La guerra dei poveri

Osservo spesso sui social accesi “dibattiti”, per non dire di peggio, tra persone che hanno idee, punti di vista differenti. Non sto parlando di politica, resto nel mio settore, quindi di tematiche e problematiche inerenti il mondo zootecnico rurale, montano. A me non piacciono le persone che urlano, quindi nemmeno questi scambi scritti in cui ci si insulta anche senza conoscersi.

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Pascoli di mezza montagna – Verres (AO)

Talvolta si tratta di interlocutori appartenenti a “mondi” differenti, e allora potrei quasi arrivare a capire l’incomunicabilità, la mancanza di qualsiasi argomento in comune, l’incapacità di comprendere le ragioni altrui. Ma ciò che mi ferisce e mi fa pensare non poco sono le parole grosse tra allevatori che si trovano ad affrontare lo stesso problema, anche se in zone o in condizioni differenti. Invece di spiegare o di chiedere informazioni sulle motivazioni, scatta l’insulto.

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Capre in una battaglia spontanea al pascolo – Nus (AO)

Questa incomunicabilità, o meglio, questa visione chiusa l’ho potuta toccare con mano qualche settimana fa durante una trasferta in Centro Italia, dove ho incontrato persone provenienti da differenti regioni. Queste sono ottime occasioni per scambiare idee e conoscere altre realtà, secondo me. Infatti così è stato, ma mi è anche capitato di sbattere contro alcuni muri. Un esempio? Si parlava di predazioni, e mi è stata chiesta qual è la reale percentuale di attacchi ad opera del lupo e quale da parte dei “branchi di cani randagi.”

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Cani randagi nel Centro Italia (foto dal web)

Ho spiegato che dalle mie parti ci possono certamente essere attacchi che non sono attribuibili al lupo, ma branchi di cani randagi non ce ne sono. Può esserci qualche cane vagante, perso o scappato, ci sono cani che hanno un padrone, ma vengono lasciati liberi per un certo periodo del giorno. I miei interlocutori hanno insistito sull’argomento, da loro ci sono questi branchi di randagi, soprattutto intorno alle città, ma anche in campagna, e possono essere pericolosi persino per l’uomo. Io non ho messo in dubbio queste loro affermazioni, perché avrei dovuto? Loro però non hanno creduto alle mie parole sul fatto che, dove vivo io, non ci siano cani randagi.

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Capre valdostane in stalla – La Salle (AO)

Se le cose vanno così faccia a faccia, figuriamoci nel mondo virtuale, dove non sempre ci si spiega a dovere o dove le parole vengono facilmente fraintese! Così se a tizio capita qualcosa, ecco che subito dei colleghi commentano bollandolo come incapace di fare il proprio mestiere. Ma perché? Come fate a sapere come sono andate le cose? Perché siete sempre così pronti a giudicare in negativo?

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Bancarella di formaggi ad una fiera

Uno mette la foto di un formaggio… e l’altro replica che lui i formaggi così li fa mangiare ai cani. Pubblichi l’immagine della stalla con le capre o le vacche legate e… non l’animalista vegano, ma un altro allevatore dice che dovresti essere denunciato, ecc ecc ecc. Uno consiglia di aggiungere aceto al siero per far la ricotta (inserendo anche una foto della spiegazione di un corso di caseificazione) e si leva un coro contro l’uso del siero o del limone. Perché non usare questo straordinario strumento di comunicazione… per comunicare? Perché non chiedere gentilmente le ragioni di quel che vediamo e non comprendiamo, perché diverso dal nostro modo di lavorare? Si potrebbero imparare cose nuove, migliorarne altre… Se mi venisse chiesto, spiegherei perché DEVO legare le capre in stalla, in quanto il carattere di questa razza e le imponenti corna favorirebbero incidenti, aborti, gerarchie che impedirebbero alle più deboli di alimentarsi adeguatamente, ecc ecc

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Animali in pessime condizioni d’igiene e di alimentazione (foto dal web)

Poi sicuramente c’è chi pubblica immagini di situazioni al limite della legalità, del benessere animale e del buonsenso, ma con l’insulto sicuramente non lo aiuteremo a comprendere gli errori, ammesso che voglia farlo. Abbiamo tante razze di animali, abbiamo un territorio vasto e variegato, più siamo piccoli, meno avremo esigenze e metodi standardizzati. Di nemici gli allevatori ne hanno tanti, scontrarsi e litigare sulle piccole cose non è certamente utile.

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Gregge e cane da guardiania – Donnas (AO)

Prendiamo l’argomento cani da guardiania, per esempio. In certe regioni dove lupi e orsi ci sono sempre stati, si è mantenuta una corretta selezione di questi animali. Quante discussioni sull’argomento… ma se si usasse internet per superare quelle barriere (spazio e tempo) che impediscono alla gran parte degli allevatori di incontrarsi? Non insultate i colleghi che cercano di attrezzarsi per difendere i loro animali (magari anche sbagliando), spiegate invece loro come fate voi e perché ritenete sia il metodo migliore. Poi magari scopriremo che ci sono delle differenze, per esempio un’allevatrice del Lazio mi raccontava del gran numero di cani da guardiania che accompagna il loro gregge. “…tanto per nutrirli basta dare loro pane e siero…” Peccato che la stragrande maggioranza delle greggi nel Nord Italia non pratichi la mungitura e la caseificazione! Ma sono tutte cose da raccontare, da ascoltare, per capire meglio e per non insultare come “incapaci” i colleghi.

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Gregge con cane da guardiania – Pianura pinerolese (TO)

In questi giorni un amico pastore ha pubblicato una sua lunga riflessione sull’argomento lupo, uno dei più spinosi da affrontare. Facile dire “vanno abbattuti tutti” (cosa peraltro irrealizzabile, oltre che assurda), più difficile ragionare su tutte le problematiche che gravitano sulla pastorizia, sull’allevamento medio-piccolo di montagna, lupo compreso. Come temevo, non tutti hanno compreso il suo discorso, banalizzandolo a un pro-lupo/contro-lupo. Fidatevi, c’è sicuramente chi legge tutte queste nostre infinite diatribe sui social e se la ride, perché fin quando ci scanniamo tra di noi, non siamo pericolosi. Se solo ci si unisse per far fronte ai problemi comuni invece di giudicare come lavora tizio, ridere alle spalle di caio, denigrare pincopallino perché è andato a lavorare per altri, insultare xyz perché ha pubblicato un video in cui fa nascere un vitello in un certo modo, allora magari riusciremmo ad ottenere qualcosa. Ottenere di poterci difendere dagli attacchi del lupo, ottenere prezzi più equi per il latte, la carne, la lana, ottenere controlli e garanzie sulle speculazioni in merito ai territori d’alpeggio, sui divieti di transumanza o di pascolo, tanto per fare alcuni esempi.

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Giovani allevatori ad una rassegna in Valchiusella (TO)

Con queste riflessioni, che spero condividerete, credo che concluderò i miei post per questo 2019. Provo a sperare che cambi qualcosa per il futuro, ma purtroppo, anno dopo anno, ci ritroviamo sempre a discutere le stesse questioni, una vera e propria guerra fra poveri che non porta a niente se non a ulteriori malumori.

Grigio autunno

L’autunno è la stagione dei colori, ma quest’anno è stata anche la stagione del grigio, quassù. Siamo agli ultimi giorni, l’inverno sta per iniziare, ma più che mai in queste giornate corte e con poca luce è autunno. Sono autunnali soprattutto le temperature, ma anche le condizioni meteo.

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Ultime chiazze di neve lungo il sentiero – Petit Fenis, Nus (AO)

 

Tanti sono stati i giorni di pioggia e soprattutto di nebbia/nuvole basse nel mese di novembre. La stessa situazione si sta riproponendo ora. La neve si è fatta vedere qualche volta, a tratti mista a pioggia, oppure ha cercato di accumularsi, di scendere fino in fondovalle. Ma è durata poco, è arrivato il vento caldo e poi ancora la pioggia. Giorno dopo giorno, anche quella accumulata lungo le strade è sparita, sciogliendosi in rivoli che confluivano in quelli della pioggia o penetrando a fatica nel terreno, ormai inzuppato.

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La nebbia si deposita in goccioline sopra ogni cosa – Petit Fenis, Nus (AO)

L’umidità intride ogni cosa: sia la nebbia, sia la pioggia, restano attaccate all’erba, ai rami, alle ragnatele. Non si esce più al pascolo, l’erba rimasta nei prati sta marcendo, ma le capre non amano la pioggia, quindi restano in stalla, attendendo un tempo migliore. In fondo non fa così freddo, ma farle uscire dopo giorni all’asciutto quando fuori c’è tutta questa umidità forse non è proprio il massimo, per loro.

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Panorami nebbiosi – Petit Fenis, Nus (AO)

Questo grigiume stufa. Qui si è abituati al panorama, alle montagne, al vento, non alla nebbia che dura giornate intere. Eppure tocca attendere ancora, nell’immediato non si prevedono giornate di sole. Ma nemmeno di neve, solo sempre pioggia e nebbia. C’era chi si stupiva per la neve di fine ottobre, ma quella non era anomala.

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Amenti maschili di betulla – Petit Fenis, Nus (AO)

Strano e preoccupante è il “caldo” di questi giorni, con temperature minime notturne di 6-7 gradi persino a queste quote. Su in alto, dove c’era la neve (e ce n’era tanta), sta piovendo: piove anche sulle piste di sci dove molti sperano di passare le prossime vacanze natalizie. Le temperature dovrebbero abbassarsi nei prossimi giorni, ma saranno comunque superiori alla media della stagione. Così qui continuerà a piovere e gli amenti dei noccioli, delle betulle e dei saliconi continueranno ad ingrossarsi come se fosse già la fine di febbraio…

…vedremo, quando sarà ora di mettersi in cammino…

Hai sentito la notizia? Sei contenta del riconoscimento Unesco per la transumanza?” Più di una persona mi ha mandato un messaggio simile tra ieri e oggi. Ho sentito, ma chi mi conosce sa quanto io non sia facile agli entusiasmi.  Forse dovrei invidiare chi è riuscito a fare proclami scoppiettanti in merito, ma io preferisco aspettare e vedere i risultati concreti, se ci saranno.

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Transumanza di un gregge in Val Chisone (TO)

Ne avevo già parlato marginalmente qui, parlando della candidatura dei muretti a secco (a proposito, quella non è passata?): cosa comporta questo riconoscimento? Ci saranno ricadute favorevoli sul lavoro degli allevatori? Ci si potrà appellare a qualcuno in nome del patrimonio Unesco quando un Comune o un altro ente vorrà vietare/introdurre limiti alla transumanza sul suo territorio?

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Discesa dall’alpe – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Lasciatemi dire una cosa: allo stato attuale, la transumanza a piedi è praticata soprattutto dagli allevatori più attaccati alla tradizione, al territorio. Solitamente si tratta di medio/piccole aziende di montagna o della fascia pedemontana. C’è poi chi raggiunge il fondovalle con mezzi e poi completa la transumanza a piedi, con le campane a risuonare festose, annunciando il ritorno di uomini e animali sui pascoli. Mi viene un groppo in gola al solo pensiero… Non riesco a non emozionarmi quando passa una transumanza, anche se in questi anni ne ho fatte così tante, accompagnando amici, scattando foto o spostando i nostri animali.

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Giovani e giovanissimi alla sfilata degli animali durante la Fiera di Luserna (TO)

Unesco o non Unesco, queste transumanze sono a rischio di estinzione perché sono le aziende che le compiono ad essere in crisi. Non sono solo parole di circostanza, conosco tanti, troppi allevatori che “tirano avanti” riuscendo a malapena a pareggiare le spese. Ne è testimonianza il fatto che… se non arrivano i famigerati “contributi”, c’è chi vende le bestie e chiude. Così lasciatemi dire una cosa: gli unici che possono salvare davvero la transumanza sono gli allevatori che continueranno a farla come parte integrante delle loro attività. Se non ci saranno più loro, quelle che vedrete alle feste saranno parodie di transumanza, sfilate ad uso e consumo del pubblico. Animali allevati ce ne saranno ancora e… si chiamerà qualcuno per portarli a sfilare quando “ce ne sarà la necessità”?

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Festa per la discesa dagli alpeggi – Cogne (AO)

Mi auguro che non si arrivi a questo! Ma sicuramente ci sarà un “fiorire” di progetti legati alla transumanza. Posso dare un consiglio a coloro che vorranno creare feste a tema? Non è facile organizzare una festa della transumanza. Potete chiedere a chi già lo fa da anni. Innanzitutto, le esigenze di calendario del Comune, dell’Associazione, della Pro Loco vorrebbero una data mesi prima, mentre la transumanza solitamente non ha un giorno fisso, si scende in base alla disponibilità di foraggio e alle condizioni meteo. Abbiamo fissato il giorno della festa per il 3 ottobre, ma il 30 settembre arriva un’abbondante nevicata… che si fa? Chi dà dei prati in fondovalle alla mandria/gregge che dovrà sfilare? Chi porta del fieno per foraggiare gli animali in attesa del grande giorno? Oppure la data è il 30 settembre, ma c’è ancora erba da pascolare per una settimana, dieci giorni: se scendo lasciando indietro questo foraggio, intaccherò prima le scorte in cascina.

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Grande pubblico per la sfilata degli animali – Luserna San Giovanni (TO)

Non si organizza una festa della transumanza senza averne prima parlato con gli allevatori della valle, bisogna che ci sia la volontà di farlo da ambo le parti, imporre una cosa simile non darà risultati. Viceversa, chi accetta, deve sapere che potrebbe incorrere nei rischi menzionati sopra. Sicuramente meglio la festa… del divieto che ti obbliga a prendere i camion e scendere con costi aggiuntivi senza quell’adrenalina che ti aiuta ad arrivare alla sera di quei lunghissimi giorni di transumanza.

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Discesa dall’alpeggio Veplace – Nus (AO)

E’ importante non perdere la memoria delle transumanze del passato (vi sono regioni dov’è quasi una rarità, sono stata ad un convegno in Lazio, ma l’impressione è che sia molto più viva dalla mie parti!), ma quello che è più urgente ora è non perdere quella fetta di allevatori che ancora la praticano, sulle Alpi e sugli Appennini. Vanno bene gli aspetti culturali, ma questo non è uno spettacolo, è un lavoro (sicuramente con aspetti spettacolari che possono essere apprezzati anche da un pubblico). Quindi, parallelamente a chi la tutelerà dal punto di vista culturale, deve muoversi chi può garantire un futuro agli allevatori, perché i due euro al kg pagati per la carne di un bovino adulto fanno venir voglia di comprare un freezer e metter da parte come cibo per cani (visto il costo di crocchette, scatolette e altro). Per non parlare di quando i macellai nemmeno ti ritirano gli agnelli… “…non c’è richiesta, arriva carne da fuori a prezzi stracciati…

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Ancora giovani allevatori alla fiera di Luserna San Giovanni (TO)

Spero almeno che il “patrimonio Unesco” metta al riparo anche dalle follie “animaliste”. Strano che non si siano ancora state prese di posizione da parte dei più esaltati alla notizia del riconoscimento. Mi fa male vedere come sempre più amministrazioni, enti, canali di informazione preferiscano “non urtare” queste persone, nascondendo o evitando far vedere aspetti di vita e lavoro della zootecnia, invece di cercare di spiegare e far comprendere di cosa si tratta.

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Il pascolo vagante: una continua transumanza – Cumiana (TO)

Per la transumanza vera e propria occorre attendere maggio, giugno. I pastori vaganti invece sono in continua transumanza. Chissà chi sarà il primo a dire all’automobilista che suona il clacson, inveisce, minaccia il ricorso alle forze dell’ordine: “Mi spiace per il piccolo disagio, ma questo che vede è un patrimonio dell’Unesco!

Ma perché non fate formaggio?

Avete gli animali? …allora fate formaggio!” Quante volte ho sentito questa frase. La risposta è sempre la stessa. Sì, abbiamo animali, ma le capre non le mungiamo, mentre il latte delle vacche viene venduto al caseificio.

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Piccole produzioni casalinghe

Chi non ne sa più di tanto si accontenta di questa risposta, altri invece iniziano a darti delle “lezioni”. Lo so bene che la trasformazione del latte in azienda e la vendita diretta dei prodotti sono l’unica strada percorribile per sopravvivere, specie se si ha una piccola azienda in montagna, ma questa via non sempre è a portata di mano. La consiglio di sicuro a chi inizia un’attività, a tutti i giovani che vogliono allevare e mungere (che siano capre o vacche, ma anche pecore).

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Giovane allevatrice e casara alla Fiera di Luserna (TO)

Innanzitutto, per trasformare e vendere occorrono locali e attrezzature, il che significa grossi investimenti. Per quanti anni si venderanno formaggi per riuscire a ripagare queste spese? Nel frattempo poi ci saranno sempre tutte le altre uscite (alimentazione degli animali, eventuale affitto dei prati, dell’alpeggio, della cascina, ecc…, spese veterinarie, manutenzione dei mezzi, e così via).

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Al pascolo, un mese fa – Petit Fenis, Nus (AO)

L’altro fattore è il tempo. Gli animali impegnano. Li si deve sorvegliare al pascolo (più che mai adesso, con i predatori), bisogna foraggiarli quando sono in stalla, occorre pulire la lettiera, fare i fieni, spargere il letame, pulire i prati, ogni giorno ha la sua routine, ogni stagione i suoi lavori in aggiunta alla routine. C’è il momento dei parti, poi inizierà la mungitura, la cura di vitelli, agnelli, capretti… Se il latte lo si lavora in azienda, ecco che iniziano le varie operazioni, più o meno laboriose a seconda di ciò che si vuole ottenere. Intanto però qualcuno deve dar da mangiare agli animali o portarli al pascolo. Chi è in caseificio farà formaggi, ricotte, yoghurt, laverà tutto alla perfezione, quindi passerà in cantina a salare, girare, spazzolare i formaggi. Ma non basta averli in cantina, bisogna anche venderli! Raramente puoi sperare di piazzare tutto il prodotto a casa. In certi posti non venderai nulla per giorni, settimane.

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Altra bancarella di produttori alla Fiera di Luserna (TO)

Quindi devi andare a portare i tuoi prodotti (nei negozi, ristoranti), oppure venderli di persona attraverso mercatini, eventi, bancarelle poste lungo la strada principale. E mentre voi fate queste cose, chi svolge tutte le altre mansioni? Sembra facile, visto dal di fuori! E se d’estate andate in alpeggio? Noi d’estate gli animali li mandiamo in affida per poterci occupare della fienagione. Se vuoi vendere formaggio, devi garantire al consumatore 365 giorni di prodotto disponibile, altrimenti rischi di perdere la clientela.

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Giovane casara in alpeggio – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Certo, uno potrebbe prendere del personale, ma il personale costa, tra stipendio, contributi, vitto, ecc. I casi in cui tutti questi aspetti trovano la combinazione “perfetta” è un’azienda a conduzione famigliare in cui i figli sono già abbastanza grandi per dare una mano o occuparsi al 100% di una o più mansioni. Forse a questo punto esce persino quella settimana di ferie per i genitori… non esageriamo, facciamo 3-4 giorni all’anno!

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Formaggi alla fiera di Doccio (VC)

Battute a parte, la situazione generale è questa, poi ogni caso avrà i suoi punti di forza o le sue criticità. Per quello che mi riguarda in prima persona, oltre a vari aspetti di quanto spiegato sopra, dovessi occuparmi di caseificazione, promozione e commercializzazione dei prodotti, dovrei smettere di scrivere, di andare a presentare libri in giro, di tenere conferenze. Non potrei svolgere altri lavori (più remunerativi che stare tutto il giorno ad un mercatino senza certezza di vendere). Ma non potremmo concederci nemmeno gite di mezza giornata (cosa che invece ogni tanto riusciamo a fare). Quindi, pur sapendo che attualmente il prezzo del latte non paga tutto il lavoro necessario per produrlo, si continuerà così, fin quando sarà possibile, fin quando ce la faremo.

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Formaggi di capra alla festa del Cevrin – Coazze (TO)

…e occorre anche saperli fare, i formaggi! Per fortuna buoni formaggi in giro ce ne sono tanti, se volete qualcosa di mio, prendete un libro, sarà comunque un sostegno al mio lavoro!

La storia di una vita vissuta

Ho appena finito di leggere un libro, si intitola Heiða, è la storia di una piccola grande donna, allevatrice di pecore in Islanda, terra che non conosco, purtroppo. Il libro me l’ha consigliato un amico, gliene sono grata.

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Il gregge e la fattoria (foto da facebook)

Ho letto la recensione, prima di prenderlo, e non sapevo bene cosa aspettarmi. Anzi, dal sottotitolo pensavo si trattasse della storia di una ragazza che avesse cercato una nuova vita e un lavoro totalmente diverso dal proprio. “Lasciare tutto per la natura”. Tra l’altro, questo è il sottotitolo italiano, nella versione inglese è “Una pastora alla fine del mondo”, molto più corretto. Sia la recensione ufficiale sulla pagina della casa editrice, sia molte altre uscite on line, ma anche articoli di giornale fin nel titolo concentrano tutta l’attenzione sul fatto che Heiða fosse una modella.

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Heiða con un tipico maglione islandese (foto dal web)

Non è la prima volta che mi capita un caso del genere, nel senso che conosco almeno un’allevatrice di cui giornali e tv hanno parlato più per i suoi contatti (anche se del tutto marginali) con il mondo della moda che non per le grandi fatiche, la dedizione, il duro lavoro nell’ambito della pastorizia. Ma no, per i media è sempre “la modella che ha lasciato le passerelle per fare la pastora”.

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Con i montoni in stalla (foto da facebook)

Heiða nasce in mezzo alle pecore, in una fattoria in mezzo al nulla tra brughiere, ghiacciai e vulcani. Viene chiamata così proprio in onore di Heidi, nel nome c’era già un po’ il suo destino, ma si è sempre sentita dire che doveva trovare un marito per gestire l’azienda. Non l’ha fatto. Heiða è una gran donna, ma non solo per la sua statura. O meglio, siamo noi a vederla come una gran donna, sono sicura che lei si considera più che normale e, nel libro, non nasconde le sue debolezze. Non si vanta di ciò che fa, semplicemente lo descrive per far conoscere il suo mondo, la sua vita. Ma compie “imprese” che forse poche persone sarebbero in grado di fare. Lavora instancabilmente, conduce da sola una fattoria in un ambiente sicuramente difficile.

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Al lavoro con il gregge (foto da facebook)

Il suo isolamento si è però interrotto più volte, facendo anche altri lavori (specialmente in gioventù), dall’insegnante alla tosatrice di pecore, passando anche sulle passerelle della moda, più per gioco e per terapia (per rafforzare la propria autostima, dice) che non per reale interesse. Nel libro parla più del suo amore per i motori (il quad, la motoslitta) che non delle sfilate, a cui riserva poche righe! Rimpiange i tempi in cui andava a fare le gare di tosatura, non gli abiti delle grandi firme, la vita a New York.

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Heiða a un incontro pubblico (foto dal web)

Ho delle amiche che vorrei fare incontrare a Heiða. Avessero una lingua comune, sarebbero quasi sorelle… Venisse in Italia, la porterei da loro, in mezzo alle pecore… La differenza tra lei e queste pastore italiane che conosco, è che Heiða si è anche impegnata in politica, nonostante tutti i suoi impegni con gli animali e la fattoria, per difendere parte dei suoi pascoli dalla costruzione di una diga per una centrale. E ha vinto!

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Un momento di lavoro con i vari proprietari delle pecore (foto da facebook)

Il libro è un successo internazionale, c’è chi fa di Heiða un’icona del femminismo e/o dell’ambientalismo. Per me è soprattutto una donna che vive la sua vita con grande determinazione, spinta in gran parte delle sue scelte dall’immensa passione per gli animali. Non so se a tutti piacerà, qualcuno troverà magari noiose tutte le parti quasi tecniche dedicate all’allevamento ovino. Ognuno di noi verrà “toccato” da qualche aspetto della vita e del carattere di Heiða. Io ho vissuto con lei le nascite degli agnelli, la ricerca delle pecore in montagna a fine estate, tutti i momenti più vicino a ciò che conosco. Ma anche le lotte per tutelare gli spazi per la pastorizia. Ci sono infine alcuni aspetti della sua vita a cui mi sento vicina, così come la scelta di dedicare gli esigui guadagni e i momenti di “pausa” al viaggio e alla conoscenza di altre realtà.

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Il suo cane, compagno di tanti momenti (foto da facebook)

Leggetelo anche voi, poi mi direte cosa vi ha colpito di questo libro. Non è un romanzo, non aspettatevi storie d’amore (a parte quelle con il suo adorato cane Fifill).

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Un altro dei ritratti di Heiða Guðný Ásgeirsdóttir presenti nel libro (foto dal web)