Cambiare lavoro?

Recentemente mi è capitato di parlare con persone che non hanno contatti diretti con il mondo zootecnico. Stavo spiegando loro come questa stagione sia particolarmente dura per una serie di motivi: poche scorte di fieno a causa delle gelate primaverili e della siccità, costo del fieno (e degli altri foraggi) alle stelle, ma nello stesso tempo non aumenta il valore dei prodotti. Teoricamente dovrebbe succedere che, se mi costa di più produrre il bene xy, il suo prezzo di vendita finale aumenti. Ma non succede né con il latte, né con la carne… Mi sono così sentita chiedere come mai i titolari di queste aziende in crisi non cambiano lavoro. Perché non può essere solo una stagione sbagliata a mettere in ginocchio un’azienda, quindi erano già in crisi quando tutto “andava bene”. Vero, infatti le difficoltà c’erano già prima, questi mesi stanno danno il colpo di grazia a tanti che già vacillavano.

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Gregge in stalla, pianura torinese (TO)

Ma allora perché chi già era sull’orlo del baratro si ostina ad andare avanti? Perché l’allevatore che vende i propri animali deve essere proprio disperato… e quando li avrà venduti, non avrà risolto i suoi problemi, anzi… si aggiungerà un malessere che non so se trova uguali in chi cessa un’altra attività. Entrano in gioco tante cose, ma prima di tutto la PASSIONE, parola ricorrente abbinata a questo mestiere, e il legame con gli animali. Per dare una spiegazione a tutte quelle persone che chiedono “come mai non cambiano lavoro?“, ho provato a chiedere direttamente agli stessi allevatori. Ecco cosa mi hanno risposto alcuni di loro. Molti danno la risposta di Ubaldo: “Perché non si guarda al denaro, questa è una malattia spesso ereditaria.

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Covoni di fieno tradizionali – Angrogna, Val Pellice (TO)

Il denaro però alla fine lo devi guadare, quando finisce, quando non ne hai più nemmeno per comprare il fieno per le tue bestie, cosa fai? Non commentano su facebook, ma lo so che esistono anche queste realtà. Non per scelte sbagliate sul lavoro, ma per un crescente ammontare delle spese e una rendita sempre minore del proprio lavoro. Aumenta il gasolio, aumenta il fieno, aumenta il mangime, aumenta il prezzo di tutto quello che devi comprare, dal trattore al pezzo di ricambio, ma il latte te lo pagano sempre 30-40 centesimi al litro, gli agnelli a pochi euro al kg, i vitelli fatichi a darli via…

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Anziano allevatore durante una transumanza – Valle Maira (CN)

Non si cambia per rispetto di chi ha messo assieme qualcosa prima di noi, per rispetto di chi non ha da mangiare e perché non hai nessuno che ti comanda. Poi ci vuol coraggio anche ad andare a lavorare in fabbrica…“, dice Mario dalla Lombardia. Non mi ha scritto nessuno dicendomi: “Io l’ho fatto, io ho chiuso e sono andato a fare altro“, ma qualcuno mi ha detto “…questo è il mio mestiere, quale altro lavoro potrei andare a fare?“. Purtroppo so di persone che a forza di tirare la corda purtroppo o sono andate in fallimento o hanno dovuto vendere gli animali, poi il più delle volte hanno cercato lavoro come operai in aziende dello stesso settore. “Mi hanno chiamato per un lavoro di tutt’altro genere, sono lì da tre mesi, per un annetto o due posso farlo. Mungo mi lavo e vado dentro in macchina, faccio fatica e sono sempre teso“, racconta invece un giovane che cerca di portare avanti in parallelo le due cose, rendendosi conto che la sola azienda agricola non gli consente di vivere.

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Vacche in stalla – Valli di Lanzo (TO)

Silvio dalla provincia di Cuneo: “Sono… nuovo del mestiere… è da pochi mesi che mi sono iscritto alla categoria! Fin da piccolo però ho sempre trafficato, ero appassionato delle bestie con i nonni prima e dopo con mio padre, che era in pensione dalla Michelin. Io però sono finito a lavorare fuori e mio fratello è rimasto qua, poi il mio lavoro è andato a finire male come per tanti altri e alla chiusura mi sono ritrovato in disoccupazione. Adesso sono nei coltivatori con mio fratello e mia cognata, la resa sappiamo quella che è, si tribola ad andare avanti, ma finalmente faccio quello che mi piace che avrei già dovuto fare 30 anni fa, perché alla fine è la nostra vita, la nostra passione le nostre radici e non cambierei più con nessun altro lavoro e nessuna paga…

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Giovane appassionato – Aosta

Francesco, dalla Lombardia: “Sono un allevatore dopo aver fatto diverse marce indietro. Io allevavo capre quando ho cominciato, poi le ho vendute per mancanza di spazio. Sono cresciuto con i miei zii e con loro ho imparato a fare il formaggio, a gestire una mandria in alpe fino al 2005, poi da sera alla mattina mi sono trovato sbattuto fuori dalla stalla. Ho ripreso pian piano e adesso sono arrivato a 10 fattrici piemontesi. Ho fatto altri lavori, o meglio ci ho provato, ma non riesci… o meglio sei anche un operaio modello sempre attento, ma il tuo cuore è altrove…

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Capretti fiurinà – Scalenghe (TO)

Laura, dal Cuneese: “A me è stata invece rivolta la domanda inversa… Io lavoro in fabbrica e ho il posto fisso, ma tra qualche mese lascio per intraprendere l’attività d’allevatore di camosciate e trasformazione di latte. Parecchi mi hanno chiesto perché sono così ”stupida” da lasciare il lavoro fisso per un lavoro a casa che non si ha mai una sicurezza nelle entrate…“. Laura, dalla collina torinese: “È un modo di vivere, qualcosa che hai dentro. In un certo senso non è neanche una scelta, perché vivere diversamente è impensabile. Se fossi giovane rifarei lo stesso ma non in Italia.

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Transumanza in Val Pellice (TO)

Andrea, ancora dal Cuneese: “Noi alleviamo bovini, facciamo alpeggio e trasformiamo il latte tutto l’anno… Secondo me però la risposta è già nella domanda stessa, la chiave è la parola “lavoro”. Il nostro credo non possa essere considerato soltanto “lavoro” , è qualcosa che va oltre ad un orario, uno stipendio o un reddito, è qualcosa che abbiamo nel sangue e nel cuore, una natura, un istinto, un richiamo…. Con i nostri animali si crea un legame forte, a me piace pensare che sia come una grande famiglia, e in famiglia quando le cose non vanno bene ci si stringe cercando di farsi forza l’un l’altro e si cerca di tirare avanti… Di sola gloria non si vive, lo so, ma credo che “lasciare” i nostri animali per andate a fare altro sia proprio l’ultima delle soluzioni…

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Pecora con il suo agnello nato da poco – Cumiana (TO)

Marco, emigrato all’estero: “Non è un lavoro ma uno stile di vita. Le domande sono anche altre forse. Posso imporlo ai miei figli nel contesto sociale del 2018 anche quando i conti non sono rosei? E fino a che punto tirare la corda in passivo? Per la cronaca, io ho chiuso dieci anni fa in Piemonte e ho una azienda familiare in pedemontana polacca.  Che per certi versi vuol dire portare indietro l’orologio ai tempi abbastanza buoni dell’Italia e darsi un livello economico decoroso. So che è impopolare in questa sede, ma a un giovane consiglierei di prendere in considerazione l’estero. Anzi l’estero lo consiglierei anche a chi è in crisi e vuol valutare una alternativa alla chiusura. Ho dimenticato di descrivere l’azienda: avevo vacche piemontesi in provincia di Novara e adesso faccio lumache e ortaggi in Polonia con circa sette ettari. Ho 37 anni e due figli piccoli. Penso che un dato importante su una opinione sia anche l’età che uno ha. Io ho imparato a vedere il mondo diversamente con il passare degli anni.

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Vacche in alpeggio in Val di Susa (TO)

Virginia, dalle Langhe: “Domanda da un milione di dollari. Noi abbiamo un allevamento (piccolo) di bovine da latte, facciamo pascolo, vendiamo il latte ad un piccolo caseificio e una parte la trasformiamo noi. Perché non si cambia lavoro? Perché il nostro non è solo lavoro, è la nostra vita, la nostra passione. Siamo legati alle bestie ed al territorio. Io sono diplomata e avevo la possibilità di svolgere un lavoro con orari regolari e al pulito, ma non faceva per me. Pian piano abbiamo comprato le prime vacche e ora ci siamo ingranditi e i primi risultati cominciano a vedersi. Lo rifarei altre mille volte!!! Certo si fa fatica, ci si arrabbia, ma non ci arrendiamo mai e la mia vita, che poi è anche il mio lavoro, non la cambierei per niente al mondo!!!!

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Vacca in alpeggio – Gressoney (AO)

Jessica, allevatrice valdostana: “Abbiamo mucche da latte. Il senso di libertà che si prova a lavorare a contatto con la natura non ha prezzo! Un bel respiro profondo dell’aria fresca di alpeggio vi farebbe assaporare la mia sensazione di felicità! Che sia un lavoro duro, faticoso e anche poco redditizio può essere vero, ma quante soddisfazioni dà? Chi ha la fortuna di avere delle compagne di avventura così fedeli, che ti dimostrano affetto, ti coccolano, ti chiamano? Sono solo animali (dice qualcuno) ma si esprimono meglio che noi umani! Con i propri animali si viene ad instaurare un rapporto speciale fatto di lealtà , di fiducia reciproca, di momenti gioiosi come di momenti brutti, ma la passione e la voglia di non mollare fanno passare ogni paura! Bisogna provarle certe sensazioni per capirle!

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Mandria in alpeggio – Trentino

Marta, dalla Valsesia: “Io e i miei genitori abbiamo bovini da latte d’estate andiamo in alpeggio e trasformiamo, in inverno vendiamo il latte. Con i tempi che corrono anche io mi sono chiesta qualche volta se ne valga la pena o meno. In primo luogo per me è uno stile di vita, ci sono nata e tra i miei primissimi ricordi ci sono vacche, vitelli e cani da pastore. Certo è un lavoro duro, ma dal punto di vista personale gli animali mi danno moltissimo, è avere la vita tra le mani tutti i giorni, fare questo mestiere lo vedo più come un dono che come un dovere. I momenti di scoraggiamento non mancano, ma quante volte nella vita un operaio ha l’occasione di tenere fra le braccia un vitellino appena nato, andare a mungere con il sole che sorge e vedere la vita intorno a sé svegliarsi? Non trovo nemmeno le parole adatte per esprimere quante più cose ci siano nella vita dell’allevatore al di là del lavoro.

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Formaggi di alpeggio in vendita in una fiera in Valle Po (CN)

Elisabetta, in provincia di Torino: “Abbiamo un’azienda agricola con vacche da latte, Barà e piemontesi. Trasformiamo tutto il latte nel nostro piccolo caseificio e vendiamo i prodotti al mercato o li usiamo in agriturismo. Mio papà, mio fratello e mio nonno curano le vacche e la stalla, io con mia nonna e mia mamma produciamo e andiamo a vendere. Non è facile, ci sono molte spese e scadenze, non sempre va come vorresti. Manca l’erba in autunno, il fieno in inverno, l’erba per fienare in estate, ma non manca mai la voglia e la passione!! Troppe volte mi pento di non aver preso il diploma, un po’ per egoismo, un po’ per crescita personale, anche se penso che non sia un pezzo di carta a dimostrare chi sei. Troppe volte penso di mollare e di fare un lavoro tranquillo “da donna”, ma poi guardo cosa mi hanno lasciato i miei e mi dico: “No! Non si può cambiare lavoro!” Se nasci in una famiglia così, con certi valori, stringi i denti e vai…avanti!

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Capre valdostane in alpeggio – Valsavarenche (AO)

Non so se questa carrellata di testimonianze sia sufficiente a spiegare ad un “non addetto ai lavori” perché non ci si arrende fino all’ultimo, anche quando si lavora in perdita, anche quando per mantenere i tuoi animali finisci per spendere i soldi che avevi messo da parte in passato. Lo fai sperando che prima o poi le cose cambino, che non vengano giorni peggiori, ma migliori.

(N.B. Le foto di questo post non fanno riferimento alle testimonianze, ma riguardano allevatori e aziende da me visitati nel corso degli ultimi anni)

 

2 Replies to “Cambiare lavoro?”

  1. Buonasera
    Sarebbe possibile avere i contatti, penso alle mail, di questi agricoltori che hai intervistato? Magari potremmo unire le forze, io senza lavoro e con tanto tempo, loro magari bisogno di aiuto ma non disponibilità economiche per assumere, io avrei un posto in cui passare del tempo aiutando e loro un collaboratore che li aiuterebbe gratuitamente in cambio di vitto ed alloggio.
    Fammi sapere, grazie.

    "Mi piace"

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