Acque

Parlando di montagna, capita spesso di parlare di acqua. Molta della “nostra” acqua viene dai monti. Lo diamo per scontato o non ci pensiamo nemmeno? Adesso l’acqua di montagna viene imbottigliata e venduta, oppure va ad alimentare centrali idroelettriche. Energia “pulita”, ma con un suo impatto.

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Lago del Teleccio – Valle Orco (TO)

In molte valli troviamo laghi artificiali e grosse dighe, condotte forzate, centrali idroelettriche. In altre valli ci si oppone alla creazione di nuove centraline che andrebbero ad impattare sul territorio e sui corsi d’acqua presenti, specialmente pensando a questi anni in cui le siccità estive sono purtroppo particolarmente intense. E’ di questi giorni la notizia che “… la Rio Narbona S.r.l. ha deciso di rinunciare al progetto di costruzione di una centralina idroelettrica sul torrente Narbona per la quale aveva presentato istanza alla Provincia di Cuneo il 16 luglio 2016, a motivo delle impegnative richieste di modifiche del progetto richieste dagli organi competenti e delle forti opposizioni incontrate…” (dalla pagina Facebook Casa Narbona, a firma Fabio Medardi Noguera). Questo è un esempio di una delle tante battaglie contro tali opere.

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Pertus ai Denti di Chiomonte – Val di Susa (TO)

Anche una volta l’uomo cercava di addomesticare l’acqua a suo uso e consumo, ma parliamo di opere che portavano sicuramente benefici pratici e diretti alla montagna. La conoscete la storia del pertus di Colombano Romean a Chiomonte? Qui un documento su cui trovate tutti i dati a riguardo di quest’opera della seconda metà del Quattrocento, una galleria scavata a mano per portare l’acqua sui pascoli del versante opposto.

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Antico canale (bealera) per irrigare i pascoli in Valle Orco (TO)

Ve ne sono tante di opere idrauliche in montagna, ma la gran parte è ormai totalmente abbandonata, inerbita, scomparsa. Qualcuna si intuisce ancora per la sua conformazione: generalmente non sono sentieri quelli che partono dai ruscelli di montagna e procedono quasi in piano tagliando i versanti.

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Tratto di un canale in disuso nel vallone di Saint Bathelemy (AO)

Il mese scorso mi è capitato di percorrere il tracciato di un antico canale in Val d’Aosta, uno dei tantissimi esistenti in questa regione. Il tratto nell’immagine è stato letteralmente creato dall’uomo: non scavato nella terra, perché si trattava di costeggiare una parete di roccia, ma sostenuto da muretti costruiti sulla pietra contro la parete stessa. Prima e dopo questo punto si camminava sulla sua sponda, ma qui era necessario entrare nel canale e procedere a carponi. Pensate a chi l’ha ideato, a chi l’ha realizzato e a tutta la manutenzione che è stata fatta nei secoli.

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Nuovo ruscello nei pascoli di Champ-combre – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Sul sistema dei ru, dei canali di irrigazione valdostani, segnalo questo bellissimo articolo, contenente anche foto d’epoca che illustrano la costruzione di queste opere e varie immagini di sistemi di canalizzazione anche molto elaborati in varie parti della valle.

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Torrente a San Grato – Valgrisenche (AO)

Ci troviamo in un’area dove l’acqua non manca, grazie anche ai ghiacciai, ma non è naturalmente distribuita ovunque. I canali sono stati costruiti per portarla laddove l’uomo ne aveva la necessità, cioè specialmente sui versanti, per coltivare e per irrigare prati e pascoli.

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Tra i pascoli – Nus (AO)

Oggi, oltre ai canali antichi ancora in uso, ve ne sono di più moderni, di varia fattura e dimensioni. L’erba è verde fin quando ci sono piogge regolari, ma poi in queste valli battute dal sole e dal vento l’irrigazione diventa fondamentale per l’allevamento, l’agricoltura e la produzione di foraggi.

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Irrigazione a Ville sur Nus (AO)

Dove esistono questi sistemi, può capitare di vederli funzionare anche nei giorni di pioggia… L’acqua c’è, scorre, arriva dai monti, non usarla non significa risparmiarla, andrebbe comunque a valle, confluendo nei fiumi.

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Lago Balma – Fontainemore (AO)

La speranza è che vi siano sempre precipitazioni abbondanti per rinnovare le scorte d’acqua, sotto forma di neve nella stagione autunnale e primaverile, poi come piogge. Sappiamo bene come gli ultimi anni abbiano visto un progressivo ritiro dei ghiacciai, un innalzamento delle temperature, periodi di siccità e precipitazioni anche straordinariamente abbondanti concentrate in periodi ridotti (con conseguenti fenomeni alluvionali anche gravi).

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Canale per l’acqua sui versanti del Vallese (Svizzera)

Il sistema dei canali (che prendono ovviamente nomi diversi a seconda delle aree dove li incontriamo) è diffuso anche in Svizzera, ad esempio nel Canton Vallese. Le bisses, così si chiamano, sono ancora attive, ma sono anche state recuperate e valorizzate a livello turistico. Qui il sito dove potete trovare gli itinerari lungo le bisses.

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Ova de Roseg – Engadina, Svizzera

Di parole da spendere sull’acqua ce ne sarebbero infinite, ma con questo post volevo semplicemente farvi riflettere non soltanto sulla sua importanza, ma anche sui diversi modi con cui l’uomo l’ha “sfruttata” in passato e oggigiorno. La speranza è che non venga a mancare, sulle montagne, sui pascoli e via via a scendere verso le pianure. Non diamola mai per scontata, non pensiamo che sia disponibile in quantità illimitate…

Riflessioni dopo la fiera di Roaschia

Erano anni che non tornavo a Roaschia per la fiera, nonostante avessi ricevuto più volte inviti da vecchi amici. L’ultima volta c’ero stata quando ancora si teneva in autunno. Poi, a causa della concomitanza con altri eventi e, soprattutto, di alcune edizioni caratterizzate da maltempo e anche dalla neve, è stata spostata al mese di maggio. E così per me spesso era andata a coincidere con la transumanza, oppure ero già in alpeggio o ancora, in questi ultimi anni, andavo ad altre fiere in vallate più vicine.

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L’arrivo degli animali nella giornata di sabato – Roaschia CN

Anche quest’anno, per la 24° edizione della Mostra interprovinciale della razza frabosana-roaschina, il fine settimana scelto presentava numerose altre opzioni per gli appassionati di rassegne zootecniche e manifestazioni legati alla zootecnia in generale. La festa dei margari a Saluzzo, con la sfilata delle mandrie nel centro della cittadina, la Fira d’la Pouià a Bobbio Pellice… Diventa difficile organizzare qualcosa, al giorno d’oggi!

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Roaschia vuol dire pecore, ma soprattutto vuol dire pastori. O meglio, voleva dire pastori. La razza frabosana-roaschina esiste ancora, anche se è tra quelle in via di estinzione. Viene allevata in purezza o insieme ad altre razze specialmente nelle aree di origine in provincia di Cuneo e in quella di Torino (in Val Pellice troviamo un buon numero di capi), solitamente da chi la utilizza per la mungitura. Si tratta di una pecora rustica, adatta alla montagna, una razza da latte, anche se ovviamente le sue produzioni non possono essere paragonate ad altre razze specializzate. Come sempre accade in questi casi, dobbiamo tener conto della qualità del latte (sono animali alimentati al pascolo all’aperto, nella maggior parte dei casi vengono condotti in alpeggio, mentre d’inverno consumano fieno) e dell’adattamento al territorio. Altre razze più produttive, nelle stesse condizioni di allevamento, non darebbero le stesse quantità di latte.

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Pastore roaschino in alpeggio agli inizi degli anni ’50 – Museo della pastorizia, Roaschia CN

Gli abitanti di Roaschia, piccolo paese di montagna all’imbocco della Valle Gesso, si erano specializzati in un mestiere, quello del pastore. Gli abitanti si suddividevano in bodi (patate), cioè gli stanziali, che rimanevano nel villaggio, e gratta (letteralmente ladri), i pastori che partivano con la famiglia, il gregge, il carro. Ladri di erba che pascolavano lungo il cammino. Termini entrambi spregiativi che sottolineavano una spaccatura nella comunità, i cui echi permangono tutt’oggi, quando di pastori a Roaschia non ce ne sono più (l’unico residente ad avere pecore si definisce “allevatore”, dato che il suo mestiere principale è un altro). Di questa fiera e di questo “mondo” avevo parlato in passato sul mio vecchio blog qui (edizione 2010), ma anche con la recensione di un libro qui.

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Roaschia dall’alto

A parte questi giorni di festa, Roaschia vive quella che è la realtà di tanti borghi di montagna: pochissimi residenti stabili, scarse possibilità occupazionali, un territorio vasto e difficile da “curare”. Molte case vedono il ritorno delle famiglie originarie nel periodo estivo, altre sono state acquistate o affittate a villeggianti, altre ancora mostrano ben visibili i cartelli “vendesi”. Ieri ho incontrato tanta gente che mi ha detto essere originaria di Roaschia, ma che abita altrove, un po’ ovunque in tutto il Piemonte.

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Il Sindaco e Pinulin, ex pastore

Lo stesso Sindaco, che con tanto entusiasmo si è prodigato per mandare avanti la fiera, ha una storia particolare. Il suo cognome, Viale, è uno dei 5 cognomi di Roaschia, ma il suo accento tradisce origini molto diverse. E’ infatti nato in Venezuela! Giuseppe Pinulin Ghibaudo, tra i promotori della fiera quando era stata istituita 24 anni fa, ex pastore, ripete al Sindaco che: “…bisogna mettere legna, o la fiera muore!” Racconta agli studenti dell’Istituto Agrario il suo passato di pastore, ma anche una sua recente protesta: “Ho lavorato una vita, tra sacrifici e fatiche, e adesso la mia pensione è misera. Mi è arrivata la bolletta della luce più cara perché c’era il canone della TV, ma io non ho la TV. Così ho mandato una raccomandata, ma mi è arrivato lo stesso da pagare. Ho scritto hai giornali per denunciare la cosa e poi non ho pagato, così mi hanno tolto la luce.

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Pecore frabosane-roaschine alla fiera di Roaschia CN

Non è facile mantenere vive queste fiere. Ho raccolto un po’ di impressioni in giro, per capre che aria tira. C’era chi diceva che la crisi è generale: ci sono spese, c’è poco tempo, portare gli animali alla fiera è un costo, una volta veniva rimborsata la spesa del camion per la partecipazione. Altri dicevano che la stagione non è adatta, c’è chi sta salendo in alpeggio, chi ha il fieno da fare. Inoltre adesso “…le pecore non sono belle! Ce ne sono di appena tosate, altre da tosare. In autunno fanno più bella figura!” Mi ricordo che, quando il camion veniva pagato, partecipavano anche allevatori della Provincia di Torino. C’era comunque un clima di rassegnazione tra gli allevatori: si fatica e si stenta a portare a casa la pagnotta. Gli agnelli valgono sempre meno, a volte non si trova a venderli. Si sta lavorando ad un Presidio SlowFood legato ai prodotti di questa razza, ma tutta la procedura è ancora in corso. Dato che si tratta di una mostra legata ad una razza, per incentivare la partecipazione si potrebbe forse pensare a vincolare parte del contributo appositamente stanziato per le razze in via di estinzione alla partecipazione alla mostra?

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Pecore vallesane dal naso nero alla fiera di Roaschia CN

Mi ha dato da pensare il fatto che “l’arrivo” accolto con maggiore entusiasmo sia stato quello di animali non legati alla razza frabosana-roaschina! Un’azienda ha infatti portato capi di varie razze, dalle capre tibetane alle pecore Ouessant, ma in assoluto le più amate (non dagli anziani pastori locali!!) sono state le Vallesane dal naso nero, razza originaria della Svizzera. Giusto o sbagliato avere questi animali “fuori concorso”? Secondo me ben venga tutto ciò che può contribuire a dare nuova linfa alla manifestazione, rimanendo comunque a tema e spiegando l’evoluzione dell’allevamento, che comprende anche questi animali visti più come animali domestici che come specie da reddito. Però la mostra resta quella della pecora locale!

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Museo della pastorizia a Roaschia CN, attrezzi per la caseificazione

Tutto parte dalla storia di Roaschia e dei suoi pastori, ma bisogna andare oltre, perché il museo statico non riesce più a coinvolgere. Ciò vale anche per la fiera, non sono sufficienti gli animali in mostra nei box.

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L’arrivo del gregge – Roaschia CN

Trovo quindi molto azzeccata l’idea di far passare il gregge nel paese. Nella giornata del sabato il gregge è risalito lungo la valle, per poi dar vita ad una transumanza ad uso del pubblico. Si tratta di un gregge di allevatori che si spostano verso la valle Gesso, quindi compiono solo una deviazione per partecipare alla manifestazione.

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Si fa una tappa prima di entrare nel paese, organizzando il “corteo” – Roaschia CN

Nicolò è giovane e allora ci tiene a farlo…“, così commenta il papà Aldo, scendendo dal trattore al seguito del gregge. Tutto ciò è una fatica aggiuntiva ai lavori quotidiani di mungitura, pascolo, partecipazione a fiere e mercatini per vendere i prodotti. Certamente con questa transumanza particolare la giornata si allunga.

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Il carro al seguito del gregge – Roaschia CN

Si aggiunge anche il carro, a ricostruire quella che era la vita dei pastori nomadi roaschini. Oggi c’è il fuoristrada e la roulotte, mentre un tempo la trazione era animale e, nel carro, si viveva, si stipava tutto il necessario, si trasportavano insieme agnelli che ancora non camminavano e bambini piccoli. Molti anziani abitanti di Roaschia sono nati fuori dal paese, in vari comuni lungo a strada della transumanza, fino in Lomellina.

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Il passaggio del gregge in piazza – Roaschia CN

La sfilata, la transumanza, serve a rendere viva la giornata. Il pubblico apprezza in passaggio del gregge, altri ne accompagnano il cammino. Anche solo per pochi minuti si vivono istanti di vita del pastore, il fascino della pastorizia nomade viene trasmesso a chi vi assiste.

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Pastore in pensione seguono la transumanza – Roaschia CN

Nel caso di Roaschia buna parte del pubblico, specialmente nella prima giornata, è composto da persone che quella vita l’hanno praticata o l’hanno sentita raccontare più e più volte da genitori e nonni. Ci sono anche Anna e Rosa, le ultime ad aver vissuto la vita dei pastori roaschini insieme ai loro mariti.

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Giuseppe, uno degli ultimi pastori – Roaschia CN

Giuseppe si aggiunge al corteo, con tanto di zaino e ombrello, che il vero pastore non lasciava mai a casa, perché non si sa mai. “C’è poca gente, c’è troppa poca gente…“. E’ vero, non c’è tantissima gente. Forse bisognerebbe accorpare le due giornate, forse bisognerebbe studiare qualcosa in più oltre alla transumanza, che sicuramente è un elemento che funziona.

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Gregge di pecore frabosane-roaschine – Roaschia CN

Il gregge prosegue il suo cammino fino a raggiungere un prato dove verrà lasciato a pascolare nelle reti. Solo qualcuno lo segue, soprattutto persone che filmano o scattano foto, gli altri restano in paese. La transumanza del XXI secolo è anche avere un drone che ti ronza sopra la testa per effettuare delle riprese!

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Gregge e patou – Roaschia CN

Si arriva a destinazione poco sopra al paese. Gli animali iniziano a pascolare, il cane da guardiania studia la situazione, un po’ frastornato da tutta la confusione di quella giornata. Solitamente non c’è così tanta gente intorno alle pecore!

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Dopo la transumanza, gli agnelli vengono fatti scendere dal carro – Roaschia CN

Il carro con l’asino erano solo scenografia, gli agnelli oggi sono a bordo di un altro carro, quello al seguito del trattore. E i pastori torneranno a casa la sera, portando il latte munto, che verrà caseificato non all’aperto sul fuoco, ma in un locale idoneo come prescritto dalla legge.

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Formaggi di pecora e di capra dell’azienda bio En Barlet – Roaschia CN

Eccoli i formaggi di quel gregge, in vendita il giorno successivo alla fiera. “Si può ancora vivere con un piccolo gregge, senza avere centinaia e centinaia di animali, ma ti devi sbattere! Devi mungere, fare il formaggio e andare a fare fiere e mercati. Oggi io sono qui e Marilena è in Francia ad un’altra fiera. Poi devi sperare che vada bene, che ci sia gente, sperare di vendere…

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La premiazione – Roaschia CN

Nella giornata della domenica ci sono state le premiazioni dei capi presentati alla mostra, un po’ di fiera, il pranzo e attività pomeridiane. Quello che sicuramente mi sento di suggerire è un’impostazione totalmente diversa del mercato. Per attirare il pubblico, bisognerebbe distinguersi con bancarelle che davvero spingano chi è interessato all’argomento a venire alla fiera di Roaschia. Espositori a tema: formaggio di pecora/capra, manufatti legati alla pecora (lana, feltro, ecc.), attrezzature, campane, artigianato di qualità che non si trovi a ogni mercatino di paese. Anche nel menù del pranzo, ottimamente organizzato dalla Proloco, avrei osato di più inserendo la pecora (ad esempio nel salumi) o l’agnello. Non conosco le proposte delle due strutture recettive del paese per il pranzo della domenica, ma mi sarebbe piaciuto vedere all’esterno lavagnette che dicessero “qui oggi carne di agnello/pecora roaschina”. Nella cena del sabato sera invece sia il ragù della pasta, sia il secondo che ho mangiato, erano a base di agnello. L’avrei però espressamente indicato nelle locandine della manifestazione.

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Dimostrazione di tosatura con le forbici – Roaschia CN

Per concludere il pomeriggio della domenica, c’è stato nuovamente il passaggio del gregge (in discesa e fuori dal paese, dato che c’erano le bancarelle), dimostrazione di tosatura, cardatura della lana, caseificazione e… un po’ di musica e danze tradizionali. Sono state due belle giornate, ma concordo con il fatto che occorra fare qualcosa in più per mantenere il pubblico e attirarne altro. “L’anno scorso c’era molta più gente…” è una frase che ho sentito ripetere spesso.

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Tetti Lombardo – Roaschia CN

Concluderei con alcune considerazioni che vanno oltre il tema della pastorizia, com’è nella filosofia di questo nuovo blog. Il sabato pomeriggio sono andata a far due passi, raggiungendo alcune frazioni a monte di Roaschia. Il territorio è molto boscoso, i prati sono più ristretti di un tempo. I vecchi sentieri che collegavano i vari “Tetti” sono segnalati con apposite paline, ma non tutti risultano facilmente percorribili, poiché la vegetazione avanza e non vi è un passaggio costante.

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Casa abbandonata a Tetti Colla – Roaschia CN

In quei villaggi che ho toccato nella mia breve escursione si alternavano case ristrutturate, orti, alberi di frutta, segno che si tratta di abitazioni utilizzate per lo meno come seconde case, a ruderi più o meno segnati dal tempo. Si trattava comunque di frazioni raggiunte da strade asfaltate. Non era una montagna abbandonata del tutto, ma nemmeno più viva come un tempo. Non c’erano segni di vere e proprie attività agricole, solo lembi di terra ancora mantenuti puliti intorno alle case, piccoli campi di patate.

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Istallazione artistica a cura dei giovani di Roaschia, cannucce colorate che simboleggiano le fibre di amianto nell’aria

Nessuno si interessa di queste realtà e, ahimè, ci si ricorda di paesi come Roaschia non per valorizzarli, ma per individuarli come sede per… una discarica di rifiuti speciali, amianto nel caso specifico! “Da una parte abbiamo il Parco delle Alpi Marittime con tutti i suoi valori ambientali e… a pochi chilometri in linea d’aria vogliono fare una discarica?? Dicono che hanno individuato questo sito partendo da migliaia di altri in tutta Italia. Si tratterebbe delle nostre vecchie cave in disuso che adesso si stanno ricoprendo di erba. Ci siamo opposti. Stiamo raccogliendo firme e io sono andato fino a Bruxelles per dire all’Europa cosa succede qui. Mi fa male che la Regione ci voglia imporre questo e che l’Italia non ci ascolti, ho dovuto rivolgermi all’Europa!“, così mi racconta il Sindaco.

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C’è un’altra particolarità a Roaschia: sulla porta del Municipio c’è un cartello che indica una panetteria – alimentari. Ed è l’unico negozio del paese. Chiedo spiegazioni al Sindaco: “Quando facevo campagna elettorale, ho chiesto cosa serviva a Roaschia. Mi hanno detto che mancava un negozio. Aprirne uno era impossibile, così abbiamo trovato questa soluzione nel Municipio. Inoltre do un buono di 120 euro ad ogni residente, da spendere nel negozio, in modo da garantire 9000 euro di incassi. E’ un aiuto anche sul piano sociale.” Un aiuto contro lo spopolamento, perché un paese senza un negozio è ancora più vicino alla morte. Un’iniziativa davvero interessante che potrebbero copiare molti altri Comuni.

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Il negozio di Roaschia CN

Entro e trovo la titolare intenta a disporre i prodotti freschi: c’è un po’ di tutto, ma sta aspettando altri rifornimenti dal fondovalle, perché ovviamente si tratta di una rivendita. “Non è facile, non ci si può aspettare grossi incassi. D’inverno non c’è quasi nessuno, d’estate invece ci sono i villeggianti e i turisti. Ci si accontenta. E’ un peccato che il ristorante qui vicino non si fornisca da noi… Purtroppo succede anche questo…“. Non c’è più la contrapposizione tra i pastori nomadi e i residenti stanziali, ma anche in piccole comunità vi sono fratture che comunque non aiutano la sopravvivenza della montagna.

Una fiera che ritorna in terre “difficili”

Nel mese di aprile sono stata invitata ad Ottone, un piccolo centro della provincia di Piacenza, collocato lungo il torrente Trebbia, a poca distanza dal confine con il Piemonte e la Liguria. Terre di confine, appunto. Ma anche terre dove è difficile vivere.

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Castello della Pietra – Vobbia (GE)

Per arrivare lì me la sono presa “comoda”, facendo un lungo giro in luoghi poco conosciuti. Volevo vedere dal vivo il Castello della Pietra di Vobbia, una costruzione particolare in un luogo dal fascino severo. Anche in questo caso è inevitabile porsi delle domande sul come sia stato costruito, sulla vita, sui commerci, sul passaggio che dovesse esserci all’epoca in queste vallate (il castello è del XI secolo). Oggi sono luoghi scarsamente popolati, i fiumi mostrano evidenti i segni delle alluvioni e mi chiedevo di cosa possa vivere la gente dei paesi che attraversavo.

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Pascoli al monte Buio – confine Piemonte-Liguria

Ho anche fatto una breve escursione, camminando prima nei boschi di faggio e sbucando poi in cresta su pascoli che sicuramente vengono utilizzati nella stagione estiva. Panorami diversi rispetto a quelli alpini, quote inferiori, boschi di latifoglie che terminano drasticamente per lasciare, in cresta, spazio ai pascoli.

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Carrega Ligure (AL)

Il mio viaggio è proseguito su strade così poco frequentate da incontrare meno di cinque auto in circa due ore di tragitto. Villaggi raggiungibili risalendo valli strette e tortuose, fitte di boschi, con pareti rocciose qua e là intaccate da frane che hanno interessato anche la sede stradale. Di cosa si vive quassù? E chi ci vive ancora? Gran parte delle abitazioni sembrava chiusa…

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Capanne di Carrega (AL)

Alle Capanne di Carrega, sul colle, un agriturismo abitato tutto l’anno. Sentivo campanelle risuonare nell’aria, qualche animale al pascolo in quel freddo giorno di primavera doveva esserci. L’impressione generale però era di “sopravvivenza”, piccole strutture, piccole realtà, mancherebbero totalmente gli spazi per aziende dimensioni maggiori (peraltro fuoriluogo quassù) e poi… sembra di essere lontano da tutto, più ancora che non in una vallata alpina. C’è il mare all’orizzonte, ma sicuramente quello è un altro mondo, così come la pianura delle grandi aziende. E’ sufficiente la stagione turistica per riuscire a tirare avanti?

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Pascolo tra Liguria ed Emilia – Barchi (PC)

Finalmente ho raggiunto la mia meta. Prima di andare ad Ottone, dove il giorno successivo sarei stata ospite della fiera del bestiame, sono ancora risalita a Barchi, per incontrare Gloria e la sua famiglia. Barchi è un villaggio che si popola d’estate, quando i villeggianti scappano dal caldo, ma in questa stagione non c’è quasi nessuno. La famiglia Pisotti e i loro animali sembrano costituire il nucleo principale. Gloria, insieme ad una compagna di scuola, mi accompagna subito a vedere la mandria dello zio. Saliamo sulla strada sterrata che porta ai pascoli dove gli animali stanno tutto l’anno.

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Cavalli al pascolo sull’Appennino tra Liguria ed Emilia

Gloria mi racconta di come questo sia possibile, grazie al clima. Se proprio arriva la neve, allora si interviene con del fieno, ma negli ultimi anni non ci sono state difficoltà. Così gli animali nascono, crescono, brucano, dormono, si abbeverano… Oltre alla mandria di vacche, ci sono i cavalli. Lo zio di Gloria e i suoi cugini mandano avanti l’azienda, che sarà tra le protagoniste della fiera del giorno successivo.

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Il gregge di Gloria – Barchi (PC)

La famiglia di Gloria mi riserva un’accoglienza molto calorosa, che mi fa sentire a casa anche qui dove le montagne sono arrotondate e diverse dall’aspetto che mi è usuale. Ci ritroviamo a parlare di conoscenze comuni, alcune reali, altre incontrate grazie ai social. Poi di qui si parte, una volta all’anno, e si viaggia fino alla fiera di Luserna, dove è possibile vedere tanti animali ed incontrare gli allevatori di un po’ tutto il nord Italia. Gloria mi racconta degli studi a Genova, ma non all’istituto agrario: “Perché lì sono specializzati sulla floricoltura e chi ha gli animali viene preso in giro persino dai compagni di scuola!

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Fiera del bestiame – Ottone (PC)

Il giorno successivo però la fiera è lì vicino, ad Ottone. Grazie alla presenza di un nucleo di giovani allevatori intraprendente, alla Proloco e all’Amministrazione, dopo 40 anni, è stata riproposta la Fiera del Bestiame. Ci sono rappresentanti delle varie aziende e avrebbero potuto essere ancora più numerosi, non fosse stato per alcune restrizioni sanitarie in vigore in quel periodo.

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I ragazzi delle scuole intervistano gli allevatori -Fiera di Ottone (PC)

I ragazzi delle scuole raccolgono testimonianze dai vari allevatori e tocca anche a Gloria essere intervistata. Tutti mi dicono che la fiera è stata un successo, non ci si ricorda di aver visto così tanti animali riuniti, qualche anziano parla delle fiere di un tempo, uno di loro mi racconta di quando acquistava i vitelli nelle aziende della zona e li rivendeva in Piemonte, proprio dalle mie parti, affinché fossero ingrassati.

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L’arrivo degli animali alla fiera – Ottone (PC)

Ci sono bovini, numerosi cavalli e asini, qualche capra, alcune pecore, un paio di lama. Al mattino ci si riunisce per un interessante convegno, dove si parlerà anche di razze autoctone, di pascoli e di allevamento come importante risorsa per il mantenimento e la gestione del territorio. Al pomeriggio invece il pubblico si ritrova ancora più numeroso nel campo sportivo ad ammirare gli animali, le esibizioni a cavallo, l’opera del maniscalco… Per me viene il momento di rientrare, così riparto contagiata dall’entusiasmo dei nuovi amici conosciuti in quei giorni. Finita la fiera, premiati i partecipanti, si torna però ai problemi quotidiani, che non possono essere affrontati e superati solo con la passione.

Perché pascoli e stalle

Se avete letto la stringa che identifica questo blog, avrete notato che si chiama “pascoli e stalle”. Ma perché? In un certo senso è l’evoluzione dal blog precedente, dove si parlava di greggi vaganti, senza una sede fissa, ma in quelle due parole spiego anche le basi del contenuto di queste pagine.

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Narcisi in fiore – Castelnuovo Nigra (TO)

Vi ho detto ieri come qui io intenda parlare di montagna, della montagna di oggi, di quella di ieri, delle sue genti, del paesaggio. E allora partiamo da una delle cose che amo maggiormente, i pascoli. Come dice il nome, la loro origine è legata all’uomo, all’usanza di far pascolare gli animali domestici. Non ci fossero mandrie e greggi, bovini, ovini, caprini, le montagne che ben conosciamo sarebbero molto diverse. Tant’è vero che un pascolo abbandonato si trasforma: viene invaso dai cespugli e poi diventa un bosco.

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Pascoli a Pian delle Nere – Castelnuovo Nigra (TO)

Un bel pascolo è un buon pascolo? Dipende. Queste meravigliose distese di narcisi in fiore che il turista, l’escursionista possono apprezzare nel mese di maggio non coincidono con un buon pascolo per gli animali domestici. I pascoli però sono quel territorio dove sia chi lavora in montagna, sia chi la frequenta per diletto, si incontrano. E’ un luogo piacevole, gradito ad entrambi, anche se per ragioni diverse: uno ci vede il massimo benessere per i propri animali, l’altro ne apprezza il paesaggio, la possibilità di fare un’escursione, di rilassarsi, scattare foto…

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Narcisi in fiore – Castelnuovo Nigra (TO)

I pascoli sono la ricchezza della montagna, lo erano un tempo, lo sono oggi. Gli archivi ci permettono di ricostruire brandelli di storia delle nostre vallate, vie di comunicazione, spostamenti di genti, ma sappiamo anche che per i pascoli già si litigava secoli e secoli fa. A dire il vero anche oggi ci si calpesta per accaparrarseli, ma la finalità non è solo più quella di sfamare mandrie e greggi, bensì quella di percepire i famigerati “contributi”.

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Castelnuovo Nigra (TO)

Poi ci sono le stalle. Perché la vita delle genti di montagna, di valle, di collina, non poteva fare a meno delle stalle. Al piano terra, piccole, basse, affollate, nei villaggi e negli alpeggi alle quote maggiori, c’erano le stalle per gli animali, dove d’inverno andavano anche le persone a scaldarsi, grazie al calore degli animali. L’inverno era duro, lungo, serviva la stalla, serviva il fienile per le scorte di foraggio.

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Stalla abbandonata con bisacce di lana – Castelnuovo Nigra (TO)

La vita, l’economia era quella: certo, c’erano anche i piccoli campi, c’era il legname, c’era chi faceva il commerciante, chi emigrava a cercare fortuna, anche solo stagionalmente. Ma l’animale era la fonte di vita. Brucava l’erba e dava prodotti che, trasformati, servivano a sfamarsi anche quando fuori c’era solo neve e ghiaccio. La pecora, oltre al latte e agli agnelli, dava la lana, importante per fare calze, maglie, materassi. Non come oggi che addirittura viene tosata e trattata come uno scarto.

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Baite e “crutin”, con lana abbandonata – Castelnuovo Nigra (TO)

Non posso fare a meno, ogni volta, di pensare alle fatiche di chi ha costruito queste strutture. Alla vita dura di un tempo. Ma anche a come doveva essere il paesaggio, di come si lottava per strappare ogni fazzoletto di terra utile. Canali che portavano l’acqua, sistemi di fertirrigazione per distribuire il letame sui pascoli partendo dalla concimaia davanti ad ogni baita. Crutin raffreddati dall’acqua, in cui si metteva al fresco il latte…

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Aceri e baite – Castelnuovo Nigra (TO)

E così, partendo dai pascoli e dalle stalle, vi racconterò la montagna che incontro. Non sarà sempre montagna abbandonata e silenziosa come quella di queste immagini, anche se sono questi posti che mi fanno nascere molte riflessioni e interrogativi sul presente e sul futuro di tali territori.

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Sentiero lastricato tra Pian delle Nere e Santa Elisabetta – Castelnuovo Nigra (TO)

Per molti frequentatori della montagna, il bel sentiero è quello che conduce ad un colle, ad una vetta. Io mi lascio affascinare dalle mulattiere, dai tratti di sentiero dove le pietre sono state disposte in modo che gli animali potessero agevolmente superare una pietraia senza azzopparsi.

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Iniziali e data sul gradino di una baita – Castelnuovo Nigra (TO)

E così, durante le mie gite, devio dal sentiero principale per seguire il richiamo di quelle pietre che parlano. Spesso le uniche “parole” certe sono delle date, delle iniziali, quindi devo affidarmi soprattutto alle sensazioni evocate per immaginare quella che poteva essere la vita lassù. La cosa migliore sarebbe incontrare qualcuno, qualcuno che sappia ancora raccontare qualcosa della vita di un tempo, della storia di quelle pietre.

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alpeggio – Castelnuovo Nigra (TO)

Poche sono le baite ancora utilizzate: non ci sono più tante famiglie, ciascuna con il suo piccolo gruppo di animali, qualche vacca, qualche capra, un piccolo gregge. Oggi, delle decine di costruzioni che si incontrano, solo qualcuna è in buone condizioni: i segni dell’utilizzo estivo da parte di un pastore possono essere una vasca da bagno, i picchetti rotti delle reti, cordini che tengono chiusa la porta, un sacco di nylon a coprire una finestra. Basta un unico gregge o una mandria a brucare tutti quei pascoli, d’estate. Le stalle invece restano vuote, sono troppo piccole per ospitare tutti quegli animali, ma con pochi animali non si riesce più a vivere, nemmeno a sopravvivere facendo una vita dura come quella di un tempo.

Dove eravamo rimasti

Rieccomi. Ci siamo lasciati poco più di un mese fa sulle pagine di Storie di pascolo vagante, ma vi avevo promesso che avrei ripresto a tenervi compagnia sulle pagine di un blog. Non più quello, ma uno nuovo. E così eccoci qui.

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Pecore di razza Rosset sui pascoli autunnali in Val d’Aosta

Iniziamo dalla copertina che ho scelto per questa pagina: è una sintesi di buona parte di quelli che saranno i contenuti del blog. La montagna, ma la montagna vissuta dall’uomo, che ci lavora con mestieri soprattutto tradizionali, che garantiscono la cura del territorio, l’allevamento di animali (spesso di razze autoctone, razze adatte a sopravvivere con ciò che i pascoli offrono), la produzione/realizzazione di prodotti “tipici”, un paesaggio vivo che non può fare a meno dell’intervento antropico.

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Paesaggio primaverile: villaggi, montagne e prati nel comune di Quart (AO)

L’insediamento stabile in quota (e non seconde case, turismo legato esclusivamente agli sport invernali, ecc.) fa sì che il paesaggio abbia quelle caratteristiche attrattive che richiameranno anche i visitatori. Un paesaggio rurale, un paesaggio vario, con elementi naturali e antropici perfettamente fusi gli uni con gli altri.

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Immagine di abbandono in un villaggio alpino

Ci saranno le realtà vive e quelle dove invece l’uomo si è arreso, abbandonandole. Perché ciò è successo? E’ possibile ritornare ad abitare questi insediamenti? La dura vita di un tempo è riproponibile oggi? Cosa è cambiato nel tempo?

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Calzature e abiti in una baita abbandonata

Bastano calzature o, più in generale, attrezzature più moderne per tornare/resistere sulle terre alte? La mia intenzione è raccontarvi, oltre a quello che vedo, anche quello che mi racconteranno i protagonisti.

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Cavaliere e cavallo alla rinata fiera del bestiame di Ottone (PC)

Continueranno anche su queste pagine le “storie di vita vissuta”, i protagonisti saranno le persone che incontro o quelle che mi invieranno la propria storia. Contadini, allevatori, boscaioli, artigiani, chiunque viva in montagna o comunque in territori oggi definiti “marginali”. Contattandomi, secondo il modello già sperimentato anche con le interviste per alcuni miei libri, vi invierò delle domande per un’intervista a distanza, attraverso la quale poi racconterò qui la vostra vita, la vostra attività. Ci saranno anche le fiere, le manifestazioni a cui parteciperò.

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Pascoli nell’Appennino tra Emilia e Liguria

Non è detto che si debba parlare solo di Alpi: le terre “alte” possono essere colline, possono essere gli Appennini, o ancora potrebbe capitare che io riesca a mostrarvi realtà al di fuori dei confini nazionali.

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Val d’Aosta: il furgone del caseificio ritira il latte per la Fontina

Come mio solito, cercherò di mostrarvi tutte le sfaccettature: i media continuano a diffondere messaggi in cui si parla del ritorno al rurale, le attività agricole vengono presentate come un’alternativa relativamente semplice e idilliaca, ma molti dei diretti interessati tracciano un quadro differente, tra spese, vincoli, burocrazia, condizioni di lavoro difficili, scarsa remunerazione… Perché alcuni ce la fanno ed altri no?

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Pista agro-silvo-pastorale tra i pascoli in Val d’Aosta

Storie di chi in montagna è nato e continua a vivere, spesso a resistere. Storie di chi è tornato. Storie di chi si è insediato, ma non sempre ha trovato quello che sognava. Qui più che altrove, le strade sono in salita, spesso sono ripidi sentieri…

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Alpeggio abbandonato nel vallone di Saint Barthelemy (AO)

Vi racconterò anche i luoghi che mi capiterà via via di frequentare, descrivendovi le mie impressioni, le emozioni suscitate. Non è detto che siano le stesse per tutti, così come i punti di vista non sempre saranno condivisi. Invito però tutti i lettori che decideranno di commentare, qui come sui social, a mantenere il dialogo civile, a rispettare i pensieri altrui. Quando riporterò frasi di persone, sarà sempre dopo averli informati che le nostre chiacchierate finiranno su questo blog. La stessa cosa vale per le immagini.

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L’arrivo del gregge a Cumiana (TO) nel mese di aprile

Ogni post avrà i suoi tag e le sue categorie, che troverete qui a fianco per facilitare la consultazione degli articoli. Per i lettori affezionati del passato, ci sarà anche il pascolo vagante, quando il mio cammino incrocerà quello delle greggi. Aver chiuso il blog non significa aver abbandonato questo mondo: nelle passate settimane, per quasi un mese tra aprile e maggio, ho dato una mano al Pastore, che anche quest’anno ha condotto il suo gregge nel mio paese.

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Con il mio cane Grey nei pascoli bianchi di narcisi sulle montagne del Canavese (TO)

Dopo questa premessa, spero che abbiate voglia di riprendere a seguirmi e, magari, far conoscere il nuovo blog anche ai vostri amici. Mi auguro che queste pagine possano crescere ed arricchirsi giorno dopo giorno (anche se non garantisco aggiornamenti quotidiani!), così da poterci fare compagnia reciprocamente negli anni a venire. Buona lettura a tutti!