Ma perché non fate formaggio?

Avete gli animali? …allora fate formaggio!” Quante volte ho sentito questa frase. La risposta è sempre la stessa. Sì, abbiamo animali, ma le capre non le mungiamo, mentre il latte delle vacche viene venduto al caseificio.

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Piccole produzioni casalinghe

Chi non ne sa più di tanto si accontenta di questa risposta, altri invece iniziano a darti delle “lezioni”. Lo so bene che la trasformazione del latte in azienda e la vendita diretta dei prodotti sono l’unica strada percorribile per sopravvivere, specie se si ha una piccola azienda in montagna, ma questa via non sempre è a portata di mano. La consiglio di sicuro a chi inizia un’attività, a tutti i giovani che vogliono allevare e mungere (che siano capre o vacche, ma anche pecore).

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Giovane allevatrice e casara alla Fiera di Luserna (TO)

Innanzitutto, per trasformare e vendere occorrono locali e attrezzature, il che significa grossi investimenti. Per quanti anni si venderanno formaggi per riuscire a ripagare queste spese? Nel frattempo poi ci saranno sempre tutte le altre uscite (alimentazione degli animali, eventuale affitto dei prati, dell’alpeggio, della cascina, ecc…, spese veterinarie, manutenzione dei mezzi, e così via).

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Al pascolo, un mese fa – Petit Fenis, Nus (AO)

L’altro fattore è il tempo. Gli animali impegnano. Li si deve sorvegliare al pascolo (più che mai adesso, con i predatori), bisogna foraggiarli quando sono in stalla, occorre pulire la lettiera, fare i fieni, spargere il letame, pulire i prati, ogni giorno ha la sua routine, ogni stagione i suoi lavori in aggiunta alla routine. C’è il momento dei parti, poi inizierà la mungitura, la cura di vitelli, agnelli, capretti… Se il latte lo si lavora in azienda, ecco che iniziano le varie operazioni, più o meno laboriose a seconda di ciò che si vuole ottenere. Intanto però qualcuno deve dar da mangiare agli animali o portarli al pascolo. Chi è in caseificio farà formaggi, ricotte, yoghurt, laverà tutto alla perfezione, quindi passerà in cantina a salare, girare, spazzolare i formaggi. Ma non basta averli in cantina, bisogna anche venderli! Raramente puoi sperare di piazzare tutto il prodotto a casa. In certi posti non venderai nulla per giorni, settimane.

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Altra bancarella di produttori alla Fiera di Luserna (TO)

Quindi devi andare a portare i tuoi prodotti (nei negozi, ristoranti), oppure venderli di persona attraverso mercatini, eventi, bancarelle poste lungo la strada principale. E mentre voi fate queste cose, chi svolge tutte le altre mansioni? Sembra facile, visto dal di fuori! E se d’estate andate in alpeggio? Noi d’estate gli animali li mandiamo in affida per poterci occupare della fienagione. Se vuoi vendere formaggio, devi garantire al consumatore 365 giorni di prodotto disponibile, altrimenti rischi di perdere la clientela.

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Giovane casara in alpeggio – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Certo, uno potrebbe prendere del personale, ma il personale costa, tra stipendio, contributi, vitto, ecc. I casi in cui tutti questi aspetti trovano la combinazione “perfetta” è un’azienda a conduzione famigliare in cui i figli sono già abbastanza grandi per dare una mano o occuparsi al 100% di una o più mansioni. Forse a questo punto esce persino quella settimana di ferie per i genitori… non esageriamo, facciamo 3-4 giorni all’anno!

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Formaggi alla fiera di Doccio (VC)

Battute a parte, la situazione generale è questa, poi ogni caso avrà i suoi punti di forza o le sue criticità. Per quello che mi riguarda in prima persona, oltre a vari aspetti di quanto spiegato sopra, dovessi occuparmi di caseificazione, promozione e commercializzazione dei prodotti, dovrei smettere di scrivere, di andare a presentare libri in giro, di tenere conferenze. Non potrei svolgere altri lavori (più remunerativi che stare tutto il giorno ad un mercatino senza certezza di vendere). Ma non potremmo concederci nemmeno gite di mezza giornata (cosa che invece ogni tanto riusciamo a fare). Quindi, pur sapendo che attualmente il prezzo del latte non paga tutto il lavoro necessario per produrlo, si continuerà così, fin quando sarà possibile, fin quando ce la faremo.

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Formaggi di capra alla festa del Cevrin – Coazze (TO)

…e occorre anche saperli fare, i formaggi! Per fortuna buoni formaggi in giro ce ne sono tanti, se volete qualcosa di mio, prendete un libro, sarà comunque un sostegno al mio lavoro!

La storia di una vita vissuta

Ho appena finito di leggere un libro, si intitola Heiða, è la storia di una piccola grande donna, allevatrice di pecore in Islanda, terra che non conosco, purtroppo. Il libro me l’ha consigliato un amico, gliene sono grata.

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Il gregge e la fattoria (foto da facebook)

Ho letto la recensione, prima di prenderlo, e non sapevo bene cosa aspettarmi. Anzi, dal sottotitolo pensavo si trattasse della storia di una ragazza che avesse cercato una nuova vita e un lavoro totalmente diverso dal proprio. “Lasciare tutto per la natura”. Tra l’altro, questo è il sottotitolo italiano, nella versione inglese è “Una pastora alla fine del mondo”, molto più corretto. Sia la recensione ufficiale sulla pagina della casa editrice, sia molte altre uscite on line, ma anche articoli di giornale fin nel titolo concentrano tutta l’attenzione sul fatto che Heiða fosse una modella.

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Heiða con un tipico maglione islandese (foto dal web)

Non è la prima volta che mi capita un caso del genere, nel senso che conosco almeno un’allevatrice di cui giornali e tv hanno parlato più per i suoi contatti (anche se del tutto marginali) con il mondo della moda che non per le grandi fatiche, la dedizione, il duro lavoro nell’ambito della pastorizia. Ma no, per i media è sempre “la modella che ha lasciato le passerelle per fare la pastora”.

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Con i montoni in stalla (foto da facebook)

Heiða nasce in mezzo alle pecore, in una fattoria in mezzo al nulla tra brughiere, ghiacciai e vulcani. Viene chiamata così proprio in onore di Heidi, nel nome c’era già un po’ il suo destino, ma si è sempre sentita dire che doveva trovare un marito per gestire l’azienda. Non l’ha fatto. Heiða è una gran donna, ma non solo per la sua statura. O meglio, siamo noi a vederla come una gran donna, sono sicura che lei si considera più che normale e, nel libro, non nasconde le sue debolezze. Non si vanta di ciò che fa, semplicemente lo descrive per far conoscere il suo mondo, la sua vita. Ma compie “imprese” che forse poche persone sarebbero in grado di fare. Lavora instancabilmente, conduce da sola una fattoria in un ambiente sicuramente difficile.

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Al lavoro con il gregge (foto da facebook)

Il suo isolamento si è però interrotto più volte, facendo anche altri lavori (specialmente in gioventù), dall’insegnante alla tosatrice di pecore, passando anche sulle passerelle della moda, più per gioco e per terapia (per rafforzare la propria autostima, dice) che non per reale interesse. Nel libro parla più del suo amore per i motori (il quad, la motoslitta) che non delle sfilate, a cui riserva poche righe! Rimpiange i tempi in cui andava a fare le gare di tosatura, non gli abiti delle grandi firme, la vita a New York.

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Heiða a un incontro pubblico (foto dal web)

Ho delle amiche che vorrei fare incontrare a Heiða. Avessero una lingua comune, sarebbero quasi sorelle… Venisse in Italia, la porterei da loro, in mezzo alle pecore… La differenza tra lei e queste pastore italiane che conosco, è che Heiða si è anche impegnata in politica, nonostante tutti i suoi impegni con gli animali e la fattoria, per difendere parte dei suoi pascoli dalla costruzione di una diga per una centrale. E ha vinto!

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Un momento di lavoro con i vari proprietari delle pecore (foto da facebook)

Il libro è un successo internazionale, c’è chi fa di Heiða un’icona del femminismo e/o dell’ambientalismo. Per me è soprattutto una donna che vive la sua vita con grande determinazione, spinta in gran parte delle sue scelte dall’immensa passione per gli animali. Non so se a tutti piacerà, qualcuno troverà magari noiose tutte le parti quasi tecniche dedicate all’allevamento ovino. Ognuno di noi verrà “toccato” da qualche aspetto della vita e del carattere di Heiða. Io ho vissuto con lei le nascite degli agnelli, la ricerca delle pecore in montagna a fine estate, tutti i momenti più vicino a ciò che conosco. Ma anche le lotte per tutelare gli spazi per la pastorizia. Ci sono infine alcuni aspetti della sua vita a cui mi sento vicina, così come la scelta di dedicare gli esigui guadagni e i momenti di “pausa” al viaggio e alla conoscenza di altre realtà.

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Il suo cane, compagno di tanti momenti (foto da facebook)

Leggetelo anche voi, poi mi direte cosa vi ha colpito di questo libro. Non è un romanzo, non aspettatevi storie d’amore (a parte quelle con il suo adorato cane Fifill).

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Un altro dei ritratti di Heiða Guðný Ásgeirsdóttir presenti nel libro (foto dal web)

“Stranieri” di cui avere davvero paura

Camminando per mulattiere e sentieri o lungo gli argini di fiumi e torrenti sempre più ci capita di incontrare degli stranieri. Erbe dai fiorellini gialli che prolungano la loro fioritura quasi tutto l’anno, pianticelle che formano barriere quasi impenetrabili, ma spariscono in inverno, cespugli con fiori vistosi coperti di farfalle… Già, sto parlando di piante che non appartengono alla flora locale, ma che si sono diffuse a macchia d’olio sul nostro territorio.

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Non dobbiamo pensare se sono “belle” o meno, dobbiamo capire quanto sono pericolose. Presso l’Institut Agricole Régional di Aosta, il prossimo giovedì 21 novembre 2019 si terrà un convegno su questo argomento. E’ importante conoscere queste piante, capire che pericolo rappresentano e se si può fare ancora qualcosa per arrestare la loro diffusione.

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In primo luogo, essendo specie non locali, sono un danno per la biodiversità. Anche se già in passato sono state introdotte specie che oggi ci sembrano naturalmente parte integrante della nostra vegetazione. Un esempio su tutti quello della robinia (gaggia in Piemonte), pianta apprezzata per il miele che se ne ricava, per i fiori utilizzati in cucina e per il legname di rapido accrescimento. In realtà la robinia fu introdotta agli inizi del 1600 dal Nord America, il primo esemplare venne piantato a Parigi, in Italia la sua diffusione fu favorita nel suo impiego per consolidare le massicciate ferroviarie.

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“L’inquinamento” della biodiversità è un problema ambientale che qualcuno potrebbe ritenere irrilevante, ma alcune di queste piante causano, direttamente o indirettamente, danni anche all’essere umano. Prendiamo ad esempio il senecione sudafricano (Senecio inaequidens), una pianta erbacea che sta colonizzando bordi delle strade, scarpate, zone aride, ma anche pascoli. Fiorisce quasi tutto l’anno (proprio oggi ho visto dei fiori sotto la neve, ma ne avevo viste piante fiorite già a gennaio), alcuni lo scambiano per una specie ornamentale e lo piantano nei giardini…

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Senecione fiorito a fine dicembre lungo il Ru d’Arlaz – Montjovet (AO)

Invece il senecione è velenoso. Lo è per gli animali che lo ingeriscono, l’accumulo nel fegato degli alcaloidi tossici è causa di avvelenamento cronico. La tossicità si mantiene anche nella pianta secca (se viene tagliato nella fienagione) e può arrivare a interessare anche il latte (e di conseguenza i latticini), ma pure il miele. Bisognerebbe estirpare tutte le piante, asportarle e bruciarle, per evitare la diffusione dei semi. Ma soprattutto bisognerebbe informare il più possibile la popolazione, affinché riconosca queste specie e provveda il più possibile a fermare la loro diffusione.

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Interfaccia dell’app Alienalp

Per i più tecnologici, segnalo un’app da scaricare sul proprio smartphone. Messa a punto presso l’Institut Agricole Régional, Alienalp permette di riconoscere le specie monitorate, inviare dati e foto quando si trova una delle quattro specie aliene (coordinate del luogo, comunicazione dell’eventuale avvenuta eradicazione). La segnalazione può provenire da qualsiasi parte d’Italia, per Valle d’Aosta e Piemonte viene presa in considerazione nell’ambito di progetti che monitorano questa problematica.

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Pascoli invasi dal senecione a monte di Sordevolo (BI)

Qui trovate le schede riguardanti altre specie: poligono del Giappone (dannoso soprattutto per l’ambiente e la stabilità delle sponde fluviali), panace di Mantegazza (la cui linfa può provocare gravi lesioni cutanee). Qui invece vari link relativi alla “black list” delle specie aliene in Piemonte. Ribadisco che l’argomento è importante, come avete visto molte di queste specie hanno un’influenza diretta sull’uomo (anche molto grave). Citiamo ancora a tal proposito l’ambrosia, responsabile di vere e proprie “epidemie” di forti reazioni allergiche (se ne parla qui in un sito della sanità Svizzera). Informatevi, partecipate al convegno (se potete) e fate la vostra parte, per quanto possibile, nel contenere queste specie.

L’inverno di San Martino

Ho preparato questo post stamattina, mentre ero al pascolo. Nel frattempo, a più riprese, ha nevicato: piccoli cristalli che danzavano nell’aria, fiocchi più grossi, nuvole di tormenta scompigliate dal vento. Ma, per nostra fortuna, al suolo la neve non si è ancora fermata. Altrove, specialmente in Piemonte, alla stessa quota è già tutto bianco.

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Le capre pascolano e, sulle cime, già si abbassano nuvole di neve – Petit Fenis, Nus (AO)

Scrivo in un’atmosfera ovattata, con i rumori che paiono molto più vicini di quanto non siano in realtà. Le capre brucano avide a testa bassa, come se non dovessero più pascolare erba per mesi. L’atmosfera è immobile, ma le nuvole sono ancora alte, anche se le cime già sono state avvolte da un grigiore di neve.

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La mandria diretta al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Già, la neve… dicono che entro stasera arriverà anche a quote basse. La scorsa settimana già l’avevamo vista un paio di volte. Era caduta in minuscole sfere gelate all’improvviso mentre si usciva con le vacche diretti verso i pascoli. Ma poi aveva iniziato a piovere e infine era uscito il sole.

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La prima neve alla diga di Place Moulin – Bionaz (AO)

In montagna invece era stata vera neve. Un assaggio di inverno. Di nuovo la neve sulla foglia, quindi non ci sarà l’inverno freddo e nevoso? Ma ormai il clima è così soggetto a sbalzi e cambiamenti che nemmeno gli antichi detti risultano affidabili.

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I primi fiocchi, oggi pomeriggio – Petit Fenis, Nus (AO)

D’altra parte questa doveva essere l’estate di San Martino, invece c’è un clima autunnal-invernale e, come si diceva, siamo in attesa di una perturbazione che dovrebbe portar neve fino in pianura.

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La transumanza a metà settembre – Verrayes (AO)

Tutto l’autunno è stato altalenante. Le vacche erano scese dall’alpe una settimana prima della fine dell’estate. Faceva caldo ed era tutto secco, per questo la transumanza era avvenuta così presto. Senza gli impianti di irrigazione, qui non ci sarebbe stato quasi niente da pascolare. Si temeva che quel poco che c’era sarebbe stato consumato in fretta e sarebbe iniziata la stagione del fieno in stalla.

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La scorsa settimana al pascolo in una giornata di sole – Petit Fenis, Nus (AO)

Poi però aveva piovuto sulla terra ancora calda a e l’erba era ricomparsa, ovunque. Vacche e capre pascolavano nei prati e, dove erano già passate qualche settimana prima, l’erba ricresceva, di un bel verde brillante. Non ci si lamentava, per questo lungo autunno, anche se si era consapevoli che, ancora una volta, si era di fronte a delle anomalie del tempo.

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L’erba ancora verde prima delle gelate dei giorni scorsi – Petit Fenis, Nus (AO)

Più si riesce a stare al pascolo, meglio è. Le scorte di fieno ci sono, ma più tardi le si incomincia, più si è tranquilli di averne a sufficienza. Nei boschi quest’anno ghiande e castagne sono quasi inesistenti, dopo la grande abbondanza dello scorso autunno, quindi per le capre il pascolo invernale sarà scarso.

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Rientro in stalla a fine pomeriggio dopo esser stati colti dalla nebbia – Petit Fenis, Nus (AO)

Le “stranezze” dell’autunno sono state tante. Qui non è un posto da nebbia, invece nelle scorse settimane è capitato di non poter uscire dalla stalla con gli animali per la troppa nebbia. C’è un breve tratto di strada da fare e già con buona visibilità capita di incontrare auto che arrivano a velocità sostenuta (e non accostano per lasciar passare una ventina di bovini, incapaci di attendere per quei 5 minuti necessari per andare dalla stalla all’inizio dei prati).

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Pomeriggi di fine ottobre ancora miti – Petit Fenis, Nus (AO)

Oltre alle giornate di nebbia, l’altra anomalia è quella di avere ancora oggi la gran parte delle foglie sugli alberi. Solo in questi ultimi 2-3 giorni stanno iniziando a cambiare colore a questa quota (1000 metri) e nemmeno il vento furioso seguito alla pioggia è riuscito a farne cadere molte.

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Colori autunnali a monte di Hers – Verrayes (AO)

E dire che il caldo e la siccità già a fine settembre avevano fatto raggrinzire le foglie dei frassini… ma le abbondanti piogge di ottobre e le temperature miti hanno fatto sì che la vegetazione riprendesse forza. A quote maggiori qualche settimana fa l’autunno ha regalato colorazioni magnifiche…

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Ultimi giorni al pascolo per le vacche, l’aria iniziava a farsi fredda anche con il sole – Petit Fenis, Nus (AO)

Alla nostra stessa quota, sul versante opposto, i prati sono ancora bianche per la neve della scorsa settimana e per la brina. È anche giusto che sia così. Su in alto la neve non dovrebbe più sciogliere fino a maggio. La terra deve riposare…

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Dopo la nevicata dei giorni scorsi, qui i prati verdi, di fronte tutto bianco – Petit Fenis, Nus (AO)

Io mi auguro che quest’anno ci possa essere un inverno vero, con la neve e il freddo al posto giusto. Per ora intanto attendiamo questa prima neve e le capre non la smettono di abbuffarsi d’erba, così come accade quando “sentono” il tempo che cambia, la neve in arrivo…

Lassù in fondo alla valle

Lo scorso fine settimana sono stata in Valsesia. Anzi, in una vallata laterale della Valsesia che si chiama Val Sermenza. Quando si arriva a Balmuccia, la segnaletica stradale indica 17 chilometri a Carcoforo, ma vi sembrerà di percorrerne molti di più, prima di arrivare a destinazione.

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Val Sermenza (VC)

Già la Valsesia è stretta, ma qui le pareti incombono ancora di più. In un pomeriggio d’autunno il sole non raggiunge più alcuni punti della strada, dove l’umidità delle piogge dei giorni precedenti e la rugiada della notte non riescono ad asciugare. La via è lunga, tortuosa, passa attraverso paesini arroccati le cui case, appiccicate le une alle altre, anche ad un passaggio frettoloso in auto mostrano i segni delle architetture walser, pitture a tema religioso e, purtroppo, anche un generale spopolamento.

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Paesaggi rurali in Val Sermenza (VC)

La strada si allunga ancora di più se uno si ferma a scattare foto, ma certi scorci sono di una bellezza e di una magia unica. Verrebbe voglia di lasciare l’auto e percorrerla interamente a piedi, quella valle. Andare alla scoperta dei villaggi, dei paesaggi rurali e dei personaggi che ancora tengono in vita questi paesaggi, questo territorio. Ma il tempo è tiranno, così rubo solo qualche scatto…

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Becco e capre cashmere, Rimasco (VC)

…e non resisto alla tentazione di fermarmi quando sono degli animali ad attirare la mia attenzione. C’è un gregge di capre cashmere accanto alla strada. Scoprirò più tardi di chi sono e anche la storia della loro proprietaria, una donna insediatasi da queste parti tra mille problemi e difficoltà. “Perché la gente lascia andare tutto all’abbandono, ma se le tue capre vanno a pascolare un po’ di erba secca ti denunciano…“. Storie già sentite, storie che parlano di mondi diversi e di modi diversi di vedere il mondo.

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Mandria al pascolo – Campo Ragozzi, Val Sermenza (VC)

Poco dopo, sullo sfondo di un’altro villaggio appena sopra la strada, ecco una mandria in lenta sfilata lungo uno di quei sentieri stretti, a scalini, tipici di queste zone. Non so da dove arrivasse, ma si ferma a pascolare ai piedi delle case, dove i pastori hanno sistemato picchetti e tirato fili.

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Carcoforo in un pomeriggio autunnale – Val Sermenza (VC)

Poi finalmente arrivo a Carcoforo, dove ero stata invitata a presentare il mio libro. Lasciatemi aprire una piccola parentesi personale per ringraziare gli organizzatori dell’evento, che mi hanno accolta con grande gentilezza e disponibilità. Troppe volte ormai capita di essere invitati solo come “nome da inserire in una locandina”, il che solitamente porta a serate deludenti con poco pubblico e scarso interesse generale. Se invece chi organizza ci crede, lo fa con cuore e passione, ecco allora una serata di successo in un microscopico paesino in fondo a una vallata di montagna.

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Esposizione di campanacci a Carcoforo (VC)

…e dire che si contavano anche molte assenze per “colpa” della fiera di Doccio dell’indomani, dopo esser stata rinviata per ragioni di meteo avverso. Comunque, nella sala, era stata allestita un’esposizione di campanacci portati dagli allevatori locali e le aziende agricole avevano donato una forma dei loro formaggi da degustare la sera in occasione della cena. Alla presentazione è seguito un bel dibattito, quindi cena e concerto.

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Serata “Giovani in transumanza” – Carcoforo (VC)

Che sorpresa scoprire che uno dei componenti del gruppo era tra i protagonisti del mio libro “Di questo lavoro mi piace tutto”! Stefano lo avevo intervistato “virtualmente” via computer, ma sabato sera ho conosciuto dal vivo questo veterinario i cui nonni erano allevatori che salivano in alpeggio. Stefano seguiva il mio vecchio blog e l’avevo “incontrato” quando mi aveva scritto parlandomi proprio dei suoi nonni. L’altra sera la musica si è protratta fino a tarda notte, poi qualcuno è andato a dormire, altri sono tornati a casa, sono andati in stalla e… sono ripartiti alla volta della Fiera di Doccio, compreso uno dei musicisti, con alcuni degli animali della sua azienda!

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Formaggi delle aziende locali – Carcoforo (VC)

Tornando però alla serata, è stato bello avere un esempio di montagna vera, che si impegna per resistere alle difficoltà intrinseche del territorio, unite con tutti i vincoli e cavilli che la società odierna riesce a creare per rendere ancora più difficile il vivere e il lavorare di chi abita quassù. Sono state anche interessanti le domande poste dal pubblico e gli spunti di riflessione nati in seguito alla discussione tra moderatore, partecipanti alla serata e la sottoscritta. Ancora un grazie ad organizzatori (di Carcoforo e Rimasco) e a tutti i partecipanti.

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Una mandria arriva alla fiera di Doccio (VC)

Il mattino dopo era d’obbligo una tappa alla Fiera di Doccio, manifestazione che è “cresciuta” rispetto all’ultima volta che c’ero stata qualche anno fa. Un bel numero di bancarelle e di stand di produttori locali. Tra gli allevatori qualche defezione dovuta al fatto che la fiera era stata rimandata di una settimana, venendo così a coincidere con altri appuntamenti.

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Formaggi e salumi – Fiera di Doccio (VC)
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Una mandria diretta alla fiera – Doccio (VC)

Sia alla serata, sia alla fiera, non mancavano i giovani. Durante l’evento di sabato sera ha fatto una puntata a Carcoforo il neo presidente della provincia di Vercelli che, nel suo intervento, ha detto che bisogna spronare i giovani a seguire questa strada (quella dell’allevamento di montagna). L’ho detto replicando direttamente al presidente e lo ribadisco ora: non c’è bisogno di spronare nessuno, ragazzi e ragazze che fanno o vogliono fare gli allevatori e/o gli agricoltori in montagna ce ne sono. Il compito della politica è di fare in modo che il loro entusiasmo non muoia sepolto sotto vincoli, cavilli, burocrazia, leggi inadatte al territorio, miopia e sordità di chi ci amministra…

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Giovani allevatori puliscono i loro animali prima della rassegna – Doccio (VC)

…perché, nonostante tutte le belle parole che si sentono sul ritorno alla terra, se sei giovane e vuoi iniziare a fare questo mestiere, i sacrifici richiesti dal lavoro in sé sono ancora il minimo. Un ragazzo mi ha chiesto: “Secondo te è possibile, per uno come me che non ha già un’azienda alle spalle, trasformare il mio hobby in lavoro e vivere di pastorizia?“. Bella domanda. Non ho LA risposta. Sicuramente chi arriva da un’altra realtà può fare il pastore, ma magari deve farlo con un’altra ottica, non così strettamente tradizionale, più aperta alla valorizzazione di tutti i prodotti della pastorizia. Ma detto questo… Servono capitali, serve personale, servono consumatori attenti e pronti a spendere “qualcosa in più” per un prodotto del territorio, per un prodotto di qualità. Qualcuno ce la fa…

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La bancarella di Valsesia cashmere – Doccio (VC)

Alla Fiera di Doccio ho incontrato Alberto, che avevo intervistato anni fa alla Fiera di Campertogno e che compare in “Capre 2.0“. Loro allevano capre cashmere, man mano sono “cresciuti”, hanno fatto errori da cui hanno tratto insegnamenti. “Oggi abbiamo migliorato molto la fibra e utilizziamo tutto, anche le parti più scadenti, facciamo anche il feltro. Continuiamo a fare il sapone con il latte e tra poco sarà la stagione giusta per fare salami con gli animali più vecchi. Solo se si valorizza tutto si riesce a vivere.” Alberto però mi racconta anche di altri che avevano scelto queste capre rustiche e meno impegnative di quelle da latte per trasferirsi a vivere in montagna e dare il via ad un’attività: “…qualche anno e poi le hanno vendute. E altri le hanno comprate, sempre senza saper niente di qualità della fibra. Non è facile, bisogna mettersi lì e documentarsi, imparare, lavorare.” Discorso valido per qualsiasi tipo di animale o di attività.

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Carcoforo al mattino – Val Sermenza (VC)

Chissà quale sarà il futuro per l’alta Val Sermenza: luoghi sicuramente interessanti per un turismo che non cerca la confusione, ma apprezza il paesaggio, le antiche architetture, i prodotti del territorio. Un turista che alloggia volentieri nel bed&breakfast, magari annesso ad un’azienda agricola… ma che resta deluso dal fatto che, a colazione, gli servano la marmellatina monoporzione industriale, la brioche confezionata, poiché la legge impedisce a queste strutture di preparare la torta o le confetture in casa…

Transumanza: tra feste, divieti e necessità

 

Non penso siano rimasti molti animali negli alpeggi, a questa stagione. C’è ancora qualcuno che sta finendo l’erba a mezza quota, approfittando del fatto che le temperature sono relativamente miti e la neve non si è fatta vedere al di sotto di certe altitudini. Gli animali in mungitura sono tutti scesi, ci sono ancora vacche asciutte, qualche gregge di pecore e/o capre.

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Discesa dall’alpeggio a piedi tra Verrayes e Nus (AO)

La transumanza è una tradizione… e una necessità. Si sale a consumare l’erba dei pascoli in quota, si scende quando questa è finita, o per rientrare direttamente in stalla, o per pascolare i prati di fondovalle o pianura accanto a cascine e stalle. Chi fa pascolo vagante invece continuerà a spostare gli animali, giorno dopo giorno, alla perenne ricerca di pascoli. Gli stanziali, terminata l’erba, chiuderanno gli animali e inizieranno ad alimentarli con fieno, cereali, ecc.

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Ogni zona ha le sue transumanze, legate al territorio, al clima. Vi segnalo questo convegno, che si terrà ad Anagni (RM) il 30 novembre – 1 dicembre, a cui parteciperò anch’io, portando un contributo sulle realtà che conosco meglio.

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Festa della transumanza 2019 – Pont Canavese (TO)

Da qualche tempo, per celebrare la transumanza e il ritorno degli allevatori dagli alpeggi, sono nate delle vere e proprie feste della transumanza. Non hanno una valenza storica, sono le fiere ad essere legate al passato, mentre le feste sono state pensate e create soprattutto ad uso turistico… e i turisti sembrano apprezzare! L’importante è capire che questa non è una manifestazione folkloristica fine a sé stessa, ma un momento del lavoro degli allevatori.

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Un gregge scende verso il prato della fiera a Sordevolo (BI)

Le fiere (primaverili e autunnali) sono nate nei paesi allo sbocco delle valli perché era lì che convergevano greggi e mandrie nel momento della salita e della discesa dai pascoli alpini. Si acquistavano attrezzi e viveri, si vendevano prodotti (lana, formaggi, ecc) e animali. Ovviamente oggi molte cose sono cambiate, ma le fiere restano momenti importanti per il mondo agricolo e per i suoi protagonisti.

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Preparativi per la Desnalpà a Settimo Vittone (TO)

Le feste della transumanza possono essere ugualmente importanti perché permettono a pastori e margari di mostrarsi al resto del mondo con orgoglio per il proprio lavoro, esibendo la propria passione ad un pubblico che, sempre meno, comprende questo mestiere. Gli animali vengono curati con attenzione ancora maggiore rispetto al solito, si attaccano i campanacci dal collare decorato, quelli dal suono migliore. In occasione di queste feste, sempre più si è presa l’abitudine di addobbare il capo di vacche e capre con fiori, nastri e composizioni colorate, anche laddove un tempo ciò non veniva fatto.

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Vi è venuta la curiosità? Non siete mai stati a una di queste feste? O ad una fiera? Ve ne segnalo un paio che si terranno nei prossimi giorni. Affrettatevi, perché sono gli ultimi appuntamenti e… ne vale davvero la pena! Una è una festa dedicata alla transumanza (Desnalpà – discesa dall’alpe) a Settimo Vittone (TO), una è una fiera successiva alla discesa, che negli ultimi anni ha scelto di far arrivare gli animali delle aziende locali con una vera e propria sfilata per le vie del paese (Fîra ‘d la Calà) a Bobbio Pellice (TO)… mentre il 2 novembre a Luserna San Giovanni (TO) vi è la principale fiera autunnale a livello zootecnico (e non solo) del Nord Ovest.

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Un gregge scende verso la pianura in Val Chisone (TO)

La transumanza viene celebrata anche altrove, numerose sono le feste in Francia, a Madrid qualche giorno fa c’è stata una vera e propria parata nelle vie del centro della capitale spagnola, con il passaggio di un gregge. E’ dal 1994 che il 20 ottobre si ripete questa manifestazione, una rivendicazione da parte dei pastori del diritto di utilizzare gli itinerari tradizionali per spostarsi dal nord della Spagna verso sud, dove trascorreranno l’inverno. Un tempo il “Camino real” attraversava la campagna, ma oggi passa proprio nel mezzo del centro città. La legge, la 3/95 tutela questa pratica di transumanza dove il passaggio degli animali ha la priorità su quello delle persone.

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Camminare con gli animali è un momento molto amato dai più giovani – Sordevolo (BI)

La transumanza è stata anche candidata come patrimonio dell’Unesco, ma ciò nonostante già solo in Piemonte anche quest’anno si sono segnalati casi di “divieti” o grosse limitazioni al suo svolgimento. Cito due casi, entrambi in provincia di Cuneo. Questa primavera il comune di Crissolo, in alta Valle Po, ha emanato un’ordinanza che vietava il passaggio di mandrie e greggi nel paese nei fine settimana. Il motivo sarebbe stato legato a questioni di igiene, salute pubblica e sicurezza per i cittadini: “La carenza d’organico ci impedisce di provvedere in tempi rapidi alla pulizia e disinfezione delle strade dalle deiezioni animali“. Ma lo sanno, in Comune, che al sabato e domenica è più facile organizzare la transumanza perché amici, conoscenti, parenti possono venire a dare una mano? E i bambini non devono perdere un giorno di scuola? Crissolo è un comune di alta montagna, se qualche turista o villeggiante si lamenta delle deiezioni… torni pure a respirare aria buona e calpestare asfalto in città.

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Articolo apparso su “La Guida” sui fatti di Limone Piemonte – 19/09/19

Sono altre le cose per cui lamentarsi, non le transumanze! E che dire poi di Limone Piemonte in Valle Vermenagna, dove il divieto di transumanza quest’autunno è stato totale? O meglio, non si trattata di un divieto, ma per passare bisognava chiedere l’autorizzazione all’Anas, che l’ha negato… Niente passaggio delle mandrie a piedi, bisognava caricarle sui camion… E poi parliamo di ambiente, diciamo alla gente di andare a piedi, in bicicletta, con i mezzi pubblici, ma nello stesso tempo obblighiamo ad usare i camion per caricare le vacche, invece di farle scendere a piedi con la colonna sonora dei campanacci a risuonare per la valle?

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Discesa a piedi dall’alpeggio Veplace a Nus (AO)

Scendere a piedi ha tanti significati. Concretamente parlando, è un vantaggio economico (i camion costano, il loro impiego incide non poco sui bilanci aziendali), anche se spostarsi a piedi con il bestiame può essere faticoso, difficile, complicato. Talvolta è davvero impossibile per le distanze e per l’impossibilità di trovare luoghi dove fare tappa. Però c’è un risvolto emotivo non indifferente: per l’allevatore, scendere con la mandria o il gregge, attraversando i paesi della valle, è una soddisfazione. Lo fai a testa alta, con orgoglio, perché mostri alla gente i frutti del tuo lavoro, i tuoi animali che scendono belli, grassi, in piena forma, dopo la stagione trascorsa in montagna. Le persone escono dalle case, c’è chi ti saluta, chi viene ad offrire un bicchiere. Un tempo era così, oggi queste scene le vedi meno frequentemente, purtroppo oggi rischi anche di incontrare chi ti insulta, chi si lamenta, chi chiama i vigili o i Carabinieri…

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Un gregge arriva a Pont Canavese dopo essere partito al mattino presto dalla Val Soana (TO)

E allora, per non disturbare troppo, magari scendi di notte… e trovi comunque chi trova questo fatto “grave”. Per me è grave che ci siano persone che non tollerano la transumanza, per me è grave il fatto che questa tradizione rischi di scomparire in nome di una civiltà che ha sempre fretta, che ha più timore delle deiezioni animali che non dell’inquinamento e del consumo di carburante. Vi assicuro che tutti gli allevatori vorrebbero fare transumanze senza incontrare auto, camion, pullman sul loro cammino, ma purtroppo è impossibile. Rispetto reciproco, tolleranza e… godiamoci il momento, se incontriamo una transumanza. Potrebbe essere l’ultima che vediamo, se si continua così…

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Anche di transumanze si parlerà a Carcoforo (VC) questo sabato, 26 ottobre. L’evento si intitola per l’appunto “Giovani in transumanza”. Presenterò il mio libro e, nel corso della serata, ci sarà musica e una proiezione di immagini a tema. Vi aspetto, per confrontarci direttamente su queste tematiche.

“Avventura e divertimento” al pascolo

In questi ultimi anni sempre più persone hanno “scoperto” il mondo della pastorizia e hanno voluto condividere con il resto del mondo il fascino che esso ha esercitato su di loro. È un percorso che ho compiuto anch’io, come ben sapete. Nel mio caso però in un certo senso questo percorso non si è mai concluso, piuttosto si è evoluto per strade che si sono diversificate nel tempo, sia per scelte, sia per i casi della vita.

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Gregge in alpeggio al Moncenisio (TO)

C’è chi è stato affascinato e ha cercato di trasmettere al pubblico delle emozioni, dei momenti, delle immagini che altrimenti quasi nessuno avrebbe neanche lontanamente immaginato. Sono stati realizzati film, documentari, articoli, libri, mostre fotografiche. C’è anche stato chi ha capito il potenziale emotivo che queste storie e queste immagini potevano suscitare e le ha usate per costruire “prodotti” che potessero funzionare dal punto di vista commerciale.

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Transumanza autunnale in Valchiusella (TO)

Ognuno fa il suo mestiere, per carità… quello che però mi infastidisce maggiormente è veder trattato l’argomento in modo eccessivamente superficiale o sotto un ottica “sbagliata”, perché al giorno d’oggi più che mai al pubblico bisogna dare un messaggio chiaro e corretto, visto che sul mondo dell’allevamento circolano fin troppi luoghi comuni e disinformazione.

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Gregge in alpeggio con maltempo imminente (foto di Mauro Scattolini)

Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere una bella foto realizzata da un fotografo che si sta interessando all’argomento della pastorizia. Lo scatto, realizzato in montagna, ritraeva il gregge in un contesto di maltempo in arrivo. Lo so che dal punto di vista grafico l’immagine funziona bene… ma non bisogna dimenticare il contesto! Essendo stata postata in un gruppo di allevatori, qualcuno aveva fatto osservare che, per l’appunto, la foto era bella, ma l’allevatore e il gregge stavano per passare dei momenti non tanto piacevoli.

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Maltempo in alpeggio in Valchiusella (TO)

Non ricordo a memoria tutta la risposta del fotografo, ma mi è rimasto impresso il fatto che parlasse di “avventura e divertimento” che stavano per cominciare dopo quello scatto. Non basta passare una settimana o un mese con i pastori per capire certe cose… Io lo capisco, il fotografo, lui pregustava gli scatti “unici” che stava per realizzare. Può capitare anche ad altri di scattare una bella foto a un gregge in montagna, ma nel mezzo di un temporale o di una nevicata raramente ci sono spettatori esterni.

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Con il maltempo i lavori si complicano – Val Germanasca (TO)

Sapete dove sta la differenza tra il pastore e il fotografo che vivono questi momenti? Uno è emozionato per le situazioni eccezionali che sta cogliendo con la sua macchina, con la sua telecamera. L’altro è preoccupato per i suoi animali. Cambia la prospettiva, cambia il tipo di coinvolgimento emotivo. Ricordate quando cercavo la copertina giusta per il mio libro fotografico su 10 anni di pascolo vagante? Scartammo le immagini con la neve che forse avrebbero funzionato di più con il pubblico, ma evocavano brutte giornate, momenti duri, difficoltà a sfamare le bestie per i pastori.

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Perturbazione in arrivo al Moncenisio (TO)

Il temporale che incombe, la nebbia che avvolge, la nevicata improvvisa… belle da vedere, forse. Sicuramente creano suggestioni quando le osservi in fotografia. Ma per chi è lì con gli animali significano sia vivere momenti difficili (rimanere ore e ore al pascolo mentre freddo e umidità penetrano tra gli strati di abbigliamento, e non si arriverà nella baita (spesso fredda) fino alla sera), sia essere preoccupati per gli animali. Un fulmine può causare una strage… Un rigagnolo può gonfiarsi di fango scuro e vischioso, impedendo il rientro alla stalla, al recinto. Nella nebbia ancora più facilmente può essere in agguato un predatore. La neve nasconde l’erba, sarà più difficile sfamare il bestiame. Altro che avventura e divertimento!

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Prima neve in alpeggio a fine stagione al Moncenisio (TO)

Non che non si debbano mostrare queste immagini, anzi! Solo che vanno spiegate al pubblico, che conosce sempre meno queste realtà, che sta perdendo completamente il contatto con la terra, con la dimensione rurale del mondo. Si va dall’eccesso di chi accusa un allevatore di maltrattamento perché, d’inverno, vede un gregge all’aperto sotto la neve… a chi propone queste immagini semplicemente come un momento “avventuroso” del lavoro del pastore.

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Un pastore con il suo gregge in Val Germanasca (TO)

Forse chi sta lavorando a un progetto che riguarda la pastorizia o, più in generale, l’allevamento, prima di consegnarlo al pubblico dovrebbe farlo vedere ad un addetto ai lavori. Credo sia valido per qualunque mestiere, si tratti di pastori, pescatori, panettieri, vignaioli… Si eviterebbe così di scontentare proprio la categoria che invece si vuol “celebrare”. La maggior parte delle volte si eccede nel romanticismo. Si preferiscono le storie più naif, si cercano di escludere le “contaminazioni” con il XXI secolo, consegnando al pubblico dei ritratti fuori dal tempo.

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Maltempo in alpeggio – Val d’Angrogna (TO)

Reali, per carità, ma non rappresentativi dell’intera categoria. Certo dipende dalle finalità dell’opera: se si vuole cercare l’ultimo, il più anziano, se si vuole ascoltare la voce del passato o dell’eremita, va bene. Ma se si vuole fare un ritratto della pastorizia odierna bisogna coglierne le molteplici sfaccettature e i chiaroscuri. Così avremo l’anziano che cammina a fianco del suo asino… e il giovane con il fuoristrada e il rimorchio attrezzato, che parla magari di valorizzazione e innovazioni. Forse è “meno bello” per il quadretto, ma continuare ad insistere su scenette tradizionali ha poco senso, non trovate?

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Un “locale lavaggio” non proprio a norma…

A maggior ragione, se compaiono anche i prodotti e le trasformazioni, bisognerebbe spiegare (anche attraverso le parole di chi fa il mestiere) quali sono le normative vigenti. Lo so che le antiche tradizioni sono tanto pittoresche, ci può stare benissimo la voce della casara che dice che stiamo perdendo una parte importante del prodotto in nome di un rigore forse eccessivo… ma per trasformare e per vendere a norma di legge ci sono delle regole, celebrare chi le infrange è anche offensivo per chi ha speso migliaia di euro per adeguare locali e attrezzature. Se vengono mostrate queste immagini, vanno ugualmente spiegate nel loro contesto, altrimenti al pubblico arriva un messaggio errato o non completo.

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Una bella foto, ma al pastore non piacevano le pecore in primo piano… – Val Germanasca (TO)

Per concludere… non so come mai, ma raramente chi non è del mestiere fotografa o filma quelli che sono gli animali preferiti dell’allevatore. Anzi, spesso la telecamera indugia su quegli animali che non si vorrebbe proprio che venissero visti. Un po’ come se venissero a girare un servizio a casa vostra e.. dopo la prima panoramica, ecco un’inquadratura prolungata del cesto della biancheria sporca o di quello sgabuzzino sul retro dove ci sono accumulate mille cose che magari un giorno potrebbero servire! E così la telecamera inquadra a lungo quella pecora che bruca in ginocchio perché ha la zoppina e fatica a camminare… oppure l’agnellino rattrappito con la pancia gonfia per problemi gastrointestinali. O ancora la pecora il cui vello penzola a brandelli per la rogna… Non me le sto inventando, queste scene, le ho davvero viste tutte in foto e video trasmessi anche in televisione. D’altra parte pure io, all’inizio, mi ero fatta stampare una maglietta con la testa di una pecora che sbucava dalla finestra. “Proprio quella lì che è cieca da un occhio…“, mi aveva subito rimproverata il Pastore.

Clima e ambiente

Provo una certa amarezza, in questi giorni, a vedere che la gran parte del mondo zootecnico presente tra i miei contatti sui social stia attaccando e deridendo Greta e, più in generale, tutti coloro che si preoccupano per il clima e l’ambiente. Tra l’altro spesso viene fatta una gran confusione di tutta una serie di concetti che andrebbero invece trattati e analizzati singolarmente.

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Laghetto alpino con poca acqua ad inizio autunno – Vallone di Saint Bathélemy (AO)

Parliamo di ambiente. È vero che, nel mondo agricolo, sovente accusiamo i cosiddetti “ambientalisti”, perché le loro idee sono molte diverse dalle nostre. Per molti di loro l’ambiente è o dovrebbe essere un’utopica wilderness dove non esiste l’uomo e tutte le sue attività. Però poi magari pretendono di fare del turismo, dimenticandosi per esempio che i sentieri di montagna da sempre sono vie di transumanza… che spesso si dissetano a fontane che sono anche abbeveratoi… che le meravigliose fioriture dei PASCOLI alpini le abbiamo grazie al pascolamento, anno dopo anno.

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Irrigazione dei prati nel vallone dell’Urtier – Cogne (AO)

È vero che molto ambientalismo è moda, è un bel modo di riempirsi la bocca di belle parole e sentirsi a posto con la coscienza. Si predica bene, ma si razzola maluccio, perché a tante “comodità” molto poco ecologiche è dura rinunciare. Perché “…lo so che la macchina inquina, ma altrimenti come faccio ad andare…“, “…lo so che l’aria condizionata consuma energia, ma con ‘sto caldo come si fa a dormire, a lavorare…“.

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Dove no si può irrigare, così sono i pascoli ad inizio autunno – Nus (AO)

I punti fondamentali del tanto dibattere di questi giorni sono due: da una parte i cambiamenti climatici, dall’altra i danni che stiamo facendo all’ambiente (e in questo ci mettiamo tutto l’inquinamento, lo spreco, la cementificazione di sempre più superfici, ecc…). Sull’inquinamento possiamo e dobbiamo fare tutti qualcosa. Lo so che “tanto c’è chi inquina più di me, gli aerei, le industrie…”, ma ragionando così non andiamo da nessuna parte. Iniziamo tutti a ridurre qualcosa, a non acquistare con imballaggi in plastica prodotti che possiamo trovare sfusi, per esempio. Acquistiamo prodotti locali per ridurre l’inquinamento legato ai trasporti. Scegliamo sempre frutta e verdura di stagione. Farà bene a noi, all’ambiente e alle aziende del territorio. E questi sono solo alcuni esempi di ciò che possiamo fare.

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Discesa dalla Val Soana di un gregge a fine stagione – Pont Canavese (TO)

Sul cambiamento climatico il discorso si complica. Anche se c’è ancora purtroppo chi si ostina a negarlo, in base a sensazioni o al fatto che “…qui da noi quest’anno di pioggia ne è venuta…“, il fenomeno già ampiamente previsto dagli esperti è in corso e le conseguenze andranno ad influire in vari modi sul nostro futuro. Sono soprattutto coloro che vivono maggiormente a contatto con la natura e che praticano forme di agricoltura e allevamento più tradizionali ad esserne colpiti per primi e, spesso, in modo preoccupante.

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Pascolo invernale, inizi di gennaio, nel Canavese (TO)

Se anche inverni più miti potrebbero favorire una stagione di pascolamento più lunga, con benefici non solo per i pastori vaganti, nel Nord Italia, ma anche per gli allevatori di bovini, che già lasciano la vacca fuori dalla cascina ben oltre Santa Caterina… nello stesso tempo minori precipitazioni nevose e scarse scorte di ghiacciai e nevai rendono sempre più difficile la stagione d’alpeggio. Per non parlare poi delle siccità sempre più prolungate. Oppure di piogge concentrate in periodi ristretti, spesso così violente da causare danni (da vere e proprie alluvioni a temporali violenti, anche uniti a grandine, che rovinano anche e raccolti che dovranno servire da foraggio per l’inverno, come mais o fieno). Così teoricamente si potrebbe pascolare più a lungo in inverno, ma tocca scendere prima dagli alpeggi… e, spesso, gli effetti della siccità si fanno sentire anche in pianura.

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A metà settembre già si lascia l’alpeggio tra nuvole di polvere – Verrayes (AO)

Non c’è modo di slegare l’agricoltura e l’allevamento dal clima! Fare dell’ironia o negare che questo stia cambiando è da folli. Un’altra cosa è capire se e come si possa fare qualcosa per contrastare il fenomeno o combatterne gli effetti. Sul perché tale mutamento del clima stia avvenendo, non c’è una tesi unica e definitiva. Se provate a documentarvi seriamente su siti scientifici, troverete sia chi parla di cicli naturali, sia chi punta il dito quasi esclusivamente sul fattore antropico, cioè l’uomo, con tutte le emissioni legate alle sue molteplici attività. La mia preparazione non è certamente tale da potervi proporre una teoria, probabilmente si tratta di una combinazione delle due cose. Inquinare meno, male non fa di certo, poi probabilmente la natura farà il suo corso. Già nelle ere geologiche del passato ci sono stati grandi sconvolgimenti che hanno riguardato anche il clima e che hanno portato all’estinzione di piante e animali. Sapete allora qual è il problema principale? È che oggi sulla Terra c’è l’uomo, una specie presente un po’ dappertutto e in grandi quantità. Forse anche troppo presente! Non siamo tanto preoccupati per l’orso polare o per la stella alpina, ma per quello che accadrà a noi!

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Violento temporale con grandine ad inizio settembre – Garessio (CN)

Preoccuparsi per il futuro non è poi così sbagliato, soprattutto se si è giovani. Chi non si preoccupa o chi addirittura oggi ride o nega, non venga poi a lamentarsi… Sarebbe meglio iniziare a pensare a delle vere strategie per affrontare questi problemi, ma non solo a livello locale o solo riferite a certi settori. Si è parlato di togliere le agevolazioni al diesel agricolo in Italia. Penso che equivalga a dire innanzitutto: “Facciamo chiudere tutte le piccole aziende già sul filo della sopravvivenza.” Per tutti in generale aumenterebbero le spese, sarebbe impossibile non alzare i prezzi, così sarebbe ancora più vantaggioso acquistare prodotti che provengono da paesi con costi meno elevati e regole (anche sugli aspetti ambientali) meno rigide.

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Fienagione in montagna – Nus (AO)

…e poi comunque, togliendo il diesel agricolo… cosa si vuol fare? Tornare ai buoi e ai muli, con buona pace degli animalisti, o voler rottamare tutti i mezzi diesel? Sarebbe poi così positivo per l’ambiente, dover smaltire migliaia di mezzi per produrne di nuovi??? Meglio pensare, per esempio, a concrete strategie per risparmiare l’acqua, migliorare l’irrigazione ed evitarne gli sprechi. Questi sono veri interventi legati ai cambiamenti climatici. Vi lascio con queste riflessioni e con l’invito a informarvi davvero sulle tematiche climatiche e ambientali, invece di limitarsi ad insultare Greta o, più in generale, tutti quelli che si preoccupano per questi argomenti.

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Capre assetate in un giorno di gran caldo e vento a fine settembre – Nus (AO)

Ps: può esser vero che molti giovani scioperano per il clima più che altro per seguire la massa o per saltare un giorno di scuola… ma allora proponete voi alle scuole che conoscete un venerdì per l’ambiente con un agricoltore o un allevatore! Spiegate ai giovani come una giornata al pascolo sia importante per l’ambiente…

Un giusto equilibrio

Lo devo ammettere, sempre più sovente per alcune persone la parola “ambientalismo” o “ambientalista” ha una connotazione negativa. E queste persone non sono industriali, speculatori dell’edilizia, trafficanti di rifiuti tossici. Sono abitanti delle aree rurali, della montagna, persone che vivono e lavorano a contatto con la terra, con l’ambiente, con gli animali, innervositi da affermazioni e comportamenti di chi teorizza sull’ambiente, senza conoscere a fondo i risvolti pratici. Ma chi è il vero “ambientalista”, allora?

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Formazioni calcaree in Alta Valle Tanaro – Viozene (CN)

Forse il problema sta nella parola, gran parte degli “-ismi” finisce per essere una forma di integralismo, il che raramente può avere connotazioni positive. Io preferisco parlare di casi singoli dove natura, ambiente, agricoltura, zootecnia, tutela del paesaggio e della biodiversità vanno a braccetto. La volta scorsa vi avevo detto che avrei partecipato ad un’iniziativa proposta dal Parco delle Alpi Marittime a Upega e Carnino (Alta Valle Tanaro – CN). Non soltanto è stato un bel momento di incontro e di dialogo, ma anche una piacevole scoperta. Un Parco Naturale non vieta le attività agricole, nel regolamento di ogni parco vi sono delle voci specifiche in merito. Per esempio, questo è quel che si legge nel regolamento del Parco Nazionale del Gran Paradiso, territorio ricchissimo di alpeggi: “L’attività di pascolo deve essere indirizzata ad assicurare: 1) la conservazione e la biodiversità delle formazioni pastorali; 2) la conservazione degli spazi pastorali a copertura erbacea anche per finalità fruitive paesaggistiche; 3) il mantenimento o il miglioramento della qualità foraggera dei cotici. Il raggiungimento di tali obiettivi è perseguito anche con la redazione e l’applicazione di piani di gestione degli alpeggi e delle aree di pascolo. ” (Capo III, Attività pastorali, art. 26)

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Pascoli in fase di recupero intorno a Carnino – qui la mandria passa a inizio e fine stagione – Alta Valle Tanaro (CN)

Tornando a Carnino, lì da qualche anno è nata un’associazione fondiaria con lo scopo di recuperare terreni ormai abbandonati intorno a frazioni e villaggi, per destinarli a pascolo da dare in uso agli allevatori che monticano in zona con le loro mandrie. Qui potete leggere qualche informazione più specifica sulle associazioni fondiarie, mentre qui un articolo parla dell’Associazione Fondiaria di Carnino. Cos’è stato fatto? Sono stati messi insieme (dopo un lungo lavoro di ricerca) i proprietari dei terreni e, in sintesi, si è creata un’associazione di modo che si potesse dare in affitto e in uso ad un allevatore un territorio altrimenti frammentato in molteplici particelle.

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Vecchia e nuova vasca (ancora da collegare) – Alta Valle Tanaro (CN)

Il Parco Alpi Marittime e i suoi guardiaparco hanno avuto un ruolo fondamentale in tutto questo e chi ci accompagnava, Massimo, ce l’ha spiegato dettagliatamente. Il territorio è stato dotato di vasche, tubi e appositi punti di collegamento per creare dei punti acqua. Sono state acquistate vasche con galleggianti per evitare sprechi di acqua (sono territori carsici, quelli) e il formarsi di aree fangose intorno alle vasche stesse. E’ stato predisposto un vero e proprio piano di pascolamento, ecc ecc… Tutto questo comporta un impegno maggiore per l’allevatore e/o per i suoi operai, ma nello stesso tempo si ha un territorio in affitto a prezzi non esorbitanti, dotato di “servizi” totalmente mancanti altrove.

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Escursione guidata alla scoperta degli alpeggi di Carnino – Alta Valle Tanaro (CN)

Ma i benefici non finiscono qui: il turista, l’escursionista, troverà un paesaggio più curato, una maggiore biodiversità proprio grazie al pascolamento. “E ne beneficia anche la fauna selvatica – spiegava il guardiaparco durante l’escursione sul territorio. Infatti dov’è che gli animali selvatici brucano avidamente per fare scorte per l’inverno? Dove l’erba è più verde, dov’è ricresciuta dopo esser stata pascolata dagli animali domestici. Nello stesso modo, la prima erba tenera in primavera i selvatici la trovano dove non c’è tutta l’erba vecchia secca, quindi dove c’è stato il pascolo nell’estate precedente.

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Alpeggio Selle di Carnino – Alta Valle Tanaro (CN)

Questo è il modo corretto di vedere le cose. La tutela intransigente di una presunta “wilderness” forse inesistente non va bene dove c’è o c’è stata in passato una gestione antropica. Ovviamente, in un parco naturale l’attenzione all’ambiente sarà maggiore rispetto al resto del territorio,  ci saranno aree (come le zone umide) escluse dal passaggio degli animali, ci sarà un controllo sui carichi di bestiame e sulla loro movimentazione… Ma ben vengano i controlli, se questo vuol dire “far pulizia” di certi soggetti che stanno rovinando il mondo zootecnico di montagna e non solo.

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Mandria al pascolo alle Selle di Carnino – Alta Valle Tanaro (CN)

Un carico eccessivo sui pascoli è dannoso, ma lo è anche un carico troppo basso o l’assenza di animali al pascolo, l’abbiamo già detto molte volte. Per poter stare “al passo con i tempi” le aziende devono espandersi, devono aumentare il numero di capi? Allora diamo dei contributi in modo corretto, compensiamo l’impossibilità di raggiungere numeri esagerati, eccessivi per il territorio. Non come oggi, dove il sistema premia chi più ha e non chi meglio lavora!

Il turista e il montanaro

Anche agosto è passato, l’estate è ormai alle spalle. Sono volati, questi mesi. Per qualcuno sono stati la stagione dell’alpeggio, per altri la stagione in cui gli animali sono su in montagna e ci sono i fieni da fare, mille cose da sistemare in azienda, in casa, prima che tornino vacche, capre, pecore e tutto il tempo sia da dedicare a loro. Poi ci sono quelli per cui l’estate è la stagione per andare in montagna, soprattutto quest’anno che il caldo è arrivato presto, a giugno, ed è stato torrido.

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Una lunga fila di auto parcheggiate al Colle del Nivolet in un giorno feriale del mese di agosto – Valsavarenche (AO)

Sono saliti in montagna anche quelli che di solito non ci vanno: leggevo post sui gruppi di montagna, gente che chiedeva sui social consigli, informazioni su cosa fare, dove andare, come attrezzarsi… Tutto ciò talvolta mi pareva preoccupante, perché la montagna non va affrontata alla leggera solo con il consiglio di poche righe di uno sconosciuto. Ma non è di questo che vi voglio parlare, o meglio, vorrei dire qualcosa sul rapporto tra turista e montanaro! E’ sempre sbagliato ragionare per categorie, perché non esiste un “modello standard”, però gli esempi aiutano a capire meglio.

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Atleti si allenano in vista di una gara – Valle Orco (TO)

Diciamo che, quando il “montanaro” parla del “turista” in modo sprezzante, si riferisce a qualcuno che ha comportamenti errati, manca di rispetto, ignora molte cose sui territori di alta quota, sui suoi abitanti e sui lavori che qui si praticano. Come sempre, quando un comportamento non appartiene a un singolo, ma viene ripetuto per tempi lunghi e da molti individui, spesso si genera prima malumore, poi rabbia, quindi esasperazione. Non bisognerebbe arrivare a tanto, perché l’esasperazione generalmente non porta a nulla di buono.

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Paesaggi di alta montagna “incontaminata”: Lago Rosset – Valsavarenche (AO)

La montagna vive di turismo? Anche… Non dovrebbe vivere SOLO di turismo soprattutto perché, un territorio fragile come quello delle terre alte, ha bisogno di attività che curino il territorio, che lo presidino 12 mesi all’anno. Come sappiamo, la montagna ha un turismo invernale (che per alcuni è fatto da neve e territorio così com’è, da percorrere con le racchette da neve, con gli sci da scialpinismo… mentre altri hanno bisogno di piste, impianti di risalita, impianti di innevamento artificiale…) e uno estivo. Quest’ultimo si sta evolvendo, perché chi viene in montagna oggi sembra aver bisogno di qualcuno e qualcosa che gli permetta di divertirsi, di svagarsi. Ahimé non bastano i panorami, la natura, i boschi, i laghi, le montagne, la flora e la fauna… Non è sufficiente un sentiero che porta a un rifugio, una pista sterrata che permette di pedalare con più o meno fatica.

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Piste e impianti di risalita in Val d’Isere – Francia

Bisogna inventare attività, bisogna portare tutti fin in cima alle montagne e anche oltre. Lo ammetto, io frequento poco le località cosiddette “turistiche”. Quando mi capita, non solo aumenta la mia consapevolezza di una certa “asocialità selettiva” (non è che non mi piaccia la gente, ma ci sono determinate situazioni affollate che proprio non fanno per me!), ma resto anche inorridita da quello che si sta facendo in nome di… di cosa? Del turismo, dei soldi…

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Le costruzioni della stazione sciistica di Tignes – Francia

Certe località per me ormai sono rovinate per sempre. Lo so, non tutti saranno d’accordo con queste mie osservazioni, ma non so se sia solo una questione di punti di vista. Spero però che ci si fermi e che si rispetti quello che c’è ancora. Non solo per questioni (non trascurabili) di ambiente, ma anche perché portare in montagna chi la montagna non la conosce, non la rispetta, non la affronta con la giusta attitudine, è un grosso errore che può costare caro. Se si parte in barca diretti al mare aperto senza saper nuotare e senza avere nozioni di navigazione, i rischi sono immensi. Vale lo stesso per la montagna. Non solo non si scende a “passeggiare” sul ghiacciaio in canottiera e ciabatte, ma bisognerebbe anche avere ben chiaro in mente che la montagna non è un enorme parco divertimenti (quasi) gratuito. C’è gente che ci vive e lavora, ci sono animali, selvatici e domestici.

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Escursionisti in cammino – Colle del Nivolet, Valsavarenche (AO)

Il montanaro è chiuso? Il montanaro, nel suo DNA, ha un bagaglio ereditato dalle generazioni che l’hanno preceduto, che spesso hanno affrontato grosse difficoltà e fatiche. L’apparente chiusura forse è anche una strategia innata di sopravvivenza? Conosco montanari dal cuore d’oro, dal senso dell’ospitalità e della condivisione che raramente ho trovato altrove. Conosco montanari diffidenti e apparentemente chiusi, ma una volta conquistata la loro fiducia è stato come trovare una seconda famiglia. Certo, il montanaro ha la sua dignità. E, come tutti, chiede rispetto.

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Se non conoscete il comportamento degli animali e se non c’è il proprietario con voi… non entrate nei recinti, non avvicinatevi come sto facendo io qui! – Vallone dell’Urtier, Cogne (AO)

Dal punto di vista del popolo degli alpeggi, si chiede al turista di rispettare le strutture (quindi non entrate nelle baite abitate, non asportate fiori davanti agli alpeggi, non usate le stalle come gabinetti e, per tale scopo, nemmeno il retro delle baite stesse, non “portate via” niente di quello che trovate… tutti casi capitati davvero), di rispettare gli animali (non prendete con voi cuccioli di cane che trovate vicino agli alpeggi, non entrate nei recinti per accarezzare il vitello o l’agnello, non date niente da mangiare a capre, pecore, vacche, cani, non cercate di scattarvi selfies in mezzo alla mandria, tutti questi gesti innocui potrebbero avere conseguenze gravi per la vostra o la loro – degli animali- salute), di comprendere orari ed esigenze lavorative, di rispettare fili e recinzioni (dell’argomento abbiamo già parlato più volte), ecc…

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Il mio cane Grey in montagna – Cuney, Vallone di Saint Barthélemy (AO)

Un capitolo a parte è quello dei cani. Ogni tanto faccio la battuta che la terza guerra mondiale scoppierà per questioni di cani… Esagerazione, ma spesso le faccende canine e i loro proprietari faticano ad essere gestiti in modo pacato. Lo so che molti saranno profondamente infastiditi da quanto scrivo, ma il mio consiglio è di non andare in alpeggio se si ha un cane. In molti parchi naturali è già così, oppure si può andare con limitazioni (guinzaglio, cosa che in presenza di animali al pascolo dovrebbe SEMPRE essere usato). Si evitano problemi con i cani da pastore e da guardiania, con altri cani di escursionisti, si evitano i sacchetti con le loro deiezioni gettate nei pascoli (a questo punto, quasi meglio non raccogliere!), si evitano cani più o meno custoditi che corrono dietro sia alla marmotta, sia alla pecora…

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Turisti ed escursionisti incontrano una transumanza a Pont – Valsavarenche (AO)

Certo, il montanaro ha bisogno del turista, che può essere fonte di reddito. Ma allora ci vuole un vero turismo rurale (cosa che, su questo versante delle Alpi, è ancora indietro rispetto ad altre regioni italiane), non le torme di gente che salgono in funivia. Non sono quelli che vanno a comprare il formaggio in alpeggio. Secondo me, chi il formaggio lo apprezza davvero, se lo guadagna. Ne ho visti arrivare in macchina e chiedere la fettina di toma da 2 etti, chiedere la ricotta, ma “…mi dà anche il cucchiaino per mangiarla? E un po’ di pane ce l’ha?“. Il cliente ha sempre ragione? No, il cliente deve capire la differenza tra il supermercato e l’alpeggio a 2000 e più metri di quota.

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L’esterno del punto vendita di un alpeggio in Val di Rhemes (AO)

Ben vengano le iniziative per far conoscere la vita e il lavoro negli alpeggi. Ben venga l’agriturismo in alpeggio, le attività di degustazione, le gite guidate. Il turista non sa, il turista vuole conoscere, al turista si spiegano, si insegnano le cose, il turista imparerà a rispettare e apprezzare il prodotto e lo cercherà ancora, anche una volta tornato in città.

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Escursionisti sul sentiero… e nei pascoli – salendo al Colle del Nivolet, Valsavarenche (AO)

Turisti che vi lamentate sui social per i fili, per i cani da guardiania, per le campane delle vacche, per le strade “sporche” dopo una transumanza… Non venite in montagna, non fa per voi, non la capite, non è alla vostra portata. La montagna chiede rispetto, in tutti i sensi. Se partite per una scalata senza preparazione, senza attrezzature, potete rimetterci la vita. Preparatevi anche per una passeggiata, in fondo non vi tuffate in mare, anche vicino alla riva, se non sapete nuotare, no?

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Mandria al pascolo nel Vallone dell’Urtier – Cogne (AO)

E’ scontato dirlo, ma il rispetto genera rispetto. Salutate gli allevatori, i pastori che incontrate. Se sono tipi burberi, introversi e solitari, si limiteranno ad un cenno come risposta. Altri invece avranno piacere di chiacchierare con voi. Ritornando al discorso del post precedente, non limitatevi all’indignazione sui social, ma fate qualcosa di concreto. Scambiate due parole con quel guardiano di vacche, capre, pecore, che magari viene anche da un altro paese, da un altro continente (a tal proposito, leggete anche questo post).

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Manza in atteggiamento sospettoso: non esistono razze “pericolose”, ma singoli animali che possono caricare l’uomo in determinate situazioni sì – Vallone delle Laures, Brissogne (AO)

 

Vi ho detto tutto? No, vi ho dato solo, in ordine sparso, alcuni spunti di riflessione. Sono sicura che, sia da allevatori, sia da alpigiani, ma anche da escursionisti e da turisti, avete vissuto numerose esperienze che potrebbero essere raccontate in questo post. Tutti gli altri, i cafoni, coloro che credono che la montagna sia un bene comune dove loro sono esseri superiori perché “portano soldi”, meglio che stiano alla larga. Forse bisogna creare per loro appositi parchi divertimento a tema, tanto questi non sono una vera risorsa per la montagna!

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Chi avesse voglia di saperne di più, chi volesse scambiare qualche idea anche su questi temi, chi volesse avvicinarsi con un altro atteggiamento al mondo dell’alpeggio… è invitato a una due giorni in alta Valle Tanaro (CN), tra Briga Alta e Carnino. Qui il Parco delle Alpi Marittime mi ha invitata a presentare i miei libri (sabato 7 settembre alle 18:00 alla Locanda d’Upega) e a parlare di alpeggi insieme ad un guardiaparco, mentre domenica 8 dalla foresteria del parco a Carnino partirà un’escursione durante la quale si andrà alla scoperta del territorio d’alpeggio, delle sue genti, degli animali. Gli eventi sono gratuiti, ma per l’escursione la prenotazione è obbligatoria. Per informazioni info@parcoalpimarittime.it – 0171-976813. Forse sono necessarie anche più iniziative del genere, per avvicinare queste due “categorie” di turisti e montanari, cittadini e margari, resto del mondo e alpigiani…