Lacrime e latte versato

Non sono solita scrivere di situazioni che non conosco direttamente, che non ho toccato con mano o di persone che non ho mai incontrato. Però non me la sentivo di tacere di fronte a ciò che sta accadendo in Sardegna. Per diversi motivi: prima di tutto, per solidarietà con chi pratica il mestiere della pastorizia, poi perché i media non ne hanno dato notizia per giorni e… quando l’hanno fatto, la notizia è sembrata quasi un pezzo di folklore, collocata ben dopo le manifestazioni dei gilet jaunes in Francia. Come ultima cosa, ciò che più mi ha infastidito, è vedere come parte del “pubblico” abbia frainteso la protesta, o comunque non abbia attribuito il giusto significato di “versare il latte”.

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Acquerello di Favole artventure – Ilaria Sirigu

Magari qualcuno di voi, a questo punto, dirà: “Sardegna? Perché… cosa sta succedendo in Sardegna?“. Già, perché solo chi “vive” nel mondo dei social network ha subito avuto un’idea di quel che stava accadendo, grazie alle foto, ma soprattutto ai video e ai post degli stessi pastori. Li si vedeva aprire i rubinetti dei frigo del latte, di modo che questo defluisse a terra e poi negli scarichi. Oppure versare secchi di latte nel truogolo dei maiali. Dopo sono arrivati anche video delle proteste di piazza, del latte versato in strada. Ma… andiamo con ordine, come vi ho detto, non conosco direttamente la situazione, così me la sono fatta spiegare da chi sta in Sardegna o di chi ha legami con quella terra.

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L’immagine simbolo della protesta in Sardegna – foto dal web

Prima ho letto quello che mi ha scritto Ivo Boggione, allevatore di capre in Langa: “Noi siamo mezzi sardi, mia mamma è sarda, e finalmente quest’anno a capodanno siamo riusciti coi bimbi ad andare a vedere zii e cugini in Sardegna (lasciando le nostre capre 5 giorni alla custodia degli amici). Siamo legati alla Sardegna, anche la nostra piccola impresa di pastorizia nasce dalla mia esperienza con un pastore sardo che era venuto in Piemonte negli anni 70 per pascolare, nella pianura e nelle Alpi, per mungere le sue pecore e fare pecorino da vendere direttamente. Il problema che vivono in Sardegna in realtà secondo me è quello che ci tocca tutti: è l’essere come agricoltori e pastori tutti ormai in balìa del commercio indiretto, del dilagare di supermercati e centri commerciali, della distanza tra i consumatori e il mondo contadino che produce il cibo. Dobbiamo renderci conto che la protesta dei pastori sardi non è solo per il prezzo del latte, ma per l’assurdità del sistema in cui viviamo. Noi qui non ci possiamo magari lamentare dei prezzi, ma potremmo metterci a protestare per le mille incombenze burocratiche che ci portano via gran parte del guadagno. In Sardegna chi ne trae vantaggio sono le speculazioni sulle esportazioni di formaggi e latte sardi, al nord chi riesce a parassitare il mondo agricolo è il settore terziario. Penso però ai miei cugini che laggiù tribolano: ho visto a inizio gennaio comprare del fieno a 30 euro il quintale, ho visto che è diventato normale per quasi tutti comprare il pecorino del caseificio cooperativo. Ma anche i miei bimbi che lo hanno assaporato hanno capito che il formaggio fatto alla sarda da Cosimo, o quello di Piero di Maria, sono tutta un’altra cosa!

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Un fiume di latte a Oliena – foto dal web

Portate pazienza, a questo punto il discorso si fa lungo, ma non è possibile spiegare cosa c’è dietro alla protesta in poche righe. Proviamo allora ad affrontare il discorso in modo tecnico con un’amica sarda, Erika Sois, operatrice di sviluppo rurale. Ci eravamo incontrate proprio tra i formaggi anni fa ad Amatrice… ma quella è un’altra storia. Erika scrive di getto, mettendoci il cuore di chi vede soffrire la sua terra, la sua gente. “Il latte come il grano (e molto altro ancora) è trattato secondo una logica del prezzo unico basato su quotazioni stabilite chissà dove e da chissà chi. E’ la logica del sistema dominante dove chi produce la materia prima non riceve equo compenso, bensì rimane schiacciato dagli anelli successivi della filiera (trasformazione, commercializzazione). È il sistema capitalistico, dove il trasformatore industriale e la GDO operano per massimizzare la produzione riducendo al minimo i costi. Ma alla base vi sono allevatori ed agricoltori che devono fare i conti anche con la natura, i suoi ritmi, imprevisti ecc. e con contrattazioni sul proprio prodotto non trasparenti, non tutelate, dove il prezzo non lo fa il produttore bensì l’acquirente (il trasformatore). Nel nostro caso, i pastori sono la base di questo sistema, meri conferitori di materia prima il cui prezzo viene stabilito sulla base delle quotazioni del Pecorino Romano. (Ricordiamo che per Pecorino Romano si intende un formaggio DOP prodotto con latte di pecora sarda in Sardegna, Lazio e Toscana – ndA). Si calcola che, nell’isola circa il 60% della materia prima conferita ai trasformatori sia impiegata per produrre Pecorino Romano. E allora sorge la domanda: ma se il mio latte viene utilizzato per produrre altre DOP oppure altri formaggi, perché il mio latte deve essere pagato in base al prezzo del Pecorino Romano?  E poi, tra le decine di caseifici vi sono industriali grossi e piccoli, cooperative, ciascuno dovrebbe prendere autonoma posizione, contrattare con i singoli allevatori in base al proprio piano di impresa. Invece sono semplicemente tutti, e dico tutti (cooperative incluse) concordi con il prezzo base per litro di latte. Poi è vero che si verificano oscillazioni, per cui vi è un industriale che paga a 60 cent./litro (IVA compresa) ed un altro nel medesimo anno a 57, una cooperativa a 65 o 70 ecc. (Il prezzo di quello caprino è ancora più inferiore a causa della sua ridotta resa). Di fatto, i trasformatori creano cartello, il che è illegale. Tanta è la disperazione degli allevatori che, prima della campagna latte, sono accaduti episodi molto squallidi di trasformatori che hanno proposto a degli allevatori un contratto in bianco (senza cifra) garantendo loro la disponibilità immediata di un anticipo sul latte da versarsi. Purtroppo molti allevatori, a causa prima della siccità, poi di temporali, alluvioni e pioggia continua, non avevano più un soldo per poter pagare i mangimi, con conti aperti non saldati nei mangimifici. Insomma, una situazione molto umiliante.”

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Un lago di latte versato per protesta – foto dal web

“La drammaticità della situazione è data anche dal fatto che si parla di un numero elevato di aziende (e quindi di famiglie): da un lato abbiamo circa 35 caseifici, dall’altro circa 18.000 aziende (di cui oltre 12.000 ovine, le restanti caprine). Altro aspetto importante, a livello istituzionale abbiamo diversi luoghi deputati al confronto tra le parti (industriali, cooperative, rappresentanti di categoria, assessorato ed agenzia di assistenza in agricoltura, OP, consorzi di tutela). Si susseguono: Tavolo Verde, OILOS ecc., una serie di incontri periodici al cui tavolo si discute anche del prezzo del latte, con conseguenti “fumate nere” perché il mondo della trasformazione afferma di non poter pagare di più la materia prima a causa del prezzo del formaggio sul mercato, delle giacenze nei magazzini ecc. Altro aspetto, i consorzi di tutela, quello del Pecorino Romano dovrebbe avere il compito di eseguire controlli sui contingentamenti di prodotto e procedere alle sanzioni nei casi in cui i trasformatori producano oltre le soglie stabilite (proprio al fine di tentare di bloccare i prezzi e garantire che non scendano sotto il livello previsto), ed invece nulla! Il Consorzio “fantoccio” non controlla, non sanziona. Altro aspetto è la connivenza di tutti i trasformatori, Coop incluse, con i grossi industriali per esigenze commerciali: il Pecorino Romano è destinato nella quasi totalità al mercato USA e Canada, e quei mercati sono controllati direttamente da 2-3 soggetti tra cui i più grossi industriali sardi.”

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Stand del Consorzio Pecorino Romano – foto dal web

“Venendo al prezzo attribuito al litro di latte, 0,60 cent. (IVA compresa), questi risulta ben al di sotto del costo di produzione (stimato da Ismea in 1 €/litro). Ovviamente ogni azienda avrà il suo costo, ma certamente non si discosta poi tanto dalla stima.
La protesta: questa parte alcuni giorni fa quando cominciano a girare dei video sui social dove si vedono degli allevatori che spontaneamente decidono di buttare il proprio latte chi ai maiali, chi apre la valvola del refrigeratore lasciando che il latte cada a terra, poi l’assalto ad un camion trasportatore, due uomini incappucciati costringono l’autista di una cisterna a fermarsi e poi aprono le valvole lasciando sgorgare a terra il latte (il latte era stato appena ritirato dalle aziende.”

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Solidarietà dalla Toscana: i pastori fermano il rally di Radicofani (SI). Molti pastori in Toscana hanno origini sarde – foto S.Moscadelli

“Episodi di questo tipo si moltiplicano a decine in ogni angolo dell’isola, si organizzano blocchi sulle principali strade con relativo versamento di latte, oppure nelle piazze dei paesi e si coinvolgono anche i sindaci. Si presidiano i cancelli del più demonizzato degli industriali -Pinna- si assaltano le sue cisterne, dei manifestanti riescono ad entrare nello stabilimento e a provocare dei danni. Cominciano ad attirare l’attenzione della stampa nazionale e aumentano i gesti di solidarietà. Al latte versato dai singoli pastori, a quello delle cisterne, si aggiungono oggi assalti a camion che trasportano latticini, a camion che trasportano carni importate. Proprio l’importazione è un’altra nota dolente. La protesta consiste anche nel presidiare i porti dell’isola nelle ore in cui è previsto l’attracco delle navi, perché gli industriali importano anche latte dall’estero (quello ovino prevalentemente dai Balcani-Romania, Bulgaria). Ci sono stati anche episodi smascherati di importazione di formaggio Pecorino dalla Romania (Pinna possiede un grossissimo stabilimento caseario anche in Romania).
Va detto che la protesta non ha colore politico ed è comunque appoggiata dal Movimento Pastori Sardi. Molti degli allevatori in prima linea sono del Movimento.
Ultima osservazione: il ruolo della politica. Semplicemente inutile, incapace di farsi carico di responsabilità, incapace di affrontare la lobby dei trasformatori e di avanzare e pretendere tutele per i produttori. Attualmente siamo in campagna elettorale, il 24 febbraio rinnoveremo il nostro Consiglio Regionale, è la situazione è molto delicata anche per questo motivo.

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A Bottidda i pastori hanno regalato ricotta – foto dal web

Come vedete il discorso non è affatto semplice. Si è creato un sistema e non è facile venirne fuori. Molti, in questi giorni, hanno criticato il fatto che il latte venisse versato, senza capire quanta sofferenza e rabbia c’era dietro quel gesto. Qualcuno, senza capire, diceva che il gesto sarebbe stato più apprezzato se il latte fosse stato donato… Ma chi beve latte di pecora? E poi… siete a conoscenza di tutte le leggi sanitarie in merito? E come lo si trasportava il latte, migliaia di litri di latte fresco? Trasformarlo… qualcuno l’ha fatto e ha donato la ricotta, ma ormai chi vende il latte, lo fa anche perché non ha le attrezzature, il tempo, il personale, il posto per fare i formaggi. Le mungiture quotidiane non sono di 10-15 litri che fai scaldare sul fuoco in cucina nella pentola della conserva! Tra i tanti video che ho visto, mi hanno colpito specialmente quelli delle donne, delle pastore, madri, mogli, figlie. Leggete per esempio questa lettera aperta scritta dalla figlia di un pastore, Marzia Zucca: “(…)Quello che state vedendo tutti in questi giorni non è un latte buttato nella fogna, è il sudore, è il sacrificio, è l’alzarsi presto la mattina per cercare di andare avanti, è andare a letto presto la notte con la speranza che le pecore non siano uscite dal terreno,è sperare in una buona annata di pioggia affinché cresca l’erba per le nostre pecore, è la disperazione dei pastori, è il lavoro di anni, di una vita. Dietro quel latte c’è un padre che al nostro compleanno, al nostro battesimo, battesimo,alla mia laurea,a Pasqua, a Natale è sempre andato prima in campagna. (…)

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Immagini della protesta dei pastori in Sardegna – foto dal web

Versarlo io lo vedo come un modo di farlo tornare alla terra, meglio che vada a concimare l’erba, piuttosto che svenderlo… In questo momento le soluzioni quali potrebbero essere? Pagarlo al giusto prezzo (ma non solo in Sardegna, il discorso vale per ogni luogo e per ogni tipo di latte!) e non farlo arrivare dall’estero. Ma qui entrano in gioco interessi economici e politici, come già spiegato sopra. Trasformare e valorizzare il proprio prodotto? Certo, ma… non è semplice e, forse, non è fattibile per tutti. Perché è vero che, se valorizzi il tuo prodotto, puoi riuscire a trovare un giusto equilibrio tra numero di animali e dimensioni aziendali, ma il discorso della commercializzazione e promozione non è alla portata di tutti. Inoltre, ci sarà sempre e comunque un mercato che non potrà permettersi un prodotto di qualità a caro prezzo.

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Si versa il frutto del lavoro quotidiano – foto dal web

Lo dice anche Erika nel lungo scambio di messaggi che abbiamo avuto in queste ore: “Chiedendo un prezzo unico della materia prima il mondo pastorale dimostra di non riuscire ad uscire dalla logica logica del sistema, perché continua a chiedere un innalzamento del prezzo minimo (ma sempre unico!). Invece, proprio perché ad essere disfunzionale è il sistema, si dovrebbe uscire quello dominante ed instaurarne un altro. Quale? Collegare il prezzo della materia prima al suo livello qualitativo (con riferimento a parametri nutrizionali e organolettici). Perché il latte non è tutto uguale, dipende da come l’animale vive e si alimenta (e questo l’antico pastore lo sapeva, facendo differenza tra una forma di formaggio da latte di gennaio/febbraio ad una sicuramente più eccellente derivante dai Pascoli di marzo/aprile ecc.). Dovremmo recuperare questa antica consapevolezza, oggi rafforzata dal sapere scientifico. Tutto questo presupporrebbe però un grande sforzo della trasformazione, nuovi investimenti per adeguare impianti e sistemi di commercializzazione… ecco, forse, perché risulta ancor più complicato da attuarsi.

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Ancora un’immagine della protesta – foto dal web

Siamo andati un po’ nel tecnico, ma era necessario farlo, andare oltre le emozioni delle lacrime e del latte versato, anche per provare a dare delle risposte e delle soluzioni che dovranno necessariamente essere trovate. Perché altrimenti morirà la pastorizia, l’allevamento, un popolo, una terra. Questa protesta dovrebbe far riflettere tutti, allevatori e consumatori. I primi ritengono che il loro latte sia equamente pagato? I secondi, acquistano in modo consapevole?

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6 Replies to “Lacrime e latte versato”

  1. I produttori di reddito vanno ascoltati. Lo abbiamo imparato negli anni ’70, quando la base produttiva industriale ha fatto sentire il suo disagio di fronte ad un’economia che spumeggiava nel boom economico e le tute blu arrancavano, Salto di 50 anni e mi vengono in mente i forconi, altra massa produttiva insoddisfatta. Oggi i produttori sardi, produttori di latte e di redditi, stremati. Un governante che non si accorge del disagio dei sudditi è biasimevole, specie se costringe lo stesso a distruggere il prodotto del suo lavoro.

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    1. i forconi sono stati una protesta strana, un fuoco di paglia nato e morto nel nulla con personaggi alquanto discutibili a capitanare la massa degli scontenti. qui l’iniziativa è nata pian piano nelle piccole aziende, sfruttando la forza di un video su facebook, poi è avanzata nelle strade…

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  2. A proposito di quote latte, la politica stravolse il significato vero di quella protesta, i grandi investitori si costruirono i caseifici o si trasferirono nelle zone montane ridendosene delle quote (ricevettero contributi per farlo) e affossarono le piccole aziende. i piccoli produttori dovevano per forza cercare di produrre di più, se le spese aumentano e il prezzo cala come si vive?
    L’industrializzazione fu un disastro a livello qualitativo ed ecologico. Il disciplinare del parmigiano reggiano prevede che il cibo delle vacche provenga dalla zona di produzione, ma queste migliaia di bestie qui non ci possono mangiare, perché è una zona piccola. E le deiezioni di questi allevamenti industriali stanno inquinando anche le falde acquifere!!!! Per poter allevare, bisogna dimostrare di avere in gestione abbastanza terreno per poter “contenere” le deiezioni, ma non è specificato dove deve essere ubicato quel terreno. Ci sono aziende che prendono in affitto “saldoni” lontani più di 50 chilometri dalla stalla, vi sembra credibile che trasportino urina fin là? non lo è perché avrebbe un costo troppo elevato e allora sversano nei fiumi o nei fossi! Così mangiamo parmigiano che non è nemmeno l’ombra di quello prodotto 40 anni fa e beviamo acqua sporca perché il terreno è completamente impregnato!
    al “signore” che 30 anni fa mi disse di essere stanco di pagare le mie multe di sovrapproduzione posso rispondere solo cin cin, io ho chiuso la mia stallina smettendo di fargli danno e a lui resta un bel bicchierone di latte che è arrivato in Italia in polvere, perché era un viaggio così lungo che non poteva farlo allo stato liquido.
    prosit e anche vaffff…..
    ad oggi la quantità di latte prodotta non è ancora quantificata come non lo era allora?
    si nota che sono ancora arrabbiata?

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    1. …a me risultava addirittura che certi “allevatori” avessero acquistato/affittato terreni nei paesi dell’est… e dubito che portino là i liquami, più ancora che non a 50km dalla stalla! ci sono tante porcherie studiate a tavolino che fanno sì che oggi non si riesca più a lavorare e… chi lavorerebbe come si deve, spesso è costretto a chiudere, perché soccombe di fronte a un sistema che non premia il piccolo (nonostante le tante belle parole che si sentono in giro). sul latte, ho trovato questo https://www.clal.it/?section=import_latte_italia_d, dove si vede come di latte ne importiamo non poco. perché? che senso ha? mah…

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      1. l’unico archivio dati che ci avrebbe potuto dire esattamente quanto latte produciamo in Italia… ma ti guarda che sfortuna!!! è bruciato, e sai che fu un grande uomo della mia città che fece accettare la dicitura “fresco” per il latte prodotto da 7 giorni? il tempo di portarlo dall’est. Io credo che bisognerebbe capire che il latte dopo 7 giorni è marcio per poter legiferare in proposito, o no?
        siamo grandi importatori di latte specialmente in polvere e poco tempo fa abbiamo rischiato che ci potessero anche fare il formaggio legalmente. comunque la multa l’hanno fatta pagare anche a chi produceva formaggio di nicchia, c’erano in ballo molte cose.

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        1. …e dire che, il latte fresco, se lo lasci lì due giorni già inacidisce… siamo comunque sempre lì: un formaggio stagionato venduto a pochi euro al kg, non può esser stato fatto “come si deve”. così come un olio, una marmellata, una passata di pomodoro, ecc ecc ecc

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