I contributi che ammazzano la montagna

Era il 2003 quando mi trovai a girare per alpeggi, impegnata in un’attività di censimento delle strutture d’alpe e delle loro produzioni casearie. Non conoscevo ancora a fondo quel mondo, ma pian piano mi addentrai tra le sue molte realtà, fino ad entrare a farne parte.

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Pascoli primaverili – St.Rhemy-en-Bosses (AO)

Che il mondo reale fosse diverso dalla favola di Heidi era scontato, ma che progressivamente il marcio, la mafia, le speculazioni si infiltrassero così profondamente in questa “realtà idilliaca” non lo avrei mai immaginato. Allora, agli inizi degli anni 2000, venni a conoscenza della questione dei “tori” in alpeggio. Si sa, l’Italia è terra di menti ingegnose, così ci fu chi sfruttò a suo favore una forma di aiuto, di contributo a sostegno delle aziende agricole erogato dalla Comunità Europea e pensato per i grossi allevamenti di vitelloni all’ingrasso delle pianure. Per incentivare la messa al pascolo di questi animali, veniva dato un contributo sull’intera stalla se una certa percentuale usciva dai capannoni e… pascolava.

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Alpeggio in Val di Susa (TO)

Più o meno doveva essere così e poteva anche avere un senso, ma poi ci fu chi iniziò ad affittare alpeggi pagandoli cifre esorbitanti per aggiudicarsi queste superfici, portare su un camion di poveri vitelloni assolutamente inadatti al clima e al terreno. Ma tutto questo non importava all’allevatore, quel che gli interessava erano i milioni di lire, e subito dopo migliaia di euro, che arrivavano nelle sue casse. Non di rado capitò che i vitelloni morirono, lassù…

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Gregge al pascolo in alta Val Chisone (TO)

Credo che fu quello l’inizio di tutto. Poi ci furono altre “scoperte” più o meno legali che portarono a speculazioni sempre più feroci sugli ettari ed ettari di pascoli montani. Parlo di Alpi, ma anche di Appennini. Non sto a scendere nei dettagli, ma per far capire anche ai non addetti ai lavori, il meccanismo prevede solitamente degli speculatori “di professione”, che investono cifre ingenti per accaparrarsi i pascoli pubblici che vanno all’asta. Gli ettari dei pascoli servono loro come superfici per presentare delle domande per beneficiare di contributi europei. Solitamente la condizione per ottenerli è che vengano pascolati, quindi spesso si ricorre ai “veri” allevatori ai quali sono stati portati via gli alpeggi.

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Pascoli e baite nel Vallone di Bellino (CN)

Negli anni il meccanismo è variato, ci sono stati vani tentativi di contrastare questo fenomeno. Così si è passati da contratti in cui lo speculatore affidava il pascolo a chi gli animali li aveva davvero, a fantomatiche società dove le bestie cambiavano proprietario, sempre per portare soldi (e non parlo di un paio di migliaia di euro ma cifre ben più grosse) agli speculatori. C’erano e ci sono ancora alpeggi dove salgono solo asini, lasciati incustoditi e usati solo per essere “in regola” sulla carta. Ci sono greggi di pecore che vanno da una parte all’altra delle Alpi sempre per lo stesso motivo. Allevatori in difficoltà, rimasti senza alpeggio, che si prestano a questi giochi perché non sanno più dove andare e come sfamare le proprie bestie d’estate. Pensate a cosa possa voler dire perdere l’alpeggio e dover pure intestare i propri animali a una di queste “porcherie”, così come mi diceva al telefono una persona vittima di questo sistema.

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Pascoli della Valchiusella (TO)

Ogni tanto sembra che qualcuno voglia far qualcosa per contrastare il fenomeno… Non è più una novità, le amministrazioni locali dovrebbero essere preparate a veder arrivare “forestieri” a caccia di ettari di pascolo. Ma poi anche quest’anno, 2019, vieni a sapere che certi alpeggi comunali sono andati all’asta ad aprile o a maggio, gli affitti sono stati portati alle stelle da personaggi venuti da fuori, da prestanome per chissà chi o per chissà quali strani giri sconosciuti a noi profani. Parlo del Piemonte, della Valchiusella, dell’alta Val di Susa. L’allevatore che saliva lì da anni può esercitare il diritto di prelazione, certo. Ma come fai a spendere 10 o magari anche 20 volte più di quel che spendevi prima? Da 5-6 mila euro all’anno a 30, 50, 70 mila o anche di più. All’allevatore tradizionale, al piccolo pastore o margaro, quegli ettari non rendono come agli speculatori. Lui non ha quei contributi. Lui, oltre al suo lavoro (che spesso ormai basta quasi solo più a coprire le spese), ne ha altri pensati veramente per chi fa correttamente questo mestiere, ma magari sono bloccati da qualche parte, non gli arrivano nemmeno, ci sono dei ritardi, delle non conformità nelle pratiche… Come vi ho detto, la galassia degli aiuti comunitari non è semplice da comprendere e da spiegare in poche righe.

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Gregge in alta Val Chisone (TO)

Soldi… maledetti soldi… Sono in tanti a dire che, se non ci fossero i contributi, le cose andrebbero meglio. Sparirebbero quelle “aziende” nate apposta per percepirli. Il mercato dei prodotti sarebbe più sano, non falsato dal sistema. Scenderebbero certi costi, come gli affitti degli alpeggi. Ci sarebbe più spazio per chi vuol fare davvero questo mestiere con passione, con amore per gli animali, le tradizioni, i prodotti, il territorio.

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Una vacca con il suo vitello – Val di Susa (TO)

Mi domando perché le amministrazioni comunali permettano che accadano ancora certe cose. Ingenuità? Mah… Scarsa lungimiranza? Meglio riempire oggi le casse, piuttosto che pensare a che territorio ci troveremo domani? E le associazioni di categoria cosa fanno? Sono conniventi con chi opera le speculazioni? Ma sì, perché queste domande di contributi le puoi fare solo passando attraverso un CAF agricolo… E le domande che fanno girare grosse cifre rendono di più anche a chi queste pratiche le elabora.

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Pascoli della Valchiusella (TO)

Cosa faranno quegli allevatori che, da una vita, salivano su quegli alpeggi? Come si fa a fare le aste ad aprile, a maggio? Dove va chi non ha più la montagna adesso? Non che sia più facile trovarne di vuote a novembre o dicembre, ma almeno hai il tempo per organizzarti. Ma non è solo questo, non è solo la difficoltà che colpisce il singolo. È la montagna che va dritta verso la morte. Non tutti gli allevatori lavorano correttamente, come in ogni settore. C’è chi la montagna la gestisce meglio, chi peggio, così forse proprio questo potrebbe essere un buon metro per valutare chi ha diritto a premi e aiuti. Comunque, ci sono maggiori garanzie che curi il territorio il piccolo, chi ha un numero più ristretto di animali, chi anno dopo anno torna nello stesso posto e ha interesse ad avere dei buoni pascoli, delle strutture in ordine.

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L’arrivo di una bovina in alpeggio per la stagione estiva – Verrayes (AO)

Invece questi piccoli stanno morendo, schiacciati da mille problemi. Loro, i custodi della biodiversità, delle tradizioni, del territorio, dei saperi. È vero che certi bandi per l’affitto degli alpeggi oggi includono parametri come le razze locali o la produzione dei formaggi tipici, ma non basta. Chi ha i soldi, questi vincoli li supera agevolmente, e nelle sue tasche pioveranno ancora altre centinaia di migliaia di euro.

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Edificio d’alpeggio in Valgrisenche (AO)

Magari gli speculatori che nelle scorse settimane si sono accaparrati nuove montagne verranno tenuti sotto stretta sorveglianza (non c’è più il corpo forestale, ma qualcuno magari se ne occuperà). Forse ci saranno inchieste che si trascineranno per anni. Potrebbe succedere che qualcuno arrivi a dire che è stato un errore… Nel frattempo gli anni saranno passati, il conto l’avrà pagato la montagna e i suoi abitanti. Non pensiate che siano poche, le aziende che chiudono. Viene detto che è per la “crisi”, ma sotto questo termine troviamo tanti problemi, tra cui quello di cui vi ho appena parlato.

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Eppure “raccontare storie” va di moda…

Oggi faccio qualcosa di diverso, oggi parlo in prima persona, oggi parlo di me e della mia attività. Come sapete, dal momento che scrivo libri, mi definisco scrittrice. Avevo coltivato il sogno che sarebbe potuta essere un’attività che mi consentiva di viverci, ma non è così. Forse perché non ci dedico abbastanza tempo, forse perché la scrittura si incastra tra i miei altri impegni, quelli del vivere in montagna e dell’allevamento, ma soprattutto perché non faccio i “numeri” che danno una vera rendita.

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Scrivendo in compagnia al pascolo… – Petit Fenis, Nus (AO)

Io scrivo soprattutto attingendo alla mia realtà, quindi tutto collimerebbe alla perfezione, sia quando pubblico saggi, sia quando mi dedico alla narrativa. Non frequento i “salotti culturali”, ho raramente il tempo di recarmi ad appuntamenti extra rispetto alle mie attività, che hanno orari spesso molto vincolanti. Però leggo molto, mi documento, ascolto la radio… Ho scoperto, proprio alla radio, che ciò che faccio spesso oggi viene definito con l’ennesimo termine inglese, cioè “storytelling”. E io allora sarei uno “storyteller”. Cioè racconto storie… Che un tempo erano storie di pascolo vagante, poi sono diventate storie di allevatori, di montagna, di capre e caprai, di alpeggi… Il più delle volte le racconto su carta (nei libri) o su pagine virtuali (qui), ma mi piace anche raccontarle davanti ad un pubblico, dove si può interagire, dove si può spiegare meglio, dove si possono soddisfare le curiosità di chi questo mondo non lo conosce grazie alle domande che sempre arrivano alla fine di una serata, dopo aver osservato le immagini e ascoltato quello che ho raccontato.

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Il pubblico in attesa della presentazione a Novalesa (TO)

Ma ultimamente non si riesce più a fare tutto questo. Come mai? Me lo dite voi? Quando ero praticamente sconosciuta, alle prime presentazioni dei miei libri si riempivano le sale. Che ricordi che ho di quelle serate… La prima di “Dove vai pastore?” al Forte di Fenestrelle. O una presentazione durante una serata di neve fitta alla Crumiere di Villar Pellice, mi pare si trattasse di “Di questo lavoro mi piace tutto”, con la sala gremita, gente arrivata anche da lontano. Venivano gli allevatori, i protagonisti dei libri, gente del paese dove si svolgeva l’evento e persone interessate che si spostavano apposta per essere lì. Serate in Lombardia, in Veneto, in Trentino. Numeri inimmaginabili di pubblico in sperduti paesini di vallate alpine.

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Incontro con gli studenti e il pubblico al CFP di San Giovanni Bianco (BG)

La cosa più bella di questi incontri per me è sempre stato il momento del dibattito che segue la presentazione. Questo è il mio metro di valutazione del successo delle serate. Certo, fa piacere vendere copie dei libri, più che altro per ripagarsi le spese necessarie per realizzarli (tenete conto che, a parte il romanzo, tutti gli altri libri hanno richiesto mesi di interviste sul campo, spostamenti in auto e a piedi, talvolta anche pernottamenti lontano da casa), ma la passione viene tenuta viva dal pubblico. Soddisfare le curiosità, controbattere a chi ha idee differenti, cercare il più possibile di informare correttamente su tematiche che mi stanno a cuore.

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Presentazione del libro fotografico “Pascolo vagante 2004-2014” nel salone della Scuola Malva Arnaldi a Bibiana (TO)

Fino a qualche anno fa dovevo consultare l’agenda quando venivo chiamata per presentare i miei libri, oggi la scelta delle date è quanto mai vasta. In tutta l’estate che sta per cominciare, ho due, dico DUE, appuntamenti in calendario. Eppure è uscito il romanzo “Il canto della fontana” in autunno e la nuova edizione di “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora” in queste settimane. Poi sono più che mai disponibile a presentare tutte le opere degli ultimi anni, a seconda delle necessità del territorio che mi chiama. Parlare di capre, parlare di pastorizia nomade, parlare di itinerari in alpeggio, di turismo legato ai prodotti dell’alpe…

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Al Salone del Libro 2019, stand de L’Araba Fenice editore

Qualche giorno fa ero al Salone del Libro di Torino e mi confrontavo con altri autori ed editori. A quanto pare il male è comune, il problema non è soltanto mio. La gente esce a fatica di casa, forse resta seduta a guardare il computer e lo smartphone? Esaurisce così la sua voglia di socialità e di dibattito? Ogni tanto qualche bella serata la si riesce ancora ad organizzare, ma il più delle volte, per attirare pubblico, bisogna abbinare al libro l’enogastronomia, la musica, oppure riunire due o tre autori.

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Con Valeria Tron a Massello (TO)

Ogni tanto qualcuno mi suggerisce di contattare tizio o caio per organizzare una serata. Tentar non nuoce, però ho proposto le mie ultime opere a tutte le principali biblioteche della Valle d’Aosta senza ricevere una singola parola di risposta, un riscontro di qualsiasi tipo. Perché la presentazione funzioni davvero, deve crederci l’organizzatore per primo. Avere letto i libri dell’autore, apprezzarli, avere un reale interesse sull’argomento. Perché solo così si darà davvero da fare per organizzare e promuovere l’evento, attirare gente. Sempre per esperienza personale, posso dire che se manca questo “entusiasmo”, a volte non vengono ad ascoltarti nemmeno i “padroni di casa” che ti concedono la sala per presentare le tue opere. Meglio allora aver solo un paio di serate in programma, dove sono stati gli organizzatori a cercarti e invitarti, piuttosto che un lungo calendario di appuntamenti messi insieme implorando degli spazi.

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Momenti della mia vita quotidiana, Petit Fenis, Nus (AO)

Sempre al Salone del Libro, ho assistito a qualche incontro con scrittori famosi. Qualcuno era all’altezza della sua fama, altri mi sono sembrate persone normali che poco avevano da dire sulle loro opere. Hanno raccontato soprattutto aneddoti sulle loro vite, probabilmente la loro creatività la esprimono meglio sulla carta, ma d’altra parte è quello che lo scrittore, specie se di romanzi, deve fare. Oggi però va di moda soprattutto il personaggio, quello che parla di qualunque argomento, vanno di moda le polemiche e i toni alti. Io invece continuo a raccontare le “mie” storie. Se vi piacciono, fatemelo sapere.

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Immagini di maltempo durante il pascolo pomeridiano – Petit Fenis, Nus (AO)

Stavo preparando questo post con un po’ di sconforto e disillusione quando mi è arrivato un messaggio da un’amica virtuale del Veneto, Veronica. Poche parole scritte di getto, ma con il cuore, che ancora una volta mi hanno fatto capire come sia importante continuare a fare quello che faccio. Magari i diretti interessati non riescono a venire alle mie serate, perché sono lontani, perché hanno impegni legati al loro lavoro. Magari però i miei libri li leggono, quando sono al pascolo o hanno un momento di riposo. “Volevo ringraziarti per ciò che pubblichi e per come riesci in poche righe a riassumere le situazioni di chi sta cercando di vivere di allevamento. Sono otto anni da quando mi sono trasferita in montagna. Partita per seguire l’avventura dell’ex marito… e dopo un anno la passione viscerale delle pecore… tante vicende meravigliose e molte che ti tolgono il respiro… tanti lavori per mantenere un sogno: lavori serali nei ristoranti, w/e negli agriturismi, lavori qua e là sempre per portare avanti un sogno… Poi l’arrivo delle prime capre un anno fa, il desiderio di caseificare… anni per cercare una stalla e terra. Nessun contratto sui terreni e i pochi che trovi solo in nero, difficili da pascolare. Che brutta realtà per chi desidera vivere la montagna e vivere di allevamento… Grazie per essere presente e scrivere di realtà molto scomode.

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Relax al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Vedete? Anche questa volta vi ho raccontato delle storie. Un po’ della mia, poi quella che emerge dalle righe di Veronica. Così mi viene in mente di aggiungere una cosa: spesso, nelle serate in giro per le Alpi, mi è anche capitato di dare un volto reale e una voce alle amicizie virtuali, sono stati momenti davvero belli, mi auguro possano continuare ad essercene.

La montagna ancora viva, ma fino a quando?

D’ora in poi, quando qualcuno mi dirà che l’uomo, l’allevatore, fa solo danni al territorio (sì, c’è gente che, pur frequentando assiduamente la montagna per svago, la pensa così), lo manderò a fare un’escursione tra Perloz e Lillianes. Intendiamoci, potrei mandarlo in mille altri luoghi, però sono fresca di questa esperienza e vorrei condividerla con voi.

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Frazioni a monte di Perloz (AO)

Durante questa gita si possono fare numerose osservazioni sul paesaggio. Siamo in un territorio non facile. In questa stagione, con gli alberi che iniziano a mettere le foglie e l’erba ancora bassa, si notano tante più cose. I villaggi abbarbicati qua e là sui ripidissimi pendii. Quelli ancora vivi, abitati, circondati da prati verdi. Quelli abbandonati, abbracciati da alberi e cespugli.

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Terrazzamenti e vecchi castagni – Varfey, Perloz (AO)

Dal momento che qui non esiste nemmeno un fazzoletto di terra pianeggiante, per sopravvivere l’uomo si ingegnava, creandosi degli spazi per coltivare con i terrazzamenti. Buona parte delle pendici sono terrazzate, ma solo piccole porzioni di questi terreni sono ancora utilizzate: qualche castagneto non troppo lontano dalle strade che sono state tracciate per raggiungere i villaggi ancora abitati, qualche ex coltivo, oggi prato o pascolo.

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Il sentiero che sale a Chemp dal fondovalle, con le prime statue lignee che si incontrano – Perloz, (AO)
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Il cuore del villaggio di Chemp con le sue architetture caratteristiche – Perloz (AO)
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Una tra le tante sculture esposte tra le case di Chemp – Perloz (AO)

Siamo saliti a Chemp, un villaggio divenuto famoso perché qui abita Pino Bettoni un artista del legno, che ha iniziato ad esporre le sue opere tra le (bellissime) case del villaggio. Oggi Chemp è un vero e proprio museo a cielo aperto, con opere di diversi artisti tra le case, alcune delle quali ristrutturate e abitate, altre in stato di abbandono.

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La frazione abbandonata di Miochaz – Perloz (AO)

Poi però abbiamo proseguito il nostro cammino, raggiungendo altri villaggi completamente disabitati, ma molto belli come posizione ed elementi architettonici. Il sentiero saliva sempre circondato da antichi terrazzamenti.

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Una fontana e le baite abbandonate di Miochaz, Perloz (AO)

Non ero mai stata qui, ma vedendo questa fontana gorgogliante appena oltre quelle case costruite direttamente sulla roccia di un balcone naturale che si affaccia sulla valle, ho pensato che avrei potuto ambientarlo qui, il mio romanzo “Il canto della fontana“. Ma d’altra parte “Vignali” è un luogo di fantasia, così ciascuno di voi può immaginare di averlo trovato, vagando in luoghi come questo…

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Prati e terrazzamenti curati dall’uomo arrivando a Varfey – Perloz (AO)
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Il sentiero per Varfey – Perloz (AO)

Ad un certo punto siamo sbucati in una radura più aperta, dove la mano dell’uomo ancora cura il territorio come un tempo. Il sentiero fiancheggiato dalle pietre, gli alberi potati, le cataste di legna, i prati con l’erba bassa e verdissima, segno che in autunno si era pascolato a dovere. Chissà, forse era anche stato tagliato del fieno. Non so voi, ma questo è il paesaggio che preferisco, quello dove natura e opera dell’uomo si fondono armoniosamente in un susseguirsi vario di colori stagionali e manufatti realizzati con ciò che offre il territorio.

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Varfey – tra Perloz e Lillianes (AO)

Anche a questo villaggio sale una strada, ma dal versante di Lillianes. C’era qualche auto, c’era gente, chi puliva con il decespugliatore, chi preparava il terreno per gli orti. Ma c’era anche un abitante fisso, che ancora risiede a Varfey stabilmente.

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Emilio in stalla con alcune delle sue capre – Varfey (AO)

Si chiama Milio (Emilio), ha una settantina di anni, vive qui con i suoi cani, le capre e due vacche. Inizialmente di poche parole, pian piano inizia a raccontare e ci conduce in stalla a vedere le capre e le due vacche. Quel mattino non le aveva ancora messe al pascolo perché stava aspettando che arrivasse su il vicino con i propri animali. Ormai la primavera avanza e, chi può, già si avvicina agli alpeggi.

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Emilio con il cane davanti alla stalla – Varfey (AO)

Milio da qualche stagione in alpeggio non ci va più, resta qui tutto l’anno. Dice che gli piacerebbe andare a vedere quei grossi alpeggi più su nella valle, come quelli di Saint Barthélemy, ma… non ha la patente, mai presa. Una volta lì non c’era la strada, ma avevano già realizzato una teleferica: “Senza motore! Funzionava a contrappeso. Versavano dentro una benna d’acqua e il carrello di qui scendeva, mettevano il carico e andava su…

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Prati a Varfey – Lillianes (AO)

Il posto è incantevole, in questa stagione poi le luci e i colori sono ancora più belli. Ma è una gestione equilibrata del territorio a far sì che Varfey abbia questo aspetto. Senza la presenza di animali, la necessità di sfalciare per il fieno, il pascolo, sarebbe tutto diverso. Il bosco, i cespugli, le ortiche avanzerebbero fino a ridosso delle case.

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Terrazzamenti con e senza manutenzione da parte dell’uomo nel territorio di Perloz (AO)

Anche sulla via del ritorno abbiamo modo di continuare ad osservare terreni curati e altri abbandonati, dove i terrazzamenti cedono e si innescano delle frane.

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Porta di una casa abbandonata da anni in una frazione disabitata di Perloz (AO)

È vero che esistono casi di ritorno alla montagna, ma… chi andrà lassù il giorno che Milio non ci sarà più? Certo, c’è la strada, ma d’inverno immagino possa non essere sempre percorribile. Aprire un’azienda lassù potrebbe essere fattibile oggi, quando devi per forza rispettare date, scadenze, vincoli, quando devi correre negli uffici per espletare tutta la burocrazia esistente intorno a un’azienda? E partire per andare a vendere i tuoi prodotti? E se hai dei figli da mandare a scuola?

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Uno scorcio del villaggio di Varfey (AO)

Emilio parla del lupo, lui ne ha visti due proprio tra le case del villaggio, in inverno. Dice che quelle bestie lì proprio non ci volevano, che di problemi ce ne sono già tanti, per chi fa questa vita. Una vita come la sua però ormai la fanno in pochi. È facile guardare le immagini e invidiarlo, ma chi farebbe davvero oggi, 365 giorni all’anno, una vita così? Certo, potrebbe insediarsi una giovane coppia, allevar capre, vendere i formaggi… Ma a chi? Così bisogna partire e andare chissà dove, per venderli. Inoltre ci va chi fa il formaggio e chi pascola le capre, tutti i giorni, perché con il lupo da soli gli animali non li puoi mai lasciare. E se hai dei figli, li devi portare alla scuola più “vicina”…

Piccoli animali, grandi problemi

Di certi problemi si parla quotidianamente, insistentemente. Altri, anche molto gravi, non ricevono la stessa attenzione. Del problema lupo sappiamo tutto e anche di più, c’è gente che spaccia per notizie il fatto di averli addirittura sentiti ululare… Con costi elevati in termini di fatica, di stress e di denaro, dal lupo ci si può cercare di difendere (o meglio, di contenere i danni). Ma che fare contro nemici molto più piccoli e sicuramente molto più insidiosi? Con la complicità di un clima mutato, inverni sempre meno freddi, estati con temperature elevate, c’è una serie di animaletti, insetti e non solo, che hanno fatto la loro comparsa dove prima non c’erano o hanno aumentato enormemente il loro numero.

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Zecche sulla mammella di una capra

Partiamo dalle zecche (e ribadiamo ancora una volta che non le “porta” nessuno, piuttosto la loro presenza è favorita dalla combinazione di terreni abbandonati, ricchi di vegetazione, maggiore presenza in queste aree di fauna selvatica e, appunto, temperature più miti).

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Capra che si gratta con un arbusto per liberarsi delle zecche tra le corna

Anche a 1000 metri di quota, potevi già vedere le prime addirittura al mese di gennaio. Prima le capre, poi i capretti, ne sono stati vittima in maniera massiccia. I trattamenti antiparassitari hanno una durata e un’efficacia limitata, in caso di consumo del latte e/o della carne puoi affidarti solo a prodotti a base di erbe, ma servirebbe un bagno completo ogni due tre giorni in una vasca piena di olio di neem o di qualche prodotto piretroide, per tenerle lontane!

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Camminando tra cespugli ed erba alta in terreni semi-abbandonati è facile trovarsi numerose piccole zecche sugli abiti

Le zecche comunque le conosciamo tutti e molti di noi in questi ultimi anni sicuramente hanno avuto modo di fare qualche incontro ravvicinato anche senza essere allevatori o possessori di cani e gatti. Invece ditemi un po’ chi di voi conosce i simulidi. Io non ne avevo sentito parlare fino a due anni fa. Molti allevatori forse ne conoscono gli effetti nefasti, ma non il nome. Sono dei moscerini che, da qualche anno, causano grossi problemi in primavera quando è ora di mettere fuori dalle stalle i bovini. Li ho visti in azione sulle capre, che quest’anno hanno sempre pascolato all’aperto, esclusi quei pochissimi giorni di maltempo.

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Mammella di una capra con i segni delle punture dei simulidi

Già a fine marzo, ma poi in modo massiccio ad aprile, vere e proprie nuvole di questi moscerini circondavano ogni animale del gregge, accanendosi particolarmente sulle mammelle. A parte l’evidente fastidio, su questi animali per fortuna non si sono manifestati effetti peggiori. Con i bovini purtroppo non è così. Non so altrove, ma qui in Valle d’Aosta ogni anno si registra qualche morte per colpa dei simulidi. Le punture causano, oltre al gonfiore nelle zone colpite, gonfiore della gola, della testa e shock anafilattico. Solo un intervento mirato e tempestivo del veterinario può salvarle.

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Gregge al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Si può tentare un trattamento con un prodotto repellente, ma non sempre è efficace. E così anche quest’anno ci sono già state alcune manze morte, altre salvate appena in tempo. Ma non ci sono grosse soluzioni, si mettono le bestie fuori, si tengono d’occhio e si spera. Anzi, ci si fa fare la ricetta del prodotto da iniettare contro lo shock anafilattico dal veterinario e ci si tiene pronti a correre in farmacia (in certe già scarseggia, se uno ha un’urgenza non è detto che in questi giorni riesca a trovarlo subito!).

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Il clima è più freddo in questi ultimi giorni che non nei mesi scorsi – Petit Fenis, Nus (AO)

C’è chi dice che servirebbe un temporale, una pioggia, mentre gli animali sono fuori, così da lavar via l’odore di letame. Dopo i moscerini sarebbero meno aggressivi. E dire che comunque in questi giorni ce ne sono già meno rispetto a qualche settimana fa. Il freddo di questi giorni forse li terrà lontani o li annienterà?

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Vacche valdostane in una piccola stalla di montagna – Varfey, Lillianes (AO)

Erba che viene dura e bestie in stalla perché si ha paura di metterle fuori… C’è chi ha paura di un attacco del lupo, chi delle punture dei simulidi! Qualcuno altrove ha questo problema? Qualcuno ha trovato delle soluzioni efficaci? Quasi mai colpiscono anche l’uomo, ma io ho potuto sperimentare anche questa esperienza, e vi garantisco che la loro puntura è molto fastidiosa, causa un grosso ponfo indurito dal prurito fortissimo che dura molti giorni.

La ristampa è arrivata!

Perché, a distanza di dieci anni, ristampare un “vecchio” libro? “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora – Storie di animali, allevatori e montagna” era uscito nel 2009. I suoi primi passi erano stati decisamente travagliati, ma alla fine era andato in stampa presso una tipografia. Mi ero pagata interamente le spese di pubblicazione e l’avevo venduto tutto di persona, attraverso presentazioni, spedizioni e deposito in conto vendita presso alcune librerie. Ciò nonostante era stato un successo come vendite e come critica. Le copie erano andate esaurite in poco più di un anno e, ancora nei mesi scorsi, continuavo a ricevere richieste.

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Così, quando la casa editrice Araba Fenice mi ha chiesto se non avessi del materiale da pubblicare con loro, ho proposto questa “sfida”, riprendere il vecchio testo, con qualche integrazione, le correzioni del caso e la sostituzione quasi completa delle immagini.

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La “battaglia” tra vacche di razza valdostana castana, un comportamento innato totalmente naturale

La richiesta da parte dei lettori c’era, l’interesse della casa editrice pure… ma soprattutto c’era la mia ferma convinzione che l’argomento su cui è incentrato il libro fosse più che mai attuale. Il tema di fondo dei 32 racconti (30 più due nuovi) infatti è l’etologia di animali che nascono, crescono, vivono con l’uomo come animali da allevamento. Pecore, capre, vacche, ma anche asini, cani (da conduzione e da guardiania). Il loro comportamento naturale e le interazioni con l’uomo. Il pascolo in alpeggio, la transumanza e la stalla. Ma anche il territorio, gli animali che giocano, i predatori, le “battaglie” di vacche e capre. La passione degli allevatori per il loro mestiere e per i loro animali. Ma anche le interazioni con il “resto del mondo”, i turisti estivi in montagna o chi vede un gregge all’aperto d’inverno.

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Bovine di razza piemontese in alpeggio

Oggigiorno c’è sempre più gente che si definisce animalista, ma con questo termine intende una visione fortemente umanizzata del mondo animale. E non nel senso che è l’uomo a farsi carico dell’alimentazione e della salute di ogni singolo capo di bestiame del suo gregge, della sua mandria… Ma nel senso che, per queste persone, ogni animale è da considerare quasi alla stregua di un neonato umano, che necessita di attenzioni e protezione.

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Capre al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Magari leggendo le pagine del mio libro potranno capire che le cose non stanno proprio così. E che… sì, certo, possono capitare delle “belle storie”, ma la natura è anche l’intero gregge che prende a cornate la capra più debole o malata. E la prima a picchiarla è la capretta più piccola, quella che fino al giorno prima era la vittima della supremazia di tutte le altre.

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A questo punto non posso che augurarvi buona lettura. Il libro a giorni arriverà nelle librerie e nei siti di vendita on-line. Il prossimo mercoledì 8 maggio 2019 lo presenterò all’Institut Régional Agricole di Aosta, ore 20:45, presso la sala convegni Canonico Vaudan. Modera la serata il Direttore della sperimentazione Mauro Bassignana. Il 10 maggio invece incontrerò il pubblico alle ore 17:00 presso lo Stand de L’Araba Fenice al Salone del Libro di Torino.