Lavorare con la natura mi ripaga da tutti gli sforzi e i sacrifici che facciamo ogni giorno

I giovani che stanno rispondendo al questionario per raccontarci cos’è successo nella decina d’anni tra la mia intervista per il libro e oggi ci stanno raccontando delle belle storie. Non sappiamo se, chi non ha risposto, forse non ha avuto altrettanto successo, ma… purtroppo sono tanti i fattori che influenzano le nostre vite, figuriamoci poi quando si pratica un lavoro che è una vera e propria scelta di vita!

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Oggi ci spostiamo in Valsesia dai fratelli Vaira. Qui l’intervista raccolta nel 2011 con Filiberto, allora studente universitario. E oggi invece? Di nuovo a lui la parola, in rappresentanza dell’azienda e della famiglia. “Grazie a te per ridarci la possibilità di raccontare. Abbiamo ancora animali e abbiamo ingrandito l’azienda: come detto nell’intervista scorsa, abbiamo eliminato gli ovini e aumentato i caprini (70 capi) e i bovini (45 capi).

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I bovini sono tutti di razza bruno alpina originale: è stata una nostra scelta soprattutto per un valore affettivo di questa razza, dato che era la vacca dei Walser. Abbiamo recuperato un po’ di capi qui vicino e adesso anche capi da Austria e Svizzera per migliorare la qualità dei nostri capi aziendali. Come prima veniamo in alpeggio in Valle Vogna, dove abbiamo acquistati nuovi terreni.

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In inverno non affittiamo più la stalla nel novarese, ma abbiamo comprato una cascina a Sostegno (BI), che si trova all’imbocco della Valsesia. Adesso l’azienda è a nome mio e dei miei fratelli e abbiamo formato una società, Azienda Agricola Vaira s.s.a., dove mio fratello si occupa dell’allevamento e trasformazione formaggio, io mi occupo della burocrazia aziendale, stagionatura formaggio, trasformazione carni e salumi, vendita prodotti e anche aiuto in allevamento, diciamo che sono il jolly per tutto! Oltre a noi c’è mia sorella che si occupa dei cavalli, prima erano due aziende distinte adesso ci siamo uniti per poterci aiutare meglio l’un l’altro, infatti per quanto riguarda i cavalli abbiamo costruito una stalla ad Alagna Valsesia, grazie ai contributi dell’insediamento giovani.

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Le difficoltà come dico sempre sono nella burocrazia, anche le domande di contributo vengono sempre più complicate e richiedono sempre più tempo, nel nostro caso io mi occupo di più di questo argomento e sono più aggiornato, ma chi si trova a gestire un’azienda da solo troverà molte difficoltà. Il lavoro sul campo ha i suoi problemi, ma sono problemi che si affrontano volta per volta e che ti fanno dire, a fine giornata, ho fatto fatica ma sono soddisfatto.

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A livello famigliare io mi sono sposato e ho una bambina di 2 anni, Mio fratello ha un figlio di 3 anni e mezzo e mia sorella un bambino di 11 e uno di 3. I nostri partner danno una mano in azienda oltre a fare altri lavori.

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Al momento abbiamo ancora molti progetti, tipo creare un piccolo agriturismo dove offrire tutti i nostri prodotti, quelli dell’allevamento, ma anche da tutte le piccole produzioni che vogliamo ingrandire per essere più autosufficienti nell’agriturismo, come produzione ortaggi, cereali per farina, frutta e apicoltura.

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Sono molto soddisfatto perché lavorare con la natura mi ripaga da tutti gli sforzi e i sacrifici che facciamo ogni giorno, inoltre io lavoro anche come guardiacaccia in un’azienda faunistica, che mi permette di integrare lo stipendio e di continuare la mia passione di lavorare con la fauna e la natura, argomenti anche studiati all’università quando avevamo fatto l’altra intervista.

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Ai giovani che cominciano adesso 10 anni fa avrei cercato di sconsigliare loro questa avventura, oggi invece darei loro una mano, perché in questi anni ho capito che (soprattutto in montagna) il ritorno di tanta gente al lavoro in campagna va a beneficio di tutti e anche al beneficio personale, perché questo lavora è faticoso. ma ti regala delle soddisfazioni incredibili. Ogni giorno è una magia diversa, quello della nascita di un vitello o un capretto, la rinascita della natura in primavera, la raccolta dei tuoi prodotti dalla terra, ogni cosa per me è speciale. Al giorno d’oggi l’agricoltura è una certezza, anche se a fine mese non si è diventati più ricchi di prima, hai la possibilità di vivere bene, in un ambiente sano, e mangiare i tuoi prodotti.

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Fanno bene al cuore e allo spirito, queste belle storie, non trovate? Qualcuno potrebbe dire: “Quelli che si lamentano, sono degli incapaci! Questi sono i veri agricoltori/allevatori!“. Permettetemi una chiave di lettura di questa storia: abbiamo un’impresa famigliare con apporti economici che vengono anche da altre attività esterne alla sola azienda zootecnica. Sicuramente questo è l’elemento che fa la differenza e che permette la sopravvivenza, il successo, di un’azienda medio-piccola di montagna. Ma si tratta di un insieme di fattori non sempre facili da trovare, mescolare e far funzionare!

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Le soddisfazioni sono alla fine della strada, quindi forza e coraggio!

Proseguiamo il nostro “cammino” tra i giovani allevatori protagonisti di “Di questo lavoro mi piace tutto“. Oggi andiamo in provincia di Cuneo, all’imbocco della Valle Maira, a trovare Ylenia Luciano e la sua famiglia. Come vi avevo detto, di molti di loro conosco il “seguito della storia”, o per rapporti di amicizia, o perché comunque ogni tanto ci si vede.

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Sentiamo cosa ci racconta Ylenia: “Non è da tanto che sei passata a trovarci, quindi ti confermo che continuiamo ad allevare mucche, pecore, capre e asini. Abbiamo anche 4 cani e una maremmana che ci aiutano nel nostro lavoro. Abbiamo ingrandito un pochino la stalla per le mucche e i terreni coltivati ,ma per il resto resta sempre più o meno com’era quando eri venuta per l’intervista. L’azienda continua ad essere intestata a mio marito, ma si è aggiunto Silvio, mio cognato, come coadiuvante dopo la chiusura dell’ azienda in cui lavorava.

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Le difficoltà nel lavoro sono legate soprattutto al fatto che sono richiesti sempre più aggiornamento e informatizzazione. Continuiamo a vendere il latte bovino a Piemontelatte, dato che la cooperativa Valle Stura non lo ritira più. Non abbiamo mai presentato domande per aiuti, né come giovani né altri.

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Nella vita ci sono stati cambiamenti dato che, come sai, oltre a Giorgio che era piccolissimo, ma c’era già, adesso c’è anche Elisa. Con i loro rispettivi quasi 8 e quasi 6 anni, oltre alla scuola si divertono ad aiutarci con gli animali,  dato che non sono amanti né di televisione, né di telefoni, pc, giochi virtuali ecc.

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Per il futuro, magari ci piacerebbe riuscire a valorizzare maggiormente il biologico, che pratichiamo da anni. Ai giovani diciamo che la strada è lunga e faticosa ma le soddisfazioni sono alla fine della strada quindi forza e coraggio!!

A noi piccoli allevatori manca l’impegno politico e il senso di cooperazione

L’altro giorno Matteo, parlando della sua “storia”, diceva che non poteva lamentarsi della vita che stava conducendo: ha una bella famiglia e fa il lavoro che gli piace. Amici allevatori (di pecore e capre) hanno condiviso l’articolo, commentando però con un’analisi personale di questa affermazione. Matteo è giovane, Aldo e Marilena invece hanno già qualche primavera (ma anche estate, autunno, inverno) in più alle spalle. Ci conosciamo ormai da molti anni, così ho chiesto loro se potevo usare la riflessione scaturita dalla lettura del post come spunto per i lettori di questo blog.

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Marilena e la sua bancarella durante una fiera

Della nostra vita non possiamo lamentarci, ma di come viene pilotata a livello politico e di investimenti economici sì. Una critica feroce: a noi piccoli allevatori manca l’impegno politico e il senso di cooperazione per discorsi di promozione, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per grande concentrazione nei propri progetti.

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Il gregge dell’azienda En Barlet a Roaschia (CN)

Vere entrambe le cose: soprattutto al piccolo imprenditore agricolo/allevatore, il tempo manca, manca sempre, perché si lavora da mattina a sera e spesso anche di notte. Gestisci gli animali, portali al pascolo, pulisci stalle, mungi, fai il formaggio, vai a venderlo… Altro che le otto ore!!! E quando dai il via a un progetto, un’innovazione, un cambiamento, questo stravolge la routine, succhia altro tempo e altre energie. Per non parlare di quando sei costretto a “differenziare” svolgendo anche altre attività agricole per far quadrare i conti.

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Aldo e la bancarella dei prodotti a Roaschia (CN)

Eppure sopratutto in tempi di crisi come oggi, diventa fondamentale l’associazionismo e il consorziarsi con dati alla mano di ciò che si produce da presentare al mercato e ai consumatori, che giustifichi e faccia riflettere la differenza di prezzi rispetto alla grande distribuzione. Per fare tutto ciò ci vuole un supporto tecnico ed economico che solo il pubblico può fare, così come  la corretta gestione politica come progetto di miglioramento della salute e alimentazione, oltre che della gestione dell’ambiente. E noi dovremmo essere quelli che fanno leva perché questo si muova. Altrimenti resteremo sempre in attesa di fondi di supporto ad una politica gestita dall’alto, purtroppo sempre mirata alla grande produzione.

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L’Associazione casare e casari ha sempre uno spazio dedicato durante la manifestazione Cheese a Bra (CN)

I miei amici citano, come valido esempio, l’associazione casare e casari di azienda agricola di cui fanno parte da anni.  Perché associarsi ha un senso “…per avere più professionalità, consapevolezza, conoscenza di quello che si fa e di come si inserisca nell’intorno, per muoversi. E’ una strada lunga la consapevolezza. Ma paga.

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Marilena nel suo spazio presso lo stand dell’Associazione Casare e Casari a Cheese, Bra (CN)

Con l’Associazione, si organizzano incontri caseari con tecnici su tematiche strutturali e tecnologiche dove incontri altri allevatori e puoi chiedere e confrontarti. Da quest’ anno siamo diventati nazionali, con afflusso di allevatori del Sud, mentre prima eravamo circoscritti al Piemonte, questo per essere collegati ad altre associazioni a livello mondiale. Quest’anno hanno fatto un incontro in Svezia. Peccato fosse in autunno, non abbiamo potuto andare. Due anni fa si è organizzato un viaggio vacanza caseario, con visite a varie realtà a Gran Canaria, nostro figlio Nicolò ha partecipato. Adesso il Presidente è Eros Scarafoni, che gestisce azienda agricola/zootecnica (azienda Fontegranne) con produzione di formaggi a Belmonte Piceno, Fermo, Marche.

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Gli animali della piccola azienda di Giovanni a Fossano (CN)

Anche un altro amico, Giovanni, mi racconta di come far parte di una realtà associativa abbia permesso alla sua azienda di andare avanti nonostante le piccole dimensioni che, nel mercato attuale, l’avrebbero portata a soccombere. Lui alleva bovine piemontesi da carne. “Mi sono avvicinato a La Granda una decina di anni fa vedendo che sul mercato la qualità non veniva riconosciuta e non ti veniva riconosciuto il maggior impegno e i maggiori costi.  Anzitutto il prezzo nella Granda è fisso indipendentemente da come va il mercato e questo di mette già al riparo dalle sue oscillazioni; hai a disposizione un disciplinare frutto di esperienze maturate dal 1996 ad oggi che viene costantemente aggiornato grazie anche ai consulenti che riusciamo a permetterci essendo un gruppo e non un singolo allevamento.”

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Un nuovo arrivo in azienda

“Tutto quello che può servire a migliorarsi viene messo a disposizione di tutti gli allevatori che sono medio piccoli con linea vacca vitello e a conduzione famigliare; non ci sono intermediari e gli animali sono venduti ad alcuni macellai e Sergio Capaldo che a sua volta rifornisce Etaly ma non solo. Capaldo è l’anima di tutto questo! È riuscito a convincerci che, superando le diffidenze e le rivalità, mettendosi insieme si poteva affrontare meglio le difficoltà invece di lamentarsi e basta! Quando sembrava che il futuro fosse solo in grossi allevamenti da latte o da carne Sergio ha capito che c’era anche per piccole realtà a conduzione famigliare legate al territorio che avevano in mano una carne di alta qualità. Però bisognava dirlo alle persone, farlo sapere; così ha abbandonato la professione di veterinario e si è buttato anima e corpo in questa avventura dove tutti gli dicevano che non avrebbe combinato nulla, che la razza bovina Piemontese sarebbe presto scomparsa; invece dai cinque coraggiosi allevatori iniziali oggi siamo quasi ottanta!”

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Uno sguardo al mondo innevato fuori dalla stalla

“Poi per carità non è tutto rose e fiori perché il mercato della carne ha delle grosse oscillazioni e La Granda garantisce il prezzo ma non il ritiro di tutti gli animali; quando ci sono meno richieste bisogna anche vendere qualche vitello al di fuori del circuito ma per avere il prezzo fisso non si può fare diversamente. Alle riunioni a volte ci si scontra ma almeno così è tutto alla luce del sole, non ci sono segreti e ci sente parte di un gruppo, di una famiglia dove ci sono discussioni ma per affrontare i problemi e trovare la soluzione migliore per superarli. Sinceramente io non avessi aderito a La Granda nel 2007 a quest’ora avrei già abbandonato perché un piccolo allevamento non può reggere le oscillazioni del mercato se fa qualcosa di alternativo e anche il fatto che se dentro qualcosa che mette il produttore al centro ti motiva ad andare avanti; altrimenti ti scoraggi,ti lasci andare.

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Ancora le vacche piemontesi di Giovanni a Fossano (CN)

Sono soltanto due esperienze, entrambe positive, da quel che ci raccontano questi amici. Sappiamo però che non sempre le cose vanno bene, in realtà associative: sono fondamentali un buon coordinamento generale, nessuno che voglia trarre profitti o particolari vantaggi personali, la mentalità e la predisposizione giusta per collaborare. Ovviamente, come sempre, la porta è aperta per chiunque voglia replicare a quanto detto da questi amici (scrivendo nei commenti) o raccontarmi la sua storia per realizzare altri post.

Abbiamo ricominciato da zero quattro volte in 20 anni

Oggi ci racconta la sua sua storia Marco Guerrini, un altro dei giovani protagonisti di “Di questo lavoro mi piace tutto“. Lui aveva lasciato il Piemonte per andare in Polonia a continuare la sua attività di allevatore. Sul mio vecchio blog era “Marco il polacco”, che spesso inviava immagini dalla sua nuova terra…

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Alleviamo ancora, ma non vacche a causa della separazione dai miei ex-soci. Le vacche e i trattori sono rimasti a loro e mi hanno pagato il valore concordato. Adesso alleviamo lumache, oltre al pollame, e probabilmente inizieremo quest’anno con un gruppo di agnelli da ingrassare per conto di un macellaio di prossimità che serve la ristorazione di alta qualità.

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Il perché non ci siamo rimessi con le vacche è che ci siamo affrettati dopo la divisione per rimettere in piedi un qualcosa in grado di dare un reddito senza i tempi di avvio di una stalla. L’azienda e’ sempre nostra, come lo era prima, non essendo agricoli di famiglia in nessun modo.

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Trasformiamo gli ortaggi che produciamo su quasi 3 ettari, specializzandoci nell’essiccato. Tra un mese ci sara’ un bando dedicato del PSR e ci vorremmo entrare per aumentare il volume di lavoro in ambito di comodità e lavoro a ritmi “umani” (pelare e tagliuzzare 30 quintali di aglio a mano non lo auguro nemmeno al mio peggior nemico).

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Da quest’anno ci sono state parecchie liberalizzazioni sulla vendita diretta anche di carne e derivati, per cui allargheremo la nostra offerta. Probabilmente in capo a un anno e mezzo avvieremo anche un online shop. Ho già presentato domande per aiuti, ma non li ho ottenuti. Sara’ questo bando quello su cui ci affidiamo per un giro di boa importante. Non li ho presi per i cavilli che affliggono in generale la costruzione dei bandi PSR, che tendono più a premiare chi ha realtà grandi e consolidate, rispetto agli outsider o alle piccole realtà. O meglio, con 5000 metri quadri di lumache siamo finiti in un livello economico teorico, secondo i tabulati dell’ente erogatore, per cui eravamo troppo grossi per accedere ai bandi dedicati esclusivamente alle micro-aziende, che oggettivamente sono state aiutate. Il bando successivo per le aziende medie non prevedeva la trasformazione, per la quale c’e’ appunto il bando di febbraio, che dovrebbe essere il nostro.

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Nella mia vita da quel dì sono cambiate diverse cose: due figli, la divisione dalla società delle vacche (con le relative preoccupazioni di recuperare quanto investito senza mangiarsene meta’ in tribunale), un trasloco di una quarantina di km da dove stavamo prima. La mia partner comanda, altro che lavora in azienda!! In pratica abbiamo ricominciato da zero quattro volte in 20 anni. Prima in Italia, poi venire in Polonia in una grande azienda come soci, poi una breve realtà di vendita di prodotti italiani tipici che abbiamo subito ceduto perché non era il nostro mestiere (prima di farsi male), e ora di nuovo in agricoltura, in un settore inedito, come quello delle lumache e dell’orticoltura specializzata.

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Con una legge abbinata al PSR per le piccole aziende, abbiamo anche iniziato a vendere macchine agricole e per la zootecnia. Non abbiamo chiesto il contributo di avviamento per non finire in una situazione sfavorevole con i costi amministrativi, ma abbiamo fatto da soli.

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Abbiamo anche incontrato difficoltà in questi anni, a partire dall’entrare in un tessuto sociale diverso dal nostro e dovere imparare una lingua come il polacco. Io sono sempre stato selvatico, la solitudine non mi pesa, anzi, talvolta la cerco. Il discorso finanziario… quello c’è per tutti e per tutto. Con poco fai poco, ma se basta, va bene anche il poco.
Ci sarebbero tante cose che vorremmo realizzare, ma il freno, se cosi’ si può definire così, è la responsabilità verso i figli, cioè di fare il passo secondo la gamba. L’allevamento ci manca, ma siamo consapevoli che porta a una vita di sacrifici, e la domanda è questa: è giusto imporla ai figli? Anzi, le domande sono due: vale la pena rimettersi con il bestiame a 40 anni, e magari tra 15 esce che nessuno porterà avanti il tuo lavoro? Sono soddisfatto della mia vita. Con il senno del poi non mi insedierei più in Piemonte, ma sarei venuto via a 18 anni, quando le possibilità erano molto più attraenti per i giovani (per quanto siano ancora buone e i bandi insediamento vengano usati). Questo non per sputare nel piatto in cui ho mangiato, perché so benissimo che senza l’avvio in Italia né avrei avuto il capitale per aderire alla società, né avrei nemmeno avuto i presupposti per conoscere questa gente, operante in zootecnia. Agli altri giovani direi di seguire il proprio progetto, ma di rimanere bene coi piedi per terra, perché non si campa di sola passione. e poi arriva il momento in cui ti guardi attorno e ti chiedi che strada stai percorrendo? E vale la pena? Dico anche di non considerare l’estero come una fuga, o una vigliaccata. Ognuno sta bene dove si sente a casa e siamo tutti cittadini del mondo. Se altrove i propri desideri si possono realizzare meno difficilmente, perché no?

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La storia di Marco era diversa dalle altre già nel libro, e come vedete sta continuando in  modo molto particolare. Intanto sto ricevendo anche altre testimonianze e, pian piano, le condividerò con tutti i lettori. Pur tra tanti cambiamenti, continua il suo cammino tra allevamento e agricoltura…

Piccolo vademecum per l’automobilista

Mi è già capitato più volte di scrivere a riguardo dello spostamento di animali lungo le strade a percorrenza più o meno elevata di automobilisti. Era argomento quasi quotidiano quando il mio mondo era quello del pascolo vagante.

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Discesa dall’alpeggio Veplace lungo la strada di St. Barthélemy – Nus (AO)

In questi giorni, lungo le strade di montagna e di fondovalle, si possono incontrare le ultime transumanze. Oggi il cielo è un po’ grigio, l’aria freddina, passano meno turisti rispetto alle settimane scorse. Ma quello che sto scrivendo vale oggi, domani, quest’anno e anche il prossimo. E’ valido quando si incontra una transumanza, bisogna tenerne conto in caso si incrocino animali che vanno al pascolo o rientrano in stalla.

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Transumanza autunnale – Porliod, Nus (AO)

Chi incrocia con la sua auto gli animali, spesso è totalmente impreparato. Lo vedo in prima persona, camminando davanti a pecore, capre o bovini. Si fa segno agli automobilisti di rallentare, si fa segno di accostare a destra, possibilmente liberando la sede stradale quando c’è uno slargo, ma raramente il pilota capisce. C’è chi viene avanti fino ad “entrare” tra gli animali, chi prosegue a bassa velocità se vede parte della carreggiata libera, chi si ferma in mezzo alla strada e così via.

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In fila indiana: le vacche preferiscono non camminare sull’asfalto – Vallone di St. -Barthélemy, Nus (AO)

Non so quanto possa servire, ma scrivo qui alcune regole che sono utili a preservare l’incolumità degli animali e dei mezzi guidati da chi incrocia il loro cammino. E’ vero che il codice della strada richiederebbe di occupare con il bestiame solo una carreggiata, ma non sempre questo è facile (e pratico) da rispettare. Chi conduce mandria/gregge, cerca sempre di agevolare il sorpasso degli automobilisti in coda quando ritiene che ci siano le condizioni di sicurezza per farlo.

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Transumanza autunnale – Chatillon (AO)

Quando vedete che gli uomini vi fanno segno di sorpassare, non indugiate eccessivamente perché non è facile contenere gli animali sulla metà sede stradale, quindi occorre sfruttare il momento. Nello stesso tempo, prestate la massima attenzione perché gli animali non sanno che devono rispettare la mezzeria, può sempre esserci uno scarto improvviso. Tenete d’occhio i cani, che spesso corrono di fianco al bestiame proprio per aiutare gli uomini a contenerlo. Conoscono alla perfezione il loro compito, ma tengono d’occhio gli animali e non le auto. Questi principi valgono anche quando vedete degli animali al pascolo lungo una strada: rallentate e… massima attenzione.

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Desarpa (discesa dall’alpe) – Blavy, Nus (AO)

Se invece gli animali vengono nella direzione opposta alla vostra, fermatevi, possibilmente stando più a destra possibile. Se c’è uno spiazzo, una banchina larga, parcheggiate lì. Il vostro mezzo sarà più sicuro, saranno minori i rischi di contatto con gli animali. Inoltre, se non lasciate spazio alla vostra destra, si evita che un animale vada a passare proprio lì, danneggiando magari uno specchietto. Spegnete il motore o almeno evitate di accelerare (soprattutto se avete una moto), il rombo del motore potrebbe impaurire gli animali.

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Desarpa lungo il Vallone di St.Barthélemy – Nus (AO)

Specialmente se si tratta di bovini, potreste agevolare il lavoro di chi conduce la mandria uscendo dal vostro mezzo e posizionandovi appena davanti al lato sinistro. Basta agitare le braccia per allontanare gli animali, così da far sì che non urtino l’auto. Quando possibile, le persone che accompagnano la transumanza corrono a svolgere questo compito, ma talvolta è difficile arrivare in tempo, specialmente se nello stesso tempo c’è da evitare che gli animali passino dietro ad un guard-rail o scappino in un prato.

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Transumanza a Pontey (AO)

Fatelo anche quando incrociate un gregge. Se le vacche possono mettervi paura per la loro mole, con capre e pecore non correte sicuramente rischi. La lana non riga le carrozzerie, ma una campana o un corno sì, quindi costa poco scendere (e così vi godrete anche meglio lo spettacolo!). Non è poi così difficile da fare, ciò che vi ho chiesto. Ricordate comunque soprattutto che gli animali non ragionano come noi, quindi non potete mai pensare che rispettino certe regole “umane”. Massima prudenza sempre e… quando vedete un cartello stradale che segnala la presenza di animali, effettivamente in certi periodi dell’anno questi ci sono, anche solo per attraversare la strada tra la loro stalla e il pascolo. Fermatevi in modo da essere sicuri voi (in un luogo visibile da chi arriva alle vostre spalle) e da non intralciare il transito del bestiame. Quando passa anche l’ultimo agnello, capretto, vitello, cane… solo allora potete ripartire: un piccolo, separato dal resto del gruppo, può impaurirsi e scappare in tutt’altra direzione. Grazie a tutti per la pazienza e la comprensione.

L’invidia degli altri

La scorsa domenica ero a Genova in occasione del Book Pride, per l’uscita del mio nuovo libro, il romanzo “Il canto della fontana“. Parlare di una propria opera dove nessuno (o quasi) ti conosce è una soddisfazione maggiore, perché chi si ferma a chiedere maggiori informazioni sull’opera o a chiacchierare con l’Autore è sicuramente una persona interessata, non si tratta dell’amico che si sente in dovere di acquistarti il libro…

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Ultime giornate al pascolo in quota – Cret, Nus (AO)

Più volte, chiacchierando con questi potenziali lettori, è ritornata la classica frase sul “beato te che…”. Che fai questa vita, che vivi in quei posti, che stai in montagna con gli animali, ecc ecc ecc. L’immaginario collettivo sembra fermarsi ai momenti belli, alle immagini come quella che ho appena pubblicato.

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Al pascolo prima di iniziare la discesa di fine stagione – Venoz, Nus (AO)

Quando cerco di spiegare che occorre andare oltre la poesia, che è un lavoro come un altro, anzi… il settore zootecnico vincola come pochi altri mestieri, ricevo in cambio sguardi eloquenti: “Cosa ti lamenti, che fai un mestiere invidiabile!”. Ma cosa invidiate? Me lo spiegate? Forse abbiamo punti di vista differenti.

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Con Joli coeur, capra viziata e “molto social”! – Petit Fenis, Nus (AO)

Io non mi lamento affatto, le mie scelte le ho fatte, poi molte cose le ho comprese solo vivendole. Quello che cerco di spiegare è la differenza tra l’immagine stereotipata a metà tra il cartone animato di Heidi e il quadretto romantico. Se vi piace questa vita, se ciò a cui aspirate è il contatto con la natura, le soddisfazioni che vengono dal lavoro con gli animali, spazi in montagna, in collina ce ne sono, potete iniziare anche voi.

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In posa per uno scatto con l’alta valle sullo sfondo – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma mettete in conto non solo l’affettuosità degli animali: considerate che al momento magico delle nascite si contrappongono i casi di malattia e anche di morte. Per non parlare poi delle difficoltà economiche nel gestire un’azienda agricola/zootecnica in montagna… Degli orari che gli animali ti richiedono…

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Il cielo in un pomeriggio autunnale di vento – Petit Fenis, Nus (AO)

La montagna che offre momenti magici, paesaggi incantati… Il lavoro di allevatore spesso ti permette di goderne appieno, specialmente se sei al pascolo. Devi però stare al pascolo anche quando fa freddo, quando soffia il vento freddo dal mattino alla sera, quando piove o c’è la nebbia.

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La desarpa – Blavy, Nus (AO)

E la montagna te la godi in modo subordinato al tuo lavoro: mentre scendi con gli animali per la transumanza di fine stagione, incontri decine e decine di auto con persone che salgono, pronte a inforcare la bicicletta o mettere lo zaino in spalla e compiere delle meravigliose escursioni approfittando del clima ancora mite, dei colori caldi dell’autunno. Tu che fai l’allevatore invece in alta montagna probabilmente non ci salirai più fino alla tarda primavera o in estate.

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Contrasti e giochi di nuvole – Petit Fenis, Nus (AO)

Quando, anni fa, proprio d’autunno, ero salita in un villaggio di montagna per intervistare un giovane allevatore, anch’io avevo esclamato qualcosa sul “beato te che stai in un posto del genere!”. Il giallo e l’arancione delle foglie contrastavano con il blu del cielo e il profilo delle montagne. Lui non mi sembrava così entusiasta: forse pensava alle levatacce mattutine per andare a scuola in fondovalle, agli amici che non abitavano lì (non aveva ancora la patente). Ad età maggiori uno pensa ai negozi (o fai la scorta, o devi magari farti mezz’ora e più di macchina per raggiungere un alimentari), ai servizi di ogni tipo (dalla posta all’ospedale), al maltempo, alla neve che rendono questi spostamenti ancora più complicati. Se anche ti ritagli quel po’ di tempo libero (cosa non facile, con gli animali), non sempre è facile e immediato raggiungere un luogo per staccare dalla quotidianità, magari anche solo perché sei stanco morto e non hai più voglia di muoverti di casa.

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Rientro dopo il pascolo pomeridiano – Petit Fenis, Nus (AO)

Quando ero in alpeggio, gli amici che sono venuti a trovarmi per un paio di giorni o anche solo per una cena sono stati pochissimi. Nonostante le mie amicizie comprendessero quasi esclusivamente persone che la montagna la frequentano in modo assiduo nel tempo libero. Quando quest’estate, in modo scherzoso, pubblicavo su facebook immagini di giornate soleggiate e prati di montagna, nessuno ha risposto ai miei appelli per abbronzatura gratuita durante la fienagione. Immagino che, chi ha una seconda casa in montagna, dove ci si può abbronzare sulla sedia sdraio, non abbia problemi a trovare amici che si invitano per qualche giorno… Capite cosa volevo dire?

Convivenza e ignoranza

Lentamente le montagne si svuotano. Chi prima, chi dopo, a seconda della quota e della disponibilità di erba, tutti lasciano gli alpeggi a fine state, inizio autunno. Scendono le mandrie, scendono le greggi. Chi resta in valle si abbassa a pascolare intorno ai villaggi, fino al momento di mettere in stalla gli animali.

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Desarpa – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Quel giorno allora le montagne saranno silenziose, il silenzio che precede (si spera) l’arrivo della neve. A me la montagna piace in ogni stagione, l’alternarsi di questi momenti (transumanza in salita, pascolo estivo, discesa autunnale, aria fredda e silenziosa) genera in me sentimenti di gioia e malinconia. Mai potrei però immaginare, d’estate, la fascia di territorio “d’alpeggio” priva del tintinnio delle campane, dei belati, dei muggiti, dell’abbaiare dei cani.

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Tubi per lo spandimento dei liquami in alpeggio – Piani di Cappia, Valchiusella (TO)

Eppure non per tutti è così. Ci sono persone che si professano “amanti della montagna”, ma che si auspicano di vederla senza allevatori, mandrie, greggi. Ovviamente, anche questo mondo si è pian piano evoluto, portando “modernità” e semplificazioni nel lavoro anche in alpeggio a 2000 e più metri di quota. Non vedo perché il margaro, il pastore, dovrebbero rimanere fermi al XVIII o al XIX secolo per “fare folklore” mentre il resto del mondo va avanti!

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Pascoli delimitati da picchetti e fili – Val Ferret, Svizzera

Qual è dunque il problema? Da una parte, sicuramente, ci sono allevatori che non rispettano l’ambiente. Non difendo assolutamente chi abbandona attrezzature e immondizia in giro, chi non ritira fili e picchetti a fine stagione (pericolosi per la fauna selvatica e per chi pratica scialpinismo, oltre che a rappresentare uno spreco inutile di materiali), chi non smaltisce correttamente sacchi del sale, tubi e picchetti rotti, vasche da bagno sfondate e così via. Ma che dire invece di quei turisti che si lamentano con toni accesi della presenza di fili e picchetti a delimitare i pascoli lungo strade di montagna, piste sterrate comprese?

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Post comparso nel gruppo Facebook “Valle Maira” nel settembre 2018

Addirittura si invoca la denuncia alle Forze dell’Ordine… Tralasciando che i fili non sono metallici (sono in materiale plastico con un sottile filo metallico per la trasmissione dell’impulso elettrico) e che, ovviamente, i picchetti non sono piantati sull’asfalto… Invece di usare il buonsenso (reciproco) e il rispetto del prossimo (cosa di cui si era già parlato qui), ormai si è sempre tutti pronti ad attaccare briga alla prima occasione. E’ vero che, in caso di caduta, un ciclista potrebbe farsi male se proprio centrasse uno di questi picchetti di ferro (ma ve ne sono anche di plastica, di vetroresina, c’è addirittura chi usa vecchi bastoncini da sci!), ma potrebbe anche sbattere la testa contro una roccia, centrare un palo che sorregge un segnale stradale, finire contro un guard-rail o un paracarro!

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Animali vaganti e incustoditi su una strada di montagna – Forcola di Livigno, Svizzera

Il margaro mette fili e picchetti per delimitare il suo pascolo (di proprietà o affittato), per evitare che gli animali vadano a finire sulla strada. Perché si mettono a filo della strada? Per comodità e per far sì che gli animali puliscano anche la sponda stradale! Anni fa, con un amico, scendevo in bici da Sant’Anna di Vinadio (CN) e, nell’affrontare una curva, lui che era davanti a me si trovò a dover schivare all’improvviso una vacca proprio nel bel mezzo della strada. Quello sì che fu un momento di vero pericolo! Comunque, come avete visto in una delle immagini sopra, i picchetti di ferro non li usano solo in Piemonte, ma anche nella ricchissima e civilissima Svizzera!

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Stambecchi al pascolo in territorio d’alpeggio – Lac de Luseney, Vallone di St. Barthélemy (AO)

Ma le lamentele di certi amanti (ed esperti!) della montagna non si fermano qui. E’ sicuramente vero che esistono alpeggi con situazioni di sovraccarico (anche se spero che si tratti di un fenomeno sempre più sporadico, dato che amici mi hanno segnalato di aver ricevuto un controllo a sorpresa in alpe, sia per quanto riguarda le “carte”, sia la gestione del pascolo, controllo durato molte ore, a tavolino e sul territorio), ma non sono gli animali domestici a scoraggiare la presenza di selvatici. Anzi, la gran parte degli allevatori vede (e fotografa, postandoli poi sui social) camosci, stambecchi, marmotte, volpi, pernici, ecc. proprio mentre sta pascolando il proprio gregge o la propria mandria.

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Parte del branco di stambecchi del Luseney – Vallone di Saint Barthélemy (AO)

Purtroppo quest’anno di cervi ne ho visti pochi – mi raccontava un amico in alpeggio in una nota località turistica del Piemonte – Si sono abbassati di quota quando c’è stata tanta neve lo scorso inverno. I più deboli o sono morti o sono stati presi dal lupo. Sicuramente, da quando c’è il lupo, di selvatici in generale se ne vedono meno. Per il resto invece la selvaggina riceve anche benefici dal fatto che si pascola con il bestiame.

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Le manze sono già scese, ma intorno alle baite i pascoli sono più verdi che altrove – Fontainemore (AO)

Basta vedere in primavera o in autunno… Tutti i camosci o i cervi che pascolano dov’è più verde, cioè dov’è stato concimato, dove hanno mangiato e pulito le pecore o le vacche. Ma la gente ormai queste cose non le capisce più, magari le vede, ma non sa perché è così!

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La mandria scende a piedi, con un mezzo al seguito per le eventuali emergenze – Vallone di St.-Barthélemy (AO)

Sempre sullo stesso tema, un allevatore in Valle d’Aosta mi raccontava la sua estate: “Dove sono io passa un sentiero molto trafficato che porta a un rifugio. Certo che lì la gente non vede gli animali selvatici… In certi giorni è peggio che essere nella via centrale di Aosta! Bambini che gridano, genitori che li richiamano, cani che corrono e abbaiano liberi, senza guinzaglio. Però poi siamo noi a dare fastidio a loro, noi con il nostro lavoro e i nostri animali! L’altro giorno un turista mi ha aggredito verbalmente perché ero andato con la Panda a portare filo e picchetti i manzi. Ha persino chiamato la forestale!” Chissà se questo solerte escursionista ambientalista, nel recarsi al lavoro o per svolgere le proprie attività, va sempre e solo a piedi? “Ho sorpreso anche gente che mi rubava i picchetti del recinto per usarli come bastoncini. Ormai è un disastro!

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Sentiero escursionistico sistemato dal margaro per transitare in sicurezza con animali e attrezzature – Val Germanasca (TO)

Potrei, ahimé, citarvi molti altri esempi sullo stesso tema. Da quello che entra nell’alpeggio (utilizzato e abitato) come se fosse un luogo da visitare liberamente, in quanto facente parte “dell’ambiente turistico MONTAGNA”, a chi si lamenta per il suono delle campane nei pascoli accanto al rifugio in cui ha pernottato. Potrei parlarvi di sentieri messi in sicurezza dagli allevatori per potervi transitare con gli animali. Potrei parlarvi di fontane a cui si dissetano sia il bestiame domestico, sia gli escursionisti di passaggio. O ancora di stalle e altre strutture di alpeggio che diventano comodi ripari durante un temporale che coglie il turista lungo il suo cammino.

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Bataille des Reines – Vallone di St.-Barthélemy (AO)

Potrei dirvi che l’allevamento di montagna richiama turisti, sia per godere dello spettacolo di alcuni eventi (fiere, rassegne, feste della transumanza, alpeggi aperti, batailles des reines, ecc.), sia perché fortunatamente c’è anche chi ama vedere gli animali al pascolo durante la propria escursione, fotografarli, acquistare i prodotti caseari. Ma tutto ciò è normale: mi preoccupa invece chi addita allevatori e allevamento come elementi negativi per l’ambiente/paesaggio alpino.

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Partecipanti al Tor des Geants – Rifugio Barma, Fontainemore (AO)

Il punto è sempre solo uno: siamo di fronte a un totale scollamento tra il mondo rurale, zootecnico, montano, agricolo… e il resto della società. Ormai anche chi vive in campagna (perché l’ambiente è più sano rispetto a quello urbano!), ma non fa un lavoro direttamente legato alla terra, si lamenta perché il gallo del vicino canta, perché passa il margaro durante la transumanza e mette le vacche a pascolare nel prato dietro casa sua… Si parla tanto di ritorno alla terra, ma… a parte coloro che scelgono di tornare a fare i contadini, allevatori, ecc., come dobbiamo comportarci con tutti gli altri?

Appena oltre confine, tutto cambia

La stagione estiva volge al termine, a breve mandrie e greggi scenderanno, chi ha più erba riuscirà a fermarsi magari fino a fine mese, inizi di ottobre… per altri invece è questione di giorni. Prima del ritorno degli animali, volevo ancora fare una gita in Svizzera. Il confine non è lontano, così semplicemente basta scegliere una meta appena dietro la cresta, non più distante di altre località della Valle.

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Val Ferret – Valais, Svizzera

Dicevo di aver bisogno di cambiare paesaggi, anche se questi non sono così diversi da quelli nostrani. Quel che cambia spesso è la cura del paesaggio, il modo con cui viene gestito. Non c’è bisogno delle onnipresenti bandiere rossocrociate per capire che si è in terra elvetica. Nell’alpeggio al fondo della strada asfaltata si può mangiare un assortimento di prodotti locali, ma i prezzi, al cambio vigente, fanno rabbrividire un Italiano, che con la stessa cifra in patria può scegliere un ristorante di lusso e non una fonduta o una raclette seguita da un dolce. E’ cara, la Svizzera? Per noi sì, ma… non sarà che, in questo caso, semplicemente si pagano i prodotti al giusto prezzo?

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Lacs de Fenêtre – Val Ferret, Svizzera

La gita ha come meta degli splendidi laghetti alpini. A quelle quote non ci sono più animali, i pascoli sono già stati consumati da un gregge di pecore, a giudicare dalle tracce rimaste.

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Fioritura di eriofori ai Lac de Fenêtre – Val Ferret, Svizzera

Ci sono però numerosi animali selvatici (stambecchi, pernici) e distese di ciuffi bianchi: non più pecore, ma le infiorescenze degli eriofori intorno ai laghi e ai ruscelli.

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Alpeggio Plan de la Chaux – Val Ferret, Svizzera

Sulla via del rientro, facciamo una deviazione per passare accanto alle mandrie al pascolo. Nei pressi dell’alpeggio era parcheggiata un’auto con targa italiana, quindi ci si poteva aspettare qualche operaio che, dal nostro paese, era andato in là a far la stagione. Non si tratta di casi isolati, ma di un fenomeno via via crescente. Spesso si tratta di allevatori che mandano in alpeggio presso terzi i loro animali e vanno a guadagnare uno stipendio oltreconfine. E così nei nostri alpeggi lavorano operai rumeni, albanesi, marocchini… e in Svizzera troviamo pastori valdostani, piemontesi, lombardi…

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Mandria al pascolo – Val Ferret, Svizzera

La mandria è composta interamente da bovine di razza d’Herens, molto apprezzate da queste parti soprattutto dagli appassionati delle battaglie. Qui trovate il sito degli allevatori di questa razza, dove potete vedere i risultati dei combats, gli alpeggi dove vi sono mandrie come questa, le date dei prossimi combats, ma anche la situazione nei vari alpeggi. Cosa significa? Andiamo con ordine, ce lo spiegherà il pastore!

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Luciano toglie il filo che suddivide il pascolo – Val Ferret, Svizzera

Il guardiano della mandria in quel momento stava dando il pezzo per il pascolo pomeridiano/serale. Dopo un primo scambio di battute in Francese, si scopre non solo la provenienza comune, ma ci si riconosce pure! E così ha inizio una lunga chiacchierata in cui vengo a sapere tante cose su come funziona qui l’alpeggio.

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Un bell’esemplare di razza d’Herens – Val Ferret, Svizzera

Il pastore che sta al pascolo costantemente con la mandria, tra le sue mansioni ha anche il compito di scrivere su un quaderno ogni giorno chi è la regina. Gli animali sono tutti identificati con una placchetta numerata attaccata al collare che sorregge la campana. Bisogna osservare i combattimenti che avvengono durante il giorno e segnare chi vince e chi perde. Avere la regina dell’alpeggio è un grande prestigio per l’allevatore, ma alla soddisfazione morale si aggiunge quella economica, visto che gli appassionati arrivano a spendere anche 30.000 CHF per acquistare una regina.

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Non sono i cinghiali a scavare questi buchi nei pascoli, ma le reines mentre mostrano la loro forza! – Val Ferret, Svizzera

Si guarda la bellezza, si guarda la forza dell’animale. E’ una questione di passione. E così allevatori e appassionati vanno in alpeggio a vedere quando, per la prima volta, gli animali escono insieme al pascolo e iniziano i combattimenti per stabilire le gerarchie. Poi ci sono invece i combats organizzati, così come avviene in Valle d’Aosta.

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Luciano e una delle bovine in cerca di attenzioni – Val Ferret, Svizzera

Il motivo per cui i Valdostani sono così apprezzati negli alpeggi del Vallese è anche il fatto che conoscono questa razza, il suo particolare comportamento, ma anche condividono questa passione. “Qui gli alpeggi sono dei consorzi, la gente è davvero precisa e corretta. Lo stipendio è più che buono, paragonato a quello che rende ormai questo mestiere da noi… Ci pagano un tanto al mese, in più abbiamo un tot per andare a comprare da mangiare. Da noi certe cifre te le sogni, il prodotto non vale più niente. Una vacca da macello qui viene pagata 10 CHF/kg.” (In Valle d’Aosta ci si aggira sui 2-2,5 €/kg, fate voi il paragone!)

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Plan de la Chaux – Val Ferret, Svizzera

In Svizzera la vita è più cara che da noi, basta entrare in un qualsiasi negozio e guardare i prezzi del formaggio o della carne. Ma è sufficiente, come vi dicevo prima, dare uno sguardo al menù accanto all’alpeggio al fondo della strada sterrata, dove si possono gustare alcuni piatti tipici, dai taglieri di salumi e formaggi alla fondue o la raclette. Sono prezzi esagerati? Per noi… sì, ma sono anche prezzi giusti, proporzionati al lavoro che c’è dietro ai prodotti, alle materie prime. Non ha senso che, in Italia, un formaggio di montagna, d’alpeggio, costi solo pochi euro più di un insapore formaggio di caseificio industriale.

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Luciano e il suo cane – Val Ferret, Svizzera

Luciano ci mostra dove la mandria si abbasserà a breve, per concludere la stagione. “Nell’altro alpeggio sopra ci sono i manzi, lì c’è un ragazzo francese che si occupa di pascolarli. Prende 150 CHF al giorno. All’inizio queste erano quasi tutte da mungere, ma ormai siamo alla fine e alcune partoriranno ad ottobre. Qui facciamo formaggio Raclette. Ci sono animali da diversi proprietari, ci può essere quello che ne ha tante, magari anche 40, ma c’è chi ne ha anche solo 3 o 4. Conosco un allevatore che ha 5 vacche di queste nere, poi una decina di vacche da latte. Con questi numeri ha fatto una stalla da un milione di franchi, tira su una famiglia e ha anche un dipendente. E’ vero, in Svizzera danno i contributi, ma il paesaggio è tutto tenuto alla perfezione. Guarda giù per la valle come sfalciano i prati fin sul bordo della strada e fin contro il bosco…

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Sistema per lo spandimento dei liquami nei pascoli già utilizzati – Val Ferret, Svizzera

Gli allevatori pagano 400 CHF per bestia a mandarle su in alpe, ma poi se vengono a fare dei lavori per l’alpeggio, segnano le ore, le giornate di lavoro, e scalano dalla cifra da pagare. Oppure c’è quello che porta su la legna. C’è davvero grande correttezza in tutto.” Dopo questi discorsi, verrebbe davvero voglia di fare lo stesso, di passare il confine per fare la stagione. Forse, con i soldi guadagnati in alpeggio, non ce la faresti a vivere là, ma sicuramente sono buone cifre da portare in Italia. Ma il punto non è questo… Ciò che non funziona è che, in Italia, le piccole aziende (di montagna e non) soccombono, non riescono a vivere solo del loro (duro) lavoro. I prodotti (carne, latte, latticini) vengono venduti a prezzi irrisori che talvolta non pagano nemmeno le spese necessarie per ottenerli, senza contare le ore di lavoro, che in questo mestiere devono andare sotto il nome di “passione”. Non va bene, e non va bene nemmeno appoggiarsi a quei contributi che oggi ci sono, domani chissà, e che troppo spesso fanno più male che bene, falsando il mercato l’intero sistema.

…per chi volesse assistere alla sfilata di mandrie e greggi di questa vallata, l’appuntamento è a La Foully il 22 settembre

La prima domanda è sempre quella

Non scrivo questo post a cuor leggero. Anzi, avrei preferito non scriverlo affatto. Però ci sono stati alcuni fatti che mi hanno portato a riflettere su aspetti che prima non avevo mai preso in considerazione. Inoltre, pur consapevole che questi miei pensieri si perderanno nel mare delle notizie urlate presenti in rete, volevo comunque dirvi la mia, ancora una volta.

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Pascoli in Lessinia (VR)

Partiamo dal fatto che ultimamente, durante conferenze e presentazioni di libri, al termine dei miei interventi mi è sempre stata posta la stessa domanda, sia che mi trovassi in Piemonte, in Valle d’Aosta, in Lombardia o in Veneto, sia che avessi parlato di capre, di alpeggi, di giovani allevatori, di pastorizia, di pascoli. Il pubblico per prima cosa mi ha sempre chiesto del LUPO. Se non mi viene richiesto un intervento specifico sull’argomento, tendo a non trattarlo nei miei discorsi, al massimo lo nomino quando parlo delle problematiche della zootecnia di montagna. Però la gente mi chiede sempre quello. Perché?

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Zootecnia di montagna – Nus (AO)

Forse ci hanno letto troppe favole da piccoli… Scherzi a parte, parlando di lupi, non bisogna mai dimenticare innanzitutto il loro valore simbolico, sia per chi li considera “nemici”, sia per chi invece li protegge a spada tratta. Non è facile trattare questo argomento, servirebbe un libro intero per toccare tutti i punti di un discorso molto articolato, inoltre ogni volta che scrivo qualcosa a riguardo vedo che c’è sempre chi fraintende o chi replica con toni accesi, spesso senza nemmeno leggere fino alla fine il mio pensiero. Chi mi segue/legge da anni, sa come la penso a riguardo (qui trovate molto, nel mio vecchio blog). Cosa voglio dirvi oggi, di nuovo?

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Cervo morto rimasto intrappolato in una recinzione mobile elettrificata – Nus (AO)

Partiamo da uno spiacevole incidente. L’altro giorno un grosso cervo maschio in pieno giorno si è scontrato con una recinzione (del modello venduto appositamente come anti-lupo) rimanendovi incastrato ed è morto soffocato. Probabilmente è arrivato di corsa… Le reti sono robuste e più alte di quelle “normali”, per le quali succede che ungulati vari le abbattano e le strappino lacerandone le maglie. Spiace che la cosa sia successa, personalmente non credevo potesse capitare, ma da oggi so invece che la “convivenza” con il lupo può comportare anche questo. Quelle reti dovrebbero servire a proteggere un piccolo gregge, lasciato pascolare in un recinto che viene via via spostato man mano che gli animali consumano erba e foglie. O così, con le reti, o si vendono gli animali, perché nessuno può permettersi di star lì a guardare 15-20 pecore/capre che pascolano, a meno che si tratti di un hobbista che non vive di quello.

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Gregge in alpeggio – Bardonecchia (TO)

Metto le foto per documentare il tutto e… scopro che qualcuno, commentando, arriva persino a porre in dubbio la “legalità” dell’utilizzo delle reti. Ecco, sul lupo (come su tante altre cose) dovrebbero parlare solo gli addetti ai lavori, quelli che conoscono concretamente la realtà. Invece purtroppo le cose non vanno così. E pure tra gli addetti ai lavori trovi anche troppe persone che strumentalizzano il problema, da una parte e dall’altra. C’è chi tira di mezzo la politica, chi interessi personali, chi vuole venderti i suoi cani da guardiania (solo quelli, tutti gli altri non vanno bene!), chi nega l’evidenza, chi continua a ripetere che sono cani randagi, chi afferma che l’uomo deve sparire dal territorio montano…

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Predazione su piccolo gregge – Val Pellice (TO)

In tutto questo gli allevatori sono spesso due volte vittime. Anche tre o quattro… Vittime degli attacchi, che si verificano e continuano a verificarsi, anche quando cerchi di applicare al meglio tutti quegli strumenti che servono per tentare di “convivere”. Vittime delle strumentalizzazioni. Vittime di una situazione di generale crisi e malcontento. Se vi dico che ci sono allevatori che hanno venduto il loro piccolo gregge “per colpa del lupo” e hanno ricavato una ventina di euro a capo, che cosa vi scandalizza di più?? Il lupo o il prezzo?

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Pastore con gregge in alpeggio – Bardonecchia (TO)

Sapete qual è, dal lato degli allevatori, un elemento chiave della questione? L’esasperazione. Il non essere capiti, l’essere giudicati, l’essere condannati a priori… e soprattutto esserlo da persone che sicuramente non affrontano le loro fatiche, i loro sacrifici in nome di un mestiere che è anche una passione e in nome degli animali. C’è chi cerca di resistere in silenzio, senza esporsi, imprecando a bassa voce e chi invece cerca di denunciare al resto del mondo quel che accade. I nuovi mezzi, come i social, possono servire a sentirsi meno soli, raccogliendo la solidarietà e confrontandosi con colleghi di altre parti d’Italia, ma nello stesso tempo un mondo prima abbastanza sconosciuto arriva nella casa di tutti… e quindi ci si esaspera ancora di più leggendo commenti e discussioni infinite da parte di chi non ha niente altro da fare che stare lì seduto a sputare le sue sentenze. Il pastore che, da solo in alpeggio, lancia il suo grido di esasperazione condividendo la foto della sua pecora, della capra, dell’asina o del vitello ucciso si aspetta almeno solidarietà e comprensione. E invece il suo problema diventa ancora più grosso quando trova chi replica con insulti, giudizi sul suo operato o addirittura mette in dubbio i fatti accaduti.

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Gregge di pecore di razza brogna con gli animali superstiti dai recenti attacchi – Erbezzo (VR)

Non è semplice… Lo fosse, delle soluzioni in tutti questi anni le avremmo già trovate. Ma forse c’è anche chi non le vuole trovare… Io soffro quando vedo animali sbranati dal lupo, ma soffro anche quando sento allevatori che si limitano a dire “bisogna ucciderli tutti” senza correre ai ripari in nessun modo. Lo so, lo so bene quant’è difficile, faticoso, costoso in termini di tempo e di denaro farlo… Ma allo stato attuale il lupo non si può abbattere. E anche quelle proposte di abbattimenti (una percentuale sul totale dei lupi ecc ecc) non mi sembrano una cosa saggia. Nel “problema lupo” molti tendono solo ad ascoltare le voci che fanno più comodo, quelle che urlano di più. Gli studiosi di questo animale sono concordi nell’affermare che gli abbattimenti destabilizzerebbero i branchi, con conseguenze ancora peggiori sull’allevamento.

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Si apre il recinto e si va al pascolo – Sestriere (TO)

Quando mi chiedono che soluzioni avrei io, da anni ripeto sempre quello che è il mio pensiero. Sterminare i lupi non è ragionevole, sono anche utili, nel momento in cui regolano naturalmente la popolazione dei selvatici (sono gli stessi allevatori/agricoltori a lamentarsi di cervi, caprioli, cinghiali che fanno danni ai pascoli, alle coltivazioni). Ma dobbiamo far sì che girino alla larga dagli animali domestici. Quando i vari “esperti” dicono agli allevatori che devono convivere con il lupo, vorrei che lo dicessero con ancora più forza a tutti coloro che la montagna la frequentano per svago, la amministrano, vi lavorano per attività turistiche. Agli allevatori toccano i lupi, quindi devono attrezzarsi con i cani, quindi… con i cani devono convivere tutti gli altri. Ovviamente bisognerebbe avere cani “giusti”, equilibrati, ma bisogna anche avere la pazienza di “fare” un cane da guardiania. Così come non si può pretendere di prendere un cane e farlo lavorare come paratore nel gregge, non si può nemmeno pensare che un cane, anche delle razze adatte per questo scopo, lo si metta nel gregge e questo svolga il suo compito. All’allevatore gli oneri del corretto inserimento, al turista quelli del corretto comportamento in presenza di gregge e cani da guardiania.

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Cani da guardiania – Val Pellice (TO)

La convivenza con il lupo (e i suoi aspetti collaterali) dovrebbe interessare tutti, non solo gli allevatori. Questi sono già esasperati da una situazione di crisi che va dallo scarso valore degli animali nel momento vendita al prezzo degli alpeggi alle stelle, dalla burocrazia in costante crescita alla necessità di aumentare il numero di capi (e conseguentemente la mole di lavoro) per sopravvivere, ecc. Il lupo è il simbolo del nemico con cui il pastore potrebbe combattere ad armi pari (cosa che non può fare con gli speculatori degli alpeggi, con il mercato globale, ecc.). Spiegatemi perché, quando si parla di possibili abbattimenti, chi li propone vuole delle squadre autorizzate appositamente (e pagate!) per fare questo. Se un pastore ottiene un regolare porto d’armi come un cacciatore, perché non può essere lui a sparare al lupo quando lo vede attaccare il suo gregge? Solo in quel caso (e non è nemmeno detto che riesca a centrarlo) lo sparare al lupo avrà anche un effetto educativo nei confronti dell’animale/del branco. Verrà ucciso qualche lupo? Perché… oggi non succede? Ne vengono abbattuti illegalmente, ne vengono avvelenati (con pericolosissimi bocconi che possono essere mangiati anche da altri animali), ne vengono investiti dalle auto.

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La passione dei giovani – Villar Pellice (TO)

Poi di parole possiamo continuare a farne tante. Sono consapevole che, se non ci si cala nei panni degli allevatori, molte cose non verranno comprese. Così ci saranno quelli che criticheranno, quelli saccenti che continueranno a dire “basta fare così, basta fare cosà” senza sapere cosa significhi pascolare in montagna, portare a spalle una rete, piantarla nel terreno ripido e sassoso. Ci vorrebbe un consulente vero, serio, che studiasse ogni situazione, una ad una, perché molti sono casi a sé e le soluzioni generali non sono applicabili. Io capisco chi vende gli animali “per colpa del lupo”: se ne hai pochi, se abiti a mezza quota in montagna, se ti costa più mantenerli di quel che ti rendono, se hai pagato fieno a caro prezzo per sfamarli d’inverno e poi lasciarli nelle reti dietro casa sai che equivale a metterli in bocca al predatore… Allora arrivi anche a venderli. Io non credo però che la colpa sia “del lupo”. Il lupo è il simbolo di una montagna che muore, dove chi cerca di resistere si sente sempre più abbandonato (e tartassato, e vessato dalla burocrazia, e…).

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Tentativi di “convivenza” con il predatore – Erbezzo (VR)

Insomma, come vedete su questo tema c’è sempre tanto da dire e non posso esaurirlo qui in poche righe. Non è che io non voglia più parlare di lupo… è che mi sembra che sia sempre più difficile farlo, per tutte le pressioni di ogni tipo che circondano questa tematica. Lo ripeto ancora una volta, per me il lupo è il simbolo di un territorio, quello montano, che sta diventando sempre più marginale. Sappiamo che è “bello”, è “prezioso”, “fragile”, ma si fa ben poco per mantenerlo, per aiutare le sue genti, che sono comunque le uniche che possono far sì che continui ad essere così com’è.