Abbiamo ricominciato da zero quattro volte in 20 anni

Oggi ci racconta la sua sua storia Marco Guerrini, un altro dei giovani protagonisti di “Di questo lavoro mi piace tutto“. Lui aveva lasciato il Piemonte per andare in Polonia a continuare la sua attività di allevatore. Sul mio vecchio blog era “Marco il polacco”, che spesso inviava immagini dalla sua nuova terra…

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Alleviamo ancora, ma non vacche a causa della separazione dai miei ex-soci. Le vacche e i trattori sono rimasti a loro e mi hanno pagato il valore concordato. Adesso alleviamo lumache, oltre al pollame, e probabilmente inizieremo quest’anno con un gruppo di agnelli da ingrassare per conto di un macellaio di prossimità che serve la ristorazione di alta qualità.

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Il perché non ci siamo rimessi con le vacche è che ci siamo affrettati dopo la divisione per rimettere in piedi un qualcosa in grado di dare un reddito senza i tempi di avvio di una stalla. L’azienda e’ sempre nostra, come lo era prima, non essendo agricoli di famiglia in nessun modo.

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Trasformiamo gli ortaggi che produciamo su quasi 3 ettari, specializzandoci nell’essiccato. Tra un mese ci sara’ un bando dedicato del PSR e ci vorremmo entrare per aumentare il volume di lavoro in ambito di comodità e lavoro a ritmi “umani” (pelare e tagliuzzare 30 quintali di aglio a mano non lo auguro nemmeno al mio peggior nemico).

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Da quest’anno ci sono state parecchie liberalizzazioni sulla vendita diretta anche di carne e derivati, per cui allargheremo la nostra offerta. Probabilmente in capo a un anno e mezzo avvieremo anche un online shop. Ho già presentato domande per aiuti, ma non li ho ottenuti. Sara’ questo bando quello su cui ci affidiamo per un giro di boa importante. Non li ho presi per i cavilli che affliggono in generale la costruzione dei bandi PSR, che tendono più a premiare chi ha realtà grandi e consolidate, rispetto agli outsider o alle piccole realtà. O meglio, con 5000 metri quadri di lumache siamo finiti in un livello economico teorico, secondo i tabulati dell’ente erogatore, per cui eravamo troppo grossi per accedere ai bandi dedicati esclusivamente alle micro-aziende, che oggettivamente sono state aiutate. Il bando successivo per le aziende medie non prevedeva la trasformazione, per la quale c’e’ appunto il bando di febbraio, che dovrebbe essere il nostro.

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Nella mia vita da quel dì sono cambiate diverse cose: due figli, la divisione dalla società delle vacche (con le relative preoccupazioni di recuperare quanto investito senza mangiarsene meta’ in tribunale), un trasloco di una quarantina di km da dove stavamo prima. La mia partner comanda, altro che lavora in azienda!! In pratica abbiamo ricominciato da zero quattro volte in 20 anni. Prima in Italia, poi venire in Polonia in una grande azienda come soci, poi una breve realtà di vendita di prodotti italiani tipici che abbiamo subito ceduto perché non era il nostro mestiere (prima di farsi male), e ora di nuovo in agricoltura, in un settore inedito, come quello delle lumache e dell’orticoltura specializzata.

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Con una legge abbinata al PSR per le piccole aziende, abbiamo anche iniziato a vendere macchine agricole e per la zootecnia. Non abbiamo chiesto il contributo di avviamento per non finire in una situazione sfavorevole con i costi amministrativi, ma abbiamo fatto da soli.

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Abbiamo anche incontrato difficoltà in questi anni, a partire dall’entrare in un tessuto sociale diverso dal nostro e dovere imparare una lingua come il polacco. Io sono sempre stato selvatico, la solitudine non mi pesa, anzi, talvolta la cerco. Il discorso finanziario… quello c’è per tutti e per tutto. Con poco fai poco, ma se basta, va bene anche il poco.
Ci sarebbero tante cose che vorremmo realizzare, ma il freno, se cosi’ si può definire così, è la responsabilità verso i figli, cioè di fare il passo secondo la gamba. L’allevamento ci manca, ma siamo consapevoli che porta a una vita di sacrifici, e la domanda è questa: è giusto imporla ai figli? Anzi, le domande sono due: vale la pena rimettersi con il bestiame a 40 anni, e magari tra 15 esce che nessuno porterà avanti il tuo lavoro? Sono soddisfatto della mia vita. Con il senno del poi non mi insedierei più in Piemonte, ma sarei venuto via a 18 anni, quando le possibilità erano molto più attraenti per i giovani (per quanto siano ancora buone e i bandi insediamento vengano usati). Questo non per sputare nel piatto in cui ho mangiato, perché so benissimo che senza l’avvio in Italia né avrei avuto il capitale per aderire alla società, né avrei nemmeno avuto i presupposti per conoscere questa gente, operante in zootecnia. Agli altri giovani direi di seguire il proprio progetto, ma di rimanere bene coi piedi per terra, perché non si campa di sola passione. e poi arriva il momento in cui ti guardi attorno e ti chiedi che strada stai percorrendo? E vale la pena? Dico anche di non considerare l’estero come una fuga, o una vigliaccata. Ognuno sta bene dove si sente a casa e siamo tutti cittadini del mondo. Se altrove i propri desideri si possono realizzare meno difficilmente, perché no?

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La storia di Marco era diversa dalle altre già nel libro, e come vedete sta continuando in  modo molto particolare. Intanto sto ricevendo anche altre testimonianze e, pian piano, le condividerò con tutti i lettori. Pur tra tanti cambiamenti, continua il suo cammino tra allevamento e agricoltura…

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Allevatori 2.0

Un piccolo esperimento… un sondaggio dedicato soprattutto agli allevatori e al loro rapporto con i social network. Grazie a chi vorrà rispondere.

E’ tutto uguale come sempre

Proseguiamo il cammino tra i giovani allevatori protagonisti di “Di questo lavoro mi piace tutto“. Mi ha scritto anche Alessandra Tommasone, figlia di margari che, d’estate, salgono in alpeggio nella Val Grande di Lanzo, dove mi ero recata per intervistarla nel luglio del 2011. Qui leggete il post che avevo pubblicato allora.

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Ci racconta Alessandra: “La mia vita in azienda è cambiata poco perché non ho trovato la persona giusta al mio fianco, quindi sono ancora a casa con la mia famiglia. Aiuto loro, d’estate produciamo sempre i nostri prodotti e, se fanno fiere al paese, vado a venderli.

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Un’importante novità per questa famiglia c’è stata: “Abbiamo comprato gli alpeggi, grazie a Dio ce l abbiamo fatta! Mia sorella maggiore si è sposata, ma per il resto posso dire che e tutto uguale come sempre…

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Il consiglio che posso dare agli altri giovani è di amare questa vita che riserva molte sorprese. Si ha nel sangue questo mestiere, perché non è facile andare avanti, specialmente ora con i tempi che corrono.

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Grazie anche ad Alessandra per la sua testimonianza. Alcune storie sono già arrivate, altre ancora me le invieranno quando avranno tempo, perché in questo mestiere di lavoro ce n’è sempre. Qualcuno dei giovani di allora non sono riuscita a raggiungerlo, non ho più contatti o non mi risponde sui social…

Non possiamo lamentarci della nostra vita visto che è quello che volevamo fare

Non credevo… non credevo proprio che avreste risposto così numerosi e in così breve tempo! L’altro giorno ho lanciato una “sfida” ai giovani allevatori protagonisti di “Di questo lavoro mi piace tutto“, per vedere cos’era successo da quando li avevo intervistati. Il libro era uscito nel 2012, ma le interviste risalgono al 2010-2011. In molti hanno già risposto, altri mi hanno chiesto il breve questionario e lo compileranno appena avranno tempo. Pubblico seguendo l’ordine di ricezione.

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Il primo che mi ha scritto è stato Matteo Faion. Di lui avevo già scritto qui due anni fa, la sua storia la conosco visto che, d’estate, porta i suoi animali nella parte alta del mio comune di residenza e Francesca Maurino vende i formaggi al mercato dei produttori il mercoledì a Cumiana.

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Ecco l’articolo che avevo scritto in occasione dell’intervista per il libro. Lui era uno di quelli senza un’azienda o una tradizione zootecnica alle spalle, quindi la sua storia va a smentire coloro che sostengono che “pastori si nasce, non si diventa”. Ma adesso… cosa ci racconta Matteo? A lui la parola (e le immagini, che mi ha inviato o che ho preso sul suo profilo Facebook).

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Alleviamo ancora animali, la maggior parte capre. Da quando ci eravamo incontrati la prima volta, abbiamo realizzato il caseificio e venduto le pecore per aumentare il numero di capre. L’azienda è a nome mio (come sempre). Le maggiori difficoltà incontrate sono state ed sono tuttora quelle della burocrazia e della “mafia” che la circonda.

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Trasformiamo il latte e vendiamo i formaggi sul mercato dei produttori. Ho presentato domanda di insediamento giovani per realizzare il caseificio, ma per noi è stata una fregatura perché, oltre a non aver preso alcun contributo, ci ha fatto spendere soldi in più.

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Il nostro cambiamento è stato avere due figli Andrea e Erika, che ora hanno 5 e 3 anni. Tutti e due con la passione per gli animali, soprattutto Andrea, che ha una passione sfegatata per le capre.

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Francesca invece lavora solo più part-time nella azienda di suo padre e si è dedicata alla trasformazione del latte e alla vendita del formaggio.

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Per ora direi che siamo riusciti a realizzare quello che era il sogno iniziale (ovviamente non è tutto rosa e fiori come c’è lo aspettavamo, però direi che non possiamo lamentarci della nostra vita visto che è quello che volevamo fare). Siamo soddisfatti della nostra vita. Sarebbe solo bello che il nostro lavoro rendesse un po’ di più viste le ore, i sacrifici, ma almeno c’è la passione che ci aiuta a continuare e a migliorare.

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Ai giovani che iniziano direi… che se non hanno sufficiente passione di non iniziare neanche, perché questo non è un lavoro, ma una vita. Quando ti svegli non pensi che devi andare a lavorare, ma a cosa devi fare e alla sera vai avanti fino a che gli animali non sono tutti a posto, che siano le 20.00 o che sia mezzanotte non importa niente altro, e lo fai 365 giorni l’anno.

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Secondo me è una sorta di malattia che di anno in anno va “peggiorando” e che ti spinge a fare follie sempre più grosse. Non è facile per non dire quasi impossibile fare questa vita ma… se uno è malato è malato e non può fare altrimenti.

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E così questa è la prima storia… dove si vede chiaramente che, per Matteo, uno dei più grandi successi è la sua famiglia, i suoi figli che crescono felici imparando ad amare questa vita e soprattutto gli animali. L’azienda ha sede a Giaveno (TO), d’estate gli animali salgono sopra a Cumiana (TO), i loro prodotti di latte vaccino e caprino, freschi e stagionati, li trovate ai mercati dei produttori di Cumiana (il mercoledì) e Piossasco (il sabato). …ma le storie da raccontare sono tante…

Non è ancora inverno

Quest’anno l’inverno proprio non ce la fa a farsi vedere. L’ultima settimana ha visto temperature primaverili, poi tanto tanto vento.

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Il cameraman della Rai VdA filma il gregge – Petit Fenis, Nus (AO)

Lunedì scorso abbiamo avuto una giornata eccezionalmente mite e anche senza vento, con cielo terso e limpido, condizioni ottimali per la troupe della RAI che è venuta e filmarmi e intervistarmi al pascolo. Il servizio andrà in onda nel tg regionale (non so ancora quando), ma spero in qualche modo di recuperare il video per potervelo mostrare.

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Pascolare nei prati a gennaio, a 1000m di quota – Petit Fenis, Nus (AO)

Il clima andava bene per le riprese, ma non per tutto il resto. Va bene anche per il pascolo, perché si può addirittura andare nei prati, dove le capre trovano erba per sfamarsi… Ma il caldo dava fastidio pure a loro: cercavano l’ombra sotto gli alberi, ovviamente privi di foglie. Poi guardare in su e vedere le montagne quasi prive di neve a questa stagione è inquietante. Magari arriverà più avanti, magari cadrà abbondante in quota in primavera, però…

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Pastis e Mirage – Petit Fenis, Nus (AO)

La speranza è quella di non “pagare con gli interessi” il pascolo in piena stagione invernale. Sarebbe meglio stare qualche giorno in più in stalla ora… e tagliare un buon fieno abbondante al momento giusto. Ma quel che succederà in primavera e in estate ancora non lo sappiamo.

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I colori dell’alba in un giorno di vento – Petit Fenis, Nus (AO)

Il vento aveva concesso solo una breve tregua, poi ha ripreso a soffiare, talvolta anche accompagnato da tormenta in alta quota e un po’ di pioggia a quote intermedie. Clima più autunnale o primaverile che non invernale.

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Prati a Hers, Verrayes (AO)

Intanto i prati attendono, nudi, l’arrivo della neve, sferzati dal vento. La neve serve per molte cose, per far riposare la terra, per proteggere il cotico erboso, per dare acqua a poco a poco, per favorire l’assorbimento del letame che è stato sparso in autunno. Ma la neve per ora non c’è…

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Cercando ghiande, con le pance sempre più grosse in vista della stagione dei parti – Petit Fenis, Nus (AO)

Oggi finalmente siamo ritornate al pascolo: nei giorni scorsi il vento era troppo forte per loro, oltre che per me. Sembra incredibile che si siano ancora foglie per terra, che il vento non le abbia trascinate via tutte, tanto forti erano le raffiche degli ultimi due giorni! Un po’ però le ha spostate, così è più facile trovare ancora ghiande e castagne…

Ma come sono poi andate le cose?

Tra gli addetti ai lavori si continua a parlare di problemi, di crisi, di difficoltà, invece ogni tanto esce il servizio o l’articolo dove pare ci sia il boom del ritorno alla terra, dell’agricoltura/allevamento come unico (o quasi) settore in ripresa. Sarà vero? Ci sarà proprio tutto questo ritorno? Magari sì… ma poi qualcuno torna ad intervistare questi neo-rurali? Ci sarà di sicuro chi andrà avanti e chi invece cambierà di nuovo strada.

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Non sono ancora passati 10 anni dall’uscita del mio libro dedicato ai giovani allevatori “Di questo lavoro mi piace tutto”, dove intervistavo ragazze e ragazzi tra i 15 e i 30 anni che raccontavano la loro storia, le loro difficoltà, i loro sogni. Le interviste però in effetti erano iniziate 10 anni fa… Più e più volte ho lanciato l’idea sul fatto che potrebbe essere uno studio interessante andare a vedere “che fine hanno fatto”,  ma nessuno ha mai raccolto la proposta. Per chi fosse interessato, il libro è ancora disponibile e lo spedisco io personalmente (contattatemi qui).

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Mattia, il più giovane tra gli intervistati, con la sorella Giorgia, in alpeggio in Valle Stura (CN)

Ho pensato però che si poteva tentare un esperimento: almeno per tutti quelli che sono su Facebook, tenterò di contattarli, chiedendo loro se hanno voglia di rispondere ad un paio di domande su come sono andate le cose. Poi, chi vorrà raccontare qualcosa in più, sarà il benvenuto. Il tutto poi verrà pubblicato qui sul blog, come testimonianza di un “campione” di giovani allevatori.

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Gruppo con numerosi giovani alla fiera di Bobbio Pellice (TO) qualche anno fa

Non ho idea di quale sarà il risultato: alcuni di loro li conosco bene e li incontro ancora di tanto in tanto, le vicende di vita e di lavoro per loro si sono intrecciate, prendendo strade a volte più tortuose, a volte più lineari. Sono nati nuclei famigliari, nuove coppie, bambini che già camminano davanti a mandrie e greggi… Purtroppo qualcuno di loro ci ha anche lasciato. Della vita privata mi racconteranno ciò che vorranno, ma la mia curiosità riguarda soprattutto l’ambito lavorativo.

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Giovani durante una transumanza in Val Germanasca (TO) ai tempi della raccolta di materiale per il mio libro

Sarà l’ennesimo modo per raccontare al pubblico, attraverso le parole dei protagonisti, come vanno realmente le cose. Perché è facile dire “ci sono gli aiuti, ci sono i contributi per i giovani”, oppure credere che in questo settore sia facile costruire un’azienda. E come sono andate le cose per chi partiva dal nulla, senza una famiglia che già facesse quel mestiere? Vedremo chi raccoglierà la sfida… Poi, se ci fossero altri giovani allevatori che vogliono raccontarmi/raccontarci la loro storia scrivendo e mandando delle immagini, saranno i benvenuti!

Meditazioni di inizio anno

In passato avrei scritto di getto, a caldo, appena lette certe notizie, appena sentite certe dichiarazioni. Adesso invece medito sulle cose che sto per scrivervi da un po’ di tempo. Ci penso mentre sono al pascolo, mentre cucino, quando pulisco la stalla, quando guido. Insomma, quando la mente non è impegnata in altro, i pensieri tornano lì.

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Pascolando in un gennaio troppo caldo e secco – Petit Fenis, Nus (AO)

Dopo aver letto decine e decine di reazioni a certi fatti capitati qua e là, mi sono innervosita, però… come dicevo, non ho scritto qui subito quello che avrei voluto dire. Ho lasciato decantare e ho fatto un esperimento. Ho postato su facebook alcune foto diverse tra loro e ho aspettato le immancabili reazioni… Quello che sto per scrivere, probabilmente non piacerà a molte persone. Ci sarà chi non capirà fino in fondo quello che voglio dire, chi mi giudicherà negativamente, chi mi accuserà inventandosi chissà quali retroscena. Mi spiace per tutti voi, non lo faccio per “interesse”, non ho alcuna ambizione politica, ma scrivo solo per dialogare con chi vuole ascoltarmi e con chi è pronto a provare a seguire il mio ragionamento.

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Paesaggio rurale montano, il villaggio di Sommarese (AO) circondato da prati e pascoli, ma tutt’intorno avanza il bosco

Chi mi conosce sa che ho sempre solo scritto e parlato di ciò che conoscevo, non porto avanti cause “per sentito dire”. Così, nel tempo, mi sono trovata a raccontare le realtà che via via incontravo o mi trovavo a vivere. Oggi quindi vi voglio sottoporre delle riflessioni che prendono spunto da ciò che accade nella dimensione in cui mi trovo, geograficamente e lavorativamente parlando. Come vi dicevo, ho fatto un esperimento.

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Resti di una predazione in mezzo alla strada al Col d’Arlaz, tra Montjovet e Challand (AO)
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Gamba di capriolo, resto di una predazione recente – Petit Fenis, Nus (AO)

Per due volte ho pubblicato immagini che potrebbero riguardare la presenza del lupo: delle ossa completamente spolpate (non so di quale animale selvatico), fotografate in mezzo alla strada asfaltata nella tarda mattinata del giorno di Natale, degli escrementi di canide di grosse dimensioni, contenenti molti peli e frammenti di ossa, una gamba di capriolo spolpata di fresco nel bel mezzo di un pascolo dove quasi quotidianamente porto le capre, a poca distanza da casa. Le reazioni sono state immediate e anche molto colorite. In un caso, pur avendo esplicitamente richiesto di evitare le polemiche inutili, i toni tra chi commentava si sono immediatamente infiammati. Non c’è niente da fare, per molti (allevatori e non) il lupo è una tematica che fa scattare il commento a spada tratta, spesso con argomentazioni tecnicamente molto discutibili.

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Pubblicità della Fontina sul volantino del supermercato Basko

Poi ho pubblicato la pagina di un volantino pubblicitario di un supermercato. Si tratta della catena Basko, ditta ligure presente anche in parte del territorio piemontese. Nel numero di dicembre, un’intera pagina era dedicata alla Fontina, fornita al supermercato tramite una ditta che la acquista da un affinatore di Cogne. Penso sia una buona pubblicità per il prodotto a livello di immagine, anche se ci sono un po’ troppi dati tecnici che, al consumatore, dicono forse poco. Quello che a me diceva molto era il prezzo: scontata del 35% (!!) per le feste, la Fontina costava 19,90 € al kg, anzi… 1,99 € all’etto, c’è scritto. Il prezzo pieno sarebbe stato 30,90 € al kg, per una Fontina di alpeggio. So che sono in tanti i Valdostani a seguire la mia pagina facebook, quando pubblico una foto di una Reina si scatenano a mettere like e commentare. Io a questo punto mi aspettavo un’indignazione ben maggiore rispetto a quella suscitata dalle due ossa spolpate… invece zero, silenzio assoluto, non un Valdostano che abbia detto una parola. Ci sono stati solo un paio di commenti specifici riguardanti le percentuali di grassi saturi e insaturi da parte di addetti ai lavori di altre parti d’Italia e niente più.

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Gregge di capre nel recinto elettrificato usato come protezione notturna – Moncorvè, Valsavarenche (AO)

A questo punto lasciatemi dire una cosa… leggo tutti i vostri commenti sul lupo che mette in ginocchio l’allevamento, che fa chiudere le aziende… ma siete proprio sicuri che la colpa sia il lupo? Non crediate che io non sappia che tipo di problema è il lupo. L’ho vissuto sulla mia pelle in quello che, all’epoca, era stato l’alpeggio con il maggior numero di attacchi in Piemonte. So cosa vuol dire trovare pecore sbranate, resti di pecore, animali feriti, ecc. So cosa comporta in termini emotivi sia subire un attacco, sia vivere con l’angoscia per tutti i mesi d’alpeggio. So cosa significa cercare di prevenire gli attacchi con i diversi metodi ammessi e consigliati: la fatica di portare reti, quella di piantarle, tutti i problemi connessi all’inserimento dei cani da guardiania, la loro gestione e la “convivenza” con gli altri fruitori della montagna.

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Gregge di un pastore piemontese che trascorre l’estate in Valle d’Aosta, preceduto da uno dei cani da guardiania durante la transumanza autunnale – Pontey (AO)

So che ci sono state persone in Valle che hanno venduto le pecore… ma la causa è esclusivamente il lupo? Poi, in Valle d’Aosta, chi è che vive di SOLO allevamento ovino? Certo, il lupo ha attaccato anche dei bovini, e mi fa un po’ sorridere leggere i commenti di chi dice che il filo elettrico non basta a tenerlo lontano dalle vacche. Magari sarebbe il caso di informarsi un po’ meglio, prima di lasciarsi andare a certe dichiarazioni. Nel caso delle pecore, le reti (di altezza adeguata) aiutano (anche se non sono infallibili), ma nessuno ha mai parlato di fili per evitare gli attacchi ai bovini!!

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Cantina d’alpeggio – Pila (AO)

Ma non è di questo che voglio parlare… quello che volevo dire (o ripetere, dato che l’ho già detto anche in passato) è che il lupo è la goccia che fa traboccare un vaso ormai stracolmo di altri veri, grossi problemi. Problemi che però nessuno (o quasi) si mette a discutere sui social. Troppo complicato farlo? Troppo rischioso? O troppo complicato proporre delle soluzioni? Non lo so. Però mi aspettavo almeno un commento sui prezzi della Fontina in Valle, sui prezzi del latte venduto ai caseifici. Sulle aziende che chiudono una dopo l’altra, sulle centinaia di vacche andate al macello dalla fine della stagione d’alpe ad oggi. Sulle aziende che stanno in piedi solo grazie ai contributi e che boccheggiano se questi non arrivano…

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Le piccole aziende di montagna sono fondamentali anche per il ruolo che svolgono a livello territoriale e paesaggistico – Arbaz, Challand-st.-Anselme
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Paesaggi rurali a rischio di estinzione – Col d’Arlaz (AO)

Sulle aziende che sembrano funzionare, ma in realtà poggiano su realtà famigliari dove danno una preziosa mano figli che ancora studiano, mogli o altri famigliari che hanno un loro stipendio, genitori e zii in pensione, e così via. Sulle piccole aziende, quelle che veramente sono sostenibili dal punto di vista ambientale, quelle che davvero curano il territorio, sfalciando ancora prati ripidi, curando il territorio perché ci tengono davvero… ma che con quel numero di bestie “sostenibile” per il territorio, non sostengono più l’economia aziendale, per non parlare di quella famigliare.

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Nell’allevamento tradizionale molte delle difficoltà si superano grazie alla passione… ma quando l’azienda non è più economicamente sostenibile, la passione non basta più – Bataille des reines nel Vallone di St. Barthélemy (AO)

E’ il lupo il problema? Ma diciamocelo… io non so se i capi predati nelle passate stagioni siano stati indennizzati e se veramente sono state pagate le cifre che avevo letto nei bollettini ufficiali… ma so quanto sono state pagate le pecore che certi allevatori hanno venduto la scorsa primavera, pecore di razza autoctona, in via di estinzione. C’è chi ha accettato una ventina di euro a capo, perché nessuno le voleva. Era meglio farle mangiare dal lupo, se si vuol ragionare guardando solo il portafogli! Se però si trovasse a vendere la carne di capra o di pecora, se ci fosse richiesta di agnelli e capretti, se tutto funzionasse, il lupo sarebbe un problema di tutt’altro tipo. Se ci fosse un’economia stabile, troveresti chi te le prende in montagna per l’estate, garantendoti una buona sorveglianza. Ma se tutto non va, allora vendi, allora lasci perdere, e la colpa la dai al problema simbolo, al problema che ha un nome, al lupo.

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Vitello di razza valdostana castana – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

E’ un problema facilmente comprensibile per tutti… e gli allevatori saprebbero come risolverlo, per quello ne parlano tanto? Però vorrei che chi di dovere mettesse lo stesso impegno a parlare degli altri veri grandi problemi che stanno mettendo in ginocchio le aziende della Valle. Tipo i vitelli di razza valdostana, che uno deve vendere per poter mungere e caseificare o dare il latte ai caseifici. Lo volete sapere quanto viene pagata una vitellina di 50kg di razza valdostana all’allevatore? Più o meno cinquanta euro… I più colpiti dal lupo sono i piccoli, piccolissimi allevatori, perché sono già fortemente in crisi. Dover “convivere” con il lupo, le spese aggiuntive che questo comporta, i mancati redditi, i danni di eventuali predazioni porta al collasso. I grandi allevatori (parlo soprattutto dei pastori di pecore, piemontesi o di altre regioni) pian piano si sono adattati: continuano a patire tutti questi fattori, ma li ammortizzano con la quantità e comunque hanno già del personale per badare costantemente agli animali.

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Gregge vagante in Piemonte, con uno dei cani da guardiania

Il discorso sarebbe ancora più lungo, ma la questione di base è comunque questa. Adesso ditemi, voi che leggete, che non siete allevatori: acquistate prodotti di montagna da chi vive e lavora in montagna? Sapete qual è il “giusto prezzo”, oppure nel fare la spesa puntate al risparmio sempre e comunque? Vi domandate cosa c’è in termini di lavoro, orari, fatiche, dietro quel formaggio, quel salume, quel piatto? Oppure già preferite acquistare meno, puntando però alla qualità e spendendo anche quegli euro in più, consapevoli di tutto ciò di cui vi ho appena parlato?

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Prati fortemente danneggiati dai cinghiali – Col d’Arlaz (AO)

Forse è il caso di fermarsi qui. Amici allevatori… smettetela di preoccuparvi che il lupo mangi i vostri bambini: corrono rischi ben più gravi di altro genere. Lo so che il lupo passa appena fuori dalla porta di casa di molti di noi, compresa la mia. Lo fa anche la volpe (pericolosa per gli agnelli, per il pollaio), la poiana (che non perde occasione di prendere una gallina), ma pure cervi, caprioli e cinghiali in quantità (che devastano prati e pascoli, causando danni gravissimi). La montagna è sempre più abbandonata, per quello la fauna selvatica si espande. Son stufa di vedere spacciata come “notizia” la presenza di un lupo per le strade di un villaggio di montagna.

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Bell’esemplare di toro di razza valdostana pezzata rossa – Challand-St.-Anselme

Sono tanti, sono molti più di quello che si dice, il loro territorio si espande, non c’è da stupirsi. Piuttosto c’è da prevenire i danni, attrezzandosi come si deve. E’ giustissimo chiedere di poter difendere i nostri animali dagli attacchi dei predatori, fare in modo che il lupo torni ad avere paura dell’uomo. Però non dimenticatevi di assicurare un futuro ai vostri figli, un futuro in cui fare l’allevatore sia ancora un mestiere dignitoso, dove si vendono i prodotti a un prezzo equo, consono al vostro lavoro, ai vostri sacrifici quotidiani. La passione è fondamentale, ma il vostro lavoro deve portare un reddito. Chiedete pure a chi vi rappresenta, sindacati agricoli e politici, di continuare ad occuparsi del “problema lupo”, ma… prima cercate di ESIGERE delle risposte su tutto il resto, perché non potete continuare a svendere i vostri prodotti e a pagar caro tutto ciò che vi serve per mandare avanti l’attività. Anzi, nel prezzo dei prodotti, dovreste aggiungere anche qualcosa per compensare danni e disagi legati alla presenza dei predatori. Allora sì…

L’inverno inizia con il caldo

Nel penultimo giorno di autunno il cielo era grigio, ma poi si era aperto uno sprazzo di sole. Non credevo proprio arrivasse la neve…

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Pettirosso – Petit Fenis, Nus (AO)

Però il pettirosso continuava ad aggirarsi a pochi passi da me, svolazzando da un ramo all’altro intorno alle capre che pascolavano. Le previsioni meteo possono sbagliare, ma lui no… e infatti, dopo qualche tentativo mal riuscito, quando ormai era notte, la neve ha iniziato a cadere.

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Il villaggio di Petit Fenis al mattino – Nus (AO)

La precipitazione è durata al massimo un paio d’ore, poi al mattino il cielo era limpido e tutto il panorama sembrava spruzzato di zucchero. La cosa più strana era la fitta coltre di nebbia che intasava tutto il fondovalle spingendosi su fin oltre Aosta.

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Tracce nella neve – Lignan, Nus (AO)

Più si saliva in quota e più ci si stupiva per quanto poco facesse freddo. Pensavo a quel giorno in cui la neve si era depositata sulle foglie a fine ottobre e mi chiedevo se il vecchio detto, alla fine, non si sarebbe poi rivelato giusto, nonostante i cambiamenti climatici. Dicono che, se nevica sulla foglia (cioè presto in autunno) l’inverno poi non darà noia.

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La neve scioglie velocemente – Petit Fenis, Nus (AO)

E infatti il caldo man mano si faceva sentire. Non solo quel caldo relativo, dovuto al sole dopo giornate di maltempo, ma proprio un’aria che si faceva più tiepida, a preannunciare l’arrivo del vento di foehn. La neve scioglieva a vista d’occhio e, nei pendii più esposti, già ricompariva il verde dei prati.

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Una moltitudine di tracce – Petit Fenis, Nus (AO)

Una delle cose che mi piace della neve è vedere l’incredibile moltitudine di tracce rimaste al mattino, dopo una notte estremamente movimentata per tutta la fauna selvatica. C’è chi segue piste e sentieri e chi percorre i suoi passaggi speciali nel bosco, tracce battute da caprioli, cinghiali, volpi e chissà cos’altro. Una vita animatissima di cui siamo raramente consapevoli, anche se avviene a pochi passi da noi.

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Vista sulla Valle da Blavy, Nus (AO)

Fino a sera la fitta nebbia ha coperto la Valle, lasciando dietro di sé ricami di galaverna che si sarebbero visti solo il mattino dopo, giorno del solstizio d’inverno. Il cielo sarebbe rimasto nuvoloso, ma già nel pomeriggio ha iniziato a cadere pioggia e non più neve!

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Al pascolo nei prati abbandonati – Petit Fenis, Nus (AO)

E così l’inverno, quello del calendario, si è aperto pascolando in camicia, a mille metri, nel pomeriggio di una giornata di forte vento caldo. E il vento ha continuato a soffiare quasi ininterrottamente, “regalandoci” temperature sopra alla media di 19-20°C. I prati cambiano colore a vista d’occhio, dato che il terreno non è gelato, ma è stato inumidito da pioggia e neve disciolta. Non ci si lamenta di poter pascolare, ma… sarebbe meglio avere le stagioni al loro posto e non dover poi temere altre nefaste gelate primaverili come nel 2017!

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Speriamo che sia così. Nel frattempo, per concludere, una bella notizia che sarà un po’ il mio “regalo di Natale”. Il 2019, a dieci anni dalla sua pubblicazione, vedrà la riedizione di “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora”, il libro che forse mi ha regalato le maggiori soddisfazioni, tra tutti quelli scritti. Il suo incredibile successo per me è stato totalmente inatteso. Andato esaurito in breve tempo, ora ha trovato un Editore che ha deciso di scommetterci e così gli ho proposto non una ristampa, ma una nuova edizione con qualche aggiunta e qualche modifica. Qui trovate il blog dove parlavo del libro, delle (tantissime) serate di presentazione che avevo fatto e delle belle recensioni ricevute. In primavera ricomincerà il cammino di questo nuovo testo grazie a l’Araba Fenice.

 

Fine stagione

L’altro giorno parlavo dell’inverno che si annunciava con il vento, elemento meteorologico di una certa importanza in montagna e nelle valli. Ci sono vallate che, più di altre, possono essere spazzate da venti anche di forte intensità per giorni e giorni. Questo fenomeno atmosferico si verifica quando masse di aria si spostano velocemente per effetto di brusche variazioni di pressione atmosferica.

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Il cielo all’alba di una mattinata ventosa – Petit Fenis, Nus (AO)

In questi giorni qui c’è stato il föhn, il vento caldo (anche se non caldissimo), che ha soffiato incessantemente, giorno e notte, e soffia tutt’ora. Foglie sugli alberi non ce ne sono più, il paesaggio è quello tipico dell’inverno.

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Manzette al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

I prati però sono ancora verdi e la brina non si è vista tanto spesso, nonostante la quota. Così qua e là nel fondovalle e sui versanti si vedevano ancora manze al pascolo, o “manzi”, come vengono chiamati in Valle d’Aosta i bovini che non hanno ancora mai partorito.

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Ultimi bocconi d’erba fresca – Petit Fenis, Nus (AO)

Le vacche da latte sono ormai tutte in stalla da molte settimane: nel cuore dell’autunno si concentra la stagione dei parti e inizia la mungitura, quindi gli animali restano tranquille al coperto, protette dagli sbalzi di temperatura, dalla pioggia, dalle prime nevicate, alimentate a fieno e altri foraggi. Ma le bestie giovani, non ancora gravide, restavano a pulire i prati, approfittando dell’erba (e permettendo di risparmiare il prezioso fieno).

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Rientro in stalla mentre imperversa la tormenta – Petit Fenis, Nus (AO)

Ieri però il vento era davvero forte, le cime erano avvolte dalla tormenta, ogni tanto arrivava uno scroscio di pioggia e minuscoli cristalli di ghiaccio, oppure fiocchi di neve sospinti a quote più basse dalla bufera. Le previsioni annunciavano l’arrivo del freddo e così si è decretata definitivamente la fine della stagione di pascolo e l’inizio del lungo inverno in stalla. In fondo siamo al 10 dicembre, sicuramente una volta non si rimaneva fuori fino a queste date.

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Pascolo e abbeverata – Petit Fenis, Nus (AO)

Le capre trascorrono le notti in stalla già da molto tempo, ma di giorno si va al pascolo, a meno che le condizioni meteo siano eccessivamente proibitive. Se non arriverà la neve, loro potranno pascolare ogni giorno, anche a queste quote. Ghiande, castagne, foglie, cespugli, qualche ciuffo d’erba…

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Alla ricerca di castagne – Petit Fenis, Nus (AO)

Poi in stalla ancora qualcosa per completare la giornata, un po’ di mais o di fioccato, dato che ad una certa ora ci sono altri lavori da fare e quindi tocca interrompere il pascolo. E così scivola via anche l’autunno, manca una decina di giorni all’inverno, quello del calendario. Nel buio che arriva già nel pomeriggio, qua e là brillano le luci alle finestre delle stalle, dove si munge sera e mattino, dove si passa la notte per aspettare un parto imminente…

Il patrimonio dei muretti a secco

Si è molto parlato, in questi giorni, di muretti a secco, dopo il riconoscimento attribuito dall’UNESCO il 28 novembre scorso. Ma innanzitutto… che cosa è diventato patrimonio dell’umanità?

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I vigneti del Ramié a picco su Pomaretto – Val Germanasca (TO)

A leggere i titoli, sembrava si trattasse dei muretti a secco, ma in realtà si parla dell’ARTE dei muretti a secco, il “dry stone walling“. Ed è davvero arte, un’arte povera, poverissima, che racconta di convivenza dell’uomo con territori aspri, avari, difficili. I muretti a secco sono la base del territorio collinare e montano italiano. Sono stati il faticoso mezzo per poter sopravvivere laddove le pendenze naturali non avrebbero consentito le coltivazioni.

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Muretti a secco recuperati per ospitare nuove vigne – Pomaretto, Val Germanasca (TO)

I muretti hanno permesso di ricavare dei terrazzamenti su cui collocare viti, ulivi, castagni, campi di segale e patate, orti, ma anche meli, peri… Quella che un tempo era sopravvivenza, oggi è diventata in alcuni casi “agricoltura eroica”, “paesaggio” o anche “abbandono”.

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Tra i vigneti di Carema (TO)

Se ci sono chilometri e chilometri di muretti a secco celebri, frequentati da turisti che percorrono itinerari a piedi tra vigneti o uliveti, camminando tra muretti antichi o recuperati, ce ne sono secondo me estensioni ancora maggiori totalmente dimenticate, abbandonate, prossime al crollo o già franate, in aree dove nessuno si sente così eroe da ritornare.

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Muretti a secco abbandonati tra i boschi – Nus (AO)

I muretti a secco erano e sono fondamentali per mantenere un territorio difficile di per sé, ancora più a rischio quando all’abbandono si sommano precipitazioni di forza e intensità anomala. Bene tutelarli, ottimo tutelarli! Ma… adesso che l’UNESCO tutela l’arte del farli, cosa succederà? Questa è la domanda che mi sono posta… perché questi riconoscimenti stanno aumentando e prendono in considerazione generi molto vari. Tanto per dire, accanto all’arte dei muretti a secco, è stata riconosciuta patrimonio dell’umanità tra le altre cose anche la musica reggae. Giustamente, per carità! Ma qualunque arte allora è da tutelare… Questa la lista dei patrimoni immateriali in Italia.

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Transumanza in Val Chisone (TO)

Si è proposta anche la transumanza a diventare patrimonio UNESCO. E sono la prima a sperare che venga accettata. Però mi domando se tutte queste forme di tutela portino poi a qualche risultato concreto. Per esempio, nel caso in cui la candidatura della transumanza sia approvata, cosa cambierà quando un Comune porrà il veto al transito di un gregge nel suo territorio? Ci si potrà opporre in nome dell’UNESCO?

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Paesaggio ligure con evidenti terrazzamenti

Cosa accadrà adesso con i muretti a secco? Mi auguro che, dato che si tratta dell’arte, vengano dati dei fondi per tenere dei corsi dove si insegnerà a “restaurare” un muretto a secco o a costruirne uno partendo da zero. Questo è fondamentale, perché se si perde questa conoscenza, non c’è alcuna speranza per i muretti esistenti. …ma qualcuno già drizzava le orecchie per sapere se verranno erogati dei finanziamenti a chi li ristrutturerà.

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Muretti in media montagna, oggi prato pascoli, un tempo probabilmente campi coltivati – Angrogna (TO)

Io non darei dei soldi, sappiamo bene che con il denaro spesso non si ottengono i risultati sperati. Va bene finanziare corsi, va bene non tassare i terreni dove i muretti vengono ripristinati, va bene dirottare i finanziamenti di modo che il proprietario del terreni su cui vi sono i suddetti muretti non debba pagare eventuali perizie, oneri burocratici ecc. ecc

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Dettaglio di muretto a secco – Nus (AO)

Ho provato ad informarmi su come bisogna procedere in caso si voglia recuperare un muretto a secco su un proprio terreno, ma cercando in rete non ho avuto risposte chiare. Meglio andare in un ufficio tecnico comunale, per sapere se basta una Dichiarazione di inizio lavori, o una comunicazione di manutenzione ordinaria. Oppure rientrano nei beni paesaggistici sottoposti a tutela?

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Muretti abbandonati tra i boschi di castagni – Petit Fenis, Nus (AO)

Io intanto ogni giorno vado al pascolo tra questi muretti, e per me è inevitabile soffermarmi a pensare quanta fatica sia costata costruirli. Ve ne sono ovunque, a sorreggere terrazzamenti, a incanalare l’acqua in ruscelli fondamentali per portare l’acqua sui versanti aridi. La maggior parte sono abbandonati, avvolti dai rovi, non si capisce se siano i muretti a sostenere alberi… o radici contorte a far parte dei muretti.

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Il villaggio diroccato di Barmes circondato da terrazzamenti abbandonati – Saint Denis (AO)

E che dire poi dell’arte di costruire case in montagna? Quei muri spesso tenuti insieme da un po’ di fango e sabbia. Anche quello è un patrimonio che sta andando perduto…