“Stranieri” di cui avere davvero paura

Camminando per mulattiere e sentieri o lungo gli argini di fiumi e torrenti sempre più ci capita di incontrare degli stranieri. Erbe dai fiorellini gialli che prolungano la loro fioritura quasi tutto l’anno, pianticelle che formano barriere quasi impenetrabili, ma spariscono in inverno, cespugli con fiori vistosi coperti di farfalle… Già, sto parlando di piante che non appartengono alla flora locale, ma che si sono diffuse a macchia d’olio sul nostro territorio.

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Non dobbiamo pensare se sono “belle” o meno, dobbiamo capire quanto sono pericolose. Presso l’Institut Agricole Régional di Aosta, il prossimo giovedì 21 novembre 2019 si terrà un convegno su questo argomento. E’ importante conoscere queste piante, capire che pericolo rappresentano e se si può fare ancora qualcosa per arrestare la loro diffusione.

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In primo luogo, essendo specie non locali, sono un danno per la biodiversità. Anche se già in passato sono state introdotte specie che oggi ci sembrano naturalmente parte integrante della nostra vegetazione. Un esempio su tutti quello della robinia (gaggia in Piemonte), pianta apprezzata per il miele che se ne ricava, per i fiori utilizzati in cucina e per il legname di rapido accrescimento. In realtà la robinia fu introdotta agli inizi del 1600 dal Nord America, il primo esemplare venne piantato a Parigi, in Italia la sua diffusione fu favorita nel suo impiego per consolidare le massicciate ferroviarie.

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“L’inquinamento” della biodiversità è un problema ambientale che qualcuno potrebbe ritenere irrilevante, ma alcune di queste piante causano, direttamente o indirettamente, danni anche all’essere umano. Prendiamo ad esempio il senecione sudafricano (Senecio inaequidens), una pianta erbacea che sta colonizzando bordi delle strade, scarpate, zone aride, ma anche pascoli. Fiorisce quasi tutto l’anno (proprio oggi ho visto dei fiori sotto la neve, ma ne avevo viste piante fiorite già a gennaio), alcuni lo scambiano per una specie ornamentale e lo piantano nei giardini…

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Senecione fiorito a fine dicembre lungo il Ru d’Arlaz – Montjovet (AO)

Invece il senecione è velenoso. Lo è per gli animali che lo ingeriscono, l’accumulo nel fegato degli alcaloidi tossici è causa di avvelenamento cronico. La tossicità si mantiene anche nella pianta secca (se viene tagliato nella fienagione) e può arrivare a interessare anche il latte (e di conseguenza i latticini), ma pure il miele. Bisognerebbe estirpare tutte le piante, asportarle e bruciarle, per evitare la diffusione dei semi. Ma soprattutto bisognerebbe informare il più possibile la popolazione, affinché riconosca queste specie e provveda il più possibile a fermare la loro diffusione.

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Interfaccia dell’app Alienalp

Per i più tecnologici, segnalo un’app da scaricare sul proprio smartphone. Messa a punto presso l’Institut Agricole Régional, Alienalp permette di riconoscere le specie monitorate, inviare dati e foto quando si trova una delle quattro specie aliene (coordinate del luogo, comunicazione dell’eventuale avvenuta eradicazione). La segnalazione può provenire da qualsiasi parte d’Italia, per Valle d’Aosta e Piemonte viene presa in considerazione nell’ambito di progetti che monitorano questa problematica.

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Pascoli invasi dal senecione a monte di Sordevolo (BI)

Qui trovate le schede riguardanti altre specie: poligono del Giappone (dannoso soprattutto per l’ambiente e la stabilità delle sponde fluviali), panace di Mantegazza (la cui linfa può provocare gravi lesioni cutanee). Qui invece vari link relativi alla “black list” delle specie aliene in Piemonte. Ribadisco che l’argomento è importante, come avete visto molte di queste specie hanno un’influenza diretta sull’uomo (anche molto grave). Citiamo ancora a tal proposito l’ambrosia, responsabile di vere e proprie “epidemie” di forti reazioni allergiche (se ne parla qui in un sito della sanità Svizzera). Informatevi, partecipate al convegno (se potete) e fate la vostra parte, per quanto possibile, nel contenere queste specie.

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