Manca tanta valorizzazione

In attesa del libro sulle capre (sì, uscirà in autunno, ad ottobre), ho iniziato a lavorare al nuovo testo che mi è stato commissionato, cioè un’opera “alla scoperta degli alpeggi valdostani”, su modello di quello che Monterosa Edizioni aveva già realizzato sul territorio ossolano. E così su questo blog vi proporrò stralci delle chiacchierate fatte in alpeggio con gli allevatori che incontrerò lungo gli itinerari.

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Pascoli in fiore a Vetan (AO)

Sì, perché il libro abbinerà le escursioni al territorio: in montagna sul territorio ci sono gli alpeggi, con le persone che ci lavorano e gli animali, bovini, ovini, caprini. Per il Piemonte era sicuramente stato più semplice realizzare un’opera “portando” gli escursionisti ad apprezzare questa realtà anche attraverso i prodotti, dato che è normale poter acquistare latticini in alpeggio se su quei pascoli ci sono animali da latte. In Val d’Aosta la storia è un po’ diversa. Forse anche per questo ho accettato volentieri la “sfida”: c’è necessità di condurre il pubblico a scoprire un mondo che sembra essere sempre più “alieno”.

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Una delle innumerevoli sculture lignee lungo il percorso di salita al rifugio Mont Fallere – Vetan (AO)

Ho iniziato così la mia avventura da un itinerario già molto conosciuto ed apprezzato, quello che porta al Rifugio Mont Fallere, lungo il “museo a cielo aperto” che caratterizza questo percorso. “Il rifugio non era sui percorsi più classici, tipo le alte vie, e non ci sono grandi vette, così Siro, il gestore, si è inventato questa cosa delle sculture. Ce ne sono lungo tutto il sentiero ed è difficile riuscire a vederle proprio tutte, ce n’è un centinaio…“. Così mi racconta Gilberto Marcoz. “Buona parte dell’itinerario è sul mio alpeggio. Ci sono anche altri alpeggi e un’azienda che fa anche escursioni a cavallo, ma quando è stato creato l’itinerario, nessuno è stato convocato. 

Isolettaz – Vetan (AO)

Oltre a questo alpeggio, ne uso uno più in là, alla stessa quota, Vulmian. Se la gente passasse agli alpeggi, qualcosa venderesti. Sarebbe bello poter mettere uno chalet sul sentiero per vendere i prodotti, ma qui da noi c’è troppa burocrazia. Ogni tanto vado in Svizzera, nel Vallese, e là tutti gli alpeggi hanno il posto dove mangi i prodotti e li acquisti pure. Se vuoi farlo, chiedi il permesso, in 15 giorni ti danno l’autorizzazione e puoi partire con i lavori seguendo quello che ti richiedono. Poi vengono a fare i controlli a sorpresa e ti multano se non ha rispettato le norme. Ho visto un posto dove hanno fatto il locale in una parte della stalla, una porta la stalla, l’altro il ristorante. Qui l’ASL non ti darebbe il permesso. 

Vacche di razza valdostana castana al pascolo – Vetan (AO)

Sia qui, sia in fondovalle, mungiamo e lavoriamo noi il latte. Facciamo Fontina: è una DOP, c’è un disciplinare da seguire ed è un prodotto conosciuto, ma manca molta valorizzazione. Vendo alla cooperativa, si occupano loro della stagionatura, poi qualche forma me la riprendo per venderla direttamente. Ce la pagano poco, per essere una DOP, e quella di alpeggio la pagano solo 30 centesimi /Kg più dell’altra.

Gilberto e i suoi animali – Vetan (AO)

Al turista bisogna spiegare come si fa la Fontina, due lavorazioni al giorno, e questo è impegnativo. Poi la Fontina che puoi trovare in alpeggio è quella di fondovalle, perché c’è un minimo di 90 giorni per la stagionatura. Quindi le migliori Fontine di alpeggio si mangiano a Natale! Servirebbero degli chalet al fondo delle piste da sci, per esempio, dove vendere la Fontina spiegando queste cose.

Abbeverata – Vetan (AO)

Al turista di cose da spiegare ce ne sarebbero molte, da quel che mi racconta Gilberto. “L’alpeggio è un luogo di lavoro, quindi è di qualcuno, la gente se ne dimentica, sia chi ha la seconda casa, sia chi passa soltanto. Chi compra una casa su di qua, la prima cosa che fa è recintare il suo pezzo, poi pretende di sdraiarsi a prendere il sole nei miei pascoli. Ti racconto una cosa… dove metto la batteria per dare corrente al recinto, ho sempre un secchio per avere dell’acqua per bagnare il terreno dove pianto il picchetto della terra. Alla sera lo trovo pieno di immondizia… Certo, non tutti si comportano male, c’è chi saluta, chi lega il cane appena vede le bestie, ma ti ricordi di più quelli che si comportano male. Manca il rispetto!

La reina – Vetan (AO)

Gilberto alleva vacche di razza valdostana castana ed è anche un gran appassionato di Battaglie delle Reines. “Già mio nonno e il mio bisnonno avevano questa razza. Adesso ci sono due categorie di allevatori, chi le tiene per viverci, come me (e quindi devono anche avere latte) e l’hobbista che guarda solo che l’animale batta e se ne frega delle produzioni. Bisognerebbe dare la precedenza come regole a chi lo fa per vivere. Le battaglie sicuramente contribuiscono a mantenere vivo l’allevamento, ma adesso siamo in crisi.

Mandria al pascolo – Vetan (AO)

Parliamo dei problemi del settore, i contributi economici bloccati o che tardano ad arrivare fanno sì che le aziende fatichino ad andare avanti. “In passato abbiamo sicuramente avuto tanti aiuti per la viabilità degli alpeggi e per ristrutturare le strutture. Questo ha voluto dire tanto per la gestione dell’alpe. La montagna è bella quando c’è il sole, ma l’allevatore è su anche quando fa brutto tempo e ha diritto pure lui a farsi una doccia calda la sera, poter mettere ad asciugare gli scarponi e la giacca.” Avrò molto da imparare e da raccontare in quest’estate tra gli alpeggi della Vallée. Gli argomenti sono quelli “di sempre”, che accomunano gli allevatori in ogni parte delle Alpi (e non solo). Sicuramente però ascolterò nuove storie e vedrò meravigliosi panorami. Qui più che mai è necessario raccontare alla gente (turisti, escursionisti, ecc.) cosa sia il mondo dell’alpeggio.

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Chi ce l’ha fatta

L’altro giorno si parlava di un mio “vecchio” libro, “Di questo lavoro mi piace tutto“, uscito ormai da alcuni anni. A dire la verità è stato pubblicato nel solo 2012, ma le interviste le avevo fatte nel 2010 e terminate nel 2011, poi da allora ne sono usciti diversi altri e così mi sembrava che sia passato molto più tempo. Comunque, nel libro (ancora disponibile, qui trovate i dettagli per ordinarlo), avevo raccolto una settantina di interviste a giovani allevatori, tra i 15 e i 30 anni. Raccontavano le loro scelte, le loro difficoltà, i loro sogni. Sarebbe bello andare a trovarli e vedere come son andate le cose, nel bene e nel male. Io non ho tempo e modo di farlo, ma per qualche studente universitario del settore, non potrebbe essere un bell’argomento per una tesi? Io sono disponibile per fornire i contatti per raggiungere la maggior parte di loro!

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Matteo e le capre nei boschi sopra ai Bastianoni – Cumiana (TO)

Ieri sera sono andata a trovare due di questi ragazzi, erano in coppia già nel 2010, la prima volta vi avevo parlato di loro qui, quando Matteo aveva affrontato la transumanza per andare a fare la sua prima esperienza in alpeggio. Poi ero andata per l’appunto ad intervistarli per il libro. E in seguito mi era capitato di incontrarli varie volte, anche perché avevano iniziato a salire sulle “montagne” sopra al mio paese. Non un vero alpeggio, ma comunque dei pascoli da utilizzare nella stagione estiva.

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Francesca munge le capre con “l’aiuto” dei bimbi – Cumiana (TO)

Sono cambiate molte cose in questi anni, però i loro sogni e progetti si sono man mano realizzati. Cosa diceva Francesca nel 2011? “Sposarci, lavorare insieme. Però non potrei mai lasciare l’azienda dei miei, che con un socio hanno un’attività di contoterzisti, magazzini per cereali e preparano anche i mangimi. Così al mattino aiuterei lui a mungere e fare i formaggi, poi andrei in azienda, ed alla sera di nuovo ad aiutare lui. A me lavorare piace, non sono capace di star lì senza fare niente. Seduta dietro ad un computer… No, non fa per me. Io devo stare fuori, muovermi!“. Oltre a lavorare insieme, Matteo e Francesca hanno anche due bambini, si sono sposati e la loro attività sta progredendo.

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Il rientro delle capre – Bastianoni – Cumiana (TO)

Ieri sera li ho incontrati quando avevano finito di spostare il recinto e aspettavano che le capre rientrassero dal pascolo. A dire il vero, avendo cambiato zona proprio quel giorno, il gregge se ne stava per i fatti suoi più in alto e non scendeva nonostante i richiami di Matteo, così ci è toccato andarle a cercare affidandoci al suono delle campanelle. I lavori da fare sono sempre tanti, nelle giornate precedenti Matteo si stava occupando della fienagione, quindi gli animali pascolano anche da soli, sorvegliati dai cani maremmano-abruzzesi, per rientrare al recinto la sera.

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Il recinto per la sera – Bastianoni – Cumiana (TO)

Varie volte il gregge ha avuto problemi con i predatori, in passato. Matteo il lupo l’ha già anche visto più volte, gli aveva ucciso delle capre anche vicino ad una delle borgate ancora abitate che ci sono nella parte alta di Cumiana. I cani sono un deterrente, ma la loro efficacia non è del 100%. Sarebbe però impensabile avere una persona con il gregge tutto il giorno, economicamente non sarebbe sostenibile. Matteo mi spiega che non ha terreni in affitto, pascola con il permesso dei proprietari, ma non ha stipulato contratti. In questo modo non può nemmeno presentare domande per avere dei contributi. “Ma è meglio così, non chiedo niente, non voglio niente, solo poter lavorare, fare il mio lavoro.

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Piccoli pastorelli crescono – Cumiana (TO)

Chiacchiero con Francesca e le chiedo della “nuova” avventura. Da poco tempo ha iniziato a fare i mercati con i formaggi di loro produzione. “Adesso il latte lo lavoro io, al mattino. Ci siamo attrezzati, abbiamo realizzato il caseificio a casa, al Selvaggio, dove abitiamo. Non abbiamo potuto farlo dove abbiamo la stalla perché è “zona residenziale” e non ci hanno dato il permesso. Non abbiamo chiesto contributi per farlo, perché tanto i soldi li dovevamo comunque tirare fuori noi prima. E poi dovevi avere tutte le fatture, invece così certi lavori ce li siamo fatti noi in famiglia. La spesa comunque è stata grossa.

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Assistenti alla mungitura – Cumiana (TO)

Poi abbiamo preso il furgone e il banco per vendere. Ho appena iniziato a fare i mercati dei produttori a Piossasco il sabato mattina e a Cumiana il mercoledì. Mi sono attrezzata secondo quello che mi ha detto l’ASL, ma poi vedo gli altri che arrivano a vendere e non hanno tutte le cose che hanno chiesto a me… Un’altra cosa che ho notato è che a questi mercatini non tutti sono veri produttori, c’è gente che rivende prodotti di altri. Le cose stanno andando bene, la gente apprezza i miei formaggi. La clientela è diversa, a Cumiana vengono a prendere 6, 12 tomini per volta, mi dicono che sono come quelli che facevano una volta, anche la ricotta. Invece a Piossasco c’è chi ti prende un tomino di capra, uno di mucca…

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Impariamo a mungere? – Cumiana (TO)

Il lavoro non manca e gli orari sono quelli che sono. Ieri sera si mungevano le capre alle nove di sera. “Lavoro il latte al mattino, poi dipende anche dalle ordinazioni che ho. Il Ristorante Freidour ci prende molte cose, poi ho qualche cliente fisso. Al pomeriggio continuo a lavorare dai miei, perché comunque di spese ce ne sono, per il furgone dei mercati abbiamo dovuto chiedere un prestito. Alla sera non ceniamo mai prima delle dieci, a volte mia mamma si impietosisce e mi dà la verdura già preparata, lavata.

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Un’ultima foto prima di lasciare il gregge nel recinto con i suoi guardiani – Cumiana (TO)

Il racconto di Francesca è sereno, non ci sono lamentele, solo determinazione e passione per la propria vita, il lavoro, la famiglia. Questi giovanissimi sono tra quelli che ce la stanno facendo ad andare avanti e realizzare i propri sogni, ma per molti altri protagonisti del libro non tutto è andato come si sperava. Vedremo se qualcuno andrà a verificare come si sono evolute le cose…

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Scende la sera sui pascoli di vacche, cavalli e asini – Cumiana (TO)

Francesca va con i bimbi alla roulotte a preparare cena, Matteo raggiunge le vacche per mungerle, poi più tardi scenderanno tutti a casa, in Val Sangone. Una volta Matteo aveva anche le pecore, ora tiene solo più capre e qualche vacca. “Pascoli qui ce ne sono pochi, non puoi avere tante bestie. Una volta c’erano vacche, capre… per anni è stato tutto abbandonato, il bosco si è allargato. Poi in questi anni sono già migliorati un po’, pian piano li stiamo pulendo, i proprietari tagliano qualche pianta, portano via quelle secche. Però se non piove… lo scorso anno a fine agosto era già tutto giallo.

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Matteo munge con l’ultima luce della sera – Cumiana (TO)

Saluto Matteo, ha finito di mungere e rientra dalla famiglia per cenare. Quando, quasi dieci anni fa, questo ragazzino dalle origini non agricole aveva scelto di fare il pastore, quelli “dell’ambiente” un po’ lo schernivano. C’era un misto di ammirazione per il suo coraggio (passare l’estate in alpeggio con un gregge), ma anche sembrava che tutti si aspettassero un’ammissione della sua sconfitta. Perché “pastori si nasce e non si diventa”. Invece oggi Matteo e Francesca sono una bella coppia, una bella famiglia, lavorano insieme e raccolgono i frutti della loro passione/mestiere.

Va male anche di là?

Arriva l’estate, gli alpeggi si animano, a volte si riesce anche ad andare a fare un giro oltreconfine per riempirsi gli occhi di belle immagini. Ci sono varie forme di turismo, chi va a vedere le città d’arte, i musei, chi va al mare e chi si immerge nel paesaggio rurale.

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Prati sulla strada che porta a Davos – Canton Grigioni

L’erba del vicino, lo sappiamo bene, pensiamo sia sempre più verde. Ognuno ha i suoi miti, ci sono delle regioni considerate dei paradisi dagli abitanti delle altre (il Trentino Alto Adige e la Val d’Aosta, tanto per fare due nomi), oppure si pensa all’estero, e allora si crede che in Svizzera vada tutto bene e gli agricoltori/allevatori là facciano una bella vita.

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Vacche in alpeggio al Fluelapass – Grigioni

Sicuramente ovunque c’è chi sta meglio e chi sta peggio, ma i problemi non mancano per nessuno, di questi tempi. Bisognerebbe avere dei contatti diretti e dei punti di vista da parte di persone del luogo per verificare veramente come stanno le cose. Il bello del mondo virtuale è che questi scambi li possiamo avere davvero anche senza muoverci da casa, quindi confido nei commenti da parte degli amici elvetici.

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Discesa dal tramuto superiore – Lago di Luzzone – Ticino

Certo, ci sono Italiani che vanno a fare la stagione proprio in Svizzera, chi con le pecore, chi con i bovini. Guadagnano bene, ma solo se quello stipendio verranno a spenderlo poi in Italia, altrimenti là la vita è molto più cara che da noi.

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Azienda agricola a Bergun – Grigioni

Mi è capitato recentemente di vedere on-line alcuni video che parlano della crisi del settore agricolo in Svizzera, soprattutto per quello che riguarda le piccole aziende agricole. Stiamo parlando logicamente di aziende “di montagna”, vista la conformazione territoriale della confederazione elvetica. Anche da loro, nonostante aiuti e contributi, il piccolo agricoltore/allevatore sta sparendo.

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Formaggi d’alpeggio – Val di Blenio – Ticino

Andate a guardare questo video andato in onda sulla rete televisiva della Svizzera Italiana alcuni mesi fa. Parla soprattutto di alpeggi nel Canton Ticino e di produzioni casearie. Vi sono storie, volti, parole che ritroviamo negli allevatori di tutti i paesi: passione, entusiasmo, amore per gli animali e per un certo tipo di vita. Però tutto ciò non basta a portare a casa la pagnotta, con le spese che tocca affrontare al giorno d’oggi.

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Rotoballe di fieno ad alta quota – Julierpass – Oberhalbstein

…Eppure la sopravvivenza degli alpeggi è minacciata. Il reddito medio per chi fa questo lavoro si aggira sui 4 mila franchi mensili ed è in calo costante. Anche il numero delle aziende (specie quelle di piccole dimensioni ) è in calo.” Questa è la presentazione sintetica del servizio. In un video in lingua francese che ho visto su facebook, si parla di 990 aziende agricole chiuse nel 2016.

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Val Poschiavo – Ticino

In attesa dei commenti degli amici svizzeri, ho cercato un po’ di notizie on-line: qui un commento politico dove (un po’ come succede da noi) si smentisce la crisi e si afferma che si tratta solo di una riorganizzazione del sistema. Tecnicamente può anche darsi che sia vero, economisti e politici possono anche dire che chiudono x aziende piccole, ma ci sono y aziende di dimensioni maggiori per cui la terra è comunque coltivata, le stalle piene, ecc ecc

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Pascoli e prati in Alta Engadina – Grigioni

Sappiamo però fin troppo bene come i numeri e la carta siano una cosa, la realtà e il territorio tutta un’altra. Un conto è la cura che può avere il piccolo (cura per il paesaggio, per i prodotti, per gli animali, per le strutture), un altro l’azienda di grosse dimensioni. Il piccolo sarà anche una nullità a livello economico, ma la sua importanza (soprattutto nel territorio della montagna o della collina) è fondamentale. Aree che vivono anche di turismo, possono “vendere” un paesaggio di un certo tipo fin quando ci saranno le piccole aziende agricole. Di articoli se ne possono leggere molti altri, anche in lingua italiana. La  situazione non è affatto rosea. L’erba del vicino secca come la nostra…

Rondini in stalla

Da voi ci sono le rondini? Uno dei miei ricordi di quando ero bambina è il loro canto fuori dalle finestre delle mia cameretta. Tecnicamente, questo verso particolare si chiama “garrito”. Per chi non lo avesse mai sentito, è possibile ascoltarlo on-line qui. E’ un allegro chiacchiericcio che in effetti “fa primavera”. C’erano tante rondini a casa mia, il magazzino dove i miei nonni conservavano le casse di frutta destinate alla vendita (pesche prima, poi le mele in autunno) aveva tutta una serie di nidi in fango costruiti lungo il soffitto. Le rondini facevano delle picchiate a grande velocità per entrare e uscire dal portone. Non ricordo quanti fossero i nidi, ma sicuramente almeno una decina ed era bello andare a guardare quando c’erano i piccoli, il maschio e la femmina arrivavano a portare insetti e si vedevano i becchi spalancati dei pulcini in attesa.

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Rondine in stalla – Nus (AO)

All’epoca c’erano ancora delle stalle con qualche vacca dalle mie parti, ma poi man mano sono sparite tutte. E sono sparite anche le rondini. Se ne vede ancora qualcuna, ma molte meno, e non sono più venute a nidificare nel magazzino della frutta. Uno dei loro nidi, qualche anno fa, era stato occupato da una coppia di codirossi. Qui potete leggere una scheda abbastanza completa su questo uccellino migratore, inserito tra le specie da proteggere.

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Rondine in stalla – Nus (AO)

L’altro giorno ho potuto assistere ad una scena che spero sia di buon auspicio. In una stalla a mezza quota in montagna si è stabilita una coppia di rondini. Questi uccelli formano le coppie ogni anno quando arriva la stagione riproduttiva. Le due rondini che ho visto io hanno iniziato a costruire il loro nido di fango contro tra un filo che corre sulla parete e il soffitto della stalla. Fanno avanti e indietro a portare materiale, ogni tanto si fermano sui fili e sui tubi a fare i loro allegri discorsi, poi ripartono in picchiata sfiorando le schiene delle vacche e le teste degli allevatori. Spesso alla sera sono fuori, davanti alla stalla, posate sui fili del telefono, una accanto all’altra, a chiacchierare con toni squillanti. Poi ripartono, a cercare materiale per il nido e cibo. La loro presenza è strettamente legata all’allevamento, chiudessero le stalle, com’è successo dalle mie parti quando ero bambina, scomparirebbero anche le rondini…

In guardia!

Non so se il pubblico di questo blog sia sempre quello di “storie di pascolo vagante“, ma comunque vi racconto cosa succede a questa stagione, dato che non tutti sono addetti ai lavori e quindi non sanno come funziona il meccanismo secondo il quale d’estate alcuni allevatori si separano dai propri animali.

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Le Grand Alp – Vallone di Clavalitè, Fenis (AO)

E’ ormai tempo di salire in alpeggio. Alle quote più alte sta sciogliendo la neve, complice il caldo eccezionale che ha portato lo zero termico ad altezze anche superiori ai 4000m. Molti partono prima, dato che affrontano la stagione d’alpeggio avendo a disposizione diversi tramuti, cioè si appoggiano a fabbricati d’alpeggio a quote differenti. Si sale alla prima baita, si pascola e poi si va oltre, fino al tramuto a quota maggiore, spesso anche sopra ai 2000m.

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Un gregge viene caricato sugli autotreni per raggiungere l’alpeggio – Pinerolo (TO)

C’è chi sale a piedi, chi con i camion, ma gli animali che compongono greggi e mandrie non sempre appartengono ad uno stesso proprietario. Ci possono essere tante forme di “organizzazione” differenti, a seconda delle situazioni.

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Capre di provenienza diversa si “studiano” appena dopo essere state scaricate in alpeggio – Valsainte, Trois Villes (AO)

Gli animali vengono dati “in guardia” o “in affida” per la stagione di alpeggio da chi ne ha un numero esiguo e non potrebbe permettersi l’affitto di un territorio d’alpe per i mesi estivi, oppure da chi ha qualche animale per hobby e pratica un altro lavoro. Chi li prende solitamente ha già un suo gregge/mandria, a cui aggiunge i capi esterni. Talvolta il detentore in alpe possiede solo pochi capi e la “guardia” rappresenta il suo stipendio per quei mesi.

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Prato di media valle in attesa della fienagione – Tolaseche, Nus (AO)

Altri ancora, allevatori di professione, mandano in montagna i loro capi per occuparsi dell’approvvigionamento dei foraggi per l’inverno, cioè della fienagione in fondovalle o in pianura, o anche per seguire i campi di mais, ecc… Ovviamente la guardia si paga, un tanto a capo, con differenze a seconda delle zone, se si tratta di capi in lattazione oppure no, età degli animali ecc…

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Gregge di capre di diversi proprietari sorvegliato da un operaio – Introd (AO)

Gli animali sicuramente stanno meglio in montagna, a quote maggiori, dove possono pascolare a piacimento, lontani dal caldo della pianura. Con il ritorno dei predatori, l’esigenza di affidare i propri capi ad un pastore si è fatta ancora maggiore: impensabile lasciare pecore o capre abbandonate a sé stesse con un controllo solo sporadico per tutta l’estate. Così possono anche esserci greggi composti da capi di numerosi proprietari che hanno deciso di unire i propri animali e affidarli alla sorveglianza di un pastore stipendiato.

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Mandria diretta ai pascoli in prossimità della sede aziendale di fondovalle – Introd (AO)

Pian piano quindi tutti saliranno agli alpeggi. C’è anche chi li manda in affida per andare a sua volta a fare il guardiano di animali altrove, soprattutto oltreconfine, dove le paghe sono maggiori e il reddito percepito permette di continuare a fare l’allevatore in patria. Spero che avremo modo di riparlare anche di questo aspetto, nel corso dell’estate…

 

 

Altri tempi, altri pascoli

I pascoli in quota stanno lentamente risvegliandosi con le prime fioriture che seguono lo scioglimento della neve. Le temperature di questi giorni sono fin troppo alte, chi si lamenta di non poter ancora salire in montagna dovrebbe ricordare che le transumanze del mese di maggio a certe quote appartengono soltanto agli ultimi anni, mentre in passato chi non aveva tramuti a mezza quota non affrontava la transumanza fino al mese di giugno, quando la neve se ne andava e i pascoli si coprivano d’erba.

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Pulsatilla vernalis – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Presto comunque i pascoli saranno verdi d’erba e l’aria risuonerà di campanacci, campanelle, muggiti e belati. Ma anche i pascoli cambiano, a seconda di come vengono utilizzati. Ovunque ci potrà capitare di vedere alpeggi abbandonati e alpeggi ancora in uso. Come mai? Spesso “semplicemente” perché oggi salgono meno mandrie/meno allevatori, ma ciascuno con più animali, quindi il territorio e le strutture presenti vengono utilizzate diversamente.

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Pascoli invasi da ginepri – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

I bei pascoli dei tempi andati possono impoverirsi. Talvolta spariscono. Quando non vengono più pascolati “bene”, cioè con il giusto carico di bestiame e per un periodo adeguato, pian piano compaiono i cespugli, che vanno a soffocare l’erba, sostituendosi ad essa. Il pascolo, non abbastanza pascolato (il gioco di parole è voluto), smette di essere tale e torna ad essere ambiente naturale, cioè una distesa di cespugli, molto meno varia della copertura di erbe e di fiori.

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Bosco e pascoli – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Guardate in questo pascolo come si stanno allargando i ginepri, quelle macchie più scure. Un tempo probabilmente, oltre a pascolare con più cura, i cespugli venivano anche eliminati, i pascoli concimati con maggiore attenzione.

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Alpeggio abbandonato – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Un alpeggio crollato al suolo mette tristezza, fa pensare al lavoro di chi lo costruì, alla vita e alle fatiche di chi ci lavorò. “Una volta erano tempi più difficili, più duri, ma c’erano anche maggiori soddisfazioni rispetto ad oggi. Quando mio papà e mio zio erano in alpeggio su in alto, scendevano tutti i giorni qui con il mulo per portare giù le Fontine, c’era un magazzino per stagionarle che era davvero speciale. Poi si risaliva con un carico di legna per il fuoco, per scaldare il latte.” Tristezza e rimpianto nelle parole di chi mi racconta queste storia. Non sono passati secoli, ma soltanto una cinquantina di anni. Chissà il futuro cosa riserva per questi territori, questi pascoli, questo mestiere?

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Parlando di montagna, capita spesso di parlare di acqua. Molta della “nostra” acqua viene dai monti. Lo diamo per scontato o non ci pensiamo nemmeno? Adesso l’acqua di montagna viene imbottigliata e venduta, oppure va ad alimentare centrali idroelettriche. Energia “pulita”, ma con un suo impatto.

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Lago del Teleccio – Valle Orco (TO)

In molte valli troviamo laghi artificiali e grosse dighe, condotte forzate, centrali idroelettriche. In altre valli ci si oppone alla creazione di nuove centraline che andrebbero ad impattare sul territorio e sui corsi d’acqua presenti, specialmente pensando a questi anni in cui le siccità estive sono purtroppo particolarmente intense. E’ di questi giorni la notizia che “… la Rio Narbona S.r.l. ha deciso di rinunciare al progetto di costruzione di una centralina idroelettrica sul torrente Narbona per la quale aveva presentato istanza alla Provincia di Cuneo il 16 luglio 2016, a motivo delle impegnative richieste di modifiche del progetto richieste dagli organi competenti e delle forti opposizioni incontrate…” (dalla pagina Facebook Casa Narbona, a firma Fabio Medardi Noguera). Questo è un esempio di una delle tante battaglie contro tali opere.

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Pertus ai Denti di Chiomonte – Val di Susa (TO)

Anche una volta l’uomo cercava di addomesticare l’acqua a suo uso e consumo, ma parliamo di opere che portavano sicuramente benefici pratici e diretti alla montagna. La conoscete la storia del pertus di Colombano Romean a Chiomonte? Qui un documento su cui trovate tutti i dati a riguardo di quest’opera della seconda metà del Quattrocento, una galleria scavata a mano per portare l’acqua sui pascoli del versante opposto.

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Antico canale (bealera) per irrigare i pascoli in Valle Orco (TO)

Ve ne sono tante di opere idrauliche in montagna, ma la gran parte è ormai totalmente abbandonata, inerbita, scomparsa. Qualcuna si intuisce ancora per la sua conformazione: generalmente non sono sentieri quelli che partono dai ruscelli di montagna e procedono quasi in piano tagliando i versanti.

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Tratto di un canale in disuso nel vallone di Saint Bathelemy (AO)

Il mese scorso mi è capitato di percorrere il tracciato di un antico canale in Val d’Aosta, uno dei tantissimi esistenti in questa regione. Il tratto nell’immagine è stato letteralmente creato dall’uomo: non scavato nella terra, perché si trattava di costeggiare una parete di roccia, ma sostenuto da muretti costruiti sulla pietra contro la parete stessa. Prima e dopo questo punto si camminava sulla sua sponda, ma qui era necessario entrare nel canale e procedere a carponi. Pensate a chi l’ha ideato, a chi l’ha realizzato e a tutta la manutenzione che è stata fatta nei secoli.

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Nuovo ruscello nei pascoli di Champ-combre – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Sul sistema dei ru, dei canali di irrigazione valdostani, segnalo questo bellissimo articolo, contenente anche foto d’epoca che illustrano la costruzione di queste opere e varie immagini di sistemi di canalizzazione anche molto elaborati in varie parti della valle.

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Torrente a San Grato – Valgrisenche (AO)

Ci troviamo in un’area dove l’acqua non manca, grazie anche ai ghiacciai, ma non è naturalmente distribuita ovunque. I canali sono stati costruiti per portarla laddove l’uomo ne aveva la necessità, cioè specialmente sui versanti, per coltivare e per irrigare prati e pascoli.

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Tra i pascoli – Nus (AO)

Oggi, oltre ai canali antichi ancora in uso, ve ne sono di più moderni, di varia fattura e dimensioni. L’erba è verde fin quando ci sono piogge regolari, ma poi in queste valli battute dal sole e dal vento l’irrigazione diventa fondamentale per l’allevamento, l’agricoltura e la produzione di foraggi.

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Irrigazione a Ville sur Nus (AO)

Dove esistono questi sistemi, può capitare di vederli funzionare anche nei giorni di pioggia… L’acqua c’è, scorre, arriva dai monti, non usarla non significa risparmiarla, andrebbe comunque a valle, confluendo nei fiumi.

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Lago Balma – Fontainemore (AO)

La speranza è che vi siano sempre precipitazioni abbondanti per rinnovare le scorte d’acqua, sotto forma di neve nella stagione autunnale e primaverile, poi come piogge. Sappiamo bene come gli ultimi anni abbiano visto un progressivo ritiro dei ghiacciai, un innalzamento delle temperature, periodi di siccità e precipitazioni anche straordinariamente abbondanti concentrate in periodi ridotti (con conseguenti fenomeni alluvionali anche gravi).

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Canale per l’acqua sui versanti del Vallese (Svizzera)

Il sistema dei canali (che prendono ovviamente nomi diversi a seconda delle aree dove li incontriamo) è diffuso anche in Svizzera, ad esempio nel Canton Vallese. Le bisses, così si chiamano, sono ancora attive, ma sono anche state recuperate e valorizzate a livello turistico. Qui il sito dove potete trovare gli itinerari lungo le bisses.

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Ova de Roseg – Engadina, Svizzera

Di parole da spendere sull’acqua ce ne sarebbero infinite, ma con questo post volevo semplicemente farvi riflettere non soltanto sulla sua importanza, ma anche sui diversi modi con cui l’uomo l’ha “sfruttata” in passato e oggigiorno. La speranza è che non venga a mancare, sulle montagne, sui pascoli e via via a scendere verso le pianure. Non diamola mai per scontata, non pensiamo che sia disponibile in quantità illimitate…

Riflessioni dopo la fiera di Roaschia

Erano anni che non tornavo a Roaschia per la fiera, nonostante avessi ricevuto più volte inviti da vecchi amici. L’ultima volta c’ero stata quando ancora si teneva in autunno. Poi, a causa della concomitanza con altri eventi e, soprattutto, di alcune edizioni caratterizzate da maltempo e anche dalla neve, è stata spostata al mese di maggio. E così per me spesso era andata a coincidere con la transumanza, oppure ero già in alpeggio o ancora, in questi ultimi anni, andavo ad altre fiere in vallate più vicine.

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L’arrivo degli animali nella giornata di sabato – Roaschia CN

Anche quest’anno, per la 24° edizione della Mostra interprovinciale della razza frabosana-roaschina, il fine settimana scelto presentava numerose altre opzioni per gli appassionati di rassegne zootecniche e manifestazioni legati alla zootecnia in generale. La festa dei margari a Saluzzo, con la sfilata delle mandrie nel centro della cittadina, la Fira d’la Pouià a Bobbio Pellice… Diventa difficile organizzare qualcosa, al giorno d’oggi!

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Roaschia vuol dire pecore, ma soprattutto vuol dire pastori. O meglio, voleva dire pastori. La razza frabosana-roaschina esiste ancora, anche se è tra quelle in via di estinzione. Viene allevata in purezza o insieme ad altre razze specialmente nelle aree di origine in provincia di Cuneo e in quella di Torino (in Val Pellice troviamo un buon numero di capi), solitamente da chi la utilizza per la mungitura. Si tratta di una pecora rustica, adatta alla montagna, una razza da latte, anche se ovviamente le sue produzioni non possono essere paragonate ad altre razze specializzate. Come sempre accade in questi casi, dobbiamo tener conto della qualità del latte (sono animali alimentati al pascolo all’aperto, nella maggior parte dei casi vengono condotti in alpeggio, mentre d’inverno consumano fieno) e dell’adattamento al territorio. Altre razze più produttive, nelle stesse condizioni di allevamento, non darebbero le stesse quantità di latte.

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Pastore roaschino in alpeggio agli inizi degli anni ’50 – Museo della pastorizia, Roaschia CN

Gli abitanti di Roaschia, piccolo paese di montagna all’imbocco della Valle Gesso, si erano specializzati in un mestiere, quello del pastore. Gli abitanti si suddividevano in bodi (patate), cioè gli stanziali, che rimanevano nel villaggio, e gratta (letteralmente ladri), i pastori che partivano con la famiglia, il gregge, il carro. Ladri di erba che pascolavano lungo il cammino. Termini entrambi spregiativi che sottolineavano una spaccatura nella comunità, i cui echi permangono tutt’oggi, quando di pastori a Roaschia non ce ne sono più (l’unico residente ad avere pecore si definisce “allevatore”, dato che il suo mestiere principale è un altro). Di questa fiera e di questo “mondo” avevo parlato in passato sul mio vecchio blog qui (edizione 2010), ma anche con la recensione di un libro qui.

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Roaschia dall’alto

A parte questi giorni di festa, Roaschia vive quella che è la realtà di tanti borghi di montagna: pochissimi residenti stabili, scarse possibilità occupazionali, un territorio vasto e difficile da “curare”. Molte case vedono il ritorno delle famiglie originarie nel periodo estivo, altre sono state acquistate o affittate a villeggianti, altre ancora mostrano ben visibili i cartelli “vendesi”. Ieri ho incontrato tanta gente che mi ha detto essere originaria di Roaschia, ma che abita altrove, un po’ ovunque in tutto il Piemonte.

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Il Sindaco e Pinulin, ex pastore

Lo stesso Sindaco, che con tanto entusiasmo si è prodigato per mandare avanti la fiera, ha una storia particolare. Il suo cognome, Viale, è uno dei 5 cognomi di Roaschia, ma il suo accento tradisce origini molto diverse. E’ infatti nato in Venezuela! Giuseppe Pinulin Ghibaudo, tra i promotori della fiera quando era stata istituita 24 anni fa, ex pastore, ripete al Sindaco che: “…bisogna mettere legna, o la fiera muore!” Racconta agli studenti dell’Istituto Agrario il suo passato di pastore, ma anche una sua recente protesta: “Ho lavorato una vita, tra sacrifici e fatiche, e adesso la mia pensione è misera. Mi è arrivata la bolletta della luce più cara perché c’era il canone della TV, ma io non ho la TV. Così ho mandato una raccomandata, ma mi è arrivato lo stesso da pagare. Ho scritto hai giornali per denunciare la cosa e poi non ho pagato, così mi hanno tolto la luce.

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Pecore frabosane-roaschine alla fiera di Roaschia CN

Non è facile mantenere vive queste fiere. Ho raccolto un po’ di impressioni in giro, per capre che aria tira. C’era chi diceva che la crisi è generale: ci sono spese, c’è poco tempo, portare gli animali alla fiera è un costo, una volta veniva rimborsata la spesa del camion per la partecipazione. Altri dicevano che la stagione non è adatta, c’è chi sta salendo in alpeggio, chi ha il fieno da fare. Inoltre adesso “…le pecore non sono belle! Ce ne sono di appena tosate, altre da tosare. In autunno fanno più bella figura!” Mi ricordo che, quando il camion veniva pagato, partecipavano anche allevatori della Provincia di Torino. C’era comunque un clima di rassegnazione tra gli allevatori: si fatica e si stenta a portare a casa la pagnotta. Gli agnelli valgono sempre meno, a volte non si trova a venderli. Si sta lavorando ad un Presidio SlowFood legato ai prodotti di questa razza, ma tutta la procedura è ancora in corso. Dato che si tratta di una mostra legata ad una razza, per incentivare la partecipazione si potrebbe forse pensare a vincolare parte del contributo appositamente stanziato per le razze in via di estinzione alla partecipazione alla mostra?

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Pecore vallesane dal naso nero alla fiera di Roaschia CN

Mi ha dato da pensare il fatto che “l’arrivo” accolto con maggiore entusiasmo sia stato quello di animali non legati alla razza frabosana-roaschina! Un’azienda ha infatti portato capi di varie razze, dalle capre tibetane alle pecore Ouessant, ma in assoluto le più amate (non dagli anziani pastori locali!!) sono state le Vallesane dal naso nero, razza originaria della Svizzera. Giusto o sbagliato avere questi animali “fuori concorso”? Secondo me ben venga tutto ciò che può contribuire a dare nuova linfa alla manifestazione, rimanendo comunque a tema e spiegando l’evoluzione dell’allevamento, che comprende anche questi animali visti più come animali domestici che come specie da reddito. Però la mostra resta quella della pecora locale!

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Museo della pastorizia a Roaschia CN, attrezzi per la caseificazione

Tutto parte dalla storia di Roaschia e dei suoi pastori, ma bisogna andare oltre, perché il museo statico non riesce più a coinvolgere. Ciò vale anche per la fiera, non sono sufficienti gli animali in mostra nei box.

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L’arrivo del gregge – Roaschia CN

Trovo quindi molto azzeccata l’idea di far passare il gregge nel paese. Nella giornata del sabato il gregge è risalito lungo la valle, per poi dar vita ad una transumanza ad uso del pubblico. Si tratta di un gregge di allevatori che si spostano verso la valle Gesso, quindi compiono solo una deviazione per partecipare alla manifestazione.

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Si fa una tappa prima di entrare nel paese, organizzando il “corteo” – Roaschia CN

Nicolò è giovane e allora ci tiene a farlo…“, così commenta il papà Aldo, scendendo dal trattore al seguito del gregge. Tutto ciò è una fatica aggiuntiva ai lavori quotidiani di mungitura, pascolo, partecipazione a fiere e mercatini per vendere i prodotti. Certamente con questa transumanza particolare la giornata si allunga.

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Il carro al seguito del gregge – Roaschia CN

Si aggiunge anche il carro, a ricostruire quella che era la vita dei pastori nomadi roaschini. Oggi c’è il fuoristrada e la roulotte, mentre un tempo la trazione era animale e, nel carro, si viveva, si stipava tutto il necessario, si trasportavano insieme agnelli che ancora non camminavano e bambini piccoli. Molti anziani abitanti di Roaschia sono nati fuori dal paese, in vari comuni lungo a strada della transumanza, fino in Lomellina.

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Il passaggio del gregge in piazza – Roaschia CN

La sfilata, la transumanza, serve a rendere viva la giornata. Il pubblico apprezza in passaggio del gregge, altri ne accompagnano il cammino. Anche solo per pochi minuti si vivono istanti di vita del pastore, il fascino della pastorizia nomade viene trasmesso a chi vi assiste.

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Pastore in pensione seguono la transumanza – Roaschia CN

Nel caso di Roaschia buna parte del pubblico, specialmente nella prima giornata, è composto da persone che quella vita l’hanno praticata o l’hanno sentita raccontare più e più volte da genitori e nonni. Ci sono anche Anna e Rosa, le ultime ad aver vissuto la vita dei pastori roaschini insieme ai loro mariti.

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Giuseppe, uno degli ultimi pastori – Roaschia CN

Giuseppe si aggiunge al corteo, con tanto di zaino e ombrello, che il vero pastore non lasciava mai a casa, perché non si sa mai. “C’è poca gente, c’è troppa poca gente…“. E’ vero, non c’è tantissima gente. Forse bisognerebbe accorpare le due giornate, forse bisognerebbe studiare qualcosa in più oltre alla transumanza, che sicuramente è un elemento che funziona.

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Gregge di pecore frabosane-roaschine – Roaschia CN

Il gregge prosegue il suo cammino fino a raggiungere un prato dove verrà lasciato a pascolare nelle reti. Solo qualcuno lo segue, soprattutto persone che filmano o scattano foto, gli altri restano in paese. La transumanza del XXI secolo è anche avere un drone che ti ronza sopra la testa per effettuare delle riprese!

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Gregge e patou – Roaschia CN

Si arriva a destinazione poco sopra al paese. Gli animali iniziano a pascolare, il cane da guardiania studia la situazione, un po’ frastornato da tutta la confusione di quella giornata. Solitamente non c’è così tanta gente intorno alle pecore!

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Dopo la transumanza, gli agnelli vengono fatti scendere dal carro – Roaschia CN

Il carro con l’asino erano solo scenografia, gli agnelli oggi sono a bordo di un altro carro, quello al seguito del trattore. E i pastori torneranno a casa la sera, portando il latte munto, che verrà caseificato non all’aperto sul fuoco, ma in un locale idoneo come prescritto dalla legge.

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Formaggi di pecora e di capra dell’azienda bio En Barlet – Roaschia CN

Eccoli i formaggi di quel gregge, in vendita il giorno successivo alla fiera. “Si può ancora vivere con un piccolo gregge, senza avere centinaia e centinaia di animali, ma ti devi sbattere! Devi mungere, fare il formaggio e andare a fare fiere e mercati. Oggi io sono qui e Marilena è in Francia ad un’altra fiera. Poi devi sperare che vada bene, che ci sia gente, sperare di vendere…

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La premiazione – Roaschia CN

Nella giornata della domenica ci sono state le premiazioni dei capi presentati alla mostra, un po’ di fiera, il pranzo e attività pomeridiane. Quello che sicuramente mi sento di suggerire è un’impostazione totalmente diversa del mercato. Per attirare il pubblico, bisognerebbe distinguersi con bancarelle che davvero spingano chi è interessato all’argomento a venire alla fiera di Roaschia. Espositori a tema: formaggio di pecora/capra, manufatti legati alla pecora (lana, feltro, ecc.), attrezzature, campane, artigianato di qualità che non si trovi a ogni mercatino di paese. Anche nel menù del pranzo, ottimamente organizzato dalla Proloco, avrei osato di più inserendo la pecora (ad esempio nel salumi) o l’agnello. Non conosco le proposte delle due strutture recettive del paese per il pranzo della domenica, ma mi sarebbe piaciuto vedere all’esterno lavagnette che dicessero “qui oggi carne di agnello/pecora roaschina”. Nella cena del sabato sera invece sia il ragù della pasta, sia il secondo che ho mangiato, erano a base di agnello. L’avrei però espressamente indicato nelle locandine della manifestazione.

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Dimostrazione di tosatura con le forbici – Roaschia CN

Per concludere il pomeriggio della domenica, c’è stato nuovamente il passaggio del gregge (in discesa e fuori dal paese, dato che c’erano le bancarelle), dimostrazione di tosatura, cardatura della lana, caseificazione e… un po’ di musica e danze tradizionali. Sono state due belle giornate, ma concordo con il fatto che occorra fare qualcosa in più per mantenere il pubblico e attirarne altro. “L’anno scorso c’era molta più gente…” è una frase che ho sentito ripetere spesso.

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Tetti Lombardo – Roaschia CN

Concluderei con alcune considerazioni che vanno oltre il tema della pastorizia, com’è nella filosofia di questo nuovo blog. Il sabato pomeriggio sono andata a far due passi, raggiungendo alcune frazioni a monte di Roaschia. Il territorio è molto boscoso, i prati sono più ristretti di un tempo. I vecchi sentieri che collegavano i vari “Tetti” sono segnalati con apposite paline, ma non tutti risultano facilmente percorribili, poiché la vegetazione avanza e non vi è un passaggio costante.

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Casa abbandonata a Tetti Colla – Roaschia CN

In quei villaggi che ho toccato nella mia breve escursione si alternavano case ristrutturate, orti, alberi di frutta, segno che si tratta di abitazioni utilizzate per lo meno come seconde case, a ruderi più o meno segnati dal tempo. Si trattava comunque di frazioni raggiunte da strade asfaltate. Non era una montagna abbandonata del tutto, ma nemmeno più viva come un tempo. Non c’erano segni di vere e proprie attività agricole, solo lembi di terra ancora mantenuti puliti intorno alle case, piccoli campi di patate.

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Istallazione artistica a cura dei giovani di Roaschia, cannucce colorate che simboleggiano le fibre di amianto nell’aria

Nessuno si interessa di queste realtà e, ahimè, ci si ricorda di paesi come Roaschia non per valorizzarli, ma per individuarli come sede per… una discarica di rifiuti speciali, amianto nel caso specifico! “Da una parte abbiamo il Parco delle Alpi Marittime con tutti i suoi valori ambientali e… a pochi chilometri in linea d’aria vogliono fare una discarica?? Dicono che hanno individuato questo sito partendo da migliaia di altri in tutta Italia. Si tratterebbe delle nostre vecchie cave in disuso che adesso si stanno ricoprendo di erba. Ci siamo opposti. Stiamo raccogliendo firme e io sono andato fino a Bruxelles per dire all’Europa cosa succede qui. Mi fa male che la Regione ci voglia imporre questo e che l’Italia non ci ascolti, ho dovuto rivolgermi all’Europa!“, così mi racconta il Sindaco.

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C’è un’altra particolarità a Roaschia: sulla porta del Municipio c’è un cartello che indica una panetteria – alimentari. Ed è l’unico negozio del paese. Chiedo spiegazioni al Sindaco: “Quando facevo campagna elettorale, ho chiesto cosa serviva a Roaschia. Mi hanno detto che mancava un negozio. Aprirne uno era impossibile, così abbiamo trovato questa soluzione nel Municipio. Inoltre do un buono di 120 euro ad ogni residente, da spendere nel negozio, in modo da garantire 9000 euro di incassi. E’ un aiuto anche sul piano sociale.” Un aiuto contro lo spopolamento, perché un paese senza un negozio è ancora più vicino alla morte. Un’iniziativa davvero interessante che potrebbero copiare molti altri Comuni.

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Il negozio di Roaschia CN

Entro e trovo la titolare intenta a disporre i prodotti freschi: c’è un po’ di tutto, ma sta aspettando altri rifornimenti dal fondovalle, perché ovviamente si tratta di una rivendita. “Non è facile, non ci si può aspettare grossi incassi. D’inverno non c’è quasi nessuno, d’estate invece ci sono i villeggianti e i turisti. Ci si accontenta. E’ un peccato che il ristorante qui vicino non si fornisca da noi… Purtroppo succede anche questo…“. Non c’è più la contrapposizione tra i pastori nomadi e i residenti stanziali, ma anche in piccole comunità vi sono fratture che comunque non aiutano la sopravvivenza della montagna.

Una fiera che ritorna in terre “difficili”

Nel mese di aprile sono stata invitata ad Ottone, un piccolo centro della provincia di Piacenza, collocato lungo il torrente Trebbia, a poca distanza dal confine con il Piemonte e la Liguria. Terre di confine, appunto. Ma anche terre dove è difficile vivere.

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Castello della Pietra – Vobbia (GE)

Per arrivare lì me la sono presa “comoda”, facendo un lungo giro in luoghi poco conosciuti. Volevo vedere dal vivo il Castello della Pietra di Vobbia, una costruzione particolare in un luogo dal fascino severo. Anche in questo caso è inevitabile porsi delle domande sul come sia stato costruito, sulla vita, sui commerci, sul passaggio che dovesse esserci all’epoca in queste vallate (il castello è del XI secolo). Oggi sono luoghi scarsamente popolati, i fiumi mostrano evidenti i segni delle alluvioni e mi chiedevo di cosa possa vivere la gente dei paesi che attraversavo.

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Pascoli al monte Buio – confine Piemonte-Liguria

Ho anche fatto una breve escursione, camminando prima nei boschi di faggio e sbucando poi in cresta su pascoli che sicuramente vengono utilizzati nella stagione estiva. Panorami diversi rispetto a quelli alpini, quote inferiori, boschi di latifoglie che terminano drasticamente per lasciare, in cresta, spazio ai pascoli.

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Carrega Ligure (AL)

Il mio viaggio è proseguito su strade così poco frequentate da incontrare meno di cinque auto in circa due ore di tragitto. Villaggi raggiungibili risalendo valli strette e tortuose, fitte di boschi, con pareti rocciose qua e là intaccate da frane che hanno interessato anche la sede stradale. Di cosa si vive quassù? E chi ci vive ancora? Gran parte delle abitazioni sembrava chiusa…

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Capanne di Carrega (AL)

Alle Capanne di Carrega, sul colle, un agriturismo abitato tutto l’anno. Sentivo campanelle risuonare nell’aria, qualche animale al pascolo in quel freddo giorno di primavera doveva esserci. L’impressione generale però era di “sopravvivenza”, piccole strutture, piccole realtà, mancherebbero totalmente gli spazi per aziende dimensioni maggiori (peraltro fuoriluogo quassù) e poi… sembra di essere lontano da tutto, più ancora che non in una vallata alpina. C’è il mare all’orizzonte, ma sicuramente quello è un altro mondo, così come la pianura delle grandi aziende. E’ sufficiente la stagione turistica per riuscire a tirare avanti?

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Pascolo tra Liguria ed Emilia – Barchi (PC)

Finalmente ho raggiunto la mia meta. Prima di andare ad Ottone, dove il giorno successivo sarei stata ospite della fiera del bestiame, sono ancora risalita a Barchi, per incontrare Gloria e la sua famiglia. Barchi è un villaggio che si popola d’estate, quando i villeggianti scappano dal caldo, ma in questa stagione non c’è quasi nessuno. La famiglia Pisotti e i loro animali sembrano costituire il nucleo principale. Gloria, insieme ad una compagna di scuola, mi accompagna subito a vedere la mandria dello zio. Saliamo sulla strada sterrata che porta ai pascoli dove gli animali stanno tutto l’anno.

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Cavalli al pascolo sull’Appennino tra Liguria ed Emilia

Gloria mi racconta di come questo sia possibile, grazie al clima. Se proprio arriva la neve, allora si interviene con del fieno, ma negli ultimi anni non ci sono state difficoltà. Così gli animali nascono, crescono, brucano, dormono, si abbeverano… Oltre alla mandria di vacche, ci sono i cavalli. Lo zio di Gloria e i suoi cugini mandano avanti l’azienda, che sarà tra le protagoniste della fiera del giorno successivo.

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Il gregge di Gloria – Barchi (PC)

La famiglia di Gloria mi riserva un’accoglienza molto calorosa, che mi fa sentire a casa anche qui dove le montagne sono arrotondate e diverse dall’aspetto che mi è usuale. Ci ritroviamo a parlare di conoscenze comuni, alcune reali, altre incontrate grazie ai social. Poi di qui si parte, una volta all’anno, e si viaggia fino alla fiera di Luserna, dove è possibile vedere tanti animali ed incontrare gli allevatori di un po’ tutto il nord Italia. Gloria mi racconta degli studi a Genova, ma non all’istituto agrario: “Perché lì sono specializzati sulla floricoltura e chi ha gli animali viene preso in giro persino dai compagni di scuola!

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Fiera del bestiame – Ottone (PC)

Il giorno successivo però la fiera è lì vicino, ad Ottone. Grazie alla presenza di un nucleo di giovani allevatori intraprendente, alla Proloco e all’Amministrazione, dopo 40 anni, è stata riproposta la Fiera del Bestiame. Ci sono rappresentanti delle varie aziende e avrebbero potuto essere ancora più numerosi, non fosse stato per alcune restrizioni sanitarie in vigore in quel periodo.

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I ragazzi delle scuole intervistano gli allevatori -Fiera di Ottone (PC)

I ragazzi delle scuole raccolgono testimonianze dai vari allevatori e tocca anche a Gloria essere intervistata. Tutti mi dicono che la fiera è stata un successo, non ci si ricorda di aver visto così tanti animali riuniti, qualche anziano parla delle fiere di un tempo, uno di loro mi racconta di quando acquistava i vitelli nelle aziende della zona e li rivendeva in Piemonte, proprio dalle mie parti, affinché fossero ingrassati.

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L’arrivo degli animali alla fiera – Ottone (PC)

Ci sono bovini, numerosi cavalli e asini, qualche capra, alcune pecore, un paio di lama. Al mattino ci si riunisce per un interessante convegno, dove si parlerà anche di razze autoctone, di pascoli e di allevamento come importante risorsa per il mantenimento e la gestione del territorio. Al pomeriggio invece il pubblico si ritrova ancora più numeroso nel campo sportivo ad ammirare gli animali, le esibizioni a cavallo, l’opera del maniscalco… Per me viene il momento di rientrare, così riparto contagiata dall’entusiasmo dei nuovi amici conosciuti in quei giorni. Finita la fiera, premiati i partecipanti, si torna però ai problemi quotidiani, che non possono essere affrontati e superati solo con la passione.

Perché pascoli e stalle

Se avete letto la stringa che identifica questo blog, avrete notato che si chiama “pascoli e stalle”. Ma perché? In un certo senso è l’evoluzione dal blog precedente, dove si parlava di greggi vaganti, senza una sede fissa, ma in quelle due parole spiego anche le basi del contenuto di queste pagine.

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Narcisi in fiore – Castelnuovo Nigra (TO)

Vi ho detto ieri come qui io intenda parlare di montagna, della montagna di oggi, di quella di ieri, delle sue genti, del paesaggio. E allora partiamo da una delle cose che amo maggiormente, i pascoli. Come dice il nome, la loro origine è legata all’uomo, all’usanza di far pascolare gli animali domestici. Non ci fossero mandrie e greggi, bovini, ovini, caprini, le montagne che ben conosciamo sarebbero molto diverse. Tant’è vero che un pascolo abbandonato si trasforma: viene invaso dai cespugli e poi diventa un bosco.

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Pascoli a Pian delle Nere – Castelnuovo Nigra (TO)

Un bel pascolo è un buon pascolo? Dipende. Queste meravigliose distese di narcisi in fiore che il turista, l’escursionista possono apprezzare nel mese di maggio non coincidono con un buon pascolo per gli animali domestici. I pascoli però sono quel territorio dove sia chi lavora in montagna, sia chi la frequenta per diletto, si incontrano. E’ un luogo piacevole, gradito ad entrambi, anche se per ragioni diverse: uno ci vede il massimo benessere per i propri animali, l’altro ne apprezza il paesaggio, la possibilità di fare un’escursione, di rilassarsi, scattare foto…

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Narcisi in fiore – Castelnuovo Nigra (TO)

I pascoli sono la ricchezza della montagna, lo erano un tempo, lo sono oggi. Gli archivi ci permettono di ricostruire brandelli di storia delle nostre vallate, vie di comunicazione, spostamenti di genti, ma sappiamo anche che per i pascoli già si litigava secoli e secoli fa. A dire il vero anche oggi ci si calpesta per accaparrarseli, ma la finalità non è solo più quella di sfamare mandrie e greggi, bensì quella di percepire i famigerati “contributi”.

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Castelnuovo Nigra (TO)

Poi ci sono le stalle. Perché la vita delle genti di montagna, di valle, di collina, non poteva fare a meno delle stalle. Al piano terra, piccole, basse, affollate, nei villaggi e negli alpeggi alle quote maggiori, c’erano le stalle per gli animali, dove d’inverno andavano anche le persone a scaldarsi, grazie al calore degli animali. L’inverno era duro, lungo, serviva la stalla, serviva il fienile per le scorte di foraggio.

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Stalla abbandonata con bisacce di lana – Castelnuovo Nigra (TO)

La vita, l’economia era quella: certo, c’erano anche i piccoli campi, c’era il legname, c’era chi faceva il commerciante, chi emigrava a cercare fortuna, anche solo stagionalmente. Ma l’animale era la fonte di vita. Brucava l’erba e dava prodotti che, trasformati, servivano a sfamarsi anche quando fuori c’era solo neve e ghiaccio. La pecora, oltre al latte e agli agnelli, dava la lana, importante per fare calze, maglie, materassi. Non come oggi che addirittura viene tosata e trattata come uno scarto.

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Baite e “crutin”, con lana abbandonata – Castelnuovo Nigra (TO)

Non posso fare a meno, ogni volta, di pensare alle fatiche di chi ha costruito queste strutture. Alla vita dura di un tempo. Ma anche a come doveva essere il paesaggio, di come si lottava per strappare ogni fazzoletto di terra utile. Canali che portavano l’acqua, sistemi di fertirrigazione per distribuire il letame sui pascoli partendo dalla concimaia davanti ad ogni baita. Crutin raffreddati dall’acqua, in cui si metteva al fresco il latte…

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Aceri e baite – Castelnuovo Nigra (TO)

E così, partendo dai pascoli e dalle stalle, vi racconterò la montagna che incontro. Non sarà sempre montagna abbandonata e silenziosa come quella di queste immagini, anche se sono questi posti che mi fanno nascere molte riflessioni e interrogativi sul presente e sul futuro di tali territori.

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Sentiero lastricato tra Pian delle Nere e Santa Elisabetta – Castelnuovo Nigra (TO)

Per molti frequentatori della montagna, il bel sentiero è quello che conduce ad un colle, ad una vetta. Io mi lascio affascinare dalle mulattiere, dai tratti di sentiero dove le pietre sono state disposte in modo che gli animali potessero agevolmente superare una pietraia senza azzopparsi.

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Iniziali e data sul gradino di una baita – Castelnuovo Nigra (TO)

E così, durante le mie gite, devio dal sentiero principale per seguire il richiamo di quelle pietre che parlano. Spesso le uniche “parole” certe sono delle date, delle iniziali, quindi devo affidarmi soprattutto alle sensazioni evocate per immaginare quella che poteva essere la vita lassù. La cosa migliore sarebbe incontrare qualcuno, qualcuno che sappia ancora raccontare qualcosa della vita di un tempo, della storia di quelle pietre.

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alpeggio – Castelnuovo Nigra (TO)

Poche sono le baite ancora utilizzate: non ci sono più tante famiglie, ciascuna con il suo piccolo gruppo di animali, qualche vacca, qualche capra, un piccolo gregge. Oggi, delle decine di costruzioni che si incontrano, solo qualcuna è in buone condizioni: i segni dell’utilizzo estivo da parte di un pastore possono essere una vasca da bagno, i picchetti rotti delle reti, cordini che tengono chiusa la porta, un sacco di nylon a coprire una finestra. Basta un unico gregge o una mandria a brucare tutti quei pascoli, d’estate. Le stalle invece restano vuote, sono troppo piccole per ospitare tutti quegli animali, ma con pochi animali non si riesce più a vivere, nemmeno a sopravvivere facendo una vita dura come quella di un tempo.