Abbiamo perso l’abitudine?

Per molti questa non è un’annata semplice. Non si tratta solo di lamentele “tanto per dire”, il clima sta davvero mettendo in difficoltà molte aziende agricole. Però le cause non vanno cercate solo nel prolungarsi dell’inverno a quote anche relativamente basse.

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Nevicata di aprile a Doues (AO) – foto E.Cuaz

Stamattina ho visto tante foto del genere nelle bacheche facebook dei miei amici piemontesi e valdostani, dato che ieri e nella notte la quota neve si è ulteriormente abbassata, ma anche nei giorni scorsi le precipitazioni nevose erano scese anche sotto i 1700-1600m. E’ una cosa anomala? Servirebbe un climatologo per fare un’analisi completa e dettagliata del fenomeno, con tanto di grafici e dati numerici, ma a me verrebbe innanzitutto da dire che sono state le ultime stagioni ad averci abituati male. Inoltre, se tutta la pioggia caduta negli ultimi giorni fosse stata acqua anche ad alta quota, probabilmente oggi ci sarebbero criticità in diverse aree. La neve sta causando e causerà sicuramente delle valanghe, ma l’acqua sulla neve ancora presente in quota avrebbe potuto determinare frane e alluvioni. Ricordo una decina di anni fa, esattamente nel 2008, un fenomeno simile nel mese di maggio, con pioggia fino ad alta quota, che ebbe ripercussioni molto gravi nelle vallate del Pinerolese (qui un video della Val Pellice in quei giorni, mentre qui l’analisi meteo-idrologica dell’evento)).

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Il lento progredire del verde – Ville Sur Nus, Quart (AO)

I problemi per le aziende agricole non sono però tanto dovuti alla neve, quanto al fatto che lo scorso anno (2017) sia stato caratterizzato da una serie di condizioni climatiche davvero anomale. Un inverno più caldo del normale con momenti concentrati di freddo intenso, tra cui una gelata molto forte a fine aprile, quando la vegetazione era ormai in uno stadio abbastanza avanzato (non solo nelle piante – da frutta e non, ma anche nei prati). Il gelo aveva colpito anche “l’erba”, specialmente le foglie più tenere (leguminose e altre essenze erbacee), che si era ripresa lentamente, con l’effetto di avere un primo taglio di fieno non soltanto scarso (in alcune zone con rese inferiori al 50% della media), ma anche di bassa qualità. Infatti nel primo taglio, solitamente abbondante, di certi prati erano comparse erbe infestanti come il Bromus mollis (forasacco peloso), che normalmente caratterizzano prati meno fertili o zone incolte.

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Neve fresca a tempo ancora incerto – vista da Nus sul Mt. Corquet (AO)

A ciò si era aggiunta la siccità e le alte temperature estive, che avevano determinato pascoli autunnali scarsi sia in alpeggio (qualcuno aveva dovuto abbandonare prima la montagna), sia a quote inferiori, sia in pianura. Le bestie erano state messe in stalla prima del solito, iniziando così ad intaccare molto presto le già scarse scorte di fieno. Molti speravano che le nevicate invernali precoci significassero un inverno breve e una primavera precoce, ricca di erba grazie alla neve di dicembre e gennaio. Invece a febbraio faceva più freddo ancora e a marzo l’erba spuntava a fatica. E i fienili si erano ormai svuotati…

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Capre al pascolo con la prima erba di aprile – Nus (AO)

Tutti sognavano di metter fuori gli animali. Qualcuno l’ha fatto, in pianura o a mezza quota, anche dove sicuramente era ancora un po’ presto, ma o così o… rischiare di fare la fame! Perché non solo è finito il fieno, ma non si trova nemmeno a comprarlo! Un amico quest’anno ha definito il fieno “oro verde”, in effetti il suo prezzo è davvero alto, ma in certi casi nemmeno lo si trova più, dopo che ne è arrivato da altre parti d’Italia o dalla Francia. In passato non c’erano queste possibilità di commercio sulla lunga distanza, sicuramente, così quando si verificava una serie di congiunture del genere si determinavano le cosiddette “carestie”, che il più delle volte erano legate al clima che mandava a monte i raccolti di generi primari come i cereali, o le patate, ecc…

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Prati verdi e alberi ancora spogli – Nus (AO)

Non è strano avere il freddo e poca erba ad aprile, non ci ricordiamo più com’erano le stagioni!“, mi diceva l’altro giorno un allevatore di bovini. D’altra parte negli ultimi anni c’è stata una gara a chi saliva per primo in alpeggio, in certe valli, con non solo le pecore, ma anche i bovini che arrivavano in quota anche a metà maggio! La tradizione degli alpeggi cuneesi, per esempio, prevedeva la transumanza di salita verso San Giovanni (24 giugno). Anche in Valle d’Aosta la tradizione parla di San Bernardo (15 giugno) o San Giovanni per la salita al tramuto a quote inferiori. Con una buona scorta di fieno, forse oggi ci si limiterebbe al fastidio per l’ennesima nevicata, mentre quest’anno ci sono davvero aziende sull’orlo della crisi, che non sanno più cosa mettere nelle greppie ai loro animali.

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Fiori in un giardino e neve sullo sfondo – Nus (AO)

Potrei a questo punto parlarvi di come le aziende siano in crisi anche perché il prezzo dei loro prodotti (latte, trasformati, carne, animali) resta invariato, pur a fronte di spese duplicate o triplicate. Sarebbe un discorso molto lungo. Mi limito a dirvi che, nonostante il prezzo dei foraggi quest’anno sia andato alle stelle (senza contare tutte le altre spese), le entrate restano quelle, il latte viene pagato sempre allo stesso modo, idem un animale da macello o da vita. Quindi la gran parte delle aziende sta lavorando in perdita e… le piccole aziende di montagna, dove oltretutto ci sono i costi di trasporto, dove l’inverno sta durando da mesi, ecc…, stanno soffrendo più ancora delle altre.

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Sui versanti esposti a Nord (nell’inverso) l’inverno dura ancora di più – panorama da Nus (AO)

E che dire poi di quelli che, negli ultimi anni, hanno deciso di stabilirsi in montagna, magari aprendo un’azienda agricola? Hanno trovato un bel posto, panoramicamente appagante, pian piano hanno realizzato il loro sogno e, nelle scorse stagioni, hanno sopportato i disagi della “brutta stagione”. Poi quest’anno l’inverno ha mostrato la sua vera faccia e per molti di loro è stata dura, durissima! Sia dal punto di vista lavorativo, sia da quello fisico, economico e anche psicologico. Lo è stato anche per chi in montagna c’è nato e cresciuto, ma effettivamente si era anche un po’ abituato a questi inverni più miti. Qualcuno forse rivedrà anche le sue scelte: non si tratta secondo me di sconfitte, ma di presa di coscienza di quella che è la realtà della montagna. D’altra parte in molti villaggi alpini, quelli abitati stabilmente anche a quote abbastanza elevate, si diceva: “nove mesi d’inverno e tre d’inferno” (in quanto in quei tre mesi bisognava concentrare tutti i lavori per produrre le scorte necessarie alla lunga stagione in cui la terra non dava alcun frutto). Niente di nuovo, quindi.

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Pascolo primaverile – Nus (AO)

Oggi abbiamo altri sistemi, comodità, mezzi di comunicazione e trasporto, possiamo cercare di evitare le “carestie”, ma quando i soldi finiscono del tutto e non sai più come pagare il foraggio per i tuoi animali… sono momenti molto tristi, drammatici. Un allevatore, la scorsa estate in alpeggio mi aveva raccontato che i vecchi avevano un modo di dire riguardante il Natale: se cadeva di lunedì, invece di tre tori, tienine solo uno. Cioè quando Natale cade di lunedì (com’è stato nel 2017), l’inverno sarà lungo e difficile da affrontare, quindi è meglio tenere in stalla meno animali, vendendo innanzitutto quelli non produttivi (basta un toro per fecondare le vacche). Così come ricordiamo e citiamo gli antichi detti, cerchiamo anche di avere memoria delle stagioni di un tempo. E soprattutto, di quanto siamo ancora legati al clima, alle condizioni meteo. Se ne dimentica chi va tutti i giorni a far la spesa al supermercato, se ne accorge molto bene chi, quotidianamente, ha a che fare con l’erba che non cresce, con i pascoli di pianura allagati da pioggia e fango, con la neve da spalare ancora una volta per arrivare alla stalla, da cui gli animali non possono ancora esser fatti uscire…

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Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta

Eccomi di nuovo a parlarvi di un nuovo libro. Proprio stamattina, dalle mani degli editori, ho ritirato le primissime copie della mia nuova fatica letteraria. Andrà in distribuzione in questi giorni, quindi dopo il 20 aprile dovreste iniziare a trovarlo on-line, a fine mese arriverà anche nelle librerie, ma… potete già andare a prenotarlo!

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La copertina

“Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta – 23 itinerari” MonteRosa Edizioni (prezzo di copertina 24,50€) è la mia nuova opera. Posso dirmi davvero soddisfatta del risultato. Forse non dovrei, come Autrice, ma un libro è un lungo “viaggio”: le frasi preliminari, la raccolta delle informazioni, le “uscite in campo”, le interviste, la raccolta di tutta la documentazione per i testi introduttivi, la scrittura… poi le revisioni delle bozze, la scelta delle foto. Dopo il tutto passa alla casa editrice per l’impaginazione e le revisioni successive. Infine io avevo ricevuto una versione digitale dell’opera. Mi piaceva, ma poi bisognava vedere come avrebbe “reso” una volta stampato. E’ stato dato il giusto risalto alle immagini, stampate su carta lucida e… non posso che complimentarmi con gli Editori. Spero che piaccia altrettanto anche a voi lettori!

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Plan de Breuil – Ollomont (AO)

Ma che cos’è questo libro? Cosa ci trovate all’interno? Innanzitutto, trovate per l’appunto 23 itinerari escursionistici, da affrontare principalmente a piedi (alcuni si prestano anche per la MTB, ma l’utente “tipo” è un camminatore), con diversi gradi di lunghezza. Questi vi porteranno a scoprire un po’ tutta la Valle d’Aosta, dalla Bassa, alla Media, all’Alta Valle, nei sui angoli più o meno conosciuti, con i suoi meravigliosi panorami alpini.

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Vallorsiére -Vallone di St. Barthelemy, Nus (AO)

Ogni itinerario raggiunge non una cima, un colle, ma uno o più alpeggi. Alcuni vengono sfiorati, in altri ci si ferma. Si tratta ovviamente di una minima parte del gran numero di alpeggi ancora attivi sulle montagne della Val d’Aosta. Poi l’escursionista può proseguire per vedere laghi, pranzare o pernottare in un rifugio, arrivare ad un colle (secondo le indicazioni fornite anche nel testo), ma la meta principale normalmente è proprio l’alpeggio.

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Fontine – Alpe Djouan, Valsavarenche (AO)

Lo scopo principale del libro è quello di condurre gli escursionisti alla scoperta e all’acquisto dei prodotti caseari degli alpeggi: Fontina, ma non solo! Nella prefazione, tra i vari aspetti trattati, vi è la storia e l’origine del nome di quello che è il formaggio più conosciuto della valle. Negli alpeggi però potremo trovare anche molto altro, spaziando tra la tradizione e le innovazioni.

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Vacche al pascolo sopra alla Tsa de Fontaney – Vallone di Saint Barthelemy, Nus (AO)

Nel libro, e lungo gli itinerari, incontreremo ovviamente gli animali al pascolo. Bovini soprattutto, ma anche capre e pecore. Si parla delle razze, del perché vengono scelte, delle loro caratteristiche e anche di come gli escursionisti devono comportarsi in loro presenza. Non li vedremo fuori in qualsiasi ora del giorno, e anche questo vi verrà spiegato…

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Al pascolo nel Vallone di San Grato – Issime (AO)

Ho voluto dare molto spazio però soprattutto agli allevatori, ai loro aiutanti, alle persone che si incontrano negli alpeggi e sui pascoli. Sarà attraverso le loro parole che il lettore potrà andare alla scoperta di questo mondo, delle sue tradizioni, ma anche di come è cambiato e sta cambiando in questi ultimi anni. Si parla molto di passione, ma anche di difficoltà legate alla burocrazia, alle normative sulla lavorazione del latte, al valore dei prodotti non proporzionato allo sforzo che permette di ottenerli. Ci sono giovani, famiglie, anziani, operai dal Marocco e dalla Romania, ciascuno con la propria storia e le proprie esperienze.

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Comboé, la cappella e la casa parrocchiale – Charvensod (AO)

Infine, quasi ogni itinerario prevede anche la scoperta di aspetti storici, archeologici o naturalistici: siti minerari, sculture lignee, architettura Walser e così via. Insomma, un libro che spero soddisfi un pubblico molto vasto. Il mio obiettivo principale nello scriverlo è stato soprattutto quello di avvicinare due dei principali gruppi di utenti della montagna estiva: chi ci va per lavoro, salendo in alpe con mandrie e greggi, e chi la sceglie come luogo di svago per una gita, per un trekking, per un soggiorno. Scriverlo, ma soprattutto “farlo” recandomi in ciascuno dei luoghi descritti, per me è stata una bella avventura, che mi ha permesso di conoscere meglio questa regione e i suoi allevatori, instaurando anche nuovi rapporti di amicizia.

A questo punto, non vi resta che leggerlo! La prima presentazione ufficiale sarà a Verrés ad inizio maggio (seguiranno comunicazioni sulla data e sul luogo esatto). Potrete trovare copie del libro anche alle presentazioni già in programma delle altre mie opere. Per chi invece fosse interessato ad organizzare una serata dedicata a questo testo… come sempre, contattatemi!

In cucina con un occhio oltreconfine

Volendo sperimentare una nuova ricetta per Pasqua, ho iniziato qualche giorno prima a cercare on-line qualcosa che stuzzicasse la mia curiosità, il palato e la creatività in cucina. Non amo i piatti eccessivamente elaborati, volevo qualcosa da poter ricreare facilmente, ma che non fosse un classico cosciotto al forno con patate o uno spezzatino in umido. Se provate a cercare su internet ricette italiane di agnello e capretto, alla fine non è che ci sia poi così tanta varietà.

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Giovani agnelli nel recinto con il gregge – Cavour (TO)

Così ho provato a cercare in Francese e in Inglese e… mi si è aperto un mondo! In altri paesi infatti queste carni sono tradizionalmente più consumate, e non solo limitatamente a Pasqua e Natale! Inoltre le contaminazioni con altre cucine (legate al passato coloniale o all’immigrazione) fanno sì che vi sia una vastissima scelta di piatti, ingredienti, spezie, tipi di cottura. E poi non ci si limita ad agnello e capretto, ma si trovano piatti con la carne di capra, di pecora, di montone. Non ricordo su quale sito si dicesse poi che era considerato agnello l’animale sotto l’anno di età…

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Cosciotto di capretto alla senape e rosmarino

Per questa volta sono andata abbastanza sul tradizionale (anche perché non avevo sottomano tutte le spezie per un’altra ricetta che avevo adocchiato). Ecco allora il mio Gigot de chevreau à la moutarde et au romarin!

Ingredienti: 1 cosciotto di capretto (almeno 1Kg di peso); 4-5 grosse patate; 1 cipolla; 1 spicchio d’aglio; burro; 15cl di latte intero; 3 cucchiai di senape; un rametto di rosmarino; sale.

Pelate le patate e affettatele a rondelle di medio spessore. Pulite la cipolla e tagliatela a rondelle. Imburrate una teglia e create un letto di patate e cipolle, aggiungete anche l’aglio tagliato a fettine e un pizzico di sale. Coprite con il latte e infornate per mezz’ora a 180°. A questo punto adagiate il cosciotto sulle verdure. In una scodella mescolate la senape con una noce di burro ammorbidito e cospargete la carne con metà di questa crema, salate e pepate. Infornate per 25 minuti a 210°, quindi distribuite sul cosciotto la crema rimasta e il rosmarino sminuzzato. Terminate la cottura in forno per almeno altri 30 minuti.

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Giovani capretti giocano in stalla – Cumiana (TO)

Certo, Pasqua è passata, ma disponibilità di queste carni ce n’è ancora. I pastori locali hanno agnelli che nascono tutto l’anno. E ci sono capretti nati a fine inverno che verranno macellati nei prossimi mesi. Potete anche andare a cercarli presso gli allevatori: se non hanno un punto vendita aziendale, una soluzione alternativa è accordarsi per andare a ritirare la carne presso il macello.

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Capretto di pochi giorni – Nus (AO)

Proviamo a sperimentare ricette nuove (tra l’altro, nell’appendice del mio libro Capre 2.0 vi è una raccolta di ricette per cucinare la carne di capra e di capretto), magari impareremo ad apprezzare maggiormente queste carni e il loro gusto. Man mano che le sperimenterò io stessa, vi proporrò le ricette. Permettetemi infine di rivolgere un plauso a quei ristoratori che, nel menù pasquale, hanno ricercato la carne giusta, locale, e soprattutto hanno scelto una bestia di un certo peso, non l’agnellino da latte (che pure è ricercato da una certa fetta di consumatori).

Tutelare la transumanza

E’ notizia recente il fatto che l’Italia abbia candidato (insieme a Grecia e Austria) la transumanza a patrimonio dell’Umanità UNESCO. Ho letto tante manifestazioni di interesse e gradimento all’iniziativa, ma io non sono riuscita a capire fino in fondo cosa significhi. Così ho cercato di informarmi. Ci sono diverse forme di tutela da parte dell’UNESCO: quella dei beni materiali (siti storici, architettonici, paesaggistici), a cui sono poi stati aggiunti quelli immateriali, tra cui si andrebbe ad inserire la transumanza.

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Transumanza di salita in alpeggio, Val Chisone (TO)

L’art.2 della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dà questa definizione dei beni da tutelare: “le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana.

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Mandria di vacche piemontesi di ritorno dall’alpeggio in autunno – Sauze d’Oulx, Val di Susa (TO)

Ho poi letto i vari articoli dedicati alla “notizia” della candidatura. Il progetto della candidatura è stato coordinato dal Ministero delle politiche agricole, la decisione da parte della commissione verrà presa nel 2019. In alcuni articoli, compaiono frasi e descrizioni tipo questa: “La Transumanza, pratica di migrazione stagionale di greggi, mandrie e pastori in differenti zone climatiche lungo le vie semi-naturali dei tratturi, in Italia viene praticata nelle regioni del Centro e del Mezzogiorno; e quindi da Amatrice, dove si svolgeva la grande festa dei pastori transumanti e Ceccano nel Lazio, da Aversa degli Abruzzi e Pescocostanzo in Abruzzo, da Frosolone in Molise al Gargano in Puglia. Ma pastori transumanti sono ancora in attività anche nell’area alpina, in particolare in Lombardia e nel Val Senales in Alto Adige.” (qui l’articolo completo)

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Festa della transumanza con passaggio nel centro di Amatrice nel 2012

Più o meno ogni pezzo scritto in questi giorni contiene le stesse informazioni, come se i giornalisti si siano limitati a girare e rigirare un comunicato stampa, senza avere molta conoscenza dell’argomento. (altri articoli qui, qui e qui su La Stampa, dove qualcuno ha aggiunto il Piemonte alle regioni interessate, senza preoccuparsi della Val d’Aosta, della Lombardia, della Liguria, del Veneto, del Trentino, del Friuli Venezia Giulia…).

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Festa della transumanza a Pont Canavese (TO)

Negli articoli si nomina Amatrice, si nomina la Val Senales, si nominano i tratturi… Così mi sta venendo un dubbio, anche a fronte di iniziative di tutt’altro genere portate avanti nei mesi scorsi qua e là sul territorio nazionale. In Val Senales c’è la “famosa” sul ghiacciaio, con pecore che non solo attraversano per l’appunto un ghiacciaio di alta quota, ma vanno dall’Italia all’Austria, secondo una tradizione centenaria che non guarda agli attuali confini politici.

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Gregge vagante appena arrivato in montagna per la stagione estiva – Pragelato, Val Chisone (TO)

Cosa si vuole tutelare? Un’attività ancora praticata da uomini, donne, con i loro animali, in una forma di allevamento tradizionale che prevede, d’estate, l’utilizzo di risorse pascolive di alta quota con mandrie e greggi? Oppure solo l’atto in sé della transumanza, con una valenza sempre più turistico-ricreativa? Sono volutamente provocatoria, ma talvolta sembra necessario dover ricordare che… se vogliamo la “festa della transumanza”, gli allevatori devono poter vivere, lavorare e guadagnare grazie al loro mestiere durante tutto l’anno.

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Transumanza a Roaschia (CN) in occasione della fiera della pecora frabosana-roaschina

A Verbania da diversi anni viene presentata (e poi bocciata) in consiglio comunale una mozione per una “Pasqua cruelty free” contro il consumo di carne di agnello e capretto, tanto per citare un esempio tra i tanti di stretta attualità in questo periodo pasquale. Tali campagne sono particolarmente infervorate contro il consumo di carni ovicaprine, ma non mancano manifestazioni di alcuni attivisti anche in occasione di rassegne che coinvolgono la zootecnia bovina. Nascono movimenti anche a livello politico che fanno pressioni in tal senso, cioè spingono al boicottaggio del settore zootecnico, bollano l’intero comparto come “sfruttamento”, danno una visione dell’allevamento e delle successive pratiche di macellazione che si discostano dalla verità. Non possiamo negare vi siano singoli casi di realtà fuorilegge (abbiamo normative molto chiare e rigorose sul benessere animale e sulla sanità, dalla nascita fino al momento della macellazione), ma non devono essere usate come esempio di tutta la categoria.

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Salita in alpeggio di un gregge di capre valdostane – Valsavarenche (AO)

Ciò detto, nella speranza che queste frange estremiste vengano considerate come tali, ritorniamo alle nostre transumanze. Quello da tutelare, secondo me, è l’allevamento transumante, cioè quella forma di allevamento tradizionale che prevede l’utilizzo estivo di sedi e pascoli d’alpeggio, con uno spostamento (la transumanza, appunto) che avviene in salita e in discesa a seconda delle stagioni, ancora a piedi dove possibile, oppure con l’utilizzo di automezzi.

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Gregge vagante in salita verso l’alpeggio di passaggio a Valcanale (BG), durante la festa della transumanza

Tutelando questa transumanza, si dovrà tutelare anche il diritto di transito di mandrie e greggi sulle strade che portano all’alpeggio, no? Perché questa è una delle cose che servono agli allevatori transumanti. Non che ci siano comuni che emettono ordinanze che vietano il passaggio degli animali (sia per la transumanza, sia per il pascolo vagante, che in fondo è una lunga e continua transumanza). Un esempio tra tanti, questo caso della Valsesia dello scorso autunno. Leggete qui cosa dice la legge... un Sindaco può vietare il passaggio degli animali, ovviamente motivando il divieto. Ma se la regione sono “solo” i cittadini che si lamentano per le “strade sporche”?

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Festa della transumanza a Pont Canavese (TO)

La transumanza va tutelata innanzitutto come attività lavorativa. Ben vengano anche le feste dedicate a questo particolare momento, dato che sicuramente c’è un aspetto scenografico nel passaggio di uomini e armenti. Ma anche queste feste, secondo me, dovrebbero avvenire nel rispetto della tradizione e del momento di vita lavorativa. Possono essere un importante incontro tra gli allevatori e il pubblico: per i primi c’è l’orgoglio di sfilare con i propri animali al centro della piazza, veri protagonisti con i loro animali del territorio, e non personaggi di serie B relegati ai margini. Nello stesso tempo non dovrebbero, a mio parere, diventare una specie di circo (con contorno per esempio di cavalieri a cavallo con cappelli da cow-boys e giacche con le frange, o altri soggetti niente hanno a che fare con le transumanze alpine). Questo soprattutto perché il pubblico non sempre capisce fino in fondo quello che sta osservando e potrebbe trarne informazioni fuorvianti.

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Transumanza nel centro di Roaschia (CN) nell’ambito della fiera della pecora frabosana-roaschina

Se si mantiene la tradizione, è più facile comprendere come sia sì un giorno di festa, ma anche un momento delicato e faticoso nell’ambito del lavoro quotidiano. Il pubblico, nel momento del passaggio degli animali, deve essere rispettoso, non deve intralciare il cammino, non deve pretendere che si tratti di uno spettacolo ad uso e consumo del turista. Può succedere che gli animali non rispettino gli orari, perché può esserci l’imprevisto… Oppure che l’orario non sia quello centrale della giornata, perché altrimenti farebbe troppo caldo per far marciare gli animali. E così via.

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Festa della transumanza (Dévéteya) a Cogne (AO), con la mandria seguita dalle portatrici di Fontina in costume

Certe feste della transumanza vengono arricchite con il folklore locale, mettendo insieme la realtà attuale e alcuni aspetti del passato. Nella Dévéteya di Cogne, per esempio, alcuni allevatori sfilano in costume e le mandrie sono seguite da persone che rappresentano il modo in cui un tempo si portavano a valle i prodotti caseari. Le “normali” transumanze ovviamente sono cosa diversa, caratterizzate solitamente da una grande mole di cose da fare, animali, mezzi e masserizie da spostare, concitazione e stanchezza dalle prime ore del giorno alla sera tardi.

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Si attaccano i rudun provenzali per la salita in alpeggio – Val Chisone (TO)

C’è la tradizione, nella transumanza, ed è fatta soprattutto di suoni. Abbiamo, a seconda degli animali e dei luoghi, tutta una serie di campanacci e collari utilizzati apposta per quel momento. Anche questo è sicuramente uno dei fattori che possono far inserire la transumanza nei beni immateriali da tutelare.

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Festa del Cevrin, passaggio del gregge nel centro di Coazze, Val Sangone (TO)

Fortunatamente le transumanze sono ancora vive, sono tante, portate avanti da persone di tutte le età. La transumanza vuol dire utilizzo del territorio, vuol dire allevamento di razze spesso locali, la transumanza significa stagionalità, comporta produzioni (casearie e non solo) differenti a seconda del momento dell’anno e dei pascoli utilizzati. Tutte validissime ragioni per dire che va tutelata! Ma è comunque un qualcosa di vivo, di attuale, e non solo un ricordo (di quando di utilizzavano i tratturi o di quando si saliva con i muli e la caldaia del latte sulle spalle). Tutelare la transumanza vuol dire comprenderne le esigenze attuali e far sì che possa continuare ad esistere, anche evolvendosi.

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L’asino con l’apposito basto per il trasporto degli agnelli, ancora utilizzato da molti pastori durante gli spostamenti – Cogne (AO)

Ancora una volta non posso non ribadire come tutte queste immagini ci possono essere solo se gli allevatori tradizionali verranno sostenuti innanzitutto consentendo loro di continuare a lavorare in tutti i momenti dell’anno e in ogni fase delle loro attività. Aggiungo infine, per tutti coloro che ogni anno mi scrivono chiedendo di poter partecipare ad una transumanza, che ne esistono alcune di “organizzate” per i turisti, dove si può avere un ruolo più o meno attivo nella giornata. Rivolgetevi a queste realtà, dove è previsto un certo coordinamento logistico, perché altrimenti per gli allevatori non è facile gestire presenze extra in momenti così delicati.

L’intervista a Geo e un appuntamento

Ecco finalmente il video dell’intervista andata in onda il 30 marzo scorso a Geo su Rai3. Per chi se lo fosse perso o non fosse riuscito a trovare il link… qui potete vedere solo l’estratto che mi riguarda.

 

Temevo peggio! Non sono riuscita a parlare di tutto ciò che avrei voluto, ma nell’insieme il risultato è accettabile. Così chi ancora non mi conosceva, adesso mi ha potuto vedere e ascoltare. Per chi invece volesse proprio sentirmi “dal vivo”, ricomincia una serie di incontri e presentazioni dei miei libri. Qui la pagina dove trovare le date degli incontri, altrimenti seguite la mia pagina pubblica su Facebook.

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Il primo appuntamento comunque sarà a Pomaretto (Val Germanasca – TO) il prossimo 13 aprile, alle ore 20:45.

Per chi volesse organizzare presentazioni dei miei libri, contattatemi.