Per chi vuole provare a ragionare

Tutti gli anni, in questo periodo, si finisce per fare gli stessi discorsi: nel periodo pre-pasquale, la campagna contro la macellazione di agnelli e capretti diventa sempre più accanita e raccoglie nuovi adepti. Recentemente ho letto di un meteorologo che, terminata la lettura delle previsioni del tempo, ha invitato a non contribuire alla macellazione degli agnelli (su la7). A Napoli invece le macellerie non possono esporre in vetrina agnelli e capretti macellati per ordinanza comunale! Urterebbero la sensibilità di qualcuno… A parte il fatto che ciascuno dovrebbe poter scegliere cosa e come mangiare senza essere accusato di nulla, visto che l’uomo è un animale onnivoro, così come ne esistono altri in natura… Il problema ancora una volta è soprattutto la disinformazione!

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Capretto appena nato

Il discorso è sempre lo stesso, si dice che sono “cuccioli” (parola che mi fa venire l’orticaria! cosa significa “cucciolo”? Ogni specie animale ha un termine italiano che identifica gli esemplari giovani: agnelli, capretti, vitelli, lattonzoli – quelli del maiale, avannotti – dei pesci, pulcini, ecc) strappati alle madri. Ma perché insistere su questo fatto? E perché farlo solo per agnelli e capretti? Non esistono campagne così insistenti nei confronti di altri animali. Molti rifiutano il consumo di queste carni, ma non si fanno problemi di fronte ad una grigliata di Pasquetta con costine, salsicce e cosce di pollo. C’è tantissima gente infatti che non è né vegetariana, né vegana, ma agnello e capretto proprio no. Iniziamo con questa cosa del “cucciolo”. Diciamolo ben chiaro! Non si tratta di animali neonati, innanzitutto per un motivo molto pratico: non ci sarebbe niente da mangiare! Ossa, pelle e poco più. Quando mangiate un pollo arrosto o una coscia di pollo siete tutti consapevoli che non si tratta di un pulcino appena uscito dall’uovo, no? E perché invece vi bevete in massa quella castroneria che agnelli e capretti abbiano giusto un paio di giorni di vita?

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Capretto nato da 10 giorni

Chiarito questo punto, rimaniamo su quella che secondo me è un’ipocrisia: chi mangia questo tipo di carne viene addirittura bollato come assassino anche da chi comunque consuma altri generi di carne o prodotti di origine animale. Sulla scelta alimentare vegana potrei avere da ridire dal punto di vista nutrizionistico, ma soprattutto sulla sostenibilità ambientale, ma non è questa la sede e il momento per farlo. Però almeno c’è una coerenza, si rifiuta tutto ciò che ha origine animale. Chi invece mi dice che “…ah il formaggio di capra è proprio buono… ah il pecorino che squisitezza…“, ma poi mi guarda come se fossi un mostro poiché mi nutro di carne ovicaprina, o è ignorante (nel senso che non conosce, ignora), o è appunto ipocrita. Se vuoi il latte, l’animale deve partorire. A volte nasce una femmina, a volte nasce un maschio…

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Capretto maschio di poche settimane di vita

Dei nuovi nati, qualcosa si alleva, qualcosa viene venduto ad altri allevatori per farne altre capre o pecore, ma i maschi? Purtroppo moltissime persone hanno perso la consapevolezza di come anche gli allevamenti gestiti dall’uomo abbiano comunque delle basi naturali. Per esempio quella che, in natura, in un gregge, in un branco, per molte specie ci sia solo un maschio che, nella stagione degli amori, si accoppia con le femmine. I giovani maschi o vengono scacciati o si affrontano in lunghe e anche sanguinose battaglie… Sapete che si dice che non ci possono essere due galli nello stesso pollaio. Il principio è lo stesso: i galli si affrontano a beccate e speronate, arrivando anche ad uccidersi. I montoni (nelle pecore) o i becchi (nelle capre) lottano a cornate e testate.

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Giovane becco di un anno

Ricordiamoci anche che il capretto “puccioso” dell’immagine precedente in un anno si trasformerà in un becco possente, quello che vedete qui. Vi garantisco che si tratta dello stesso animale, l’ho visto nascere e crescere. E crescerà ancora nei prossimi anni. Dall’età di 6-7 mesi inizia anche ad essere maturo sessualmente, con tutte le normali manifestazioni (caratteriali e olfattive) che caratterizzano questi animali nel periodo del calore. Questo come promemoria per chi volesse “adottare” un capretto per “salvarlo” dalla macellazione. Tra l’altro, quando il becco raggiunge la maturità sessuale, se non è stato castrato, il sapore della sua carne muta radicalmente, pertanto macellarlo dopo darà un prodotto che conta ben pochi estimatori.

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Agnelli di tre mesi di età

Il discorso è sempre lo stesso, fatto per le capre e fatto per le pecore. L’unica differenza forse la possiamo trovare nel fatto che la pecora partorisce tutto l’anno, mentre la capra generalmente partorisce in inverno (da dicembre a marzo), quindi buona parte dei capretti hanno già raggiunto un peso e una dimensione “adatti” alla macellazione proprio nel periodo pasquale. La religione non centra niente, semplicemente si è creata l’usanza di festeggiare con quello che è un “prodotto di stagione”. Si macellano agnelli e capretti e dopo può iniziare la mungitura per fare i formaggi.

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Rientro dal pascolo, piccolo gregge di pecore e capre, razze autoctone valdostane – Nus (AO)

Stamattina mi sono arrabbiata perché una persona che mi segue su facebook ha fatto certi commenti dove si parlava appunto della macellazione di agnelli e capretti. Non conoscevo la signora, ma ho visto che mi aveva chiesto l’amicizia dopo aver letto un articolo che mi riguardava e quindi mi ha contattata dicendo “mi ha incuriosito e interessato la tua storia, una originale passione la tua“. La signora adesso mi ha “tolto l’amicizia”, dopo aver scoperto che la mia “passione originale” prevede anche la vendita per la macellazione degli animali allevati, ma guarda un po’…

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Primo pascolo di primavera a 1000m – Nus (AO)

Qualcuno mi spieghi come si fa a guardare le centinaia di immagini che pubblico, a leggere queste pagine, a leggere i miei libri… pensando forse che io o altri allevatori “si portino a spasso” greggi e mandrie così, giusto per far foto da mettere on-line? Cari “amici” che mi seguite, si alleva con passione, questa passione significa seguire al meglio i propri animali dalla nascita fino alle ultime ore di vita. Ci saranno animali che resteranno anni nel gregge, altri che avranno vita più breve, ma la loro macellazione, la loro vendita, servirà in primis a garantire il benessere di tutti quelli che resteranno in azienda, perché fieno, cereali, mangimi, affitto dei pascoli, non sono gratuiti. Certo, qualcosa andrà in tasca anche all’allevatore, per la vita e il sostentamento suo e della sua famiglia. Lo ritenete sfruttamento? Ma voi… che lavoro fate? Come vi arriva il cibo in tavola? Siete sicuri che non ci sia alcuna forma di “sfruttamento”, magari ben più grave, dietro quello che mangiate e bevete?

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Lana di pecora impigliata nei rovi

Su queste pagine mi sto occupando soprattutto di allevamento di montagna, di territorio montano, di gente che vive e lavora nelle “terre alte”. Non vi sto parlando di allevamento intensivo, di stalle immense, ma di piccole realtà dove spesso si allevano anche razze a rischio di estinzione. Se non si allevasse anche per vendere gli animali al macello, chi e perché continuerebbe ad avere questi animali? Se scomparisse l’allevamento, tutto il nostro territorio cambierebbe faccia. Certo, potete dirmi che le vaste coltivazioni di mais in pianura, finalizzate alla produzione di foraggio per vacche che mai escono dalla stalla non sono il massimo in quanto a sostenibilità. Ma io vi sto parlando di pascolo all’aperto nei mesi in cui il terreno non è coperto dalla neve, alimentazione in stalla con il fieno prodotto sfalciando anche zone ripide. Senza l’allevamento avanzerebbe l’abbandono, i rovi, i cespugli, non il bel paesaggio montano curato che tanto piace anche ai turisti.

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Al pascolo nei vigneti abbandonati – Nus (AO)

Guardate l’immagine sovrastante: fino a 25-30 anni fa queste zone erano coltivate a vigneto. Se oggi non passassero nemmeno più gli animali a pascolare in primavera e autunno, l’abbandono sarebbe totale. Il pascolo inoltre è un sistema di pulizia e manutenzione altamente sostenibile! Per non parlare poi del ruolo ecologico svolto dagli animali. Parlavo l’altro giorno con una signora che mi raccontava della vegetazione particolare lungo i tratturi del centro Italia: nel vello delle pecore venivano trasportati semi che cadevano qua e là durante la transumanza, così si era formato un vero e proprio corridoio con erbe e piante legate al passaggio delle pecore. Capite? Tutto questo è legato alla pastorizia. Perché accanirsi contro questo allevamento in particolare, che forse è ancora tra quelli più tradizionali? Se non vi piace la carne di questi animali per questione di gusto, semplicemente… non mangiatela! Ma smettetela di fare disinformazione, smettetela di danneggiare un patrimonio che fa parte della nostra cultura, del nostro territorio, del nostro DNA.

Grazie a tutti quelli che avranno voglia di leggere fino in fondo, grazie a quelli che vorranno provare a capire davvero.

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Poco tempo e troppe cose

Cari amici, come molti di voi sapranno, ieri ho fatto una toccata e fuga a Roma per essere ospite della trasmissione Geo di RAI3. Il mio intervento andrà in onda venerdì prossimo, 30 marzo, nel corso della puntata (l’orario preciso non lo so, tra le 17:00 e le 18:25). Avevamo preparato una mia scheda, avevo mandato delle foto, c’era una specie di copione con le domande che la conduttrice doveva farmi, ma invece… si è andati a ruota libera!

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Roma – Colonna Traiana

Mentre viaggiavo in treno, nonostante l’alta velocità, guardavo lo scorrere dei magnifici paesaggi rurali che si sono via via presentati davanti ai miei occhi. C’erano anche città, fabbriche, asfalto e cemento, ma dopo… campi, prati, file di alberi sulle colline, cascine, alberi di frutto in fiore, villaggi arroccati, greggi di pecore al pascolo. La primavera qua e là stava davvero arrivando, ieri era il 21 marzo! Ma non è stata solo una questione di stagioni, i miei pensieri guardavano un paesaggio (il bel paesaggio italiano!) e vedevano quel che ci sta dietro: agricoltura e allevamento.

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Pascolo vagante in primavera – Cumiana (TO)

Tante erano le cose che mi sarebbe piaciuto raccontare al pubblico di Geo, trasmissione che seguo tutte le volte che ne ho la possibilità, ma alla fine (frastornata anche dal luogo in cui mi trovavo, dall’emozione, dalla tensione) temo di aver fatto ben poco. Ho risposto alle domande della conduttrice (persona squisita, semplice e gentile così come appare in TV), ma siamo andati a toccare ben pochi dei temi che mi stavano a cuore. Abbiamo parlato un po’ di pascolo vagante…

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Capre valdostane – Nus (AO)

…un po’ delle capre e del mio ultimo libro “Capre 2.0“. Seguendo le domande della conduttrice, non sono però riuscita ad affrontare alcune tematiche che avrei voluto portare al pubblico. Non che volessi tenere un comizio, ma almeno un accenno al sempre maggiore divario tra il mondo della terra, i produttori, e il resto della società, mi sarebbe piaciuto poterlo fare. Forse qualcosa tra le righe l’ho detto, ma è stato tutto così rapido e improvviso/improvvisato…

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Con alcuni dei capretti di quest’anno – Nus (AO)

Non so se chi mi vedrà riuscirà a capire davvero chi sono e di cosa mi occupo. Scrittrice sì, ma non solo. C’era una domanda nel copione a cui avrei voluto rispondere, cioè il perché non sono diventata io un’allevatrice con una mia azienda… Perché ciò avrebbe comportato abbandonare l’attività di comunicazione. Che siano articoli, che siano libri di saggistica, che sia il blog, che siano romanzi, occuparsi di allevamento in prima persona significa fare solo più quello, se vuoi farlo bene. Soprattutto, significa non potersi assentare, non poter lasciare gli animali. Inoltre, come ho già avuto modo di dire in diverse occasioni pubbliche, la mia passione per questo mondo, per gli animali, nel mio caso si esprime anche con le immagini e con le parole scritte. Infine, credo che al mondo dell’allevamento tradizionale talvolta possa essere maggiormente utile uno scritto che lo racconti al pubblico, piuttosto che un allevatore/allevatrice in più. Non so se ci saranno altre occasioni di raggiungere un pubblico così vasto… spero almeno di aver invogliato qualcuno a leggere i miei scritti per saperne di più su ciò che ho raccontato e continuo a raccontare in questi anni!

Due ricette per Pasqua

Le ricette ve le do adesso, perché questo è l’unico periodo in cui, in certe parti d’Italia, si trova facilmente anche dai macellai e al supermercato la carne di agnello e di capretto. Per la seconda c’è un motivo stagionale (i capretti nascono in inverno), per la prima… ci sarebbe tutto l’anno. Ma non dappertutto la si cucina spesso. Guardando le varie trasmissioni di cucina in TV (ce ne sono su ogni canale!!) ho notato come all’estero la carne di agnello sia utilizzata molto comunemente. E non si tratta di “agnellini”, a giudicare dai tagli che vedevo passare sui banconi!

Per chi si appresta ad andare a comprare queste carni, innanzitutto fate attenzione alla provenienza. Cercate di sostenere la pastorizia italiana, quando non proprio della vostra regione. Buttando l’occhio qua e là, ho visto talvolta indicato “agnello nazionale”, “agnello sardo”, ma anche provenienze oltreconfine. L’altro giorno ero in anticipo ad un appuntamento e dovevo aspettare nel parcheggio di Eataly. Visto che faceva freddo, sono entrata a dare uno sguardo e, con mio disappunto, ho visto che sulle lavagnette del menù per il pranzo c’era scritto “agnello scozzese” (o irlandese, non ricordo con sicurezza). Nei tagli confezionati invece l’origine era quasi tutta italiana.

Se possibile, vi consiglierei di acquistare direttamente dall’allevatore. Se non ha un punto vendita aziendale, si possono trovare soluzioni alternative, tipo andarlo a ritirare presso il macello autorizzato. Ovviamente ciò comporta l’acquisto dell’animale intero o della mezzena, ma… lo pagherete meno e porterete a casa anche tagli meno conosciuti delle semplici costolette o del cosciotto, da cui però potrete trarre splendidi piatti (io vado matta per le interiora…).

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Rolata di agnello con riso basmati

Le due carni si prestano alle medesime preparazioni, anche se il sapore ovviamente è differente. Qui vi propongo una rolata di agnello, accompagnata da riso basmati. La rolata l’ho ricavata da quella parte di carne priva di ossa che c’è tra le costole e la coscia. Forse ha un “termine tecnico” per identificarla, perdonatemi se non lo conosco. Da ogni mezzena ricaviamo quindi una rolata. L’ho farcita con della pancetta coppata e insaporita con foglioline di timo fresco e un po’ di pepe. L’ho arrotolata, legata e fatta cuocere in forno in una teglia, dopo averla irrorata con un filo d’olio evo e salata leggermente (la pancetta è già molto saporita). Non ho aggiunto altri condimenti, l’ho lasciata rosolare ben bene nel forno caldo e l’ho servita con il suo sughetto e con riso basmati in bianco. Per far sì che il riso non formi una massa collosa, sciacquarlo bene in acqua fredda, rosolarlo con un po’ di burro e cuocerlo con acqua (nelle proporzioni di due tazze di acqua ogni tazza di riso) e sale. Appena l’acqua alza il bollore, cuocere a fuoco bassissimo con il coperchio e senza rimescolare fino a completo assorbimento del liquido (circa 20 minuti).

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Spalla di capretto al forno

Del capretto invece ho utilizzato le spalle, cotte al forno. Ho lasciato marinare al fresco la carne tutta la notte in una scatola con coperchio, dopo averla cosparsa e massaggiata con bacche di ginepro e foglie di rosmarino tritate, uno spicchio d’aglio tritato, olio evo, un cucchiaio di aceto bianco e sale. Ho poi messo la carne in una teglia da forno, ho irrorato ancora con un po’ d’olio e ho infornato ad alta temperatura. Quando iniziava a rosolare, ho bagnato con un bicchiere di vino bianco e ho continuato la cottura dopo aver coperto con un foglio di alluminio. Un ottimo contorno per accompagnare sono delle patate al forno.

Buon appetito e… mangiate carne ovicaprina tutto l’anno (anche di capra, di pecora, di agnellone, di castrato)!

Arriverà anche la primavera

L’altra mattina, mi pare fosse sabato, mi ha svegliato il gorgheggiare dei merli. Era ancora buio, il cielo era nuvoloso, ma gli uccelli cantavano salutando la primavera. La natura lo sa, lo sente…

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Hepatica triloba

E infatti ecco che, all’improvviso, tra l’erba secca lungo il ruscello, dal nulla stanno sbocciando i fiori violetti degli anemoni. Inizia qualcosa qua e là, poi di colpo tutto si muoverà pieno di vigore, dopo i mesi di siccità, dopo la neve, dopo il vento, il freddo intenso.

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Pioggia e nebbia – Petit Fenis, Nus (AO)

Ci voleva anche quella pioggia, quelle giornate di nebbia grigia e compatta. Ci vuole tutto, basta che poi arrivi la primavera. Quest’anno la stiamo davvero aspettando, ma la “colpa” è delle anomalie dei mesi e degli anni precedenti. Siamo stati mal abituati da inverni troppo caldi e con poca neve, magari anche graditi da qualcuno. Se vuoi tenere gli animali all’aperto al pascolo, le belle giornate non stufano mai. Ma senza la pioggia, l’erba non c’è… Senza la neve in montagna, la stagione d’alpeggio si fa difficile.

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L’erba “nuova” sotto la pioggia

E l’erba aspettava proprio quella pioggia. La neve dell’inverno è andata e venuta una, due, tre, tante volte, ma niente si muoveva. Poi all’improvviso i merli, le cince che cantano, la pioggia e il verde che fa capolino qua e là. Nei fondovalle, in pianura, qua e là già stata avanzando, ma pian piano è la volta anche dei versanti, con la precedenza per quelli ben esposti al sole.

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La quota della neve domenica sera – Petit Fenis, Nus (AO)

E il sole di questi giorni farà muovere tutto, nei prati, lungo i ruscelli, nel sottobosco. Scioglierà pian piano la neve, anche se le previsioni dicono che persino i giorni in cui, sul calendario, dovrebbe iniziare la primavera, potrebbe cadere ancora neve anche a bassa quota. La speranza è che sia l’ultima volta e che non ci siano poi gelate tardive, le peggiori. Tutte le difficoltà della passata stagione sono iniziate proprio con delle gelate al mese di aprile, che hanno danneggiato le coltivazioni, ma anche l’erba.

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Capretti nati un mese fa – Petit Fenis, Nus (AO)

Gli animali attendono in stalla il momento in cui finalmente si tornerà al pascolo. I capretti non hanno ancora visto il mondo all’esterno, se non qualche occhiata appena fuori della porta della stalla. Così è l’inverno per chi sta a mezza quota in montagna, per chi vive stabilmente a quote maggiori, è più lungo ancora.

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Vista verso la bassa valle – Petit Fenis, Nus (AO)

Sole e nuvole “da primavera”, aria frizzante, densa di aspettative, di voglia di muoversi. C’è tutto da fare, di colpo i lavori aumenteranno ancora di più. Non solo la stalla, ma anche tutto quello che, a quote inferiori, si può iniziare a fare con calma, man mano che passano i mesi. I prati da pulire, gli orti, c’è chi pota vigne e chi frutteti. Arriverà, la primavera…

Capre “da collezione”

Molte volte sono proprio degli allevatori a chiedermi perché c’è chi tiene delle capre valdostane, “bestiacce” che devono essere legate in stalla, altrimenti passerebbero il tempo a prendersi a cornate, emarginando le più deboli e impedendo loro di mangiare. C’è chi le munge, ma la resa non è sicuramente quella di una razza da latte. C’è chi le tiene per le battaglie, quelle particolari manifestazioni di cui ho già parlato spesso, mostrandovi le immagini più spettacolari (qui un esempio, o ancora qui).

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Sergio con alcuni dei capretti di quest’anno – Envie (CN)

Ma poi ci sono anche tutti quelli che le tengono perché… perché sono belle! Perché piacciono. Perché c’è quella passione lì, e come fai a spiegarla? Come vi dicevo, ci sono stati altri caprai, allevatori di capre da latte, che mi hanno chiesto come mai c’è gente che tiene “quelle capre lì”, e non una o due così come mascotte, ma un gregge intero! Sfugge persino a loro il perché, visto che sono più difficili di altre da gestire e non danno neppure la rendita del latte.

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Stalla di capre valdostane – Envie (CN)

Sul mio libro Capre 2.0 (Blu Edizioni) ho intervistato anche allevatori di questa razza, come per esempio Giancarlo, di Coazze. Lui parlava di malattia… Al di fuori dell’area del Canavese, delle Valli di Lanzo e della Val d’Aosta, sono pochi coloro che le portano alle battaglie. Quindi tutti gli altri le allevano proprio solo per passione, anche se poi spesso capita di vendere uno o più capi, o un becco da riproduzione, a chi invece le tiene per questo motivo. Sono tornata da Sergio e Rosanna per accompagnare proprio un appassionato di battaglie delle capre: lui cercava esemplari grossi, pesanti, “cattivi”.

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In stalla, mentre fuori nevica – Envie (CN)

Sergio invece preferisce quelle più domestiche, tranquille, che non gli danno problemi in stalla. “Fa quasi tutto mia moglie in stalla, io vado a lavorare in settimana, vado a potare gli alberi da frutta. Lei invece va d’estate a raccoglierla…“. Perché questa passione è anche dispendiosa, quindi a volte serve un altro lavoro per mantenere le capre. Una follia?

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I capretti tirano la giacca a Sergio – Envie (CN)

Io preferisco vederla come una forma di collezionismo, se mi consentite il termine. Invece di collezionare oggetti inanimati, la passione è per le capre. Gli appassionati si incontrano, le ammirano, ne discutono. E’ una specie di club, ci si conosce tutti, perché Tizio mi ha comprato un becco, io ne ho comprato uno da Caio, e i nomi alla fine sono sempre quelli. Ci si incontra alle fiere, alle rassegne, alle battaglie. Qualcuno invece non lo vedi quasi mai, devi andare a cercarlo in frazioni sperdute al fondo di un vallone o su su lungo strette strade che si inerpicano lungo un versante. Oggi però la tecnologia facilita ancora di più gli scambi e i contatti. Ma la soddisfazione di “collezionare” capre è per esempio avere una capretta come Mirtillo, che gratta con la zampa la gamba di Sergio, per farsi prendere in braccio anche quando ormai è una capra di un anno di età e non più una capretta di pochi mesi. Molti caprai hanno una grande sensibilità verso i loro animali…

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Aperta la stalla, i capretti corrono all’aperto – Vico C.se (TO)

Così parecchi di questi animali vengono fortemente viziati dai loro proprietari. C’è chi ha iniziato ad allevare questa razza e chi la alleva da sempre. Sono stata anche a far visita a Remo, in Valchiusella, un altro grande appassionato. La sua è una tipica azienda tradizionale, capre valdostane e vacche, con cui sale in alpeggio sulle alture sovrastanti la sua cascina di mezza montagna.

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Questo capretto di chi è? – Vico C.se (TO)

E’ bello entrare in queste stalle, perché si vede l’omogeneità del gregge. Molti appassionati acquistano capre da uno o dall’altro, per costituire il proprio gregge. Qui invece in ogni capo si vede un certo “marchio di fabbrica”, frutto di attenta selezione e gusto personale. Le capre hanno caratteristiche nell’aspetto che si ritrovano guardando ogni animale: le corna, la forma del muso, l’altezza. Il pastore ha scelto quali caprette allevare, non ha introdotto altre femmine, ha solo cambiato di anno in anno il maschio.

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Il cane non sa come tener fermi i capretti dispettosi – Vico C.se (TO)

Gli appassionati, come tutti i “collezionisti”, arriverebbero talvolta a spendere un capitale per quel “certo pezzo”. Ma “quella capra” non sempre è in vendita, anzi… quasi mai lo è. Perché ci tieni, perché ti piace, perché magari preferisci venderne una giovane, a cui non ti sei ancora affezionato tanto. Vendi quando non hai più posto in stalla, anche se questa la vorresti tenere, quell’altra pure, quella poi è figlia di quella vecchia capra che non c’è più e… Sono cose che non tutti capiscono. Anche se vendi qualche capra, qualche capretto, non so se ti ripaghi il prezzo di quel che hai dato loro da mangiare, delle ore di tempo che ci hai dedicato portandole al pascolo, quelle di notte in stalla per assistere ai parti, il costo degli interventi del veterinario in caso di necessità. E’ una passione, e così ti ripaghi soprattutto ammirando i tuoi animali. Forse per qualcuno è una follia… ma vi assicuro che le cose stanno proprio così.

Disinformazione sul pascolo vagante

Ieri sera, nella nota trasmissione “Striscia la Notizia”, è andato in onda l’ennesimo servizio dove si punta il dito contro gli allevatori, nello specifico i pastori vaganti, “colpevoli” di tenere le pecore all’aperto d’inverno. Molte volte in quel programma sono state “denunciate” situazioni davvero insostenibili, ma molte altre invece ci si è affidati alle parole di sedicenti animalisti, poco informati sull’etologia e sulle necessità degli animali. Ahimè troppo spesso si tende ad umanizzare gli animali: io ho freddo e starei volentieri in casa? Sicuramente anche gli animali hanno le mie stesse esigenze.

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Alice e Fabio, pastori vaganti del Nord-Est (foto A.Masiero)

Ma poi, anche su questo punto… parliamone! Scommetto che si sono presi meno l’influenza i pastori che seguono tutto l’anno le pecore, come Alice e Fabio e centinaia di altri, proprietari del gregge o operai, che dormono in roulotte dove… già, c’è solo una lampadina! Ma dopo una giornata intera al pascolo, cosa si pensa che facciano i pastori, la sera? Si mangia e si va a letto, si spegne la luce… Ma andiamo con ordine. Tanto per cominciare, come vedete, le foto di questo post non sono mie, le ho prese dalle bacheche dei miei amici su Facebook, che nei mesi e settimane scorse hanno postato decine di immagini riguardanti il loro lavoro di pastori vaganti alle prese con l’inverno. Giusto per testimoniare come ovunque si pratichi questa forma di pastorizia, autorizzata dalla legge.

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Gregge al pascolo in una giornata invernale (foto A.Masiero)

Sarebbe bello che, per realizzare un servizio, un articolo, un qualsiasi pezzo di “informazione”, valesse ancora l’antica usanza di documentarsi a dovere. Mentre il sig. Stoppa demonizzava il pastore che tiene il gregge all’aperto nella neve, ecco che, in occasione dell’otto marzo, la testata regionale veneta della Rai dedica questo servizio ad Alice Masiero, pastora vagante padovana, che pratica questa vita 365 giorni all’anno. Non basta un servizio a livello regionale per controbilanciare la disinformazione di Striscia. “Pascolare in luoghi dove ci sia un riparo”, viene detto nel video. Cosa vorrebbe dire?? O gli animali stanno in stalla… o al pascolo!

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Pascolo vagante in Svizzera (foto Max le berger)

L’importante, estate o inverno che sia, è che gli animali abbiano la pancia piena. Non pensiate che il “problema” degli animalisti sia una prerogativa italiana. Sulla pagina facebook “wanderschäfer”, dedicata ai pastori vaganti di lingua tedesca (dato che questo mestiere tradizionale è ben presente e praticato anche in Svizzera, Germania e altri stati europei), ho trovato un articolo scritto apposta per rispondere alla domanda: “Ma le pecore non congelano in inverno?”

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Pascolo vagante nella Svizzera interna (foto Max le berger)

Nei prossimi giorni farà molto freddo e mi è stato chiesto più e più volte, se le pecore non congelano a temperature estreme. Naturalmente, non posso rispondere per ogni pecora, ma la natura ha preparato le pecore alle temperature sotto zero. Per prima cosa, ovviamente c’è la lana. Di solito, le pecore vengono tosate in primavera o all’inizio dell’estate e, durante l’inverno, si è formato di nuovo un manto spesso e folto. Non appena il clima si raffredda, la crescita della lana viene ulteriormente stimolata.” Così spiega il pastore vagante.

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Pascolo vagante in Svizzera (foto D.Bertino)

Ma il vero segreto delle pecore è il loro rumine. Qui avviene una digestione ad opera dei batteri. (…) Durante questi processi di conversione si genera calore. Una pecora si porta dietro, per così dire, una piccola centrale elettrica! Per noi pastori è importante mantenere la centrale elettrica in funzione. (…) La cosa migliore è dare sempre fibra grezza abbondante. (…) Se le pecore sono belle e rotonde di sera, i batteri avranno abbastanza materiale per far funzionare il “forno” durante la notte.
La lana inoltre ripara dal freddo esterno e mantiene il calore interno delle pecore (…). Gli agnelli, che hanno ancora poca lana, usano il calore “di scarto” delle loro madri, zie e nonne e, con le basse temperature, dormono sulla pancia degli animali più anziani.

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Foraggiamento con fieno di pecore allevate all’aperto nel nord dell’Inghilterra (foto J.Rebanks)

Penso che questa spiegazione data dal pastore vagante Sven de Vries (qui l’intero articolo) non abbia bisogno di ulteriori commenti. Volevo però ancora mostrarvi alcune foto di James Rebanks, l’autore del meraviglioso libro “La vita del pastore”, che avevo recensito qui. Non si tratta di pascolo vagante, ma di animali allevati così da sempre, all’aperto anche durante il rigido inverno del Lake District.

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Si mangia il fieno in attesa della primavera (foto J.Rebanks)

Quando c’è tanta neve e non riescono più a trovare di che sfamarsi, il pastore interviene portando fieno. Succede nel Lake District, succede in Piemonte, succede ovunque. Il gregge per il pastore non è solo un reddito, innanzitutto c’è la passione per gli animali. Questo è stato un inverno duro per i pastori piemontesi, con poca erba in autunno, poi freddo e neve. Ci sono state annate migliori, ma il pascolo vagante è sempre esistito e continuerà (si spera) ad esistere.

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Il gregge mangia il fieno all’aperto, Lake District (UK) (foto J.Rebanks)

Le pecore patiscono più il caldo (le avete mai viste, tutte ammucchiate, sotto il sole? quello per loro è il tempo peggiore! Con la neve mangiano, con il caldo invece no!) che non il freddo e la neve. Basta avere gli animali adatti, ogni razza autoctona si è evoluta anche in funzione delle condizioni ambientali in cui vive/viene allevata. Per finire, nel servizio si vede una foto di un agnello morto (sulla paglia, non è nella neve), ma la morte fa parte del ciclo naturale delle cose. Con 800 pecore, può succedere, sia che gli animali siano in stalla, sia all’aperto. Succede, anche se presti la massima attenzione e tutte le cure necessarie. Mi auguro che il sig. Stoppa si documenti maggiormente sul pascolo vagante, prima di realizzare un altro servizio inutile e dannoso come quello. Un giorno un veterinario mi disse: “Cercate di non pascolare vicino alle strade quando nevica, perché poi la gente inizia a bersagliarci di chiamate perché c’è un gregge nella neve. Se ci chiamano, siamo obbligati a venire a verificare, nella maggior parte dei casi troviamo animali in ottima salute e tenuti come si deve, ma ormai la gente non capisce più…

Disinformazione sui boschi

Non ho mai parlato/scritto particolarmente di boschi in tutti questi anni, pur avendo studiato Scienze Forestali. Mi sono laureata studiando soprattutto i pascoli e, in seguito, mi sono occupata soprattutto di chi li pascolava e di chi conduceva al pascolo gli animali. Poi però, casualmente, nei giorni scorsi ho scritto questo post sul bosco e sulla sua cura. Poco dopo è iniziata la polemica sul nuovo Testo Unico in materia forestale, che sta per diventare legge dello Stato Italiano.

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Balme – Valli di Lanzo (TO)

Mi sono arrivati anche diversi inviti da parte di amici e conoscenti a firmare contro tale nuova normativa, che darebbe modo a chiunque di depredare i boschi italiani. Le modalità con cui se ne parlava avevano tutta l’aria del solito terrorismo disinformativo caratteristico di quelli che qualcuno definisce “ambientalisti da tastiera” o “da salotto”. I modi e i toni non si discostavano da altre tematiche che ho seguito più da vicino in tutti questi anni (dalla “strage degli agnelli” a certi modi di trattare l’argomento “lupo”). Effettivamente questi post prospettano scenari che chiunque abbia minimamente a cuore il territorio e l’ambiente vorrebbe che non di dovessero mai verificare: “Italia a rischio deforestazione”, “Un assalto ai boschi italiani”, “OK al taglio selvaggio dei boschi” e così via.

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Larice secolare – Val Germanasca (TO)

C’è un detto che recita “A pensar male del prossimo si fa peccato ma si indovina“, quindi siamo sempre tutti pronti a dare un certo credito a certe voci, specialmente oggi, con un atteggiamento di critica distruttiva molto diffusa e amplificata dai social media. Però potremmo anche provare ad informarci con qualche rapidissima ricerca, oggi abbiamo tutti i mezzi a disposizione per farlo in pochi minuti. Anzi, spesso sono gli stessi social a fornirci altre chiavi di lettura su cui provare a ragionare con calma (e, soprattutto, con la propria testa, senza condividere a raffica dicendo NO a tutto, così, per principio). Parallelamente a chi tuonava contro la legge che “distruggerà il bosco in Italia”, ecco che alcuni addetti ai lavori, professori universitari, dottori forestali ed altri, iniziavano a dire la loro. La sensazione è sempre la stessa: quando qualcosa ti sta a cuore e improvvisamente vedi una campagna di disinformazione che va a toccare te tue idee, i tuoi principi, il tuo lavoro, le tue passioni, non riesci a stare zitto e provi a combattere la valanga di fango a colpi di notizie corrette, ponderate, ragionate. Purtroppo però, in molta di quella gente che si limita a leggere i titoli, resteranno maggiormente impressi quelle frasi catastrofiche.

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Antichi coltivi terrazzati invasi dal bosco – Baceno (VB)

Comunque, per chi volesse davvero documentarsi, vi rimando a questo articolo ben scritto, in modo chiaro, che analizza punto per punto gli aspetti che si andrebbero ad introdurre con la nuova legge. Non sto a riportarvelo tutto qui, sarebbe troppo lungo. Leggetelo e pensate anche a situazioni di cui ho scritto molte volte, cioè i boschi che vanno ad occupare quelli che un tempo erano territori utilizzati dall’uomo (coltivazioni, pascoli, terrazzamenti).

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Abbandono in aree di mezza montagna – Val Sangone (TO)

Per chi lo volesse leggere davvero tutto, questo è il testo della legge da approvare. Non è vero che si andranno a modificare i vincoli e le modalità operative nelle aree protette, non è vero che non c’è “zonizzazione” (cioè una suddivisione in aree dove una certa cosa si può o non si può fare), semplicemente la legge nazionale porrà delle basi, poi (come dovremmo sapere, dal momento che è così già ora) la gestione forestale continuerà ad essere di competenza regionale. Una legge quadro nazionale non può intervenire nelle modalità di intervento, prelievo ecc, ecc…

Ciò detto, se anche voi volete provare a combattere la disinformazione dilagante, questo è un appello del mondo accademico. Potete aderire scrivendo a accademia@georgofili.it