Fate anche voi la vostra parte?

Siamo ancora qui a parlare di “giusto prezzo del lavoro” e “sfruttamento dei lavoratori”. Ricordate il mio post di qualche tempo fa? Ma non è un argomento ristretto ad questo piccolo ambito di allevatori tradizionali, alpeggi, ecc… Il tema è ampio, se ne parla a livello nazionale riferendosi a diverse categorie. Ultimamente era il settore ristorazione ad esserne interessato, dato che sembra che manchino camerieri. “I giovani/la gente non vuole più lavorare, preferisce aspettare sussidi, il reddito di cittadinanza ha portato a questo.” “Non accetto perché è una paga troppo bassa, ho bisogno di lavorare, ma offrono paghe indegne.” Chi ha ragione?

Tome d’alpeggio in vendita alla fiera di Luserna S.Giovanni (TO)

Io però farei un passo indietro, o uno avanti, vedete un po’ voi come preferite. Non ne sapete molto di aziende agricole, di alpeggi, del tipo che lavoro che si deve svolgere? Allora provate a pensare a una sera in cui volete andare a mangiar fuori. Dove andate? Cosa cercate? La qualità? Il tipo di cibo servito? La cortesia? E il prezzo? Lo guardate il prezzo? Vi informate su quanto costa mangiare lì, prima di entrare? Ordinate la portata in base al prezzo sul menù? Qualcuno mi starà dicendo che non può permettersi di andare a mangiare fuori… Però qualcosa mangerà ed anche acquistando le materie prima, cosa guarda per prima cosa? La provenienza? Legge l’etichetta? O guarda il prezzo?

Fontine e formaggi alla fiera di Sant’Orso – Aosta

Perché tutto parte di lì, secondo me. Non potete dire qual è il giusto stipendio per un operaio in alpeggio o per un cameriere in una pizzeria se siete tra coloro che potreste permettervi di spendere un po’ di più, ma invece scegliete il prezzo più basso. Non pensate che quel prezzo per voi vantaggioso comporti una paga bassa per chi lavora lì? Quando deve guadagnare un operaio in alpeggio? 2000 euro al mese? 2500 perché non si fanno le otto ore e si lavora 7 giorni su 7? Bene… e quanto è giusto pagare il formaggio, al chilo? E la carne? Perché vi indignate se venite a sapere che la paga dell’operaio è di 1200 euro al mese, ma non vi stupite se la Fontina, la Toma o qualunque altro formaggio costa 10 euro o anche meno? Anche quel valore è vergognoso, per come lo vedo io. Paghereste un formaggio vaccino in alpeggio 20, 25 euro al kg?

Degustazione di mocetta di capra

Eh no, è un po’ caro. 10-12 € va già più che bene e ne prendete solo una fetta, che se è mezzo chilo è poi già troppo. Il discorso vale per il latte, il burro, l’arrosto, la passata di pomodoro, l’olio d’oliva. Quando comprate un prodotto agroalimentare, il prezzo molto basso vi parla di qualcosa che non va: la qualità del prodotto stesso, il come è stato allevato/coltivato/raccolto/trasformato, la sua provenienza geografica.

Vacche valdostane in alpeggio – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Ci sarà qualcuno che starà dicendo che gli agricoltori, gli allevatori, ricevono i contributi e dovrebbero usare quei soldi per pagare dignitosamente gli aiutanti. Vero fino ad un certo punto. Parliamo di un’azienda vera e non di quelle che speculano sui fondi europei per intascare enormi somme di denaro. Purtroppo i contributi sono diventati sempre più fondamentali per andare avanti, non sono un “di più”. Servono a pagare spese sempre più elevate, acquisto di attrezzature e macchinari, interventi di ammodernamento e adeguamento alle normative vigenti delle strutture, acquisto di foraggi, affitto di cascine, di prati, pascoli, ecc. Con quanti amici titolari di aziende medio/piccole ci si chiede ripetutamente: “Ma ha senso continuare così?” Ho sentito parole come “boccheggiamo“, “galleggiamo“, “si cerca di sopravvivere“.

Gregge di capre in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Se i prodotti avessero un prezzo proporzionato a tutto ciò che li ha portati fino al consumatore, magari le cose andrebbero diversamente e ci sarebbe anche la possibilità di offrire uno stipendio maggiore all’operaio. Ma fin quando il titolare “galleggia”, non riuscendo più ad avere un bilancio aziendale che permetta di metter da parte qualcosa a fine anno, come si fa? Anche quando arrivano quei famigerati contributi, molto spesso servono a saldare conti in sospeso… Come posso pagare un operaio 2000 euro al mese se non li ho io in tasca? Il galleggiare significa questo, tirare avanti cercando di coprire le spese, senza avanzare nulla, nella migliore delle ipotesi.

Gregge di pecore in alpeggio – Gressoney-St.Jean (AO)

Detto ciò, volevo aggiungere che anche altrove pare esserci carenza di operai in alpeggio. Su una pagina francese, leggevo decine di richieste per pastori. Qui quello arrivato ad inizio stagione se n’era andato, là un altro aveva rinunciato, in quell’altro alpeggio manca ancora il casaro, l’aiuto pastore non si è mai presentato e così via. “URGENT, cause désistement du salarié à la dernière minute: Poste « Aide berger-ère en estive »“, “Alpage sur le commune de Château Ville Vieille recherche 1 berger et 1 aide berger dès que possible pour la saison d’été, de maintenant jusqu’au 15 octobre. C’est un alpage de 1600 brebis” e così via (siamo a fine giugno!!!!!). E in Francia si dice paghino meglio che in Italia.

Manze incustodite in alpeggio – St.Rhemy en Bosses (AO)

Lasciatemelo dire, non è solo una questione di soldi. Mancano le persone che abbiano voglia di fare questo lavoro, perché comporta privazioni, non ha orari, richiede passione, dedizione, forza di volontà, adattabilità. Secondo voi ciascuno di questi aspetti ha soltanto un valore economico? Allora probabilmente non siete fatti per questa vita. Perché poi, accettato il contratto a inizio stagione, dopo l’ennesimo temporale scoprite che lo stipendio non vi basta più. Parlando con amici e conoscenti vengo allora a sapere di aiutanti che fanno presenza o poco più. C’è quello che, incaricato di sorvegliare vacche in asciutta e vacche con i vitelli (quindi niente mungitura, niente pulizia stalle) aspetta l’arrivo del titolare dal fondovalle per dire che non arriva l’acqua alla vasca di abbeverata. Non era pagato a sufficienza per risalire lungo i tubi e capire cos’era successo?? C’è quello che, quando ci si sposta al tramuto superiore dove non si arriva con l’auto, scopre che di lì in avanti ci sarà “troppo da camminare” e quindi se ne va. C’è quello che, data la parola mesi prima dell’inizio stagione, al momento buono non si è più fatto trovare. Per fortuna ci sono anche tutti gli altri, quelli che lavorano correttamente, con impegno, ma anno dopo anno, le difficoltà nel trovare aiutanti (italiani o stranieri) sono sempre maggiori.

Alpeggio in alta quota – Estoul, Brusson (AO)

Le montagne degli ultimi

Non mi è mai piaciuto dipingere come una razza in via di estinzione gli uomini e le donne che si ostinano a vivere e lavorare in montagna. Proprio per quello molte volte sono andata a cercare i giovani, vi ho parlato di loro, vi ho narrato le loro storie. Da quando sono in Valle d’Aosta, molto spesso sento gli amici piemontesi che parlano con invidia delle montagne (cioè degli alpeggi) valdostani… ma non tutti sono delle “regge” comodamente raggiungibili con strade sterrate lisce come l’olio. C’è un po’ di tutto anche qui. E ci sono montagne che non hanno niente da “invidiare” ai più difficili tra gli alpeggi piemontesi. Qui come là, se c’è ancora qualcuno che li usa, che ci vive per i mesi estivi, è qualcuno che ci è nato, che vi sale da sempre con gli animali, che conosce ogni pietra, ogni centimetro di quei pascoli.

Grossa casa nel villaggio di Devine – Pontboset (AO)

In primavera avevamo fatto un’escursione per raggiungere dei villaggi abbandonati nel comune di Pontboset e mi avevano incuriosita i valloni che vedevo sul versante opposto. In particolare, con il binocolo avevo guardato verso un villaggio sulle cui case spiccavano delle grosse croci. Consultata la mappa, avevo visto che era possibile, nella bella stagione, fare delle escursioni che prevedevano il raggiungimento di alcuni alpeggi. Cercando in rete, avevo anche trovato questo post dove si parlava di “escursione da non ripetere”, altri camminatori ribadivano di evitare la zona in caso di nebbia, dato che i sentieri non sempre erano evidenti e ben tracciati.

Un bel rascard tra i villaggi di Fournier – Pontboset (AO)

La giornata alla fine è stata discreta e ci siamo trovati anche nella nebbia, per alcuni tratti, ma fortunatamente non ci siamo persi. In tutto il giorno (una domenica) abbiamo incontrato solo un altro escursionista. Eppure abbiamo visitato posti molto belli dal punto di vista escursionistico, naturalistico, ma anche storico e antropologico. All’inizio il sentiero/mulattiera passa a fianco di vari villaggi abbandonati, con strutture architettoniche molto interessanti, tra cui alcuni rascard fortunatamente ancora in buone condizioni.

Il sentiero che sale nel vallone di La Manda con, a fianco, la monorotaia – Pontboset (AO)

Quando attraverso questi luoghi non posso fare a meno di pensare alla storia e alla vita delle persone che qui in tempo abitavano stabilmente. Oggi è una piacevole escursione salire lungo questi vecchi sentieri, ma cosa significava percorrerli con pesi a spalle, con i muli? Di cosa si viveva, quassù? La curiosità è cresciuta nel corso della giornata, tanto da spingermi a cercare un libro dove potermi documentare. “(…)si dedicavano ad un’agricoltura di sussistenza, producendo pochi cereali, coltivabili solo su terrazzamenti di dimensioni ridotte, ricavati riportando terra sui numerosi muretti a secco (…)“. Così viene detto nel libro “Pontboset. Il territorio, la sua storia, la sua gente.”

Vacche valdostane al pascolo vicino ai villaggi abbandonati – Pontboset (AO)

Ma… e gli alpeggi? A Fournier, praticamente tra le case dei villaggi abbandonati e in quelli che ora sono pascoli tutt’intorno, c’erano delle vacche che brucavano. Quando le abbiamo viste, ancora non sapevamo nulla di quel vallone, dei suoi alpeggi, di chi li utilizza ancora. Un tempo “(…) gli alpeggi frequentati dai pastori si trovavano normalmente all’envers, ossia sul versante rivolto a nord, che è meno soleggiato, più umido e produce un foraggio di buona qualità.” Sempre nel libro, ho poi letto che, già nel XIII secolo, oltre al bestiame locale, sull’intero territorio di Pontboset e Champorcher, salivano greggi con centinaia di pecore, provenienti dal Canavese. Si parla anche di pastori lombardi.

Edifici d’alpe in parte ristrutturati a Boset – Pontboset (AO)

Veniamo a tempi più vicini a noi. Terminati i villaggi, arriviamo a quello che è sicuramente un alpeggio. La cremagliera che saliva parallela al sentiero si è interrotta ed è stata sostituita da una pista per quad, che permette di raggiungere un po’ più agevolmente questo alpeggio. Uno dei fabbricati è un container completamente rivestito di pietra e legno, così da non impattare sul paesaggio e, nello stesso tempo, consentire la lavorazione del latte a norma di legge. Sarà solo successivamente che scoprirò chi è l’allevatore che sale ancora quassù. Si chiama Danilo, è di Ponboset, dove vive d’inverno. “E’ 45 anni che vado nel Vallone della Manda. Sono io che ho messo la monorotaia e ho fatto la pista. Nel 2008-2009 d’inverno la valanga aveva portato via due case e i container, con tutta la roba dentro, anche le caldaie per il latte. Anche 2 case con tutta la roba del latte. Dopo ho fatto questa struttura tutta interrata per le valanghe. Con una soletta che neanche le bombe la buttano giù. E ho comprato nuovi container e li ho incassati dentro.

Il vecchio alpeggio Champas – Pontboset (AO)

Ma queste cose le ho sapute dopo. Quella domenica salivamo incontrando alpeggi abbandonati e, ad un certo punto, arrivò anche la nebbia. Mi sembrava di essere tornata in certi alpeggi piemontesi, tra rocce, cespugli, versanti ripidi, nebbia, vecchie baite in pietra. Per fortuna il sentiero era abbastanza evidente, così si poteva continuare sull’itinerario previsto…

L’unico edificio ancora in piedi a LaManda – Pontboset (AO)

Le maggiori sorprese ci attendevano all’alpe La Manda. Più che un alpeggio, un vero e proprio villaggio di baite di varie dimensioni, quasi completamente diroccate. Si intuivano canali per l’acqua che passavano nelle cantine, dove veniva messo a raffreddare il latte, Poi fontane, stalle, abitazioni spartane, canali per portare i liquami nei pascoli… La nebbia rendeva il tutto più spettrale e misterioso. Sarà poi di nuovo Danilo a raccontarmi qualcosa su questo alpeggio, dato che nel libro ho trovato solo indicato il numero di animali che saliva nei secoli scorsi e la stima del valore da pagare per l’uso dei pascoli.

I resti dell’alpeggio La Manda – Pontboset (AO)

Tra tutti i muntagnin che andavano lì, avevano circa 70 mucche. I padroni della Manda erano dei ricchi a quel tempo. Pagavano 2 lire alle donne per andare su a tagliare dove non andavano le mucche e portavano il fieno fino a Hone. Perché i padroni sono di Hone anche se la Manda è nel territorio di Pontboset. I vecchi padroni erano dei nobili e andavano su a caccia. Hanno fatto quella casa, l’unica ancora in piedi: quella era apposta per loro quando andavano su a caccia. Mio papà da piccolo è stato valet lì, mi diceva che nessun altro poteva andare in quella casa, era riservato solo per i padroni.”

La cisterna dell’acqua dell’alpe La Manda – Pontboset (AO)

Un po’ sopra all’alpeggio, un’altra struttura misteriosa, ai piedi di una roccia, di fianco al torrente. Salendoci sopra abbiamo trovato un foro, coperto da una lastra di pietra. Pareva una cisterna… “Mia nonna e le mie zie andavano sovente su lì con quelli che tagliavano fieno con la falcetta. E a portare cemento e sabbia quando hanno fatto quei vasconi per riserva dell’acqua.

I pascoli dell’alpe La Manda, i cui ruderi sono praticamente invisibili, mimetizzati tra le rocce – Pontboset (AO)

Anche se i pascoli di quell’alpeggio paiono così ripidi, nei documenti antichi sono sempre solo indicati come pascoli da vacche, mentre negli altri alpeggi troviamo sempre anche capre (molto numerose a Pontboset, dove potevano essere mantenute anche d’inverno, pascolandole sui versanti esposti e nei boschi) e, esclusivamente a Croset, le pecore.

L’arrivo della monorotaia e le baite di Croset – Pontboset (AO)

Un sentiero che corre su una cengia (dov’è stato anche fatto passare un ru con un tubo per l’acqua) ci porta a Croset. Qui ritroviamo la cremagliera e i container, uno rivestito in legno e l’altro nascosto dietro alle vecchie baite. I pascoli sono ripidi, ma l’erba è buona. Danilo mi dirà che quest’ultimo tratto di monorotaia è stato danneggiato in un punto dalle valanghe.

La monorotaia che sale a Croset – Pontboset (AO)

La spesa per rifarla è elevata, ma il versante è ripido, una pista per quad è quasi impossibile da fare se non con gli interventi necessari per metterla in sicurezza. “Vorrei fare ancora tante cose ma sono vecchio, non ho più forza. L’alpeggio Croset ha sempre avuto problemi di acqua, io il primo anno che sono andato ho messo 2000 metri di tubi. E ho acqua per fare girare anche la turbina.”

Pascoli nel vallone della Manda – Pontboset (AO)

Temo che questi siano davvero gli ultimi… se dovesse smettere chi ha letteralmente dato la sua vita a queste montagne, chi sarà ancora disposto ad affrontare fatiche e sacrifici del genere? “Andassi a ritirarmi sarebbe meglio, ma è una malattia.” Sono parole che ho sentito ripetere molte volte anche altrove, in situazioni anche meno estreme di queste. Dalla pagina facebook dell’azienda agricola, copio e incollo il testo di presentazione. “Agricoltore allevatore, da ben 40 di esperienza, di allevatore di capre e bovine da latte, e produzione formaggi di alpeggio, in questo momento solo latte vaccino. Le bovine di razza valdostana pezzata rossa, Da Maggio a Novembre vengono portate negli alpeggi Boset, e Crouset, comune Pontboset Valle D’ Aosta , in media e alta montagna da 1600 a 2000 metri di altezza, in una natura splendida e unica, Dove i bovini tutto il giorno intero stanno al pascolo, con erba verde fresca in pieno fiore, e bevono acqua che sgorga dalla roccia, in una natura incontaminata Solo la sera vengono ritirate in stalla per la mungitura, e il mattino dopo la mungitura , vanno di nuovo al pascolo. solo erba, acqua, e sale 2 volte alla settimana , nessuna aggiunta di mangimi di nessun genere. Tutto biologico al cento per cento. Viene prodotto 2 volte al giorno subito dopo la mungitura del mattino e sera, il formaggio a latte intero. Ingredienti. latte vaccino appena munto, caglio, sale. E’ lavorato con estrema, professionalità , passione, e con rigide regole sanitarie. Dopo circa 2 mesi di stagionatura in cantine adatte, viene venduto un prodotto, sano nutriente , e di alta qualità, a un prezzo buono.” A questo punto, non vi è venuta voglia di andare a fare un giro in un angolo di Valle d’Aosta sconosciuto ai più?

Panoramica stagionale

La stagione sta finendo… no, non parlo della primavera. Sta arrivando alla fine il periodo in cui abbiamo gli animali qui a casa, sta per iniziare la stagione d’alpeggio. Tutti si lamentano, quest’anno siamo in ritardo, chi è salito “alla solita data” immagino stia faticando a riempire gli animali, se si trova ad alta quota. Ma forse erano gli anni scorsi ad essere anomali, con inverni e primavere fin troppo caldi. D’altra parte, la stagione d’alpe un tempo non andava da San Giovanni a San Michele?

I prati quasi pronti per lo sfalcio e un cielo estremamente variabile caratterizzano questo inizio giugno – Nus (AO)

Parlando di date, oggi è San Medardo, giorno “di marca”. Se piove oggi, pioverà per quaranta giorni. Due gocce le ha già fatte, su verso gli alpeggi il cielo è nero, tuona… Chi lavora in agricoltura, quest’anno si lamenta non poco, per il tempo. Si lamenta il contadino, l’allevatore, l’apicultore, il vignaiolo. Gelo, grandine, siccità, forti temporali, sbalzi improvvisi e fenomeni molto intensi, tutto un insieme di condizioni non favorevoli.

Pascolo a 1000m nel mese di novembre – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma come sono andati, questi mesi? Bisognerebbe guardare grafici, millimetri di precipitazioni, temperature medie, ma per quello ci sono i siti specializzati. Io vi faccio una panoramica di immagini, ricordi e sensazioni. Gli animali sono rientrati in autunno, tra fine settembre e inizio ottobre, dopo una stagione d’alpeggio decisamente siccitosa, specialmente nell’ultimo periodo. I prati dov’era stato tagliato il fieno però erano stati regolarmente irrigati, così si è potuto pascolare fin oltre gli inizi di novembre. In quel periodo iniziavano i parti delle vacche, così man mano qualcuna rimaneva in stalla… L’erba è terminata approfittando di belle giornate anche più miti del normale. Dopo, al pascolo, sono rimaste le capre.

La prima nevicata di inizio dicembre – Petit Fenis, Nus (AO)

A dicembre la neve è arrivata abbastanza presto, si pensava che questo potesse significare un lungo inverno con gli animali in stalla e l’erba a riposare sotto la coltre gelata. Non è stato così.

Pascolo in una bella giornata di sole nel primo giorno d’inverno – Petit Fenis, Nus (AO)

La neve se n’è andata, altra è caduta, si è sciolta e avanti così, in un’alternanza di giornate di sole, vento e ancora altre precipitazioni. Niente però di così duraturo e, soprattutto, in grado di fornire una buona scorta d’acqua al terreno. Molto spesso è stato il vento a portarla via, più che non il sole a scioglierla.

Quattro passi nella neve, dopo aver pascolato un po’ nel bosco – Petit Fenis, Nus (AO)

Anche se c’era la neve, si riusciva a pascolare nel bosco, dove le capre brucavano avide le foglie dell’edera. Ovviamente in stalla le aspettava anche un po’ di fieno e di fioccato, ma uscire faceva bene, anche perché le pance crescevano e si avvicinavano le prime nascite.

Prima uscita dei capretti nati a gennaio – Petit Fenis, Nus (AO)

Ecco allora, a fine gennaio, dopo qualche giorno in stalla durante il primo periodo dei parti, una bella giornata mite in cui fare la prima uscita con il gregge al completo. In quella stagione le capre sono poco esigenti, mangiano qualunque cosa, dalle foglie secche a quel poco di erba che fa capolino nei prati.

Nebbia sul fondovalle – Petit Fenis, Nus (AO)

Febbraio è un mese strano, è ancora inverno, ma non è inconsueto avere belle giornate, anche abbastanza miti, specie se soffia il vento di foehn. Quest’anno invece ha fatto la sua comparsa più volte la nebbia, a coprire interamente il fondovalle, regalando a chi era al di sopra scorci magici.

Nebbia, freddo e galaverna – Petit Fenis, Nus (AO)

In un susseguirsi di sbalzi, ecco giornate gelide con nebbia, nuvole basse e arabeschi di galaverna che hanno decorato ogni cosa. Ma il mese non era ancora finito…

Sfinite dal caldo, a cercare un’ombra che non c’è ancora – Petit Fenis, Nus (AO)

E così ecco quelle che ricordo come le giornate più faticose al pascolo, con un caldo innaturale, il cielo velato da sabbia sahariana, le capre che pativano la sete e cercavano riparo dal sole in un pomeriggio invernale ancora breve. Come si faticava a rientrare a casa, in quei giorni. Bisognava girare per trovare qualcosa da mangiare, febbraio è un mese avaro, ma ogni salita causava fiatone e costava una gran fatica.

Pascoli aridi attendendo una pioggia che non arrivava – Petit Fenis, Nus (AO)

A marzo la pioggia non voleva saperne di arrivare. Il verde era una tenue illusione nei prati di fondovalle che si scorgevano in lontananza. Dove andavano al pascolo le capre c’era poco/niente. Le previsioni si ostinavano a mettere un bel sole giallo. Non era bello uscire al pascolo, gli animali faticavano sempre più, anche quando doveva essere la stagione in cui arrivava l’erba nuova. In quei giorni ho capito davvero cosa intendono i pastori quando dicono che il momento migliore è veder rientrare gli animali “ben pieni” la sera. Mancava quella soddisfazione…

Fine marzo, ancora siccità – Petit Fenis, Nus (AO)

Il calendario diceva che la primavera era iniziata, ma non si vedevano cambiamenti. C’erano giornate più miti, altre più fresche, ma della pioggia non si vedevano tracce.

Due immagini degli inizi di aprile – Petit Fenis, Nus (AO)

Arrivò anche aprile. Con un po’ di ritardo rispetto agli anni precedenti, iniziò anche la fioritura di alberi e cespugli, ma era sotto tono, meno brillante del solito, forse perché non c’era il contrasto con il verde che avrebbe dovuto tingere i prati. Alla sera, al rientro in stalla, bisognava ancora dare del fieno, perché raramente le capre erano riuscite a riempirsi a sufficienza la pancia.

I pascoli degli alpeggi già privi di neve – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

E in montagna? Anche i pascoli degli alpeggi stavano patendo questo clima. Molti erano già completamente scoperti, la neve se n’era andata, erano iniziate le fioriture. Ma poi le temperature si erano nuovamente abbassate, così il terreno veniva colpito duramente dal gelo durante la notte e non solo.

Irrigazione a pioggia in una gelida mattinata di vento (7 aprile 2021) – Petit Fenis, Nus (AO)

…e il freddo si abbassò fin qui, a 1000m, ma anche più in basso, nel fondovalle, dove il sole tardava ancora ad arrivare, al mattino. Era il mese di aprile, gli impianti di irrigazione per fortuna erano entrati in funzione, i prati avevano un disperato bisogno di acqua. Ma, quel mattino, il termometro era sotto lo zero e così, invece dell’acqua, ci fu il ghiaccio. Successe più di una volta, le temperature notturne erano basse, ma anche di giorno, pur con il sole, non si pativa il caldo.

…è bastata anche solo poca pioggia a portare il tanto sospirato colore verde! – Petit Fenis, Nus (AO)

La pioggia alla fine arrivò. Prima qualche goccia, poi qualcosa di più serio. Andare al pascolo tornò ad essere un vero piacere, in qualunque posto ti dirigevi, c’era qualcosa da mangiare, le capre si fermavano a testa bassa e pascolavano, avide di quell’erba tenera che non vedevano da tanti mesi.

Abbeveratoi e pascoli d’alpeggio – Torgnon (AO)

In alpeggio faceva ancora freddo, si intuiva però che i pascoli avevano subito danni da quel susseguirsi di situazioni difficili. La siccità estiva e autunnale, la neve che si era sciolta velocemente, il freddo intenso in primavera… Ma anche i prati di fondovalle e, addirittura, in pianura, mostravano i segni di quelle gelate tardive. Tutti erano concordi nel dire che ci sarebbe stato poco fieno, cosa che molti, con il primo taglio, hanno già potuto confermare.

Fresche giornate di inizio maggio al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Le capre non boccheggiavano più per il caldo: c’era l’ombra, finalmente, le foglie iniziavano a distendersi, ma soprattutto l’aria si manteneva fresca. E così le foglie servivano soprattutto per la dieta degli animali, che le preferivano all’erba, dal momento che quest’ultima iniziava ad avere la spiga. Quando finalmente non si tribolava più a pascolarle, era però arrivata l’ora, per loro, di partire per la montagna.

Pascoli di mezza quota – Praille, Nus (AO)

Ecco che i pascoli a mezza quota hanno iniziato a risuonare di muggiti e campane. Animali giovani e vacche in asciutta sono stati messi al pascolo, vicino ad alcune stalle a quote più basse uscivano dalle stalle anche le vacche da latte. Poi è iniziato il lento via vai dei camion, camioncini, trattori con bighe, trailers e qualche transumanza a piedi. La stagione d’alpeggio stava iniziando, nonostante tutto.

Fioritura del tarassaco a mezza quota – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)
Pascoli d’alpeggio – Pontboset (AO)

Qualcuno è salito, qualcuno ha aspettato qualche giorno in più, altri stanno ancora attendendo. Perché l’erba non c’è, l’erba è indietro, l’erba non vuole saperne di uscire, di crescere. Salire prima del tempo vuol dire compromettere l’intera stagione, perché gli animali in pochi giorni mangiano quello che, in un’annata normale, li avrebbe saziati per più settimane. Chissà come sarà, questa stagione estiva che sta per iniziare? Proprio ora si è sentito un colpo di tuono, su negli alpeggi piove di sicuro. Una volta partite le vacche, sarà ora di pensare al fieno…

Il lavoro non manca, ma…

La stagione d’alpeggio sta iniziando, si iniziano a vedere i primi camion che risalgono le strade tortuose verso i pascoli, altrove sono già risuonati i campanacci e campanelle lungo le vie che conducono ai monti. Il clima non ricorda le ultime primavere, quando a fine maggio faceva già fin troppo caldo, così in montagna qualche giorno fa era ancora decisamente freddo, nel corso del mese appena concluso la neve più di una volta è scesa anche sotto i 2000m.

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Primavera: un alpeggio in attesa di riaccogliere una mandria nella nuova stagione – Torgnon (AO)

Ma non voglio parlare del tempo, vorrei affrontare un altro problema, la carenza di manodopera in alpeggio. Anche quest’anno si lamenta una generale mancanza di operai, o comunque una gran difficoltà nel reperire personale affidabile, con un minimo di pratica nel settore, su cui poter contare per i mesi corrispondenti alla stagione in alpe (fine maggio/inizi di giugno – fine settembre/inizi di ottobre). Già da qualche tempo la gran parte degli operai salariati presenti nelle aziende zootecniche non è di origini italiane. Anche per questo motivo, nelle ultime due annate ci sono state difficoltà aggiuntive legate alle restrizioni negli spostamenti tra diversi Stati, europei o extra-europei. Ma non è stato quello l’unico ostacolo, perché se hai un contratto di lavoro puoi spostarti comunque dove vuoi, seguendo i protocolli previsti, i giorni di quarantena, ecc…

Uno dei tanti alpeggi delle vallate valdostane – Quart (AO)

Tra gli addetti ai lavori si dice che, dalla Romania, adesso gli operai agricoli preferiscono andare in Germania, dove gli stipendi sono più elevati. D’altra parte, ci sono Italiani che, dalla Valle d’Aosta, dal Piemonte, dalla Lombardia, vanno a lavorare in alpeggi svizzeri per lo stesso motivo: la paga. Qualcuno addirittura manda in affida i propri animali per andare a lavorare oltralpe.

Uscita al pascolo – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

La mia pagina dedicata al lavoro in alpeggio ormai necessita di un cambiamento nell’organizzazione. Un tempo vi erano solo annunci di persone che cercavano lavoro, inframmezzate da rarissime offerte da parte di aziende. Oggi invece si assiste ad una sempre maggiore pubblicazione di annunci da parte di chi cerca dipendenti. Appena avrò il tempo, cercherò di suddividere le due categorie in pagine separate, al fine di consentire una consultazione migliore. Anche altri siti dedicati a questo tema vedono comunque un aumento di richieste da parte delle aziende (qui invece la pagina di chi cerca lavoro).

Alpeggio in bassa valle – Fontainemore (AO)

Solitamente, quando qualcuno mi scrive per questo motivo, mi limito ad aggiungere l’inserzione, lasciando a chi legge la libertà di contattare la persona e trattare i vari aspetti di un eventuale accordo. Un giorno però ho ricevuto un’e-mail da parte di Elisa, una ragazza di 22 anni, piemontese, che mi raccontava la sua storia e mi chiedeva se potevo aiutarla a trovare un posto di lavoro in alpeggio. Lei di esperienza già ne aveva, allegava all’e-mail anche il suo curriculum, ma “parlavano” soprattutto le foto che la ritraevano al pascolo o al lavoro in alpeggi “difficili”. Cercava un posto dove poter ampliare le sue conoscenze/capacità, soprattutto per quel che riguarda la caseificazione, però preferiva essere con una famiglia e non con soli uomini. Mi sono presa a cuore la sua richiesta per vari motivi, ma soprattutto per la determinazione, la voglia di fare e la passione che percepivo nelle sue parole.

Mungitura manuale in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Sono bastate poche ore per trovarle lavoro presso una famiglia valdostana, una tra le tante (in Piemonte e Valle d’Aosta) che mi hanno contattata perché interessati ad avere Elisa in alpeggio con loro. C’è stato più di uno che mi ha scritto: “Abbiamo davvero bisogno… anche di qualcuno non esperto, ma che abbia voglia di darsi da fare e di imparare.

Mandria al pascolo – Valchiusella (TO)

Visto che mi ero appellata ad amici e conoscenti su Facebook per trovare chi potesse essere interessato alla sua richiesta, sempre sulla mia bacheca social ho raccontato l’esito positivo della ricerca e n’è scaturito un gran dibattito. Io infatti, alla luce delle tante offerte ricevute, mi chiedevo se non vi fossero stati altri giovani (ma pure meno giovani) bisognosi di lavoro, desiderosi di fare “un’esperienza di vita”, di mettersi alla prova. Avevo davanti a me i contatti di tutti coloro che avevano bisogno di un aiutante e avrei potuto rapidamente indirizzare gli interessati a queste famiglie.

Sorveglianza delle capre in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Chi commentava si è diviso su due posizioni contrapposte. Da una parte c’erano coloro che sostenevano che i giovani d’oggi non hanno più voglia di fare certi mestieri, di faticare e di sporcarsi le mani, dall’altra chi diceva che ci sarebbero quelli che lo vorrebbero fare, ma spesso la paga offerta è al limite dello sfruttamento. Mentre leggevo i commenti, pensavo che, parallelamente al dibattito, mi sarebbe piaciuto ricevere messaggi in privato da persone che mi chiedevano di esser messe in contatto con le aziende, ma non ne ho ricevuto nessuno. In compenso mi ha scritto qualche giovane per raccontarmi quali lavori farà nel corso della prossima estate (dalla raccolta della frutta al tuttofare in rifugi di montagna). Mi hanno anche scritto operatori di altri settori raccontandomi di non riuscire a trovare personale serio e motivato!

Uscita al pascolo di un gregge di capre da latte – Cogne (AO)

Dopo questa lunga premessa, volevo soffermarmi sul punto più discusso, la “giusta paga” per il lavoro in alpeggio. Non parlo da esperta del settore, non so quali siano le normative in materia e come ci si regoli con un lavoro che non può essere incasellato nelle canoniche otto ore. Io ho sempre lavorato in proprio, con contratti a progetto, collaborazioni, incarichi come libero professionista, dove però non ero mai io a fissare il prezzo del mio lavoro… Sapevo a grandi linee cosa dovevo fare, avevo una scadenza, l’importo era prefissato e tutte le spese erano a mio carico. Ogni imprevisto, ogni contrattempo, si “mangiavano” qualcosa di ciò che dovevo incassare, ciò che mi sarebbe rimasto in tasca l’avrei scoperto solo alla chiusura definitiva del lavoro.

Alpeggio ristrutturato, ma privo di viabilità – Val Pellice (TO)

So bene che non tutti sono onesti e corretti nel trattamento e nella retribuzione dei loro aiutanti. So che c’è ancora molto lavoro nero e non sempre le condizioni di vita e lavoro sono ottimali. Quest’ultimo aspetto però vede sia situazioni in cui è il solo operaio a trovarsi in condizioni disagiate, sia condivisione di strutture precarie con i titolari.

Mungitura pomeridiana in stalla – Vertosan (AO)

Nel dibattito, parallelamente al QUANTO mi paghi, si è parlato anche di QUANTE ORE devo lavorare. Io ritengo che non si possa parlare di un orario di lavoro parlando di alpeggio e di animali. Chi sceglie questo settore, dovrebbe farlo sempre e comunque con passione per gli animali. Non dico assolutamente che ci si debba accontentare di poche centinaia di euro al mese, ma nemmeno si possono guardare le ore quotidiane. Si rientra dal pascolo in base ad un orario? Sì, ma solo se è l’orario della mungitura! Quando però manca un animale, cosa faccio? Non dovrei tornare indietro a cercarlo perché ho esaurito le mie ore lavorative quotidiane? Oppure lo faccio, ma il giorno dopo faccio pascolare meno il bestiame per “recuperare” le ore spese il giorno prima? E se c’è un parto notturno a cui dedico diverse ore? Non mi alzo alla solita ora per mungere? Non è così che funziona…

La caldaia del latte in casificio – Cogne (AO)

Ci sono le ore di lavoro più duro, quando si munge, quando si puliscono le stalle, quando si spostano e piazzano fili, picchetti, recinti, quando ci si occupa della caseificazione e dei formaggi. Ci sono le ore al pascolo, dove la sorveglianza non sempre è impegnativa, a volte ci si può anche concedere una pennichella.

Giovane pastore – Val Passiria (BZ)

Quando titolare e operai sono insieme in alpeggio, generalmente ad una certa ora il dipendente è libero di ritirarsi: questo è ciò che ho visto ogni volta che sono stata ospite in alpeggio (ovviamente ci sono mille situazioni, l’una differente dall’altra, non è semplice generalizzare). Un altro aspetto da considerare è la questione del vitto e dell’alloggio. Quando si è in alpe con i titolari, si mangia tutti insieme. Quando il titolare non è presente, le scorte alimentari vengono portate dal fondovalle con cadenza periodica, ogni volta che ve n’è la necessità. In altri casi i dipendenti vengono incaricati di tutti i lavori, che gestiscono in autonomia, approvvigionandosi autonomamente. A livello economico, non è la stessa cosa. Per chi riceve vitto e alloggio, la paga risulta essere netta, dato che non ha alcuna spesa per tutti i mesi in cui è in alpeggio (trasporto, corrente elettrica, acqua…). Voi che lavoro fate? Ogni giorno vi trovate a dover raggiungere una sede, mangiate pranzo (fuori casa) e cena, colazione, avete le spese della casa in cui abitiate, quindi a fine mese parte della paga è già andata a coprire questi costi, giusto?

Vecchio alpeggio ancora in uso – Val Soana (TO)

Visto che la ricerca di personale in alpeggio è grande, chi fosse interessato ha una vasta scelta, non è obbligato ad accettare quando le condizioni offerte non gli paiono eque. Uno sente più aziende, valuta le offerte, cerca di capire cosa gli viene chiesto di fare. Ormai è semplice farsi mandare foto delle strutture in cui ci si troverà a vivere, se anche non fosse possibile andarle a visionare di persona. Ovviamente, la tutela sotto ogni aspetto è poi data da un contratto. Le condizioni di vita e di lavoro in alpeggio in molti luoghi sono enormemente migliorate rispetto al passato, ma permangono situazioni in cui le strutture sono primitive, manca una strada, non c’è la corrente elettrica, mancano i servizi igienici, la doccia. Occorre valutare tutto prima.

Alpeggio sulle montagne di Roisan (AO)

Tornando all’importo dello stipendio, è vero che ci sono regioni/stati dove questo è più alto. Sono paesi dove la politica ha una considerazione maggiore per l’agricoltura. Sono però anche luoghi dove il costo della vita è elevato. Non a caso chi lavora in Svizzera cerca di spendere il meno possibile del suo stipendio in quel Paese! Addirittura c’è chi si fa portare periodicamente la spesa da parenti rimasti in Italia.

Il frutto del lavoro quotidiano nella stagionatura – Valchiusella (TO)

E’ facile criticare la paga offerta dal datore di lavoro, ma se andassimo davvero a fare i conti in tasca alle aziende locali, vedremmo che a molti a fine anno resta ben poco. Come aumentare il reddito? Se si incrementa il bestiame, aumenta anche il lavoro, così da aver la necessità di aiutanti. Ma di quanto deve aumentare il reddito per coprire le spese di stipendio/contributi per l’operaio e far avanzare qualcosa per l’azienda?

Fine stagione per il gregge, i proprietari tornano a prendere le loro capre – Valsavarenche (AO)

Perché è in alpeggio che servono più dipendenti? Le ragioni possono essere diverse. In alcuni casi il titolare resta in pianura/fondovalle per occuparsi del foraggio (fienagione, irrigazione e raccolta del mais, ecc…), quindi in alpe deve esserci qualcuno che s occupi di tutti i lavori (mungitura e caseificazione se si tratta di animali da latte, pascolo, predisposizione e movimentazione dei recinti, pulizia stalle, ecc…). Oppure un allevatore può salire in montagna con i suoi animali e sorvegliarli di persona, ma in aggiunta ne prende altri in affida, da medio/piccoli allevatori. Questi ultimi non affittano un alpeggio, così li affidano ad altri per la stagione estiva. In questo caso quasi sicuramente c’è bisogno di aiutanti oltre ai famigliari, perché il bestiame monticato aumenta in modo considerevole rispetto a quello presente in azienda d’inverno. Poi ancora possiamo avere alpeggi dove più allevatori raggruppano il loro bestiame (ovicaprini, bovini) per l’estate e pagano uno o più pastori per la sorveglianza e la gestione. Questi non sono che alcuni esempi. Ci sono anche alpeggi dove si pratica attività di accoglienza, così c’è necessità di qualcuno che si occupi del bestiame, o di dare una mano con i turisti quando ce n’è la necessità, ecc…

Alpeggio con attività di ristorazione – Val Passiria (BZ)

Ma in definitiva, quanto si guadagna lavorando in alpeggio in Italia? Non saprei darvi una cifra standard. 1000, 1500 euro al mese, qualcuno vi offrirà di più, qualcuno di meno. Dipende da quale e quanto lavoro c’è da fare, dipende dalle capacità, dall’esperienza. Un esperto casaro percepirà uno stipendio diverso da un aiuto pastore. Il giusto prezzo secondo me è dato dall’insieme di tutti gli aspetti di cui si è parlato, quindi ogni situazione è differente dalle altre.

Vecchio alpeggio ancora in uso – Pontboset (AO)

Sicuramente è positivo il fatto che, anche in Italia, stiano muovendo i primi passi delle scuole o dei corsi dedicati a questo settore (fino ad ora la formazione era limitata al settore caseario). Ricordo inoltre che esistono anche organizzazioni che permettono a chi lo desidera di fare un’esperienza come volontari in aziende agricole (ovviamente con orari ridotti, per periodi più o meno lunghi in base alle richieste del volontario e alle necessità dell’azienda). Segnalo anche la pagina del volontariato in montagna in Alto Adige.