Clima e ambiente

Provo una certa amarezza, in questi giorni, a vedere che la gran parte del mondo zootecnico presente tra i miei contatti sui social stia attaccando e deridendo Greta e, più in generale, tutti coloro che si preoccupano per il clima e l’ambiente. Tra l’altro spesso viene fatta una gran confusione di tutta una serie di concetti che andrebbero invece trattati e analizzati singolarmente.

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Laghetto alpino con poca acqua ad inizio autunno – Vallone di Saint Bathélemy (AO)

Parliamo di ambiente. È vero che, nel mondo agricolo, sovente accusiamo i cosiddetti “ambientalisti”, perché le loro idee sono molte diverse dalle nostre. Per molti di loro l’ambiente è o dovrebbe essere un’utopica wilderness dove non esiste l’uomo e tutte le sue attività. Però poi magari pretendono di fare del turismo, dimenticandosi per esempio che i sentieri di montagna da sempre sono vie di transumanza… che spesso si dissetano a fontane che sono anche abbeveratoi… che le meravigliose fioriture dei PASCOLI alpini le abbiamo grazie al pascolamento, anno dopo anno.

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Irrigazione dei prati nel vallone dell’Urtier – Cogne (AO)

È vero che molto ambientalismo è moda, è un bel modo di riempirsi la bocca di belle parole e sentirsi a posto con la coscienza. Si predica bene, ma si razzola maluccio, perché a tante “comodità” molto poco ecologiche è dura rinunciare. Perché “…lo so che la macchina inquina, ma altrimenti come faccio ad andare…“, “…lo so che l’aria condizionata consuma energia, ma con ‘sto caldo come si fa a dormire, a lavorare…“.

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Dove no si può irrigare, così sono i pascoli ad inizio autunno – Nus (AO)

I punti fondamentali del tanto dibattere di questi giorni sono due: da una parte i cambiamenti climatici, dall’altra i danni che stiamo facendo all’ambiente (e in questo ci mettiamo tutto l’inquinamento, lo spreco, la cementificazione di sempre più superfici, ecc…). Sull’inquinamento possiamo e dobbiamo fare tutti qualcosa. Lo so che “tanto c’è chi inquina più di me, gli aerei, le industrie…”, ma ragionando così non andiamo da nessuna parte. Iniziamo tutti a ridurre qualcosa, a non acquistare con imballaggi in plastica prodotti che possiamo trovare sfusi, per esempio. Acquistiamo prodotti locali per ridurre l’inquinamento legato ai trasporti. Scegliamo sempre frutta e verdura di stagione. Farà bene a noi, all’ambiente e alle aziende del territorio. E questi sono solo alcuni esempi di ciò che possiamo fare.

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Discesa dalla Val Soana di un gregge a fine stagione – Pont Canavese (TO)

Sul cambiamento climatico il discorso si complica. Anche se c’è ancora purtroppo chi si ostina a negarlo, in base a sensazioni o al fatto che “…qui da noi quest’anno di pioggia ne è venuta…“, il fenomeno già ampiamente previsto dagli esperti è in corso e le conseguenze andranno ad influire in vari modi sul nostro futuro. Sono soprattutto coloro che vivono maggiormente a contatto con la natura e che praticano forme di agricoltura e allevamento più tradizionali ad esserne colpiti per primi e, spesso, in modo preoccupante.

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Pascolo invernale, inizi di gennaio, nel Canavese (TO)

Se anche inverni più miti potrebbero favorire una stagione di pascolamento più lunga, con benefici non solo per i pastori vaganti, nel Nord Italia, ma anche per gli allevatori di bovini, che già lasciano la vacca fuori dalla cascina ben oltre Santa Caterina… nello stesso tempo minori precipitazioni nevose e scarse scorte di ghiacciai e nevai rendono sempre più difficile la stagione d’alpeggio. Per non parlare poi delle siccità sempre più prolungate. Oppure di piogge concentrate in periodi ristretti, spesso così violente da causare danni (da vere e proprie alluvioni a temporali violenti, anche uniti a grandine, che rovinano anche e raccolti che dovranno servire da foraggio per l’inverno, come mais o fieno). Così teoricamente si potrebbe pascolare più a lungo in inverno, ma tocca scendere prima dagli alpeggi… e, spesso, gli effetti della siccità si fanno sentire anche in pianura.

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A metà settembre già si lascia l’alpeggio tra nuvole di polvere – Verrayes (AO)

Non c’è modo di slegare l’agricoltura e l’allevamento dal clima! Fare dell’ironia o negare che questo stia cambiando è da folli. Un’altra cosa è capire se e come si possa fare qualcosa per contrastare il fenomeno o combatterne gli effetti. Sul perché tale mutamento del clima stia avvenendo, non c’è una tesi unica e definitiva. Se provate a documentarvi seriamente su siti scientifici, troverete sia chi parla di cicli naturali, sia chi punta il dito quasi esclusivamente sul fattore antropico, cioè l’uomo, con tutte le emissioni legate alle sue molteplici attività. La mia preparazione non è certamente tale da potervi proporre una teoria, probabilmente si tratta di una combinazione delle due cose. Inquinare meno, male non fa di certo, poi probabilmente la natura farà il suo corso. Già nelle ere geologiche del passato ci sono stati grandi sconvolgimenti che hanno riguardato anche il clima e che hanno portato all’estinzione di piante e animali. Sapete allora qual è il problema principale? È che oggi sulla Terra c’è l’uomo, una specie presente un po’ dappertutto e in grandi quantità. Forse anche troppo presente! Non siamo tanto preoccupati per l’orso polare o per la stella alpina, ma per quello che accadrà a noi!

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Violento temporale con grandine ad inizio settembre – Garessio (CN)

Preoccuparsi per il futuro non è poi così sbagliato, soprattutto se si è giovani. Chi non si preoccupa o chi addirittura oggi ride o nega, non venga poi a lamentarsi… Sarebbe meglio iniziare a pensare a delle vere strategie per affrontare questi problemi, ma non solo a livello locale o solo riferite a certi settori. Si è parlato di togliere le agevolazioni al diesel agricolo in Italia. Penso che equivalga a dire innanzitutto: “Facciamo chiudere tutte le piccole aziende già sul filo della sopravvivenza.” Per tutti in generale aumenterebbero le spese, sarebbe impossibile non alzare i prezzi, così sarebbe ancora più vantaggioso acquistare prodotti che provengono da paesi con costi meno elevati e regole (anche sugli aspetti ambientali) meno rigide.

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Fienagione in montagna – Nus (AO)

…e poi comunque, togliendo il diesel agricolo… cosa si vuol fare? Tornare ai buoi e ai muli, con buona pace degli animalisti, o voler rottamare tutti i mezzi diesel? Sarebbe poi così positivo per l’ambiente, dover smaltire migliaia di mezzi per produrne di nuovi??? Meglio pensare, per esempio, a concrete strategie per risparmiare l’acqua, migliorare l’irrigazione ed evitarne gli sprechi. Questi sono veri interventi legati ai cambiamenti climatici. Vi lascio con queste riflessioni e con l’invito a informarvi davvero sulle tematiche climatiche e ambientali, invece di limitarsi ad insultare Greta o, più in generale, tutti quelli che si preoccupano per questi argomenti.

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Capre assetate in un giorno di gran caldo e vento a fine settembre – Nus (AO)

Ps: può esser vero che molti giovani scioperano per il clima più che altro per seguire la massa o per saltare un giorno di scuola… ma allora proponete voi alle scuole che conoscete un venerdì per l’ambiente con un agricoltore o un allevatore! Spiegate ai giovani come una giornata al pascolo sia importante per l’ambiente…

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Un giusto equilibrio

Lo devo ammettere, sempre più sovente per alcune persone la parola “ambientalismo” o “ambientalista” ha una connotazione negativa. E queste persone non sono industriali, speculatori dell’edilizia, trafficanti di rifiuti tossici. Sono abitanti delle aree rurali, della montagna, persone che vivono e lavorano a contatto con la terra, con l’ambiente, con gli animali, innervositi da affermazioni e comportamenti di chi teorizza sull’ambiente, senza conoscere a fondo i risvolti pratici. Ma chi è il vero “ambientalista”, allora?

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Formazioni calcaree in Alta Valle Tanaro – Viozene (CN)

Forse il problema sta nella parola, gran parte degli “-ismi” finisce per essere una forma di integralismo, il che raramente può avere connotazioni positive. Io preferisco parlare di casi singoli dove natura, ambiente, agricoltura, zootecnia, tutela del paesaggio e della biodiversità vanno a braccetto. La volta scorsa vi avevo detto che avrei partecipato ad un’iniziativa proposta dal Parco delle Alpi Marittime a Upega e Carnino (Alta Valle Tanaro – CN). Non soltanto è stato un bel momento di incontro e di dialogo, ma anche una piacevole scoperta. Un Parco Naturale non vieta le attività agricole, nel regolamento di ogni parco vi sono delle voci specifiche in merito. Per esempio, questo è quel che si legge nel regolamento del Parco Nazionale del Gran Paradiso, territorio ricchissimo di alpeggi: “L’attività di pascolo deve essere indirizzata ad assicurare: 1) la conservazione e la biodiversità delle formazioni pastorali; 2) la conservazione degli spazi pastorali a copertura erbacea anche per finalità fruitive paesaggistiche; 3) il mantenimento o il miglioramento della qualità foraggera dei cotici. Il raggiungimento di tali obiettivi è perseguito anche con la redazione e l’applicazione di piani di gestione degli alpeggi e delle aree di pascolo. ” (Capo III, Attività pastorali, art. 26)

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Pascoli in fase di recupero intorno a Carnino – qui la mandria passa a inizio e fine stagione – Alta Valle Tanaro (CN)

Tornando a Carnino, lì da qualche anno è nata un’associazione fondiaria con lo scopo di recuperare terreni ormai abbandonati intorno a frazioni e villaggi, per destinarli a pascolo da dare in uso agli allevatori che monticano in zona con le loro mandrie. Qui potete leggere qualche informazione più specifica sulle associazioni fondiarie, mentre qui un articolo parla dell’Associazione Fondiaria di Carnino. Cos’è stato fatto? Sono stati messi insieme (dopo un lungo lavoro di ricerca) i proprietari dei terreni e, in sintesi, si è creata un’associazione di modo che si potesse dare in affitto e in uso ad un allevatore un territorio altrimenti frammentato in molteplici particelle.

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Vecchia e nuova vasca (ancora da collegare) – Alta Valle Tanaro (CN)

Il Parco Alpi Marittime e i suoi guardiaparco hanno avuto un ruolo fondamentale in tutto questo e chi ci accompagnava, Massimo, ce l’ha spiegato dettagliatamente. Il territorio è stato dotato di vasche, tubi e appositi punti di collegamento per creare dei punti acqua. Sono state acquistate vasche con galleggianti per evitare sprechi di acqua (sono territori carsici, quelli) e il formarsi di aree fangose intorno alle vasche stesse. E’ stato predisposto un vero e proprio piano di pascolamento, ecc ecc… Tutto questo comporta un impegno maggiore per l’allevatore e/o per i suoi operai, ma nello stesso tempo si ha un territorio in affitto a prezzi non esorbitanti, dotato di “servizi” totalmente mancanti altrove.

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Escursione guidata alla scoperta degli alpeggi di Carnino – Alta Valle Tanaro (CN)

Ma i benefici non finiscono qui: il turista, l’escursionista, troverà un paesaggio più curato, una maggiore biodiversità proprio grazie al pascolamento. “E ne beneficia anche la fauna selvatica – spiegava il guardiaparco durante l’escursione sul territorio. Infatti dov’è che gli animali selvatici brucano avidamente per fare scorte per l’inverno? Dove l’erba è più verde, dov’è ricresciuta dopo esser stata pascolata dagli animali domestici. Nello stesso modo, la prima erba tenera in primavera i selvatici la trovano dove non c’è tutta l’erba vecchia secca, quindi dove c’è stato il pascolo nell’estate precedente.

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Alpeggio Selle di Carnino – Alta Valle Tanaro (CN)

Questo è il modo corretto di vedere le cose. La tutela intransigente di una presunta “wilderness” forse inesistente non va bene dove c’è o c’è stata in passato una gestione antropica. Ovviamente, in un parco naturale l’attenzione all’ambiente sarà maggiore rispetto al resto del territorio,  ci saranno aree (come le zone umide) escluse dal passaggio degli animali, ci sarà un controllo sui carichi di bestiame e sulla loro movimentazione… Ma ben vengano i controlli, se questo vuol dire “far pulizia” di certi soggetti che stanno rovinando il mondo zootecnico di montagna e non solo.

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Mandria al pascolo alle Selle di Carnino – Alta Valle Tanaro (CN)

Un carico eccessivo sui pascoli è dannoso, ma lo è anche un carico troppo basso o l’assenza di animali al pascolo, l’abbiamo già detto molte volte. Per poter stare “al passo con i tempi” le aziende devono espandersi, devono aumentare il numero di capi? Allora diamo dei contributi in modo corretto, compensiamo l’impossibilità di raggiungere numeri esagerati, eccessivi per il territorio. Non come oggi, dove il sistema premia chi più ha e non chi meglio lavora!

Il turista e il montanaro

Anche agosto è passato, l’estate è ormai alle spalle. Sono volati, questi mesi. Per qualcuno sono stati la stagione dell’alpeggio, per altri la stagione in cui gli animali sono su in montagna e ci sono i fieni da fare, mille cose da sistemare in azienda, in casa, prima che tornino vacche, capre, pecore e tutto il tempo sia da dedicare a loro. Poi ci sono quelli per cui l’estate è la stagione per andare in montagna, soprattutto quest’anno che il caldo è arrivato presto, a giugno, ed è stato torrido.

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Una lunga fila di auto parcheggiate al Colle del Nivolet in un giorno feriale del mese di agosto – Valsavarenche (AO)

Sono saliti in montagna anche quelli che di solito non ci vanno: leggevo post sui gruppi di montagna, gente che chiedeva sui social consigli, informazioni su cosa fare, dove andare, come attrezzarsi… Tutto ciò talvolta mi pareva preoccupante, perché la montagna non va affrontata alla leggera solo con il consiglio di poche righe di uno sconosciuto. Ma non è di questo che vi voglio parlare, o meglio, vorrei dire qualcosa sul rapporto tra turista e montanaro! E’ sempre sbagliato ragionare per categorie, perché non esiste un “modello standard”, però gli esempi aiutano a capire meglio.

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Atleti si allenano in vista di una gara – Valle Orco (TO)

Diciamo che, quando il “montanaro” parla del “turista” in modo sprezzante, si riferisce a qualcuno che ha comportamenti errati, manca di rispetto, ignora molte cose sui territori di alta quota, sui suoi abitanti e sui lavori che qui si praticano. Come sempre, quando un comportamento non appartiene a un singolo, ma viene ripetuto per tempi lunghi e da molti individui, spesso si genera prima malumore, poi rabbia, quindi esasperazione. Non bisognerebbe arrivare a tanto, perché l’esasperazione generalmente non porta a nulla di buono.

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Paesaggi di alta montagna “incontaminata”: Lago Rosset – Valsavarenche (AO)

La montagna vive di turismo? Anche… Non dovrebbe vivere SOLO di turismo soprattutto perché, un territorio fragile come quello delle terre alte, ha bisogno di attività che curino il territorio, che lo presidino 12 mesi all’anno. Come sappiamo, la montagna ha un turismo invernale (che per alcuni è fatto da neve e territorio così com’è, da percorrere con le racchette da neve, con gli sci da scialpinismo… mentre altri hanno bisogno di piste, impianti di risalita, impianti di innevamento artificiale…) e uno estivo. Quest’ultimo si sta evolvendo, perché chi viene in montagna oggi sembra aver bisogno di qualcuno e qualcosa che gli permetta di divertirsi, di svagarsi. Ahimé non bastano i panorami, la natura, i boschi, i laghi, le montagne, la flora e la fauna… Non è sufficiente un sentiero che porta a un rifugio, una pista sterrata che permette di pedalare con più o meno fatica.

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Piste e impianti di risalita in Val d’Isere – Francia

Bisogna inventare attività, bisogna portare tutti fin in cima alle montagne e anche oltre. Lo ammetto, io frequento poco le località cosiddette “turistiche”. Quando mi capita, non solo aumenta la mia consapevolezza di una certa “asocialità selettiva” (non è che non mi piaccia la gente, ma ci sono determinate situazioni affollate che proprio non fanno per me!), ma resto anche inorridita da quello che si sta facendo in nome di… di cosa? Del turismo, dei soldi…

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Le costruzioni della stazione sciistica di Tignes – Francia

Certe località per me ormai sono rovinate per sempre. Lo so, non tutti saranno d’accordo con queste mie osservazioni, ma non so se sia solo una questione di punti di vista. Spero però che ci si fermi e che si rispetti quello che c’è ancora. Non solo per questioni (non trascurabili) di ambiente, ma anche perché portare in montagna chi la montagna non la conosce, non la rispetta, non la affronta con la giusta attitudine, è un grosso errore che può costare caro. Se si parte in barca diretti al mare aperto senza saper nuotare e senza avere nozioni di navigazione, i rischi sono immensi. Vale lo stesso per la montagna. Non solo non si scende a “passeggiare” sul ghiacciaio in canottiera e ciabatte, ma bisognerebbe anche avere ben chiaro in mente che la montagna non è un enorme parco divertimenti (quasi) gratuito. C’è gente che ci vive e lavora, ci sono animali, selvatici e domestici.

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Escursionisti in cammino – Colle del Nivolet, Valsavarenche (AO)

Il montanaro è chiuso? Il montanaro, nel suo DNA, ha un bagaglio ereditato dalle generazioni che l’hanno preceduto, che spesso hanno affrontato grosse difficoltà e fatiche. L’apparente chiusura forse è anche una strategia innata di sopravvivenza? Conosco montanari dal cuore d’oro, dal senso dell’ospitalità e della condivisione che raramente ho trovato altrove. Conosco montanari diffidenti e apparentemente chiusi, ma una volta conquistata la loro fiducia è stato come trovare una seconda famiglia. Certo, il montanaro ha la sua dignità. E, come tutti, chiede rispetto.

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Se non conoscete il comportamento degli animali e se non c’è il proprietario con voi… non entrate nei recinti, non avvicinatevi come sto facendo io qui! – Vallone dell’Urtier, Cogne (AO)

Dal punto di vista del popolo degli alpeggi, si chiede al turista di rispettare le strutture (quindi non entrate nelle baite abitate, non asportate fiori davanti agli alpeggi, non usate le stalle come gabinetti e, per tale scopo, nemmeno il retro delle baite stesse, non “portate via” niente di quello che trovate… tutti casi capitati davvero), di rispettare gli animali (non prendete con voi cuccioli di cane che trovate vicino agli alpeggi, non entrate nei recinti per accarezzare il vitello o l’agnello, non date niente da mangiare a capre, pecore, vacche, cani, non cercate di scattarvi selfies in mezzo alla mandria, tutti questi gesti innocui potrebbero avere conseguenze gravi per la vostra o la loro – degli animali- salute), di comprendere orari ed esigenze lavorative, di rispettare fili e recinzioni (dell’argomento abbiamo già parlato più volte), ecc…

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Il mio cane Grey in montagna – Cuney, Vallone di Saint Barthélemy (AO)

Un capitolo a parte è quello dei cani. Ogni tanto faccio la battuta che la terza guerra mondiale scoppierà per questioni di cani… Esagerazione, ma spesso le faccende canine e i loro proprietari faticano ad essere gestiti in modo pacato. Lo so che molti saranno profondamente infastiditi da quanto scrivo, ma il mio consiglio è di non andare in alpeggio se si ha un cane. In molti parchi naturali è già così, oppure si può andare con limitazioni (guinzaglio, cosa che in presenza di animali al pascolo dovrebbe SEMPRE essere usato). Si evitano problemi con i cani da pastore e da guardiania, con altri cani di escursionisti, si evitano i sacchetti con le loro deiezioni gettate nei pascoli (a questo punto, quasi meglio non raccogliere!), si evitano cani più o meno custoditi che corrono dietro sia alla marmotta, sia alla pecora…

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Turisti ed escursionisti incontrano una transumanza a Pont – Valsavarenche (AO)

Certo, il montanaro ha bisogno del turista, che può essere fonte di reddito. Ma allora ci vuole un vero turismo rurale (cosa che, su questo versante delle Alpi, è ancora indietro rispetto ad altre regioni italiane), non le torme di gente che salgono in funivia. Non sono quelli che vanno a comprare il formaggio in alpeggio. Secondo me, chi il formaggio lo apprezza davvero, se lo guadagna. Ne ho visti arrivare in macchina e chiedere la fettina di toma da 2 etti, chiedere la ricotta, ma “…mi dà anche il cucchiaino per mangiarla? E un po’ di pane ce l’ha?“. Il cliente ha sempre ragione? No, il cliente deve capire la differenza tra il supermercato e l’alpeggio a 2000 e più metri di quota.

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L’esterno del punto vendita di un alpeggio in Val di Rhemes (AO)

Ben vengano le iniziative per far conoscere la vita e il lavoro negli alpeggi. Ben venga l’agriturismo in alpeggio, le attività di degustazione, le gite guidate. Il turista non sa, il turista vuole conoscere, al turista si spiegano, si insegnano le cose, il turista imparerà a rispettare e apprezzare il prodotto e lo cercherà ancora, anche una volta tornato in città.

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Escursionisti sul sentiero… e nei pascoli – salendo al Colle del Nivolet, Valsavarenche (AO)

Turisti che vi lamentate sui social per i fili, per i cani da guardiania, per le campane delle vacche, per le strade “sporche” dopo una transumanza… Non venite in montagna, non fa per voi, non la capite, non è alla vostra portata. La montagna chiede rispetto, in tutti i sensi. Se partite per una scalata senza preparazione, senza attrezzature, potete rimetterci la vita. Preparatevi anche per una passeggiata, in fondo non vi tuffate in mare, anche vicino alla riva, se non sapete nuotare, no?

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Mandria al pascolo nel Vallone dell’Urtier – Cogne (AO)

E’ scontato dirlo, ma il rispetto genera rispetto. Salutate gli allevatori, i pastori che incontrate. Se sono tipi burberi, introversi e solitari, si limiteranno ad un cenno come risposta. Altri invece avranno piacere di chiacchierare con voi. Ritornando al discorso del post precedente, non limitatevi all’indignazione sui social, ma fate qualcosa di concreto. Scambiate due parole con quel guardiano di vacche, capre, pecore, che magari viene anche da un altro paese, da un altro continente (a tal proposito, leggete anche questo post).

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Manza in atteggiamento sospettoso: non esistono razze “pericolose”, ma singoli animali che possono caricare l’uomo in determinate situazioni sì – Vallone delle Laures, Brissogne (AO)

 

Vi ho detto tutto? No, vi ho dato solo, in ordine sparso, alcuni spunti di riflessione. Sono sicura che, sia da allevatori, sia da alpigiani, ma anche da escursionisti e da turisti, avete vissuto numerose esperienze che potrebbero essere raccontate in questo post. Tutti gli altri, i cafoni, coloro che credono che la montagna sia un bene comune dove loro sono esseri superiori perché “portano soldi”, meglio che stiano alla larga. Forse bisogna creare per loro appositi parchi divertimento a tema, tanto questi non sono una vera risorsa per la montagna!

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Chi avesse voglia di saperne di più, chi volesse scambiare qualche idea anche su questi temi, chi volesse avvicinarsi con un altro atteggiamento al mondo dell’alpeggio… è invitato a una due giorni in alta Valle Tanaro (CN), tra Briga Alta e Carnino. Qui il Parco delle Alpi Marittime mi ha invitata a presentare i miei libri (sabato 7 settembre alle 18:00 alla Locanda d’Upega) e a parlare di alpeggi insieme ad un guardiaparco, mentre domenica 8 dalla foresteria del parco a Carnino partirà un’escursione durante la quale si andrà alla scoperta del territorio d’alpeggio, delle sue genti, degli animali. Gli eventi sono gratuiti, ma per l’escursione la prenotazione è obbligatoria. Per informazioni info@parcoalpimarittime.it – 0171-976813. Forse sono necessarie anche più iniziative del genere, per avvicinare queste due “categorie” di turisti e montanari, cittadini e margari, resto del mondo e alpigiani…

Il giusto prezzo

Ma voi… la passata di pomodoro, a che prezzo la acquistate? Cosa centra la passata di pomodoro su questo blog, vi starete domandando. Centra… Perché in questi giorni si è scatenato un dibattito in seguito a un tragico fatto capitato in montagna, al Pian della Mussa. Un pastore è morto, è scivolato mentre era al pascolo, così dicono le ricostruzioni. Io, nella vicenda, ci ho visto un tragico e triste fatto, ma purtroppo sono cose che succedono. Capita a chi va in montagna per divertimento, a chi ci lavora. Sono già passati alcuni anni da quando una fine simile toccò a Giacomino in Val Soana. Per lui solo brevi articoli nella cronaca locale.

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I pascoli dell’alpe Arietta, non lontano dal luogo dove il pastore Giacomino morì nel 2015 – Val Soana (TO)

L’uomo deceduto l’altro giorno invece si chiamava Mihail, veniva dalla Romania e, come tanti altri suoi connazionali, lavorava come pastore. Non so niente di lui, della sua storia, ma di pastori e aiutanti d’alpeggio ne ho incontrati molti, italiani e stranieri. Conoscendo però il mestiere, questa morte colpisce perché uno sa come basta poco perché possa accadere, ti immedesimi, pensi a quella volta che aspettavi un pastore che rientrasse la sera, nell’oscurità, dopo una lunga giornata di pioggia e nebbia. Il telefono non prendeva e ti chiedevi come mai non fosse ancora arrivato, quando tu eri scesa nel tardo pomeriggio era tutto tranquillo, a parte la nebbia che non si alzava. Cento, mille volte va tutto bene, e una no. Leggo la notizia e penso alla triste fine. Mi hanno detto che un cane è sceso, quasi a dare l’allarme, mentre l’altro è rimasto a vegliarlo.

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Anziano pastore con il suo piccolo gregge – Vallone di Ribordone (TO)

Poi però ho letto questo articolo e tutte le polemiche che ne sono scaturite e mi sono arrabbiata. Perché la morte di quest’uomo passava in secondo piano e veniva usata per far polemiche in un mix di cattiva informazione infarcito di luoghi comuni. Innanzitutto, chi l’ha detto che guadagnava 1000 euro al mese? Poi… il mestiere del pastore è quello, 7 giorni su 7, sole e vento, nebbia e pioggia. Se vuoi le 8 ore, il fine settimana libero, vai a fare altro. Non potrà mai nessuna legge imporre qualcosa di diverso. Gli animali hanno queste esigenze, se d’estate le porti in alpeggio, sei lontano da tutto e hai ancora meno tempo libero.

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Alpeggio in condizioni precarie, abitato da margari (senza aiutanti stranieri) – Val Soana (TO)

E che dire di “…l’unico rifugio fornito da una vecchia roulotte, ovviamente senza corrente e acqua potabile. Un giaciglio simile a quelli che, spesso, si vedono spuntare il giro per le campagne…”? La roulotte è la soluzione per tutti quegli alpeggi dove la strada arriva, fino ad un certo punto almeno, ma non ci sono baite o queste sono completamente diroccate. Meglio ancora la roulotte di un container, che sarà o gelido, o rovente a seconda dei momenti e delle giornate. Ovvio che la roulotte non ha l’acqua (che però anche in questo caso esternamente non mancava), per la corrente sono sicura che c’era almeno una batteria dove ricaricare il cellulare. Quanti sono gli alpeggi che non hanno la corrente? Molti più di quel che si pensa…

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Transumanza autunnale in media Valle d’Aosta

Anche l’UNCEM ha preso parola in merito, facendo seguito all’artico uscito su La Stampa. Al corretto discorso di base, contro lo sfruttamento di qualsiasi persona, senza distinzione di razza o paese di provenienza, mi viene però da fare qualche precisazione. Bene per la presa di posizione contro la mafia degli alpeggi e le speculazioni sui pascoli (che hanno molte responsabilità per ciò che concerne i vari problemi degli alpeggi), ma c’è dell’altro. Per esempio, in quanto Unione Nazionale Comuni, Comunità, Enti Montani… non si potrebbe far qualcosa affinché gli alpeggi, almeno partendo da quelli pubblici, non possano essere affittati se non hanno un ricovero abitabile degno di questo mondo? E’ vero che si affittano i pascoli, ma bene o male tutti gli animali condotti in alpeggio, più che mai ora con i predatori, hanno bisogno di sorveglianza. Invece gli affitti lievitano anche laddove le baite sono in condizioni peggiori rispetto al XIX secolo o mancano del tutto. Ovvio che, sia che si affitti dall’ente pubblico, sia che si tratti di privati, chi stipula un contratto per qualche anno non farà a sue spese una casa, quindi ci si aggiusta con una roulotte…

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Gregge di capre accompagnato da un pastore di origini africane – Valsavarenche (AO)

Altro punto: era uno schiavo sfruttato, questo pastore? Non penso, infatti ce ne sono tanti di operai che se ne vanno per cercare un mestiere differente o lavoro presso altri allevatori, la richiesta non manca. Il problema non è questo, o meglio, di problemi ce ne sono numerosi. Partiamo dal lato economico e così capite perché vi parlavo della conserva di pomodoro. Io non la compro, perché la maggior parte della frutta e della verdura la raccolgo nell’orto. Ma voi che vi indignate per i 1000 euro al mese del pastore (ammesso che quella fosse la sua paga, netta, senza spese perché generalmente al cibo pensa il datore di lavoro), voi che vi indignate per gli immigrati sfruttati nei campi, quanto la pagate la conserva? Perché tutto parte di qui. Se fate la spesa al discount, se andate al supermercato e cercate il prodotto in offerta, il barattolo a 0,99 centesimi, l’olio extravergine a 3,99 euro… allora siete in qualche modo complici. NON può, un prodotto agricolo, costare così poco. Dietro un chilo di pomodori ci sono mesi di lavoro, per non parlare poi del processo di trasformazione.

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Stagionatura dei formaggi – Cogne (AO)

Capite cosa intendo dire? Non potete dire che un formaggio d’alpeggio a 14, 15 euro al kg sia caro. Se volete pagarlo 7, 8 euro, siete anche voi che fate sì che lo stipendio di Mihail, Ahmed, Vasile, Viorel, Youssef non sia consono all’impegno che comporta il suo lavoro. Ma la catena è lunga, la colpa non è tutta vostra. La colpa è nel “mercato” che fa sì che, per esempio, una vacca sana, al macello, venga pagata 2 – 2,5 euro al kg. E che il quinto quarto non venga pagato (fegato, lingua, rognoni, ecc…), mentre poi in macelleria acquistate tutto pagandolo vari euro al kg. Che dire di un vitello di due mesi di vita pagato 50 euro da chi lo acquista per poi ingrassarlo? O del latte pagato 50, 60 centesimi al litro (pagato non subito, ovviamente… magari dopo mesi!)? Voi che vi indignate, il latte lo comprate al distributore di un’azienda agricola, o al supermercato?

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Giovane casaro di origine rumena in alpeggio a Ollomont (AO)

La politica non può limitarsi ad imporre un salario equo al pastore, all’aiutante dell’azienda zootecnica. La politica deve far sì che, per esempio, la piccola azienda di montagna che ha bisogno del pastore rumeno, marocchino, indiano o anche italiano, possa pagarlo più di 1000 euro al mese, possa assumerlo regolarmente per i mesi estivi o per tutto l’anno, se serve. Quindi deve far sì che i prodotti della zootecnia di montagna vengano pagati il giusto prezzo. Adesso perché le cose vanno così male? La concorrenza dei prodotti esteri… il mercato globale… la crisi… E che dire dell’influenza dei famigerati “contributi”? Questi dovrebbero aiutare in particolar modo le aziende di montagna, quelle in aree marginali. Ma poi, chissà come mai, finisce quasi sempre per piovere sul bagnato. Agli altri restano le briciole, o nemmeno quelle.

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Aiutanti stranieri al lavoro in una stalla in alpeggio – Valle d’Aosta

Ma non sarà la corruzione annidata anche nella politica? Perché i cosiddetti speculatori degli alpeggi, quelli della mafia dei pascoli d’oro, queste cose non se le saranno inventate una mattina leggendo il giornale al bar. Oltre a prendere centinaia di migliaia di euro di contributi, oltre a rilanciare i prezzi degli alpeggi a cifre inarrivabili per l’allevatore medio-piccolo, questi personaggi immettono sul mercato anche carne che contribuisce a svalutare il mercato. Molti allevano ovini perché più facili da gestire e più economici (li usano proprio solo come mezzo per avere i contributi… leggete qui cosa succede talvolta, questi non sono degni di essere chiamati pastori!), poi agnelli e pecore a fine carriera al macello li portano anche loro. E così il prezzo scende ancora…

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Gregge in alpeggio – Val Chisone (TO)

La vicenda era partita con un tragico incidente sul lavoro. Non parlavamo di mancanza di sicurezza in un cantiere o in uno stabilimento industriale. A tutti i costi c’è stato chi ha voluto usare la cosa per puntare il dito sullo “sfruttamento” della manodopera nel settore. Un’amica mi ha detto: “Ormai a far questo lavoro passiamo solo più per sanguinari, sfruttatori…“. Aggiungo che, leggendo solo i titoli degli articoli, altri rincarano la dose con “…gli allevatori ormai vivono di contributi…“. Signori miei, non è già un mestiere facile, deve piacere, per farlo, perché mai con gli animali potrai guardare le otto ore, il giorno, la notte, le feste, le ferie. I problemi sono moltissimi, come avete potuto leggere fin qui, ma ne ho tralasciati e omessi molti altri ancora. Sappiate solo che, a molti di quegli allevatori che lavorano in modo “sostenibile” dal punto di vita ambientale, praticando un allevamento estensivo e non intensivo, spesso 1000 euro puliti in tasca non restano, a fine mese.

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Piero, più di 50 anni di pastorizia – Colle del Nivolet, Valle Orco (TO)

Soldi ne entrano… ma ne escono tantissimi. Spese fisse, tasse, assicurazioni dei mezzi, contributi pensionistici. Poi c’è sempre un macchinario che si rompe e richiede manutenzione, pezzi di ricambio… Spese di affitto di pascoli, prati, alpeggi, strutture. Camion per le transumanze… Fieno, mangimi… Non giudicate il lavoro degli allevatori senza sapere. Ci sono sicuramente dei delinquenti che non hanno a cuore né il benessere animale, né quello delle persone che lavorano per loro, ma perché generalizzare? E perché trasformare questo incidente in una polemica? Perché puntare il dito sulla “solitudine”? Il mestiere del pastore è questo: presenza costante, anche se impegno variabile, 7 giorni su 7, quasi sempre da solo (ma alla maggior parte dei pastori questo non pesa affatto), con qualsiasi tempo.

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Il pastore con il suo piccolo gregge al Colle del Nivolet – Valle Orco (TO)

Chiudiamo qui la questione, per questa volta. Cerchiamo di lasciar da parte le polemiche e dedichiamo un pensiero all’uomo che non c’è più, a tutti i pastori morti in montagna, vittime di un attimo di disattenzione, della stanchezza, dei fulmini, di strade piene di curve affrontate dopo troppe ore di lavoro al freddo, sotto la pioggia…

L’erba del vicino è più verde solo se piove!

Passato il tunnel del Monte Bianco, effettivamente l’erba dei vicini francesi era più verde. Evidentemente di là piove più che da noi, dove invece i versanti della valle presentano chiazze “bruciate” che testimoniano come anche quest’estate, pur se meno siccitosa di quella precedente, abbia avuto problemi con le precipitazioni, il caldo, il vento.

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Scorcio tra le case – Megeve, Alta Savoia (Francia)

Ma non sono andata in Francia a parlare di cambiamenti climatici (anche se l’argomento qua e là è comunque emerso nei due convegni a cui ho partecipato, uno come facente parte del pubblico e l’altro come relatrice). L’argomento era il lupo. La sede era il Salone Internazionale del Libro di Montagna a Passy, in Savoia. Quest’anno il tema della manifestazione erano gli alpeggi. Pensavo di trovare più libri legati all’argomento, nelle bancarelle, ma la maggior parte dei testi erano dedicati alla montagna come vetta, come meta di viaggi, escursioni e ascensioni.

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Vignetta al Salone di Passy, Alta Savoia (Francia)

Due sono stati gli inconvenienti di questa trasferta: il poco tempo che non mi ha consentito di visitare il territorio come avrei voluto e il fatto che non parlo francese. Per fortuna lo capisco abbastanza da poter seguire il convegno, ma non ho avuto modo e spazio per poter interagire con gli altri relatori. Ahimè per problemi tecnici anche il mio intervento non è stato proiettato, così la metà del tempo a mia disposizione è stato dedicato a chi traduceva le mie parole.

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Capra rove in una manifestazione a Megeve – Alta Savoia (Francia)

…comunque, a parte queste difficoltà, mi premeva raccontarvi un paio di cose che condensano il succo di quanto è stato detto. In Francia gli allevatori sono arrabbiati tanto quanto in Italia. I problemi sono esattamente gli stessi. A loro dicono che in Italia pastori e allevatori hanno imparato a convivere alla perfezione… a noi dicono il viceversa! Ma, a parte questo, in Francia i problemi di predazione sono molto forti (anche perché il numero di ovicaprini, soprattutto ovini, è molto maggiore rispetto a quello di regioni come il Piemonte o la Valle d’Aosta). Con i turisti il conflitto per la presenza dei cani da guardiania è identico a quello che si registra da noi.

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Joseph con uno degli animali del suo gregge dopo una predazione – Francia (ph. Carnet de berger)

…e l’esasperazione dei pastori è portata all’estremo dagli insulti e dalle continue critiche che vengono loro rivolte da animalisti, da persone “esterne” al mondo rurale, da vegani, ecc… che, o sul campo, o via social, si accaniscono contro gli allevatori e il loro operato, giudicando e spesso offendendo senza avere conoscenza diretta della realtà, del lavoro, della vita e degli animali.

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I partecipanti al convegno di Passy (ph Carnet de berger)

All’incontro erano presenti, oltre alla sottoscritta, tre allevatori: un’allevatrice di pecore da latte, un pastore salariato (di origine svizzera) che lavora come guardiano di un gregge di pecore e un allevatore locale di vacche e capre. Inoltre vi era il biologo svizzero Jean Marc Landry che, da anni, studia il lupo e si occupa anche delle problematiche di convivenza con la realtà pastorale. E’ stato un incontro interessante, anche se… non ho sentito niente di nuovo! Quanto detto dai pastori non differisce da quello che avrei potuto ascoltare in qualsiasi vallata italiana. Notti insonni per paura di nuovi attacchi, gestione sempre più difficoltosa perché non riesci a star dietro agli animali, mungere, fare il formaggio, andare a venderlo… e pagare un operaio è difficile, in tempi di crisi. Cani che saltano le reti, cani che mordono turisti, turisti che si ostinano a voler passare di corsa, in bici, a piedi…

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Capre e cani da protezione in Alta Savoia (ph La ferme des Armaillis)

E’ stato detto che non esiste la razza perfetta di cani, quella che funziona sempre e comunque, ma esistono cani ottimi, cani buoni e “cattivi” cani, non adatti alla protezione delle greggi. Avere i cani giusti sicuramente fa la differenza e risolve una buona parte dei problemi. Ho finalmente avuto la conferma che… sì, in Francia il pastore (con regolare porto d’armi) può effettuare dei tiri di difesa in caso di attacco del lupo, ma ogni anno c’è un numero massimo di lupi che possono essere abbattuti.

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Joseph e il gregge – Francia (ph. Carnet de berger)

Anche la moderatrice del convegno ha cercato di capire se potevano esserci delle soluzioni a tutti  problemi emersi. Credo che nessuno sia rimasto soddisfatto dalla risposta di Landry. Giustamente, il biologo ha detto che non può essere solo il mondo pastorale a farsi carico della convivenza con il lupo, ma questo aspetto deve essere ripartito su tutta la società. Fin qui concordo, ma trovo utopistica la sua teoria secondo cui la società, fatta di consumatori, deve compensare mediante l’acquisto non solo di prodotti locali della pastorizia (che dovrebbe avvenire sempre e comunque, a prescindere da lupi, orsi, linci…), ma deve anche spendere qualcosa in più che vada a coprire le spese aggiuntive sostenute dagli allevatori per difendersi dai predatori.

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I formaggi di Yoann e Muriel (ph. La ferme des Armaillis)

Siamo in un periodo di crisi. E’ stato detto che, anche in Francia (dove il consumo di carne ovicaprina è ben maggiore rispetto a noi), i prezzi sono bassi perché c’è forte concorrenza con carne che arriva dalla Nuova Zelanda o dal Regno Unito. Me lo dite voi chi sceglierebbe di pagare molto di più la carne perché il pastore deve mantenere i cani, deve comprare le reti, deve assumere un aiutante? Esperimenti simili erano stati tentati anche da noi, mi pare con i formaggi, ma non ho mai sentito parlare di grandi esiti positivi. Già è difficile trovare l’estimatore di certi prodotti, la vendita del prodotto tipico è comunque riservata a una fetta di consumatori, figuriamoci aumentando ancora il prezzo!

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Giardino fiorito nel villaggio di Combloux – Alta Savoia, Francia

…e così ce ne siamo tornati tutti alle nostre faccende quotidiane di convivenza più o meno diretta con i predatori, ridendo amaramente di un intervento venuto dal pubblico, una signora che ha commentato che è solo questione di tempo, perché tra qualche generazione ci saranno sicuramente cani e pecore in grado di affrontare da soli il lupo e conviverci…

Fame d’alpeggi

Anche ieri ho ricevuto l’ennesima richiesta di aiuto. Era una voce giovane, al telefono. La compagna di un pastore. Non li conosco, non li ho mai incontrati, ma siamo in contatto su Facebook. Lei aveva preso il coraggio e mi aveva chiesto se potevamo sentirci telefonicamente: “…per delle informazioni riguardanti le montagne , diciamola così! Per messaggio mi viene difficile spiegarmi.

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Salita di un gregge in alpeggio – Valle Orco (TO)

Immaginavo già la richiesta. Ne ricevo tante. C’è chi mi scrive, chi me lo chiede quando mi incontra, chi mi telefona. “Tu che giri… sai se c’è una montagna libera?“. Ultimamente la versione aggiornata è: “…adesso che giri in Valle d’Aosta, mi trovi una montagna su di là?“. Me lo chiedono cari amici, conoscenti, sconosciuti. Me lo chiede chi ha una montagna “difficile”, scomoda, e vorrebbe cambiare. Me lo chiede chi è rimasto senza montagna. Me lo chiede chi ha aumentato il numero delle bestie e non ha più pascoli a sufficienza lì dov’è ora. Me lo chiede chi la montagna non l’ha ancora mai avuta e vorrebbe iniziare ad andare in alpeggio, come la ragazza che mi ha chiamata ieri.

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Pascoli di alta quota al Gran Piano – Noasca (TO)

Ci tocca mandarle in affitto, ma il mio ragazzo alle sue bestie ci tiene. Sai com’è quando le mandi da altri… tu le pascoleresti differente. Se capita qualcosa, non sai mai se doveva proprio andare così o se è colpa di chi le guarda.” Loro hanno pecore, sanno che c’è il problema del lupo, ma il problema maggiore per loro adesso è non avere l’alpeggio. “Il mio ragazzo e suo fratello si alternerebbero a guardarle, non le lascerebbero da sole. Non ci interessano i contributi, a noi basta anche una montagna dove ci sono le mucche sotto e poter pascolare con le pecore tutte le parti alte…

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Costruzione di alpeggio diroccata in alta Valle Orco – Ceresole Reale (TO)

Già, i contributi… Girando per le montagne, chi non sa come stanno le cose potrebbe dire che di alpeggi abbandonati ce ne sono eccome! Ma una baita che crolla non vuol dire una “montagna vuota”. Possiamo iniziare a dire che oggi, con altri numeri di animali rispetto ad un tempo, non tutte le baite sono più utilizzate, anche quando greggi o mandrie salgono a pascolare quei territori.

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Il ripido sentiero che sale all’alpe Arietta – Val Soana (TO)

Ci sono alpeggi affittati sulla carta, proprio per i famigerati contributi, che poi non vengono pascolati… questo è illegale e non dovrebbe succedere. Accade più frequentemente che, con qualche strano intrigo, pascola tizio, ma i contributi li prende caio. Non va bene nemmeno questo, ma purtroppo è la realtà. Se ne parla troppo poco, ci sono troppi interessi dietro. Ogni tanto c’è un’inchiesta, ma grossi risultati in tal senso non si sono ancora visti.

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I pascoli si colorano a inizio stagione – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Per colpa dei contributi, arraffati a piene mani da speculatori e trafficoni, i prezzi degli alpeggi aumentano (ne abbiamo già parlato più volte), così se un giovane che sta iniziando vuole trovare una montagna, si trova a competere con prezzi impossibili. Ma questo vale anche per un “normale” allevatore che fa il margaro o il pastore da tutta la vita.

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I ruderi dell’alpe Leseney accanto al Lago Luseney – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Poi ci sono quei valloni scomodi, dove non c’è la strada, ma solo antiche tracce di sentieri… antiche mulattiere dove non passano nemmeno gli escursionisti. Diciamocelo, dove non salgono gli animali in alpeggio, avanzano i cespugli e non è più così bello passare a piedi… In quei valloni magari scopri delle conche meravigliose, pascoli ricchi di trifoglio alpino o altre erbe ricche. Uno di quei posti lo avevo descritto qui.

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Il sentiero nella parte bassa del Vallone di Savoney – Fenis (AO)

Anche l’altro giorno ho fatto una gita in un vallone selvaggio e apparentemente deserto. Nella parte bassa era stato pascolato recentemente, poi seguiva un lungo sentiero che saliva tra boschi e cespugli, fino ad arrivare ad una bella conca con un alpeggio abbandonato. C’erano tracce di utilizzo degli anni scorsi, ma non era difficile immaginare come venissero gestiti gli animali quassù.

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Alpeggio abbandonato – Savoney, Fenis (AO)

Ancora più in alto c’era un lago, conchette e valloni erbosi, erba bassa, di alta montagna, erba buona. Molto probabilmente lassù venivano messi degli animali giovani, in asciutta, che non necessitano di cure e sorveglianza quotidiana. Nei giorni successivi ho poi saputo che il vallone è ancora utilizzato e che saliranno delle manze, probabilmente a breve.

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Nella baita, l’angolo dedicato alla caseificazione – Savoney, Fenis (AO)

Mi viene allora da riflettere su come sia cambiato tutto. Su quali formaggi si facessero in questi luoghi un tempo, con quelle erbe ottime. Erbe che oggi rischiano di sparire, perché senza il pascolamento e la fertilizzazione del terreno, saranno altre erbe a prendere il sopravvento. Oggi i formaggi vengono fatti soprattutto con le erbe dei prati più comodi, più facilmente raggiungibili nei pressi delle baite. Non è così ovunque, ma in parte sì… Sto divagando, ma sono comunque riflessioni sul mondo degli alpeggi che cambia.

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Manze e manzette nell’alto Vallone di Saint Barthélemy – Nus (AO)

Cosa ho risposto alla ragazza che mi chiedeva se sapevo di una montagna libera per il prossimo anno? Quello che, ahimé, ho risposto a tutti gli altri. Se venissi a sapere di qualcosa… ben volentieri. Ma purtroppo non so come aiutare tutte queste persone. Non riesco nemmeno ad aiutare carissimi amici che hanno questo problema. E’ un controsenso, perché da una parte possiamo dire che il mondo dell’alpeggio tradizionale è in crisi… e dall’altra che non ci sono alpeggi disponibili!

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Pascoli di alta quota con abbondanza di trifoglio alpino – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Chi resta senza alpeggio spesso è proprio colui che lavorerebbe bene, che avrebbe cura del territorio, degli animali, delle tradizioni. Mentre chi mette su numeri di bestie eccessivi, lasciate quasi allo sbaraglio o in mano ad operai che fanno niente più del minimo indispensabile… affitta alpeggi qua e là anche in vallate non vicine.

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Alpeggio al Colle del Nivolet sul versante valdostano

C’è la speranza che cambi qualcosa? Per come la vedo io, al momento no, purtroppo. Se non si interviene seriamente a livello politico, questo fragile delicato mondo mi sembra seriamente in crisi. C’è chi resiste con le unghie e con i denti, con sacrifici e spese spesso non proporzionati alle entrate effettive. C’è chi sopravvive grazie al sostegno e alla manodopera di parenti in pensione che “danno una mano”. C’è chi non ce la fa ad andare avanti se non arrivano i contributi. Tutti segnali di un sistema non sano.

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Dove non si pascola, pian piano avanzano i cespugli – Val Soana (TO)

Eppure ci sono ancora giovani pieni di passione e di entusiasmo che telefonano e dicono: “Siamo disperati! Abbiamo iniziato a giugno a cercare una montagna per il prossimo anno, ma niente… Non ci interessano i contributi, ci basta avere un posto per portare su le nostre pecore!” Che tristezza, che amarezza non poter dar loro delle risposte. Che sconforto non poter aiutare chi fa “da sempre” questo mestiere e perde la montagna a un’asta, vedere nei suoi occhi la disperazione perché non sa dove portare a pascolare i suoi animali…

…bisogna dirlo a qualcuno!

C’è un problema che sta diventando sempre più grave. Non è solo ingigantito da immense (quanto inutili) polemiche sui social, ma appartiene più che mai al mondo reale. Sto parlando della questione dei cani da guardiania, problematica connessa alla “questione lupo” che, specialmente in questo periodo dell’anno, arriva ad assumere una rilevanza anche maggiore rispetto agli attacchi dei predatori.

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Gregge in alpeggio con cani da guardiania – Bardonecchia (TO)

Le polemiche, gli insulti, le parole grosse nei commenti su facebook non servono a niente, a parte portare le persone (tutte) all’esasperazione, allevatori e turisti. Visto che di questi tempi il buonsenso scarseggia, credo sia necessario muoversi su altri fronti, non soltanto nel mondo virtuale. Quindi bisogna affrontare il problema in modo concreto. I cani da guardiania ci sono, i pastori li DEVONO usare per difendersi dal lupo e dagli altri predatori. I cani da guardiania vengono impiegati solo ed esclusivamente per questo scopo, hanno modalità di “lavoro” diverse dai cani “da pastore” impiegati per condurre il gregge/la mandria.

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Uno dei cani sorveglia il gregge dall’alto – Sommarese (AO)

Sono urgentemente necessari provvedimenti su due fronti: primo, delle normative a livello nazionale che permettano un corretto impiego di questi cani da parte degli allevatori. Secondo, una campagna informativa massiccia rivolta a tutta la popolazione. Non bastano quattro cartelli lungo piste e sentieri, serve una comunicazione su tutti i fronti (televisione, carta stampata, internet), rivolta ai privati cittadini, alle istituzioni, alle associazioni (in particolar modo quelle che hanno a che fare con la montagna, specialmente se accompagnano gente in montagna), agli operatori del territorio.

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Anche in Francia non si usano solo più i patou (Pastori dei Prenei)

Aggiungerei poi che sarebbe anche necessaria una vera formazione destinata ai pastori che spieghi sia il carattere di ciascuna delle principali razze impiegate a tal scopo, ma anche come vanno utilizzati perché svolgano il loro “mestiere”. Basterebbe un opuscolo, ma scritto non da qualche “esperto di razze canine”, ma da qualcuno che vada a sentire i pastori che, da generazioni, impiegano questi cani. Lo dico perché sovente leggo i commenti di allevatori (di pecore, non di cani) del Centro-Sud che rimproverano i colleghi del Nord che, a loro dire, sbagliano tante cose, a partire dalla scelta del cane, dalla gestione, ecc… Secondo loro, un buon cane risolverebbe la questione alla base, perché non causa problemi con “il resto del mondo”.

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Cani da guardiania con il gregge nella stagione invernale – Pianura verso Carignano (TO)

Partiamo dal primo punto. Non è possibile che i Comuni emettano delle ordinanze che, di fatto, limitano il giusto utilizzo di questi cani nella funzione della guardiania, per l’appunto. Emblematico il caso del Comune di Alagna Valsesia. Qui sotto potete leggere il testo completo dell’ordinanza recapitata a tutti gli allevatori della zona. Si specifica che, pur essendo l’agricoltura importante, è il turismo che fa vivere la comunità di Alagna. Avrei qualcosa da dire in merito, ma rimaniamo sull’argomento principale. I turisti sono andati a lamentarsi in Comune, quindi ecco delle “regole”. I cani devono tassativamente essere messi in sicurezza dalle 7 alle 19:00. Se in quel lasso di tempo per qualche motivo non c’è il pastore… allora non devono stare con il gregge!

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L’ordinanza del comune di Alagna Valsesia (VC)

 

Ecco che torniamo sulla formazione da dare ai pastori… sì, perché più volte ho letto parole di allevatori della Toscana o dell’Abruzzo che dicono ai colleghi che, con un buon branco di cani adatti, il gregge può essere lasciato da solo. Mungi li animali, poi li metti al pascolo con i cani, li raggiungi quando hai finito di fare il formaggio, per esempio. O se non mungi, comunque ci sono dei momenti in cui non sei lì con le pecore o capre che siano. Perché apri il recinto e magari devi spostare le reti. Perché vai a vedere com’è l’erba più su, o nel vallone dove ti devi spostare dopo.

Poi, sempre leggendo la nostra ordinanza, gli imprenditori agricoli sono obbligati a garantire a tutti i fruitori della montagna la possibilità di percorre i sentieri. Anche qui avrei qualcosa da dire: primo, consiglio di riguardare questo video del WWF svizzero, con i consigli per escursionisti e ciclisti. Mi sembra ben chiaro il messaggio che prima venga chi è lì per lavoro (il pastore), poi chi sta svolgendo un’attività ricreativa (il turista). Quest’ultimo è invitato, in situazioni estreme, a cambiare percorso. In moltissimi casi gli “incidenti” sono legati al comportamento errato del turista, poi ci sono anche in giro cani non equilibrati, probabilmente inadatti al compito che dovrebbero svolgere (difendere dai predatori, non aggredire la gente). Qui raccontavo un incontro con un gregge difeso da cani (senza la presenza del pastore): proprio contro quei cani avevo letto decine di articoli, post sui social, lettere ai giornali… eppure noi non avevamo avuto alcun problema!

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I cani da guadiania avvistano ogni movimento sospetto dall’alto – Ferriere, Valle Stura (CN)

Guai a dirlo in Italia!! Dove il “turista” sbraita sui social, invita ad avere sempre a portata di mano lo spray al peperoncino per difendersi dai cani (tra l’altro, proprio con questa funzione è stato “inventato” in Germania e dato in uso ai postini!), cita il codice penale (articolo 672, omessa custodia dei cani). E qui per l’appunto veniamo al discorso delle normative. Un cane da guardiania non può (e soprattutto non deve) stare vicino ai piedi del pastore, come un altro cane. Il suo ruolo è quello di difendere in caso di attacco, ma anche di sorvegliare il territorio per prevenire l’attacco! Quindi il cane va davanti al gregge, si apposta su una roccia dove ha una buona visuale, esce dal gregge per fiutare una traccia di un lupo passato la notte prima, poi torna. Parlo non di cose che ho studiato, ma che ho visto sul campo.

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Gregge e cane da guardiania senza pastore – Moncenisio, Francia

Mi scrive una ragazza dalla provincia di Cuneo e mi dice che, per colpa delle lamentele dei turisti, il suo compagno, pastore, è stato convocato in caserma dai Carabinieri. Non è stato morsicato nessuno, ma i cani hanno “abbaiato minacciosamente”… Anche in questo caso, richiamo della legge per “l’omessa custodia”, ma in aggiunta “…ti risulta che esista una legge che dice che bisogna essere una persona ogni 50 capi a custodia del gregge? “. A me risulta che sia necessaria una persona ogni cinquanta capi nella movimentazione di animali sulla strada (codice stradale, art. 184)! Qualcuno ci sa illuminare su questo aspetto?

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Vallée di Averole – Francia (foto C.Ferro)
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…non dimentichiamoci che, in Francia, queste sono le regole…

L’altro giorno ho condiviso delle foto di un amico escursionista che, in Francia, ha incontrato un gregge accompagnato dai fedeli patou, Pastori dei Pirenei. Non c’era nessun pastore, i cani hanno avvisato gli intrusi abbaiando, gli escursionisti si sono comportati correttamente e il tutto è finito con un bel servizio fotografico da postare su facebook. Ho condiviso pertanto questa felice testimonianza e, tra i commenti che ne sono scaturiti, c’è stata anche quella di un pastore dell’Abruzzo, che spiegava come non serva “addestramento” per i cani da guardiania, ma è tutta una questione di indole. Semplicemente i cuccioli nascono e crescono con il gregge.

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I cuccioli seguono il gregge – Abruzzo (foto M.Sansoni)

Il pastore abruzzese ha postato questa foto e a me sono venuti in mente i servizi di Striscia la Notizia, dove viene puntato il dito quando il pastore ha la cucciolata con il gregge d’inverno. Provate voi a spostare il gregge con dei cuccioletti che seguono in questo modo! Parte subito la denuncia per maltrattamento animale, come minimo…

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Cane da guardiania nel recinto con il gregge – Pianura pinerolese (TO)

Come vedete la situazione è sempre più caotica. Pastori denunciati perché i loro cani si sono allontanati, ordinanze dei Comuni, chi vuole che, di notte, i cani da guardiania stiano dentro delle gabbie, chi impone la museruola di giorno… Lo so che è tardi, che è estate, che ormai i politici sono in ferie e la gente scappa dal caldo andando su in montagna, dove i pastori pascolano con le loro greggi e i cani fanno il loro lavoro, ignari di tutte queste polemiche! Però bisogna partire subito per far sì che questa situazione venga definitivamente chiarita su tutti i fronti, prima che degeneri ancora di più. Se qualcuno si impegnasse… potremmo farcela! Iniziate ad aiutarmi a far circolare questo articolo, chissà che non arrivi anche sotto gli occhi di chi può veramente fare qualcosa?

Parlar di lupi/libri a Passy

Quando ho ricevuto un invito a partecipare al Salone internazionale del libro di montagna a Passy (Francia) ero molto felice. Il tema di quest’anno è l’alpeggio, in un gioco di parole tra alpages (alpeggi, pascoli) e al… pages (pagine).

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Locandina del Salone di Passy 2019

A mano a mano che procedevano le comunicazioni con gli organizzatori, ho capito che mi sarei trovata a parlare ad una conferenza avente per tema… il lupo. Qui trovate il sito della manifestazione, dal 9 all’11 agosto, mentre qui il programma dettagliato di tutte le giornate. La domenica 11 sarà dedicata per l’appunto al lupo e, nel primo pomeriggio, alle 13:30, ci sarà l’incontro “La problematica del lupo”, a cui parteciperò insieme a un allevatore francese e uno svizzero.

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Cartello di segnalazione della presenza di cani da guardiania apposto dagli allevatori nei pressi di un alpeggio in Valle Infernotto (CN) (foto C.Dosio)

Se, da una parte, mi fa piacere prendere parte ad un’occasione di scambio e confronto internazionale, dall’altra l’argomento è sempre più spinoso e delicato. A mano a mano che le montagne si “popolano” di gitanti e turisti (più che mai quest’anno, con le ondate di calore che spingono la gente a cercare refrigerio in quota), questi ultimi vengono a contatto con chi in montagna è salito per lavoro, insieme a greggi, mandrie e, spesso, ai cani da guardiania che li accompagnano.

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Capre in un recinto in alta Valle Orco (TO)

Parallelamente al (grave) problema delle predazioni e a tutto il lavoro aggiuntivo a carico degli allevatori per cercare di prevenirle e/o difendere i propri animali dagli attacchi di predatori (non solo il lupo, c’è l’orso che sta espandendo il suo areale e la lince, che, di tanto in tanto, preda qualche ovicaprino qua e là), c’è infatti da affrontare il turista che vuole tutta la montagna per sé e non accetta di convivere… con ciò che l’allevatore deve impiegare per tentare di convivere con il lupo!

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Pastori con i cani paratori accanto a loro… i cani da guardiania invece devono stare lontano dall’allevatore, a difendere il gregge – Val Chisone (TO)

Quante parole e quante discussioni! Discussioni sui pascoli, minacce di denunce, parole grosse che volano… e infinite discussioni che proseguono sui social o con lettere ai giornali locali. Il senso di impotenza e frustrazione dell’allevatore si fanno più intensi, il nervosismo dilaga. Via via che la stagione avanza, chi ha momenti di scontro quasi quotidiano con gli altri fruitori della montagna per “colpa dei cani”, identifica in questo aspetto una delle principali problematiche del problema lupo. Anche quando di attacchi da parte del predatore non ce n’è fortunatamente nemmeno uno!

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Gregge a Ceresole – Valle Orco (TO)

Così sono curiosa di sentire cosa diranno i “colleghi” d’oltralpe anche su queste tematiche. Da loro i turisti sono più educati/rispettosi? Chi si occupa della segnaletica per la presenza dei cani? In Piemonte o uno possiede ancora i “vecchi” cartelli ricevuti in passato, o deve affidarsi al fai da te. Colgo l’occasione ancora una volta per segnalare a tutti dove scaricare l’ultima versione di tali cartelli, potete trovarli qui, ma per la stampa dovete provvedere a vostre spese.

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Cane da guardiania scende con il gregge dal camion che ha condotto tutti gli animali in montagna – Rosone, Valle Orco (TO)

E quali cani vengono impiegati? Ci sono razze meno problematiche con l’uomo, o tutto dipende da come vengono inseriti nel gregge, da come vengono educati nei primi mesi di vita? Al Salone porterò la mia testimonianza, la mia esperienza diretta, la mia storia, così come ho sempre fatto in conferenze dove mi veniva chiesto di parlare del lupo.

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Gregge con cane da guardiania a Sommarese (AO)

Ho comunque chiesto “aiuto” ad alcuni amici tecnici per avere un quadro più preciso su alcuni aspetti che riguardano sia le predazioni, sia il sostegno agli allevatori nelle due regioni che conosco meglio, Piemonte e, ora, la Valle d’Aosta. Così potrò rispondere a chi, eventualmente, mi facesse delle domande in tal senso.

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Le pecore al pascolo sparpagliate sul versante sono quasi invisibili… – Vallone del Roc, Valle Orco (TO)

Spero i toni si mantengano moderati, anche se so bene come, specialmente in Francia, il fronte anti-lupo sia molto agguerrito. Le voci che rimbalzano tra le vallate spesso dicono che “di là” i pastori possono sparare al lupo. Ma è proprio vero? Come stanno davvero le cose? E quali sono stati i risultati ottenuti dopo gli abbattimenti? Sarà interessante capirne di più su questi aspetti.

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Gregge di capre accompagnate verso i pascoli da alcuni cani da guardiania – Val Sangone (TO)

Insomma, avrei preferito andare a Passy per parlare dei miei libri e non solo di lupi e problematiche relative. E’ vero che, comunque, in occasione delle presentazioni la domanda sulle predazioni esce sempre… Però mi piacerebbe affrontarla in modo costruttivo. Invece, anno dopo anno, vedo che si getta sempre più benzina sul fuoco, ci si arrocca su posizioni di incomunicabilità, senza prendere in considerazione gli esempi positivi di cosa ha funzionato, dove e perché. Con buona pace di tutti quelli che insultano gli allevatori sul web (ma che non hanno la più pallida idea di cosa voglia dire stare in alpeggio, pascolare gli animali, vivere talvolta in condizioni che definire “spartane” è dir poco, convivere con predatori, sbalzi climatici e turisti cafoni) i predatori sono un grave problema, per i danni diretti e indiretti che causano. Loro però sono animali e non hanno colpe, molto spesso mi viene il dubbio che le colpe più grandi le hanno coloro che continuano ad aizzare gli animi (da una parte e dall’altra) solo ed esclusivamente sul tema predatori, per confondere le tante altre problematiche che affliggono l’allevamento (di montagna e non solo).

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Locandina Valtournenche

Parlerò anche di questo a Passy, se ne avrò modo, ma soprattutto nelle altre serate che si terranno nelle prossime settimane, dove invece presenterò i miei libri o parlerò delle mie esperienze, della mia storia. La prima è il 26 luglio 2019 a Valtournenche nell’ambito di “Parole illuminate dal Cervino”. Ore 18:00 presso la Sala Consigliare, con “Alpeggi, alpigiani, formaggi della Valle d’Aosta – 23 itinerari escursionistici”. Seguirà una serata a Groscavallo (TO) il 31 luglio con “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora” (ore 21:00). Qui trovate tutti gli altri appuntamenti in programma.

Alpeggi e formaggi

Come sapete, sto svolgendo un lavoro che consiste nel sottoporre un questionario agli allevatori che monticano nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Ovviamente non posso raccontare qui le informazioni che raccolgo con quelle domande, ma le mie visite negli alpeggi generano numerose riflessioni di vario tipo che vanno ben oltre gli obiettivi dell’incarico ricevuto.

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Il latte viene fatto scaldare nella caldaia sul fuoco a legna all’aperto – Valli Orco e Soana (TO)

Dopo aver pubblicato sui social le immagini scattate durante queste mie visite in alpeggio, un amico valdostano ha commentato “se fai così in Valle, vai in galera“, riferendosi alle foto della caseificazione in certi alpeggi piemontesi. Parallelamente, altri mi chiedevano se potevo portare loro qualcuno di quei formaggi… A questo punto, credo sia doveroso specificare alcune cose.

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Formaggi d’alpeggio nella cantina di stagionatura – Valli Orco e Soana (TO)

Le normative sanitarie, giustamente, tutelano il consumatore. I controlli sulla sanità degli animali fanno sì che pericolose patologie non vengano trasmesse dall’animale all’uomo (es. tubercolosi, brucellosi) e, più in generale, le analisi del latte controllano che questo non sia “sporco” (carica batterica, ecc…). Non è che, automaticamente, in un ambiente “sano” come quello dell’alta montagna, si ottenga un prodotto altrettanto sano. Bisogna avere bestie sane ed essere attenti all’igiene. Ciò detto, dal mio punto di vista, ogni tanto le normative sono eccessivamente rigide o vengono applicate senza il buon senso. Un caseificio è un caseificio, a 2000m di quota come in un complesso industriale di pianura? Ma il consumatore che cerca il prodotto d’alpeggio, cosa vuole ritrovare in quel formaggio?

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Bovine al pascolo, Gran Prà – Valle Orco (TO)

Un prodotto genuino, che abbia al suo interno quei sapori, quei profumi che siano in grado di appagare il palato e raccontare una storia. Una storia fatta di transumanze, di campanacci, di pascoli in fiore ad alta quota, di giornate di sole e di nebbia, di animali che pascolano liberi. Il consumatore attento non vuole il mangime portato in quota per aumentare le produzioni di latte. Il consumatore buongustaio che ricorda i sapori di una volta, vede le foto e mi chiede quel formaggio lì, quello fatto sul fuoco a legna. Sa che, nella toma o nella ricotta, troverà quel leggero sentore di fumo che è andato perso altrove, negli sterili caseifici con il fornello a gas.

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Caseificio d’alpeggio in Val di Rhemes (AO)

Ammetto di esser rimasta sorpresa pure io. Non credevo che, in Piemonte, consentissero ancora la caseificazione con fuoco a legna. In certi alpeggi mi hanno detto che lì il formaggio era solo “…per uso famigliare, più qualche amico, qualche privato che ci chiede qualche toma, il resto del latte lo diamo ai vitelli.” Altri invece mi hanno detto di avere le autorizzazioni regolari per la caseificazione, i prodotti vengono poi smerciati nei punti vendita aziendali o a commercianti. In vallate non lontane, già 10-15 anni fa mi avevano detto che non veniva loro consentito l’utilizzo della legna.

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Caseificazione in Val Soana (TO)

Ho incontrato molte diverse realtà, ho assaggiato anche numerosi formaggi. Come sempre, non sono le piastrelle, l’inox, la plastica, il locale lavaggio bidoni o altre cose del genere a fare il “buon” formaggio. In un formaggio le componenti sono tante: l’animale, il foraggio che consuma, l’igiene al momento della mungitura, l’igiene delle attrezzature, il processo della caseificazione, la mano del casaro, la tecnica di caseificazione e salatura, il locale di stagionatura…

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Formaggio con evidenti difetti – Valle d’Aosta

Da un locale perfetto secondo le normative vigenti, possono anche uscire formaggi non buoni e/o formaggi con difetti. Se compro una fetta e non una forma intera, chiedo di assaggiare un pezzetto, per valutarne il gusto dopo aver visto l’aspetto (è amaro? è troppo salato??). I problemi nell’igiene delle attrezzature e del latte solitamente emergono nel formaggio sotto forma di occhiature irregolari e gonfiori nella forma. Per chi volesse approfondire l’argomento, ho trovato questa pagina che spiega abbastanza bene cosa guardare e come valutare anche per chi non è proprio addetto ai lavori.

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Caldaia di siero dopo l’estrazione della cagliata – Valli Orco e Soana (TO)

L’argomento, come vedete, è abbastanza complesso. Chi ha speso molti soldi per mettersi in regola, chi ha pagato multe salate per essere risultato fuori legge ai controlli, si indigna vedendo “certe cose” che, nella sua vallata, nel suo alpeggio, non sono più consentite. Che dire poi di chi, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal confine regionale, si trova soggetto a controlli che apparentemente non riguardano, o riguardano in minor modo di “vicini”?

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Stagionatura e affioramento naturale della panna per raffreddamento in acqua – Valli Orco e Soana (TO)

E’ di recente pubblicazione questa guida pubblicata dall’ASL TO3, molto utile anche per il consumatore. Nei giorni scorsi ho sentito dire “…il burro in teoria non potremmo farlo, perché le normative non lo consentono, ma la gente lo cerca quasi più del formaggio!“. Nella suddetta guida in realtà viene menzionato, quindi non mi è chiaro come e perché certe normative vengano applicate e fatte osservare in modo differente.

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Tome d’alpeggio nella cantina di stagionatura – Valli Orco e Soana (TO)

Molti alpeggi sono “tramuti”, cioè ci si ferma in quella sede un paio di settimane, un mese, ad inizio e fine stagione. Nel tramuto magari la casera a norma non c’è, è presente solo nell’alpe principale, ma ovviamente si caseifica lo stesso anche lì… I controllo ci sono, in alcune aree sono più severi, in altre pare che siano più tolleranti e (giustamente?) comprensivi. C’è chi segue la legge, chi la interpreta e chi non dimentica il buon senso.

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Caseificazione in alpeggio in Valle Orco (TO)

Parlando con un anziano allevatore in una vallata valdostana non coinvolta dal progetto a cui sto lavorando, questo mi diceva di aver raccolto le confidenze di un veterinario incaricato di controllare le casere d’alpeggio. Lui ormai ha solo più pochi capi e non è più toccato direttamente dall’argomento. Il veterinario gli ha detto che, se si continua così, “…finirà che smetteranno tutti! Se chiederanno di applicare alla lettera tutte le normative, la gran parte delle casere risulterà essere fuorilegge.

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Cantina di stagionatura con apposito “armadio” per proteggere le forme dalle mosche – Ciantel del Re, Ribordone (TO)

A cosa alludeva? Le strutture d’alpeggio sono spartane. Sono già state messe piastrelle, scarichi al pavimento, finestre, zanzariere, rubinetti a pedale, servizi igienici, spogliatoi. In certe vallate già hanno imposto un apposito locale separato per il lavaggio bidoni (ma altrove quanti bidoni lavati alla fontana ho ancora visto!). Chiederanno altezze e spazi maggiori nei locali? Cosa chiederanno ancora? In alpeggio si sta due, tre mesi… Le strutture raramente sono di proprietà. Qualcuna è pubblica, ma i Comuni hanno soldi da spendere a beneficio di una singola famiglia che usa quel bene per un paio di settimane all’anno? I privati poi molto spesso non aggiustano nemmeno le strutture abitative affittate ai margari: “…aumentano l’affitto, ma il tetto non lo aggiustano da anni…“, mi raccontava un’anziana allevatrice.

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Ricchi pascoli d’alta quota – Valle d’Aosta

C’è già davvero chi ha smesso. In un bellissimo alpeggio, con pascoli dalle erbe ricche, che darebbero un latte meraviglioso, con il profumo inebriante del trifoglio alpino che aleggiava nell’aria fresca del mattino in alta quota, ho ascoltato una storia pazzesca. Una storia dove si diceva che le vacche lì sono tutte in asciutta, perché da qualche anno lì non è più possibile lavorare il latte. La burocrazia e le normative applicate alla lettera si intrecciano con dissidi famigliari tra i proprietari dell’alpeggio e con difficoltà logistiche, con il risultato che lassù non si produce più né Fontina, né Formaggio valdostano. “La gente passa, mi chiede se ho formaggio… devo rispondere che non possiamo più farlo.

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I pascoli di Pian dei Morti – Campiglia Soana (TO)

Non è facile, la vita dell’alpeggio. Un tempo sarebbe stato impensabile, salire in alpe senza mungere gli animali. Un margaro l’altro giorno mi diceva che, per lui, la “goccia di latte” è importante. Certo, la bellezza dell’animale appaga l’occhio, ma il senso di questo mestiere è produrre qualcosa. E un formaggio d’alpeggio può essere un vero “gioiello”, un capolavoro che racchiude al suo interno una storia antica, un territorio. Bisogna incoraggiare chi sceglie ancora di alzarsi prima dell’alba per mungere, chi porta a valle i formaggi a dorso di mulo perché non c’è il sentiero… Bisogna aiutare i margari tradizionali, i veri allevatori. Altrimenti non è lontano il giorno in cui troveremo solo più grosse mandrie, immensi greggi, sorvegliati da operai che magari non parlano italiano. Già accade in molte zone… Non sono gli operai stranieri ad indignarmi (Italiani disposti a fare questa vita ce ne sono più pochi): è il fatto che il reddito di quegli animali non è il latte, il formaggio, la carne. Quegli animali sono lì per far sì che qualcuno percepisca dei contributi…

Si dovesse pagare in proporzione…

Non è la prima volta che parlo di fienagione su queste pagine. Oggi volevo stimolare un ragionamento, scontato per alcuni, ma forte totalmente ignoto per altri. Chi fa l’allevatore, specialmente in paesi dove le stagioni impongono un periodo in cui il pascolamento all’aperto è impossibile per mancanza di alimenti “freschi”, deve ricorrere a quelli conservati. Il più naturale (oserei anche dire il migliore) è il fieno.

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Fieno ammucchiato al fondo di un prato ripido: verrà buttato sulla strada, dove lo si imballerà con l’imballatrice – Petit Fenis, Nus (AO)

Fin dall’antichità l’uomo ha raccolto e stoccato il fieno. Se, un tempo, questa era comunque un’attività faticosa, oggi più che mai si nota una differenza tra i territori. Il fieno di montagna non è diverso solo per caratteristiche, profumo, essenze vegetali presenti al suo interno. Lo è anche per metodo di “produzione” e fatica spesa.

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Trattore con imballatrice su un prato “bello” di montagna – Petit Fenis, Nus (AO)

Esistono ancora prati dove il fieno lo si raccoglie a mano e lo si trasporta sciolto in teli o con altri accorgimenti per essere stoccato nei fienili o per raggiungere un luogo dove si possono utilizzare i macchinari per imballarlo. La gran parte dei prati che vengono sfalciati vede comunque l’impiego dei macchinari. Vi sarebbero macchinari pensati appositamente per la montagna, per i terreni ripidi, per le estensioni ridotte, ma da queste parti purtroppo non se n’è mai incentivato l’acquisto e l’utilizzo. Forse però questo tema meriterebbe un’apposita riflessione in un altro momento…

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Fienagione a monte di Verrayes (AO)

Torniamo al nostro fieno di montagna. Ci sono anche in quota spazi dove è un po’ più facile farlo: o nei fondivalle o in aree con superficie di una certa estensione e discretamente pianeggianti. Non siamo proprio nei prati che misurano ettari come quelli di pianura, ma comunque qui si lavora più agevolmente, senza dover scendere dai trattori e senza dover fare troppe manovre (anche ardite) con i mezzi.

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Rotoballe di medie dimensioni di fieno di primo taglio – Petit Fenis, Nus (AO)

Il prezzo del fieno lo fa il “mercato”, non l’agricoltore. Il prezzo del fieno è determinato dalla quantità disponibile a livello generale, dalla qualità, dalla richiesta da parte degli acquirenti. Dipende dall’annata, dalle condizioni meteo (che influenzano notevolmente questa produzione), da quello che è successo nella tua regione, ma anche in quelle vicine. Se devo vendere del fieno, nessuno mi paga le ore di lavoro… A nessuno interessa se è un fieno di prato pianeggiante o ripido. Si guarda se è primo, secondo, terzo taglio. Si guarda da dove viene. Spesso la qualità la si scoprirà solo quando si apre la balla per metterla nella mangiatoia.

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Fieno di primo taglio pronto per essere imballato – Petit Fenis, Nus (AO)

Non interessa a nessuno se e quanto hai faticato per raccogliere quel fieno. Generalmente, su un prato di montagna, quando c’è da far fieno vedi sempre un bel po’ di gente: chi guida i mezzi, chi rastrella a mano. In pianura c’è un grosso, enorme trattore, con attrezzature proporzionate agli spazi per tagliar, girare, ammucchiare, imballare… e una persona alla guida.

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I prati piccoli o quelli troppo ripidi si tagliano con la falciatrice – Petit Fenis, Nus (AO)
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Il fieno viene girato a mano con l’aiuto dei rastrelli – Hers, Verrayes (AO)

In montagna capita spesso di avere appezzamenti di piccole dimensioni, “fazzoletti”, strisce, forme non assimilabili a figure geometriche semplici. Questo è mio, quella è tua, aspetto che tagli tu, così poi io posso accedere al mio pezzo. Quante fatiche, su quei pezzetti, quante manovre con i mezzi per raccogliere tutto! Ma è la loro cura che fa sì che la montagna sia ancora “bella” da vedere. Gradita anche al turista. Qui da noi, nessuno riconosce un valore a queste pratiche di “cura del paesaggio”.

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Ballette prodotte al fondo di un prato ripido – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma il valore del fieno di montagna non lo riconosce nessuno in generale. Il fieno è fieno, se tu l’hai tagliato, girato e ammucchiato a mano, ore e ore su quel ripido prato dove si scivolava persino, calpestando il fieno secco, nessuno ti premierà. Il premio forse è la tua soddisfazione per mantenere in vita quelle terre. Ma se vedi che sei da solo a farlo, che hai troppo lavoro per riuscire a star dietro a tutto, che nessuno ti riconosce questi sacrifici, man mano ti stufi… Così i pezzi più scomodi poco per volta vengono abbandonati al loro destino di rovi, cespugli, bosco.

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Rotoballe in un prato a 1000m di quota – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma voi ci avete mai pensato a tutto questo, quando comprate un formaggio “di montagna”? O della carne dal macellaio di fiducia, sapendo che è carne Italiana, di un allevamento locale? E lo sapete che, all’allevatore, non viene ripagata monetariamente tutta la fatica fatta per alimentare la sua vacca, la sua capra, con quel fieno?

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L’incubo di chi fa fieno: il temporale serale che incombe – Petit Fenis, Nus (AO)

Quassù il primo taglio richiede diverse settimane, pezzo dopo pezzo. In pianura una superficie equivalente probabilmente la si taglia e imballa in un paio di giorni, il tempo che sia secco. La fienagione è anche tempo di imprevisti (e imprecazioni), tra macchinari fondamentali che si spaccano nel momento del bisogno (la cui riparazione richiede tempo, oltre che denaro) e improvvisi temporali non previsti da nessun sito meteo. Certo, far fieno in montagna è una palestra con solarium tutta al naturale, ma di amici che vengano ad aiutare in quei giorni raramente se ne trovano. Se i prodotti finali (latte, carne, formaggi) dovessero essere pagati in proporzione alle ore di lavoro che hanno alle loro spalle, già solo con la fienagione, qui in montagna raggiungerebbero prezzi davvero esorbitanti!