Parlar di lupi ad Aosta

Ieri si è tenuta la serata “Il lupo in Valle d’Aosta. Una convivenza possibile”, organizzata da alcune associazioni ambientaliste, che prevedeva l’intervento di tre tecnici (Luca Giunti, Roberto Sobrero, Dario De Siena) e del responsabile del settore flora, fauna e ambiente della Regione (Paolo Oreiller). Purtroppo la sala, pur capiente, non è riuscita ad accogliere tutti coloro che erano interessati ad assistere all’evento. Molti allevatori, arrivati con un ritardo anche solo di qualche minuto dall’inizio previsto (tempo di finire i lavori in stalla, mangiare, lavarsi e raggiungere il capoluogo per le 20:30…), non sono letteralmente riusciti ad accedere alla sala, già gremita. Un vero peccato, perché la serata è stata interessante, istruttiva e, fortunatamente, non è degenerata in polemiche inutili. Penso che, alla fine, siano usciti delusi soprattutto gli estremisti (da una parte e dall’altra), e questo può essere indice di una buona qualità nell’informazione data. Però qualche critica da fare ce l’avrei…

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Fare una sintesi su quanto detto non è facile, perché gli argomenti trattati sono stati molteplici, tutti ugualmente importanti e articolati. Quello che vorrei evidenziare è come la questione sia stata affrontata in modo estremamente obiettivo, con una grande attenzione rivolta agli allevatori. Dal momento che il pubblico in sala comprendeva ogni categoria di persone, è stato mostrato come il lupo ha colonizzato il territorio, quanti danni fa con le predazioni, come questo sia un danno sia economico, sia psicologico e morale, quanto sia complesso cercare di difendere gli animali dagli attacchi… ma sono state date anche regole ben precise per tutti gli abitanti/fruitori della montagna.

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L’osso è tagliato di netto, ma chi ha portato nei boschi questa zampa bovina?

Innanzitutto è stata posta l’attenzione su come non si debba MAI foraggiare gli animali selvatici, volontariamente o involontariamente (non lasciare cibo per il lupo, ma nemmeno lasciare cibo per altri animali, che potrebbe attirare il lupo, non lasciare scarti di macellazioni, placente, ecc intorno all’azienda agricola o nella concimaia). Per chi va a spasso con il proprio cane, è stato spiegato come vi sia pericolo per il cane se lasciato LIBERO (d’altra parte la legge prevede che venga tenuto al guinzaglio o comunque nelle immediate vicinanze del padrone). Un cane libero che entra nel territorio di un branco di lupi è spacciato. …ma lasciare un cane che gira libero può essere anche pericoloso per il bestiame presente…

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Resti di una predazione su selvatico – St.Denis (AO)

Sto citando a memoria alcuni dei passaggi che ritengo particolarmente importanti da far conoscere al pubblico. Per quanto riguarda la pericolosità per l’uomo, è stato detto che, certo, il lupo può essere pericoloso in determinate situazioni. E’ vero che, in passato, si registravano attacchi alle persone, ma erano tempi in cui la montagna era densamente popolata e la selvaggina invece scarseggiava. Tutti i lupi ritrovati morti in questi anni non presentavano una condizione di malnutrizione: fauna selvatica ce n’è eccome, il lupo attacca per fame e si rivolge soprattutto alle prede conosciute, che sa come cacciare. Se però cerchiamo di avvicinarci (volontariamente o involontariamente) ad una tana, se cerchiamo di prendere un lupo ferito o malato, o se incontriamo un lupo in una situazione in cui lui si sente in pericolo (spazio ristretto, passaggio obbligato), allora sicuramente potrebbe esserci l’incidente per l’uomo.

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Dopo gli attacchi, queste pecore vengono ritirate in stalla anche in alpeggio ed escono al pascolo insieme alla mandria bovina – Colle del Nivolet, Valsavarenche (AO)

Per quanto riguarda le predazioni al bestiame domestico, il lupo attacca la preda che gli “costa” meno in termini di dispendio energetico e pericolosità e che gli garantisce il miglior beneficio. Tra prendere una pecora al pascolo e correre dietro ad un camoscio su per le cenge, prende la pecora. Ma se il bestiame domestico è ben protetto, tende ad andare a cercare cibo altrove. E’ stato detto chiaramente che non bisogna in alcun modo far sì che il lupo si avvicini all’uomo, bisogna disincentivare tale fenomeno. Si è parlato anche di abbattimenti? Sì… e non sono stati gli allevatori a farlo (con un certo disappunto da parte delle componenti ambientaliste più estreme presenti nel pubblico).

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Vasti pascoli nella piana del Nivolet, ma il territorio di un branco di lupi è ben più ampio di una vallata – Valsavarenche (AO)

Bisogna però tener conto che il lupo è una specie protetta e non sarà la Valle d’Aosta o qualsiasi altra regione a poter cambiare questo aspetto. Come è stato detto chiaramente in apertura di serata, il lupo è anche (e soprattutto) una questione politica. Se ci sarà un impegno politico, si potrà arrivare, attraverso la condivisione del Piano Lupo del Ministero dell’ambiente, anche a degli abbattimenti. Attraverso una valutazione, potrà essere eliminato il branco o il lupo particolarmente dannoso o aggressivo. Però è scientificamente provato che, una volta che il territorio è stato colonizzato, se si eliminano uno o più lupi, altri prenderanno il loro posto, se quello è un territorio dove c’è la possibilità di alimentarsi e sopravvivere. Lo dimostrano casi di studio come quello francese, paese europeo in cui si effettuano abbattimenti.

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Allevatore al pascolo con i suoi cani toccatori nel vallone di Comboé – Charvensod (AO)

Sul lupo in Valle sono stati presentati dati e numeri (si stimano 54 lupi, numero che aumenta in presenza delle cucciolate e dei giovani individui prima che avvenga la dispersione), attualmente organizzati in branchi che coprono tutto il territorio regionale. Gli attacchi ci sono, le misure di prevenzione contribuiscono a limitarli, ma non li azzerano. Veniamo quindi al punto dolente, su cui ci sarebbero molte considerazioni da fare e non so se riuscirò a scriverle tutte qui. Ieri sera c’è stato ben poco spazio per poterle esternare, poiché non si poteva andare avanti tutta la notte a parlare, la sala doveva chiudere. Sono stati presentati modelli di prevenzione, modelli che stanno dando risultati, ma… in situazioni e condizioni diverse da questo territorio.

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In Valle d’Aosta le vacche da latte vengono chiuse in stalla nelle ore centrali della giornata e la notte – Pila (AO)

Ritengo fondamentale che si pongano a confronto le diverse esperienze, c’è sempre da imparare, ma nello stesso tempo bisogna conoscere a fondo le modalità di lavoro e di gestione degli animali di un territorio. E’ stato detto che ogni luogo, magari anche ogni azienda è un caso a sé, ma in generale i modelli proposti ieri sera (si parlava infatti del modello ligure) non rispondono alle esigenze delle aziende valdostane. Ho però sentito parlare di progetti di “assistenza tecnica” per il futuro e questo mi sembra fondamentale (purché i tecnici abbiano alle spalle una solida formazione sia sul lupo, sia sulla gestione del bestiame e conoscano il più vasto numero possibile di situazioni in cui le aziende si trovano a dover “convivere” con il lupo, in Italia e non solo). L’allevatore non deve mai essere lasciato da solo (economicamente, psicologicamente e concretamente) in questa lotta. Perché di lotta (alla sopravvivenza) si tratta, specialmente in un contesto come quello attuale, dove molti allevatori di montagna (specie se piccoli) stanno vivendo una condizione economica molto critica e molti di loro si trovano in condizioni di “rassegnazione” (parola che mi è stata ripetuta più volte, da persone che lavorano in ambiti diversi, ma comunque a contatto con gli allevatori). Lo dico e lo ripeto spesso, ma è stato citato anche ieri sera, come più che mai in queste situazioni il lupo sia la goccia che fa traboccare il vaso. Bisogna quindi aiutare le aziende che “combattono” per convivere con il lupo. Questo sì che è un caso dove stanziare contributi. La Valle d’Aosta  qualcosa lo sta già facendo (finanziando strumenti di difesa attiva e anche contribuendo almeno in parte allo stipendio di un pastore a guardia del gregge), ma le spese dovrebbero essere totalmente coperte, se davvero si vuole proteggere lupo e allevamento.

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Cucciolo di pastore maremmano-abruzzese in un gregge nel Biellese

L’intervento che ho gradito meno, ieri sera, ha riguardato i cani. Innanzitutto sono state consigliate (giustamente) altre razze rispetto al maremmano-abruzzese, ma… prima di tutto sarebbe stato necessario sapere che, in Valle d’Aosta come in Piemonte, le razze ammesse a finanziamento nel bando appositamente creato erano solo il pastore maremmano abruzzese e il Montagna dei Pirenei. Il Pastore della Sila, elogiato dal tecnico, è stato effettivamente scelto da pochi, pochissimi allevatori, ma non rientrava nel suddetto bando, quindi chi li ha è come se non fosse riconosciuto dalle regioni… Sempre nello stesso intervento è stato detto che la Valle d’Aosta non ha una tradizione nell’impiego di cani anche perché “non si fa la transumanza”. Dunque, siamo d’accordo che non ci sia cultura e tradizione per i cani da guardiania (e serve molto lavoro/assistenza su questo aspetto), ma per i cani da lavoro (paratori o toccatori che dir si voglia) gli allevatori li hanno eccome, anche delle razze citate (per esempio il Beauceron, che vedo spesso girando negli alpeggi d’estate). Inoltre la transumanza non sarà quella abruzzese, ma dagli alpeggi si sale e si scende…

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Beauceron, utilizzato per la conduzione di una mandria – Vallone di Saint Barthélemy (AO)

E poi… le razze… spero si smetta di usare il pedigree come parametro per valutare un “buon cane”. Spero che si lavori molto sulla corretta scelta e inserimento dei cani (con assistenza, come detto sopra), ma che si scelgano cani nati e cresciuti in allevamenti di bestiame e non in allevamenti di cani. Ovviamente in aziende di zone dove il lupo c’è e i cani già lavorano per evitare gli attacchi. Sempre sui cani, parallelamente, occorre molto più dell’accenno “i turisti devono rispettare gli animali al pascolo difesi da un cane“. Perché non è vero che il cane che dà problemi è solo colpa dell’allevatore: in più occasioni ho visto gli stessi cani aggredire o semplicemente abbaiare a seconda di come si comportavano i turisti.

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La convivenza forzata talvolta porta alla vendita di tutti/alcuni animali: noi abbiamo dovuto rinunciare alle pecore – Nus (AO)

Ci sono stati anche tre allevatori (invitati dagli organizzatori) che hanno portato il loro esempio di convivenza. Perdonatemi, ma… certo, sono casi esistenti sul territorio, ma quanto erano rappresentativi della media azienda zootecnica valdostana? Tutti noi presenti sul territorio, volenti o nolenti, conviviamo con il lupo. Pure io potevo dire che la nostra è una convivenza al momento riuscita… se per successo si escludono le predazioni dirette. Ma abbiamo già dovuto vendere le pecore (una ventina di capi di razza autoctona rosset, in via di estinzione) perché era impossibile in termini di tempo e di costi gestirle come si deve per poterle proteggere dal lupo. Abbiamo dovuto cambiare in parte la gestione del pascolo sia per i caprini, sia per i bovini. Per l’alpeggio ci affidiamo a terzi e… teniamo le dita incrociate (per le capre comunque c’è la custodia costante e il ricovero notturno in un doppio recinto elettrificato). Abbiamo dovuto abbandonare dei pascoli, appezzamenti ripidi dove non è possibile sfalciare, dal momento che lasciare lì gli animali in reti/fili non era più sicuro. Questa è la convivenza, con costi economici, fisici, temporali.

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Uno dei pascoli ripidi dove mettevamo il recinto delle pecore dopo due anni di inutilizzo – Nus (AO)

Oltre a ciò che ho scritto fin qui, la principale criticità che posso riscontrare nella serata e di non aver fornito “soluzioni applicabili”. In parte perché era impossibile farlo in quella sede, in parte perché chi parlava non conosceva a fondo il sistema zootecnico valdostano (dove le vacche già vengono ricoverate in stalla la notte, dove già non si fa partorire in alpeggio le bovine, ecc…), in parte perché ogni problema richiede un suo studio e una sua soluzione. Però, ai non addetti ai lavori presenti in sala, può esser stata data l’impressione che le soluzioni ci sono e anche i valdostani devono adottarle, così da ridurre il numero di attacchi. Per esempio è stato detto che i cani da guardiania funzionano anche con i bovini, ma la mia esperienza personale mi dice che i casi in cui ciò è stato applicato con successo sono ancora molto pochi per poterlo affermare con tanta leggerezza.

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Mandria di vacche piemontesi ricoverate per la notte in un doppio recinto (reti + filo), con presenza di cani da guardiania, in un alpeggio della Val Chisone (TO)

Anche a chi a questo punto allora invocherebbe lo “sterminio” dei lupi (cosa IMPOSSIBILE dal punto di vista legale), vorrei solo ricordare che… ammesso e concesso che si arrivi a poter sparare al lupo, nel frattempo o comunque anche mentre il numero di lupi viene ipoteticamente ridotto… che si fa? Continuiamo a lasciarci mangiare pecore, capre, vitelli, ecc?? Non è meglio studiare strategie per mettere in sicurezza i nostri animali e, nel frattempo, tener lontano il lupo?

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Capre in alpeggio a Moncorvè – Valsavarenche (AO)

Se avessi la possibilità di partecipare ad un tavolo dove si parla concretamente di decisioni e strategie, da parte mia una delle prime considerazioni sarebbe: “Una squadra che viene per abbattere un lupo è un costo e non è detto che abbia successo. Ma perché non dare all’allevatore (con regolare porto d’armi) il permesso di sparare esclusivamente a quei lupi che vede avvicinarsi ai suoi animali, alla sua stalla?” Visto che bisogna indurre i lupi a girare alla larga, non sarebbe quella una soluzione (non da sola, ma abbinata alle altre strategie di difesa già citate)?

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Manzi incustoditi in un alpeggio ad alta quota nel Vallone delle Laures – Brissogne (AO)

Insomma, la serata di ieri ci è servita per conoscere meglio il lupo (e il “nemico” bisogna conoscerlo, per poterlo combattere), ma anche per sentire come i veri ambientalisti sono quelli che hanno a cuore tanto l’animale selvatico e l’ambiente, quanto l’allevatore e l’allevamento. Non a caso la serata ha lasciato l’amaro in bocca a tanti. Adesso però che si fa? Mi auspico che si voglia far qualcosa davvero (pur tra i mille problemi politici che la Valle sta vivendo) per accelerare questa ricerca di strategie per aiutare effettivamente gli allevatori a prevenire/combattere gli attacchi. Ma bisogna anche dare una risposta chiara a chi dice: “Noi come facciamo? Secondo quello che avete detto, per noi non c’è speranza.” Parlo di alpeggi difficili, senza strade, con strutture fatiscenti, dove vengono lasciate a pascolare bestie non produttive, animali giovani o da carne. Recintare interi alpeggi è impossibile, oltre al costo, alla fatica, alla morfologia del territorio, non dimentichiamoci il passaggio di tutti gli altri animali selvatici (ungulati ecc) che verrebbero a scontrarsi con questi recinti.

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Un camoscio in mezzo ai pascoli d’alpeggio – Piana del Nivolet, Valsavarenche (TO)

Direi che vi ho lasciati con tante riflessioni da fare, ma è la stessa sensazione che ho avuto ieri sera uscendo dalla conferenza. A molti non piaceranno parti del mio articolo, li invito a replicare suggerendomi soluzioni effettivamente applicabili. Il mio invito è tenere sempre presente che il problema è di tutti e va spalmato su tutta la popolazione, non solo sugli allevatori. Questo punto è particolarmente complesso, dato che stiamo vivendo in un’epoca in cui parte della società demonizza gli allevatori senza distinzioni, ritenendo che ogni allevamento sia una fabbrica di sofferenza e di morte, non capendo le differenze tra allevamento intensivo ed estensivo, ma nemmeno il ruolo che l’allevamento sostenibile ha nel mantenimento dell’ambiente, del paesaggio e della biodiversità.

Passato e presente a Sant’Orso

Può non piacere a tutti per l’elevato affollamento che, in certi momenti, rende difficile l’avvicinamento alle bancarelle e la visione di tutto ciò che viene esposto, ma la Fiera di Sant’Orso il 30 e 31 gennaio ad Aosta è un appuntamento che attira migliaia di visitatori. Ognuno può visitarla cercando qualcosa di particolare (non è detto che debba essere un oggetto da acquistare). Io oggi vi presento una rapida carrellata su alcuni pezzi a tema zootecnico, che sicuramente è uno tra i principali soggetti degli artisti e artigiani che espongono a tale manifestazione.

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Il pastorello – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Si potevano osservare tutta una parte di figure stereotipate che si rifacevano al “buon pastore” del tempo antico. In generale, la tematica del passato era tra le predominanti, con il mondo dell’alpe, l’allevatore, i lavori che si facevano una volta.

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Sculture a tema: la pastorizia – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

C’era un filone “ovino, con la pastorizia rappresentata in tutte le sue espressioni…

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Sculture a tema: l’allevamento dei bovini – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

…c’era una grande rappresentativa dell’allevamento bovino con l’alpeggio, le battaglie delle reines, la stalla, il pastore con i cani…

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Capra sul tetto di una baita – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

…ovviamente non mancavano le capre! Invece le contaminazioni con la modernità erano molto più rare, tra i pezzi esposti.

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Mitologia e modernità, un folletto che falcia i prati – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Anche l’artista più famoso della fiera, Barmasse, aveva dedicato due delle due tre sculture al mondo dell’alpe… ma di una volta! Il trasporto a spalle delle fontine e la mungitura, con il bambino che non regge gli orari e si addormenta sulla schiena delle vacche invece di andare a svuotare i secchi del latte. Opere realistiche e spaccato del mondo che fu (anche se ci sono ancora alpeggi dove si munge a mano, per il resto il lavoro si è modernizzato in molti aspetti).

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Il trasporto delle Fontine – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta
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Mungitura in alpeggio – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

L’arte può essere il tramite per toccare tematiche più profonde, che vadano oltre la bellezza, il piacere estetico, l’abilità, la precisione dell’artista. Restando in tema zootecnico, ecco due rappresentazioni sui predatori, una seria, una ironica.

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Il lupo già c’è, si teme il ritorno anche dell’orso? – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta
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Il folletto-pastore con una bella domanda per il lupo – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Ho riflettuto su questo tema riferendomi alla fiera, ma in generale quante volte accade che l’arte (intendendo anche fotografia, letteratura, film) raffiguri questo mondo in modo “romantico” o comunque parzialmente slegato dalla realtà? Ne avevamo già parlato qui… Viviamo in un momento in cui l’immagine conta moltissimo, in cui ci si limita a ciò che si vede in una singola scena, piuttosto che soffermarsi a leggere, documentarsi.

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Pastorizia “romantica” – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Ovviamente in questo caso dobbiamo tener conto del fatto che la finalità della maggior parte di questi oggetti è principalmente quella di essere utili per uno scopo pratico… o piacevoli per abbellire una parete, un ambiente, un mobile. Quindi è comprensibile che si raffiguri una mungitura “alla moda vecchia” piuttosto che una stalla con impianto di mungitura moderno. Chi invece fa informazione deve essere capace di scindere l’immagine romantica senza tempo dalla realtà odierna, anche con tutte le sue contraddizioni, le problematiche, gli eventuali aspetti negativi.

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Attrezzature legate al mondo zootecnico – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Infine, parte degli oggetti in fiera avevano uno scopo più “concreto”: non solo bellezza, ma anche uso pratico nel lavoro quotidiano dell’allevatore: dagli sgabelli per la mungitura alle cinghie e collari per le campane, poi rastrelli, gerle, attrezzi per la lavorazione del latte, ecc…

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Turismo in montagna nell’era dei social – Fiera di Sant’Orso 2020, Aosta

Per concludere in modo “leggero”, penso che questa fosse la scultura più rappresentativa della nostra epoca…!

Un altro saluto

Sono di nuovo qui a salutare qualcuno che se n’è andato, purtroppo. Questa volta il mondo dei margari della Valchiusella piange Eugenio Gallo, scomparso prematuramente.

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Eugenio Gallo in alpeggio a Fontana, Valchiusella (TO) – foto G.Grosso

Avevo incontrato Eugenio tanti anni fa, quando svolgevo la mia attività di censimento degli alpeggi. Era il 2003. Mi ricordo come lui e sua sorella mi avessero spiegato dove trovare il sentiero per raggiungere un altro alpeggio che dovevo censire, collocato all’incirca alla stessa quota. Un sentiero praticamente inghiottito dalla vegetazione, ma loro avevano legato dei brandelli di nylon qua e là sui rami degli ontani. Da qualche tempo, ogni anno in primavera, mi telefonava perché mettessi un annuncio sulla mia pagina, per trovare un aiutante per la stagione d’alpeggio. Si lamentava della difficoltà di trovare qualcuno che fosse affidabile per dargli una mano con il governo degli animali. La sua salute, purtroppo trascurata da tempo, faceva sì che questo aiuto fosse sempre più fondamentale…

Un mondo che se ne va

Nel giro di poche settimane, mi sono trovata più volte a dover “salutare” dei pastori… C’è un mondo che se ne sta andando per sempre, per alcuni di loro ho avuto la fortuna di raccontare brandelli delle loro storie interamente dedicate al gregge.

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Germano in una foto del 2005 – Ternengo (BI)

Era il mese di dicembre e se ne andava Germano Carmellino, valsesiano, “storico” aiutante del pastore biellese Federico Seleletto, per cui aveva lavorato per oltre 30 anni. Quando scrivevo su facebook il suo ricordo, non sapevo che anche Federico era malato.

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Pietro con altri pastori alla fiera di Villar Pellice (TO) nel 2016

Nel frattempo, pochi giorni fa, se ne andava anche Pierino Giaime, detto Pietro, pastore molto conosciuto nell’area a cavallo tra la provincia di Torino e quella di Cuneo, per anni in alpeggio in Valle Po.

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Il gregge di Federico Seletto a Ternengo (BI)

Appena un paio di giorni fa un amico che mi “segue” dai tempi delle Storie di pascolo vagante mi racconta che anche Federico sta male. La cosa va avanti già da qualche tempo, ma era ancora riuscito ad affrontare la stagione in alpeggio. Poi le cose erano improvvisamente peggiorate.

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Federico durante una dimostrazione di tosatura – Ternengo (BI)

…e così ieri è arrivata anche la notizia della scomparsa di Federico Seletto, 66 anni, biellese di Veglio. E’ un mondo che se ne va… Non che oggi non ci siano più pastori, ma molte cose sono cambiate e continuano a mutare sempre più rapidamente.

Ancora condoglianze alle famiglie di questi pastori, di questi uomini.

Il riposo della neve

Stamattina ci siamo svegliati con i fiocchi che danzavano in cielo e il paesaggio notturno rischiarato dalla neve. La nevicata non è durata a lungo, qualche ora dopo aveva già smesso e le temperature si erano rialzate. Il cielo non si è rasserenato, ma credo che, se ricomincerà la precipitazione, qui saremo sul confine tra pioggia e neve.

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La nevicata di stamattina, durata poche ore – Petit Fenis, Nus (AO)

Anche quello attuale non ha nessuna intenzione di essere un inverno degno di questo nome. C’era stata un po’ di neve autunnale, insieme a parecchia pioggia, che ci aveva impedito di finire l’erba nei prati con le vacche, infatti quando era tornato il bel tempo erano iniziati i parti. Per un po’ ne hanno beneficiato le capre, poi era ora di mettere il letame… La neve servirebbe, molto più di quella caduta stamattina, anche per permettere al letame di sciogliersi e filtrare lentamente nel terreno, per garantire tanta buona erba per la primavera e l’estate.

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Pascolo invernale nel bosco – Petit Fenis, Nus (AO)

Ieri, pascolando sotto ai noccioli, bastava che una capra sfiorasse un ramo per vedere nuvole di polline giallo che si spargeva nell’aria. Fine gennaio a 1000m di quota, tutto ciò non è “nella norma”. E non erano gli unici segnali della primavera imminente…

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Una primula fa capolino nel sottobosco – Petit Fenis, Nus (AO)

Infatti ovunque, tra le foglie secche, ecco spuntare ciuffi verdi appartenenti alle varie specie che annunciano la nuova stagione. C’erano le primule e, in un punto più umido, anche i fiori della farfara. Certo, sono le prime piante a riprendere il ciclo vegetativo, ma fosse fine febbraio sarebbe stato meglio.

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Ieri pomeriggio al pascolo con il cielo e l’aria che già preannunciavano la neve – Petit Fenis, Nus (AO)

Sarebbe servito un lungo riposo per tutti, non solo per le piante. E’ vero, l’assenza di neve mi ha permesso di pascolare quasi quotidianamente anche quest’anno e le capre sicuramente ne beneficiano, sia come salute, sia come umore. Le abbiamo tenute in stalla quando c’era la nebbia o il vento troppo forte, quando la mattina il terreno era bianco di brina, ma ora abbiamo già ripreso a farle uscire dal mattino quando arriva il sole fino al tramonto… e le giornate si stanno allungando!

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Altri “segni di primavera” nel sottobosco – Petit Fenis, Nus (AO)

Il riposo serviva anche per le persone. Sì, perché quando è tutto bianco di neve c’è da faticare un po’ di più per fare i lavori quotidiani indispensabili, per il resto si sta fermi e si tira il fiato. Invece no, così tutti i giorni c’era qualcosa da fare e la stanchezza si accumula. Certo, altrimenti si sarebbero accumulati i lavori, ma se uno fosse più riposato, alla fine le cose le farebbe meglio e in meno tempo. Credo inoltre che sia fisiologico, tutti gli organismi nati e cresciuti in questo clima, avrebbero bisogno del giusto alternarsi delle stagioni. Per finire, serviva un periodo in cui non si poteva lavorare fuori, nei prati, per occuparsi di tutte quelle piccole cose, riparazioni, fare ordine, quelle attività che vengono rimandate alle giornate di brutto tempo…

Le leggi e la montagna

Mi dà fastidio quando sento ripetere all’infinito una delle boutade di Mauro Corona sulla montagna che dovrebbe essere priva di leggi: “Per la montagna sogno l’anarchia imprenditoriale, soprattutto nelle zone povere, a rischio di spopolamento (…)“, così aveva detto in un’intervista. E’ facile fare il personaggio, è facile spararle grosse in TV o davanti ad una platea che viene ad ascoltarti. Ma poi? Dal punto di vista pratico?

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Turismo “di massa” al Colle del Nivolet, dove nei fine settimana l’accesso alle auto è stato vietato e sostituito da navette – confine tra Valle Orco (TO) e Valsavarenche (AO)

Certo, molte volte anche qui, su queste pagine virtuali, avete sentito parlare di eccesso di burocrazia, di leggi “sbagliate” o create da chi, apparentemente, non sa come funzionano concretamente le cose in certi territori, in certi mestieri. Ma, secondo me, non è all’anarchia che bisogna puntare, bensì a leggi fatte da chi conosce la realtà ed ha una buona dose di buonsenso/senso pratico. Forse, direte voi, dall’anarchia siamo passati all’utopia… Ma proviamo a fare qualche ragionamento.

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Infrastrutture per gli sport invernali e “vasche da bagno” per l’abbeverata degli animali: tante sono le forme di impatto ambientale negativo… – Val d’Ayas (AO)

Siete anche voi tra quelli che hanno annuito quando avete letto/sentito quella frase di Corona? Cosa avevate in mente? Di fare la famosa tettoia senza chiedere il permesso? Di brutture in montagna ce ne sono già fin troppe e non sono solo “quelli che vengono da fuori” ad averle fatte. Anzi, molto spesso certe ristrutturazioni inguardabili, certi depositi di attrezzi rotti, bidoni, taniche, nylon e chi più ne ha, più ne metta, appartengono a montanari doc.

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Articolo comparso su “La Stampa” di Aosta nelle scorse settimane

Prendiamo il caso degli alpeggi: l’altro giorno ho sentito parlare al tg regionale valdostano della necessità di studiare delle normative che tutelino gli alpeggi dall’arrivo degli speculatori da fuori valle. Le leggi servono eccome! Altrimenti in questo caso ai veri allevatori non resterebbe più un ettaro di terra… Però leggi fate con buonsenso, perché l’intervistato (perdonatemi, non ricordo chi fosse e a che ente appartenesse) parlava, tra le altre cose, di limitare l’accesso agli alpeggi ad allevatori della valle che arrivano con i loro animali senza l’impiego di camion. Cosa vuol dire? Solo transumanze a piedi?

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Alpeggio in Val di Rhemes (AO)

E se dalla media valle devo portare le vacche a Cogne, a Morgex o al Gran San Bernardo? Ma anche solo se devo fare 20 o 30 km, in primavera gran parte delle vacche non sono uscite al pascolo e si cerca di evitare una “faticaccia” del genere, mentre in autunno tutti quelli che possono, scendono a piedi. E poi… ormai la situazione della zootecnia in Valle d’Aosta è decisamente critica, chiudere a chi viene da fuori vorrebbe dire lasciare alpeggi vuoti, non pascolati. Il problema non è il margaro o il pastore piemontese che non trova più pascoli nella sua regione, ma la mafia dei pascoli che affitta gli alpeggi solo per percepire contributi europei, fregandosene del benessere animale, della cura del territorio d’alpeggio, del prodotto tipico, ecc ecc…

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Sentiero lungo il Ru de Mazod: i percorsi lungo questi canali per l’acqua potrebbero essere valorizzati maggiormente a fine turistico – Quart (AO)

Se in un paese a rischio di spopolamento, in Italia, mi dici: “Fai quel che vuoi, basta che tieni vivo il villaggio“… chi pensate che ne approfitterebbe? Ahimè siamo conosciuti come il popolo che sa arrangiarsi con poco, ma anche come la patria dei “furbetti”. Così mi immagino subito qualcuno che, per approfittarne, compra un rudere a pochi soldi per avere la residenza nel villaggio semi disabitato in quota e poi “fa tutto quello che vuole”, e a quel punto non sarà solo più la tettoia dietro casa per mettere al riparo gli attrezzi o la legna.

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Il “sentiero balteo” tra i vigneti della collina di Nus: i “cammini” sono una forma di turismo che può avere ricadute importanti sul territorio, ma il paesaggio e il percorso non bastano, serve la ricettività e molto altro

Di forme di “mafia” che puntano ai terreni marginali ce ne sono. Purtroppo quando girano soldi, c’è sempre chi se ne vuole approfittare. E così eccoci impantanati in tante, troppe leggi, fatte rispettare in modo anche esagerato (senza buonsenso, appunto), interpretate a modo proprio anche da chi deve farle applicare o, ancora, bellamente ignorate da qualcuno. Il risultato è la situazione attuale, dove a gran voce si inneggia a ritornare o a resistere (in montagna), dove si invitano le aziende a diversificare (ma se già fatichi a farne uno, di lavoro, senza fare il conto delle ore dedicate all’attività, come fai a farne anche un altro?)…

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Biodiversità rurale: qualcosa su cui puntare per il paesaggio, per l’ambiente, per l’agricoltura e anche per impostare un altro sistema di attribuzione degli aiuti-contributi? – Quart (AO)

…e se “diversifichi”, ogni attività implica vincoli e complicazioni dal punto di vista fiscale, burocratico, normative per i locali di trasformazione, per la ricettività, per l’accoglienza dei turisti, del pubblico… Insomma, senza far tanti giri di parole e per dire le cose schiettamente, è un gran casino! Penso a quello che mi ha detto un’amica un giorno (ritorno alla montagna in un villaggio praticamente abbandonato, azienda agricola, allevamento, agriturismo): “Se avessimo saputo tutto quello che ci aspettava… forse certe scelte non le avremmo fatte“.

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Scorcio di un villaggio nel territorio di St. Marcel (AO)

Consapevolmente o inconsapevolmente, credo che tutti noi che abbiamo aziende agricole in montagna (e non solo) violiamo un paio di leggi al giorno (un animale caricato e trasportato per qualche chilometro in un mezzo non idoneo? una mezza dozzina di uova vendute senza avere il permesso? due formaggini veduti al vicino di casa?). Ma non per questo siamo delinquenti… Così come non è delinquente quell’esercente che tiene aperto l’ultimo negozietto nel paesino della valle e, abitando lì dove ha il punto vendita, serve il cliente fuori dall’orario di chiusura (perché lo sa che quel cliente ha gli animali, abita a quote ancora maggiori, ha i bambini piccoli, i genitori anziani malati, ecc…). Eppure, mi raccontavano in uno di questi negozi, quante volte si sono trovati la finanza in borghese o qualche altro controllo pronto a sanzionare queste gravissime infrazioni della legge!

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Energia eolica: energia pulita o impatto ambientale “negativo”? – St. Denis (AO)

Non è facile, non è affatto facile trovare soluzioni. Dobbiamo salvaguardare i montanari, ma dobbiamo anche salvaguardare l’ambiente, sono tutti temi che generano infinite discussioni e forti prese di posizione. Un po’ invidio quelli che dicono di avere la ricetta giusta per tutto, io fatico già solo a comprendere l’immensa varietà di opportunità e problematiche che offre il territorio che mi circonda dove ogni luogo ha una sua complessità, data da un insieme di fattori umani, territoriali, sociali, economici, ambientali…

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Il paesaggio rurale: una delle attrattive turistiche di paesi come la Svizzera – Engadina

…e così non sogno l’anarchia, sogno un mondo con più buonsenso per tutti. Sogni a parte, l’invito che faccio a chi si trova a dover amministrare/prendere decisioni, è di andare a studiare realtà simili dove le cose sembrano funzionare meglio che da noi. C’è sempre da imparare, sia dagli esempi positivi, sia dagli errori (propri e altrui). Problemi ne abbiamo tutti e l’erba del vicino spesso è verde solo in apparenza, ma qualcosa che funziona, qua e là, c’è. Partiamo di lì, non dal proclamare che c’è un boom di ritorni (alla montagna, all’agricoltura, alla terra) solo per interesse e per propaganda.

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Fiera di Valpelline (AO), quando la zootecnia di montagna si unisce all’artigianato, all’enogastronomia nel suo territorio e richiama turisti e addetti ai lavori 

Si può vivere lassù?

In questa stagione, approfittando della mancanza di neve, si può andare in giro lungo sentieri di mezza quota, raggiungendo case e villaggi abbandonati e “dimenticati” da tempo. Non fa troppo caldo e, soprattutto, non ci sono troppe foglie e vegetazione che potrebbero rendere più difficile il nostro cammino.

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Antico sentiero lastricato tra Verres e Challand (AO)

Quando percorro questi sentieri penso sempre a quando erano di uso quasi quotidiano, quando tutto quello che arrivava o partiva da quei villaggi passava di lì. Penso ai carichi sulla schiena di persone o bestie da soma. Penso a quando quei terreni circostanti erano tutti puliti, coltivati.

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Taverne, Nus (AO)

Infatti i terrazzamenti in questa stagione riemergono anche dietro a cespugli e alberi cresciuti man mano che l’uomo ha smesso di faticare su di qui. Si creavano muri e si spostava terra per ricavare più spazi dove coltivare. Bisognava essere praticamente autosufficienti e di gente ce n’era tanta, anche a quelle quote, quindi ogni fazzoletto utilizzabile poteva fare la differenza per la sopravvivenza di uomini e animali.

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La Nache – Verrès (AO)

Ogni tanto, in questi giri, capita di trovare uno di quei posti che ti farebbe venir voglia di trasferirti lì. Requisiti: isolamento, ben esposto al sole, prati e boschi, bel panorama. L’isolamento è una condizione fondamentale, per quel che mi riguarda, per poter stare in pace, pascolare con gli animali senza dover attraversare strade, senza aver paura che un’auto piombi a tutta velocità su una capra attardata o sul cane che scatta in avanti. Ma anche per non avere nessuno che si lamenta per l’odore, le mosche, le deiezioni, il cane che abbaia al mattino presto, la capra che strappa una foglia o un petalo da una siepe.

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Godersi il sole dopo il pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Sì, certo, certi posti sarebbero l’ideale per vivere con le capre… ma che vita? Una vita che prevede un isolamento quasi totale. Bisognerebbe avere alle spalle ciò che serve per vivere e per pagare tutte le spese del “mondo moderno” che ci inseguirebbero anche lassù. Perché è vero che si potrebbe raggiungere quasi totale autosufficienza alimentare (con anche un orto, piante da frutta), ma spese ce ne sarebbero comunque, e quali sarebbero le fonti di guadagno?

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Antico sentiero scendendo da Grand Bruson – St.Denis (AO)

Poi solo con i sentieri e senza strade, la vita non è facile. In un giorno di sole, con lo zainetto leggero, durante una gita, è un conto… ma se lassù ci devi vivere? Chi potrebbe vivere in questi luoghi che sono stati abbandonati decine e decine di anni fa? Forse un giovane ha più forze e più intraprendenza per farlo, ma… come già scritto altre volte, cosa succede quando arrivano dei bambini?

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Un “eremita” in una casa contro la roccia a monte di Donnas (AO)

Capita di incontrare personaggi che questa scelta l’hanno fatta. Uno di loro l’abbiamo casualmente trovato durante un’escursione a monte di Donnas. Raggiungere la sua casa da sotto non è facilissimo, c’è anche un tratto con scalini in ferro sulla roccia e una corda fissa di sicurezza, però dall’alto in 5-10 minuti dalla strada asfaltata di scende a questa casetta addossata alla roccia e ai suoi terrazzamenti in parte ripuliti. L’uomo che abbiamo incontrato là deve aver avuto una vita avventurosa, da quel che ci ha raccontato. Aveva una gran voglia di chiacchierare e ci aveva adocchiati quando eravamo ancora molto in basso. Originario di Bionaz, ha vissuto e lavorato anche in Francia (in un allevamento di capre), ora si è trasferito in quella che ha definito la Riviera della Valle d’Aosta. In seguito abbiamo però scoperto che la sua età è più avanzata di quella che dimostra e che questa non è la sua abitazione fissa.

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Resto di una predazione su animale selvatico – St. Denis (AO)

Oggi tanti di quei luoghi sono diventati “posti da lupi”, abitati solo più dai selvatici e, talvolta, attraversati da qualche escursionista che, come noi, non ama la folla, le località del turismo di massa, le stazioni sciistiche e gli sport estremi. Sicuramente i predatori sono stati favoriti, nella loro espansione, da tutto questo abbandono nelle vallate e sulle aree collinari più disagiate. Se uno pensa di “tornare” in luoghi del genere e avere degli animali, deve mettere in conto anche questo problema e tutte le strategie per cercare di difendere il bestiame.

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Ecco un altro sentiero che si inerpica sui ripidi fianchi della montagna, attraversando boschi scoscesi, sassosi, pareti a strapiombo, versanti aridi e, in questa stagione, particolarmente desolati, anche se non privi di un certo fascino. Ancora una volta, pensate alla fatica di chi ha tracciato questi sentieri… Questo è quello che, attraversata la Dora al Borgo di Montjovet, sale verso il villaggio abbandonato di Rodoz.

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Uno dei castagni secolari a Rodoz, Montjovet (AO)

Non è un cammino breve e più volte, durante la salita, ci si interroga dove (e perché) possa esserci un villaggio su di là. Ad un certo punto però il bosco cambia e, pur nell’abbandono totale, mostra qualche segno dell’uomo: un terrazzamento, una sorgente e una vasca scavata per l’acqua, degli enormi castagni da frutto secolari.

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Il villaggio abbandonato di Rodoz, Montjovet (AO)

Il villaggio è poco più a monte, sopra ad una sorta di terrazzo che un tempo era stato ripulito per ottenere prati, pascoli, campi, ma che oggi si sta richiudendo con l’avanzata di cespugli e giovani alberi. Non erano solo due case, ma un vero e proprio villaggio, con il forno e una piccola chiesa. Oggi l’abbandono è pressoché totale, i tetti stanno crollando, cedono i muri, collassano le volte delle stalle.

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Una stalla ancora in buone condizioni, Rodoz – Montjovet (AO)

Ogni casa aveva la sua stalla, non si poteva sopravvivere quassù senza animali. Oggi qualcuno potrebbe sognare di tornare, ma… qual era davvero la vita di chi abitava qui? Quali fatiche, quali patimenti? C’era sempre di che sfamarsi a volontà, o si pativa anche la fame, dopo una giornata di duro lavoro?

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Ancora una veduta di Rodoz, Montjovet (AO)

Il sole tramonta presto, d’inverno, quassù. Certo, ci sono interi paesi dove, d’inverno, il sole non arriva mai per mesi, quindi questa potrebbe essere considerata una collocazione privilegiata. Oltre al ripido sentiero che abbiamo percorso noi, quassù si può arrivare anche da un altro sentiero che corre pressoché in quota. Mi dicono che Rodoz è stato abitato fin verso gli anni ’50, se qualcuno avesse altre notizie da raccontare su questo villaggio, su altri luoghi simili, o anche “storie di ritorno”, sarò felice di ascoltarle.

La guerra dei poveri

Osservo spesso sui social accesi “dibattiti”, per non dire di peggio, tra persone che hanno idee, punti di vista differenti. Non sto parlando di politica, resto nel mio settore, quindi di tematiche e problematiche inerenti il mondo zootecnico rurale, montano. A me non piacciono le persone che urlano, quindi nemmeno questi scambi scritti in cui ci si insulta anche senza conoscersi.

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Pascoli di mezza montagna – Verres (AO)

Talvolta si tratta di interlocutori appartenenti a “mondi” differenti, e allora potrei quasi arrivare a capire l’incomunicabilità, la mancanza di qualsiasi argomento in comune, l’incapacità di comprendere le ragioni altrui. Ma ciò che mi ferisce e mi fa pensare non poco sono le parole grosse tra allevatori che si trovano ad affrontare lo stesso problema, anche se in zone o in condizioni differenti. Invece di spiegare o di chiedere informazioni sulle motivazioni, scatta l’insulto.

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Capre in una battaglia spontanea al pascolo – Nus (AO)

Questa incomunicabilità, o meglio, questa visione chiusa l’ho potuta toccare con mano qualche settimana fa durante una trasferta in Centro Italia, dove ho incontrato persone provenienti da differenti regioni. Queste sono ottime occasioni per scambiare idee e conoscere altre realtà, secondo me. Infatti così è stato, ma mi è anche capitato di sbattere contro alcuni muri. Un esempio? Si parlava di predazioni, e mi è stata chiesta qual è la reale percentuale di attacchi ad opera del lupo e quale da parte dei “branchi di cani randagi.”

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Cani randagi nel Centro Italia (foto dal web)

Ho spiegato che dalle mie parti ci possono certamente essere attacchi che non sono attribuibili al lupo, ma branchi di cani randagi non ce ne sono. Può esserci qualche cane vagante, perso o scappato, ci sono cani che hanno un padrone, ma vengono lasciati liberi per un certo periodo del giorno. I miei interlocutori hanno insistito sull’argomento, da loro ci sono questi branchi di randagi, soprattutto intorno alle città, ma anche in campagna, e possono essere pericolosi persino per l’uomo. Io non ho messo in dubbio queste loro affermazioni, perché avrei dovuto? Loro però non hanno creduto alle mie parole sul fatto che, dove vivo io, non ci siano cani randagi.

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Capre valdostane in stalla – La Salle (AO)

Se le cose vanno così faccia a faccia, figuriamoci nel mondo virtuale, dove non sempre ci si spiega a dovere o dove le parole vengono facilmente fraintese! Così se a tizio capita qualcosa, ecco che subito dei colleghi commentano bollandolo come incapace di fare il proprio mestiere. Ma perché? Come fate a sapere come sono andate le cose? Perché siete sempre così pronti a giudicare in negativo?

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Bancarella di formaggi ad una fiera

Uno mette la foto di un formaggio… e l’altro replica che lui i formaggi così li fa mangiare ai cani. Pubblichi l’immagine della stalla con le capre o le vacche legate e… non l’animalista vegano, ma un altro allevatore dice che dovresti essere denunciato, ecc ecc ecc. Uno consiglia di aggiungere aceto al siero per far la ricotta (inserendo anche una foto della spiegazione di un corso di caseificazione) e si leva un coro contro l’uso del siero o del limone. Perché non usare questo straordinario strumento di comunicazione… per comunicare? Perché non chiedere gentilmente le ragioni di quel che vediamo e non comprendiamo, perché diverso dal nostro modo di lavorare? Si potrebbero imparare cose nuove, migliorarne altre… Se mi venisse chiesto, spiegherei perché DEVO legare le capre in stalla, in quanto il carattere di questa razza e le imponenti corna favorirebbero incidenti, aborti, gerarchie che impedirebbero alle più deboli di alimentarsi adeguatamente, ecc ecc

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Animali in pessime condizioni d’igiene e di alimentazione (foto dal web)

Poi sicuramente c’è chi pubblica immagini di situazioni al limite della legalità, del benessere animale e del buonsenso, ma con l’insulto sicuramente non lo aiuteremo a comprendere gli errori, ammesso che voglia farlo. Abbiamo tante razze di animali, abbiamo un territorio vasto e variegato, più siamo piccoli, meno avremo esigenze e metodi standardizzati. Di nemici gli allevatori ne hanno tanti, scontrarsi e litigare sulle piccole cose non è certamente utile.

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Gregge e cane da guardiania – Donnas (AO)

Prendiamo l’argomento cani da guardiania, per esempio. In certe regioni dove lupi e orsi ci sono sempre stati, si è mantenuta una corretta selezione di questi animali. Quante discussioni sull’argomento… ma se si usasse internet per superare quelle barriere (spazio e tempo) che impediscono alla gran parte degli allevatori di incontrarsi? Non insultate i colleghi che cercano di attrezzarsi per difendere i loro animali (magari anche sbagliando), spiegate invece loro come fate voi e perché ritenete sia il metodo migliore. Poi magari scopriremo che ci sono delle differenze, per esempio un’allevatrice del Lazio mi raccontava del gran numero di cani da guardiania che accompagna il loro gregge. “…tanto per nutrirli basta dare loro pane e siero…” Peccato che la stragrande maggioranza delle greggi nel Nord Italia non pratichi la mungitura e la caseificazione! Ma sono tutte cose da raccontare, da ascoltare, per capire meglio e per non insultare come “incapaci” i colleghi.

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Gregge con cane da guardiania – Pianura pinerolese (TO)

In questi giorni un amico pastore ha pubblicato una sua lunga riflessione sull’argomento lupo, uno dei più spinosi da affrontare. Facile dire “vanno abbattuti tutti” (cosa peraltro irrealizzabile, oltre che assurda), più difficile ragionare su tutte le problematiche che gravitano sulla pastorizia, sull’allevamento medio-piccolo di montagna, lupo compreso. Come temevo, non tutti hanno compreso il suo discorso, banalizzandolo a un pro-lupo/contro-lupo. Fidatevi, c’è sicuramente chi legge tutte queste nostre infinite diatribe sui social e se la ride, perché fin quando ci scanniamo tra di noi, non siamo pericolosi. Se solo ci si unisse per far fronte ai problemi comuni invece di giudicare come lavora tizio, ridere alle spalle di caio, denigrare pincopallino perché è andato a lavorare per altri, insultare xyz perché ha pubblicato un video in cui fa nascere un vitello in un certo modo, allora magari riusciremmo ad ottenere qualcosa. Ottenere di poterci difendere dagli attacchi del lupo, ottenere prezzi più equi per il latte, la carne, la lana, ottenere controlli e garanzie sulle speculazioni in merito ai territori d’alpeggio, sui divieti di transumanza o di pascolo, tanto per fare alcuni esempi.

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Giovani allevatori ad una rassegna in Valchiusella (TO)

Con queste riflessioni, che spero condividerete, credo che concluderò i miei post per questo 2019. Provo a sperare che cambi qualcosa per il futuro, ma purtroppo, anno dopo anno, ci ritroviamo sempre a discutere le stesse questioni, una vera e propria guerra fra poveri che non porta a niente se non a ulteriori malumori.

Grigio autunno

L’autunno è la stagione dei colori, ma quest’anno è stata anche la stagione del grigio, quassù. Siamo agli ultimi giorni, l’inverno sta per iniziare, ma più che mai in queste giornate corte e con poca luce è autunno. Sono autunnali soprattutto le temperature, ma anche le condizioni meteo.

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Ultime chiazze di neve lungo il sentiero – Petit Fenis, Nus (AO)

 

Tanti sono stati i giorni di pioggia e soprattutto di nebbia/nuvole basse nel mese di novembre. La stessa situazione si sta riproponendo ora. La neve si è fatta vedere qualche volta, a tratti mista a pioggia, oppure ha cercato di accumularsi, di scendere fino in fondovalle. Ma è durata poco, è arrivato il vento caldo e poi ancora la pioggia. Giorno dopo giorno, anche quella accumulata lungo le strade è sparita, sciogliendosi in rivoli che confluivano in quelli della pioggia o penetrando a fatica nel terreno, ormai inzuppato.

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La nebbia si deposita in goccioline sopra ogni cosa – Petit Fenis, Nus (AO)

L’umidità intride ogni cosa: sia la nebbia, sia la pioggia, restano attaccate all’erba, ai rami, alle ragnatele. Non si esce più al pascolo, l’erba rimasta nei prati sta marcendo, ma le capre non amano la pioggia, quindi restano in stalla, attendendo un tempo migliore. In fondo non fa così freddo, ma farle uscire dopo giorni all’asciutto quando fuori c’è tutta questa umidità forse non è proprio il massimo, per loro.

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Panorami nebbiosi – Petit Fenis, Nus (AO)

Questo grigiume stufa. Qui si è abituati al panorama, alle montagne, al vento, non alla nebbia che dura giornate intere. Eppure tocca attendere ancora, nell’immediato non si prevedono giornate di sole. Ma nemmeno di neve, solo sempre pioggia e nebbia. C’era chi si stupiva per la neve di fine ottobre, ma quella non era anomala.

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Amenti maschili di betulla – Petit Fenis, Nus (AO)

Strano e preoccupante è il “caldo” di questi giorni, con temperature minime notturne di 6-7 gradi persino a queste quote. Su in alto, dove c’era la neve (e ce n’era tanta), sta piovendo: piove anche sulle piste di sci dove molti sperano di passare le prossime vacanze natalizie. Le temperature dovrebbero abbassarsi nei prossimi giorni, ma saranno comunque superiori alla media della stagione. Così qui continuerà a piovere e gli amenti dei noccioli, delle betulle e dei saliconi continueranno ad ingrossarsi come se fosse già la fine di febbraio…

…vedremo, quando sarà ora di mettersi in cammino…

Hai sentito la notizia? Sei contenta del riconoscimento Unesco per la transumanza?” Più di una persona mi ha mandato un messaggio simile tra ieri e oggi. Ho sentito, ma chi mi conosce sa quanto io non sia facile agli entusiasmi.  Forse dovrei invidiare chi è riuscito a fare proclami scoppiettanti in merito, ma io preferisco aspettare e vedere i risultati concreti, se ci saranno.

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Transumanza di un gregge in Val Chisone (TO)

Ne avevo già parlato marginalmente qui, parlando della candidatura dei muretti a secco (a proposito, quella non è passata?): cosa comporta questo riconoscimento? Ci saranno ricadute favorevoli sul lavoro degli allevatori? Ci si potrà appellare a qualcuno in nome del patrimonio Unesco quando un Comune o un altro ente vorrà vietare/introdurre limiti alla transumanza sul suo territorio?

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Discesa dall’alpe – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Lasciatemi dire una cosa: allo stato attuale, la transumanza a piedi è praticata soprattutto dagli allevatori più attaccati alla tradizione, al territorio. Solitamente si tratta di medio/piccole aziende di montagna o della fascia pedemontana. C’è poi chi raggiunge il fondovalle con mezzi e poi completa la transumanza a piedi, con le campane a risuonare festose, annunciando il ritorno di uomini e animali sui pascoli. Mi viene un groppo in gola al solo pensiero… Non riesco a non emozionarmi quando passa una transumanza, anche se in questi anni ne ho fatte così tante, accompagnando amici, scattando foto o spostando i nostri animali.

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Giovani e giovanissimi alla sfilata degli animali durante la Fiera di Luserna (TO)

Unesco o non Unesco, queste transumanze sono a rischio di estinzione perché sono le aziende che le compiono ad essere in crisi. Non sono solo parole di circostanza, conosco tanti, troppi allevatori che “tirano avanti” riuscendo a malapena a pareggiare le spese. Ne è testimonianza il fatto che… se non arrivano i famigerati “contributi”, c’è chi vende le bestie e chiude. Così lasciatemi dire una cosa: gli unici che possono salvare davvero la transumanza sono gli allevatori che continueranno a farla come parte integrante delle loro attività. Se non ci saranno più loro, quelle che vedrete alle feste saranno parodie di transumanza, sfilate ad uso e consumo del pubblico. Animali allevati ce ne saranno ancora e… si chiamerà qualcuno per portarli a sfilare quando “ce ne sarà la necessità”?

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Festa per la discesa dagli alpeggi – Cogne (AO)

Mi auguro che non si arrivi a questo! Ma sicuramente ci sarà un “fiorire” di progetti legati alla transumanza. Posso dare un consiglio a coloro che vorranno creare feste a tema? Non è facile organizzare una festa della transumanza. Potete chiedere a chi già lo fa da anni. Innanzitutto, le esigenze di calendario del Comune, dell’Associazione, della Pro Loco vorrebbero una data mesi prima, mentre la transumanza solitamente non ha un giorno fisso, si scende in base alla disponibilità di foraggio e alle condizioni meteo. Abbiamo fissato il giorno della festa per il 3 ottobre, ma il 30 settembre arriva un’abbondante nevicata… che si fa? Chi dà dei prati in fondovalle alla mandria/gregge che dovrà sfilare? Chi porta del fieno per foraggiare gli animali in attesa del grande giorno? Oppure la data è il 30 settembre, ma c’è ancora erba da pascolare per una settimana, dieci giorni: se scendo lasciando indietro questo foraggio, intaccherò prima le scorte in cascina.

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Grande pubblico per la sfilata degli animali – Luserna San Giovanni (TO)

Non si organizza una festa della transumanza senza averne prima parlato con gli allevatori della valle, bisogna che ci sia la volontà di farlo da ambo le parti, imporre una cosa simile non darà risultati. Viceversa, chi accetta, deve sapere che potrebbe incorrere nei rischi menzionati sopra. Sicuramente meglio la festa… del divieto che ti obbliga a prendere i camion e scendere con costi aggiuntivi senza quell’adrenalina che ti aiuta ad arrivare alla sera di quei lunghissimi giorni di transumanza.

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Discesa dall’alpeggio Veplace – Nus (AO)

E’ importante non perdere la memoria delle transumanze del passato (vi sono regioni dov’è quasi una rarità, sono stata ad un convegno in Lazio, ma l’impressione è che sia molto più viva dalla mie parti!), ma quello che è più urgente ora è non perdere quella fetta di allevatori che ancora la praticano, sulle Alpi e sugli Appennini. Vanno bene gli aspetti culturali, ma questo non è uno spettacolo, è un lavoro (sicuramente con aspetti spettacolari che possono essere apprezzati anche da un pubblico). Quindi, parallelamente a chi la tutelerà dal punto di vista culturale, deve muoversi chi può garantire un futuro agli allevatori, perché i due euro al kg pagati per la carne di un bovino adulto fanno venir voglia di comprare un freezer e metter da parte come cibo per cani (visto il costo di crocchette, scatolette e altro). Per non parlare di quando i macellai nemmeno ti ritirano gli agnelli… “…non c’è richiesta, arriva carne da fuori a prezzi stracciati…

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Ancora giovani allevatori alla fiera di Luserna San Giovanni (TO)

Spero almeno che il “patrimonio Unesco” metta al riparo anche dalle follie “animaliste”. Strano che non si siano ancora state prese di posizione da parte dei più esaltati alla notizia del riconoscimento. Mi fa male vedere come sempre più amministrazioni, enti, canali di informazione preferiscano “non urtare” queste persone, nascondendo o evitando far vedere aspetti di vita e lavoro della zootecnia, invece di cercare di spiegare e far comprendere di cosa si tratta.

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Il pascolo vagante: una continua transumanza – Cumiana (TO)

Per la transumanza vera e propria occorre attendere maggio, giugno. I pastori vaganti invece sono in continua transumanza. Chissà chi sarà il primo a dire all’automobilista che suona il clacson, inveisce, minaccia il ricorso alle forze dell’ordine: “Mi spiace per il piccolo disagio, ma questo che vede è un patrimonio dell’Unesco!