Una lunga estate… e un autunno breve!

Il maltempo ha colpito duramente quasi tutta Italia. Qui per fortuna i danni sono stati limitati, così possiamo anche goderci qualche immagine che, passato il vento fortissimo, ispirano quiete e silenzio. Ma prima andiamo indietro solo di qualche giorno…

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Stambecchi al Colle Vessonaz – Quart (AO)

Era solo la scorsa settimana quando si poteva ancora stare in canottiera a 2800m, mentre gli stambecchi si godevano il sole caldo. Come si vede, avevano accumulato un bello strato di grasso, indispensabile per affrontare l’inverno. Certo, a queste quote l’inverno può arrivare presto, però sembrava ancora così lontano, mentre il sole splendeva nel cielo limpido e scaldava l’aria.

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Alpeggio Champanement – Quart (AO)

A quote inferiori, gli alpeggi ormai chiusi attendevano silenziosi il trascorrere della brutta stagione, ma i pascoli circostanti, concimati, già avevano ripreso un bel verde, quasi fossimo in primavera. La conca era davvero calda, al riparo dal vento. Sembrava che l’estate stesse ancora continuando, nonostante il calendario.

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Strada per Champanement – Quart (AO)

I larici stavano appena iniziando a cambiare colore: dal verde gli aghi viravano al giallo e solo alle quote maggiori avevano già raggiunto la tonalità giallo oro, che poi sarebbe mutata in arancione, prima di disperdersi nel vento freddo autunnale.

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Pascolo autunnale – Lignan (AO)

Nei villaggi abitati tutto l’anno si pascolava ancora, approfittando del bel tempo e della disponibilità di erba. Eppure il meteo aveva altri programmi…

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Saquignod – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Così in poco tempo il paesaggio è cambiato bruscamente. La neve è arrivata non soltanto in alta quota, ma è scesa anche su quei pascoli dove le mandrie dovevano ancora pascolare per qualche giorno, per qualche settimana.

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Veplace – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Gli alpeggi ora sono davvero silenziosi, e non pare più strano come la settimana precedente, con tutto quel caldo e quel sole. Chissà se questa neve durerà, se sarà soltanto il primo strato che coprirà i pascoli per tutto l’inverno. Oppure tornerà il caldo “anomalo” e la farà sciogliere interamente?

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Neve autunnale a Lignan – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Dalle mie parti si dice che, se nevica sulla foglia, l’inverno non darà noia. Non so se valga lo stesso detto anche in Valle d’Aosta… Solo in primavera potremo dire se il detto giusto è questo, oppure quelli legati all’abbondanza di frutti di cui avevamo parlato qui.

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Bosco di larici – Veplace, Vallone di Saint Barthélemy (AO)

L’estate è stata lunga, con giornate più calde della norma e il caldo si è protratto sull’inizio dell’autunno, poi ora ecco la neve a imbiancare larici che ancora non erano diventati gialli.

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Ultime discese dai monti – Blavy, Nus (AO)

Mentre scendevo tra neve e nebbia, nell’aria mi è arrivato il suono caratteristico degli Chamonix. C’era qualcuno che stava lasciando l’alpeggio in quel pomeriggio successivo alla precipitazione che aveva portato neve e pioggia sulla valle. Ho poi incontrato la mandria quando era ormai quasi a casa, si trattava di un piccolo gruppo di animali partito dai pascoli di un villaggio più a monte. “Avevamo ancora erba per un giorno, ma…” Ma quell’imbiancata precoce ha accelerato il rientro.

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Gregge nel Vallone del Gran San Bernardo (AO) (foto M.Blanc)
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Partenza del gregge verso la pianura – Vallone del Gran San Bernardo (AO) (foto C.Vuillermoz)
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Ora di tornare in stalla – St. Rhemy-en-Bosses (AO) (foto D.Ronc)
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Fine stagione di pascolo – Gressoney (AO) (foto R.Cilenti)

Foto mie di discese nella neve, di transumanze degli ultimi a scendere non ne ho. Ma ho pescato qua e là qualche bella immagine tra quelle postate dai miei amici. La maggior parte delle mandrie è scesa già da qualche tempo, restava ancora qualche pastore, qualche piccolo gruppo di animali…

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Rifiutare un’eccellenza

L’altro giorno mi è capitato di parlare con una figlia di allevatori, sorella di un pastore di pecore. La sua famiglia da anni gestisce un locale in montagna, dove salgono in alpeggio gli animali. Qui “da sempre” si può mangiare una sana cucina casalinga, gran parte dei prodotti (come latticini e carne) è ovviamente di origine aziendale. Oggi queste strutture si chiamano “agriturismo”, ma questa è talmente conosciuta da non aver bisogno di etichette.

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Parto durante la transumanza – Valle d’Aosta

Dal momento che, in azienda, vengono allevate anche pecore, è naturale inserire anche la carne d’agnello nel menù. Lo si è sempre fatto, ma negli ultimi tempi è quasi impossibile farlo. Non è colpa di un aumento di seguaci di diete che non prevedano l’uso di carne… è l’agnello in sé a venire rifiutato. La causa non è da cercare chissà dove, semplicemente le martellanti campagne che tappezzano muri, fiancate di autobus, imperversano on-line e approdano in TV specialmente nel periodo pasquale, lasciano il loro segno. Qui viene sempre presentato l’agnello come neonato, puntando il dito soprattutto sulla crudeltà nel cibarsi di un essere così piccolo.

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Se mettiamo l’agnello, la gente non lo ordina… ma qualunque altra carne sì. E’ proprio solo l’idea, perché non è nemmeno che non piaccia, non sanno nemmeno che gusto abbia. Se glielo si fa assaggiare, poi dicono anche che è buono!” Serve ben poco dire, scrivere infinite volte che non sono quelli nelle immagini gli agnelli che si macellano e cucinano, ma animali di età e peso maggiore. Dici agnello e la maggior parte della gente associa a questo animale un esserino di pochi giorni di vita, dal quale oltretutto non si riuscirebbe nemmeno a ricavare carne!

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Transumanza – Pontey (AO)

Non ci sarà progetto di valorizzazione delle carne ovicaprina in grado di sovvertire queste campagne così martellanti, così massicce e spesso così infarcite di notizie incomplete o errate. Ciò che colpisce alcuni punti delicati della nostra sensibilità non si cancella facilmente. Inoltre si vanno a toccare simbolismi che hanno radici nella notte dei tempi… solo che, fino a non tanti anni fa, l’agnello era l’animale da mangiare specialmente in abbinamento ad alcune feste religiose, oggi invece c’è chi lo rifiuta sempre e comunque.

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Pascolo in alpeggio – Valchiusella (TO)

Non sono nemmeno vegetariani, come si diceva… magari sono persino consumatori attenti di cibo naturale, biologico, sano. Ma un’eccellenza come la carne di agnello la rifiutano. Parliamo davvero di un’eccellenza, spesso abbiamo animali di razze in via di estinzione, fortemente legate al territorio, le cui carni hanno caratteristiche nutrizionali di pregio.

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Transumanza di un gregge vagante in Valle d’Aosta – Pontey (AO)

Per non parlare poi di tutta la componente tradizionale, culturale, storica che la parola “transumanza” evoca. Si parla di inserire la transumanza tra i beni patrimonio dell’umanità UNESCO, ma a me questo sa un po’ di “museo”, di qualcosa che è scomparso o quasi, di cui bisogna mantenere vivo il ricordo o la rappresentazione di quello che è stato. La pastorizia, la transumanza, esistono ancora, ma è solo consumandone i prodotti che le si possono mantenere vive, senza bisogno di scomodare l’Unesco o chissà chi altri.

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Pascoli in attesa delle greggi – Cervieres (Francia)

Se in Piemonte metti nel menù il tuo agnello, quello che ha succhiato il latte della madre, che si è alimentata quotidianamente al pascolo, poi ha iniziato lui stesso a brucare le profumate erbe dell’alpeggio… il tuo tegame rischia di rimanere pieno in cucina anche passata l’ora di pranzo o di cena. In Francia, appena oltre il confine, abbiamo greggi che pascolano nei valloni migliori, carne di agnello IGP, e questa carne è onnipresente nei menù non solo delle piccole attività di ristorazione agricola, ma anche nei migliori ristoranti cittadini. E la nostra politica, in tutto questo, che fa? Per non parlare delle associazioni di categoria… Prima di pensare a valorizzare la carne di questa o quella razza locale, bisogna fare piazza pulita di tutta la disinformazione o la cattiva informazione legata all’allevamento e alla macellazione di ovini (e caprini). E’ carne come qualunque altra… anzi, ben sovente proprio quella delle pecore è una forma di allevamento totalmente all’opposto dell’allevamento intensivo. Se vi va bene lo spezzatino o la salsiccia, quindi non siete contrari ad allevamento e macellazione, perché non l’agnello?

Il canto dell’autunno

Giornate autunnali di sole, ancora abbastanza miti, anche se stamattina per la prima volta sull’erba dei prati qua e là c’erano chiazze di brina. Giornate anche di fiere e rassegne autunnali…

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Vi segnalo, tra le tantissime, quella di Bobbio Pellice, che si terrà questa domenica. Tra le iniziative in calendario, giovedì 25 ottobre presenterò i miei ultimi due libri “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta – 23 itinerari escursionistici” – MonteRosa Edizioni e “Il canto della fontana” – Pentàgora.

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E’ passato quasi un anno da quel pomeriggio di novembre in cui mi recavo a Ronco Scrivia (GE) per la premiazione del Festival di Letteratura Rurale “Parole di Terra” e avevo l’inaspettata sorpresa di vincerlo con il mio inedito “Il canto della fontana”. Per non sovrapporci con l’altro libro già programmato per la primavera, il romanzo è uscito il mese scorso. La casa editrice è Pentàgora. On-line lo trovate senza problemi, nelle librerie occorre ordinarlo, perché essendo una piccola casa editrice indipendente purtroppo è difficile avere gli spazi e la visibilità delle grandi case…

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Pascolo serale – Petit Fenis, Nus (AO)

C’è molto autunno, in questo mio romanzo. E’ stato scritto in gran parte mentre ero al pascolo del mio piccolo gregge di capre in Piemonte. Nasce in realtà come una raccolta di impressioni, di momenti “catturati” in quei momenti di quiete, circondata solo dalla natura, con la possibilità di osservare senza fretta ciò che mi circondava.

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Foglie d’acero in veste autunnale – Vallone di St.Barthélemy, Nus (AO)

Principalmente il bosco, nelle sue variazioni stagionali, apprezzabili giorno dopo giorno, istante dopo istante. “Ogni foglia quel giorno danzava su note silenziose, il bosco era un immenso palcoscenico apparentemente senza spettatori. Era un gran privilegio quello di potervi assistere senza aver pagato altro biglietto oltre la fatica dei passi che mi avevano portato qui.” Avendo saputo del premio letterario, ho pensato di usare quella raccolta di “momenti”, di “impressioni” come sfondo per un racconto lungo, un breve romanzo, che è rotolato via via dalla mia fantasia allo scritto che potete leggere ora.

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Autunno in alta quota – Tsa de Fontaney, Vallone di St.Barthélemy (AO)

Il romanzo è ambientato in montagna, la montagna dei colli e delle vette, delle escursioni del protagonista all’inizio del romanzo, per seguirlo poi in una montagna a misura d’uomo dove si può cercare di vivere tutto l’anno. Una montagna ora abbandonata, ma ancora ricca di risorse “semplici”, da riscoprire con fatica e soddisfazioni.

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Autunno tra i larici – Bois de Chaléby (AO)

Il protagonista lassù ricomincia a “vivere” come forse non aveva mai fatto prima. “Vivevo e mi sentivo utile. Sceglievo io quotidianamente come organizzare la mia giornata. Mi fermavo quando volevo, potevo stare anche mezz’ora a occhi chiusi, addossato al muro di quella che avevo deciso di battezzare la “casa estiva”, cioè quella che conteneva l’amaca, ad ascoltare il canto della fontana. Era quello l’elemento che mi impediva di sentirmi solo (…).”

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Mattina autunnale – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma è possibile, oggi, nel XXI secolo, sfuggire ad un mondo dove conta più l’apparire che non l’essere? Il protagonista cerca di farlo, sugli esiti della sua storia… lascio ai lettori la scoperta, pagina dopo pagina. Sono solo 119, credo che lo leggerete in fretta e spero che vorrete condividere con me le vostre impressioni. Fino ad ora ho scritto soprattutto saggi, quindi ci tengo particolarmente al giudizio di voi lettori su questa mia opera di narrativa. Posso andare avanti ambientando storie di fantasia nel mondo reale, quello che conosco meglio, tra montagne, pascoli, alpeggi, greggi e mandrie in cammino? Anche nel “Canto della fontana” ci sono degli animali, senza di loro il protagonista non sarebbe riuscito a sopravvivere nel “suo” villaggio…

Abbondanza d’autunno

In giornate ancora troppo calde per la stagione… parliamo d’autunno. C’è chi nega il riscaldamento globale dicendo: “Vedi? C’è già la neve sulle cime.” Vero, per fortuna c’è la neve, ma le temperature sono sopra alla media. Poi, per definire una tendenza, bisogna guardare i dati sul lungo periodo, le medie delle temperature.

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Aceri nel Vallone di St. Barthélemy – Nus (AO)

In quest’autunno ancora molto mite (sto raccogliendo pomodori in abbondanza a 1000 m di quota), è arrivato il momento in cui i colori esplodono e ogni albero, prima di perdere le foglie, le vede tingersi di tutte le tonalità di giallo, arancione, rosso.

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Albero di pero – Lignan, Nus (AO)

E’ bello guardare i versanti delle montagne e individuare le diverse macchie dai colori più intensi, mentre in alto i larici invece si colorano uniformemente passando dal verdolino al giallo, all’arancione, al ramato.

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Mandria al pascolo – Lignan, Nus (AO)

L’autunno precede la stagione che un tempo era quella del riposo, dell’immobilità. Oggi si ferma la natura, ma anche chi pratica i lavori più tradizionali è spesso ossessionato dal doversi muovere, dalle cose da fare senza possibilità di proroghe. Gli animali intanto pascolano placidamente l’erba ricresciuta dopo il taglio del fieno. Prima o poi arriverà il freddo, la brina, si spera anche la neve, e così si tornerà in stalla. Da queste parti la fienagione è andata bene, le scorte non sono scarse come l’anno precedente.

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Pascolando ghiande nei boschi – Nus (AO)

Questo è un autunno di abbondanza: le capre corrono rapide sotto le querce, sapendo che troveranno ghiande in abbondanza. E’ un cibo molto gradito e nutriente che assicurerà il pascolo anche più avanti nella stagione, quando le foglie saranno cadute.

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Un riccio anomalo, contenente addirittura sei castagne – Nus (AO)

Anche sotto i castagni ci sono ricci gonfi di grosse castagne come non se ne vedevano da qualche anno. Prima vengono raccolte dagli uomini, quel che resta verrà consumato giorno dopo giorno dalle capre. Oggi la castagna non è più quel “pane” fondamentale per le genti di montagna come in epoche più antiche. Però da più parti ho sentito dire che questo sarà un inverno lungo, dato che la natura fornisce così tanti prodotti per affrontarlo.

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Albero di sorbo carico di frutti – Lignan, Nus (AO)

Sarà vero? Valgono ancora i vecchi detti, anche in epoca di riscaldamento globale? Cosa si guarda dalle vostre parti come “segnale” in vista dell’inverno? Il sorbo è uno di quelle piante a cui si fa spesso riferimento: quando ha tanti frutti d’autunno, ci sarà tanta neve d’inverno. Ma c’è anche chi guarda i noccioli. Oppure l’altezza delle genziane (Gentiana lutea): più sono alte nei pascoli a fine stagione, più verrà neve.

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Frutti del crespino – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)
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Pigne di abete – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Non so se ci sia del vero in tutto questo: le piante selvatiche alternano annate più ricche di frutti/semi (anni di pasciona) con annate più scarse. Lo farebbero anche le piante da frutta coltivate, se l’uomo non intervenisse con la potatura, l’irrigazione, la fertilizzazione, ecc. Quel che è certo è che, con un autunno così ricco gli animali (selvatici, ma anche i domestici che vengono pascolati e approfittano di questa abbondanza) potranno ingrassare e accumulare scorte per affrontare l’inverno. Come sarà questa stagione… lo potremo poi dire al mese di marzo!

Una lunga riflessione di un pastore emigrato

Quando ho ricevuto l’e-mail di Andrea, gli ho risposto dicendo che non sapevo se avrei potuto pubblicare tutta la sua storia su queste pagine. Poi ho letto e riletto il suo testo e ho deciso di apportare solo dei minimi tagli. Prendetevi un po’ di tempo per leggere questo post fino in fondo. Le sue riflessioni secondo me genereranno in ciascuno di noi molti pensieri. Lascio allora la parola a lui e alle sue immagini… visto che il post è molto lungo, vi terrà compagnia anche nei giorni in cui non riesco ad aggiornare queste pagine!

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Andrea e Kira

Mi chiamo Andrea e sono un pastore di vacche da latte, trapiantato per il momento in Francia sui Pirenei. Ho 35 anni, sono originario della provincia di Brescia, Lago di Garda. Vengo da una famiglia che non ha alcun legame con l’agricoltura e l’allevamento, se non un bisnonno contadino che ho avuto la fortuna di conoscere e di ammirare e che sicuramente ha avuto una forte influenza sulla mia infanzia e mio padre che ha una grandissima passione per i cavalli (lasciati allo stato brado e cavalcati nei trekking di montagna). Ho cominciato ad avvicinarmi all’agricoltura quando avevo 18 anni, soprattutto lavorando sugli ulivi per la produzione di olio di oliva. L’agricoltura mi ha sempre appassionato perché adoro lavorare all’aria aperta, perché ho una grande passione per il lavoro fisico e di fatica, non so perché, ma amo sgobbare. Quindi per diversi anni della mia vita ho tirato a campare lavorando sugli ulivi e facendo vendemmie o raccolte di frutta e verdure.

Poi la mia vita ha preso un’altra direzione: ho vissuto in Australia per 5 anni, dove per 3 anni ho lavorato nel mondo della fotografia pubblicitaria, principalmente come assistente fotografo, ma anche come fotografo fino a quando ho sviluppato una certa coscienza che mi ha fatto comprendere che in realtà, avendo sempre detestato le pubblicità, non riuscivo a vedere un senso in ciò che stavo facendo. La fotografia è una delle mie grandi passioni, tramandata da mio padre fotografo, che però ho cominciato a vivere con meno entusiasmo con l’avvento del digitale che l’ha resa secondo me un mezzo creativo troppo inflazionato e troppo legato a meccanismi di lavoro e di postproduzione troppo artificiosi. Senza valutare il fatto che detesto passare le ore davanti al computer.

Tornato in Italia ho ricominciato a fare lavori di agricoltura e di giardinaggio, ma sentivo che mi mancava qualcosa. Come contadino ero anche in gamba perché in ogni cosa che faccio ci metto sempre anima e cuore, ma non ero particolarmente dotato nel rapporto con le piante. Ho fatto un periodo di tre anni a lavorare in un vivaio di piante grasse, avevo bisogno in quel periodo di un lavoro sicuro a tempo pieno, ma in realtà il lavoro non mi appassionava e ho cominciato ad essere negativo e stanco. Così ogni volta che andavo in montagna e mi capitava di vedere i pastori e i malghesi mi sembrava di sognare ad occhi aperti, vedevo una vita lontana da meccanismi di una società che spesso fatico a comprendere, la relazione con gli animali, con la montagna, con i cani da lavoro, una vita così concreta e reale. Mi sembrava un sogno perché davo per scontato che fosse una vita riservata alle persone che erano cresciute in questo ambiente, inconsciamente pensavo che dato il mio background non sarei mai stato in grado di fare una vita del genere. Fortunatamente la mia compagna dell’epoca mi ha praticamente “obbligato” a cambiare vita. Abbiamo così cercato l’incontro con una coppia di pastori delle nostre zone e a loro abbiamo chiesto consiglio. Loro facevano le stagioni in alpeggio in Svizzera con le vacche da latte e così ci hanno invitati: siamo andati a trovarli in Svizzera e abbiamo passato più di un mese a condividere la vita con loro. Dopo una settimana avevo già capito che quella era la mia vita! La stagione successiva il destino ha voluto che si liberassero due posti nella stessa malga così abbiamo fatto la nostra prima stagione lì, io ero aiuto casaro e responsabile della cantina e dovevo fare con i pastori le mungiture. Ma la mia vera passione era il lavoro di pastore e quindi ho fatto i salti mortali tutta la stagione per riuscire ad uscire anche al pascolo ed imparare così a pascolare gli animali. L’inverno precedente avevo anche trovato Kira, il mio cane da pastore e la mia necessità era anche riuscire ad arrivare a fine stagione con un cane pronto al lavoro. Fortunatamente Kira è un cane la cui priorità assoluta è lavorare, veramente ho avuto una gran fortuna ad incontrarla perché ha imparato molto in fretta, a sette mesi radunava già le mucche e si districava bene nel lavoro e poi chiaramente è andata migliorando nel corso della stagione, veramente una mitica ed un altro motivo per cui ringrazierò eternamente la famiglia di pastori che mi hanno introdotto al mestiere è anche che mi hanno donato questa compagna di vita. È da quando sono nato che ho la passione dei cani ma ho sempre aspettato di prenderne uno perché la mia vita prima non era mai stata abbastanza stabile secondo me. È per questo che uno dei motivi che mi lega molto al mestiere è anche il rapporto con i cani. Perché posso vivere la relazione con loro in completo equilibrio e armonia.

Prima di affrontare la stagione con le mucche avevo anche provato a fare una mezza stagione in Svizzera con delle pecore da carne, un gregge di mille pecore in una malga a 2500 metri d’altezza. Di quell’esperienza mi è piaciuto molto il luogo, isolato e selvaggio, ma mi è servita a capire che adoro il rapporto con gli animali da latte (un rapporto secondo me più empatico e vicino) e non amo particolarmente i meccanismi del gregge ed il carattere delle pecore. Io amo il momento della mungitura, poter relazionarmi ad ogni animale due volte al giorno, poter dare un nome alle vacche e farglielo imparare, parlargli, confidargli i miei pensieri.

Poi la mia vita ha cambiato nuovamente direzione, la mia compagna dopo un entusiasmo iniziale ha cominciato ad avere dei dubbi, credo che volesse vivere in un altro modo, quindi sono tornato a fare lavori di campagna e a dedicarmi alla fotografia, abbiamo fatto un viaggio in India e Nepal (il secondo della mia vita) e poi come tanti giovani abbiamo sentito la necessità di migrare all’estero, scegliendo la Francia, per cercare delle migliori condizioni di vita. In quel periodo il rapporto con la mia compagna ha cominciato a deteriorarsi, siamo andati a vivere a Toulouse nonostante io avessi già ben chiaro in testa che non sarei resistito troppo a lungo a fare una vita da cittadino. E infatti lì sia io che la Kira siamo caduti in una sorta di depressione, sono resistito 3 mesi fortunatamente mantenendo un certo equilibrio e poi nella mia testa si è delineata ben chiara la necessità di tornare verso le montagne. Su internet (www.emploiberger.blogspot.com) ho messo un annuncio spiegando la mia esperienza e dopo 10 giorni sono stato contattato da quello che è diventato il mio capo.

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La casa/alpeggio sui Pirenei

Al tempo non parlavo una parola di francese, l’ho incontrato mi ha portato a vedere le mucche e poi mi ha portato in montagna, ho visto il luogo, fantastico, ci siamo stretti la mano e de lì è cominciato tutto. Ho avuto una bella fortuna, ma sono convinto che nella vita la fortuna aiuta gli audaci. È incredibile perché nel momento difficile a Toulouse avevo cominciato a sognare di andare sui Pirenei e di trovare un alpeggio di 20 vacche da latte, e così è stato.
Non so se lo definirei proprio un alpeggio o piuttosto una azienda di media montagna, siamo a 1100 metri di altezza, ho una bella casa, con una stabulazione fissa che durante il periodo estivo uso come sala di mungitura. Governo 20 vacche da latte di razza abondance (una razza dell’alta Savoia, rustica e molto adatta alla montagna), un toro e una sessantina di manze, solitamente anche i cavalli che sfortunatamente quest’anno non sono potuti salire, dico sfortunatamente perché sono molto utili a recuperare i pascoli messi peggio.

La prima stagione è stata molto difficile perché il mio capo non riusciva a trovare un pastore e così da quando mi ha trovato verso fine aprile a quando è riuscito ad organizzare tutto siamo riusciti a cominciare in giugno. Sono arrivato qui e dopo 3 giorni sono arrivate le mucche, mi sono ritrovato con l’erba già molto dura, i recinti da fare, senza parlare la lingua e senza conoscere il territorio. Eppure sono riuscito a giostrarmi bene tutto, addirittura senza saperlo ho fatto il record di produzione di latte rispetto ai sette anni precedenti sia come quantità che come qualità, non so nemmeno io come, vista la qualità dell’erba: per compensare tale problema all’inizio ho fatto mangiare a fondo le manze sui pascoli che d’abitudine usiamo per le vacche per farle poi salire di quota verso metà luglio in modo da ricominciare la rotazione dei pascoli con le mucche con un’erba molto più morbida.
La Kira fortunatamente nonostante i due anni di pausa si ricordava bene il proprio lavoro ed è stata un aiuto essenziale.

La lingua è stata un aspetto molto difficile, anche perché l’azienda del mio capo è molto lontana da qui e quindi l’ho praticamente visto ad inizio stagione e poi un altro paio di volte, mi sono trovato qui a gestire tutto parlando veramente molto, molto male ma forse proprio questo mi ha fatto imparare il francese molto rapidamente.
E poi assolutamente non posso non parlare del grandioso Gilbert, l’uomo che ha dato vita all’azienda qui e che poi andando in pensione ha venduto tutto al mio capo. Un uomo di 72 anni, nipote di immigrati toscani, che nella sua vita ha fatto di tutto dallo sceneggiatore di teatro, al pastore di pecore all’allevatore di mucche, una persona con cui è nato un rapporto di amicizia, rispetto ed ammirazione reciproci, dice sempre che per lui sono come il figlio che non ha mai avuto, sicuramente il mio migliore amico qui in Francia. Lui è il mio “vicino” di casa, una delle 30 persone che vive qui stabilmente tutto l’anno (qui sfortunatamente la maggior parte delle case sono seconde case, a mio parere uno dei problemi legati ai meccanismi della montagna è il turismo che rende proibitivi i prezzi per chi vorrebbe veramente installarsi e crearsi una vita) e che mi ha aiutato e mi ha insegnato molto, sempre disponibile, sempre appassionato. È stato lui a colmare la mia mancanza di esperienza visto che prima di venire qui avevo praticamente fatto una stagione e mezza. Un personaggio sul quale si potrebbe tranquillamente scrivere un libro che vive la vita con una forza ed una passione impareggiabili. Mi ricorderò sempre il primo giorno che ci siamo incontrati, io arrivavo con le mucche chiamandole… “dai che noooom”… la Kira dietro, lui vedendomi aveva già capito che gli piacevo, ci siamo stretti la mano e lui mi ha detto: “io sono Gilbert Gilles, nipote di Panicchi, un rosso toscano” quelle poche parole che sa dire in Italiano e guardandoci abbiamo riso eravamo già migliori amici, sempre mi ricorderò quel momento con grande emozione. Ed è stato il Gilbert e sua moglie Marie ad avere la pazienza di ascoltare il mio pessimo Francese a cercare di capirmi a correggermi con calma e a farmi imparare. Superfluo dire che qui condividiamo tanti momenti, di svago tra i pranzi, le cene e gli aperitivi quando il lavoro me lo permette, ed i momenti di lavoro condiviso (facciamo un grande orto di patate assieme, la legna, e ci aiutiamo reciprocamente nel bisogno).

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Al pascolo

Così ho portato a termine la prima stagione, con la mia tipica insicurezza io ero convinto di fare un pessimo lavoro e invece senza saperlo ho conquistato il rispetto di tutti, tanto che nella valle ha cominciato a diffondersi la fama del pastore Italiano. Una bella soddisfazione anche perché io nella vita sono sempre convinto di non essere all’altezza delle situazioni che affronto e invece qui sto dimostrando a me stesso che questo è veramente il mio mestiere, mi riesce molto bene, non so perché, forse per la passione o per una certa predisposizione, non lo dico per egocentrismo ma perché è quello che mi dicono tutte le persone del mestiere con cui ho a che fare e che mi trattano con rispetto e ammirazione.
Da quel momento ho chiesto al mio capo di poter usare la casa tutto l’anno e mi sono stabilito qui a vivere, in questo angolo di paradiso.

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La mandria di Abondance

La seconda stagione ho potuto organizzarmela un po’ meglio ed è stata un successo, le vacche belle tonde, con il pelo lucido, tranquille, rilassate, serene, i pascoli sempre più belli, le quantità di latte altissime, il cane che ormai conosce il territorio e lavora bene con calma senza agitare le mucche tira fuori la grinta solo quando ce n’è bisogno.
Ora sto facendo la terza stagione, d’abitudine facevamo stagioni di 6 mesi, quest’anno il mio capo mi ha proposto di cominciare ad inizio marzo con le vacche in stalla e di finire a fine novembre ed io ho accettato molto volentieri.
Per il momento non facciamo ancora il formaggio perché non c’è un caseificio, da quando sono qui è in progetto ma non è ancora pronto e questo è forse il lato che mi frustra un po’ di più, mi sembra di fare il lavoro a metà e non ne vedo molto il senso ma è vero che non dipende da me e quindi pazienza…

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La mitica Jilda, la vacca più eccentrica ed anarchica della mandria

Qui mi trovo molto bene, sicuramente sto facendo un’esperienza molto interessante e che mi sta facendo crescere professionalmente. Questi anni mi hanno dato la dimostrazione che posso riuscire bene nel lavoro che amo fare e mi stanno dando la motivazione e la voglia a farlo per il resto della mia vita. Questa esperienza mi ha dato anche la possibilità di conoscere un luogo nuovo con dei meccanismi sociali diversi dalla mia terra. Sto vivendo nel dipartimento dell’Ariege un luogo conosciuto e quasi “deriso” per la sua arretratezza ed io proprio in questo aspetto trovo il suo lato interessante. L’Ariege ha la fortuna di essere rimasto per tanti anni un luogo selvaggio, tagliato fuori dalla Francia e dai suoi meccanismi di sviluppo. Questo ha fatto si che qui si creasse un tipo di rapporti sociali e di meccanismi commerciali e di lavoro diversi. Quasi tutti gli allevamenti sono di piccole dimensioni e di tipo estensivo (le mandrie di mucche da latte sono solitamente di 10-20-40 capi, di capre sui 100-150) ci sono tanti contadini che lavorano ancora in trazione animale, ci sono tanti mercati (praticamente uno in ogni paese) in cui la stragrande maggioranza dei venditori sono produttori locali o artigiani ed è quindi molto facile nutrirsi in modo sano senza dover forzatamente andare a cadere nei meccanismi del biologico (inteso come etichettatura commerciale) potendo invece prediligere il “genuino”. Io sto riuscendo anche, proprio prediligendo tali mercati a sfuggire a meccanismi di consumismo e di arricchimento dell’industria alimentare. Diciamo che c’è una diffusa visione della vita che vuole opporsi a meccanismi moderni malsani ed insostenibili. Sfortunatamente però anche qui la situazione sta cambiando, sta arrivando anche qui la corsa allo sviluppo e alla ricchezza, negli ultimi dieci anni nelle due maggiori cittadine hanno cominciato a diffondersi le catene di franchising, i fast food, i grandi supermercati togliendo spazio al commercio locale. Il turismo si sta sviluppando molto in fretta con il miraggio dell’aumento del lavoro e della ricchezza la gente non si rende conto che sta svendendo la propria terra a meccanismi poco sostenibili (almeno secondo me). È un peccato perché io vedo in luoghi come questo degli esempi di sostenibilità ma in realtà è proprio la società consumista e capitalista che riesce sempre ad avere la meglio. E naturalmente con tutti questi meccanismi folli è arrivata anche l’introduzione dell’orso, con pretese di intenti ecologisti sostenuti da investimenti enormi che potrebbero essere usati in maniera ben più sensata per altre iniziative di carattere naturalista. E così la popolazione degli orsi aumenta (sono orsi importati con spese altissime dalla Slovenia) e gli allevatori/pastori cercano di adattarsi e ridurre al minimo i danni, il problema è anche il fatto che non viene dato il giusto lasso di tempo per adattarsi. A me sembra tutta una mossa per cambiare la destinazione d’uso della montagna. Mi sembra che le politiche Europee attraverso diversi meccanismi (aiuti economici, introduzione e tutela dei predatori) vogliano avere sempre più controllo sulle piccole realtà di montagna e trasformarla gradualmente in un luogo sempre più selvaggio e destinato quasi esclusivamente ad attività legate al turismo di massa.

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Kira e la nuova arrivata Surya

Un altro problema che noto è la divisione della popolazione: allevatori contro ecologisti (o hippy), contrari all’orso e pro-orso, contrari all’apertura di una miniera e pro-miniera e intanto si stanno facendo portare via quel tipo di vita genuina tipica di qui, facendo infiltrare interessi economici e multinazionali nel proprio territorio. Come al solito la gente si riempie la testa di ideali che creano divisione, un buon esempio è l’agricoltore vegano che è in guerra con l’allevatore senza rendersi conto che un vegetariano ed un allevatore estensivo sono in realtà più fratelli che nemici. Io sono in un momento in cui comincio a detestare gli ideali e preferisco invece relazionarmi alla vita con azioni concrete ed onestà di intento. Vedo tante persone della mia generazione che si riempiono la testa di ideali, femminismo, antirazzismo, ecologia, sostenibilità… e tali ideali diventano un’esasperazione e non si traducono poi in azioni concrete, ognuno si mette sul suo piedistallo con la pretesa di non avere colpe quando in realtà siamo tutti colpevoli e tutti vittime di un sistema folle. Siamo tutti drogati di una libertà esasperata, di una vita viziata e non ci rendiamo conto che ci stanno levando i valori più essenziali di libertà concreta, cioè di fare un mestiere che ci appassioni con meccanismi umani, di poter creare una famiglia e di poterla sostenere, di poter dedicare del tempo alla crescita e all’educazione dei propri figli, di poter avere una casa e una dignità personale, di poter rapportarsi in modo costruttivo alla comunità che ci circonda e in cui possiamo sentirci tutelati. Tutto questo sta andando perduto in cambio di uno smartphone, di un’automobile acquistata a rate, di un aperitivo il cui tasso alcolico rischia di farci perdere la patente, in cambio di una vacanza al mare una settimana all’anno e di un giro al centro commerciale a comprare articoli di cui non abbiamo veramente bisogno.

L’unica cosa che mi manca è vivere nel mio paese, in certi momenti mi sembra di essere un albero senza radici, mi manca la mia famiglia, i miei migliori amici, mi manca la mia lingua, la nostra cultura, il nostro senso dell’umorismo, anche la nostra tradizione pastorale, mi manca il fatto di essere me stesso nel mio ambiente. È una cosa che mi sono reso conto riescono a capire bene gli immigrati con cui mi ritrovo a confrontarmi.

E così sto cominciando a riflettere su un ritorno a casa, nella mia terra, da un lato so che le cose potranno essere un po’ più difficili in Italia ma questo non mi fa paura, so che in un modo o nell’altro riuscirò ad organizzarmi e a “sopravvivere” anche lì. E’ strano ma è proprio facendo questa esperienza da immigrato che mi sto rendendo conto della negatività della cosa. Il fatto di andare all’estero è sempre visto come una cosa positiva, “perché in Italia è tutto una merda”, “perché le esperienze all’estero ci donano tanto”, ma magari non è forzatamente così, magari anche emigrare porta tanti disagi, ci astrae dalla nostra realtà per poi, un giorno, farci venire questo desiderio esasperato di tornare, magari proprio quando all’estero siamo riusciti a crearci una situazione stabile ed equilibrata che poi ci sentiamo quasi costretti a lasciare per un ritorno in patria. Lo dico perché parlando con altri amici che hanno pensato di partire mi rendo conto di non essere il solo a vivere questo disagio, gli amici di una vita lontani, i genitori che cominciano ad invecchiare, i nipoti e i figli degli amici che crescono senza che noi possiamo nemmeno rendercene conto e noi qui lontani da tutto quasi rinchiusi in una bolla di benessere.
Un altro motivo di disagio è anche il fatto di rendersi conto che si può anche vivere 30 anni in un paese straniero ma secondo me non si arriva mai all’integrazione assoluta si continua a rimanere per sempre immigrati in un certo modo.
E così guardo questa condizione degli Italiani sempre spinti ad emigrare per trovare delle condizioni di vita migliori e mi chiedo se ne valga veramente la pena… non saprei, anche perché sicuramente ci sarà qualcuno che si trova ben integrato all’estero e non ha alcuna intenzione di tornare a casa.

Io invece sto pianificando un rientro, vorrei tornare in Italia e stabilirmi con un piccolo allevamento di mucche o di capre da latte e fare il formaggio, so che le difficoltà saranno tante ma anziché spaventarmi la cosa mi dà coraggio e determinazione, sono ben conscio che la situazione in Italia è difficile ma per me è un motivo in più per tornare e combattere una sorta di battaglia fianco a fianco con i miei famigliari, i miei amici, la mia gente per riuscire ad apportare qualcosa di positivo nel mio paese. Quest’inverno vorrei tornare in Italia due mesi per cominciare a guardarmi intorno e farmi un’idea delle possibilità che si prospettano, a dire il vero la cosa che più mi spaventa è il pensiero di non fare una stagione la prossima estate perché questo mestiere diventa un po’ come una droga, arriviamo in autunno stanchi e con la voglia di riposare un po’ ma con il finire dell’inverno sentiamo subito la forte necessità di salire verso le montagne, con gli animali.

Un altro aspetto che mi porta un po’ di sofferenza è la solitudine, ma non la solitudine della montagna che anzi io apprezzo molto perché rende i rapporti più sinceri e forti, bensì la solitudine dell’immigrato lontano dalla propria gente e la solitudine di un uomo di 35 anni senza compagna. Sento il desiderio di creare la mia famiglia e di avere dei bambini e sono solo, è una condizione molto strana dovuta secondo me della follia della nostra epoca in cui le coppie non riescono a stare unite in un rapporto duraturo, le persone non sono più capaci di pazientare e di trovare gioia in ciò che hanno, si cerca sempre qualcosa in più, si vede sempre la felicità in ciò che non si ha, almeno secondo me.
Così mi trovo a combattere con questi pensieri, il sogno di incontrare una donna che ha voglia di condividere questo stile di vita, molto sano, pieno di serenità, di benessere psico fisico, di equilibrio e di fatica J in una società che si sta muovendo nella direzione opposta e nella quale la maggior parte delle donne credono di avere tutt’altri bisogni. È da tre anni che sono solo e in cui proprio non riesco ad incontrare una persona che mi faccia innamorare, incontro ragazze della mia età con dei sogni adolescenziali, con poca serietà e poca voglia di mettersi seriamente in gioco per creare qualcosa di concreto quando io sto cercando invece una donna matura con i miei stessi sogni e progetti di vita simili, con il bisogno di fare una vita concreta e semplice.

Vedo come pastori, malghesi ed allevatori estensivi vengano sempre messi su un piedistallo o messi in croce, ammirati o condannati a seconda della percezione delle persone, siamo sempre percepiti in modo contrastante ed un po’ estremo. Passiamo da essere degli eroi, guardiani della montagna, eremiti che hanno fatto una scelta coraggiosa a degli assassini, selvaggi, insensibili, distruttori di un ecosistema, un equilibrio e una pace della montagna. A me tutto ciò sembra ridicolo, io non amo essere condannato né tantomeno messo su un piedistallo, mi piace semplicemente essere trattato come ogni altra persona e che mi venga concessa la libertà di vivere la mia vita a modo mio, secondo i miei bisogni. Io non faccio questo lavoro per salvare il mondo anche se devo ammettere che uno dei motivi è il fatto che secondo la mia percezione della realtà è un modo di vivere sano e sostenibile. Ma lo faccio soprattutto perché è il mio mestiere, ciò che riesco a fare bene e che mi dona soddisfazioni, come penso dovrebbe fare qualsiasi altro essere umano. La differenza è che noi, nel nostro mestiere veniamo continuamente giudicati (in modo positivo e negativo) tutti ci guardano e pensano di avere il diritto di dire la propria opinione quasi come se tutti conoscessero in prima persona il nostro mestiere con i suoi pregi e le sue difficoltà, quando praticamente nessuno esterno a questo mondo può capirne i meccanismi. Allora io non capisco il perché di tutte queste opinioni nei nostri confronti. Per esempio il turista che ci critica in nome di un presunto amore nei confronti della montagna e della natura, perché allora non critica un avvocato, un chirurgo, un industriale, un operaio, una qualsiasi persona che vive in città e che con il suo stile di vita inquina quanto qualsiasi altra persona (distruggendo come ogni persona occidentale la natura), perché non critica chi va in vacanza una volta all’anno prendendo un aereo che è super-inquinante o perché non critica sé stesso in prima persona che per venire in montagna inquina con la propria automobile, magari avendo comprato vestiti ed attrezzatura alla decathlon (fatti di materiali sintetici ed inquinanti e venduti attraverso meccanismi insostenibili). Non sono forse le azioni di ogni singolo individuo a distruggere la natura con i suoi equilibri e le sue biodiversità? Siamo tutti vittime e tutti colpevoli di un sistema malato… e allora perché siamo sempre noi ad essere presi in esame e giudicati, quasi come se la gente si senta in dovere di esprimere il proprio parere positivo o negativo nei nostri confronti? A me piacerebbe che fossimo semplicemente lasciati stare, che la gente si rendesse conto che abbiamo lo stesso diritto di portare avanti la nostra vita come tutti gli altri e che semplicemente la nostra vita si svolge a contatto con la natura e la montagna.

Grazie Andrea, grazie davvero per aver condiviso con me, con noi, la tua storia. In bocca al lupo per tutto e… spero che ci farai sapere come sono andate le cose, se tornerai in Italia, se aprirai la tua azienda. Capisco perfettamente quello che dici, al posto tuo avrei gli stessi dubbi e non saprei cosa consigliarti, perché le strade che hai davanti sono tutte molto ripide… e purtroppo non basta aver voglia di sgobbare duramente per avere un successo garantito!

Piccolo vademecum per l’automobilista

Mi è già capitato più volte di scrivere a riguardo dello spostamento di animali lungo le strade a percorrenza più o meno elevata di automobilisti. Era argomento quasi quotidiano quando il mio mondo era quello del pascolo vagante.

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Discesa dall’alpeggio Veplace lungo la strada di St. Barthélemy – Nus (AO)

In questi giorni, lungo le strade di montagna e di fondovalle, si possono incontrare le ultime transumanze. Oggi il cielo è un po’ grigio, l’aria freddina, passano meno turisti rispetto alle settimane scorse. Ma quello che sto scrivendo vale oggi, domani, quest’anno e anche il prossimo. E’ valido quando si incontra una transumanza, bisogna tenerne conto in caso si incrocino animali che vanno al pascolo o rientrano in stalla.

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Transumanza autunnale – Porliod, Nus (AO)

Chi incrocia con la sua auto gli animali, spesso è totalmente impreparato. Lo vedo in prima persona, camminando davanti a pecore, capre o bovini. Si fa segno agli automobilisti di rallentare, si fa segno di accostare a destra, possibilmente liberando la sede stradale quando c’è uno slargo, ma raramente il pilota capisce. C’è chi viene avanti fino ad “entrare” tra gli animali, chi prosegue a bassa velocità se vede parte della carreggiata libera, chi si ferma in mezzo alla strada e così via.

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In fila indiana: le vacche preferiscono non camminare sull’asfalto – Vallone di St. -Barthélemy, Nus (AO)

Non so quanto possa servire, ma scrivo qui alcune regole che sono utili a preservare l’incolumità degli animali e dei mezzi guidati da chi incrocia il loro cammino. E’ vero che il codice della strada richiederebbe di occupare con il bestiame solo una carreggiata, ma non sempre questo è facile (e pratico) da rispettare. Chi conduce mandria/gregge, cerca sempre di agevolare il sorpasso degli automobilisti in coda quando ritiene che ci siano le condizioni di sicurezza per farlo.

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Transumanza autunnale – Chatillon (AO)

Quando vedete che gli uomini vi fanno segno di sorpassare, non indugiate eccessivamente perché non è facile contenere gli animali sulla metà sede stradale, quindi occorre sfruttare il momento. Nello stesso tempo, prestate la massima attenzione perché gli animali non sanno che devono rispettare la mezzeria, può sempre esserci uno scarto improvviso. Tenete d’occhio i cani, che spesso corrono di fianco al bestiame proprio per aiutare gli uomini a contenerlo. Conoscono alla perfezione il loro compito, ma tengono d’occhio gli animali e non le auto. Questi principi valgono anche quando vedete degli animali al pascolo lungo una strada: rallentate e… massima attenzione.

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Desarpa (discesa dall’alpe) – Blavy, Nus (AO)

Se invece gli animali vengono nella direzione opposta alla vostra, fermatevi, possibilmente stando più a destra possibile. Se c’è uno spiazzo, una banchina larga, parcheggiate lì. Il vostro mezzo sarà più sicuro, saranno minori i rischi di contatto con gli animali. Inoltre, se non lasciate spazio alla vostra destra, si evita che un animale vada a passare proprio lì, danneggiando magari uno specchietto. Spegnete il motore o almeno evitate di accelerare (soprattutto se avete una moto), il rombo del motore potrebbe impaurire gli animali.

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Desarpa lungo il Vallone di St.Barthélemy – Nus (AO)

Specialmente se si tratta di bovini, potreste agevolare il lavoro di chi conduce la mandria uscendo dal vostro mezzo e posizionandovi appena davanti al lato sinistro. Basta agitare le braccia per allontanare gli animali, così da far sì che non urtino l’auto. Quando possibile, le persone che accompagnano la transumanza corrono a svolgere questo compito, ma talvolta è difficile arrivare in tempo, specialmente se nello stesso tempo c’è da evitare che gli animali passino dietro ad un guard-rail o scappino in un prato.

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Transumanza a Pontey (AO)

Fatelo anche quando incrociate un gregge. Se le vacche possono mettervi paura per la loro mole, con capre e pecore non correte sicuramente rischi. La lana non riga le carrozzerie, ma una campana o un corno sì, quindi costa poco scendere (e così vi godrete anche meglio lo spettacolo!). Non è poi così difficile da fare, ciò che vi ho chiesto. Ricordate comunque soprattutto che gli animali non ragionano come noi, quindi non potete mai pensare che rispettino certe regole “umane”. Massima prudenza sempre e… quando vedete un cartello stradale che segnala la presenza di animali, effettivamente in certi periodi dell’anno questi ci sono, anche solo per attraversare la strada tra la loro stalla e il pascolo. Fermatevi in modo da essere sicuri voi (in un luogo visibile da chi arriva alle vostre spalle) e da non intralciare il transito del bestiame. Quando passa anche l’ultimo agnello, capretto, vitello, cane… solo allora potete ripartire: un piccolo, separato dal resto del gruppo, può impaurirsi e scappare in tutt’altra direzione. Grazie a tutti per la pazienza e la comprensione.

L’invidia degli altri

La scorsa domenica ero a Genova in occasione del Book Pride, per l’uscita del mio nuovo libro, il romanzo “Il canto della fontana“. Parlare di una propria opera dove nessuno (o quasi) ti conosce è una soddisfazione maggiore, perché chi si ferma a chiedere maggiori informazioni sull’opera o a chiacchierare con l’Autore è sicuramente una persona interessata, non si tratta dell’amico che si sente in dovere di acquistarti il libro…

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Ultime giornate al pascolo in quota – Cret, Nus (AO)

Più volte, chiacchierando con questi potenziali lettori, è ritornata la classica frase sul “beato te che…”. Che fai questa vita, che vivi in quei posti, che stai in montagna con gli animali, ecc ecc ecc. L’immaginario collettivo sembra fermarsi ai momenti belli, alle immagini come quella che ho appena pubblicato.

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Al pascolo prima di iniziare la discesa di fine stagione – Venoz, Nus (AO)

Quando cerco di spiegare che occorre andare oltre la poesia, che è un lavoro come un altro, anzi… il settore zootecnico vincola come pochi altri mestieri, ricevo in cambio sguardi eloquenti: “Cosa ti lamenti, che fai un mestiere invidiabile!”. Ma cosa invidiate? Me lo spiegate? Forse abbiamo punti di vista differenti.

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Con Joli coeur, capra viziata e “molto social”! – Petit Fenis, Nus (AO)

Io non mi lamento affatto, le mie scelte le ho fatte, poi molte cose le ho comprese solo vivendole. Quello che cerco di spiegare è la differenza tra l’immagine stereotipata a metà tra il cartone animato di Heidi e il quadretto romantico. Se vi piace questa vita, se ciò a cui aspirate è il contatto con la natura, le soddisfazioni che vengono dal lavoro con gli animali, spazi in montagna, in collina ce ne sono, potete iniziare anche voi.

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In posa per uno scatto con l’alta valle sullo sfondo – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma mettete in conto non solo l’affettuosità degli animali: considerate che al momento magico delle nascite si contrappongono i casi di malattia e anche di morte. Per non parlare poi delle difficoltà economiche nel gestire un’azienda agricola/zootecnica in montagna… Degli orari che gli animali ti richiedono…

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Il cielo in un pomeriggio autunnale di vento – Petit Fenis, Nus (AO)

La montagna che offre momenti magici, paesaggi incantati… Il lavoro di allevatore spesso ti permette di goderne appieno, specialmente se sei al pascolo. Devi però stare al pascolo anche quando fa freddo, quando soffia il vento freddo dal mattino alla sera, quando piove o c’è la nebbia.

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La desarpa – Blavy, Nus (AO)

E la montagna te la godi in modo subordinato al tuo lavoro: mentre scendi con gli animali per la transumanza di fine stagione, incontri decine e decine di auto con persone che salgono, pronte a inforcare la bicicletta o mettere lo zaino in spalla e compiere delle meravigliose escursioni approfittando del clima ancora mite, dei colori caldi dell’autunno. Tu che fai l’allevatore invece in alta montagna probabilmente non ci salirai più fino alla tarda primavera o in estate.

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Contrasti e giochi di nuvole – Petit Fenis, Nus (AO)

Quando, anni fa, proprio d’autunno, ero salita in un villaggio di montagna per intervistare un giovane allevatore, anch’io avevo esclamato qualcosa sul “beato te che stai in un posto del genere!”. Il giallo e l’arancione delle foglie contrastavano con il blu del cielo e il profilo delle montagne. Lui non mi sembrava così entusiasta: forse pensava alle levatacce mattutine per andare a scuola in fondovalle, agli amici che non abitavano lì (non aveva ancora la patente). Ad età maggiori uno pensa ai negozi (o fai la scorta, o devi magari farti mezz’ora e più di macchina per raggiungere un alimentari), ai servizi di ogni tipo (dalla posta all’ospedale), al maltempo, alla neve che rendono questi spostamenti ancora più complicati. Se anche ti ritagli quel po’ di tempo libero (cosa non facile, con gli animali), non sempre è facile e immediato raggiungere un luogo per staccare dalla quotidianità, magari anche solo perché sei stanco morto e non hai più voglia di muoverti di casa.

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Rientro dopo il pascolo pomeridiano – Petit Fenis, Nus (AO)

Quando ero in alpeggio, gli amici che sono venuti a trovarmi per un paio di giorni o anche solo per una cena sono stati pochissimi. Nonostante le mie amicizie comprendessero quasi esclusivamente persone che la montagna la frequentano in modo assiduo nel tempo libero. Quando quest’estate, in modo scherzoso, pubblicavo su facebook immagini di giornate soleggiate e prati di montagna, nessuno ha risposto ai miei appelli per abbronzatura gratuita durante la fienagione. Immagino che, chi ha una seconda casa in montagna, dove ci si può abbronzare sulla sedia sdraio, non abbia problemi a trovare amici che si invitano per qualche giorno… Capite cosa volevo dire?