuoi tenere… Beh… Io lì vado fuori di testa!!

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Luca al pascolo con il gregge – Sambuco (CN)

Cosa direi agli altri giovani che stanno iniziando? Sicuramente non sono giorni facili in nessun settore, il nostro implica anche un coinvolgimento della vita “oltre il lavoro”. Nel senso che proprio non c’è una vita! Sto scherzando, ma sicuramente è difficile ricavarsi del tempo libero, soprattutto più giorni consecutivi e, se come noi si lavora entrambi in azienda, poter approfittare di questo tempo insieme. Poi ci sono situazioni e situazioni. Ma se si è soli è difficile anche riuscire ad andare via poche ore. Sicuramente avendo poco tempo devo dire che cerco sempre di approfittarne meglio che posso! Ma se c’è davvero “la passione” per questo lavoro sarà difficile riuscire a fermarsi. Per concludere… sì sono, anzi siamo, soddisfatti della nostra vita!

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Il pascolo preferito dalle capre – Sambuco (CN)

Ringrazio ancora l’amica Marta per la chiacchierata virtuale. Qui potete trovare altre informazioni sull’azienda e sui luoghi dove acquistare i loro formaggi. Ricordo a tutti, giovani o meno giovani, che le pagine di questo blog sono sempre aperte a chiunque voglia raccontarmi la sua storia, legata alla montagna, all’allevamento, all’agricoltura di quelle aree cosiddette marginali.

La ristampa è arrivata!

Perché, a distanza di dieci anni, ristampare un “vecchio” libro? “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora – Storie di animali, allevatori e montagna” era uscito nel 2009. I suoi primi passi erano stati decisamente travagliati, ma alla fine era andato in stampa presso una tipografia. Mi ero pagata interamente le spese di pubblicazione e l’avevo venduto tutto di persona, attraverso presentazioni, spedizioni e deposito in conto vendita presso alcune librerie. Ciò nonostante era stato un successo come vendite e come critica. Le copie erano andate esaurite in poco più di un anno e, ancora nei mesi scorsi, continuavo a ricevere richieste.

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Così, quando la casa editrice Araba Fenice mi ha chiesto se non avessi del materiale da pubblicare con loro, ho proposto questa “sfida”, riprendere il vecchio testo, con qualche integrazione, le correzioni del caso e la sostituzione quasi completa delle immagini.

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La “battaglia” tra vacche di razza valdostana castana, un comportamento innato totalmente naturale

La richiesta da parte dei lettori c’era, l’interesse della casa editrice pure… ma soprattutto c’era la mia ferma convinzione che l’argomento su cui è incentrato il libro fosse più che mai attuale. Il tema di fondo dei 32 racconti (30 più due nuovi) infatti è l’etologia di animali che nascono, crescono, vivono con l’uomo come animali da allevamento. Pecore, capre, vacche, ma anche asini, cani (da conduzione e da guardiania). Il loro comportamento naturale e le interazioni con l’uomo. Il pascolo in alpeggio, la transumanza e la stalla. Ma anche il territorio, gli animali che giocano, i predatori, le “battaglie” di vacche e capre. La passione degli allevatori per il loro mestiere e per i loro animali. Ma anche le interazioni con il “resto del mondo”, i turisti estivi in montagna o chi vede un gregge all’aperto d’inverno.

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Bovine di razza piemontese in alpeggio

Oggigiorno c’è sempre più gente che si definisce animalista, ma con questo termine intende una visione fortemente umanizzata del mondo animale. E non nel senso che è l’uomo a farsi carico dell’alimentazione e della salute di ogni singolo capo di bestiame del suo gregge, della sua mandria… Ma nel senso che, per queste persone, ogni animale è da considerare quasi alla stregua di un neonato umano, che necessita di attenzioni e protezione.

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Capre al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Magari leggendo le pagine del mio libro potranno capire che le cose non stanno proprio così. E che… sì, certo, possono capitare delle “belle storie”, ma la natura è anche l’intero gregge che prende a cornate la capra più debole o malata. E la prima a picchiarla è la capretta più piccola, quella che fino al giorno prima era la vittima della supremazia di tutte le altre.

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A questo punto non posso che augurarvi buona lettura. Il libro a giorni arriverà nelle librerie e nei siti di vendita on-line. Il prossimo mercoledì 8 maggio 2019 lo presenterò all’Institut Régional Agricole di Aosta, ore 20:45, presso la sala convegni Canonico Vaudan. Modera la serata il Direttore della sperimentazione Mauro Bassignana. Il 10 maggio invece incontrerò il pubblico alle ore 17:00 presso lo Stand de L’Araba Fenice al Salone del Libro di Torino.

Mi definisco una margara alternativa perché mi piace mettermi in gioco

Ancora una storia di giovani, per proseguire il nostro cammino tra i protagonisti di “Di questo lavoro mi piace tutto“. Oggi vi porto dalla mia amica Roberta Colombero, che conoscevo già ancor prima di intervistarla per il libro… e che ho continuato a frequentare in questi anni. Ogni tanto questa giovane allevatrice ha fatto parlare di sé, ma qui ci spiega le sue motivazioni.

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Con la mia famiglia allevo sempre con passione bovini di razza piemontese, ne abbiamo circa 200. Cerchiamo sempre di migliorare la selezione dei nostri capi portando avanti la taglia e la qualità dei soggetti, così si ottengono soggetti interessanti, sia vitelle che vitelli, che vengono richiesti anche in altre parti del mondo, uscendo dall’Italia. Ciò è fonte di molta soddisfazione per me.

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Negli ultimi anni ho inserito nell’azienda alcuni incroci di Frisone con Blu belga per aumentare la quantità del latte. Le Piemontesi vengono sempre munte a mano due volte al giorno, mentre gli incroci li mungiamo a macchina. L’azienda è sempre di famiglia, lavoro ancora con i miei genitori. Al lavoro si sono aggiunte alcune difficoltà, ma forse non le definirei proprio difficoltà, più che altro semplicemente impegni aggiuntivi sul fronte burocratico: mi tengo io l’anagrafe bovina, così come seguo altri aspetti burocratici e, a breve, anche le fatture elettroniche. Bisogna stare dietro ai tempi.

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Trasformo i miei prodotti nel periodo estivo all’alpeggio Valanghe a Marmora (CN), producendo principalmente Nostrale d’Alpe, Robiole, tomini, erborinati, semicotti, tipo Castelmagno, yogurt e burro. Durante l’inverno le vacche raggiungono le campagne di Savigliano e, in quei mesi, il latte viene venduto al Caseificio Osella. D’estate facciamo vendita diretta al turista di passaggio, oltre a rifornire locali e agriturismi della zona. Abbiamo sia “clienti storici”, sia stranieri che si trovano in Valle Maira in vacanza.

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Cambiamenti nella mia vita? Ho preso al volo alcune “comparse “e programmi televisivi per pubblicizzare la mia azienda e il mio lavoro, la mia valle. Tutto questo l’ho fatto soprattutto con un pensiero molto aperto, per fare conoscere a molte persone che probabilmente nemmeno lo conoscevano un mestiere così antico. Personalmente mi definisco una “margara alternativa”, perché mi piace mettermi in gioco. Spesso però ad esporsi così tanto rischi di essere criticato, ma chi critica è solo geloso, così continuo per la mia strada e faccio ciò che mi piace.

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Continuo a fare dei corsi di aggiornamento su nuove lavorazioni di formaggio, ho seguito il corso Onaf per imparare meglio a degustare il formaggio e proporlo in vari abbinamenti. Ho anche approfondito il mio studio della lingua inglese.

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Mi capita qualche volta durante l’anno di lasciare soli mamma e papà per viaggiare all’estero per conoscere realtà simili alla mia, portare a casa qualche conoscenza. Per queste uscite ringrazio enormemente i miei genitori Giulio e Giovanna che mi danno queste possibilità.

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Mi piacerebbe molto realizzare anche un piccolo caseificio in pianura e produrre del formaggio tutti l’anno, perché le richieste sono molte. Sono molto soddisfatta della mia vita, le mie “ragazze” mi regalano soddisfazioni immense e porto avanti anche un piano sul benessere animale.

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La mia vita è una vita a ritmo con le stagioni. Il mio lavoro mi appaga e non mi manca nulla, però desidererei incontrare anche una persona che condivida tutto questo con me, avere una famiglia e crescere dei figli a stretto contatto con la natura e gli animali, per portare avanti questa tradizione indispensabile in un territorio come il nostro.

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Sicuramente la storia di Roberta non è “convenzionale”, tra chi pratica il suo stesso mestiere. La sua voglia di conoscere altre realtà, di confrontarsi, ma anche la capacità di concedersi dei momenti non solo strettamente legati al lavoro sono, a mio avviso, caratteristiche che le permetteranno sicuramente di avere grandi soddisfazioni e anche successo dal punto di vista lavorativo. Aprire gli occhi sul mondo non fa mai male…

A volte la sola passione non basta!

E’ da un po’ che non vi propongo “storie di giovani”, per continuare il viaggio tra i protagonisti di “Di questo lavoro mi piace tutto“. Ho messo da parte tutte le risposte ricevute, niente è andato perso… Oggi andiamo a trovare un altro di quei ragazzi, che nel frattempo ha incontrato una compagna di vita e di lavoro (Alessia, anche lei un’appassionata allevatrice) e hanno pure messo su famiglia!

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Giorgio l’avevo intervistato a fine novembre del 2010, ma ci conoscevamo già da qualche anno. La prima volta l’avevo visto ragazzino (15 anni) in un alpeggio del Canavese, dove era andato a “fare la stagione” presso dei margari biellesi. Poi mi aveva scritto un’e-mail. Sono passati anni, ma me lo ricordo bene… all’epoca aveva le pecore, era ancora studente e mi aveva raccontato che, per riuscire a contattarmi, si era particolarmente applicato nell’ora di informatica! Tutta la sua storia la potete leggere su “Di questo lavoro mi piace tutto“, ovviamente. Da allora ci siamo visti più volte a fiere, cene dei margari, mie serate di presentazioni dei libri… Ma adesso lascio a lui la parola!

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Accidenti, ma son già passati così tanti anni da quell’intervista?! Sembra solo ieri… Sono cambiate un bel po’ di cose però… L’azienda ora si è evoluta, tanto per iniziare ora sono io ad essere il titolare, il numero di bovini è decisamente aumentato. In tutto, con quelle di Alessia, sono più di 50 e così abbiamo dovuto provvedere alla costruzione di una nuova stalla ben più ampia e confortevole che fa sì che si lavori in modo migliore e in minor tempo.

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Ci tengo a precisare che è stato un investimento totalmente autofinanziato, perché probabilmente la mia domanda di miglioramento non è stata considerata abbastanza importante e quindi bocciata. Le difficoltà riscontrate penso che puoi immaginarle, abbiamo dovuto far fronte alle numerose spese per il nostro non piccolo investimento e, come se non bastasse, anche i rincari del foraggio dello scorso anno, andato a prezzi esorbitanti, sicuramente non ci è stato d’aiuto. Tuttavia siamo ancora in piedi!

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Le nostre mucche ora sono iscritte al libro genealogico e produciamo formaggi di diversi tipi e burro che vendiamo esclusivamente a privati e piccoli negozi valligiani. In più ci siamo attrezzati di un piccolo banco frigo che usiamo per fare qualche mercatino e fiere in zona.

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D’estate saliamo in un alpeggio del comune di Brosso, il posto diciamo che non è dei migliori (un po’ piccolo e con molte pietre), però c’è la strada ed è abbastanza vicino a casa, così d’estate posso scendere in paese a farmi i fieni.

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Naturalmente tutto questo non si sarebbe realizzato se non avessi incontrato Alessia, con la mia stessa passione e testardaggine. Per ultimo una grande novità! Il 22 agosto 2018 è nato Domenico, che ha reso tutto ancora più magnifico e speriamo che un giorno possa portare avanti questo lavoro con la nostra stessa passione.

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Mi ricordo che quando mi avevi intervistato mi avevi chiesto della politica: il mio interesse è sempre lo stesso, finché non vedrò un politico con ”i quai”(calli) alle mani a mio parere non potrà essere credibile.

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Diciamo che per adesso sono soddisfatto, anche se mi piacerebbe vedere un giorno i nostri prodotti essere valutati come meritano. A chi intraprende questa strada posso solo dire di pensarci molto bene, perché ne ho già visti parecchi iniziare grandiosamente per poi buttare tutto all’aria. A volte la sola passione non basta!

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Questa è la storia di Giorgio Pastore e Alessia Mazzurana, della Valchiusella. Ricordo che Giorgio, pur avendo quella passione fin da ragazzino ed essendo nato in una terra che vede ancora un settore zootecnico abbastanza vivo, non proviene da una famiglia di allevatori di professione