Non è un parco giochi!

I confini della realtà si mescolano con il mondo virtuale (e viceversa) per sempre più persone. Una mia amica l’altro giorno diceva che, per fortuna, tornando ad un minimo di vita sociale ha ripreso fiducia nell’umanità, perché solo a leggere post e commenti sui social le sembrava che il mondo stesse davvero andando a rotoli. Io non ne sono troppo sicura. Dietro ad uno schermo molte persone non si fanno problemi ad esternare idee e pensieri offensivi, estremi e fuori luogo, ma anche certi atteggiamenti nella vita quotidiana non sembrano essere esempi di correttezza e rispetto del prossimo.

I pascoli nei pressi di un rifugio sono stati “chiusi” con fili e picchetti, sono stati apposti cartelli dove si invita al rispetto… ciò nonostante ecco un turista coricato nell’erba – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Mi avete spesso sentita parlare di comportamenti deplorevoli da parte dei turisti in alpeggio, ma non sono solo i montanari a lagnarsi per ciò che accade tra pascoli, baite e sentieri alpini. Chiunque abita e lavora in ambito rurale lamenta a gran voce episodi in cui il “visitatore” arreca danno o disturbo alle attività, alle coltivazioni, alle strutture, agli animali, ecc…

…ma che belle le foto nei campi di grano… (immagine dal web)

“(…)è moralmente etico permettere agli Instagrammers di schiacciare i cereali seminati nei nostri terreni, per farsi le foto? Non è colpa loro, è colpa nostra perché se vado a farmi un bagno in Fonte Gaia scatta l’indignazione comune mentre se vediamo distese di grano sdraiate da dolci donzelle che si addentrano negli appezzamenti con improbabili strascichi, mettiamo pure un like.” Così rifletteva qualche giorno fa Alessia, titolare di un’azienda agricola in Toscana. E quante ne abbiamo viste, di queste foto… tra papaveri, grano, fiordalisi, lavanda…

Le prime due immagini trovate in rete digitando “paesaggio rurale italiano”

Sono la prima a sostenere da sempre che un paesaggio rurale di un certo tipo (ben curato, vario, pascolato, con alternanza di campi e siepi, ecc…) sia un elemento fondamentale non solo per la biodiversità, ma anche per le valenze di richiamo turistico che contiene. In fondo è il classico paesaggio italiano da cartolina a cui pensa ciascuno di noi se gli viene detto di descrivere un’immagine dell’Italia, escludendo le città. Però questo non vuol dire entrare dentro a quella cartolina! Una bella foto la possiamo fare lo stesso anche senza coricarci nel grano, no?

Cane da guardiania in un alpeggio a Gressoney St.Jean (AO)

Eppure per tanti, una volta usciti da asfalto e cemento, tutto ciò che si incontra è un parco giochi senza biglietto (o quasi). Provate a dire ad un escursionista che potrebbe dover tornare sui suoi passi perché in quella zona c’è un gregge con dei cani da guardiania e non è detto che riesca a passare, specialmente se è accompagnato da due o tre cani da compagnia… “La montagna è di tutti, c’è un sentiero, io ho diritto di passare liberamente, è l’allevatore che deve tenere legati i suoi cani…“. Quante volte ho sentito una delle innumerevoli varianti sul tema, che si trattasse dei cani, delle reti, dei fili elettrificati del recinto, delle campane al collo degli animali al pascolo che “disturbano”.

Stambecchi al pascolo non lontano da un alpeggio – Lac de Dix, Svizzera

Facciamo un passo indietro. Innanzitutto occorre dire che tutti noi, ovunque ci troviamo, siamo ospiti e, di conseguenza, dovremmo comportarci come tali. In un ambiente fortemente antropizzato è difficile pensarci, ma anche una città un tempo era prati, boschi, fiumi… Comunque anche la città ha le sue regole da rispettare, non andiamo a farci il bagno in una fontana al centro di una piazza, non montiamo il tavolino da pic nic davanti ad una chiesa. In un ambiente rurale, a qualunque quota, sia l’agricoltore/allevatore, sia il visitatore sono ospiti di un territorio, della sua flora e della sua fauna, quindi dovrebbero rispettarla. Ahimè ciò non sempre succede, l’impatto dell’uomo e delle sue attività spesso arrecano danni anche gravissimi. Ma questo non deve essere una giustificazione per nessuno. Se qualcuno sbaglia, gli altri devono cercare di fare meglio, non peggio, no? Così il visitatore di una realtà rurale dovrebbe rendersi conto di essere due volte ospite: della natura e dei “padroni di casa”. Un contadino, un allevatore, sono proprietari o affittuari di campi, prati, pascoli, frutteti, dove svolgono le loro attività lavorative. Non sono presenti SEMPRE in ogni luogo, perché il mestiere ha una sua stagionalità, i suoi ritmi, i suoi orari. Non è una fabbrica che apre e chiude i cancelli. Ma questo non giustifica ogni tipo di comportamento in assenza di chi manda avanti un’attività in questi territori.

La “famosa” foto che ritrae un escursionista che cerca di riportare il gregge di capre verso l’alpeggio di provenienza (immagine dal gruppo FB “Valle d’Aosta da scoprire)

L’altro giorno ho visto una foto on-line che ritraeva una persona (e non mi sembrava un allevatore) seguito da 5-6 capre. Era stata scattata da queste parti e la cosa mi aveva incuriosita. Il giorno dopo ricevo la telefonata di un’allevatrice che mi chiedeva aiuto, se potevo scrivere due righe su Facebook per aiutarla a ritrovare due capretti che non erano rientrati all’alpeggio. Sono saliti da poco in montagna, è il primo anno per loro in quell’alpe, gli animali ancora non conoscono il territorio… Ma il punto era un altro: “Eravamo rientrati dal pascolo, stavamo legando le vacche, le capre erano fuori, le avremmo messe dentro una volta finito. Ma quando siamo usciti, non c’erano più, avevano seguito della gente che era passata davanti all’alpeggio. La capra più vecchia è tornata la sera per farsi mungere, le altre tre sono arrivate stamattina in un alpeggio vicino, ma mancano i due capretti… Oltretutto sono dei bimbi, glieli abbiamo regalati per la promozione. Abbiamo sentito il gestore del rifugio e ci ha detto che sono arrivati fin su seguendo dei ragazzi…

Capre curiose osservano il passaggio degli escursionisti – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Succede che degli animali seguano le persone. Se lo fa una vacca, in genere ci si spaventa e si cerca di scacciarla. Ma che bella scenetta, ma che simpatia, che divertimento se lo fa un cagnolino o delle caprette! Che ne sa ormai la gente del comportamento degli animali? Se ne abbiamo di domestici, il più delle volte li abbiamo umanizzati e plasmati sulla nostra vita, sulle nostre esigenze. Non sappiamo nemmeno quale sarebbe il loro comportamento naturale… Figuriamoci se abbiamo di fronte una capra o una pecora! Ma sì, quei turisti magari si saranno fatti anche il video, seguiti dal piccolo gregge…

Vacche al pascolo in un recinto accanto ad un villaggio – Val di Rhemes (AO)

Attenzione, non stiamo parlando di animali incustoditi al pascolo (cioè liberi, senza la sorveglianza di un pastore, cosa che peraltro accade sempre più di rado, vista la crescente presenza di predatori), ma di animali che erano vicini all’alpeggio. Non pretendo che l’escursionista sappia che, in Valle d’Aosta, verso le 11-11:30 le vacche vengono fatte rientrare in stalla e legate ciascuna al suo posto e tutte le ulteriori dinamiche di vita d’alpeggio. Ma è universalmente valido che si debba evitare di “spostare” animali, farsi seguire o accompagnare altrove. Bisognerebbe in generale evitare il contatto con gli animali domestici (a meno che vi sia l’allevatore che vi consente di farlo), potrebbero esserci dei rischi per voi e per loro. Quindi, la regola generale che mi sento di dare e che, se uno o più animali vi seguono, cercate in ogni modo (battendo le mani, facendo versi, senza ovviamente usare bastoni o pietre) di allontanarli. Questo vale a maggior ragione nei pressi di baite, cascine, case!

Una capra con il suo capretto davanti ad un alpeggio – Cignana, Valtournenche (AO)

Tornando ai capretti, grazie alle informazioni di chi aveva scattato le immagini (un’escursionista che poi ha cercato di riportare indietro il piccolo gregge) e al passaparola, altri allevatori hanno sentito le campanelle e li hanno individuati. Questa volta così c’è stato il lieto fine, ma poteva andare molto peggio, soprattutto se avessero incontrato un predatore. La vicenda però è andata meno bene a livello di comunicazione, perché un mio post su Facebook che cercava di spiegare (in sintesi) ciò che vi sto dicendo qui, ha scatenato i polemici da tastiera, con innumerevoli persone che affermavano come la colpa fosse dell’allevatore che lascia le sue bestie abbandonate. “Non credo che il turista o chiunque passi accanto a delle capre sia responsabile, se viene inseguito, il responsabile delle capre è il proprietario“, per citare uno dei commenti più pacati.

Al lavoro nei prati per la fienagione – Petit Fenis, Nus (AO)

Già, perché la montagna è di tutti, no? Se succede qualcosa però la colpa è sempre tua… Sei tu che devi fare in modo che gli animali non causino problemi ai turisti (e il viceversa??), per non parlare poi di casi più gravi, sempre in ambito agricolo. C’è stato un incidente alquanto strano in un campo, qualche giorno fa. Sono morte due donne, il perché si trovassero in mezzo al mais non si è capito. Cito nuovamente l’amica Alessia, che esprime alla perfezione i pensieri che tanti di noi hanno elaborato in seguito a quel triste fatto. “Qui si sta completamente travisando il concetto, non solo di campagna e ambiente, ma soprattutto quello di azienda agricola. Un campo coltivato è assimilabile ad un cantiere con la differenza che non si possono recintare ettari e ettari di rete da cantieri apponendo la relativa cartellonistica. Mi ricordo che anni fa, un agricoltore di Asciano manca poco non “ miete” un cacciatore nascosto in campo di girasoli aspettando le tortore e di un altro che per un pelo, mentre tagliava il fieno, non investe un fotografo naturalista. L’anno scorso, in un podere qui vicino, due o tre persone adulte, sono salite sui balloni di paglia cercando di farli rotolare. E se si fanno male? E se i balloni prendono la rincorsa e finiscono sulla strada? Bisogna urgentemente che la popolazione ritorni a conoscere la campagna e i suoi pericoli, prima che sia troppo tardi.

Rotoballe di fieno temporaneamente accatastate nei prati – Petit Fenis, Nus (AO)

Già… perché per l’appunto la campagna, la montagna, pur essendo luoghi di lavoro, non sono recintati. Inoltre sono considerati dai più un luogo di svago, il famoso parco giochi di cui si parlava. Così c’è quello che si diverte a saltare sulle rotoballe, quello che si arrampica sul tetto della vecchia baita, quello che si inventa non so quale svago con i tuoi attrezzi da lavoro che ha trovato nella tua proprietà. “Il problema è che non esiste più il concetto di proprietà privata…. ognuno è legittimato in presenza di un prato più o meno seminato o recintato, in presenza di un gregge di pecore o di una mandria di vacche di fare ciò che meglio crede… portare il cane libero di fare la qualsiasi, attraversare bellamente non rendendosi conto che magari ci sono dei vitellini e che le madri sono gelose. I problemi sono i tuoi che tieni i cani per protezione dai lupi, sei tu che a casa tua devi proteggere chi ci entra“, commenta Massimo. Aggiungo io… che ci entra senza rendersi conto che è in una proprietà privata e un ambiente di lavoro.

Stabilimenti balneari a Genova

Ma quando andate al mare, perché non ragionate nello stesso modo? Perché la montagna è di tutti e il mare può essere diviso in box a pagamento, con la parte pubblica ben delimitata? Sono stata a Genova qualche giorno fa. Certo, non è la classica spiaggia a cui uno pensa quando si parla di mare, ma comunque… centinaia e centinaia di metri recintati per gli stabilimenti balneari, qualche fazzoletto di spiaggia libera. A nessuno verrebbe in mente di arrivare a nuoto in uno stabilimento privato, uscire sulla spiaggia, accomodarsi su una sedia a sdraio. Eppure in alpeggio mi è successo di vedere gente che si serviva di oggetti di uso privato (bicchieri, sedie) degli allevatori. Una volta mi sono ritrovata un tale nella baita. “Cercava qualcuno?” “No, no. Guardavo soltanto.” Altro che parco giochi…

Pastore con cani a sorvegliare la mandria lungo una strada sterrata che porta ad un alpeggio, ma anche itinerario dell’Alta Via – Tsa de Merdeux, St.Rhemy-en-Bosses (AO)

PS: Per prevenire certi commenti… non sto giustificando universalmente la categoria, che si tratti di allevatori o di contadini. Comportamenti errati ve ne sono da parte di tutti. L’appello è sempre e comunque al reciproco rispetto, ma soprattutto invito le persone a documentarsi sulla realtà che andranno a visitare (e i comuni di montagna, gli enti turismo, a fare comunicazione in merito). Certamente devono tenere comportamenti adeguati gli allevatori: un cane da lavoro deve stare vicino al pastore e assolutamente non deve allontanarsi per andare a mordere i turisti di passaggio, ma un cane da guardiania ha un altro ruolo e occupa altri spazi, il turista è tenuto a documentarsi, a leggere la cartellonistica (questo è solo uno dei tanti esempi che potrei fare). Così come non ce ne andremmo a spasso liberamente all’interno di uno stabilimento industriale (solo perché “non è bello” o anche perché sappiamo che è pericoloso, c’è gente che lavora e macchinari all’opera?), lo stesso dovremmo fare in campagna, in collina, in montagna. Dobbiamo renderci conto che sono ANCHE luoghi di svago, non SOLO un parco divertimenti.

Fate anche voi la vostra parte?

Siamo ancora qui a parlare di “giusto prezzo del lavoro” e “sfruttamento dei lavoratori”. Ricordate il mio post di qualche tempo fa? Ma non è un argomento ristretto ad questo piccolo ambito di allevatori tradizionali, alpeggi, ecc… Il tema è ampio, se ne parla a livello nazionale riferendosi a diverse categorie. Ultimamente era il settore ristorazione ad esserne interessato, dato che sembra che manchino camerieri. “I giovani/la gente non vuole più lavorare, preferisce aspettare sussidi, il reddito di cittadinanza ha portato a questo.” “Non accetto perché è una paga troppo bassa, ho bisogno di lavorare, ma offrono paghe indegne.” Chi ha ragione?

Tome d’alpeggio in vendita alla fiera di Luserna S.Giovanni (TO)

Io però farei un passo indietro, o uno avanti, vedete un po’ voi come preferite. Non ne sapete molto di aziende agricole, di alpeggi, del tipo che lavoro che si deve svolgere? Allora provate a pensare a una sera in cui volete andare a mangiar fuori. Dove andate? Cosa cercate? La qualità? Il tipo di cibo servito? La cortesia? E il prezzo? Lo guardate il prezzo? Vi informate su quanto costa mangiare lì, prima di entrare? Ordinate la portata in base al prezzo sul menù? Qualcuno mi starà dicendo che non può permettersi di andare a mangiare fuori… Però qualcosa mangerà ed anche acquistando le materie prima, cosa guarda per prima cosa? La provenienza? Legge l’etichetta? O guarda il prezzo?

Fontine e formaggi alla fiera di Sant’Orso – Aosta

Perché tutto parte di lì, secondo me. Non potete dire qual è il giusto stipendio per un operaio in alpeggio o per un cameriere in una pizzeria se siete tra coloro che potreste permettervi di spendere un po’ di più, ma invece scegliete il prezzo più basso. Non pensate che quel prezzo per voi vantaggioso comporti una paga bassa per chi lavora lì? Quando deve guadagnare un operaio in alpeggio? 2000 euro al mese? 2500 perché non si fanno le otto ore e si lavora 7 giorni su 7? Bene… e quanto è giusto pagare il formaggio, al chilo? E la carne? Perché vi indignate se venite a sapere che la paga dell’operaio è di 1200 euro al mese, ma non vi stupite se la Fontina, la Toma o qualunque altro formaggio costa 10 euro o anche meno? Anche quel valore è vergognoso, per come lo vedo io. Paghereste un formaggio vaccino in alpeggio 20, 25 euro al kg?

Degustazione di mocetta di capra

Eh no, è un po’ caro. 10-12 € va già più che bene e ne prendete solo una fetta, che se è mezzo chilo è poi già troppo. Il discorso vale per il latte, il burro, l’arrosto, la passata di pomodoro, l’olio d’oliva. Quando comprate un prodotto agroalimentare, il prezzo molto basso vi parla di qualcosa che non va: la qualità del prodotto stesso, il come è stato allevato/coltivato/raccolto/trasformato, la sua provenienza geografica.

Vacche valdostane in alpeggio – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Ci sarà qualcuno che starà dicendo che gli agricoltori, gli allevatori, ricevono i contributi e dovrebbero usare quei soldi per pagare dignitosamente gli aiutanti. Vero fino ad un certo punto. Parliamo di un’azienda vera e non di quelle che speculano sui fondi europei per intascare enormi somme di denaro. Purtroppo i contributi sono diventati sempre più fondamentali per andare avanti, non sono un “di più”. Servono a pagare spese sempre più elevate, acquisto di attrezzature e macchinari, interventi di ammodernamento e adeguamento alle normative vigenti delle strutture, acquisto di foraggi, affitto di cascine, di prati, pascoli, ecc. Con quanti amici titolari di aziende medio/piccole ci si chiede ripetutamente: “Ma ha senso continuare così?” Ho sentito parole come “boccheggiamo“, “galleggiamo“, “si cerca di sopravvivere“.

Gregge di capre in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Se i prodotti avessero un prezzo proporzionato a tutto ciò che li ha portati fino al consumatore, magari le cose andrebbero diversamente e ci sarebbe anche la possibilità di offrire uno stipendio maggiore all’operaio. Ma fin quando il titolare “galleggia”, non riuscendo più ad avere un bilancio aziendale che permetta di metter da parte qualcosa a fine anno, come si fa? Anche quando arrivano quei famigerati contributi, molto spesso servono a saldare conti in sospeso… Come posso pagare un operaio 2000 euro al mese se non li ho io in tasca? Il galleggiare significa questo, tirare avanti cercando di coprire le spese, senza avanzare nulla, nella migliore delle ipotesi.

Gregge di pecore in alpeggio – Gressoney-St.Jean (AO)

Detto ciò, volevo aggiungere che anche altrove pare esserci carenza di operai in alpeggio. Su una pagina francese, leggevo decine di richieste per pastori. Qui quello arrivato ad inizio stagione se n’era andato, là un altro aveva rinunciato, in quell’altro alpeggio manca ancora il casaro, l’aiuto pastore non si è mai presentato e così via. “URGENT, cause désistement du salarié à la dernière minute: Poste « Aide berger-ère en estive »“, “Alpage sur le commune de Château Ville Vieille recherche 1 berger et 1 aide berger dès que possible pour la saison d’été, de maintenant jusqu’au 15 octobre. C’est un alpage de 1600 brebis” e così via (siamo a fine giugno!!!!!). E in Francia si dice paghino meglio che in Italia.

Manze incustodite in alpeggio – St.Rhemy en Bosses (AO)

Lasciatemelo dire, non è solo una questione di soldi. Mancano le persone che abbiano voglia di fare questo lavoro, perché comporta privazioni, non ha orari, richiede passione, dedizione, forza di volontà, adattabilità. Secondo voi ciascuno di questi aspetti ha soltanto un valore economico? Allora probabilmente non siete fatti per questa vita. Perché poi, accettato il contratto a inizio stagione, dopo l’ennesimo temporale scoprite che lo stipendio non vi basta più. Parlando con amici e conoscenti vengo allora a sapere di aiutanti che fanno presenza o poco più. C’è quello che, incaricato di sorvegliare vacche in asciutta e vacche con i vitelli (quindi niente mungitura, niente pulizia stalle) aspetta l’arrivo del titolare dal fondovalle per dire che non arriva l’acqua alla vasca di abbeverata. Non era pagato a sufficienza per risalire lungo i tubi e capire cos’era successo?? C’è quello che, quando ci si sposta al tramuto superiore dove non si arriva con l’auto, scopre che di lì in avanti ci sarà “troppo da camminare” e quindi se ne va. C’è quello che, data la parola mesi prima dell’inizio stagione, al momento buono non si è più fatto trovare. Per fortuna ci sono anche tutti gli altri, quelli che lavorano correttamente, con impegno, ma anno dopo anno, le difficoltà nel trovare aiutanti (italiani o stranieri) sono sempre maggiori.

Alpeggio in alta quota – Estoul, Brusson (AO)

Le montagne degli ultimi

Non mi è mai piaciuto dipingere come una razza in via di estinzione gli uomini e le donne che si ostinano a vivere e lavorare in montagna. Proprio per quello molte volte sono andata a cercare i giovani, vi ho parlato di loro, vi ho narrato le loro storie. Da quando sono in Valle d’Aosta, molto spesso sento gli amici piemontesi che parlano con invidia delle montagne (cioè degli alpeggi) valdostani… ma non tutti sono delle “regge” comodamente raggiungibili con strade sterrate lisce come l’olio. C’è un po’ di tutto anche qui. E ci sono montagne che non hanno niente da “invidiare” ai più difficili tra gli alpeggi piemontesi. Qui come là, se c’è ancora qualcuno che li usa, che ci vive per i mesi estivi, è qualcuno che ci è nato, che vi sale da sempre con gli animali, che conosce ogni pietra, ogni centimetro di quei pascoli.

Grossa casa nel villaggio di Devine – Pontboset (AO)

In primavera avevamo fatto un’escursione per raggiungere dei villaggi abbandonati nel comune di Pontboset e mi avevano incuriosita i valloni che vedevo sul versante opposto. In particolare, con il binocolo avevo guardato verso un villaggio sulle cui case spiccavano delle grosse croci. Consultata la mappa, avevo visto che era possibile, nella bella stagione, fare delle escursioni che prevedevano il raggiungimento di alcuni alpeggi. Cercando in rete, avevo anche trovato questo post dove si parlava di “escursione da non ripetere”, altri camminatori ribadivano di evitare la zona in caso di nebbia, dato che i sentieri non sempre erano evidenti e ben tracciati.

Un bel rascard tra i villaggi di Fournier – Pontboset (AO)

La giornata alla fine è stata discreta e ci siamo trovati anche nella nebbia, per alcuni tratti, ma fortunatamente non ci siamo persi. In tutto il giorno (una domenica) abbiamo incontrato solo un altro escursionista. Eppure abbiamo visitato posti molto belli dal punto di vista escursionistico, naturalistico, ma anche storico e antropologico. All’inizio il sentiero/mulattiera passa a fianco di vari villaggi abbandonati, con strutture architettoniche molto interessanti, tra cui alcuni rascard fortunatamente ancora in buone condizioni.

Il sentiero che sale nel vallone di La Manda con, a fianco, la monorotaia – Pontboset (AO)

Quando attraverso questi luoghi non posso fare a meno di pensare alla storia e alla vita delle persone che qui in tempo abitavano stabilmente. Oggi è una piacevole escursione salire lungo questi vecchi sentieri, ma cosa significava percorrerli con pesi a spalle, con i muli? Di cosa si viveva, quassù? La curiosità è cresciuta nel corso della giornata, tanto da spingermi a cercare un libro dove potermi documentare. “(…)si dedicavano ad un’agricoltura di sussistenza, producendo pochi cereali, coltivabili solo su terrazzamenti di dimensioni ridotte, ricavati riportando terra sui numerosi muretti a secco (…)“. Così viene detto nel libro “Pontboset. Il territorio, la sua storia, la sua gente.”

Vacche valdostane al pascolo vicino ai villaggi abbandonati – Pontboset (AO)

Ma… e gli alpeggi? A Fournier, praticamente tra le case dei villaggi abbandonati e in quelli che ora sono pascoli tutt’intorno, c’erano delle vacche che brucavano. Quando le abbiamo viste, ancora non sapevamo nulla di quel vallone, dei suoi alpeggi, di chi li utilizza ancora. Un tempo “(…) gli alpeggi frequentati dai pastori si trovavano normalmente all’envers, ossia sul versante rivolto a nord, che è meno soleggiato, più umido e produce un foraggio di buona qualità.” Sempre nel libro, ho poi letto che, già nel XIII secolo, oltre al bestiame locale, sull’intero territorio di Pontboset e Champorcher, salivano greggi con centinaia di pecore, provenienti dal Canavese. Si parla anche di pastori lombardi.

Edifici d’alpe in parte ristrutturati a Boset – Pontboset (AO)

Veniamo a tempi più vicini a noi. Terminati i villaggi, arriviamo a quello che è sicuramente un alpeggio. La cremagliera che saliva parallela al sentiero si è interrotta ed è stata sostituita da una pista per quad, che permette di raggiungere un po’ più agevolmente questo alpeggio. Uno dei fabbricati è un container completamente rivestito di pietra e legno, così da non impattare sul paesaggio e, nello stesso tempo, consentire la lavorazione del latte a norma di legge. Sarà solo successivamente che scoprirò chi è l’allevatore che sale ancora quassù. Si chiama Danilo, è di Ponboset, dove vive d’inverno. “E’ 45 anni che vado nel Vallone della Manda. Sono io che ho messo la monorotaia e ho fatto la pista. Nel 2008-2009 d’inverno la valanga aveva portato via due case e i container, con tutta la roba dentro, anche le caldaie per il latte. Anche 2 case con tutta la roba del latte. Dopo ho fatto questa struttura tutta interrata per le valanghe. Con una soletta che neanche le bombe la buttano giù. E ho comprato nuovi container e li ho incassati dentro.

Il vecchio alpeggio Champas – Pontboset (AO)

Ma queste cose le ho sapute dopo. Quella domenica salivamo incontrando alpeggi abbandonati e, ad un certo punto, arrivò anche la nebbia. Mi sembrava di essere tornata in certi alpeggi piemontesi, tra rocce, cespugli, versanti ripidi, nebbia, vecchie baite in pietra. Per fortuna il sentiero era abbastanza evidente, così si poteva continuare sull’itinerario previsto…

L’unico edificio ancora in piedi a LaManda – Pontboset (AO)

Le maggiori sorprese ci attendevano all’alpe La Manda. Più che un alpeggio, un vero e proprio villaggio di baite di varie dimensioni, quasi completamente diroccate. Si intuivano canali per l’acqua che passavano nelle cantine, dove veniva messo a raffreddare il latte, Poi fontane, stalle, abitazioni spartane, canali per portare i liquami nei pascoli… La nebbia rendeva il tutto più spettrale e misterioso. Sarà poi di nuovo Danilo a raccontarmi qualcosa su questo alpeggio, dato che nel libro ho trovato solo indicato il numero di animali che saliva nei secoli scorsi e la stima del valore da pagare per l’uso dei pascoli.

I resti dell’alpeggio La Manda – Pontboset (AO)

Tra tutti i muntagnin che andavano lì, avevano circa 70 mucche. I padroni della Manda erano dei ricchi a quel tempo. Pagavano 2 lire alle donne per andare su a tagliare dove non andavano le mucche e portavano il fieno fino a Hone. Perché i padroni sono di Hone anche se la Manda è nel territorio di Pontboset. I vecchi padroni erano dei nobili e andavano su a caccia. Hanno fatto quella casa, l’unica ancora in piedi: quella era apposta per loro quando andavano su a caccia. Mio papà da piccolo è stato valet lì, mi diceva che nessun altro poteva andare in quella casa, era riservato solo per i padroni.”

La cisterna dell’acqua dell’alpe La Manda – Pontboset (AO)

Un po’ sopra all’alpeggio, un’altra struttura misteriosa, ai piedi di una roccia, di fianco al torrente. Salendoci sopra abbiamo trovato un foro, coperto da una lastra di pietra. Pareva una cisterna… “Mia nonna e le mie zie andavano sovente su lì con quelli che tagliavano fieno con la falcetta. E a portare cemento e sabbia quando hanno fatto quei vasconi per riserva dell’acqua.

I pascoli dell’alpe La Manda, i cui ruderi sono praticamente invisibili, mimetizzati tra le rocce – Pontboset (AO)

Anche se i pascoli di quell’alpeggio paiono così ripidi, nei documenti antichi sono sempre solo indicati come pascoli da vacche, mentre negli altri alpeggi troviamo sempre anche capre (molto numerose a Pontboset, dove potevano essere mantenute anche d’inverno, pascolandole sui versanti esposti e nei boschi) e, esclusivamente a Croset, le pecore.

L’arrivo della monorotaia e le baite di Croset – Pontboset (AO)

Un sentiero che corre su una cengia (dov’è stato anche fatto passare un ru con un tubo per l’acqua) ci porta a Croset. Qui ritroviamo la cremagliera e i container, uno rivestito in legno e l’altro nascosto dietro alle vecchie baite. I pascoli sono ripidi, ma l’erba è buona. Danilo mi dirà che quest’ultimo tratto di monorotaia è stato danneggiato in un punto dalle valanghe.

La monorotaia che sale a Croset – Pontboset (AO)

La spesa per rifarla è elevata, ma il versante è ripido, una pista per quad è quasi impossibile da fare se non con gli interventi necessari per metterla in sicurezza. “Vorrei fare ancora tante cose ma sono vecchio, non ho più forza. L’alpeggio Croset ha sempre avuto problemi di acqua, io il primo anno che sono andato ho messo 2000 metri di tubi. E ho acqua per fare girare anche la turbina.”

Pascoli nel vallone della Manda – Pontboset (AO)

Temo che questi siano davvero gli ultimi… se dovesse smettere chi ha letteralmente dato la sua vita a queste montagne, chi sarà ancora disposto ad affrontare fatiche e sacrifici del genere? “Andassi a ritirarmi sarebbe meglio, ma è una malattia.” Sono parole che ho sentito ripetere molte volte anche altrove, in situazioni anche meno estreme di queste. Dalla pagina facebook dell’azienda agricola, copio e incollo il testo di presentazione. “Agricoltore allevatore, da ben 40 di esperienza, di allevatore di capre e bovine da latte, e produzione formaggi di alpeggio, in questo momento solo latte vaccino. Le bovine di razza valdostana pezzata rossa, Da Maggio a Novembre vengono portate negli alpeggi Boset, e Crouset, comune Pontboset Valle D’ Aosta , in media e alta montagna da 1600 a 2000 metri di altezza, in una natura splendida e unica, Dove i bovini tutto il giorno intero stanno al pascolo, con erba verde fresca in pieno fiore, e bevono acqua che sgorga dalla roccia, in una natura incontaminata Solo la sera vengono ritirate in stalla per la mungitura, e il mattino dopo la mungitura , vanno di nuovo al pascolo. solo erba, acqua, e sale 2 volte alla settimana , nessuna aggiunta di mangimi di nessun genere. Tutto biologico al cento per cento. Viene prodotto 2 volte al giorno subito dopo la mungitura del mattino e sera, il formaggio a latte intero. Ingredienti. latte vaccino appena munto, caglio, sale. E’ lavorato con estrema, professionalità , passione, e con rigide regole sanitarie. Dopo circa 2 mesi di stagionatura in cantine adatte, viene venduto un prodotto, sano nutriente , e di alta qualità, a un prezzo buono.” A questo punto, non vi è venuta voglia di andare a fare un giro in un angolo di Valle d’Aosta sconosciuto ai più?

Il lavoro non manca, ma…

La stagione d’alpeggio sta iniziando, si iniziano a vedere i primi camion che risalgono le strade tortuose verso i pascoli, altrove sono già risuonati i campanacci e campanelle lungo le vie che conducono ai monti. Il clima non ricorda le ultime primavere, quando a fine maggio faceva già fin troppo caldo, così in montagna qualche giorno fa era ancora decisamente freddo, nel corso del mese appena concluso la neve più di una volta è scesa anche sotto i 2000m.

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Primavera: un alpeggio in attesa di riaccogliere una mandria nella nuova stagione – Torgnon (AO)

Ma non voglio parlare del tempo, vorrei affrontare un altro problema, la carenza di manodopera in alpeggio. Anche quest’anno si lamenta una generale mancanza di operai, o comunque una gran difficoltà nel reperire personale affidabile, con un minimo di pratica nel settore, su cui poter contare per i mesi corrispondenti alla stagione in alpe (fine maggio/inizi di giugno – fine settembre/inizi di ottobre). Già da qualche tempo la gran parte degli operai salariati presenti nelle aziende zootecniche non è di origini italiane. Anche per questo motivo, nelle ultime due annate ci sono state difficoltà aggiuntive legate alle restrizioni negli spostamenti tra diversi Stati, europei o extra-europei. Ma non è stato quello l’unico ostacolo, perché se hai un contratto di lavoro puoi spostarti comunque dove vuoi, seguendo i protocolli previsti, i giorni di quarantena, ecc…

Uno dei tanti alpeggi delle vallate valdostane – Quart (AO)

Tra gli addetti ai lavori si dice che, dalla Romania, adesso gli operai agricoli preferiscono andare in Germania, dove gli stipendi sono più elevati. D’altra parte, ci sono Italiani che, dalla Valle d’Aosta, dal Piemonte, dalla Lombardia, vanno a lavorare in alpeggi svizzeri per lo stesso motivo: la paga. Qualcuno addirittura manda in affida i propri animali per andare a lavorare oltralpe.

Uscita al pascolo – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

La mia pagina dedicata al lavoro in alpeggio ormai necessita di un cambiamento nell’organizzazione. Un tempo vi erano solo annunci di persone che cercavano lavoro, inframmezzate da rarissime offerte da parte di aziende. Oggi invece si assiste ad una sempre maggiore pubblicazione di annunci da parte di chi cerca dipendenti. Appena avrò il tempo, cercherò di suddividere le due categorie in pagine separate, al fine di consentire una consultazione migliore. Anche altri siti dedicati a questo tema vedono comunque un aumento di richieste da parte delle aziende (qui invece la pagina di chi cerca lavoro).

Alpeggio in bassa valle – Fontainemore (AO)

Solitamente, quando qualcuno mi scrive per questo motivo, mi limito ad aggiungere l’inserzione, lasciando a chi legge la libertà di contattare la persona e trattare i vari aspetti di un eventuale accordo. Un giorno però ho ricevuto un’e-mail da parte di Elisa, una ragazza di 22 anni, piemontese, che mi raccontava la sua storia e mi chiedeva se potevo aiutarla a trovare un posto di lavoro in alpeggio. Lei di esperienza già ne aveva, allegava all’e-mail anche il suo curriculum, ma “parlavano” soprattutto le foto che la ritraevano al pascolo o al lavoro in alpeggi “difficili”. Cercava un posto dove poter ampliare le sue conoscenze/capacità, soprattutto per quel che riguarda la caseificazione, però preferiva essere con una famiglia e non con soli uomini. Mi sono presa a cuore la sua richiesta per vari motivi, ma soprattutto per la determinazione, la voglia di fare e la passione che percepivo nelle sue parole.

Mungitura manuale in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Sono bastate poche ore per trovarle lavoro presso una famiglia valdostana, una tra le tante (in Piemonte e Valle d’Aosta) che mi hanno contattata perché interessati ad avere Elisa in alpeggio con loro. C’è stato più di uno che mi ha scritto: “Abbiamo davvero bisogno… anche di qualcuno non esperto, ma che abbia voglia di darsi da fare e di imparare.

Mandria al pascolo – Valchiusella (TO)

Visto che mi ero appellata ad amici e conoscenti su Facebook per trovare chi potesse essere interessato alla sua richiesta, sempre sulla mia bacheca social ho raccontato l’esito positivo della ricerca e n’è scaturito un gran dibattito. Io infatti, alla luce delle tante offerte ricevute, mi chiedevo se non vi fossero stati altri giovani (ma pure meno giovani) bisognosi di lavoro, desiderosi di fare “un’esperienza di vita”, di mettersi alla prova. Avevo davanti a me i contatti di tutti coloro che avevano bisogno di un aiutante e avrei potuto rapidamente indirizzare gli interessati a queste famiglie.

Sorveglianza delle capre in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Chi commentava si è diviso su due posizioni contrapposte. Da una parte c’erano coloro che sostenevano che i giovani d’oggi non hanno più voglia di fare certi mestieri, di faticare e di sporcarsi le mani, dall’altra chi diceva che ci sarebbero quelli che lo vorrebbero fare, ma spesso la paga offerta è al limite dello sfruttamento. Mentre leggevo i commenti, pensavo che, parallelamente al dibattito, mi sarebbe piaciuto ricevere messaggi in privato da persone che mi chiedevano di esser messe in contatto con le aziende, ma non ne ho ricevuto nessuno. In compenso mi ha scritto qualche giovane per raccontarmi quali lavori farà nel corso della prossima estate (dalla raccolta della frutta al tuttofare in rifugi di montagna). Mi hanno anche scritto operatori di altri settori raccontandomi di non riuscire a trovare personale serio e motivato!

Uscita al pascolo di un gregge di capre da latte – Cogne (AO)

Dopo questa lunga premessa, volevo soffermarmi sul punto più discusso, la “giusta paga” per il lavoro in alpeggio. Non parlo da esperta del settore, non so quali siano le normative in materia e come ci si regoli con un lavoro che non può essere incasellato nelle canoniche otto ore. Io ho sempre lavorato in proprio, con contratti a progetto, collaborazioni, incarichi come libero professionista, dove però non ero mai io a fissare il prezzo del mio lavoro… Sapevo a grandi linee cosa dovevo fare, avevo una scadenza, l’importo era prefissato e tutte le spese erano a mio carico. Ogni imprevisto, ogni contrattempo, si “mangiavano” qualcosa di ciò che dovevo incassare, ciò che mi sarebbe rimasto in tasca l’avrei scoperto solo alla chiusura definitiva del lavoro.

Alpeggio ristrutturato, ma privo di viabilità – Val Pellice (TO)

So bene che non tutti sono onesti e corretti nel trattamento e nella retribuzione dei loro aiutanti. So che c’è ancora molto lavoro nero e non sempre le condizioni di vita e lavoro sono ottimali. Quest’ultimo aspetto però vede sia situazioni in cui è il solo operaio a trovarsi in condizioni disagiate, sia condivisione di strutture precarie con i titolari.

Mungitura pomeridiana in stalla – Vertosan (AO)

Nel dibattito, parallelamente al QUANTO mi paghi, si è parlato anche di QUANTE ORE devo lavorare. Io ritengo che non si possa parlare di un orario di lavoro parlando di alpeggio e di animali. Chi sceglie questo settore, dovrebbe farlo sempre e comunque con passione per gli animali. Non dico assolutamente che ci si debba accontentare di poche centinaia di euro al mese, ma nemmeno si possono guardare le ore quotidiane. Si rientra dal pascolo in base ad un orario? Sì, ma solo se è l’orario della mungitura! Quando però manca un animale, cosa faccio? Non dovrei tornare indietro a cercarlo perché ho esaurito le mie ore lavorative quotidiane? Oppure lo faccio, ma il giorno dopo faccio pascolare meno il bestiame per “recuperare” le ore spese il giorno prima? E se c’è un parto notturno a cui dedico diverse ore? Non mi alzo alla solita ora per mungere? Non è così che funziona…

La caldaia del latte in casificio – Cogne (AO)

Ci sono le ore di lavoro più duro, quando si munge, quando si puliscono le stalle, quando si spostano e piazzano fili, picchetti, recinti, quando ci si occupa della caseificazione e dei formaggi. Ci sono le ore al pascolo, dove la sorveglianza non sempre è impegnativa, a volte ci si può anche concedere una pennichella.

Giovane pastore – Val Passiria (BZ)

Quando titolare e operai sono insieme in alpeggio, generalmente ad una certa ora il dipendente è libero di ritirarsi: questo è ciò che ho visto ogni volta che sono stata ospite in alpeggio (ovviamente ci sono mille situazioni, l’una differente dall’altra, non è semplice generalizzare). Un altro aspetto da considerare è la questione del vitto e dell’alloggio. Quando si è in alpe con i titolari, si mangia tutti insieme. Quando il titolare non è presente, le scorte alimentari vengono portate dal fondovalle con cadenza periodica, ogni volta che ve n’è la necessità. In altri casi i dipendenti vengono incaricati di tutti i lavori, che gestiscono in autonomia, approvvigionandosi autonomamente. A livello economico, non è la stessa cosa. Per chi riceve vitto e alloggio, la paga risulta essere netta, dato che non ha alcuna spesa per tutti i mesi in cui è in alpeggio (trasporto, corrente elettrica, acqua…). Voi che lavoro fate? Ogni giorno vi trovate a dover raggiungere una sede, mangiate pranzo (fuori casa) e cena, colazione, avete le spese della casa in cui abitiate, quindi a fine mese parte della paga è già andata a coprire questi costi, giusto?

Vecchio alpeggio ancora in uso – Val Soana (TO)

Visto che la ricerca di personale in alpeggio è grande, chi fosse interessato ha una vasta scelta, non è obbligato ad accettare quando le condizioni offerte non gli paiono eque. Uno sente più aziende, valuta le offerte, cerca di capire cosa gli viene chiesto di fare. Ormai è semplice farsi mandare foto delle strutture in cui ci si troverà a vivere, se anche non fosse possibile andarle a visionare di persona. Ovviamente, la tutela sotto ogni aspetto è poi data da un contratto. Le condizioni di vita e di lavoro in alpeggio in molti luoghi sono enormemente migliorate rispetto al passato, ma permangono situazioni in cui le strutture sono primitive, manca una strada, non c’è la corrente elettrica, mancano i servizi igienici, la doccia. Occorre valutare tutto prima.

Alpeggio sulle montagne di Roisan (AO)

Tornando all’importo dello stipendio, è vero che ci sono regioni/stati dove questo è più alto. Sono paesi dove la politica ha una considerazione maggiore per l’agricoltura. Sono però anche luoghi dove il costo della vita è elevato. Non a caso chi lavora in Svizzera cerca di spendere il meno possibile del suo stipendio in quel Paese! Addirittura c’è chi si fa portare periodicamente la spesa da parenti rimasti in Italia.

Il frutto del lavoro quotidiano nella stagionatura – Valchiusella (TO)

E’ facile criticare la paga offerta dal datore di lavoro, ma se andassimo davvero a fare i conti in tasca alle aziende locali, vedremmo che a molti a fine anno resta ben poco. Come aumentare il reddito? Se si incrementa il bestiame, aumenta anche il lavoro, così da aver la necessità di aiutanti. Ma di quanto deve aumentare il reddito per coprire le spese di stipendio/contributi per l’operaio e far avanzare qualcosa per l’azienda?

Fine stagione per il gregge, i proprietari tornano a prendere le loro capre – Valsavarenche (AO)

Perché è in alpeggio che servono più dipendenti? Le ragioni possono essere diverse. In alcuni casi il titolare resta in pianura/fondovalle per occuparsi del foraggio (fienagione, irrigazione e raccolta del mais, ecc…), quindi in alpe deve esserci qualcuno che s occupi di tutti i lavori (mungitura e caseificazione se si tratta di animali da latte, pascolo, predisposizione e movimentazione dei recinti, pulizia stalle, ecc…). Oppure un allevatore può salire in montagna con i suoi animali e sorvegliarli di persona, ma in aggiunta ne prende altri in affida, da medio/piccoli allevatori. Questi ultimi non affittano un alpeggio, così li affidano ad altri per la stagione estiva. In questo caso quasi sicuramente c’è bisogno di aiutanti oltre ai famigliari, perché il bestiame monticato aumenta in modo considerevole rispetto a quello presente in azienda d’inverno. Poi ancora possiamo avere alpeggi dove più allevatori raggruppano il loro bestiame (ovicaprini, bovini) per l’estate e pagano uno o più pastori per la sorveglianza e la gestione. Questi non sono che alcuni esempi. Ci sono anche alpeggi dove si pratica attività di accoglienza, così c’è necessità di qualcuno che si occupi del bestiame, o di dare una mano con i turisti quando ce n’è la necessità, ecc…

Alpeggio con attività di ristorazione – Val Passiria (BZ)

Ma in definitiva, quanto si guadagna lavorando in alpeggio in Italia? Non saprei darvi una cifra standard. 1000, 1500 euro al mese, qualcuno vi offrirà di più, qualcuno di meno. Dipende da quale e quanto lavoro c’è da fare, dipende dalle capacità, dall’esperienza. Un esperto casaro percepirà uno stipendio diverso da un aiuto pastore. Il giusto prezzo secondo me è dato dall’insieme di tutti gli aspetti di cui si è parlato, quindi ogni situazione è differente dalle altre.

Vecchio alpeggio ancora in uso – Pontboset (AO)

Sicuramente è positivo il fatto che, anche in Italia, stiano muovendo i primi passi delle scuole o dei corsi dedicati a questo settore (fino ad ora la formazione era limitata al settore caseario). Ricordo inoltre che esistono anche organizzazioni che permettono a chi lo desidera di fare un’esperienza come volontari in aziende agricole (ovviamente con orari ridotti, per periodi più o meno lunghi in base alle richieste del volontario e alle necessità dell’azienda). Segnalo anche la pagina del volontariato in montagna in Alto Adige.

Prova a farlo tu!

Ogni tanto provo a “pasticciare” un po’ con il latte. Quest’anno un paio di vacche sono tornate dall’alpeggio senza aver terminato la lattazione, così ho potuto dilettarmi con l’arte casearia, tra tomini freschi, ricotta, tomette da stagionare. Visto che parliamo di piccole quantità, ho anche cercato qualche ricetta on line, per esempio quella del primosale. E così, da un link all’altro, leggendo su uno dei tanti blog di cucina, ho trovato le considerazioni di una “casara fai da te”, che ragionava su quanto tempo c’era voluto per poter finalmente assaggiare la caciotta fatta in casa.

Mungitura in alpeggio – Gias Subiasc, Val Pellice (TO)

La resa non è tanta: non trovo il foglietto dove avevo appuntato qualche resa, ma una caciottina, tipo italico, di circa 7 hg, con una stagionatura di 30-40 giorni… non vi dico quanto è durata! Se l’ avessimo comprata, avrebbe stazionato nel frigorifero per del tempo, invece nel giro di 2 giorni (e non a tutti i 4 pasti, eh?) è finita“. Qui potete trovare la pagina da cui ho preso queste frasi.

Il prezzo del Beaufort, formaggio francese, in esposizione alla manifestazione Cheese – Bra, CN

Partendo da questo ragionamento, volevo invitarvi a riflettere sul prezzo dei prodotti. Quando storcete il naso di fronte a un formaggio che costa 15 o 20 euro al kg, un formaggio d’alpeggio, prodotto con latte di animali al pascolo, pensate che sia caro? Provate voi a fare un formaggio partendo da qualche litro di latte acquistato dal contadino! Seguite tutto il procedimento, aspettate che stagioni, sempre girandolo, spazzolandolo… E, se arrivate alla fine del percorso e mangerete un prodotto accettabile, pensate che quella era solo una parte del ciclo di produzione, solo una forma, mentre in una cantina di un’azienda agricola ci sono centinaia di forme.

Cantina d’alpeggio – La Manda, Valtournenche (AO)

Inoltre voi avete acquistato il latte nella bottiglia. Prima c’è stato chi l’ha munto, chi ha alimentato o pascolato l’animale. Chi l’ha accompagnato in alpeggio, chi l’ha curato, chi l’ha seguito fin dalla nascita. Certo, questi costi si spalmano su tutta la filiera produttiva, su tutti i prodotti nel loro complesso e non solo in quella singola fetta di formaggio, ma…

Bovina di razza valdostana castana in alpeggio – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

…e vale per qualunque prodotto. Se è una “materia prima”, avrà alle spalle tutti i costi e il tempo per ottenerla, se è un trasformato, si sommano le capacità e le conoscenze di chi l’ha lavorato, tempi aggiuntivi, la qualità finale del prodotto, la sua eventuale “unicità”. Ovvietà, quelle che vi sto dicendo, ma che evidentemente non sono tali, dato che c’è sempre chi acquista “a basso costo” senza pensare alla scarsa qualità e/o al lavoro sottopagato di chi ha prodotto/raccolto/trasformato. O chi si lamenta per il prezzo a suo dire troppo alto.

Transumanza di fine stagione – Nus (AO)

Sono tante le preparazioni che potete provare a fare in casa, senza particolari attrezzature speciali. Formaggi, biscotti, pane… Provate a realizzarne qualcuna, soprattutto se siete forzatamente a casa in questi giorni. Più che mai dovete ragionare su quel che “sta dietro” ai prodotti oggi, con tante, tantissime aziende in crisi. Mentre aspettate che la vostra tometta stagioni per i 30 giorni necessari, acquistate il formaggio che vi serve direttamente dal produttore. Cercatelo sul mercato contadino, cercate chi fa consegne a domicilio dalle vostre parti. Aiutiamoci l’un l’altro a sopravvivere, perché non esistono lavori che valgono di più o di meno, non esistono lavori non essenziali, hanno tutti la loro dignità e, soprattutto, il loro valore. Provate a farlo voi… o provate a farne a meno, per capirlo! Che sia un prodotto, che sia un’attività!

Bancarella di formaggi durante la Festa del Cevrin di Coazze (edizione 2019) – Val Sangone (TO)

Il più bel “brutto” alpeggio della Valle d’Aosta

Cercando informazioni on-line sulla possibile meta per una gita, mi è capitato di leggere in un blog che quello da me scelto era “…il più bel brutto posto della Valle d’Aosta“. Ci sono andata lo stesso e non me ne sono pentita. Innanzitutto, non è per niente un brutto posto, offre scorci panoramici meravigliosi, dal Lago di Place Moulin sempre presente in fondovalle, alle cime circostanti, i ghiacciai, i numerosi laghetti alpini che si incontrano lungo il percorso… per non parlare poi dei selvatici (camosci, stambecchi, marmotte), unica presenza animale in una stagione in cui gli alpeggi già si sono svuotati.

Un camoscio in cresta lungo il sentiero che sale all’alpeggio La Meà – Bionaz (AO)
Vista sul Lago di Place Moulin – Bionaz (AO)

Ecco… gli alpeggi… è proprio di questo che vi voglio parlare, per restare in tema con l’argomento del blog. Lungo il cammino ne attraverseremo alcuni diroccati (i cui pascoli sono ancora utilizzati), ma ne raggiungeremo anche uno perfettamente restaurato e curato secondo tradizione in ogni dettaglio gestionale.

Dettaglio dell’architrave di una stalla tra i ruderi dell’alpeggio Le Meà – Bionaz (AO)

Andiamo con ordine… visto il posto, con pascoli poveri e pietrosi, assenza di piste o strade, ci si potrebbe aspettare al massimo di trovare delle manze (o “manzi”, come vengono chiamate in valle le bovine giovani che non hanno ancora partorito) con un pascolo delimitato da fili e nessuna sorveglianza umana. Invece no, qui ci sono sicuramente state delle bovine da latte e lo si capisce da diversi indizi ancor prima di raggiungere l’alpeggio principale…

Sentiero e cremagliera per Plan Vayun – Bionaz (AO)

Ignoro chi salga quassù in alpeggio, ma vorrei tanto incontrarlo, vorrei tornare l’anno prossimo, vedere come si muovono tra questi pascoli estremi le bovine. Il sentiero è ripido e… sorpresa, c’è anche una cremagliera (penso di recente costruzione, ma non ho trovato notizie in rete sulla sua realizzazione) che parte dalla strada e si inerpica sui ripidi versanti, compiendo un lungo tragitto fino a poche decine di metri dalle costruzioni d’alpeggio.

La cremagliera per Plan Vayun a Les Seytives – Bionaz (AO)

Vorrei vederla in funzione, la cremagliera, con il carico di Fontine che scende a valle su quei passaggi sospesi nel nulla, in cresta… diversamente da un’altra opera simile di cui vi avevo già parlato, questa è più bassa, nei punti più esposti sarà al massimo a due spanne da terra, così immagino che le valanghe non rappresentino un problema, dato che le prime nevicate già la copriranno interamente.

Spietramenti per recuperare pascolo a Plan Vayun – Bionaz (AO)

L’alpigiano che montica qui la sua mandria o è un eroe… o è un pazzo! Come vi dicevo, non ci sono strade… e l’alpeggio è “bruttissimo”. Parlo dei pascoli. Ci sono pietre ovunque, i pianori sono quasi inesistenti, ancora oggi vengono fatti degli spietramenti (usanza andata perduta praticamente ovunque), immagino che recuperare lembi di terra sia l’occupazione principale del pastore mentre è al pascolo delle bovine.

Ruscelli per l’acqua e per la feritirrigazione – Plan Vayun, Bionaz (AO)

Ci sono anche centinaia di metri di tubi per portare l’acqua anche nei pascoli più lontani, oltre ai ruscelli ancora scavati a mano (penso che serva una zappa nuova ogni anno, con tutte quelle pietre…).

Abbondante fertirrigazione dei pascoli a fine stagione – Plan Vayun, Bionaz (AO)

A fine stagione la concimaia è stata svuotata e lavata alla perfezione, i liquami sono stati fatti scendere nei pascoli sottostanti l’alpeggio, per garantire nuova erba per l’anno successivo. Quindi le stalle sono utilizzate per ricoverare gli animali e per mungere, ecco l’indizio che mi fa credere che quassù si produca Fontina.

La concimaia e i pascoli sottostanti a Plan Vayun – Bionaz (AO)

La cosa bella di questo alpeggio sono i fabbricati e le strutture, collocati nel mezzo di Plan Vayun (o Vaiun a seconda delle mappe consultate). Stalle, casa, casera, centralina idroelettrica per la corrente, oltre ovviamente alla già citata cremagliera. Se penso a quante montagne belle (intese come ottimi pascoli), anche facilmente raggiungibili, mancano di strutture o hanno fabbricati insufficienti rispetto alle necessità…

Le baite di Plan Vayun – Bionaz (AO)

Data la carenza di pascolo, quello che c’è è stato utilizzato fino all’ultimo stelo d’erba, dall’alpeggio più basso fin su alle ultime chiazze nei pressi del Lac Long. Non dev’essere facile, pascolare qui… Io ci vedrei male persino delle pecore, figuriamoci le vacche!

Il Lac Long, fondamentale riserva d’acqua per l’alpeggio Plan Vayun – Bionaz (AO)

Pazzo o eroe che sia, cercherò di rintracciare l’alpigiano, non so se ora sia già sceso alla stalla di fondovalle o abbia ancora un altro tramuto a quote inferiori rispetto agli alpeggi che abbiamo visto ieri. Appena pubblicate le foto su Facebook, amici in zona mi hanno già subito riferito di chi si tratta…

Ruderi delle stalle e pascoli a Les Seytives – Bionaz (AO)

Tra i tanti pensieri riguardanti questo alpeggio, immagino anche la qualità della Fontina… quassù sono praticamente sicura che non vengano usati mangimi, ma solo ciò che offre la natura: acqua, erba… e la mano del casaro per trasformare il latte!

Un tratto del sentiero tra i ruderi dell’alpeggio Seytives – Bionaz (AO)

A questo punto vi prometto che, in futuro, troverò il modo di riparlare di questo alpeggio. Queste sono sicuramente realtà che fanno vivere la montagna nel vero senso della parola, realtà da premiare! Altro che i contributi dati ai grossi numeri (di bestie e di ettari)…

Mungere (i turisti) in alpeggio

Continuiamo il discorso su quanto abbiamo visto in Val Passiria e sulle impressioni personali che mi sono riportata a casa dopo questa breve vacanza. Quel che sto per raccontarvi è soprattutto frutto di quanto osservato, se qualcuno avesse informazioni diverse, sarò felice di leggerle/ascoltarle.

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Escursionisti sulle sponde del Lago Nero del Tumulo – Val Passiria (BZ)

Vi dicevo che la scelta della Val Passiria come meta delle nostre vacanze è stata in parte casuale, in parte volutamente lontana da località molto più conosciute e blasonate dell’Alto Adige. E’ la zona adatta per stare tranquilli e far passeggiate in montagna. Certo, ci sono colli, laghi, rifugi e vette come mete, ma per molti la meta è… la malga. Vale per gli escursionisti locali, vale per i turisti provenienti da altre parti d’Europa (quest’anno, con un afflusso sicuramente anomalo, c’erano comunque numerosi Tedeschi, qualche Svizzero e Austriaco).

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Lazinser Alm – Plan, Val Passiria (BZ)

 

C’è anche un bel libretto curato dall’Associazione Turistica della Val Passiria (presumo ve ne sia uno per ogni vallata), che si apre con queste parole: “Caro ospite! In quanto meta escursionistica di numerosi turisti, le malghe della Val Passiria rivestono da sempre un ruolo di particolare importanza. La loro importanza non si limita però esclusivamente al turismo. Già il fatto che due terzi del patrimonio zootecnico trascorrono circa tre mesi sulle malghe, nonché la circostanza che quasi la metà della superficie totale della valle è costituita da malghe, testimoniano il loro grande valore economico per la regione. (…)

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Timmelsalm – Val Passiria (BZ)

Capite? Prima si parla di turismo! In questa parte delle Alpi invece ben pochi alpeggi svolgono (anche) un’attività di ricezione turistica. Alcuni sono interessati da particolari giornate dedicate alla promozione dei loro prodotti, feste dell’alpeggio, pranzi in alpe o cose simili, ma per quasi nessuno è l’attività principale. Anche chi pratica l’attività agrituristica in alpeggio, parallelamente comunque ha un normale impegno di gestione della mandria, mungitura, caseificazione, ecc…

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Faglsalm – Falsertal, San Martino in Passiria (BZ)

In Val Passiria l’impressione è che, nelle malghe, si mungano i turisti, più che le vacche! Attenzione, non lo sto dicendo in tono negativo, è una constatazione sul tipo di lavoro e sul reddito conseguente. Accanto alle malghe infatti raramente abbiamo visto più di una decina di vacche in mungitura. Come vi ho raccontato, sui pascoli degli alpeggi abbiamo incontrato soprattutto manze, manzette, vitelli, vacche in asciutta o vacche con il vitello.

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Nei pascoli davanti alla malga – Timmelsalm, Val Passiria (BZ)

Davanti alle malghe però troviamo cascate di fiori (anche ad alta quota), tavoli, panche, ombrelloni e menù che offrono dallo spuntino al pranzo completo, con i prodotti della malga o comunque del territorio. E’ un altro modo di lavorare rispetto a quello dei nostri alpeggi, sicuramente. Può esserci l’escursionista di passaggio, il ciclista che pedala lungo la pista agro-silvo-pastorale e si ferma solo per bere un bicchiere di succo di mela, una birra. Oppure chi prende un thé, un bicchiere di latte e una fetta di torta al pomeriggio. O chi pranza con un tagliere di salumi e formaggi, chi sceglie un piatto caldo, dai classici canederli all’arrosto di capra.

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Il menù di una malga – Faltschnalalm, Plan (BZ)

E così c’è il pastore che va a sorvegliare gli animali nei pascoli più alti, che posiziona picchetti e fili per i grossi recinti, c’è la famiglia che si occupa della gestione della malga, mungitura, forse caseificazione (cartelli di vendita formaggi nelle malghe non ne ho visti), ma soprattutto accoglienza e ristorazione. Il grosso della mungitura la si fa fin quando si è nelle aziende di fondovalle, quando il latte viene conferito ai caseifici.

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Il pastore delle manze – Timmelsalm, Val Passiria (BZ)

Anche nella stagione estiva abbiamo visto, mattina e sera, decine e decine di bidoni lungo le strade, alcuni scesi dai masi di mezza quota grazie alle teleferiche. Il camion passa, aspira il latte e lo porta giù a Merano o a qualche caseificio lungo la valle.

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Bidoni del latte – Plan, Val Passiria (BZ)

Il libretto “Malghe e ristori 2020” comprende anche qualche maso abitato tutto l’anno e alcuni rifugi di alta quota, per un totale di 54 punti di ristoro, dai 650m ai 2989m. C’è la foto, i contatti dei gestori, la descrizione su come raggiungerli, la difficoltà dell’escursione, il periodo di apertura e altre informazioni utili. Inoltre, all’inizio, due pagine forniscono all’escursionista alcune regole per la sicurezza in montagna, ma anche delle norme di comportamento sui pascoli, sia per rispettarli, sia per non incorrere in incidenti con gli animali al pascoli.

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I dolci del giorno – Faltschnalalm, Plan (BZ)

Si può votare la malga dell’anno e si possono collezionare i “punti” a cui si ha diritto raggiungendo via via le mete più lontane, fino ad ottenere un distintivo d’argento o d’oro in base alla quantità di punti accumulati a fine stagione facendo timbrare via via il passaporto dell’escursionista.

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Un piatto di canederli in brodo – Faglsalm
Falsertal, San Martino in Passiria (BZ)

L’attenzione verso il turista non finisce qui: dato che l’attività zootecnica è praticamente inscindibile da quella turistica, non vi è un passaggio che sia uno tra piste, strade, sentieri principali o secondari che presenti difficoltà nell’intersecare i recinti elettrificati che contengono gli animali o fanno sì che questi non possano avvicinarsi a zone troppo ripide o pericolose. Gli accorgimenti sono molteplici, dalla “classica” maniglia alle asticelle a molla, dal cancello al passaggio creato ad hoc con picchetti, filo/fettuccia ribassata in quel punto e filo elettrico che passa più in alto.

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Sistemi di attraversamento dei recinti elettrificati – Val Passiria (BZ)

C’è da rifletterci su, vero? Non dico che potrebbe essere un modello da applicare ovunque, ma… sicuramente dovrebbe essere favorita una gestione del genere anche altrove. Non so come funzioni la parte di cucina in queste malghe (tra quelle che abbiamo visitato, una era piccola e non particolarmente attrezzata, dubito vi fosse una cucina separata per gli ospiti), ma inviterei chi si candida ad amministrare regioni e comuni montani a fare un viaggio in quelle realtà, per capirne di più e vedere come proporlo anche altrove.

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Falser Alm – Falsertal, San Martino in Passiria (BZ)

L’attività di ricezione turistica parallela all’azienda agricola non è un’esclusiva della malga. Noi abbiamo soggiornato in un maso a 1000m di quota, una piccola azienda agricola con una quindicina di vacche da latte (frisone). Nel maso si poteva anche mangiare e, inoltre, vi erano due appartamenti da affittare agli ospiti. In questo sito potete vedere quanti sono i masi (a conduzione zootecnica, ma anche viticola e frutticola) che offrono ospitalità in tutto l’Alto Adige.

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Vista dal balcone del maso – Scena (BZ)

Più che mai quest’anno un simile modello secondo me dev’essersi rivelato la scelta migliore: le strutture prettamente turistiche hanno avuto dei mesi di blocco totale e anche ora non funzionano a pieno regime, per cui il danno è enorme. Le grosse aziende si sono trovate in difficoltà nel gestire la gran quantità di prodotti, hanno patito e stanno patendo tutt’ora la carenza di manodopera estera. Chi invece ha una piccola azienda differenziata in questo modo ha contenuto il danno nel periodo del lockdowd (comunque non è mai stato totalmente senza reddito) e oggi magari ha più clienti del grande albergo, poiché il turista cerca la montagna, l’appartamento singolo, la maggior sicurezza della sistemazione appartata.

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Lazinser Hof – Plan, Val Passiria (BZ)

Quella della mungitura del turista era una battuta, una provocazione per attirare l’attenzione… Come turista in queste strutture (malghe, masi) siamo stati accolti in modo famigliare e cordiale, con qualcuno abbiamo anche avuto modo di far lunghe chiacchierate, per cui il bilancio dell’esperienza è sicuramente positivo. Adesso lascio a chi legge la riflessione, nella speranza che possa cambiare qualcosa anche da noi, dove purtroppo spesso il rapporto alpigiano-turista si sta facendo sempre più conflittuale, con comportamenti maleducati, mancanza di rispetto reciproco, incomprensioni di fondo, ecc ecc…

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Turismo invernale sugli sci… e turismo estivo in malga – Passo del Giovo (BZ)

Qualche fazzoletto gettato a terra lungo i sentieri l’abbiamo visto anche là, qualche turista che abbandonava il sentiero per andare in mezzo alle bovine a scattarsi un selfie c’è stato… Ma in generale l’atteggiamento dei frequentatori delle malghe mi è sembrato corretto e rispettoso, anche per quello che concerne la presenza di cani, tutti tenuti al guinzaglio anche dove non c’erano cartelli di divieto ad imporlo (è infatti una delle regole raccomandate al turista nel libretto di cui vi ho parlato).

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Vacche di razza Bronw Swiss al pascolo nei pressi degli impianti sciistici – Racines (BZ)

Infine è doveroso ricordare come il paesaggio di montagna, così apprezzato dal turista che lo frequenta, sia indissolubilmente legato all’attività zootecnica attraverso il pascolamento e con la fienagione… per non parlare della presenza degli animali sui pascoli, del suono dei campanacci, delle strutture d’alpeggio che possono anche diventare ricoveri di emergenza in caso di maltempo…

La regola delle “3 S”

Non scrivo da un po’… c’era il fieno da fare, tra vari problemi siamo riusciti a portarlo a termine, subito dopo ci siamo concessi un piccolo “stacco”. Non so con quale criterio voi scegliate la meta delle vostre vacanze, ma in quest’estate un po’ particolare abbiamo guardato ad est, rimanendo tra i monti. L’Alto Adige è una località molto ambita, ma noi abbiamo scelto una vallata forse meno conosciuta, la Val Passiria. Lo confesso, una delle principali motivazioni per andare proprio lì era… il fatto che c’è una razza di capre originaria proprio di quella vallata. Inoltre, non essendo così famosa come altre località di quella regione, contavo di trovarla poco affollata.

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Capre di razza Passiria – Timmelsalm (BZ)

Si tratta di un territorio spiccatamente agricolo e sicuramente non frequentata dal turismo di massa, adatto a chi vuol fare gite, camminate, escursioni in ambiente montano. La parte bassa della valle, a ridosso di Merano, è completamente coperta di vigneti e frutteti, che risalgono i versanti delle montagne fin verso i 6-700m, dopodiché vi sono i boschi, tra i quali si aprono i masi, con le loro case, stalle e fienili.

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Antico maso a Scena (BZ)

L’ambiente dei frutteti, pur essendo attraversato da sentieri (alcuni dei quali seguono il tracciato delle rogge, il sistema per trasportare l’acqua dai corsi d’acqua principali ai versanti coltivati), non mi ha entusiasmata. Le colture occupano ogni spazio disponibile e sono per lo più avvolte da reti antigrandine (fondamentali, visto il violento temporale che ci ha dato il benvenuto la prima sera). Sicuramente nel momento della fioritura dei meli si potrà godere di scorci colorati e pittoreschi, ma in questi giorni questa monocoltura è abbastanza soffocante, sensazione non solo psicologica, ma anche reale, dato il continuo via vai di piccoli trattori, adatti al passaggio tra i filari, con al seguito atomizzatori che irrorano le coltivazioni o gettano erbicida al piede dei vigneti.

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Frutteti a Rifiano, Val Passiria (BZ)

Meglio dirigersi verso i monti, in un panorama di vallate dai pendii ripidi, ma anche vasti pascoli, laghi, torrenti, rododendri in fiore. Prima di raggiungere gli alpeggi, parliamo ancora un momento dei masi. Girando per la Val Passiria, non ho visto praticamente nessun edificio abbandonato. Ci sono i villaggi, poi vi sono i masi: si tratta di aziende agricole, la cui gestione è stata tramandata di generazione in generazione attraverso il meccanismo del “maso chiuso”. Qui potete trovare più informazioni su questo sistema caratteristico dell’Alto Adige. Questa è la legge (aggiornata al 2001) che ne regola la gestione. Penso che gran parte della “buona gestione” del paesaggio e del territorio di queste zone sia dovuta a questa istituzione, che ha fatto sì che si mantenesse l’unità aziendale, senza la grande frammentazione che caratterizza invece le nostre aree collinari e montane.

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Il paesaggio dei masi – San Martino in Passiria (BZ)

Dal momento che la bassa valle e la pianura sono interamente occupate da frutteti e vigneti, fare i prati sono quasi tutti molto ripidi, per cui fare il fieno è un’attività eroica. Lo è anche farlo asciugare, dato che quasi ogni giorno c’è stato almeno un temporale… I fienili hanno quasi tutti delle ventole per poter continuare l’essiccazione anche dopo lo stoccaggio, oppure altrove si ricorre al metodo di fasciare le rotoballe per la loro conservazione.

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Prati pianeggianti da sfalciare solo in alcuni villaggi d’alta quota – Plan, Val Passiria (BZ)

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Scene di fienagione in Val Passiria (BZ)

Saliamo ancora e arriviamo nell’alta valle o nelle vallate laterali, dove numerose piste forestali chiuse al traffico raggiungono le malghe, gli alpeggi, da cui poi si prosegue lungo sentieri per arrivare ad alpeggi più piccoli. Noi cercavamo le capre… e le abbiamo trovate. Tante, tantissime! Le prime le abbiamo viste vicino ad una piccola baita la domenica mattina. Dopo alcune difficoltà di comunicazione con persone che si dirigevano là (qui parlano soprattutto Tedesco, alcuni non sanno o non vogliono parlare Italiano), nei pressi della baita abbiamo trovato un giovane pastore con cui scambiare quattro chiacchiere.

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Capre e giovane pastore – Timmelsalm, Val Passiria (BZ)

Ci ha detto di essere il pastore delle manze in un vallone vicino, ma che la domenica ci si riuniva con altri pastori e con i proprietari delle capre per controllare gli animali, che pascolano ancora liberi nelle parti più alte degli alpeggi. Aveva messo il sale intorno alla capanna (che può servire, oltre che da magazzino, da ricovero per i pastori in caso di necessità), così che le capre scendessero e potessero essere viste dagli allevatori.

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Capre Passiria al Passo del Rombo (BZ)

Le capre di razza Passiria sono animali robusti, adatti alla montagna: di taglia media, sono capre tarchiate, con le gambe robuste, corna non troppo sviluppate, muso corto, mantello dalle diverse colorazioni. Nelle greggi lasciate pascolare libere c’erano solo femmine e capretti nati in primavera, i maschi li abbiamo visti altrove, o nel fondovalle accanto alle case o in recinti vicino alle malghe più in basso. Verranno poi inseriti nel gregge dopo ferragosto, quando inizia generalmente il naturale periodo dei calori.

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Due becchi in un recinto nella parte bassa del vallone – Falsertal, San Martino in Passiria (BZ)

Un gregge lo abbiamo visto, la sera, proprio accanto alla strada che porta al Passo del Rombo, confine con l’Austria. Non c’erano solo capre, sul versante austriaco alcune pecore si spostavano liberamente, attraversando la strada asfaltata (poco trafficata, dato che più a valle, in Austria, era interrotta a causa di una frana). Altre pecore le abbiamo incontrate, sempre in Val Passiria, in piccoli gruppi sparsi.

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Pecore al Passo del Rombo – Austria

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Gregge nei pressi del Passo del Rombo – Austria

Le capre restano a pascolare fino agli inizi dell’autunno, quando poi verranno fatte ridiscendere a valle. Succedeva anche dalle nostre parti, fino a qualche anno fa… e non sempre questa operazione è semplice, poiché può capitare di doverle andare a recuperare in luoghi impervi.

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Una lapide posta lungo un sentiero a ricordare un giovane capraio perito nel cercare di recuperare i suoi animali – San Martino in Passiria (BZ)

I bovini invece pascolano all’interno di grandi recinti che delimitano le varie parti dell’alpeggio. Qualche vacca in mungitura nei pressi delle malghe, molte vacche in asciutta, alcune vacche con i vitelli, moltissime manze e vitelli, delle razze più disparate (dalla Frisona alla Grigia alpina, dalla Jersey alla Pustertaler, ecc…). La sorveglianza non è costante, ci sono dei pastori che periodicamente vanno a controllare questi animali, abbiamo visto una “squadra” di persone impegnate nel posizionare fili e picchetti fino sulla cresta spartiacque tra un vallone e l’altro.

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Vacche in asciutta nei pascoli accanto al Passo del Giovo (BZ)

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Manze al pascolo – Fatschnal Tal, Val Passiria (BZ)

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…non solo bovini negli alpeggi… – Falsertal, San Martino in Passiria (BZ)

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Manze di razza Grigia alpina – Lazinser Alm, Val Passiria (BZ)

Vi starete già chiedendo com’è possibile che qui gli animali siano ancora liberi, soprattutto capre e pecore. Semplicemente qui il lupo non c’è (ancora), così come non c’è nemmeno l’orso. Questi animali non sono i benvenuti, in una realtà totalmente zootecnica come questa. E non è solo una sensazione, il concetto è espresso chiaramente dagli striscioni affissi all’esterno di ogni malga e da piccoli opuscoli (in Italiano e Tedesco) distribuiti ovunque a cura della Südtiroler Bauernbund, dove si spiega come lì “non vi sia posto per il lupo”.

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Lo striscione presente in quasi tutte le malghe – Val Passiria (BZ)

In una di queste malghe, il titolare chiacchiera volentieri. Ci racconta come in tutto l’Alto Adige vi siano 8.000 capre di razza Passiria, ma lì, nella valle omonima, i capi allevati siano 6.000! “Le alleviamo per passione…“. Non c’è bisogno di spiegare, capiamo benissimo. Quest’anno il lockdown ha completamente bloccato la vendita dei capretti nel periodo pasquale. “Per fortuna ora un macellaio si è inventato la vendita di arrosti. La gente non prende i pezzetti con l’osso, non li sa mangiare, cucinare… ma l’arrosto sì, quello si vende.

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Gregge di capre Passiria al Passo del Rombo (BZ)

Quando però inizia a parlare del lupo, il discorso si infiamma. “Hanno fatto una riunione qui, gli ambientalisti hanno chiesto di fare delle proposte per convivere con il lupo. Si è alzato uno Svizzero, ha detto che l’unica regola che funziona è quella delle 3 S.” Ci dice tre parole in Tedesco, poi cerca di tradurle. Anche in Italiano sono 3 S: Sparare, Sotterrare, Silenzio.

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L’opuscolo dove si spiega il punto di vista degli allevatori altoatesini in una delle malghe che offrono accoglienza ai turisti – Val Passiria (BZ)

Lupo, allevamento, montagne, turismo: cose che insieme non possono funzionare, ci dicono. Qui l’allevamento è fortemente legato al turismo, si può dire che, almeno nella stagione estiva, le due attività siano inscindibili. Ma di questo vi parlerò in un altro post

Il primo giorno di pascolo

Paese che vai, usanze che trovi… Regione che vai, usanze che trovi! Dopo aver pubblicato alcune immagini dei giorni scorsi su facebook, ho capito che era necessario un articolo per spiegare come funzionano le cose da queste parti. La vita (e il lavoro) in alpeggio non sono uguali ovunque.

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Un alpeggio che, nelle scorse settimana, ancora attendeva uomini e animali – Ollomont (AO)

Ecco che l’inizio della stagione può essere differente a seconda della vallata, della regione, del tipo di animali e persino della razza di animali allevati. Come sapete, da qualche anno ormai frequento soprattutto le montagne della Valle d’Aosta. Nonostante la distanza con il confinante Piemonte non sia molta, qui cambiano molte cose.

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Fioritura del tarassaco nel Vallone di Vertosan – Avise (AO)

L’altro giorno siamo andati nel Vallone di Vertosan, dove si trova l’alpeggio in cui trascorreranno l’estate le nostre vacche. Gli animali erano già su dal pomeriggio precedente, ma fino a quella sera non sarebbero uscite al pascolo. Strano, non vi sembra? Solo in parte… Questi tempi sono dovuti alla razza di animali che si alleva in Valle d’Aosta.

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Mungitura pomeridiana – Dzette, Avise (AO)

Ecco allora tutte le vacche (di razza valdostana pezzata rossa, pezzata nera e castana) in stalla, mentre vengono munte nel pomeriggio. Ciascuna è legata al suo posto. Terminata la mungitura, si uscirà al pascolo. Questo avviene due volte al giorno, al mattino e alla sera, dopo il pascolo gli animali vengono fatti rientrare in stalla.

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Valdostana pezzata rossa – Dzette, Avise (AO)

Sul muro della stalla sono segnati dei numeri, prima di uscire ad ogni animale verrà scritto sulla coscia il numero corrispondente al proprio posto, così da essere facilitati nel farli rientrare e legare la sera. Soprattutto i primi giorni, questa non è un’operazione semplice. Qui poi gli animali non resteranno a lungo, perché dopo una decina di giorni la mandria verrà già spostata nel tramuto superiore.

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Partenza per il pascolo – Dzette, Avise (AO)

Dopo aver mangiato un po’ di merenda, il casaro va ad occuparsi del latte, mentre tutti gli altri (padroni degli animali, operai, gestore dell’alpeggio, amici, parenti) fanno uscire le vacche dalla stalla e iniziano a chiamarle verso il pascolo. Qualcuna in fondovalle già usciva a pascolare, altre escono in quel momento per la prima volta dopo mesi di alimentazione a fieno. Ma perché attendere fino al tardo pomeriggio per uscire?

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Le vacche castane scavano, muggiscono e si preparano a dar via alle battaglie – Dzette, Avise (AO)

Si è aspettato l’arrivo di tutti gli animali che costituiranno la mandria per quell’estate. Uscire solo con alcune avrebbe complicato le cose, invece adesso sono tutte insieme e… “faranno conoscenza” in un unico momento. Qui questo particolare momento viene chiamato “decorda“, cioè quando per la prima volta vengono slegate tutte insieme le vacche. In questo alpeggio gli animali vengono fatti uscire e salire in un prato qualche centinaio di metri più a monte, più pianeggiante rispetto a quelli sotto l’alpeggio.

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Battaglie tra reines per definire chi guiderà la mandria – Dzette, Avise (AO)

Dopo aver raspato con le zampe, dopo vari muggiti e sfregamenti del capo nella terra, iniziano le battaglie, qualcuna rapida, qualcuna più combattuta, il tutto sotto gli occhi vigili dei proprietari degli animali. Avere la regina è soddisfazione, è prestigio, è la realizzazione di tanti sacrifici fatti per i propri animali. Quest’anno le decorde sono più che mai l’occasione per vedere delle battaglie, dato che i vari incontri ufficiali in calendario sono stati tutti sospesi a causa dell’emergenza Covid.

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Momenti di una battaglia – Dzette, Avise (AO)

Il tutto avviene in modo totalmente naturale,  l’intero prato risuona di muggiti e di sbuffi, qua e là gli animali si affrontano due a due. Gli occhi di tutti però sono puntati sula regina del gestore dell’alpeggio, che si scontra con una bestia di pari mole e potenza, mandata in alpeggio per l’estate da un altro allevatore.

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Si pascola la prima erba fresca in alpeggio – Dzette, Avise (AO)

Le valdostane pezzate rosse invece pascolano placidamente, loro pensano soprattutto ad alimentarsi e cercano di stare discoste dalle loro compagne attaccabrighe.

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Battaglia tra valdostane pezzate rosse – Dzette, Avise (AO)

Succede molto più raramente, ma anche alcune di loro danno vita ad alcune brevi battaglie, ma non sono “quelle che contano” per definire i ruoli gerarchici nella mandria per il resto della stagione.

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Si assiste alle battaglie – Dzette, Avise (AO)

Le decorde richiamano un buon numero di appassionati, specialmente laddove si sa che vi sono reines importanti. E’ un’occasione di vedere gli animali che si misurano tra di loro, incontrare amici con la stessa passione, fare un po’ di festa insieme.

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Lo sguardo “triste” di una reina che ha perso una battaglia – Dzette, Avise (AO)

Passato quel primo momento di festeggiamenti, dal giorno dopo (o meglio, dalla notte successiva, dato che si inizia a mungere ben prima del sorgere del sole) inizia la routine del lavoro d’alpeggio. Per i Valdostani tutte queste sono normali ovvietà, ma gli amici che mi seguono da altre regioni vivono il loro primo giorno d’alpeggio in altri modi.

Che stagione sarà?

Le stalle si stanno svuotando, in questi giorni c’è stato un flusso incessante di camion, camioncini, trattori con bighe, tutti carichi di vacche dirette agli alpeggi del vallone che si apre qui sopra. E lo stesso sta succedendo altrove. La stagione d’alpeggio 2020 è iniziata, nonostante tutto. Ma che stagione sarà? Oggi è la Giornata Mondiale dell’Ambiente, così si fa un gran parlare di biodiversità, di scomparsa di specie (animali e vegetali), di inquinamento, di clima (e dei suoi cambiamenti).

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Biodiversità in un prato in Valtournenche (AO)

Anche i prati e i pascoli di montagna sono ricchissimi di biodiversità, il fatto che l’uomo li gestisca (con lo sfalcio e con la brucatura da parte di mandrie e greggi) ne garantisce la biodiversità, a patto che il carico di animali sia adeguato (né troppi capi, né troppo pochi). Certamente, anche il bosco è ricco di biodiversità, ma diversa da quella di un prato. E c’è ancora più biodiversità quando si alternano ambienti diversi (boschi, radure, pascoli di alta quota, ecc…). Visto che, purtroppo, sempre di più una certa fetta di informazione demonizza l’allevamento in generale, senza far differenze tra quello intensivo e quello estensivo più tradizionale, è sempre meglio ripetere queste cose. E ribadire come l’allevamento estensivo sia importante sia per la biodiversità (vegetale, ma anche animale, grazie alla scelta di razze autoctone), sia per il paesaggio.

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L’alpeggio Berruard (1947m) già caricato ad inizio giugno – Ollomont (AO)

Ma torniamo alla nostra stagione d’alpeggio che sta prendendo il via. Dopo un inverno ancora una volta abbastanza mite, la neve si è poi abbassata di quota quando la primavera stava per iniziare, ma ovviamente non è rimasta a lungo sul suolo. Così a fine maggio l’erba è già verde anche intorno a quegli alpeggi che dovrebbero vedere l’arrivo delle mandrie solo nel cuore della stagione estiva. Non è un buon segno e non fa ben sperare.

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Pascoli a 2100m il 2 giugno nella Conca di By – Ollomont (AO)

Un amico pastore salito in montagna con il suo gregge già agli inizi di maggio mi diceva che l’erba “veniva già grossa“, cioè era già alta, dura. A queste quote lo si vede anche nei prati, dove l’erba sarebbe già matura per la fienagione, se soltanto il tempo lo permettesse. I temporali e le piogge, oltre ad averla infradiciata, l’hanno persino coricata al suolo.

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Al 7 di maggio la neve era già quasi interamente sciolta alla Tsa de Pierrey (2333m) – Vallone di St.Barthélemy, Nus (AO)

In alto c’è poca, pochissima neve e questo sarà un problema, se dovesse esserci siccità. Per ora le previsioni indicano un periodo di instabilità che sembrerebbe dover durare per parecchi giorni, ma l’estate è lunga, non sono sufficienti dieci giorni di pioggia a giugno per garantire buona erba e acqua nei ruscelli e nei laghi fino a settembre. Soprattutto se poi le temperature dovessero salire e farsi estreme come già accaduto nelle ultime estati.

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L’inizio del Ru de By – Ollomont (AO)

La Valle d’Aosta è una regione abbastanza secca e ventosa, fin dall’antichità l’uomo ha realizzato una vasta rete di canali (ru) per portare l’acqua sui versanti dove altrimenti non ve ne sarebbe la disponibilità. I ruscelli iniziano in un corso d’acqua dove c’è la presa principale e la distribuiscono man mano dove ce n’è bisogno, con un sistema di saracinesche, vasche e canali secondari. L’irrigazione dei prati in gran parte delle zone è stata modernizzata con dei sistemi di girandole, la cui apertura temporizzata è regolata dai computer, ma… all’inizio c’è sempre solo un torrente di alta montagna alimentato dallo scioglimento di neve e ghiacciai.

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Ciò che resta dei ghiacciai del gruppo del Monte Bianco visti dalla Val Veny – Courmayeur (AO)

…ghiacciai che arretrano sempre di più, alimentati da sempre meno neve. Per cui ci si augura che piova ogni tanto, almeno un temporale, per mantenere l’erba verde, per farla crescere nei pascoli più bassi dopo che è stata consumata, di modo che gli animali possano passare una seconda volta a fine stagione. Si spera che ci sia acqua nei torrenti, per far sì che gli animali possano bere, ma anche per utilizzarla per l’irrigazione, laddove questa venga fatta anche in alpeggio.

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Un tratto del Ru de By – Doues (AO)

Come sarà la stagione dal punto di vista del clima e, conseguentemente, della vegetazione, lo potremo dire solo al mese di ottobre, quando le montagne torneranno silenziose. Interrogativi quest’anno comunque ne abbiamo ben più del solito, per quello che riguarda la vendita dei prodotti, l’afflusso di turisti, l’atteggiamento di questi ultimi nei confronti dell’ambiente montano, dei suoi abitanti…