Far comunicazione

E’ vero, scrivo poco. O meglio, scrivo poco su queste pagine. In questi mesi ho scritto parecchio, una relazione conclusiva di un progetto a cui ho lavorato, ho risposto a domande per interviste, per ricerche da parte di studenti che mi hanno contattata. Poi sto buttando giù la bozza di un nuovo libro, un romanzo. Quest’ultima cosa la faccio al pascolo, con carta e penna, ho ripreso adesso che i capretti iniziano ad essere indipendenti e non c’è più da tenerli sotto controllo costantemente per paura che restino indietro, si addormentino sotto una radice, in un punto riparato tra l’erba secca.

Scrivere al pascolo con supervisione e correzione delle bozze! – Petit Fenis, Nus (AO)

Già, nel frattempo sono anche nati i capretti, manca ancora il parto di una ritardataria, poi la stagione 2021 sarà conclusa. E’ andato tutto bene, anche se la componente maschile ha battuto le femmine per 10 a 2! Capita, non ci puoi fare niente. Però i parti sono andati tutti bene, fino ad ora non ci sono state complicazioni, per fortuna.

Le prime leccate della mamma subito dopo il parto – Petit Fenis, Nus (AO)

Non sono solo tutti questi impegni dall’avermi allontanata dallo scrivere sia qui sul blog, sia su facebook. Trovo che stia diventando estremamente difficile far comunicazione. E’ sempre più frustrante vedere come molte persone, on line, si fermino al titolo e non vadano nemmeno a leggere il contenuto, commentando così a sproposito. Oppure vedere come la cattiva informazione, le fake news, la disinformazione creata ad are dilaghino raccogliendo consensi, mentre l’articolo ben scritto, che cita le fonti, basato su fatti concreti, dati, numeri resti lì nella sua solitudine.

Meglio godersi la natura che ci circonda, piuttosto che farsi il sangue cattivo on-line… – Petit Fenis, Nus (AO)

Non stiamo vivendo in un periodo facile. E’ da un anno che cerchiamo letteralmente di sopravvivere. Alla malattia, al dolore per le perdite di amici e famigliari, alla crisi economica, alla mancanza di lavoro / impossibilità di lavorare, alle privazioni, alle incertezze sul futuro, alla depressione, all’ansia, alla confusione, alla paura. Le reazioni delle persone a tutto questo variano in base al carattere, ma mi spaventa l’odio e la rabbia che molti mostrano commentando ciò che leggono. E non parlo di argomenti fondamentali, basta la foto di un cane scappato da casa per scatenare diatribe infinite a suon di pesanti insulti.

…nonostante ciò che sta accadendo, la natura continua a regalarci spettacoli meravigliosi – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Così, per evitare il mal di stomaco e per non ridurmi a urlare virtualmente pure io, preferisco tacere. Mi mancano però le occasioni di confronto con il pubblico, il “fare bella comunicazione”, incontrare le persone ad un convegno, alla presentazione dei miei libri. L’ultima volta è stato nel dicembre 2019… Per quanto io ami scrivere, mi rendo conto che ciò che viene messo nero più bianco molte volte possa venir mal interpretato. Perciò un bel dibattito, un confronto, un approfondimento faccia a faccia resta la cosa migliore. Anche perché chi mi legge può aver voglia di comprendere meglio, oppure io posso aver dato per scontato un dettaglio che il lettore invece ignora.

Backstage delle prime riprese per Linea Bianca – Petit Fenis, Nus (AO)

L’altro giorno abbiamo ospitato una troupe della RAI per la trasmissione Linea Bianca. E’ un programma sul territorio montano, non specificamente sull’agricoltura (quella è Linea Verde, che invece sta girando in Valle questa settimana). Mi incontravano come scrittrice e allevatrice di capre, quindi più che altro interessava loro la mia storia, non dettagli tecnici o discorsi sulle problematiche dell’allevamento di montagna.

Alcuni dei capretti nati quest’anno – Petit Fenis, Nus (AO)

Però mi ha infastidito il fatto che mi venisse detto, prima di iniziare le riprese, che non era il caso di dire che alcuni capretti erano destinati al macello. La conduttrice non era animalista o vegana, ma mi ha fatto capire che certi temi non si dovevano toccare, proprio per non attirare le ire degli animalisti. Anche ne avessi parlato, comunque quella parte sarebbe stata tagliata (e taglieranno comunque moltissimo, visto che sono stati diverse ore a filmare e, se va bene, ci saranno 5 minuti di servizio dedicato a me e alle capre).

Una delle due femmine nate quest’anno – Petit Fenis, Nus (AO)

Ritengo la gran parte dei sedicenti animalisti persone “ignoranti”, cioè che ignorano, che non sanno com’è la realtà. Come ho già avuto modo di dire molte volte, non giudico chi vive o si alimenta in modo diverso dal mio, ma non tollero l’essere giudicata sulla base di credenze errate. Ormai, per tutti coloro che allevano animali cosiddetti da reddito, la parola “animalista” ha assunto un significato negativo. Perché l’animalista è quello che ti insulta, che ti infanga, che ti ritiene un assassino, mentre tu invece dai tutto te stesso per il bene dei tuoi animali.

Scontri tra due giovani maschi sotto l’anno di età, equipaggiati con “grembiule” per evitare gli accoppiamenti – Petit Fenis, Nus (AO)

Certo, preferirei vendere “da vita” tutti i capretti maschi, ma so bene che non sarà così. Non posso tenerli perché consanguinei con le capre del gregge, ma anche perché si massacrerebbero tra di loro quando raggiungono la maturità sessuale. Si picchierebbero continuamente. Quindi, o si macellano a pochi mesi di vita, o si castrano, si lasciano insieme alle madri fino alla discesa dall’alpe, e si macellano allora, in autunno. Non si macellasse nulla, non si alleverebbero nemmeno animali. Cos’è più giusto, impedire a delle capre di vivere secondo la loro natura, in un gregge, riproducendosi, oppure macellare a norma di legge qualche capretto? Qualcuno per autoconsumo, qualcuno per la vendita, anche per ripagare almeno in parte le spese di mantenimento del gregge.

Becco di due anni – Petit Fenis, Nus (AO)

Lasciassimo le capre libere in natura, la mortalità sarebbe molto più alta. Ci sarebbero capre e capretti morti nel momento del parto, mentre l’allevatore interviene da solo o con l’aiuto di un veterinario per evitare il più possibile che ciò accada. Molti morirebbero nei primi mesi di vita, per i motivi più vari. Quando la capra ha poco latte, intervengo con il biberon per integrare la dieta dei piccoli, per esempio. Ai primi sintomi di diarrea, si valutano le cause e si cerca di curare l’animale, ecc ecc. Poi comunque, liberi nel “loro” ambiente, i giovani maschi si scontreranno con il maschio dominante, qualcuno verrà allontanato. Come solitario, sarà facilmente vittima dei predatori. Questa è la natura.

Capra in stalla con la sua capretta – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma queste cose non le ho potute raccontare. Così ve le ho scritte qui, anche se le ho già ripetute mille volte. Per fortuna hanno filmato le capre al pascolo, chissà cosa avrebbero pensato vedendole legate in stalla. Già, perché l’animalista ignorante le vorrebbe almeno libere. Così non sarebbe nato nemmeno un capretto, perché si sarebbero picchiate, causando aborti, gambe rotte, ferite varie. Già, questa razza (la valdostana) è una razza in cui le femmine hanno un carattere spiccatamente dominante e si battono per stabilire la gerarchia nel gregge. Questo aspetto così spettacolare (e raramente cruento, se avviene all’aperto) è apprezzato dagli appassionati, che organizzano vere e propri circuiti di “battaglie” per far incontrare le loro capre più forti e vedere qual è la regina. No, non ho raccontato nemmeno questo, tanto l’avrebbero tagliato…

Ancora alcuni dei capretti (Ponpon, Cognac e Zenith) – Petit Fenis, Nus (AO)

La puntata di Linea Bianca sulla Valle d’Aosta andrà in onda sabato 27 marzo 2021 su Rai1 alle ore 14:00. Ovviamente sarà visibile successivamente on-line sul sito di RaiPlay.

Un bel periodo di m…

Verrà il giorno in cui torneremo a muoverci, a spostarci, a vivere liberamente. Ma questa libertà sempre e comunque dovrà prevedere delle regole, perché non siamo soli, non siamo unici, ma ci troviamo a condividere spazi, territori, esigenze. Io non sono tra quelli che credono che quello che stiamo vivendo possa renderci migliori. Il mio timore, piuttosto, è che il giorno in cui potremo tornare ad “uscire”, molti saranno ancora più egoisti e prepotenti.

Il fieno rifiutato dalle bovine nella stalla di Aymavilles (AO) – foto E.Cuc (da Facebook)

Vi racconto un paio di esperienze vissute in prima persona o capitate ad amici e conoscenti. Partiamo da una stalla della Valle d’Aosta. Scrive l’allevatrice Elisa Cuc: “Da ieri sera che abbiamo iniziato la rotoballa non ne hanno mangiata nemmeno la metà! Le nostre mucche non mangiamo perché sentono l’odore delle feci e delle urine dei cani. Con questo chiedo di usare un po’ di buon senso e pensare che quando chiediamo di non portare i cani nei prati c’è un motivo ben fondato ed oltre a non mangiare rischiano anche malattie parassitarie.” Il post rimbalza su Facebook e viene condiviso più volte, gli allevatori ovunque hanno lo stesso problema.

Alcuni dei commenti apparsi su facebook

Tra i commenti che ho letto, volevo segnalarvene un paio. “Ma chi ha un cane sa che c’è questo problema?” “Ma perché gli allevatori si lamentano, se poi coprono i prati di letame?” Ci troviamo quindi di fronte a un problema duplice: la mancanza di rispetto (bisognerebbe sempre e comunque raccogliere le feci canine, inoltre un prato o un pascolo ha necessariamente un padrone, quindi il tuo cane è in una proprietà privata, dove non dovrebbe stare) e l’ignoranza, cioè la non conoscenza. Non è male anche quello che propone, come soluzione, il “recintare i prati“.

Uno dei tanti “ricordini” in un prato accanto a un sentiero dove in estate si farà fieno e dove fino a novembre hanno pascolato le vacche – Petit Fenis, Nus (AO)

Facciamo un po’ di chiarezza… Il fattore di rischio sanitario legato a fieno/erba imbrattati da feci canine è dovuto alla Neospora caninum. Qui potete leggere un articolo a riguardo. Poi occorre evidentemente spiegare che c’è una certa differenza tra un escremento di un animale carnivoro e quello di un erbivoro (come la vacca, la pecora, la capra), per non parlare poi dei cani nutriti a crocchette! Qualcuno ha mai fatto caso a quanto tempo impiega a scomparire una cacca di cane? Le deiezioni degli erbivori, non a caso, vanno a costituire il letame, quello che viene impiegato per fertilizzare (naturalmente) campi e prati. Viene sparso sui prati (e sui pascoli) dopo il pascolamento, per restituire al terreno quello che l’uomo o gli animali “portano via”. Lo si fa sotto forma di liquame o di letame “maturo” (dell’anno prima), sparso e distribuito con mezzi idonei. Quando gli animali consumeranno quell’erba, saranno passati mesi, avrà nevicato, piovuto, sarà arrivata la primavera, poi l’estate. Si taglia il fieno e… l’autunno/inverno successivo, mentre su quei prati l’allevatore sta spargendo nuovo letame, le vacche consumeranno quel foraggio.

Prato/pascoli dov’è appena stato sparso il letame nel tardo autunno – Petit Fenis, Nus (AO)

Passiamo ad un altro fatto. Siamo in Veneto, in provincia di Verona. Il fotografo Marco Malvezzi posta questa foto e così racconta: “Questo è il tetto di una stalla, di un allevatore che conosco, su in Lessinia. Ieri qualche bravo turista “rispettoso” ha ben pensato di camminarci sopra, usandolo come trampolino o chissà. Poi magari succede un incidente, e l’allevatore viene pure denunciato. Questo è il livello medio (sottolineo medio, non son tutti così, per fortuna) del rispetto che c’è nei confronti della montagna e dei suoi abitanti. Poi ci si stupisce perché qualcuno si incazza e inveisce contro questi incivili e si afferma che “i montanari sono inospitali”… secondo me hanno anche troppa pazienza.

Il tetto della stalla in un alpeggio della Lessinia usato come “parco giochi” – foto M.Malvezzi, da facebook

Quanti casi più o meno simili abbiamo visto tutti noi… Trovare le stalle degli alpeggi usati come latrine, scoprire veri e propri danneggiamenti causati da persone che sono passate di lì nella stagione in cui l’alpeggio non è utilizzato. Ho visto addirittura i segni di un fuoco acceso contro il muro della baita.

Un alpeggio nella stagione autunnale – Quart (AO)

Mi ha molto colpita uno dei commenti alla foto di Malvezzi. Chi scrive è Ilaria Teofani, che conosce bene la montagna, ma si definisce un’eterna navigante. Vi racconto qualcosa di lei, per comprendere meglio le sue parole. Nata a Civitavecchia, “…dall’ età di sei anni frequento la montagna, dai 6 ai 30 anni ho salito in lungo e largo le amate Dolomiti, sempre nel cuore, con il mio zaino pieno sempre di buone letture. Nel 2014 ho cominciato a vivere tra Piemonte e Valle d’Aosta per ragioni familiari e di lavoro. E in questa occasione, dopo un viaggio in solitaria in valle d’Aosta ho riscoperto la montagna, una montagna diversa dalle mie Dolomiti, quindi una nuova avventura di vita. Per ragioni di lavoro e salute ho deciso di trasferirmi in montagna, pur restando vicino alla pianura piemontese. Il mio progetto era aprire una libreria di montagna in montagna…

Un alpeggio in Valle d’Aosta – Vallone di Saint Barthélemy, Nus

Ecco cos’ha scritto Ilaria commentando il gesto di chi era salito sul tetto della stalla per “gioco”. “Abito in montagna da due anni e mezzo, la frequento e rispetto da una vita pur venendo da contesti totalmente diversi, grande città di mare, di porto, una metropoli come Roma, e tre anni quasi di provincia torinese. Più sto quassù e più capisco molte cose sulla distanza siderale tra montanari e avventori di pianura. Soprattutto sulla pressoché totale ignoranza, anche spesso in buona fede, ma molto diffusa, su cosa significhi davvero vivere in paesi alti quotidianamente e in diverse stagioni dell’ anno, su quali siano davvero le esigenze di chi vive quassù, quali siano le loro opinioni su ciò che accade nell’ attualità e su quali siano realmente i loro desideri, progetti e idee di futuro. Su quali siano le loro battaglie quotidiane passate, presenti e future, su quali siano le loro aspettative e le loro paure.
Non ci parlano con i montanari… Io, che sono un ospite e che quindi ho un punto di osservazione più oggettivo e distaccato, e in un certo senso quindi privilegiato sul piano dell’ analisi, lo vedo che non ci parlano. E quindi non sanno. Alla fine si rischia di pontificare, anche molto in buona fede, su molte cose…senza conoscere il parere, e le relative motivazioni, dei padroni di casa. E la mia curiosità, osservazione e analisi continua, tra le difficoltà quotidiane e il vin brule`in mezzo alla neve con i miei compaesani… non mi stancherò mai di comunicare e cercare di capire a fondo il posto dove mi trovo a vivere in questo periodo della mia vita, sia come luogo fisico sia come luogo antropologico, come casa madre delle persone che mi hanno accolto nella loro comunità.

Turismo estivo in Valsavarenche (AO)

Concordo con queste parole, non avrei saputo spiegare meglio il concetto. Però c’è un’unica cosa che vorrei aggiungere. Non farei una distinzione tra montanari e avventori di pianura, o meglio, allargherei il concetto a chi vive/lavora a contatto con la terra e chi, pur vivendo in ambito rurale (montano, ma non solo), se n’è distaccato completamente, perdendo il senso di ogni meccanismo naturale, perdendo le conoscenze basilari, dimenticando le radici. La conseguenza è che queste persone si comportano esattamente come chi arriva da una realtà lontana dal “territorio”. Anzi, per esperienza personale, spesso si incontrano grossi problemi con chi si è allontanato volontariamente da un mondo rurale che trovava poco consono alle proprie aspirazioni, mentre tra chi vive in un ambiente urbano si incontrano anche soggetti molto attenti, curiosi e consapevoli.

Il mondo agricolo ha sempre più bisogno del turismo per poter sopravvivere

La montagna in futuro ha sicuramente bisogno del turismo per ripartire, ma dovrà più che mai essere un turista informato, attento, rispettoso. Altrimenti, egoisticamente, mi viene da dire che si sta tanto bene così, con poche macchine che passano, con poca gente in giro. Senza turismo (attività peraltro “moderna”, rispetto alla storia delle Alpi), bisognerebbe però ripensare gran parte dell’economia, bisognerebbe tornare all’autosussistenza, bisognerebbe rinunciare a molti aspetti della vita quotidiana di tutti noi.

L’albero della morte

Ieri mi ha telefonato un amico allevatore, raccontandomi la sua disavventura. Qualche settimana fa, arrivando al mattino dal suo gregge, ha visto prima una, poi due, poi diverse decine di animali morti, gambe all’aria, pance gonfie. Nel primo istante ha pensato ad un attacco del lupo (già successo, negli anni scorsi). Avvicinandosi ha però capito che si trattata di altro. Gli animali non erano feriti, erano gonfi, cianotici. Un avvelenamento. Chi poteva aver fatto una cosa del genere?

Taxus baccata (Immagine dal web)

Ha chiamato i veterinari e, dalle analisi, è risultato subito chiaro che l’uomo non centrava nulla, o meglio, non in modo diretto. Il responsabile era una pianta, il Taxus baccata. Il suo racconto mi ha sorpresa, perché proprio il giorno prima avevo letto un articolo su di un fatto analogo capitato ad un allevatore di capre in Piemonte. Anche l’amico al telefono ne era a conoscenza, e infatti mi ha detto: “Io non ne sapevo niente, non conoscevo la pianta, qui non se ne vede, ce n’erano nel giardino di una villa e non sapevo fosse così velenosa. Come me, non lo sapranno molti altri. Ho pensato a te, se potevi scrivere qualcosa, perché bisognerebbe far circolare la notizia il più possibile, in modo da evitare che succede ancora ad altri!

L’allevatore Mauro Garbolino con una delle capre morte per ingestione di tasso (Foto dal web)

Vediamo di capire meglio di cosa si tratta. Sapevo a grandi linee della pericolosità del tasso, ho delle reminscenze di studi universitari in cui si diceva che tutta la pianta è velenosa, a parte l’arillo, la parte rossa e carnosa del frutto. Ma perché in questo articolo sui fatti capitati nelle Valli di Lanzo si dice che sono state avvelenate dalle bacche?

Ancora un’immagine del tasso (Foto dal web)

Tutta la pianta è velenosa, in particolare gli aghi e i semi. Inoltre, nel periodo invernale, il veleno si concentra. In questo sito leggiamo: “La velenosità del tasso è leggendaria. Ne parla già Giulio Cesare nel De bello gallico a proposito di un capo celtico (Catuvolco) che, piuttosto che arrendersi alle legioni romane, preferì suicidarsi con il tasso. Gli antichi ritenevano addirittura che dormire sotto i tassi nuocesse alla salute, probabilmente per l’abbondante produzione di polline da parte delle piante maschili in primavera. Il tasso era un tempo abbondante in tutta Europa, ma la sua popolazione spontanea è stata sistematicamente decimata per via della sua velenosità per gli animali e l’uomo, e per l’utilizzo del suo legno per fare archi e mobili. Il tasso è oggi comune nei parchi, ed è soprattutto in questo contesto urbano che possiamo ammirarne la bellezza. Il tasso è caratterizzato da una crescita lentissima, e sono state descritti esemplari plurimillenari.
In Piemonte sono presenti due esemplari monumentali con una circonferenza superiore ai tre metri e mezzo. Uno si trova nel parco del castello di Racconigi (CN), e l’altro a Cavandone vicino a Verbania, e sono censiti fra gli alberi monumentali italiani. Il tasso era anche una pianta sacra nella tradizione celtica, e, prima della sua sostituzione con i cipressi, era comune nei cimiteri. La velenosità del tasso è ampiamente documentata anche nella Letteratura. Il tasso è uno dei candidati per l’
hebenon, veleno misterioso con cui, nell’Amleto di Shakespeare, il padre del protagonista è ucciso dal fratello (vedasi anche la voce giusquiamo), e, in epoca più recente, un omicidio con il veleno del tasso è alla base di uno dei racconti più famosi di Agatha Christie (Una tasca piena di avena).

Piante di tasso potate in forme ornamentali (Foto dal web)

Chissà se, chi lo utilizza in siepi e giardini, è al corrente della sua velenosità? Interessanti i suggerimenti, consigli e avvertenze che troviamo in questo sito svizzero. Si sconsiglia di piantarlo in parchi e giardini, specialmente se frequentati da bambini, ma anche di utilizzarne i rami per semplici decorazioni natalizia.

Il tasso monumentale in provincia di Verbania (Foto dal web)

Se viene chiamato “Albero della morte” ci sarà un perché… Un tempo evidentemente lo si conosceva bene ed, essendo molto più presente allo stato naturale, i pastori lo conoscevano e anche gli animali, probabilmente, avevano imparato ad evitarlo, così come accade attualmente con molte altre erbe e piante selvatiche, che non vengono consumate dagli animali abitualmente al pascolo.

Pecore morte per avvelenamento da tasso (Immagine dal web)

Cercando on-line, si scopre che ci sono diversi precedenti. Per esempio il post di questo veterinario, in Piemonte, che descrive un episodio analogo a quello capitato al mio amico. Siamo nel novembre 2019. “Alle 7.30 ricevo una chiamata da un allevatore di pecore: la sera prima ha messo tutte le sue pecore da rimonta (una trentina in totale) in un pascolo mai frequentato prima. La mattina ne ha trovate 6 morte e durante i 10 minuti della chiamata ne sono decedute improvvisamente altre 2.” Vengono fatte le autopsie all’Istituto zooprofilattico ed il responso è immediato, i rametti di tasso sono ancora nel rumine. “La quantità necessaria a produrre effetto tossico e letale è estremamente bassa: si ritiene che lo 0,1 % del peso corporeo, in foglie secche, sia letale per un cavallo, mentre nel bovino si arriva quasi a 500 grammi. Difficile riconoscere l’intossicazione dai sintomi. L’alcaloide inizialmente esercita il suo effetto a livello cardiaco e solo in seguito a livello neurologico. Gli animali colpiti inizialmente sembrano stare bene, poi si verificano tremori e debolezza con tendenza al collasso e rapidamente sopraggiunge la morte.

Fiori e foglie di oleandro, altra pianta molto velenosa (Immagine dal web)

Spero questo post possa contribuire ad evitare che si ripetano episodi simili. In prima persona, in passato, ho avuto brutte esperienze con altre piante ornamentali incontrate lungo il cammino del gregge: molto velenoso (pure per l’uomo) infatti è anche l’oleandro, facilmente riconoscibile quand’è fiorito, meno visibile quando vi sono solo le foglie (sempreverdi). Bisogna sempre fare molta attenzione a siepi e piante collocate davanti a giardini e cancelli, anche lungo le strade, ma il pericolo può spesso venire anche da mucchi di scarti di potatura che spesso vengono gettati in aperta campagna, in terreni abbandonati, lungo fossi e torrenti, ma anche accanto a bidoni dell’immondizia. Oltre all’oleandro, ricordo il caso di pecore morte per aver brucato una siepe di lauroceraso. Questa pianta infatti contiene acido cianidrico, che si libera soprattutto nella fermentazione (quindi nuovamente fare molta attenzione agli scarti di potatura!)

Il riposo della neve

Stamattina ci siamo svegliati con i fiocchi che danzavano in cielo e il paesaggio notturno rischiarato dalla neve. La nevicata non è durata a lungo, qualche ora dopo aveva già smesso e le temperature si erano rialzate. Il cielo non si è rasserenato, ma credo che, se ricomincerà la precipitazione, qui saremo sul confine tra pioggia e neve.

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La nevicata di stamattina, durata poche ore – Petit Fenis, Nus (AO)

Anche quello attuale non ha nessuna intenzione di essere un inverno degno di questo nome. C’era stata un po’ di neve autunnale, insieme a parecchia pioggia, che ci aveva impedito di finire l’erba nei prati con le vacche, infatti quando era tornato il bel tempo erano iniziati i parti. Per un po’ ne hanno beneficiato le capre, poi era ora di mettere il letame… La neve servirebbe, molto più di quella caduta stamattina, anche per permettere al letame di sciogliersi e filtrare lentamente nel terreno, per garantire tanta buona erba per la primavera e l’estate.

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Pascolo invernale nel bosco – Petit Fenis, Nus (AO)

Ieri, pascolando sotto ai noccioli, bastava che una capra sfiorasse un ramo per vedere nuvole di polline giallo che si spargeva nell’aria. Fine gennaio a 1000m di quota, tutto ciò non è “nella norma”. E non erano gli unici segnali della primavera imminente…

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Una primula fa capolino nel sottobosco – Petit Fenis, Nus (AO)

Infatti ovunque, tra le foglie secche, ecco spuntare ciuffi verdi appartenenti alle varie specie che annunciano la nuova stagione. C’erano le primule e, in un punto più umido, anche i fiori della farfara. Certo, sono le prime piante a riprendere il ciclo vegetativo, ma fosse fine febbraio sarebbe stato meglio.

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Ieri pomeriggio al pascolo con il cielo e l’aria che già preannunciavano la neve – Petit Fenis, Nus (AO)

Sarebbe servito un lungo riposo per tutti, non solo per le piante. E’ vero, l’assenza di neve mi ha permesso di pascolare quasi quotidianamente anche quest’anno e le capre sicuramente ne beneficiano, sia come salute, sia come umore. Le abbiamo tenute in stalla quando c’era la nebbia o il vento troppo forte, quando la mattina il terreno era bianco di brina, ma ora abbiamo già ripreso a farle uscire dal mattino quando arriva il sole fino al tramonto… e le giornate si stanno allungando!

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Altri “segni di primavera” nel sottobosco – Petit Fenis, Nus (AO)

Il riposo serviva anche per le persone. Sì, perché quando è tutto bianco di neve c’è da faticare un po’ di più per fare i lavori quotidiani indispensabili, per il resto si sta fermi e si tira il fiato. Invece no, così tutti i giorni c’era qualcosa da fare e la stanchezza si accumula. Certo, altrimenti si sarebbero accumulati i lavori, ma se uno fosse più riposato, alla fine le cose le farebbe meglio e in meno tempo. Credo inoltre che sia fisiologico, tutti gli organismi nati e cresciuti in questo clima, avrebbero bisogno del giusto alternarsi delle stagioni. Per finire, serviva un periodo in cui non si poteva lavorare fuori, nei prati, per occuparsi di tutte quelle piccole cose, riparazioni, fare ordine, quelle attività che vengono rimandate alle giornate di brutto tempo…

“Avventura e divertimento” al pascolo

In questi ultimi anni sempre più persone hanno “scoperto” il mondo della pastorizia e hanno voluto condividere con il resto del mondo il fascino che esso ha esercitato su di loro. È un percorso che ho compiuto anch’io, come ben sapete. Nel mio caso però in un certo senso questo percorso non si è mai concluso, piuttosto si è evoluto per strade che si sono diversificate nel tempo, sia per scelte, sia per i casi della vita.

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Gregge in alpeggio al Moncenisio (TO)

C’è chi è stato affascinato e ha cercato di trasmettere al pubblico delle emozioni, dei momenti, delle immagini che altrimenti quasi nessuno avrebbe neanche lontanamente immaginato. Sono stati realizzati film, documentari, articoli, libri, mostre fotografiche. C’è anche stato chi ha capito il potenziale emotivo che queste storie e queste immagini potevano suscitare e le ha usate per costruire “prodotti” che potessero funzionare dal punto di vista commerciale.

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Transumanza autunnale in Valchiusella (TO)

Ognuno fa il suo mestiere, per carità… quello che però mi infastidisce maggiormente è veder trattato l’argomento in modo eccessivamente superficiale o sotto un ottica “sbagliata”, perché al giorno d’oggi più che mai al pubblico bisogna dare un messaggio chiaro e corretto, visto che sul mondo dell’allevamento circolano fin troppi luoghi comuni e disinformazione.

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Gregge in alpeggio con maltempo imminente (foto di Mauro Scattolini)

Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere una bella foto realizzata da un fotografo che si sta interessando all’argomento della pastorizia. Lo scatto, realizzato in montagna, ritraeva il gregge in un contesto di maltempo in arrivo. Lo so che dal punto di vista grafico l’immagine funziona bene… ma non bisogna dimenticare il contesto! Essendo stata postata in un gruppo di allevatori, qualcuno aveva fatto osservare che, per l’appunto, la foto era bella, ma l’allevatore e il gregge stavano per passare dei momenti non tanto piacevoli.

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Maltempo in alpeggio in Valchiusella (TO)

Non ricordo a memoria tutta la risposta del fotografo, ma mi è rimasto impresso il fatto che parlasse di “avventura e divertimento” che stavano per cominciare dopo quello scatto. Non basta passare una settimana o un mese con i pastori per capire certe cose… Io lo capisco, il fotografo, lui pregustava gli scatti “unici” che stava per realizzare. Può capitare anche ad altri di scattare una bella foto a un gregge in montagna, ma nel mezzo di un temporale o di una nevicata raramente ci sono spettatori esterni.

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Con il maltempo i lavori si complicano – Val Germanasca (TO)

Sapete dove sta la differenza tra il pastore e il fotografo che vivono questi momenti? Uno è emozionato per le situazioni eccezionali che sta cogliendo con la sua macchina, con la sua telecamera. L’altro è preoccupato per i suoi animali. Cambia la prospettiva, cambia il tipo di coinvolgimento emotivo. Ricordate quando cercavo la copertina giusta per il mio libro fotografico su 10 anni di pascolo vagante? Scartammo le immagini con la neve che forse avrebbero funzionato di più con il pubblico, ma evocavano brutte giornate, momenti duri, difficoltà a sfamare le bestie per i pastori.

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Perturbazione in arrivo al Moncenisio (TO)

Il temporale che incombe, la nebbia che avvolge, la nevicata improvvisa… belle da vedere, forse. Sicuramente creano suggestioni quando le osservi in fotografia. Ma per chi è lì con gli animali significano sia vivere momenti difficili (rimanere ore e ore al pascolo mentre freddo e umidità penetrano tra gli strati di abbigliamento, e non si arriverà nella baita (spesso fredda) fino alla sera), sia essere preoccupati per gli animali. Un fulmine può causare una strage… Un rigagnolo può gonfiarsi di fango scuro e vischioso, impedendo il rientro alla stalla, al recinto. Nella nebbia ancora più facilmente può essere in agguato un predatore. La neve nasconde l’erba, sarà più difficile sfamare il bestiame. Altro che avventura e divertimento!

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Prima neve in alpeggio a fine stagione al Moncenisio (TO)

Non che non si debbano mostrare queste immagini, anzi! Solo che vanno spiegate al pubblico, che conosce sempre meno queste realtà, che sta perdendo completamente il contatto con la terra, con la dimensione rurale del mondo. Si va dall’eccesso di chi accusa un allevatore di maltrattamento perché, d’inverno, vede un gregge all’aperto sotto la neve… a chi propone queste immagini semplicemente come un momento “avventuroso” del lavoro del pastore.

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Un pastore con il suo gregge in Val Germanasca (TO)

Forse chi sta lavorando a un progetto che riguarda la pastorizia o, più in generale, l’allevamento, prima di consegnarlo al pubblico dovrebbe farlo vedere ad un addetto ai lavori. Credo sia valido per qualunque mestiere, si tratti di pastori, pescatori, panettieri, vignaioli… Si eviterebbe così di scontentare proprio la categoria che invece si vuol “celebrare”. La maggior parte delle volte si eccede nel romanticismo. Si preferiscono le storie più naif, si cercano di escludere le “contaminazioni” con il XXI secolo, consegnando al pubblico dei ritratti fuori dal tempo.

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Maltempo in alpeggio – Val d’Angrogna (TO)

Reali, per carità, ma non rappresentativi dell’intera categoria. Certo dipende dalle finalità dell’opera: se si vuole cercare l’ultimo, il più anziano, se si vuole ascoltare la voce del passato o dell’eremita, va bene. Ma se si vuole fare un ritratto della pastorizia odierna bisogna coglierne le molteplici sfaccettature e i chiaroscuri. Così avremo l’anziano che cammina a fianco del suo asino… e il giovane con il fuoristrada e il rimorchio attrezzato, che parla magari di valorizzazione e innovazioni. Forse è “meno bello” per il quadretto, ma continuare ad insistere su scenette tradizionali ha poco senso, non trovate?

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Un “locale lavaggio” non proprio a norma…

A maggior ragione, se compaiono anche i prodotti e le trasformazioni, bisognerebbe spiegare (anche attraverso le parole di chi fa il mestiere) quali sono le normative vigenti. Lo so che le antiche tradizioni sono tanto pittoresche, ci può stare benissimo la voce della casara che dice che stiamo perdendo una parte importante del prodotto in nome di un rigore forse eccessivo… ma per trasformare e per vendere a norma di legge ci sono delle regole, celebrare chi le infrange è anche offensivo per chi ha speso migliaia di euro per adeguare locali e attrezzature. Se vengono mostrate queste immagini, vanno ugualmente spiegate nel loro contesto, altrimenti al pubblico arriva un messaggio errato o non completo.

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Una bella foto, ma al pastore non piacevano le pecore in primo piano… – Val Germanasca (TO)

Per concludere… non so come mai, ma raramente chi non è del mestiere fotografa o filma quelli che sono gli animali preferiti dell’allevatore. Anzi, spesso la telecamera indugia su quegli animali che non si vorrebbe proprio che venissero visti. Un po’ come se venissero a girare un servizio a casa vostra e.. dopo la prima panoramica, ecco un’inquadratura prolungata del cesto della biancheria sporca o di quello sgabuzzino sul retro dove ci sono accumulate mille cose che magari un giorno potrebbero servire! E così la telecamera inquadra a lungo quella pecora che bruca in ginocchio perché ha la zoppina e fatica a camminare… oppure l’agnellino rattrappito con la pancia gonfia per problemi gastrointestinali. O ancora la pecora il cui vello penzola a brandelli per la rogna… Non me le sto inventando, queste scene, le ho davvero viste tutte in foto e video trasmessi anche in televisione. D’altra parte pure io, all’inizio, mi ero fatta stampare una maglietta con la testa di una pecora che sbucava dalla finestra. “Proprio quella lì che è cieca da un occhio…“, mi aveva subito rimproverata il Pastore.

Per andare avanti in qualche modo ho dovuto crearmi una corazza

E veniamo all’ultima “storia di giovani” tra quelle ricevute nei mesi scorsi. Altri avrebbero voluto dirmi come erano andate le cose da quell’intervista di tanti anni fa, ma poi il lavoro è tanto, il tempo è poco, non tutti amano scrivere… Il tempo è poco anche per me, infatti Marta Fossati, nel suo racconto, parla di inverno e di capretti, ma proprio oggi siamo già arrivati al primo giorno d’estate. Lascio che sia lei e le immagini prese dal suo profilo facebook a raccontare. (Ricordo che Marta è anche in “Capre 2.0” – qui l’intervista comparsa sul blog -, oltre che in “Di questo lavoro mi piace tutto“).

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Pascolo primaverile a Sambuco (CN)

È da un po’ di giorni che mi riprometto di scriverti, sopratutto prima che arrivino i capretti!!! Il big ben! Si ricomincia un’altra stagione! Ma, confesso, amo molto leggere e ben poco scrivere! Sono cambiate molte cose da quel giorno che sei venuta a Sambuco per le interviste del tuo libro. Ci pensavo quando ho ricevuto il tuo messaggio.. Avevo in braccio una capretta che avevo chiamato Ladra di cuori: forse questa è la prima cosa che, a volte, penso che sia cambiata.

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Marta con uno dei capretti nati quest’inverno – Sambuco (CN)

La gioia, la felicità e l’affetto che sempre provo per i nostri animali sono comunque diversi da quelli che provavo nei primi anni che facevo questo lavoro. Non perché non lo amo più, ma perché per andare avanti in qualche modo ho dovuto crearmi una corazza, consapevole che non potrei vivere senza animali, ma anche consapevole che, nel nostro lavoro (come penso in molti altri) alcune scelte e situazioni sono difficili e dolorose.

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Il gregge al pascolo con Sambuco sullo sfondo – Valle Stura (CN)

Allevo sempre animali, anzi alleviamo! Dall’aprile del 2016 io e Luca abbiamo la nostra azienda, Bars Chabrier. Le capre sono circa 150, sempre rigorosamente con nome proprio, sempre meticce selezionate per avere una buona produzione di latte, ma anche per essere delle buone pascolatrici che ben si adattano al territorio montano dove viviamo tutto l’anno.

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La stagionatura dei formaggi – Sambuco (CN)

Tutto il latte prodotto viene trasformato nel nostro piccolo laboratorio e venduto nel punto vendita (che eufemismo, sarà un metro per due!), in ristoranti della zona e nei 3 mercati settimanali.

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Il gregge nei pressi della nuova stalla – Sambuco (CN)

Sempre nel 2016 abbiamo partecipato ai bandi PSR e attualmente è in fase di costruzione la nuova stalla. Bellissima, ma fonte di grandi preoccupazioni. Non starò qua a tediarti su argomenti che sicuramente già ben conosci, ma vorrei solo dire che quelli che dicono “hanno preso i contributi”, di provare anche loro a vedere com’è la strada per accedere a questi aiuti. E, alla fine, vedere quanto siano stati “aiuti”. Io ancora non lo so, so però cos’è stato arrivare fino a qui. Se veramente è stato un aiuto a lavorare in modo migliore o l’aiuto a decretare la nostra fine!!

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Capretti meticci – Sambuco (CN)

“Spero che ci sarà una terza parte di questo libro e, comunque vada, di trovarmi ancora in mezzo agli animali. Veniamo ora alle difficoltà nella nostra attività. La prima è la quello che già ti ho scritto. Poi superare la perdita di un animale a cui tieni particolarmente, cioè praticamente tutti! Gioire per i capretti nati e sapere che fine faranno buona parte di loro, sapere che devi vendere una capra altrimenti la vedrai spegnersi giorno per giorno. Dolori, frequenti in questo mestiere ma anche molte gioie che ti fanno tornare il sorriso. E poi le umiliazioni, i bocconi amari costretto a ingoiare perché tanto hai le bestie, devi stare zitto altrimenti in un modo o nell’altro te la fanno purgare. E il senso di frustrazione davanti a una immensa quantità di burocrazia, leggi, norme, decreti, moduli e quant’altro, credo poco amate dalla maggior parte di noi esseri umani, ma particolarmente inaccettabili per chi fa un mestiere come il nostro.

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Marta con un agnello – Sambuco (CN)

Siamo ben capaci di sbrogliarci davanti a molti imprevisti della natura, ma davanti a tutti i fogli che devi fare se per caso decidi che quella capretta in più proprio la vuoi tenere… Beh… Io lì vado fuori di testa!!

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Luca al pascolo con il gregge – Sambuco (CN)

Cosa direi agli altri giovani che stanno iniziando? Sicuramente non sono giorni facili in nessun settore, il nostro implica anche un coinvolgimento della vita “oltre il lavoro”. Nel senso che proprio non c’è una vita! Sto scherzando, ma sicuramente è difficile ricavarsi del tempo libero, soprattutto più giorni consecutivi e, se come noi si lavora entrambi in azienda, poter approfittare di questo tempo insieme. Poi ci sono situazioni e situazioni. Ma se si è soli è difficile anche riuscire ad andare via poche ore. Sicuramente avendo poco tempo devo dire che cerco sempre di approfittarne meglio che posso! Ma se c’è davvero “la passione” per questo lavoro sarà difficile riuscire a fermarsi. Per concludere… sì sono, anzi siamo, soddisfatti della nostra vita!

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Il pascolo preferito dalle capre – Sambuco (CN)

Ringrazio ancora l’amica Marta per la chiacchierata virtuale. Qui potete trovare altre informazioni sull’azienda e sui luoghi dove acquistare i loro formaggi. Ricordo a tutti, giovani o meno giovani, che le pagine di questo blog sono sempre aperte a chiunque voglia raccontarmi la sua storia, legata alla montagna, all’allevamento, all’agricoltura di quelle aree cosiddette marginali.

Magari prendere una cascina…

Mi trovo un po’ in difficoltà ad andare a fare delle domande sul cambiamento climatico agli allevatori in questa fine primavera così fredda e piovosa. Ma d’altra parte parliamo di cambiamenti del clima, non di riscaldamento globale! L’altro giorno comunque sono salita in Valle Soana. Imboccata la vallata, le nuvole si sono chiuse sopra di me e, a mano a mano che procedevo per la stretta strada a curve, ha iniziato a piovere a dirotto. Alla mia destra il torrente era gonfio di acqua fragorosa e spumeggiante.

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Vacche piemontesi sotto la pioggia – Ronco Canavese, Valle Soana (TO)

Marco stava finendo di mettere il filo e i picchetti per il recinto, “riparato” da giacca e pantaloni di cerata, mentre le vacche attendevano pazienti sotto il diluvio. “Sprecano erba, con un tempo così…“. Il primo pascolo di stagione è nel fondovalle, a ridosso di villaggi quasi disabitati, dove le seconde case attendono condizioni meteo più favorevoli per il flusso di villeggianti. Marco fa pascolo vagante in pianura, poi con la sua mandria è risalito a piedi fino qui. Lui è anche uno dei protagonisti di “Di questo lavoro mi piace tutto“, il margaro che, fin da ragazzino, ha dormito in una roulotte accanto alla sua mandria, d’inverno. Qui vi avevo raccontato la sua storia.

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Pascolo sotto la pioggia – Ronco Canavese, Valle Soana (TO)

La passione e il lavoro di Marco sono rimasti immutati. Nonostante la vita sicuramente non facile che fa, quando gli chiedo delle problematiche che affliggono la sua attività, risponde che fino ad ora non ha di che lamentarsi. Il lupo “fa paura”, ma attacchi per ora non ne ha mai avuti. Così continuiamo la nostra chiacchierata, con le domande del mio questionario che si mescolano a chiacchiere, aneddoti e un po’ di “gossip pastorale” su amici e conoscenti comuni. Ora Marco sta per condurre gli animali nelle aree di alpeggio propriamente dette, dove trascorreranno tutta l’estate. “In inverno sì, vorrei cambiare qualcosa. Prendere magari una cascina, almeno per portare quelle che devono partorire. E’ arrivato il momento di fermarsi un po’, diventare più stabile… Vedremo se trovo qualcosa nelle zone dove giro.” La pioggia continua a cadere, finisco il mio questionario e riparto verso la pianura.

In Piemonte mi è tornata la passione

La scorsa settimana sono andata a trovare un pastore… Avevo visto foto della sua transumanza, della salita del gregge in Valle d’Aosta. Quando l’ho saputo “fermo” in pascoli di mezza quota, gli ho fatto visita. Tra l’altro, la destinazione finale della sua transumanza è nel territorio del Parco del Gran Paradiso, quindi anche lui fa parte degli allevatori che devo intervistare per il progetto di cui vi parlavo qui.

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Mimmo e il gregge a Sommarese (AO)

Mimmo lo avevo già incontrato lo scorso autunno quando, con il gregge, la famiglia e gli amici, ridiscendeva la valle a piedi. Ma in primavera riesce ugualmente a salire a piedi? “Di qui alla valle di Rhêmes carico sui camion, a questa stagione è impossibile spostarsi, ci sono tutti i prati dove devono tagliare l’erba o animali al pascolo. Non è stato facile nemmeno arrivare qui, ho dovuto fare le tappe di notte, prendere dell’erba in un posto giù per potermi fermare di giorno.

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Il gregge a Sommarese (AO)

I pascoli di Sommarese sono una “benedizione” per il gregge e il suo pastore. “Devo proprio ringraziare tanto il Consorzio che, da cinque anni, mi fa salire qui per pascolare tutta questa zona che ormai era abbandonata. C’è solo uno con le vacche più in basso. Mi fermo circa un mese, adesso in primavera e poi in autunno. In autunno però riesco a scendere a piedi, 4 giorni dalla Valle di Rhêmes. Con meno pecore uno potrebbe passare qui tutta l’estate, l’unico problema è che c’è poca acqua.

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Gregge e cani da guardiania, Sommarese (AO)

E’ un bel pomeriggio di sole caldo, le temperature in quei giorni si erano finalmente alzate. Il gregge, quando sono arrivata, era ancora nel recinto, inutile metter fuori le pecore sotto il sole, pascolano meglio la sera con il fresco. Il gregge era sorvegliato da tre cani da guardiania nel recinto, tre pastori abruzzesi, e uno era legato fuori, un pastore dell’Asia Centrale. Mimmo mi racconta, come tutti i pastori, del rapporto contrastante con questi cani, fondamentali nel proteggere il gregge da un predatore sempre più numeroso e presente, ma problematici per la coabitazione con tutti gli altri fruitori della montagna. “Ne avevo su solo due, poi dopo aver passato le notti in bianco perché abbaiavano di continuo, sono andato a prendere gli altri due. I lupi ci sono, li ho visti. Negli anni scorsi ho già anche visto i cani scontrarsi direttamente con i lupi.

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Anche alcuni asini e cavalli nel gregge – Sommarese (AO)

La Valle d’Aosta non è un territorio particolarmente abituato al transito di greggi così grossi, qui gli allevatori di ovini hanno un numero di capi solitamente molto più ridotto, qualche decina di capi, non di più. “All’inizio c’era qualche… perplessità! Poi adesso va tutto bene. Certo, c’è qualcuno che proprio non vuole che passi o non mi lascia fermare nemmeno d’autunno, ma in generale va bene. Anzi, è più difficile trovare dove passare in Piemonte, da Carema in giù, quando scendo.

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Uno dei cani da guardiania sorveglia il territorio a lato del gregge – Sommarese (AO)

Chiacchieriamo ancora un po’, poi lascio Mimmo al suo pascolo pomeridiano. Mi racconta di essere “nato” pastore, da bambino e ragazzino già faceva questo mestiere. “Ma in Calabria, con i miei. Lì le pecore le mungevamo. Poi ho fatto altro, mi sono spostato, ho lavorato anche con i cavalli. Poi sono venuto in Piemonte e mi è tornata la passione. E’ dal 2001 che ho le pecore.

Eppure “raccontare storie” va di moda…

Oggi faccio qualcosa di diverso, oggi parlo in prima persona, oggi parlo di me e della mia attività. Come sapete, dal momento che scrivo libri, mi definisco scrittrice. Avevo coltivato il sogno che sarebbe potuta essere un’attività che mi consentiva di viverci, ma non è così. Forse perché non ci dedico abbastanza tempo, forse perché la scrittura si incastra tra i miei altri impegni, quelli del vivere in montagna e dell’allevamento, ma soprattutto perché non faccio i “numeri” che danno una vera rendita.

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Scrivendo in compagnia al pascolo… – Petit Fenis, Nus (AO)

Io scrivo soprattutto attingendo alla mia realtà, quindi tutto collimerebbe alla perfezione, sia quando pubblico saggi, sia quando mi dedico alla narrativa. Non frequento i “salotti culturali”, ho raramente il tempo di recarmi ad appuntamenti extra rispetto alle mie attività, che hanno orari spesso molto vincolanti. Però leggo molto, mi documento, ascolto la radio… Ho scoperto, proprio alla radio, che ciò che faccio spesso oggi viene definito con l’ennesimo termine inglese, cioè “storytelling”. E io allora sarei uno “storyteller”. Cioè racconto storie… Che un tempo erano storie di pascolo vagante, poi sono diventate storie di allevatori, di montagna, di capre e caprai, di alpeggi… Il più delle volte le racconto su carta (nei libri) o su pagine virtuali (qui), ma mi piace anche raccontarle davanti ad un pubblico, dove si può interagire, dove si può spiegare meglio, dove si possono soddisfare le curiosità di chi questo mondo non lo conosce grazie alle domande che sempre arrivano alla fine di una serata, dopo aver osservato le immagini e ascoltato quello che ho raccontato.

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Il pubblico in attesa della presentazione a Novalesa (TO)

Ma ultimamente non si riesce più a fare tutto questo. Come mai? Me lo dite voi? Quando ero praticamente sconosciuta, alle prime presentazioni dei miei libri si riempivano le sale. Che ricordi che ho di quelle serate… La prima di “Dove vai pastore?” al Forte di Fenestrelle. O una presentazione durante una serata di neve fitta alla Crumiere di Villar Pellice, mi pare si trattasse di “Di questo lavoro mi piace tutto”, con la sala gremita, gente arrivata anche da lontano. Venivano gli allevatori, i protagonisti dei libri, gente del paese dove si svolgeva l’evento e persone interessate che si spostavano apposta per essere lì. Serate in Lombardia, in Veneto, in Trentino. Numeri inimmaginabili di pubblico in sperduti paesini di vallate alpine.

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Incontro con gli studenti e il pubblico al CFP di San Giovanni Bianco (BG)

La cosa più bella di questi incontri per me è sempre stato il momento del dibattito che segue la presentazione. Questo è il mio metro di valutazione del successo delle serate. Certo, fa piacere vendere copie dei libri, più che altro per ripagarsi le spese necessarie per realizzarli (tenete conto che, a parte il romanzo, tutti gli altri libri hanno richiesto mesi di interviste sul campo, spostamenti in auto e a piedi, talvolta anche pernottamenti lontano da casa), ma la passione viene tenuta viva dal pubblico. Soddisfare le curiosità, controbattere a chi ha idee differenti, cercare il più possibile di informare correttamente su tematiche che mi stanno a cuore.

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Presentazione del libro fotografico “Pascolo vagante 2004-2014” nel salone della Scuola Malva Arnaldi a Bibiana (TO)

Fino a qualche anno fa dovevo consultare l’agenda quando venivo chiamata per presentare i miei libri, oggi la scelta delle date è quanto mai vasta. In tutta l’estate che sta per cominciare, ho due, dico DUE, appuntamenti in calendario. Eppure è uscito il romanzo “Il canto della fontana” in autunno e la nuova edizione di “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora” in queste settimane. Poi sono più che mai disponibile a presentare tutte le opere degli ultimi anni, a seconda delle necessità del territorio che mi chiama. Parlare di capre, parlare di pastorizia nomade, parlare di itinerari in alpeggio, di turismo legato ai prodotti dell’alpe…

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Al Salone del Libro 2019, stand de L’Araba Fenice editore

Qualche giorno fa ero al Salone del Libro di Torino e mi confrontavo con altri autori ed editori. A quanto pare il male è comune, il problema non è soltanto mio. La gente esce a fatica di casa, forse resta seduta a guardare il computer e lo smartphone? Esaurisce così la sua voglia di socialità e di dibattito? Ogni tanto qualche bella serata la si riesce ancora ad organizzare, ma il più delle volte, per attirare pubblico, bisogna abbinare al libro l’enogastronomia, la musica, oppure riunire due o tre autori.

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Con Valeria Tron a Massello (TO)

Ogni tanto qualcuno mi suggerisce di contattare tizio o caio per organizzare una serata. Tentar non nuoce, però ho proposto le mie ultime opere a tutte le principali biblioteche della Valle d’Aosta senza ricevere una singola parola di risposta, un riscontro di qualsiasi tipo. Perché la presentazione funzioni davvero, deve crederci l’organizzatore per primo. Avere letto i libri dell’autore, apprezzarli, avere un reale interesse sull’argomento. Perché solo così si darà davvero da fare per organizzare e promuovere l’evento, attirare gente. Sempre per esperienza personale, posso dire che se manca questo “entusiasmo”, a volte non vengono ad ascoltarti nemmeno i “padroni di casa” che ti concedono la sala per presentare le tue opere. Meglio allora aver solo un paio di serate in programma, dove sono stati gli organizzatori a cercarti e invitarti, piuttosto che un lungo calendario di appuntamenti messi insieme implorando degli spazi.

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Momenti della mia vita quotidiana, Petit Fenis, Nus (AO)

Sempre al Salone del Libro, ho assistito a qualche incontro con scrittori famosi. Qualcuno era all’altezza della sua fama, altri mi sono sembrate persone normali che poco avevano da dire sulle loro opere. Hanno raccontato soprattutto aneddoti sulle loro vite, probabilmente la loro creatività la esprimono meglio sulla carta, ma d’altra parte è quello che lo scrittore, specie se di romanzi, deve fare. Oggi però va di moda soprattutto il personaggio, quello che parla di qualunque argomento, vanno di moda le polemiche e i toni alti. Io invece continuo a raccontare le “mie” storie. Se vi piacciono, fatemelo sapere.

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Immagini di maltempo durante il pascolo pomeridiano – Petit Fenis, Nus (AO)

Stavo preparando questo post con un po’ di sconforto e disillusione quando mi è arrivato un messaggio da un’amica virtuale del Veneto, Veronica. Poche parole scritte di getto, ma con il cuore, che ancora una volta mi hanno fatto capire come sia importante continuare a fare quello che faccio. Magari i diretti interessati non riescono a venire alle mie serate, perché sono lontani, perché hanno impegni legati al loro lavoro. Magari però i miei libri li leggono, quando sono al pascolo o hanno un momento di riposo. “Volevo ringraziarti per ciò che pubblichi e per come riesci in poche righe a riassumere le situazioni di chi sta cercando di vivere di allevamento. Sono otto anni da quando mi sono trasferita in montagna. Partita per seguire l’avventura dell’ex marito… e dopo un anno la passione viscerale delle pecore… tante vicende meravigliose e molte che ti tolgono il respiro… tanti lavori per mantenere un sogno: lavori serali nei ristoranti, w/e negli agriturismi, lavori qua e là sempre per portare avanti un sogno… Poi l’arrivo delle prime capre un anno fa, il desiderio di caseificare… anni per cercare una stalla e terra. Nessun contratto sui terreni e i pochi che trovi solo in nero, difficili da pascolare. Che brutta realtà per chi desidera vivere la montagna e vivere di allevamento… Grazie per essere presente e scrivere di realtà molto scomode.

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Relax al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Vedete? Anche questa volta vi ho raccontato delle storie. Un po’ della mia, poi quella che emerge dalle righe di Veronica. Così mi viene in mente di aggiungere una cosa: spesso, nelle serate in giro per le Alpi, mi è anche capitato di dare un volto reale e una voce alle amicizie virtuali, sono stati momenti davvero belli, mi auguro possano continuare ad essercene.

Piccoli animali, grandi problemi

Di certi problemi si parla quotidianamente, insistentemente. Altri, anche molto gravi, non ricevono la stessa attenzione. Del problema lupo sappiamo tutto e anche di più, c’è gente che spaccia per notizie il fatto di averli addirittura sentiti ululare… Con costi elevati in termini di fatica, di stress e di denaro, dal lupo ci si può cercare di difendere (o meglio, di contenere i danni). Ma che fare contro nemici molto più piccoli e sicuramente molto più insidiosi? Con la complicità di un clima mutato, inverni sempre meno freddi, estati con temperature elevate, c’è una serie di animaletti, insetti e non solo, che hanno fatto la loro comparsa dove prima non c’erano o hanno aumentato enormemente il loro numero.

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Zecche sulla mammella di una capra

Partiamo dalle zecche (e ribadiamo ancora una volta che non le “porta” nessuno, piuttosto la loro presenza è favorita dalla combinazione di terreni abbandonati, ricchi di vegetazione, maggiore presenza in queste aree di fauna selvatica e, appunto, temperature più miti).

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Capra che si gratta con un arbusto per liberarsi delle zecche tra le corna

Anche a 1000 metri di quota, potevi già vedere le prime addirittura al mese di gennaio. Prima le capre, poi i capretti, ne sono stati vittima in maniera massiccia. I trattamenti antiparassitari hanno una durata e un’efficacia limitata, in caso di consumo del latte e/o della carne puoi affidarti solo a prodotti a base di erbe, ma servirebbe un bagno completo ogni due tre giorni in una vasca piena di olio di neem o di qualche prodotto piretroide, per tenerle lontane!

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Camminando tra cespugli ed erba alta in terreni semi-abbandonati è facile trovarsi numerose piccole zecche sugli abiti

Le zecche comunque le conosciamo tutti e molti di noi in questi ultimi anni sicuramente hanno avuto modo di fare qualche incontro ravvicinato anche senza essere allevatori o possessori di cani e gatti. Invece ditemi un po’ chi di voi conosce i simulidi. Io non ne avevo sentito parlare fino a due anni fa. Molti allevatori forse ne conoscono gli effetti nefasti, ma non il nome. Sono dei moscerini che, da qualche anno, causano grossi problemi in primavera quando è ora di mettere fuori dalle stalle i bovini. Li ho visti in azione sulle capre, che quest’anno hanno sempre pascolato all’aperto, esclusi quei pochissimi giorni di maltempo.

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Mammella di una capra con i segni delle punture dei simulidi

Già a fine marzo, ma poi in modo massiccio ad aprile, vere e proprie nuvole di questi moscerini circondavano ogni animale del gregge, accanendosi particolarmente sulle mammelle. A parte l’evidente fastidio, su questi animali per fortuna non si sono manifestati effetti peggiori. Con i bovini purtroppo non è così. Non so altrove, ma qui in Valle d’Aosta ogni anno si registra qualche morte per colpa dei simulidi. Le punture causano, oltre al gonfiore nelle zone colpite, gonfiore della gola, della testa e shock anafilattico. Solo un intervento mirato e tempestivo del veterinario può salvarle.

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Gregge al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Si può tentare un trattamento con un prodotto repellente, ma non sempre è efficace. E così anche quest’anno ci sono già state alcune manze morte, altre salvate appena in tempo. Ma non ci sono grosse soluzioni, si mettono le bestie fuori, si tengono d’occhio e si spera. Anzi, ci si fa fare la ricetta del prodotto da iniettare contro lo shock anafilattico dal veterinario e ci si tiene pronti a correre in farmacia (in certe già scarseggia, se uno ha un’urgenza non è detto che in questi giorni riesca a trovarlo subito!).

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Il clima è più freddo in questi ultimi giorni che non nei mesi scorsi – Petit Fenis, Nus (AO)

C’è chi dice che servirebbe un temporale, una pioggia, mentre gli animali sono fuori, così da lavar via l’odore di letame. Dopo i moscerini sarebbero meno aggressivi. E dire che comunque in questi giorni ce ne sono già meno rispetto a qualche settimana fa. Il freddo di questi giorni forse li terrà lontani o li annienterà?

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Vacche valdostane in una piccola stalla di montagna – Varfey, Lillianes (AO)

Erba che viene dura e bestie in stalla perché si ha paura di metterle fuori… C’è chi ha paura di un attacco del lupo, chi delle punture dei simulidi! Qualcuno altrove ha questo problema? Qualcuno ha trovato delle soluzioni efficaci? Quasi mai colpiscono anche l’uomo, ma io ho potuto sperimentare anche questa esperienza, e vi garantisco che la loro puntura è molto fastidiosa, causa un grosso ponfo indurito dal prurito fortissimo che dura molti giorni.