I contributi che ammazzano la montagna

Era il 2003 quando mi trovai a girare per alpeggi, impegnata in un’attività di censimento delle strutture d’alpe e delle loro produzioni casearie. Non conoscevo ancora a fondo quel mondo, ma pian piano mi addentrai tra le sue molte realtà, fino ad entrare a farne parte.

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Pascoli primaverili – St.Rhemy-en-Bosses (AO)

Che il mondo reale fosse diverso dalla favola di Heidi era scontato, ma che progressivamente il marcio, la mafia, le speculazioni si infiltrassero così profondamente in questa “realtà idilliaca” non lo avrei mai immaginato. Allora, agli inizi degli anni 2000, venni a conoscenza della questione dei “tori” in alpeggio. Si sa, l’Italia è terra di menti ingegnose, così ci fu chi sfruttò a suo favore una forma di aiuto, di contributo a sostegno delle aziende agricole erogato dalla Comunità Europea e pensato per i grossi allevamenti di vitelloni all’ingrasso delle pianure. Per incentivare la messa al pascolo di questi animali, veniva dato un contributo sull’intera stalla se una certa percentuale usciva dai capannoni e… pascolava.

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Alpeggio in Val di Susa (TO)

Più o meno doveva essere così e poteva anche avere un senso, ma poi ci fu chi iniziò ad affittare alpeggi pagandoli cifre esorbitanti per aggiudicarsi queste superfici, portare su un camion di poveri vitelloni assolutamente inadatti al clima e al terreno. Ma tutto questo non importava all’allevatore, quel che gli interessava erano i milioni di lire, e subito dopo migliaia di euro, che arrivavano nelle sue casse. Non di rado capitò che i vitelloni morirono, lassù…

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Gregge al pascolo in alta Val Chisone (TO)

Credo che fu quello l’inizio di tutto. Poi ci furono altre “scoperte” più o meno legali che portarono a speculazioni sempre più feroci sugli ettari ed ettari di pascoli montani. Parlo di Alpi, ma anche di Appennini. Non sto a scendere nei dettagli, ma per far capire anche ai non addetti ai lavori, il meccanismo prevede solitamente degli speculatori “di professione”, che investono cifre ingenti per accaparrarsi i pascoli pubblici che vanno all’asta. Gli ettari dei pascoli servono loro come superfici per presentare delle domande per beneficiare di contributi europei. Solitamente la condizione per ottenerli è che vengano pascolati, quindi spesso si ricorre ai “veri” allevatori ai quali sono stati portati via gli alpeggi.

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Pascoli e baite nel Vallone di Bellino (CN)

Negli anni il meccanismo è variato, ci sono stati vani tentativi di contrastare questo fenomeno. Così si è passati da contratti in cui lo speculatore affidava il pascolo a chi gli animali li aveva davvero, a fantomatiche società dove le bestie cambiavano proprietario, sempre per portare soldi (e non parlo di un paio di migliaia di euro ma cifre ben più grosse) agli speculatori. C’erano e ci sono ancora alpeggi dove salgono solo asini, lasciati incustoditi e usati solo per essere “in regola” sulla carta. Ci sono greggi di pecore che vanno da una parte all’altra delle Alpi sempre per lo stesso motivo. Allevatori in difficoltà, rimasti senza alpeggio, che si prestano a questi giochi perché non sanno più dove andare e come sfamare le proprie bestie d’estate. Pensate a cosa possa voler dire perdere l’alpeggio e dover pure intestare i propri animali a una di queste “porcherie”, così come mi diceva al telefono una persona vittima di questo sistema.

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Pascoli della Valchiusella (TO)

Ogni tanto sembra che qualcuno voglia far qualcosa per contrastare il fenomeno… Non è più una novità, le amministrazioni locali dovrebbero essere preparate a veder arrivare “forestieri” a caccia di ettari di pascolo. Ma poi anche quest’anno, 2019, vieni a sapere che certi alpeggi comunali sono andati all’asta ad aprile o a maggio, gli affitti sono stati portati alle stelle da personaggi venuti da fuori, da prestanome per chissà chi o per chissà quali strani giri sconosciuti a noi profani. Parlo del Piemonte, della Valchiusella, dell’alta Val di Susa. L’allevatore che saliva lì da anni può esercitare il diritto di prelazione, certo. Ma come fai a spendere 10 o magari anche 20 volte più di quel che spendevi prima? Da 5-6 mila euro all’anno a 30, 50, 70 mila o anche di più. All’allevatore tradizionale, al piccolo pastore o margaro, quegli ettari non rendono come agli speculatori. Lui non ha quei contributi. Lui, oltre al suo lavoro (che spesso ormai basta quasi solo più a coprire le spese), ne ha altri pensati veramente per chi fa correttamente questo mestiere, ma magari sono bloccati da qualche parte, non gli arrivano nemmeno, ci sono dei ritardi, delle non conformità nelle pratiche… Come vi ho detto, la galassia degli aiuti comunitari non è semplice da comprendere e da spiegare in poche righe.

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Gregge in alta Val Chisone (TO)

Soldi… maledetti soldi… Sono in tanti a dire che, se non ci fossero i contributi, le cose andrebbero meglio. Sparirebbero quelle “aziende” nate apposta per percepirli. Il mercato dei prodotti sarebbe più sano, non falsato dal sistema. Scenderebbero certi costi, come gli affitti degli alpeggi. Ci sarebbe più spazio per chi vuol fare davvero questo mestiere con passione, con amore per gli animali, le tradizioni, i prodotti, il territorio.

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Una vacca con il suo vitello – Val di Susa (TO)

Mi domando perché le amministrazioni comunali permettano che accadano ancora certe cose. Ingenuità? Mah… Scarsa lungimiranza? Meglio riempire oggi le casse, piuttosto che pensare a che territorio ci troveremo domani? E le associazioni di categoria cosa fanno? Sono conniventi con chi opera le speculazioni? Ma sì, perché queste domande di contributi le puoi fare solo passando attraverso un CAF agricolo… E le domande che fanno girare grosse cifre rendono di più anche a chi queste pratiche le elabora.

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Pascoli della Valchiusella (TO)

Cosa faranno quegli allevatori che, da una vita, salivano su quegli alpeggi? Come si fa a fare le aste ad aprile, a maggio? Dove va chi non ha più la montagna adesso? Non che sia più facile trovarne di vuote a novembre o dicembre, ma almeno hai il tempo per organizzarti. Ma non è solo questo, non è solo la difficoltà che colpisce il singolo. È la montagna che va dritta verso la morte. Non tutti gli allevatori lavorano correttamente, come in ogni settore. C’è chi la montagna la gestisce meglio, chi peggio, così forse proprio questo potrebbe essere un buon metro per valutare chi ha diritto a premi e aiuti. Comunque, ci sono maggiori garanzie che curi il territorio il piccolo, chi ha un numero più ristretto di animali, chi anno dopo anno torna nello stesso posto e ha interesse ad avere dei buoni pascoli, delle strutture in ordine.

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L’arrivo di una bovina in alpeggio per la stagione estiva – Verrayes (AO)

Invece questi piccoli stanno morendo, schiacciati da mille problemi. Loro, i custodi della biodiversità, delle tradizioni, del territorio, dei saperi. È vero che certi bandi per l’affitto degli alpeggi oggi includono parametri come le razze locali o la produzione dei formaggi tipici, ma non basta. Chi ha i soldi, questi vincoli li supera agevolmente, e nelle sue tasche pioveranno ancora altre centinaia di migliaia di euro.

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Edificio d’alpeggio in Valgrisenche (AO)

Magari gli speculatori che nelle scorse settimane si sono accaparrati nuove montagne verranno tenuti sotto stretta sorveglianza (non c’è più il corpo forestale, ma qualcuno magari se ne occuperà). Forse ci saranno inchieste che si trascineranno per anni. Potrebbe succedere che qualcuno arrivi a dire che è stato un errore… Nel frattempo gli anni saranno passati, il conto l’avrà pagato la montagna e i suoi abitanti. Non pensiate che siano poche, le aziende che chiudono. Viene detto che è per la “crisi”, ma sotto questo termine troviamo tanti problemi, tra cui quello di cui vi ho appena parlato.

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15 Replies to “I contributi che ammazzano la montagna”

  1. Forse invece di addebitare alla cosiddetta crisi tutte le disgrazie, si potrebbe cercare di risolvere un problema (anche piccolo) alla volta, anche quando questo comporta colpire qualcuno che ci è vicino (cosa inevitabile quando si vive in piccole comunità in cui tutti ci conosciamo). Forse?…

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      1. Ma queste cose secondo te avvengono più per superficialità o più per malaffare?
        Basterebbe fare bandi con criteri più stringenti come un piano aziendale. [cosa voglio produrre] o anche soltanto residenza, razze, produzione di prodotti….
        E poi… Ma perché elargiscono questi fondi e non controllano questi imbrogli?
        Io sono convinto che la zootnia possa essere una valida prospettiva di rivivificazione delle nostre montagne e per la produzione di prodotti sani e genuini. Ma non queste attività di speculazione…

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        1. un po’ uno, un po’ l’altro… esatto, basterebbe fare i bandi con criteri validi a tener fuori questi personaggi. mi pare di ricordare delle “linee guida” della regione Piemonte per i bandi degli alpeggi di proprietà pubblica. ho provato a cercare on-line, ma non ho più trovato nulla.
          controlli? a volte sì, qualcosa di irregolare viene scoperto. altre volte sulla carta è tutto regolare… quindi non succede niente. è la legge ad essere sbagliata o a presentare delle lacune

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  2. E’ una storia incredibile, per chi ha visto invece l’abbandono della montagna e la fine dell’allevamento sulle Alpi Carniche e Giulie. Dove c’erano vacche e si faceva il formaggio quando ero bambino (anni ’70) oggi ci sono pascoli abbandonati e ruderi di malghe. Ogni volta che torno in certi luoghi mi sento terribilmente vecchio, perché ho visto funzionare e vivere alpeggi di oggi rimangono solo pietre a terra, come se le immagini impresse nella mia memoria fossero reperti archeologici. Evidentemente il sistema di incentivazione per le attività tradizionali montane ha fallito dovunque, perché creato male (per incapacità o dolo).

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  3. O magari dietro un bando al massimo rialzo c’è qualcosa di più, avete mai provato ad intervistare un tecnico che quei bandi li ha fatti e chiedere il perchè? Ad andare più a fondo della sola apparenza o di ciò che dice la gente per mettere zizzania o per fare votare il sindaco più accondiscendente? Non avete mai pensato che quel bando potrebbe essere stato fatto perchè si è arrivati al limite, al limite di un sistema che permette ai pastori di avere contributi da capo giro grazie alla montagna e della montagna fare ciò che vuole senza riguardo. Infangando il nome di chi quel lavoro lo fa veramente col cuore, maltrattando un paesaggio senza alcun riguardo come se ne fossero gli unici padroni. Intendo quei pastori che izzano i cani da guardiania contro ai turisti perchè non li sopportano, quei pastori che lasciano cadaveri di vacche in giro senza preoccuparsene e magari ne tagliando gli orecchini identificativi, quelli che lasciano chilometri di fili per tutte le stagioni provocando la morte di cervi, caprioli e magari qualche lesione a ciclisti ed escursionisti. Perchè poi la gente li categorizza tutti così i pastori, tutti uguali e non capiscono che invece la pastorizia fatta in un certo modo è essenziale per la montagna e per chi la ama veramente e che i pastori non sono tutti uguali. Poi è ovvio che in queste cose ci rimette anche chi non ne può niente! Allora io mi chiedo perchè invece di prendersela con il sindaco che permette l’asta al massimo rialzo (per determinate ragioni) non se la prendono con chi è responsabile dell’avere portato il comune ad arrivare a tanto per fare capire che occorre tornare a pascolare nell’ottica di valorizzazione e conservazione del paesaggio montano e non esclusivamente per ottenere contributi che ingrandiscono e migliorano le cascine di pianura. Chissà se vi siete chiesti quale utilizzo avranno i proventi delle aste a rialzo? Ovviamente nessuno scrive che in alcuni casi il 40% dell’introito dell’asta sarà utilizzato per lavori sul comprensorio di pascolo?! Chissà che in seguito a queste aste qualcuno non denunci chi (non si sa come) riesce a fare offerte a dir poco folli…e chissà che qualcuno finalmente capisca di guardare oltre alle apparenze, oltre alle voci di paese e provare ad ascoltare un punto di vista diverso nell’ottica di valorizzare veramente la montagna.

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    1. io non sono un giornalista e non ho la possibilità di intervistare chi ha fatto il bando… anni fa avevo, per quanto potevo, dato una mano a un giornalista vero che stava facendo un’inchiesta su queste tematiche per un settimanale. nonostante avesse scoperto cose molto interessante, in redazione gli tagliarono pesantemente lo scoop…
      certamente chi montica approfittando di queste cifre non è un allevatore (di pecore, di vacche…) che fa il lavoro con passione e con amore per il territorio. c’è anche chi quella passione l’aveva, poi accecato dai soldi si è dimenticato tutto e ormai considera gli animali solo più un mezzo per ottenere altri soldi tramite questi contributi.
      …e so bene che la gente generalizza…
      non conosco questo aspetto del “40%”. è un qualcosa scritto nel bando? so che certi bandi prevedono parte del pagamento dell’affitto in opere di miglioramento, questa doveva essere una clausola che doveva aiutare a tenere lontano gli speculatori, in teoria

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      1. Che peccato che taglino così le gambe a chi racconta i fatti in maniera veritiera e senza secondi fini.
        Si riguardo al 40% è scritto nei bandi fatti in Alta Val di Susa così come l’obbligo di presentare un Piano di Pascolo entro la prossima stagione pascoliva, per gli alpeggi aggiudicati per più di un anno.
        PS: grazie per aver pubblicato il mio commento nonostante il punto di vista diverso, questo è confronto costruttivo.

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        1. io apprezzo sempre i confronti costruttivi… censuro solo gli insulti sterili 🙂
          so dei piani di pascolo e delle opere che vanno ad integrare gli affitti, purtroppo ho anche sentito voci che dicono, per esempio: “se c’è l’obbligo di caseificare, basta acquistare una ventina di forme e metterle in cantina”. visto che ormai il danno è fatto, mi auguro che i controlli siano severissimi

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