Non si riesce più a fare solo questo mestiere

Proseguendo le mie “uscite” tra gli alpeggi valdostani, sono arrivata a Pila, nota stazione invernale, ma località turistica anche estiva, raggiungibile da Aosta con telecabina e seggiovia. Io sono salita in auto, affrontando la ripida strada a tornanti. Avevo un appuntamento per una giornata “speciale”.

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Vacche valdostane in stalla dopo la mungitura – Pila (AO)

Mi aspettava la famiglia Squinabol, Davide si era appunto offerto di “ospitarmi” per l’intervista, ma alla fine ho partecipato a una di quelle piccole transumanze che caratterizzano la stagione di alpeggio, cioè il passaggio da un tramuto ad un altro. Per meglio utilizzare i pascoli, ci sono diverse strutture, collocate a quote via via maggiori, pertanto ci si sposta quando l’erba è finita, poi si sale ancora e, nel mese di agosto/settembre, si torna indietro, a pascolare quel che è ricresciuto.

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Fontine – Pila (AO)

Arrivo quando tutti sono indaffarati, le vacche sono già state munte, ma bisogna lavare tutte le attrezzature, portare all’alpeggio successivo tutto ciò che è necessario e anche occuparsi della caseificazione. Inizio a chiacchierare con Federico, che mi mostra la stagionatura delle fontine (qui se ne producono 16 al giorno) e con la nonna Vittorina, che si occupa tra le altre cose della caseificazione.

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Caseificazione – Pila (AO)

Mi racconta un po’ della sua vita, mentre la tecnologia la aiuta: infatti è un motorino a provvedere al rimescolamento della cagliata che viene riscaldata nella caldaia, per la produzione della Fontina. “Non volevo più venire su, sono stanca, sono stufa, per me ormai sono 48 anni di alpeggio! Ho male alle braccia, stanotte non ho dormito per i dolori. E dovrei anche essere di nuovo operata di ernia. Mi ero già fatta operare, ma poi quando ho tirato su le fontine, è di nuovo uscita. Ho sempre fatto una vita dura io… Volevo smettere, ma poi Federico mi ha chiesto se venivo ancora…

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Partenza dall’alpeggio – Pila (AO)

Non c’è tempo per vedere le ultime fasi della caseificazione, infatti arriva anche Davide che era salito al tramuto di Pan Perdù per portare del materiale, così le vacche vengono slegate e si parte in una nuvola di polvere. La siccità si fa sentire e il caldo viene avvertito anche a quelle quote. Federico e uno degli operai partono davanti alla mandria.

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La mandria attraversa la pista di downhill – Pila (AO)

Ci sarebbe stata ancora erba per qualche giorno, ma sono in corso le prove per la gara nazionale di downhill che si doveva tenere la domenica: gli animali dovevano attraversare la pista diverse volte al giorno per uscire e rientrare in stalla, quindi era impossibile rimanere ancora lì. Mentre passiamo, i bikers si fermano, il fotografo smette di immortalare i loro salti sulle gobbe in terra battuta realizzate per l’occasione.

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Piste da sci e pascoli estivi – Pila (AO)

Si sale lungo le piste: la gran parte dei pascoli di questi alpeggi d’inverno è territorio degli sciatori. Il posto è bello, il paesaggio spettacolare, ma sicuramente le infrastrutture della stagione invernale disturbano l’occhio di chi è abituato alla montagna incontaminata. “Qui a Pila è comodo, sei in montagna, ma non sei isolato, in paese ci sono i negozi, c’è tutto”, racconta Davide. “Io però su ci sto poco, vado avanti e indietro, ci sono i fieni da fare giù. Ci sono mio figlio Federico, mia suocera e gli operai.

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Pan Perdù – Pila (AO)

Sono le valdostane castane a raggiungere per prime l’alpeggio, guidando la transumanza. La mandria è composta in prevalenza da vacche di razza valdostana pezzata rossa, alcune pezzate nere e alcune castane, perché la passione per le battaglie delle reines c’è anche in questa famiglia. La precedenza però si da alla produzione di latte, alla mungitura.

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Pascoli a Pan Perdù – Pila (AO)

Gli animali salgono pascolando e intorno all’alpeggio trovano un fresco pascolo abbondante. I fili sono già stati tirati in precedenza per fermare la mandria una volta che fosse giunta lì, così Federico e uno degli operai si occupano di sistemare l’acqua della fontana. Tutti gli altri arriveranno più tardi, dopo aver terminato i lavori nell’alpeggio sottostante.

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Alpeggio Pan Perdù – Pila (AO)

La baita è già addobbata con numerosi vasi di gerani e altri fiori arriveranno ancora in seguito sul pick up. “Mi piace che ci siano tanti fiori, arrivare in un posto e trovare tutto fiorito è una bella impressione. Il proprietario dell’alpeggio invece dice che è una perdita di tempo, perché bisogna anche bagnarli…

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Federico – Pila (AO)

Federico intende continuare la professione di allevatore, ma sta anche studiando veterinaria a Torino. “Spero in futuro di riuscire a fare entrambe le cose. In autunno inizio il quarto anno.” Davide, oltre a fare i fieni, deve scendere anche per tutto quel che concerne la burocrazia: “Non si riesce a fare solo il mestiere, si passano le giornate negli uffici a presentare domande e le leggi cambiano continuamente.”

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Qui a Pila i turisti non mancano, specialmente dalla fine di giugno alla metà di agosto, ma non sempre la convivenza è facile. La seggiovia porta i ciclisti in quota e dopo questi rientrano in paese godendosi la discesa, solo che bisogna ricordare loro di utilizzare solo le piste segnalate e non quelli che invece sono pascoli. “C’è un bel rapporto con la società che gestisce gli impianti, ci veniamo incontro a vicenda. I turisti invece non sanno più ho cosa sia l’alpeggio, ho fermato gente che saliva in mezzo ai pascoli… perché di lì si faceva prima, così mi hanno risposto.

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Valdostana pezzata rossa – Pila (AO)

Per la gente è tutto bello finché non si incontrano i due mondi. Il letame puzza, non piace che venga sparso sui pascoli, però per essere bello, tutto fiorito, bisogna fare manutenzione, concimare, ecc…“. Quel giorno di inizio estate però di turisti non ce ne sono. Le vacche hanno mangiato, gli uomini sono ancora indaffarati a sistemare tutto prima di concedersi un pranzo.

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Davanti alla stalla – Pan Perdù, Pila (AO)

Gli animali attendono di entrare in stalla, ma non è ancora tutto pronto. In quella lunga giornata non si riesce a rispettare gli orari normali. La fatica e la stanchezza poi iniziano a farsi sentire, la sveglia per la mungitura era suonata alla 3 del mattino.

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 Pan Perdù, Pila (AO)

Finalmente, poco alla volta, le vacche vengono fatte entrare. Per quella giornata particolare sono venuti a dare una mano anche gli allevatori che mandano qui in alpeggio per l’estate i loro animali. E’ stagione di fieni, c’è chi ne ha tagliati e deve andarli a ritirare, potrebbe fare un temporale prima di sera, o forse no. Si parla anche del gran caldo, della siccità, della speranza che non manchi l’acqua per irrigare i prati.

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In stalla – Pan Perdù, Pila (AO)

Finalmente tutti gli animali sono al loro posto e si può andare a pranzare. Resterà ben poco tempo per riposare prima della mungitura pomeridiana. Nonostante le mungitrici, occorrono comunque all’incirca tre ore per questa operazione, poi c’è nuovamente da lavorare il latte. “Per tutto il lavoro che comporta, le due lavorazioni quotidiane, il fatto che è un formaggio a latte intero, è una DOP, dovrebbe valere di più, la Fontina. La gente non sa che lavorazione c’è dietro.

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Di qua non si passa

Un sabato mattino presto, appena prima dell’ondata di caldo che ha fatto iniziare l’estate ben prima di quella che sarebbe la data giusta. Sono partita di casa quando appena veniva giorno, ho infilato gli scarponi ai piedi mentre il campanile della borgata suonava le 7:00. Ho camminato per una strada nota, volevo arrivare ad un colle, poi andare oltre, sulla cresta, raggiungere una delle cime. L’alpeggio era ancora chiuso, silenzioso, solo qualche campanella delle capre che scuotevano la testa in attesa della mungitura, nel recinto. Poco oltre un gruppo di pecore con i loro agnelli, anch’esse nelle reti. Le tracce però mi dicevano che il grosso del gregge era più avanti.

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Fioritura dei rododendri – Val Chisone (TO)

Ero un escursionista come tanti, da sola, con il mio cane. Salivo a passo spedito nell’aria ancora frizzante, ammirando la fioritura dei rododendri. Il cane era libero, i cartelli dicevano che potevo tenerlo così, se rimaneva al mio fianco o comunque se rispondeva ai richiami. Però, immaginando di trovare di lì a poco il gregge, l’ho chiamato e l’ho legato al guinzaglio. Dopo aver oltrepassato un canalone piuttosto scavato, sono uscita in una radura circondata da rocce e rododendri. Il recinto era adiacente al sentiero, tutto era silenzio, ma ho subito visto i cani. Mentre, ferma, studiavo cosa fare, anche loro hanno visto/sentito me. Non so quanti ve ne fossero nelle reti, ma fuori c’era un grosso maschio che, nonostante fossimo fermi, ci è venuto contro con fare minaccioso e aggressivo, correndo, abbaiando e mostrando i denti.

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Pastore maremmano abruzzese nel gregge – Cumiana (TO)

Erano cani da guardiania, indispensabili ai pastori per difendere il gregge dalle predazioni. Lì, come ovunque ormai nelle vallate del Piemonte (e non solo), il predatore è insediato da anni, non avere questi guardiani significa aumentare il rischio di attacchi. Tutti i pastori ormai sanno che i tre strumenti che possono impiegare per cercare di proteggere le pecore sono i recinti elettrificati per la notte, l’impiego di questi cani (il numero consigliato sarebbe uno ogni 100 capi) e il pascolamento guidato, cioè la presenza del pastore quando il gregge è fuori dalle reti.

Questo video, caricato da chi si occupa della protezione greggi in Svizzera, mostra le regole di comportamento in caso ci si trovi a fronteggiare un gregge protetto dai cani. Lungo la maggior parte dei nostri sentieri ci sarà già capitato di vedere i cartelli che segnalano la presenza di cani da guardiania e spiegano come deve comportarsi il turista. Quando ero anch’io con le pecore, mi sono trovata più volte coinvolta in situazioni (anche spiacevoli) che vedevano come protagonisti turisti, cani e pastori. Il più delle volte il problema era dovuto ad un errato comportamento del turista, che pretendeva di passare in mezzo alle pecore, correva, urlava, tirava pietre ai cani.

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Cucciolone con gregge di capre – Cumiana (TO)

L’altro giorno però la situazione era molto diversa. Io credo di aver seguito tutto ciò che viene sempre detto di fare agli escursionisti. Solo che il cane ci ha attaccati. Porto sempre con me una robusta “cana“, un bastone ricurvo, che mi è servito per tenere a distanza il nostro assalitore. Ovviamente il mio cane, al guinzaglio, ha cercato di reagire, così come ho reagito io frapponendo il bastone tra noi e i denti del bestione, che ci ha assalito a più riprese nonostante fossimo ad almeno 50 metri dal recinto, fossimo prima fermi e poi arretrassimo. Non avessi avuto la cana, avrebbe attaccato il mio cane. Si è fermato solo quando siamo finalmente riusciti a tornare nel canalone. Ho legato il mio cane ad un cespuglio e sono risalita per valutare passaggi alternativi, ma il cane ha ripreso ad abbaiare correndo verso di me (foto di questi eventi non ho avuto tempo e modo di farne, potrete facilmente immaginare perché). La radura era in parte occupata dal recinto, poi intorno alberi, cespugli e rocce. Così ho dovuto tornare indietro. Non so dire se la reazione del cane fosse legata alla presenza del mio, se si trattasse di un esemplare particolarmente aggressivo e nemmeno perché fosse fuori dalle reti, anche se sicuramente in questo modo rappresenta un buon deterrente contro l’avvicinamento di predatori (e non!).

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Uno dei guardiani del gregge resta indietro a sorvegliare una pecora che ha partorito – Cumiana (TO)

In passato, in casi analoghi (gregge al pascolo accompagnato da cani da guardiania) era stato sufficiente tenersi a distanza e non era successo niente. Mentre tornavo sui miei passi, piuttosto contrariata e spaventata (ma per fortuna incolume), ho incontrato tre persone, di cui un bambino, che salivano. Li ho avvisati del “pericolo”. Quel sentiero, oltre ad essere molto frequentato, è anche sull’itinerario GtA. Alla fine sono risalita in un vallone laterale, dopo aver perso oltre un’ora per la “deviazione”, senza così arrivare a raggiungere nessun colle o vetta. Ho sentito il cane abbaiare a lungo in lontananza, non so se gli altri escursionisti siano riusciti a passare. Non voglio dare colpe a nessuno, volevo solo portarvi la mia testimonianza e spiegarvi che può anche capitare questo. Certo, non dovrebbe succedere se tutto andasse com’è scritto nei manuali, ma…

Prati, pascoli e fienagione

Sapete distinguere un prato da un pascolo? E un prato-pascolo? Non è un gioco di parole… Senza scendere in tecnicismi da addetti ai lavori, semplicemente possiamo dire che un pascolo viene per l’appunto pascolato dagli animali. Un prato invece viene sfalciato per ottenere foraggio e in un prato pascolo alcuni tagli sono destinati al foraggio conservato, altri invece al pascolamento diretto.

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Pascolo di alta quota con la prima vegetazione dopo lo scioglimento della neve – Vallone di Rouen, Villaretto (TO)

A seconda delle quote, cambiano i periodi di utilizzo delle superfici erbose, sia da parte dell’uomo, sia da parte degli animali. Ovviamente si sfalcia e si pascola quando c’è erba e quando questa è abbastanza “matura”. Anticipare troppo vorrebbe dire avere mano foraggio a disposizione, tardare invece significa avere un prodotto di cattiva qualità.

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Prato del Colle – Villaretto (TO)

Per quanto riguarda la montagna, i tempi sono ovviamente posticipati rispetto alla pianura e il numero dei tagli di fieno è minore. Molti dei luoghi che un tempo venivano sfalciati, anche in alta quota, oggi sono destinati al solo pascolo di mandrie e greggi. Ciò avviene perché è cambiata l’organizzazione delle aziende, il numero di capi, le necessità per la sopravvivenza.

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Pascolo in fiore – Vetan (AO)

L’altro giorno un allevatore mi spiegava come sfalciasse parte del suo alpeggio in quota, ricavandone un fieno “…che riconosci subito quando lo prendi, sia per il profumo, sia per la resa!“. L’utilizzo di prati e pascoli varia anche in funzione del territorio: nelle vallate più ripide, ormai si fa fieno quasi solo più nel fondovalle, nelle zone maggiormente pianeggianti, mentre il resto o viene pascolato o addirittura è lasciato all’abbandono.

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Fienagione – Petit Fenis, Nus (AO)

Le mandrie salgono in alpeggio a pascolare, poi tornano nelle cascine, dove comprano il fieno (o se lo fanno, a seconda di com’è organizzata l’azienda). In montagna fa il fieno chi risiede in valle, aziende di dimensioni medio-piccole o piccolissime, mantenendo pulito (e paesaggisticamente ordinato) il territorio. La meccanizzazione è maggiore dove le superfici sono ampie e pianeggianti. Anche in montagna si cerca di semplificare il lavoro con i mezzi, qui vi avevo mostrato immagini della Svizzera, dove ampie porzioni di territorio sono esclusivamente montane, quindi la fienagione avviene necessariamente anche in quota. Si usano i macchinari dove si può, poi il rastrello per tirare verso il basso il fieno e procedere poi all’imballatura… peggio quando bisogna portarlo in alto. Resistono eroi che usano la falce, la gerla, i teli da riempire di fieno e portare a spalla, o che fanno i covoni

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Guglielmina, 85 anni, Petit Fenis, Nus (AO)

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Non avevo con me la macchina fotografica l’altro giorno, così ho scattato due foto solo con il cellulare. Nelle immagini vedete Guglielmina, 85 anni, rastrello in mano, a raccogliere quello che restava dopo il passaggio del trattore con l’imballatrice. Stava rientrando in auto con la figlia Federica quando ci hanno visti fare fieno, si sono fermate e ci hanno dato una mano. “Ma mamma era tutta contenta, la sera! E’ la sua vita, questa!“. Nonostante il caldo torrido, nonostante il sole che picchiava anche a 1000 metri di quota, nonostante il temporale che ci ha costretti ad interrompere il lavoro quando mancavano poche balle per aver finito.

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Fienagione – Petit Fenis, Nus (AO)

Farsi il fieno è fatica, è tempo, sono costi (bisogna dotarsi di tutti i macchinari necessari per tagliare, girare, fare le andane e imballare), ma farselo portare dalla pianura non è sicuramente economico! Per la Val d’Aosta, a cui si riferiscono queste immagini, c’è inoltre un discorso di vincoli legati alla DOP della Fontina, formaggio il cui disciplinare impone l’utilizzo di fieno prodotto in valle. Quindi ogni azienda deve provvedere alla fienagione necessaria per mantenere almeno le proprie vacche da latte per tutta la stagione invernale e primaverile, fin quando non potranno essere messe al pascolo nei prati vicini alla stalla o saliranno in alpeggio.

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Rotoballe – Petit Fenis (AO)

Primo taglio, secondo taglio, il terzo generalmente viene pascolato direttamente dagli animali, da una certa quota in su. Salendo come altitudine, il taglio generalmente è poi soltanto uno. Il fieno viene imballato con forme diverse, attualmente si tende a fare le rotoballe (di dimensioni diverse, da quelle più grandi e pesanti della pianura, fino a piccole balle cilindriche movimentabili a mano), anche se “resistono” le ballette a forma di parallelepipedo.

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Irrigazione dei prati – Saint Nicolas (AO)

Per avere erba e fieno servono in ugual misura acqua e sole. Fondamentale l’irrigazione a pioggia nelle vallate più secche, abbiamo già parlato dei sistemi di canalizzazione e utilizzo delle acque in certe zone. In questi giorni di fienagione fortunatamente il clima è ideale (anche se troppo caldo): in montagna non c’è afa, ma sole e vento, così nel giro di 2-3 giorni i prati vengono tagliati, il fieno imballato e riposto nei fienili. Ma senza l’irrigazione sarebbe ben difficile avere una rapida ricrescita dell’erba, che garantirà un secondo taglio nei prossimi mesi.

Manca tanta valorizzazione

In attesa del libro sulle capre (sì, uscirà in autunno, ad ottobre), ho iniziato a lavorare al nuovo testo che mi è stato commissionato, cioè un’opera “alla scoperta degli alpeggi valdostani”, su modello di quello che Monterosa Edizioni aveva già realizzato sul territorio ossolano. E così su questo blog vi proporrò stralci delle chiacchierate fatte in alpeggio con gli allevatori che incontrerò lungo gli itinerari.

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Pascoli in fiore a Vetan (AO)

Sì, perché il libro abbinerà le escursioni al territorio: in montagna sul territorio ci sono gli alpeggi, con le persone che ci lavorano e gli animali, bovini, ovini, caprini. Per il Piemonte era sicuramente stato più semplice realizzare un’opera “portando” gli escursionisti ad apprezzare questa realtà anche attraverso i prodotti, dato che è normale poter acquistare latticini in alpeggio se su quei pascoli ci sono animali da latte. In Val d’Aosta la storia è un po’ diversa. Forse anche per questo ho accettato volentieri la “sfida”: c’è necessità di condurre il pubblico a scoprire un mondo che sembra essere sempre più “alieno”.

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Una delle innumerevoli sculture lignee lungo il percorso di salita al rifugio Mont Fallere – Vetan (AO)

Ho iniziato così la mia avventura da un itinerario già molto conosciuto ed apprezzato, quello che porta al Rifugio Mont Fallere, lungo il “museo a cielo aperto” che caratterizza questo percorso. “Il rifugio non era sui percorsi più classici, tipo le alte vie, e non ci sono grandi vette, così Siro, il gestore, si è inventato questa cosa delle sculture. Ce ne sono lungo tutto il sentiero ed è difficile riuscire a vederle proprio tutte, ce n’è un centinaio…“. Così mi racconta Gilberto Marcoz. “Buona parte dell’itinerario è sul mio alpeggio. Ci sono anche altri alpeggi e un’azienda che fa anche escursioni a cavallo, ma quando è stato creato l’itinerario, nessuno è stato convocato. 

Isolettaz – Vetan (AO)

Oltre a questo alpeggio, ne uso uno più in là, alla stessa quota, Vulmian. Se la gente passasse agli alpeggi, qualcosa venderesti. Sarebbe bello poter mettere uno chalet sul sentiero per vendere i prodotti, ma qui da noi c’è troppa burocrazia. Ogni tanto vado in Svizzera, nel Vallese, e là tutti gli alpeggi hanno il posto dove mangi i prodotti e li acquisti pure. Se vuoi farlo, chiedi il permesso, in 15 giorni ti danno l’autorizzazione e puoi partire con i lavori seguendo quello che ti richiedono. Poi vengono a fare i controlli a sorpresa e ti multano se non ha rispettato le norme. Ho visto un posto dove hanno fatto il locale in una parte della stalla, una porta la stalla, l’altro il ristorante. Qui l’ASL non ti darebbe il permesso. 

Vacche di razza valdostana castana al pascolo – Vetan (AO)

Sia qui, sia in fondovalle, mungiamo e lavoriamo noi il latte. Facciamo Fontina: è una DOP, c’è un disciplinare da seguire ed è un prodotto conosciuto, ma manca molta valorizzazione. Vendo alla cooperativa, si occupano loro della stagionatura, poi qualche forma me la riprendo per venderla direttamente. Ce la pagano poco, per essere una DOP, e quella di alpeggio la pagano solo 30 centesimi /Kg più dell’altra.

Gilberto e i suoi animali – Vetan (AO)

Al turista bisogna spiegare come si fa la Fontina, due lavorazioni al giorno, e questo è impegnativo. Poi la Fontina che puoi trovare in alpeggio è quella di fondovalle, perché c’è un minimo di 90 giorni per la stagionatura. Quindi le migliori Fontine di alpeggio si mangiano a Natale! Servirebbero degli chalet al fondo delle piste da sci, per esempio, dove vendere la Fontina spiegando queste cose.

Abbeverata – Vetan (AO)

Al turista di cose da spiegare ce ne sarebbero molte, da quel che mi racconta Gilberto. “L’alpeggio è un luogo di lavoro, quindi è di qualcuno, la gente se ne dimentica, sia chi ha la seconda casa, sia chi passa soltanto. Chi compra una casa su di qua, la prima cosa che fa è recintare il suo pezzo, poi pretende di sdraiarsi a prendere il sole nei miei pascoli. Ti racconto una cosa… dove metto la batteria per dare corrente al recinto, ho sempre un secchio per avere dell’acqua per bagnare il terreno dove pianto il picchetto della terra. Alla sera lo trovo pieno di immondizia… Certo, non tutti si comportano male, c’è chi saluta, chi lega il cane appena vede le bestie, ma ti ricordi di più quelli che si comportano male. Manca il rispetto!

La reina – Vetan (AO)

Gilberto alleva vacche di razza valdostana castana ed è anche un gran appassionato di Battaglie delle Reines. “Già mio nonno e il mio bisnonno avevano questa razza. Adesso ci sono due categorie di allevatori, chi le tiene per viverci, come me (e quindi devono anche avere latte) e l’hobbista che guarda solo che l’animale batta e se ne frega delle produzioni. Bisognerebbe dare la precedenza come regole a chi lo fa per vivere. Le battaglie sicuramente contribuiscono a mantenere vivo l’allevamento, ma adesso siamo in crisi.

Mandria al pascolo – Vetan (AO)

Parliamo dei problemi del settore, i contributi economici bloccati o che tardano ad arrivare fanno sì che le aziende fatichino ad andare avanti. “In passato abbiamo sicuramente avuto tanti aiuti per la viabilità degli alpeggi e per ristrutturare le strutture. Questo ha voluto dire tanto per la gestione dell’alpe. La montagna è bella quando c’è il sole, ma l’allevatore è su anche quando fa brutto tempo e ha diritto pure lui a farsi una doccia calda la sera, poter mettere ad asciugare gli scarponi e la giacca.” Avrò molto da imparare e da raccontare in quest’estate tra gli alpeggi della Vallée. Gli argomenti sono quelli “di sempre”, che accomunano gli allevatori in ogni parte delle Alpi (e non solo). Sicuramente però ascolterò nuove storie e vedrò meravigliosi panorami. Qui più che mai è necessario raccontare alla gente (turisti, escursionisti, ecc.) cosa sia il mondo dell’alpeggio.

Chi ce l’ha fatta

L’altro giorno si parlava di un mio “vecchio” libro, “Di questo lavoro mi piace tutto“, uscito ormai da alcuni anni. A dire la verità è stato pubblicato nel solo 2012, ma le interviste le avevo fatte nel 2010 e terminate nel 2011, poi da allora ne sono usciti diversi altri e così mi sembrava che sia passato molto più tempo. Comunque, nel libro (ancora disponibile, qui trovate i dettagli per ordinarlo), avevo raccolto una settantina di interviste a giovani allevatori, tra i 15 e i 30 anni. Raccontavano le loro scelte, le loro difficoltà, i loro sogni. Sarebbe bello andare a trovarli e vedere come son andate le cose, nel bene e nel male. Io non ho tempo e modo di farlo, ma per qualche studente universitario del settore, non potrebbe essere un bell’argomento per una tesi? Io sono disponibile per fornire i contatti per raggiungere la maggior parte di loro!

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Matteo e le capre nei boschi sopra ai Bastianoni – Cumiana (TO)

Ieri sera sono andata a trovare due di questi ragazzi, erano in coppia già nel 2010, la prima volta vi avevo parlato di loro qui, quando Matteo aveva affrontato la transumanza per andare a fare la sua prima esperienza in alpeggio. Poi ero andata per l’appunto ad intervistarli per il libro. E in seguito mi era capitato di incontrarli varie volte, anche perché avevano iniziato a salire sulle “montagne” sopra al mio paese. Non un vero alpeggio, ma comunque dei pascoli da utilizzare nella stagione estiva.

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Francesca munge le capre con “l’aiuto” dei bimbi – Cumiana (TO)

Sono cambiate molte cose in questi anni, però i loro sogni e progetti si sono man mano realizzati. Cosa diceva Francesca nel 2011? “Sposarci, lavorare insieme. Però non potrei mai lasciare l’azienda dei miei, che con un socio hanno un’attività di contoterzisti, magazzini per cereali e preparano anche i mangimi. Così al mattino aiuterei lui a mungere e fare i formaggi, poi andrei in azienda, ed alla sera di nuovo ad aiutare lui. A me lavorare piace, non sono capace di star lì senza fare niente. Seduta dietro ad un computer… No, non fa per me. Io devo stare fuori, muovermi!“. Oltre a lavorare insieme, Matteo e Francesca hanno anche due bambini, si sono sposati e la loro attività sta progredendo.

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Il rientro delle capre – Bastianoni – Cumiana (TO)

Ieri sera li ho incontrati quando avevano finito di spostare il recinto e aspettavano che le capre rientrassero dal pascolo. A dire il vero, avendo cambiato zona proprio quel giorno, il gregge se ne stava per i fatti suoi più in alto e non scendeva nonostante i richiami di Matteo, così ci è toccato andarle a cercare affidandoci al suono delle campanelle. I lavori da fare sono sempre tanti, nelle giornate precedenti Matteo si stava occupando della fienagione, quindi gli animali pascolano anche da soli, sorvegliati dai cani maremmano-abruzzesi, per rientrare al recinto la sera.

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Il recinto per la sera – Bastianoni – Cumiana (TO)

Varie volte il gregge ha avuto problemi con i predatori, in passato. Matteo il lupo l’ha già anche visto più volte, gli aveva ucciso delle capre anche vicino ad una delle borgate ancora abitate che ci sono nella parte alta di Cumiana. I cani sono un deterrente, ma la loro efficacia non è del 100%. Sarebbe però impensabile avere una persona con il gregge tutto il giorno, economicamente non sarebbe sostenibile. Matteo mi spiega che non ha terreni in affitto, pascola con il permesso dei proprietari, ma non ha stipulato contratti. In questo modo non può nemmeno presentare domande per avere dei contributi. “Ma è meglio così, non chiedo niente, non voglio niente, solo poter lavorare, fare il mio lavoro.

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Piccoli pastorelli crescono – Cumiana (TO)

Chiacchiero con Francesca e le chiedo della “nuova” avventura. Da poco tempo ha iniziato a fare i mercati con i formaggi di loro produzione. “Adesso il latte lo lavoro io, al mattino. Ci siamo attrezzati, abbiamo realizzato il caseificio a casa, al Selvaggio, dove abitiamo. Non abbiamo potuto farlo dove abbiamo la stalla perché è “zona residenziale” e non ci hanno dato il permesso. Non abbiamo chiesto contributi per farlo, perché tanto i soldi li dovevamo comunque tirare fuori noi prima. E poi dovevi avere tutte le fatture, invece così certi lavori ce li siamo fatti noi in famiglia. La spesa comunque è stata grossa.

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Assistenti alla mungitura – Cumiana (TO)

Poi abbiamo preso il furgone e il banco per vendere. Ho appena iniziato a fare i mercati dei produttori a Piossasco il sabato mattina e a Cumiana il mercoledì. Mi sono attrezzata secondo quello che mi ha detto l’ASL, ma poi vedo gli altri che arrivano a vendere e non hanno tutte le cose che hanno chiesto a me… Un’altra cosa che ho notato è che a questi mercatini non tutti sono veri produttori, c’è gente che rivende prodotti di altri. Le cose stanno andando bene, la gente apprezza i miei formaggi. La clientela è diversa, a Cumiana vengono a prendere 6, 12 tomini per volta, mi dicono che sono come quelli che facevano una volta, anche la ricotta. Invece a Piossasco c’è chi ti prende un tomino di capra, uno di mucca…

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Impariamo a mungere? – Cumiana (TO)

Il lavoro non manca e gli orari sono quelli che sono. Ieri sera si mungevano le capre alle nove di sera. “Lavoro il latte al mattino, poi dipende anche dalle ordinazioni che ho. Il Ristorante Freidour ci prende molte cose, poi ho qualche cliente fisso. Al pomeriggio continuo a lavorare dai miei, perché comunque di spese ce ne sono, per il furgone dei mercati abbiamo dovuto chiedere un prestito. Alla sera non ceniamo mai prima delle dieci, a volte mia mamma si impietosisce e mi dà la verdura già preparata, lavata.

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Un’ultima foto prima di lasciare il gregge nel recinto con i suoi guardiani – Cumiana (TO)

Il racconto di Francesca è sereno, non ci sono lamentele, solo determinazione e passione per la propria vita, il lavoro, la famiglia. Questi giovanissimi sono tra quelli che ce la stanno facendo ad andare avanti e realizzare i propri sogni, ma per molti altri protagonisti del libro non tutto è andato come si sperava. Vedremo se qualcuno andrà a verificare come si sono evolute le cose…

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Scende la sera sui pascoli di vacche, cavalli e asini – Cumiana (TO)

Francesca va con i bimbi alla roulotte a preparare cena, Matteo raggiunge le vacche per mungerle, poi più tardi scenderanno tutti a casa, in Val Sangone. Una volta Matteo aveva anche le pecore, ora tiene solo più capre e qualche vacca. “Pascoli qui ce ne sono pochi, non puoi avere tante bestie. Una volta c’erano vacche, capre… per anni è stato tutto abbandonato, il bosco si è allargato. Poi in questi anni sono già migliorati un po’, pian piano li stiamo pulendo, i proprietari tagliano qualche pianta, portano via quelle secche. Però se non piove… lo scorso anno a fine agosto era già tutto giallo.

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Matteo munge con l’ultima luce della sera – Cumiana (TO)

Saluto Matteo, ha finito di mungere e rientra dalla famiglia per cenare. Quando, quasi dieci anni fa, questo ragazzino dalle origini non agricole aveva scelto di fare il pastore, quelli “dell’ambiente” un po’ lo schernivano. C’era un misto di ammirazione per il suo coraggio (passare l’estate in alpeggio con un gregge), ma anche sembrava che tutti si aspettassero un’ammissione della sua sconfitta. Perché “pastori si nasce e non si diventa”. Invece oggi Matteo e Francesca sono una bella coppia, una bella famiglia, lavorano insieme e raccolgono i frutti della loro passione/mestiere.

Va male anche di là?

Arriva l’estate, gli alpeggi si animano, a volte si riesce anche ad andare a fare un giro oltreconfine per riempirsi gli occhi di belle immagini. Ci sono varie forme di turismo, chi va a vedere le città d’arte, i musei, chi va al mare e chi si immerge nel paesaggio rurale.

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Prati sulla strada che porta a Davos – Canton Grigioni

L’erba del vicino, lo sappiamo bene, pensiamo sia sempre più verde. Ognuno ha i suoi miti, ci sono delle regioni considerate dei paradisi dagli abitanti delle altre (il Trentino Alto Adige e la Val d’Aosta, tanto per fare due nomi), oppure si pensa all’estero, e allora si crede che in Svizzera vada tutto bene e gli agricoltori/allevatori là facciano una bella vita.

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Vacche in alpeggio al Fluelapass – Grigioni

Sicuramente ovunque c’è chi sta meglio e chi sta peggio, ma i problemi non mancano per nessuno, di questi tempi. Bisognerebbe avere dei contatti diretti e dei punti di vista da parte di persone del luogo per verificare veramente come stanno le cose. Il bello del mondo virtuale è che questi scambi li possiamo avere davvero anche senza muoverci da casa, quindi confido nei commenti da parte degli amici elvetici.

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Discesa dal tramuto superiore – Lago di Luzzone – Ticino

Certo, ci sono Italiani che vanno a fare la stagione proprio in Svizzera, chi con le pecore, chi con i bovini. Guadagnano bene, ma solo se quello stipendio verranno a spenderlo poi in Italia, altrimenti là la vita è molto più cara che da noi.

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Azienda agricola a Bergun – Grigioni

Mi è capitato recentemente di vedere on-line alcuni video che parlano della crisi del settore agricolo in Svizzera, soprattutto per quello che riguarda le piccole aziende agricole. Stiamo parlando logicamente di aziende “di montagna”, vista la conformazione territoriale della confederazione elvetica. Anche da loro, nonostante aiuti e contributi, il piccolo agricoltore/allevatore sta sparendo.

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Formaggi d’alpeggio – Val di Blenio – Ticino

Andate a guardare questo video andato in onda sulla rete televisiva della Svizzera Italiana alcuni mesi fa. Parla soprattutto di alpeggi nel Canton Ticino e di produzioni casearie. Vi sono storie, volti, parole che ritroviamo negli allevatori di tutti i paesi: passione, entusiasmo, amore per gli animali e per un certo tipo di vita. Però tutto ciò non basta a portare a casa la pagnotta, con le spese che tocca affrontare al giorno d’oggi.

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Rotoballe di fieno ad alta quota – Julierpass – Oberhalbstein

…Eppure la sopravvivenza degli alpeggi è minacciata. Il reddito medio per chi fa questo lavoro si aggira sui 4 mila franchi mensili ed è in calo costante. Anche il numero delle aziende (specie quelle di piccole dimensioni ) è in calo.” Questa è la presentazione sintetica del servizio. In un video in lingua francese che ho visto su facebook, si parla di 990 aziende agricole chiuse nel 2016.

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Val Poschiavo – Ticino

In attesa dei commenti degli amici svizzeri, ho cercato un po’ di notizie on-line: qui un commento politico dove (un po’ come succede da noi) si smentisce la crisi e si afferma che si tratta solo di una riorganizzazione del sistema. Tecnicamente può anche darsi che sia vero, economisti e politici possono anche dire che chiudono x aziende piccole, ma ci sono y aziende di dimensioni maggiori per cui la terra è comunque coltivata, le stalle piene, ecc ecc

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Pascoli e prati in Alta Engadina – Grigioni

Sappiamo però fin troppo bene come i numeri e la carta siano una cosa, la realtà e il territorio tutta un’altra. Un conto è la cura che può avere il piccolo (cura per il paesaggio, per i prodotti, per gli animali, per le strutture), un altro l’azienda di grosse dimensioni. Il piccolo sarà anche una nullità a livello economico, ma la sua importanza (soprattutto nel territorio della montagna o della collina) è fondamentale. Aree che vivono anche di turismo, possono “vendere” un paesaggio di un certo tipo fin quando ci saranno le piccole aziende agricole. Di articoli se ne possono leggere molti altri, anche in lingua italiana. La  situazione non è affatto rosea. L’erba del vicino secca come la nostra…

Rondini in stalla

Da voi ci sono le rondini? Uno dei miei ricordi di quando ero bambina è il loro canto fuori dalle finestre delle mia cameretta. Tecnicamente, questo verso particolare si chiama “garrito”. Per chi non lo avesse mai sentito, è possibile ascoltarlo on-line qui. E’ un allegro chiacchiericcio che in effetti “fa primavera”. C’erano tante rondini a casa mia, il magazzino dove i miei nonni conservavano le casse di frutta destinate alla vendita (pesche prima, poi le mele in autunno) aveva tutta una serie di nidi in fango costruiti lungo il soffitto. Le rondini facevano delle picchiate a grande velocità per entrare e uscire dal portone. Non ricordo quanti fossero i nidi, ma sicuramente almeno una decina ed era bello andare a guardare quando c’erano i piccoli, il maschio e la femmina arrivavano a portare insetti e si vedevano i becchi spalancati dei pulcini in attesa.

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Rondine in stalla – Nus (AO)

All’epoca c’erano ancora delle stalle con qualche vacca dalle mie parti, ma poi man mano sono sparite tutte. E sono sparite anche le rondini. Se ne vede ancora qualcuna, ma molte meno, e non sono più venute a nidificare nel magazzino della frutta. Uno dei loro nidi, qualche anno fa, era stato occupato da una coppia di codirossi. Qui potete leggere una scheda abbastanza completa su questo uccellino migratore, inserito tra le specie da proteggere.

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Rondine in stalla – Nus (AO)

L’altro giorno ho potuto assistere ad una scena che spero sia di buon auspicio. In una stalla a mezza quota in montagna si è stabilita una coppia di rondini. Questi uccelli formano le coppie ogni anno quando arriva la stagione riproduttiva. Le due rondini che ho visto io hanno iniziato a costruire il loro nido di fango contro tra un filo che corre sulla parete e il soffitto della stalla. Fanno avanti e indietro a portare materiale, ogni tanto si fermano sui fili e sui tubi a fare i loro allegri discorsi, poi ripartono in picchiata sfiorando le schiene delle vacche e le teste degli allevatori. Spesso alla sera sono fuori, davanti alla stalla, posate sui fili del telefono, una accanto all’altra, a chiacchierare con toni squillanti. Poi ripartono, a cercare materiale per il nido e cibo. La loro presenza è strettamente legata all’allevamento, chiudessero le stalle, com’è successo dalle mie parti quando ero bambina, scomparirebbero anche le rondini…