Sensazioni agrodolci

A due giorni dall’iniziativa dedicata alle donne forti del mondo rurale, sto cercando di mettere in ordine le emozioni. Sì, perché innanzitutto è stato emozionante. La giornata è partita in sordina, chi fa questo mestiere si alza presto, al mattino, così fin da prima dell’alba iniziavano a vedersi qua e là i primi post, le prime foto. A mano a mano che terminavano i lavori nelle stalle, nelle cascine, ecco che Facebook veniva invaso da immagini di donne al lavoro.

Poi non sono più riuscita a star dietro al tutto, mi arrivavano messaggi, notifiche, segnalazioni del fatto che addirittura dei Comuni avevano aderito all’iniziativa. Per non parlare di associazioni legate a vario titolo al mondo rurale. C’è stato anche un articolo sul Corriere. Perdonatemi, per la mia scarsa attenzione a tutti gli strumenti tecnologici, sommersa dai messaggi su facebook, non ho controllato le e-mail, così non ho saputo che il Rai3 nazionale cercava di contattarmi per un’intervista da mandare in onda nell’edizione delle 19.

Ciascuno ha dato il senso che preferiva all’iniziativa. Come vi avevo spiegato nel giorni scorsi qui e qui, il flash mob era dedicato alle donne del mondo rurale, che alla forza fisica molto spesso devono unire un’immensa forza d’animo (e non solo) per riuscire letteralmente ad andare avanti. Nel lavoro, nella vita, in ambito famigliare. Perché vi sono tante forme di violenza, sopraffazione, discriminazione, sottomissione, pregiudizio. Molti hanno scelto di dedicare #donneforti alla memoria di Agitu Ideo Gudeta, l’allevatrice uccisa in Trentino. Quel gesto ha toccato fortemente buona parte del mondo agricolo e non solo. Ciascuno l’ha vissuto a modo suo, chi ricordando un episodio accadutogli personalmente, chi ha compreso per la prima volta che il mondo rurale non è quell’idillio che immaginava, chi è rimasto toccato da un gesto violento ingiustificabile.

Alla luce di quanto letto, visto e sentito nell’ambito di #donneforti, la mia impressione è stata quella di un bel momento di unione. Grandi emozioni nel vedere immagini di forte umanità e un senso di comunità. “Mi sono sentita meno sola“, ha scritto un’allevatrice. Già questo è stato un grandissimo risultato, specialmente in questi giorni in cui tutti ci sentiamo soli, isolati.

Non hanno aderito solo donne. Parlo dei post che ho potuto vedere io, o perché sono sono stata taggata, o perché pubblicati da amici e contatti social, o perché in gruppi Facebook di cui faccio parte (le statistiche di facebook riportavano oltre 10.000 post con l’hashtag #donneforti, ieri sera). Ci sono stati anche uomini che hanno dedicato le loro parole a mogli, compagne, madri, nonne, sorelle.

Oltre a ciò che si è potuto vedere on-line, ci sono stati numerosi messaggi che ho ricevuto in privato. Alcuni letteralmente da brividi, in cui donne che non conosco personalmente mi hanno rivelato storie tristi, crude, terribili. Difficoltà nel lavoro perché donne, quindi vittime di intimidazioni anche cruente (animali uccisi, incendi o altri danneggiamenti all’azienda). Violenze famigliari. Discriminazioni di vario tipo.

Riporto uno di questi messaggi, che lanciano un segnale di speranza. E’ Adriana che parla: “Non è mai stato facile essere donna in questo ambiente maschile e maschilista. Ho provato a dimenticarmi di essere donna, ho provato a diventare asessuata e forte per essere accettata, ma ho scoperto che solo fiorendo da donna posso dare il mio contributo al domani, ad un futuro più roseo per mia figlia e mio figlio e per tutti i giovani che vorranno prendere fra le braccia i nostri animali, la nostra terra ma soprattutto la nostra storia. Con questo evento di oggi lei, insieme a tutte, abbiamo dato coraggio a molte di noi. Vedo i sorrisi di molte, anche solo nell’immaginazione.

Purtroppo c’è stato anche chi non ha capito il senso dell’iniziativa, lo ha mal interpretato, lo ha distorto. Come ho avuto modo di spiegare a chi mi ha attaccata personalmente, bisogna andare oltre al singolo gesto, ai rancori personali, alla conoscenza diretta di un episodio che ha riguardato questa o quella donna. Nessuno è perfetto, tutti commettiamo degli errori, in ogni caso la violenza non è mai giustificata o giustificabile.

Non posso nascondervi poi l’amarezza nel vedere certi commenti decisamente volgari sotto foto di ragazze che hanno pubblicato le loro immagini con gli animali. Il fatto che questi episodi siano successi fa sicuramente dire con ancora più forza che l’iniziativa di #donneforti ha avuto un senso.

Tutte le immagini di questo post sono state pubblicate su Facebook nell’ambito di #donneforti. Alcuni sono collage realizzati dai diretti interessati, altri li ho creati io con alcune delle centinaia di foto che ho visto.

Storie di donne forti

Ho iniziato ad incontrare le donne allevatrici nel 2003. Fresca di mondo universitario, mi trovavo alle prese con uno dei miei primi incarichi lavorativi, il censimento delle strutture d’alpeggio per conto della Regione Piemonte, attività che durò due anni. Mi ricordo che, in quel periodo, talvolta faticai ad intervistarle, mentre era molto più semplice chiacchierare con gli uomini. Negli alpeggi, incontrai soprattutto famiglie, poche, pochissime donne da sole. Poi ci fu, nel 2005, il libro “Vita d’alpeggio”, dove non chiedevo più numeri, dati, aspetti tecnici. Rubavo un po’ il lavoro agli antropologi, prendevo appunti sentendo raccontare storie sul passato, sul presente e sul futuro di quel mondo.

Una margara delle Valli di Lanzo (TO) incontrata durante le ricerche per il mio primo libro

Ero diventata “la librologa”, così mi avevano soprannominata su per le montagne della Val Pellice. Avevo perso il timore e la timidezza degli inizi, ormai conoscevo tanta gente. Non c’erano ancora i social, quindi non si sapeva immediatamente tutto di tutti. E allora io intervistavo loro… e loro interrogavano me. “E’ vero che tizio è stato morsicato da una vipera? Ma là in quella montagna, è vero che vivono ancora così? L’hai vista la figlia di quel margaro? Ma davvero si deve sposare? Come sono i pascoli in quella montagna? Le pecore di quel pastore sono grasse?“. Gossip montanaro… Ma erano sempre più gli uomini a parlare, a scherzare con me. Qualche donna sembrava sospettare di me, mi guardava con diffidenza. Temeva la mia comparsa in quel mondo così maschile, la mia presenza in quelle transumanze.

Ernestina – Alpe Valneira (TO)
Cristina – Valdellatorre (TO)

Forse il mio rapporto con le donne cambiò quando “passai dall’altra parte” e divenni parte di quel mondo, non più elemento esterno che faceva foto, scriveva, ma compagna di un pastore. Riuscii ad avvicinarle, a riceverne confidenze che non ho mai scritto in nessun libro. Perché erano parole dette in amicizia.

Karen – Val Pellice (TO)
Renza ed Ernestino – Val Formazza (VB)

Di donne forti ne ho incontrate tante. E le prime che mi vengono in mente non sono quelle che, da sole, mandano avanti un’attività. Tutti lo sanno, che loro sono forti. Penso prima a quelle mogli, madri, compagne, sorelle che, oltre ai lavori di casa, oltre a crescere i figli, portarli a scuola, oltre ad occuparsi quotidianamente di mille incombenze, non solo aiutano nell’azienda agricola, ma si trovano a dover sostituire gli uomini quando loro vanno, in fondo, a divertirsi. Perché ci sono quelli che partono per andare alla fiera e magari tornano il giorno dopo. Perché ci sono quelli che amano festeggiare in compagnia e non sempre lo fanno con le loro mogli. I più arrivano in tempo per iniziare in stalla, altri invece tanto sanno che c’è chi ci pensa al posto loro.

Montanara della Valsesia (VC)
Caseificazione in alpeggio in Valle Gesso (CN)

Anche le donne del passato erano forti, mandavano avanti tutto quando gli uomini andavano a fare lavori stagionali oltreconfine, quando gli uomini scendevano a valle per fare il fieno. Per non parlare delle donne del mondo rurale in tempo di guerra, rimaste da sole con bambini e anziani. Storie antiche, storie di qualche generazione fa.

Donne del futuro – Val Pellice (TO)
Silvia – Val di Susa (TO)

Ci sono cose che non si dicono spesso, ma le ho viste accadere. Il mondo dell’alpe non è solo quadretti bucolici… Ricorderò sempre una transumanza in cui la maggior parte dei partecipanti arrivò all’alpeggio con un alto tasso alcolico nel sangue. Raggiunte le baite, continuarono a bere, non solo a tavola. C’erano ovviamente tutti i lavori da fare e le donne di casa erano già arrivate su al mattino, mentre gli uomini e gli amici avevano accompagnato a piedi gli animali. Il primo giorno c’è da portare su tutte le attrezzature, mettere a posto le stanze, riorganizzarsi dopo quel vero e proprio trasloco. C’è da preparar pranzo per tutta la gente che ha seguito la transumanza. Quando era arrivata la sera, gli uomini erano definitivamente ubriachi ed erano state le donne a far entrare in stalla le vacche, togliere i campanacci della transumanza ed iniziare la mungitura.

Marilena – Valle Gesso (CN)
Laura – Valle d’Aosta

Non ho sempre solo visto cose belle, nei miei giri tra pascoli e montagne. Ci sono stati giorni in cui ho pensato di scrivere un libro sulle donne allevatrici, ma sapevo che ne sarebbe uscito un ritratto non completo. Perché certe realtà nessuno me le avrebbe dette o avrebbe voluto che si dicessero. Però, in via amichevole, ho sentito raccontare di un pastore che, la sera, era andato all’accampamento di altri pastori quando sapeva che c’era solo una donna presente. L’aveva minacciata, dicendo che dovevano andar via di lì, quella non era la loro zona di pascolo. Chissà perché non era andato in un momento in cui la donna non era da sola…

Katia e Ivan – Val Pellice (TO)
Alessandra – Valli di Lanzo (TO)

Una donna mi ha raccontato di aver dovuto chiedere aiuto ad un amico allevatore per riuscire a mandar via un suo aiutante che stava diventando pericoloso. Temeva per la sua incolumità. Ho pensato molto a questa storia, quando ho sentito della tragica fine di Agitu. Sono state diverse le donne che mi hanno raccontato di quanto sia difficile dover ricorrere ad aiutanti, specie se di altre culture. “Non accettano di prendere ordini da una donna” è una frase che ho sentito ripetere spesso.

Roberta – Saluzzo (CN)
Astrid – Val Senales (BZ)

Potrei scrivere pagine e pagine di storie. Madri che hanno incontrato difficoltà perché allevatrici, quindi vittime di pregiudizi anche da parte di altre donne. Ricordo una nonna che mi raccontava di sua nuora a cui volevano togliere il bambino perché non cresceva. Davano la colpa al fatto che l’avesse portato in alpeggio, pensavano non lo seguisse abbastanza. Per fortuna un pediatra di più larghe vedute non si limitò alle parole, fece fare delle analisi e capì che il piccolo era affetto da un’intolleranza che non gli faceva assimilare il cibo correttamente.

Elisa e Sabina – Val Pellice (TO)
Tiziana, Nicole e Anny – Valle d’Aosta

Ci sono anche veterinarie buiatra, cioè che si occupano di bovini. Non tutti gli allevatori si affidano a loro, c’è chi vuole il veterinario maschio. E non è solo una questione di sottovalutare la forza fisica… manca proprio la fiducia in una donna! D’altra parte, per le donne forti in questo mondo agricolo (ma non solo qui), si dice sempre che hanno gli attributi. Non abbiamo ancora superato questi luoghi comuni…

Monica – Val Pellice (TO)
Michelina e Valentina – Pinerolese (TO)

Secondo me non c’è bisogno di dimostrare niente, né una maggiore forza fisica, né chissà quali valori. Conosco donne che vanno quasi oltre i loro limiti pur di “farsi accettare”. Credo sia sbagliato. Ciascuno fa quel che si sente, ogni uomo o donna ha i suoi limiti. Ma nessuno deve più impedire ad una persona di fare qualcosa solo in base al suo sesso. E nessuno deve usare una qualsiasi forma di violenza, fisica o verbale. Sembra scontato, ma evidentemente occorre ripeterlo, dato che continuiamo periodicamente a dover raccontare questi fatti tragici. L’episodio di Agitu, come ho già scritto, ha colpito un vasto pubblico perché conteneva diverse valenze simboliche. Però ci sono tante altre forme di violenza, di pressione, di pregiudizio che devono essere sradicate.

Apollonia – Valli di Lanzo (TO)
Deborah – Val Pellice (TO)

La speranza è che i giovani, che hanno ormai accesso continuo alla rete, ai social, capiscano il significato di questa giornata, dell’iniziativa #donneforti, affinché in futuro le donne del mondo agricolo, del mondo zootecnico, non debbano raddoppiare le energie da spendere quotidianamente per svolgere il loro lavoro, investendole solo nella giusta dose di forza fisica (per far nascere un capretto, un vitello, per tirar su una forma di formaggio dalla caldaia, per rastrellare fieno, per pulire a mano la stalla….) e non più in quella psicologica.

Elsa e Giovanni – Canavese (TO)

Di donne forti ne ho incontrate tante, alcune non ci sono più. Penso a chi mi aveva regalato la mia prima cana, il bastone da pastore. Penso a chi aveva riconosciuto la mia passione per il mondo della pastorizia: “…perché a te piace davvero questo mondo, io l’ho sempre fatto per aiutare lui, non perché mi piacesse.” Non chiedetemi di nominarle tutte, ne dimenticherei qualcuna. Anche le immagini di questo post non sono che di una piccolissima parte delle donne che ho incontrato. Ho imparato molto da tutte loro. Le ho viste combattere lotte di ogni tipo, contro la burocrazia, i pregiudizi, l’ottusità, contro uomini “piccoli piccoli”.

Mariuccia – Pinerolo (TO)

Spero che oggi, con questa iniziativa, raccontino la loro storia quelle donne che conducono greggi di pecore e di capre, quelle che vanno a lavorare come pastori salariati, quelle che fanno le casare, quelle che badano da sole alle loro vacche in alpeggio, quelle che hanno preso in mano l’azienda quando mariti e compagni se ne sono andati. Spero di vedere i volti delle madri, delle imprenditrici, delle figlie, delle compagne di allevatori. E spero che anche gli uomini partecipino, perché se alcuni di loro hanno ancora una mentalità chiusa, pregiudizi, incapacità di considerare una donna come loro pari, ce ne sono invece moltissimi altri che, fortunatamente, riconoscono il valore delle donne come persone, prima ancora che come lavoratrici in aziende agricole. Ovviamente questo discorso vale per ogni ambito lavorativo e non, ma non basterebbero le parole per parlare di tutto e di tutti.

Antonella e Rosa – Valchiusella (TO)

NB: Le immagini ritraggono donne incontrate dal 2003 ad oggi e sono solo una piccolissima parte di tutte quelle che ho conosciuto. Pubblicare le foto di tutte sarebbe stato impossibile, qua e là sono già presenti in altri articoli dei miei blog e nel miei libri. Questi scatti vogliono solo ritrarre delle donne del mondo zootecnico di montagna, senza riferimento a eventuali aspetti della loro vita privata.

La voce delle donne

Poche righe per lanciare un gesto simbolico. Ieri siamo stati tutti colpiti, a vario titolo, da ciò che è successo in Trentino: la morte dell’allevatrice Agitu Ideo Gudeta per mano di un suo collaboratore. Non sto a far retorica, di parole ieri ne sono già state dette e scritte forse fin troppe. Resta il fatto nella sua amara crudezza: un uomo non ha saputo far valere le proprie ragioni nei confronti di una donna se non con l’uso della forza e della violenza. C’è tanto dietro quel gesto, ci sono millenni di storia, di cultura, di conquiste negate in pochi secondi. Nonostante se ne parli, ahimè, molto spesso, continua ad accadere.

Maria Pia – colline del Monferrato (AL)

Quando ho saputo la notizia, ho pensato a quante donne allevatrici ho incontrato in questi anni, e quante volte mi hanno raccontato momenti di difficoltà nel lavoro e nella vita proprio legate all’essere donne. Perché c’è ancora arretratezza mentale e culturale, perché oggi si avvicinano culture diverse dove il ruolo della donna non sempre è riconosciuto in modo uguale, perché in alcuni territori c’è una maggiore chiusura, per altri motivi ancora.

Valentina con i suoi figli – Valchiusella (TO)

Molte volte oggi la donna non è solo più la moglie/sorella/madre/compagna dell’allevatore, dell’agricoltore. E’ lei la titolare dell’impresa e si trova a dover assumere dipendenti, dar loro degli ordini, acquistare attrezzature, approvvigionarsi di foraggio, acquistare animali e così via. Non parliamo solo della forza fisica necessaria per svolgere i singoli lavori, ma di quella mentale necessaria per affrontare certe situazioni, specialmente con certi “uomini” che non si dimostrano tali.

Marta – Valle Stura (CN)

Ieri sera una delle mie amiche allevatrici, Marta, mi ha mandato un messaggio dove esprimeva all’incirca i miei stessi pensieri, ma ancora più sentiti, dato che lei è una titolare di azienda agricola e, in aggiunta, ha perso un’amica per mano di un uomo. “Dovremmo fare un qualcosa, un gesto simbolico da parte di tutte le allevatrici. Non so se sia così in tutti i settori, ma nel nostro molte volte questi problemi li senti sulla tua pelle.” Non soltanto per la memoria di Agitu, ma per far vedere a tutti quante sono le donne in questo mestiere, che forza hanno, contro cosa devono combattere ogni giorno.

Silvia – Champoluc (AO)
Carla – Val Chisone (TO)

E così, stimolata dalle parole di Marta, vi faccio questa proposta: il giorno dell’Epifania, quando i social sono invasi da messaggi, video e immagini anche abbastanza stupide a “celebrare” la “donna-befana”, pubblichiamo invece sulle nostre bacheche social (Facebook, whatsapp, Instagram, tutto dove siamo presenti) un qualcosa che parli di noi. Mi rivolgo alle allevatrici, agricoltrici, veterinarie, pastore salariate, donne che fanno parte a vario titolo del mondo agricolo/zootecnico.

Anny – Nus (AO)
Sara – Pianura pinerolese (TO)

Una foto simbolica, ma chi è più bravo con le parole e ne ha la voglia, può raccontare un momento difficile vissuto in quanto donna, oppure la storia della sua azienda. Chi se la sente e lo sa fare, può pubblicare un video. Possono ovviamente partecipare anche gli Uomini, quelli che riconoscono il valore delle donne in questo settore, pubblicando foto delle loro madri, mogli, sorelle, raccontando qualcosa della loro forza. Non dobbiamo dimostrare niente, solo dire che ci siamo e siamo tantissime. Il gesto vile contro una di noi è una ferita a tutte quante.

Alessandra – Val Soana (TO)
Lorella e sua mamma Paolina – Valchiusella (TO)

Vi racconto un piccolo aneddoto a suo modo simbolico. Ero in coda in un negozio dove si vendono/aggiustano macchinari agricoli, aspettavo il mio turno per prendere dei pezzi di ricambio per la falciatrice e per il trattore. Nei giorni della fienagione purtroppo succede spesso e aggiustare al più presto il mezzo è fondamentale per riuscire a finire il lavoro prima di un temporale. E’ entrato un uomo, anche lui con qualche urgenza simile alla mia, ed è andato dritto al bancone passandomi davanti. Gli ho fatto notare che c’ero io, prima. Prepotentemente, ha risposto che lui aveva fretta. Perché, io no? Scommettiamo che, se fossi stata un uomo, non avrebbe agito così? Comunque, mi sono fatta servire prima di lui, come doveva essere, secondo l’ordine di arrivo in negozio.

Elisa e Linda – Valsavarenche (AO)

C’è una settimana di tempo per far girare l’iniziativa, per informare, per scegliere la foto giusta, per realizzare qualcosa da postare il 6 gennaio 2021. Un giorno di donne forti. Credo che questo, in rete, si chiami flashmob e ci sia la necessità di un hashtag… per tutte le #donneforti allora!

Laura – Bionaz (AO)

Un bel periodo di m…

Verrà il giorno in cui torneremo a muoverci, a spostarci, a vivere liberamente. Ma questa libertà sempre e comunque dovrà prevedere delle regole, perché non siamo soli, non siamo unici, ma ci troviamo a condividere spazi, territori, esigenze. Io non sono tra quelli che credono che quello che stiamo vivendo possa renderci migliori. Il mio timore, piuttosto, è che il giorno in cui potremo tornare ad “uscire”, molti saranno ancora più egoisti e prepotenti.

Il fieno rifiutato dalle bovine nella stalla di Aymavilles (AO) – foto E.Cuc (da Facebook)

Vi racconto un paio di esperienze vissute in prima persona o capitate ad amici e conoscenti. Partiamo da una stalla della Valle d’Aosta. Scrive l’allevatrice Elisa Cuc: “Da ieri sera che abbiamo iniziato la rotoballa non ne hanno mangiata nemmeno la metà! Le nostre mucche non mangiamo perché sentono l’odore delle feci e delle urine dei cani. Con questo chiedo di usare un po’ di buon senso e pensare che quando chiediamo di non portare i cani nei prati c’è un motivo ben fondato ed oltre a non mangiare rischiano anche malattie parassitarie.” Il post rimbalza su Facebook e viene condiviso più volte, gli allevatori ovunque hanno lo stesso problema.

Alcuni dei commenti apparsi su facebook

Tra i commenti che ho letto, volevo segnalarvene un paio. “Ma chi ha un cane sa che c’è questo problema?” “Ma perché gli allevatori si lamentano, se poi coprono i prati di letame?” Ci troviamo quindi di fronte a un problema duplice: la mancanza di rispetto (bisognerebbe sempre e comunque raccogliere le feci canine, inoltre un prato o un pascolo ha necessariamente un padrone, quindi il tuo cane è in una proprietà privata, dove non dovrebbe stare) e l’ignoranza, cioè la non conoscenza. Non è male anche quello che propone, come soluzione, il “recintare i prati“.

Uno dei tanti “ricordini” in un prato accanto a un sentiero dove in estate si farà fieno e dove fino a novembre hanno pascolato le vacche – Petit Fenis, Nus (AO)

Facciamo un po’ di chiarezza… Il fattore di rischio sanitario legato a fieno/erba imbrattati da feci canine è dovuto alla Neospora caninum. Qui potete leggere un articolo a riguardo. Poi occorre evidentemente spiegare che c’è una certa differenza tra un escremento di un animale carnivoro e quello di un erbivoro (come la vacca, la pecora, la capra), per non parlare poi dei cani nutriti a crocchette! Qualcuno ha mai fatto caso a quanto tempo impiega a scomparire una cacca di cane? Le deiezioni degli erbivori, non a caso, vanno a costituire il letame, quello che viene impiegato per fertilizzare (naturalmente) campi e prati. Viene sparso sui prati (e sui pascoli) dopo il pascolamento, per restituire al terreno quello che l’uomo o gli animali “portano via”. Lo si fa sotto forma di liquame o di letame “maturo” (dell’anno prima), sparso e distribuito con mezzi idonei. Quando gli animali consumeranno quell’erba, saranno passati mesi, avrà nevicato, piovuto, sarà arrivata la primavera, poi l’estate. Si taglia il fieno e… l’autunno/inverno successivo, mentre su quei prati l’allevatore sta spargendo nuovo letame, le vacche consumeranno quel foraggio.

Prato/pascoli dov’è appena stato sparso il letame nel tardo autunno – Petit Fenis, Nus (AO)

Passiamo ad un altro fatto. Siamo in Veneto, in provincia di Verona. Il fotografo Marco Malvezzi posta questa foto e così racconta: “Questo è il tetto di una stalla, di un allevatore che conosco, su in Lessinia. Ieri qualche bravo turista “rispettoso” ha ben pensato di camminarci sopra, usandolo come trampolino o chissà. Poi magari succede un incidente, e l’allevatore viene pure denunciato. Questo è il livello medio (sottolineo medio, non son tutti così, per fortuna) del rispetto che c’è nei confronti della montagna e dei suoi abitanti. Poi ci si stupisce perché qualcuno si incazza e inveisce contro questi incivili e si afferma che “i montanari sono inospitali”… secondo me hanno anche troppa pazienza.

Il tetto della stalla in un alpeggio della Lessinia usato come “parco giochi” – foto M.Malvezzi, da facebook

Quanti casi più o meno simili abbiamo visto tutti noi… Trovare le stalle degli alpeggi usati come latrine, scoprire veri e propri danneggiamenti causati da persone che sono passate di lì nella stagione in cui l’alpeggio non è utilizzato. Ho visto addirittura i segni di un fuoco acceso contro il muro della baita.

Un alpeggio nella stagione autunnale – Quart (AO)

Mi ha molto colpita uno dei commenti alla foto di Malvezzi. Chi scrive è Ilaria Teofani, che conosce bene la montagna, ma si definisce un’eterna navigante. Vi racconto qualcosa di lei, per comprendere meglio le sue parole. Nata a Civitavecchia, “…dall’ età di sei anni frequento la montagna, dai 6 ai 30 anni ho salito in lungo e largo le amate Dolomiti, sempre nel cuore, con il mio zaino pieno sempre di buone letture. Nel 2014 ho cominciato a vivere tra Piemonte e Valle d’Aosta per ragioni familiari e di lavoro. E in questa occasione, dopo un viaggio in solitaria in valle d’Aosta ho riscoperto la montagna, una montagna diversa dalle mie Dolomiti, quindi una nuova avventura di vita. Per ragioni di lavoro e salute ho deciso di trasferirmi in montagna, pur restando vicino alla pianura piemontese. Il mio progetto era aprire una libreria di montagna in montagna…

Un alpeggio in Valle d’Aosta – Vallone di Saint Barthélemy, Nus

Ecco cos’ha scritto Ilaria commentando il gesto di chi era salito sul tetto della stalla per “gioco”. “Abito in montagna da due anni e mezzo, la frequento e rispetto da una vita pur venendo da contesti totalmente diversi, grande città di mare, di porto, una metropoli come Roma, e tre anni quasi di provincia torinese. Più sto quassù e più capisco molte cose sulla distanza siderale tra montanari e avventori di pianura. Soprattutto sulla pressoché totale ignoranza, anche spesso in buona fede, ma molto diffusa, su cosa significhi davvero vivere in paesi alti quotidianamente e in diverse stagioni dell’ anno, su quali siano davvero le esigenze di chi vive quassù, quali siano le loro opinioni su ciò che accade nell’ attualità e su quali siano realmente i loro desideri, progetti e idee di futuro. Su quali siano le loro battaglie quotidiane passate, presenti e future, su quali siano le loro aspettative e le loro paure.
Non ci parlano con i montanari… Io, che sono un ospite e che quindi ho un punto di osservazione più oggettivo e distaccato, e in un certo senso quindi privilegiato sul piano dell’ analisi, lo vedo che non ci parlano. E quindi non sanno. Alla fine si rischia di pontificare, anche molto in buona fede, su molte cose…senza conoscere il parere, e le relative motivazioni, dei padroni di casa. E la mia curiosità, osservazione e analisi continua, tra le difficoltà quotidiane e il vin brule`in mezzo alla neve con i miei compaesani… non mi stancherò mai di comunicare e cercare di capire a fondo il posto dove mi trovo a vivere in questo periodo della mia vita, sia come luogo fisico sia come luogo antropologico, come casa madre delle persone che mi hanno accolto nella loro comunità.

Turismo estivo in Valsavarenche (AO)

Concordo con queste parole, non avrei saputo spiegare meglio il concetto. Però c’è un’unica cosa che vorrei aggiungere. Non farei una distinzione tra montanari e avventori di pianura, o meglio, allargherei il concetto a chi vive/lavora a contatto con la terra e chi, pur vivendo in ambito rurale (montano, ma non solo), se n’è distaccato completamente, perdendo il senso di ogni meccanismo naturale, perdendo le conoscenze basilari, dimenticando le radici. La conseguenza è che queste persone si comportano esattamente come chi arriva da una realtà lontana dal “territorio”. Anzi, per esperienza personale, spesso si incontrano grossi problemi con chi si è allontanato volontariamente da un mondo rurale che trovava poco consono alle proprie aspirazioni, mentre tra chi vive in un ambiente urbano si incontrano anche soggetti molto attenti, curiosi e consapevoli.

Il mondo agricolo ha sempre più bisogno del turismo per poter sopravvivere

La montagna in futuro ha sicuramente bisogno del turismo per ripartire, ma dovrà più che mai essere un turista informato, attento, rispettoso. Altrimenti, egoisticamente, mi viene da dire che si sta tanto bene così, con poche macchine che passano, con poca gente in giro. Senza turismo (attività peraltro “moderna”, rispetto alla storia delle Alpi), bisognerebbe però ripensare gran parte dell’economia, bisognerebbe tornare all’autosussistenza, bisognerebbe rinunciare a molti aspetti della vita quotidiana di tutti noi.

Remènch, è stato come reincontrare dei vecchi amici

Sapevo che doveva uscire un libro fotografico sui pastori vaganti lombardi, me ne aveva parlato la mia amica Arianna, poi mi aveva contattato l’Autore in persona, Carlo Meazza. Infine mi avevano mandato dei messaggi diversi amici dalla bergamasca. “L’hai già visto il libro?“. Adesso sì, l’ho visto, lo sfogliato e risfogliato. Ringrazio Publinova Edizioni Negri per avermelo fatto avere e Carlo Meazza per il suo prezioso lavoro che ho doppiamente apprezzato, sia dal punto di vista artistico/fotografico, sia per le emozioni che mi ha suscitato.

La copertina del libro di Carlo Meazza “Remènch”

Aprire “Remènch. Transumanza in Lombardia” è stato come reincontrare improvvisamente moltissimi amici tutti insieme, un po’ come quando si andava a una fiera della pastorizia. Quella di Rovato, per esempio, che non si tiene più da anni. Ho particolarmente gradito questa sensazione in un periodo in cui tanti amici non li vedo da mesi, da anni. Li conosco quasi tutti, i protagonisti del libro, ma non solo loro, anche gli Autori di alcuni dei testi che accompagnano il lavoro fotografico.

Sono passati quarant’anni tra le due foto scattate al pastore Piero Pacchiani (dal libro “Remènch di C.Meazza)

E’ cominciata così“, Carlo Meazza, fotografo, ci racconta com’è nato questo libro. Ogni anno i pastori bergamaschi arrivavano con il loro gregge nei pressi di Varese e, quarant’anni fa, Carlo li aveva seguiti per qualche giorno, realizzando un servizio che era stato pubblicato sul mensile “Airone” nel dicembre 1981 (devo andare a cercare se ho ancora quel numero… era un bellissimo giornale, “Airone”!). Uno dei pastori che Carlo aveva incontrato era Piero Pacchiani, allora un ragazzino. Lo ritrova quarant’anni dopo… ed ecco che nasce l’idea di quest’opera, che ha richiesto due anni di lavoro e che l’ha portato a seguire diverse greggi e pastori in Lombardia.

L’amico Roberto Morandi, uno dei pastori protagonisti di “Remènch” (foto di C.Meazza)

Le foto sono suddivise per stagioni e troviamo tutti i principali momenti di vita e lavoro dei pastori vaganti. “Grazie a tutti voi pastori di oggi, che con i vostri gesti quotidiani e millenari, con la vostra indipendenza e tenacia, continuate una parte importante e fondamentale della nostra storia, ricordandoci i nostri legami con la natura e gli animali“, con questa frase termina la prefazione dell’Autore e possiamo immergerci nelle immagini, seguendo le greggi tra campagne e montagne, fino ai margini dei centri urbani, sfiorando autostrade, ferrovie con treni ad alta velocità, aeroporti… e poi spostandoci negli alpeggi per la stagione estiva. Troviamo momenti di pascolo, spostamenti sotto il sole, tra la polvere, con la neve e con la pioggia. C’è la tosatura, ci sono i falò accesi la sera, ci sono i momenti nella roulotte a fine giornata, ci sono gli animali, le pecore, i cani, gli asini…. Chi questa vita la conosce, l’ha vissuta, la vive, si emozionerà ad ogni immagine.

Immagini di pastori (foto C.Meazza)

In conclusione del libro abbiamo un breve ritratto di ciascuno dei protagonisti, sono loro in prima persona a raccontare la loro vita. “Veramente io non ho mai cominciato a fare il pastore, io sono nato pastore. Da generazioni lo siamo e basta (…)“, dice il giovane Luca Carminati. “Ho sempre fatto solo il pastore. Noi Binda facciamo i pastori da cinque generazioni. Io sono del 1952, mio padre era del 1912 e via via, mio nonno indietro nell’Ottocento.” racconta Walter Binda. “Ho cominciato a fare il pastore a quindici anni. Il giorno che ho finito l’ultimo esame di scuola, con la cartella in spalla, sono andato nelle pecore e non sono più tornato a casa.” sono le parole di Roberto Morandi. Ma abbiamo anche pagine dedicate alle “cose e arnesi dei pastori”, al loro gergo, ai campanacci, i tabarri, gli scarponi e altro ancora con i contributi, tra gli altri, degli amici Anna Carissoni e Giovanni Mocchi. In attesa di poterci ritrovare tutti come un tempo, ad una fiera, ad una festa, una transumanza, un convegno sulla pastorizia, una serata di presentazione con l’Autore, per ora mi godo questo bellissimo libro e lo consiglio come regalo di Natale a tutti gli appassionati e non solo. Per ordinarlo, mandate un’e-mail a Publinova Edizioni Negri, il prezzo di copertina è di 39 euro.

L’albero della morte

Ieri mi ha telefonato un amico allevatore, raccontandomi la sua disavventura. Qualche settimana fa, arrivando al mattino dal suo gregge, ha visto prima una, poi due, poi diverse decine di animali morti, gambe all’aria, pance gonfie. Nel primo istante ha pensato ad un attacco del lupo (già successo, negli anni scorsi). Avvicinandosi ha però capito che si trattata di altro. Gli animali non erano feriti, erano gonfi, cianotici. Un avvelenamento. Chi poteva aver fatto una cosa del genere?

Taxus baccata (Immagine dal web)

Ha chiamato i veterinari e, dalle analisi, è risultato subito chiaro che l’uomo non centrava nulla, o meglio, non in modo diretto. Il responsabile era una pianta, il Taxus baccata. Il suo racconto mi ha sorpresa, perché proprio il giorno prima avevo letto un articolo su di un fatto analogo capitato ad un allevatore di capre in Piemonte. Anche l’amico al telefono ne era a conoscenza, e infatti mi ha detto: “Io non ne sapevo niente, non conoscevo la pianta, qui non se ne vede, ce n’erano nel giardino di una villa e non sapevo fosse così velenosa. Come me, non lo sapranno molti altri. Ho pensato a te, se potevi scrivere qualcosa, perché bisognerebbe far circolare la notizia il più possibile, in modo da evitare che succede ancora ad altri!

L’allevatore Mauro Garbolino con una delle capre morte per ingestione di tasso (Foto dal web)

Vediamo di capire meglio di cosa si tratta. Sapevo a grandi linee della pericolosità del tasso, ho delle reminscenze di studi universitari in cui si diceva che tutta la pianta è velenosa, a parte l’arillo, la parte rossa e carnosa del frutto. Ma perché in questo articolo sui fatti capitati nelle Valli di Lanzo si dice che sono state avvelenate dalle bacche?

Ancora un’immagine del tasso (Foto dal web)

Tutta la pianta è velenosa, in particolare gli aghi e i semi. Inoltre, nel periodo invernale, il veleno si concentra. In questo sito leggiamo: “La velenosità del tasso è leggendaria. Ne parla già Giulio Cesare nel De bello gallico a proposito di un capo celtico (Catuvolco) che, piuttosto che arrendersi alle legioni romane, preferì suicidarsi con il tasso. Gli antichi ritenevano addirittura che dormire sotto i tassi nuocesse alla salute, probabilmente per l’abbondante produzione di polline da parte delle piante maschili in primavera. Il tasso era un tempo abbondante in tutta Europa, ma la sua popolazione spontanea è stata sistematicamente decimata per via della sua velenosità per gli animali e l’uomo, e per l’utilizzo del suo legno per fare archi e mobili. Il tasso è oggi comune nei parchi, ed è soprattutto in questo contesto urbano che possiamo ammirarne la bellezza. Il tasso è caratterizzato da una crescita lentissima, e sono state descritti esemplari plurimillenari.
In Piemonte sono presenti due esemplari monumentali con una circonferenza superiore ai tre metri e mezzo. Uno si trova nel parco del castello di Racconigi (CN), e l’altro a Cavandone vicino a Verbania, e sono censiti fra gli alberi monumentali italiani. Il tasso era anche una pianta sacra nella tradizione celtica, e, prima della sua sostituzione con i cipressi, era comune nei cimiteri. La velenosità del tasso è ampiamente documentata anche nella Letteratura. Il tasso è uno dei candidati per l’
hebenon, veleno misterioso con cui, nell’Amleto di Shakespeare, il padre del protagonista è ucciso dal fratello (vedasi anche la voce giusquiamo), e, in epoca più recente, un omicidio con il veleno del tasso è alla base di uno dei racconti più famosi di Agatha Christie (Una tasca piena di avena).

Piante di tasso potate in forme ornamentali (Foto dal web)

Chissà se, chi lo utilizza in siepi e giardini, è al corrente della sua velenosità? Interessanti i suggerimenti, consigli e avvertenze che troviamo in questo sito svizzero. Si sconsiglia di piantarlo in parchi e giardini, specialmente se frequentati da bambini, ma anche di utilizzarne i rami per semplici decorazioni natalizia.

Il tasso monumentale in provincia di Verbania (Foto dal web)

Se viene chiamato “Albero della morte” ci sarà un perché… Un tempo evidentemente lo si conosceva bene ed, essendo molto più presente allo stato naturale, i pastori lo conoscevano e anche gli animali, probabilmente, avevano imparato ad evitarlo, così come accade attualmente con molte altre erbe e piante selvatiche, che non vengono consumate dagli animali abitualmente al pascolo.

Pecore morte per avvelenamento da tasso (Immagine dal web)

Cercando on-line, si scopre che ci sono diversi precedenti. Per esempio il post di questo veterinario, in Piemonte, che descrive un episodio analogo a quello capitato al mio amico. Siamo nel novembre 2019. “Alle 7.30 ricevo una chiamata da un allevatore di pecore: la sera prima ha messo tutte le sue pecore da rimonta (una trentina in totale) in un pascolo mai frequentato prima. La mattina ne ha trovate 6 morte e durante i 10 minuti della chiamata ne sono decedute improvvisamente altre 2.” Vengono fatte le autopsie all’Istituto zooprofilattico ed il responso è immediato, i rametti di tasso sono ancora nel rumine. “La quantità necessaria a produrre effetto tossico e letale è estremamente bassa: si ritiene che lo 0,1 % del peso corporeo, in foglie secche, sia letale per un cavallo, mentre nel bovino si arriva quasi a 500 grammi. Difficile riconoscere l’intossicazione dai sintomi. L’alcaloide inizialmente esercita il suo effetto a livello cardiaco e solo in seguito a livello neurologico. Gli animali colpiti inizialmente sembrano stare bene, poi si verificano tremori e debolezza con tendenza al collasso e rapidamente sopraggiunge la morte.

Fiori e foglie di oleandro, altra pianta molto velenosa (Immagine dal web)

Spero questo post possa contribuire ad evitare che si ripetano episodi simili. In prima persona, in passato, ho avuto brutte esperienze con altre piante ornamentali incontrate lungo il cammino del gregge: molto velenoso (pure per l’uomo) infatti è anche l’oleandro, facilmente riconoscibile quand’è fiorito, meno visibile quando vi sono solo le foglie (sempreverdi). Bisogna sempre fare molta attenzione a siepi e piante collocate davanti a giardini e cancelli, anche lungo le strade, ma il pericolo può spesso venire anche da mucchi di scarti di potatura che spesso vengono gettati in aperta campagna, in terreni abbandonati, lungo fossi e torrenti, ma anche accanto a bidoni dell’immondizia. Oltre all’oleandro, ricordo il caso di pecore morte per aver brucato una siepe di lauroceraso. Questa pianta infatti contiene acido cianidrico, che si libera soprattutto nella fermentazione (quindi nuovamente fare molta attenzione agli scarti di potatura!)

Il proprio territorio

Ringrazio le persone illuminate che, fortunatamente, qui in Valle d’Aosta ci hanno dato una zona rossa… con sfumature adatte al territorio in cui viviamo! Nello specifico, il decreto firmato il 6 novembre dal Presidente della Regione consente, tra le altre cose, l’andare a camminare anche oltre l’angolo di casa propria. Si possono fare passeggiate o escursioni in solitaria o con i propri famigliari, restando all’interno del proprio comune, seguendo strade e sentieri segnalati ed evitando le alte quote (limite dei 2200m, per ridurre al minimo i rischio di infortuni con attività di tipo alpinistico).

Il borgo di Lignan, circondato dai pascoli – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Dovrebbe essere ovvio che, qualsiasi cosa facciamo in questi giorni, preveda un’alta dose di buonsenso e rispetto reciproco. Non diamo la colpa della situazione attuale solo a chi ci governa o “agli altri”, sbagli piccoli e grandi, imprudenze e stupidaggini ne abbiamo fatte un po’ tutti, magari senza pensarci. Forse proprio andando a fare due passi, invece di stare a casa ad ascoltare notiziari o instupidirci e farci confondere dalla ridda di notizie che passano sugli schermi di TV, computer e smartphone, potremmo riflettere meglio su ciò che ci sta capitando. Camminare fa bene al corpo… e alla mente!

Con il gregge di capre sulla mulattiera – Petit Fenis, Nus (AO)

Eccoci allora a fare quattro passi sui sentieri del nostro territorio. Quanti lo fanno abitualmente? Per quanti è la prima volta? Quanti non sono mai passati in quella frazione, su quel sentiero, lungo quella mulattiera? Nel primo sabato da “regione rossa”, di gente sul sentiero (tra l’altro anche facente parte del tracciato del Cammino Balteo) ne è passata parecchia e molti hanno continuato a passare anche durante la settimana. Dato che avrebbero dovuto essere solo ed esclusivamente residenti nel Comune, ci ha sorpresi parecchio vederli consultare GPS e APP varie per capire dove andare, nonostante la presenza più che buona della segnaletica in loco!

Pascolo nel pomeriggio autunnale – Petit Fenis, Nus (AO)

Prendiamo gli aspetti positivi anche dei momenti peggiori e andiamo a scoprire la protagonista di questo blog, cioè la “montagna dell’uomo”, quella abitata tutto l’anno, quella dove c’è ancora qualcuno che non solo ci vive, ma lavora pure, con attività per lo più agricole, strettamente legate al territorio. In questo autunno dal clima piuttosto mite, troveremo ancora animali al pascolo, ma anche vigneti colorati, qualche mela dimenticata sui rami più alti degli alberi, orti con le ultime verdure di stagione… Dato che saremo da soli, o al massimo con i nostri famigliari, oltre ad osservare, potremo anche ascoltare suoni, richiami, rumori dell’ambiente che ci circonda.

Montagnetta – Quart (AO)

Come vi sembrano i luoghi in cui state camminando? Lo vedete quanto abbandono c’è? Vi accorgete di com’erano queste terre fino a qualche decina di anni fa? Ci sono muretti che crollano, ci sono case in pietra abbandonate che emergono dai boschi ormai quasi senza foglie. A queste quote sono battuti solo i sentieri principali, appena usciamo dalle tracce più percorse, spesso fatichiamo ad individuare il cammino giusto e magari finiamo per imboccare la “via” dei selvatici, veri padroni di questi territori, piuttosto che il tracciato realizzato dall’uomo nei secoli passati.

Il sentiero tra Lignan e Arlod, per lunghi tratti sbarrato dagli alberi caduti durante l’uragano – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Ci sono poi zone dove si cammina meglio, perché pulite dal pascolamento degli animali o perché vie per raggiungere i suddetti pascoli, o ancora perché conducono a un orto, un campo. O ancora tratti di sentiero dove ci tocca faticare più che in una giungla, dato che la recente tempesta Alex ha abbattuto decine di piante in boschi non più curati da anni. E’ passato ormai più di un mese da quelle giornate di bufera, ma su quel sentiero che abbiamo seguito noi non era ancora passato nessuno. E pensare che, un tempo, doveva essere l’unica via di congiungere quei villaggi… Qui inoltre abbiamo i Ru, i ruscelli che portano la preziosa acqua sui versanti aridi. In questa stagione sono asciutti e possono essere passeggiate molto particolari (sempre con la massima prudenza, informandosi prima sulla loro percorribilità).

Sul Ru d’Etran – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Nella speranza che il futuro ci porti giorni migliori, invito chiunque voglia farlo (in zone dove questo è consentito) ad uscire di casa, a scoprire con occhi e mente aperti il proprio territorio, che spesso può regalare sorprese tanto quanto le mete più lontane. Facciamolo rispettando le regole, perché infrangerle con delle inutili imprudenze sarebbe un insulto a chi si sta prodigando fin oltre le sue forze negli ospedali. Inoltre potrebbe portare a privare tutti di questa sana “boccata d’aria” che, in tutti i sensi, ci sta aiutando a superare questo periodo.

Pascolo autunnale a Lignan – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Perché non scrivi?

Mi hanno chiesto: “Ma tu che sei una scrittrice, perché non scrivi qualcosa su questi tempi che stiamo vivendo, su quel che sta succedendo?“. Qualcosa ho scritto, nei giorni scorsi, ho buttato giù qualche pensiero, ma continuo a ritenere che ci sia già fin troppa gente che scrive e che parla su di un argomento che sembrano non conoscere del tutto nemmeno gli addetti ai lavori. Altrimenti non ci si spiega come mai dei medici, tutti ugualmente laureati in medicina, abbiano opinioni tanto diverse.

Escursionisti e turisti in una giornata della scorsa estate in Valsavarenche (AO)

Adesso è il momento delle mille accuse, la chiusura parziale o totale “è colpa di…”. Di quelli che sono andati in ferie, dei giovani, della movida, degli aperitivi, degli studenti, degli anziani che giocavano a carte al bar…. E nelle case di riposo, dove il livello di attenzione e prevenzione avrebbe dovuto essere massimo, senza mai calare anche solo un giorno, dove nessuno dovrebbe aver disatteso le regole igienico-sanitarie? Accidenti a quei nonni che, tra movida e apericena, ci hanno portato a un nuovo lockdown…

La terapia rigenerante delle camminate in solitaria in montagna… – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Ma nessuno ha badato, in questi mesi, quando comunque si sapeva che il virus sarebbe tornato in autunno, a prevenire per esempio con una corretta alimentazione, o cercando di capire come rafforzare il sistema immunitario… E anche adesso, con un nuovo lockdown, si va a colpire duramente il corpo e lo spirito, privando moltissime persone, tra le altre cose, della possibilità di fare movimento (non dico sport agonistico, dico proprio solo fare una camminata in solitaria lontano dalle aree urbane), beneficiando di tutto ciò che il movimento, il sole, l’aria pura ci possono dare.

Paesaggi autunnali salendo al Col Collet – Quart (AO)

Perché non sono stati fatti più studi sul perché certe persone si sono ammalate in forma grave e altre no, a parità di condizioni di salute? E’ vero che c’è una correlazione con la carenza di vitamina D? La vitamina D si assume attraverso gli alimenti… e stando al sole (è chiamata la “vitamina del sole”)! Ma ora ecco che ci chiudono tutti in casa, vietato allontanarsi, vietato camminare e respirare aria buona!

Angoli poco conosciuti della Valle dove camminare in totale solitudine – Chaleby, Quart (AO)

Quel che pensavo questa primavera in occasione del primo lockdown è ancora più valido oggi, alla luce di quanto visto e sentito in tutti questi mesi. Oggi ci si scaglia contro chi si preoccupa perché non può andare a camminare, ma anche contro chi parte dalle città verso le seconde case. Io farei lo stesso, in nome della salute fisica e psicologica. Per chi teme che sia un escursionista o uno “venuto da fuori” a portare “il contagio”… tranquillizzatevi! Facessero il tampone a tutti, nello stesso giorno, chissà quanti di noi sarebbero positivi (e asintomatici), abitanti delle città, delle vallate, dei villaggi, delle località di mare.

Un tardo pomeriggio autunnale dopo una giornata di maltempo – Petit Fenis, Nus (AO)

Me la permettete un’altra riflessione da allevatrice che abita in montagna? Nel leggere le infinite diatribe tra chi quasi nega il virus o ne minimizza la pericolosità e chi, spesso appartenenti in prima persona al mondo ospedaliero, enfatizza all’opposto la grave situazione che vive ogni giorno in prima persona, mi viene in mente un’altra situazione. Quella del lupo. Cosa centra? Perché tirare in ballo il lupo anche qui?

Gregge al pascolo in alpeggio -Bardonecchia (TO)

Perché è un problema che conosco bene e di cui ho analizzato a fondo tutte le sfaccettature e implicazioni. C’è chi nega che gli attacchi siano “colpa sua” (chiamando in causa fantomatici cani randagi), chi dice che la colpa è comunque dei pastori (che non sorvegliano adeguatamente il bestiame, che abbandonano cani in giro, che non danno da mangiare ai propri e via di ipotesi fantasiose di questo tono), chi ne fa una questione politica, chi una questione economica. C’è chi se ne disinteressa totalmente (ritenendo che non sarà mai affar suo), chi si preoccupa anche quando non corre praticamente alcun rischio… Poi ci sono quelli in prima linea, gli allevatori, che reagiscono in modo diverso a seconda di quanto sono colpiti direttamente, dei danni subiti, dell’impostazione aziendale, della passione che ci mettono nel loro lavoro, dell’ampiezza di vedute, della filosofia di vita personale.

Gregge al pascolo – Passo del Gran San Bernardo (AO)

Non vedete in un certo senso una qualche analogia? Anche nel fatto che se ne parla tanto, si sa che in una certa stagione il problema si ripresenta, ma immancabilmente nei mesi precedenti non si è fatto abbastanza per arrivare preparati ad affrontarlo. Non voglio mancare di rispetto a nessuno con questo parallelismo, ma invito solo a riflettere su come le problematiche abbiano un peso diverso in base a quanto ci coinvolgono in prima persona.

Domenica scorsa i parcheggi alla partenza dei sentieri erano al completo, tutti a far scorta di aria buona, tutti ad ossigenare i muscoli e i polmoni, ad alleviare lo spirito – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Comunque, c’è un bel sole in questa giornata di transizione… Giornata per me difficile da comprendere: se siamo così a rischio, cosa cambia da oggi a domani? Perché posticipare di un giorno la chiusura? Anche da quassù posso immaginarmi le corse odierne ai supermercati, gli spostamenti tra comuni, tra regioni, per andare a dare almeno un ultimo saluto a un parente, un fidanzato, un amico, oltre alle transumanze verso “prigioni” più accettabili rispetto ad una città, come si diceva sopra. E tutte quelle cose da fare… già solo qui, quante macchine sono passate, oggi, quanti si sono fermati anche solo per far due parole, per dare un saluto.

Al pascolo nei mesi del lockdown primaverile – Petit Fenis, Nus (AO)

Me lo sento, avremo delle bellissime giornate autunnali, d’ora in poi. La natura si farà beffe di noi, l’avevo già notato in primavera. Pur con uno spirito oppresso dalla situazione che stavamo vivendo, pur colmi di preoccupazioni per un futuro economicamente e socialmente sempre più nero, era inevitabile non vedere quanto fosse meraviglioso l’esplodere della primavera, in giornate dal cielo terso, che ospitava un sole brillante come non mai. Quasi la natura ci volesse dire qualcosa, ma non so quanti abbiano colto il suo messaggio.

Rientro dal pascolo, ieri pomeriggio – Petit Fenis, Nus (AO)

Adesso i colori dell’autunno stanno per chiudere la loro parentesi, le brume dei giorni scorsi hanno appesantito molte foglie già instabili, spogliando interamente alcuni alberi, come frassini e noci. Resistono ancora parte delle chiome dei ciliegi e delle betulle, ma giorno dopo giorno anche queste macchie di colore spariranno. Su in alto, i boschi di larice hanno virato dal giallo oro all’arancione e, prima di liberare i loro aghi con le gelate che ancora si fanno attendere, mantengono un aspetto di rame antico.

Una cornice autunnale – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Se le protezioni che ci hanno insegnato ad usare sono sufficienti ed efficaci, il virus non mi fa paura. Temo molto di più gli effetti collaterali di queste chiusure. Sono grata al fatto di vivere questi momenti qui e di non essere da sola, sono consapevole di questa mia immensa fortuna. Nello stesso tempo però non intendo accettare passivamente tutto ciò che sta accadendo. Visto che lo scopo dovrebbe essere la nostra salute, intendo preservarla stando all’aria aperta, camminando, vivendo!

Domenica scorsa anche il tempo era immobile, sembrava quello che precede la neve, ma le temperature erano miti, in questo anno così strano… – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Volevo chiudere con una riflessione sentita in bocca a diversi anziani, negli ultimi tempi. Persone molto diverse tra loro, sia per origini, sia per titolo di studio, passato lavorativo, esperienze di vita. Tutti mi hanno detto: “Noi la nostra vita bene o male l’abbiamo fatta, adesso cerchiamo di fare attenzione, speriamo vada tutto per il meglio, ma se deve capitare, vuol dire che era la nostra ora. Quel che ci preoccupa è vedere i giovani, voi, che non vi lasciano vivere, lavorare, divertirvi com’è giusto che sia . Vi stanno togliendo il futuro, la speranza, la voglia di fare.

Prova a farlo tu!

Ogni tanto provo a “pasticciare” un po’ con il latte. Quest’anno un paio di vacche sono tornate dall’alpeggio senza aver terminato la lattazione, così ho potuto dilettarmi con l’arte casearia, tra tomini freschi, ricotta, tomette da stagionare. Visto che parliamo di piccole quantità, ho anche cercato qualche ricetta on line, per esempio quella del primosale. E così, da un link all’altro, leggendo su uno dei tanti blog di cucina, ho trovato le considerazioni di una “casara fai da te”, che ragionava su quanto tempo c’era voluto per poter finalmente assaggiare la caciotta fatta in casa.

Mungitura in alpeggio – Gias Subiasc, Val Pellice (TO)

La resa non è tanta: non trovo il foglietto dove avevo appuntato qualche resa, ma una caciottina, tipo italico, di circa 7 hg, con una stagionatura di 30-40 giorni… non vi dico quanto è durata! Se l’ avessimo comprata, avrebbe stazionato nel frigorifero per del tempo, invece nel giro di 2 giorni (e non a tutti i 4 pasti, eh?) è finita“. Qui potete trovare la pagina da cui ho preso queste frasi.

Il prezzo del Beaufort, formaggio francese, in esposizione alla manifestazione Cheese – Bra, CN

Partendo da questo ragionamento, volevo invitarvi a riflettere sul prezzo dei prodotti. Quando storcete il naso di fronte a un formaggio che costa 15 o 20 euro al kg, un formaggio d’alpeggio, prodotto con latte di animali al pascolo, pensate che sia caro? Provate voi a fare un formaggio partendo da qualche litro di latte acquistato dal contadino! Seguite tutto il procedimento, aspettate che stagioni, sempre girandolo, spazzolandolo… E, se arrivate alla fine del percorso e mangerete un prodotto accettabile, pensate che quella era solo una parte del ciclo di produzione, solo una forma, mentre in una cantina di un’azienda agricola ci sono centinaia di forme.

Cantina d’alpeggio – La Manda, Valtournenche (AO)

Inoltre voi avete acquistato il latte nella bottiglia. Prima c’è stato chi l’ha munto, chi ha alimentato o pascolato l’animale. Chi l’ha accompagnato in alpeggio, chi l’ha curato, chi l’ha seguito fin dalla nascita. Certo, questi costi si spalmano su tutta la filiera produttiva, su tutti i prodotti nel loro complesso e non solo in quella singola fetta di formaggio, ma…

Bovina di razza valdostana castana in alpeggio – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

…e vale per qualunque prodotto. Se è una “materia prima”, avrà alle spalle tutti i costi e il tempo per ottenerla, se è un trasformato, si sommano le capacità e le conoscenze di chi l’ha lavorato, tempi aggiuntivi, la qualità finale del prodotto, la sua eventuale “unicità”. Ovvietà, quelle che vi sto dicendo, ma che evidentemente non sono tali, dato che c’è sempre chi acquista “a basso costo” senza pensare alla scarsa qualità e/o al lavoro sottopagato di chi ha prodotto/raccolto/trasformato. O chi si lamenta per il prezzo a suo dire troppo alto.

Transumanza di fine stagione – Nus (AO)

Sono tante le preparazioni che potete provare a fare in casa, senza particolari attrezzature speciali. Formaggi, biscotti, pane… Provate a realizzarne qualcuna, soprattutto se siete forzatamente a casa in questi giorni. Più che mai dovete ragionare su quel che “sta dietro” ai prodotti oggi, con tante, tantissime aziende in crisi. Mentre aspettate che la vostra tometta stagioni per i 30 giorni necessari, acquistate il formaggio che vi serve direttamente dal produttore. Cercatelo sul mercato contadino, cercate chi fa consegne a domicilio dalle vostre parti. Aiutiamoci l’un l’altro a sopravvivere, perché non esistono lavori che valgono di più o di meno, non esistono lavori non essenziali, hanno tutti la loro dignità e, soprattutto, il loro valore. Provate a farlo voi… o provate a farne a meno, per capirlo! Che sia un prodotto, che sia un’attività!

Bancarella di formaggi durante la Festa del Cevrin di Coazze (edizione 2019) – Val Sangone (TO)

Pensieri montanari

Le brume oggi avvolgono la valle e si intravvede appena il profilo delle montagne. Le capre cercano ghiande a muso basso nel sottobosco. E’ una giornata d’autunno come tante, come sempre. Sì, quassù è tutto immutato, almeno in apparenza. Se non si ascoltasse il telegiornale o la radio, se non si aprissero i social, se non ci si muovesse da casa, ci potrebbe un’illusione di normalità. Ma non sono così fuori dal mondo, so bene quel che succede “intorno” a me, però nello stesso tempo mi sento fisicamente e mentalmente lontana da tutto, ogni giorno più lontana. Un po’ è un allontanamento volontario, per non farmi prendere da una certa isteria collettiva, un po’ è una strategia di sopravvivenza, dato che l’evitare contatti è comunque la migliore garanzia, di questi tempi (tanti non possono permetterselo, io sì, abbastanza), un po’ è un sentirmi sempre più distante dal modo di vivere e pensare di molta, moltissima gente. L’isolamento non è un gran sacrificio, i luoghi affollati mi hanno sempre messo a disagio, la compagnia ideale per i momenti “sociali” è sempre solo composta da pochi buoni amici.

Atmosfere autunnali con sguardo sulla valle – Petit Fenis, Nus (AO)

Che la folla, la concentrazione di esseri viventi, di esseri umani, fosse malsana già si sapeva. La qualità della vita si abbassa quando molte persone vivono le une vicine alle altre, sopra, sotto alle altre. Forse dal di fuori lo vediamo e lo capiamo meglio? Forse chi vive in città sta bene dov’è, si sente addirittura protetto, avendo perso di vista tutto ciò che è naturale. Cosa penserà quel minuscolo pedone che cammina su di un marciapiedi in città, circondato da immensi grattacieli incombenti su di lui, affiancato da un flusso ininterrotto di auto, furgoni, bus?

Atmosfere urbane – Genova

Io, in montagna, so di non essere niente, una nullità. Più che mai in questa stagione si rafforza questa sensazione, quando in quota c’è un silenzio assoluto e le pareti, spruzzate di neve, sembrano ancora più alte ed austere, svettanti verso il cielo. Mi sento fragile, so che basta anche solo un minuscolo sasso in caduta dall’alto per colpirmi a morte. Il pericolo è ovunque, evitarlo può dipendere dal mio comportamento, dalla mia prudenza, ma non solo, c’è sempre una componente di casualità. Più di una volta, pascolando le pecore, ho visto una pietra rotolare sul versante e colpire fatalmente un animale che fino ad un attimo prima era lì a mangiare con le sue compagne.

Autunno nel Vallone di Saint Barthélemy – Nus (AO)

Quassù vita e morte sono una cosa naturale, quotidiana, ciclica. Gli stambecchi più forti, sani, grassi, pascolano in branco, i maschi da una parte, femmine e capretti dall’altra. Poi c’è il vecchio maschio solitario, o l’individuo ferito, malato, quello che non ha accumulato abbastanza riserve per superare la stagione invernale. In questo caso non c’è solidarietà, quella esiste più nelle favole che non in natura, dove questi animali si allontanano o vengono allontanati dal branco, perché fragili, deboli, portatori di malattie, facilmente cacciabili dai predatori, quindi pericolosi per i loro simili.

Maschi di stambecco nel pieno della forma a fine settembre – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Quando l’uomo gli animali li alleva, interviene per curarli, per quanto possibile. Però la morte arriva, talvolta per problemi di parto, oppure colpisce un soggetto già debole, capita anche che muoia o si debba sopprimere un capo giovane, quello che fino a poco prima sembrava essere il più bello e in forze, ma che poi si ammala all’improvviso. Non si si abitua mai, fa male, ma si sa che è così, la morte è una componente della vita. C’è gente che invece persino evita di nominarla…

Vecchio stambecco solitario, troppo magro per affrontare l’inverno – Champoluc, Val d’Ayas (AO)

Cosa passa per la testa di tutti coloro che pensano che un virus sia un “complotto”? Senza dubbio c’è chi si sta approfittando della situazione che si è venuta a creare con la pandemia e le varie decisioni prese per cercare di arginarla. Il male di uno può essere il bene dell’altro, è una legge di natura anche quella, in fondo. Ci sarà sempre chi si ciba della carcassa di quello stambecco solitario, il giorno che non si alzerà più.

Grifoni intorno ad una carcassa in un canalone – Val di Susa (TO)

Io il virus lo vedo come un segnale della natura verso l’uomo, che sta vivendo nel modo sbagliato, o anche come uno strumento della natura per auto-regolarsi, perché siamo in troppi, viviamo tutti appiccicati gli uni agli altri, in ambienti inquinati, facendo una vita spesso poco sana, quindi siamo troppo fragili. Inoltre ci vogliamo spostare continuamente, con ogni mezzo, persone e merci in un giorno possono fare il giro del globo. Sarebbe da stupirsi se un virus non riuscisse a spostarsi velocemente, così com’è accaduto.

Turisti in una giornata di pioggia nelle vie di Bolzano

Un gregge di capre sta bene, è sano, in forma. Viene unito ad altre greggi per la stagione estiva, tanti animali, appartenenti a cinque, dieci, venti proprietari diversi, tutti ugualmente sani, ma forse no. Sulla quantità, in mezzo a quelle cento o duecento capre, ce n’è uno o forse due che hanno un problema non visibile… ed ecco che tutti gli individui più deboli, quelli con meno anticorpi, quelli che hanno avuto meno contatti con altri in passato, si ammalano.

Gregge di capre in alpeggio – Pont, Valsavarenche (AO)

Passerà anche questo virus. Quel che mi preoccupa maggiormente è il fatto che, già in passato, non si sia investito abbastanza sulla sanità, visto che tutti vogliamo vivere il più a lungo possibile, mi preoccupa il fatto che già prima dovevi aspettare mesi per una semplice visita, che certi giorni passavi ore al telefono per riuscire a prendere la linea per prenotare una visita dal tuo medico di base! Adesso ci vogliono di nuovo chiudere in casa affinché non ci si ammali di Covid-19. Anzi, per non contagiarsi, perché non tutti si ammalano, e anche se ci si ammala, si può anche guarire. Qualcuno muore. Potrei essere io, ma sulla Terra sono quella nullità di cui si parlava. Chiusi in casa senza lavorare, come si fa? Qui in montagna un minimo di autosufficienza ce l’abbiamo, di fame non moriamo, di freddo nemmeno. Ma in città?

Folla nel centro di Aosta per la Fiera di Sant’Orso

I politici che vogliono “chiudere” perché la gente non muoia di Covid, perché non hanno mai chiuso le fabbriche di armi? Quelle ammazzano la gente, senza ombra di dubbio. E perché lo Stato vende le sigarette? C’è scritto persino sul pacchetto che il fumo uccide. Non mi fa “paura” il virus, cerco di seguire le regole per prevenire un possibile contagio, ma quassù non è difficile. Contatti pochissimi, tutte le occasioni “sociali” a cui partecipavamo sono state annullate (fiere, rassegne del bestiame, ecc.), ho fatto scorta della maggior parte dei generi alimentari che mi serviranno nei prossimi mesi. Quelli che non produciamo noi, solitamente li acquistavo in fiera (riso, farina da polenta, spezie, legumi), ma sto provvedendo a farmeli spedire dai produttori.

Fine stagione nei pascoli d’alpeggio per un gregge di pecore che pratica il pascolo vagante – Bardonecchia (TO)

Sicuramente altrove è diverso, lo capisco che abbiate paura. Quando si è in tanti, in troppi, tutti ammassati, ci sono più rischi ed è ovvio che servano più vaccini, più medicinali. Se si vive secondo natura, godendo del sole, del freddo, di cibi genuini, del territorio, di stagione, il nostro sistema immunitario e il nostro corpo sono più forti. Se sto fuori al freddo, rischio meno di prendermi un’influenza rispetto a chi sta tutto il giorno al chiuso. Gli animali, sotto la neve, all’aperto, se sono sani e hanno la pancia piena, non patiscono le basse temperature. Sono “cose della natura”, non c’è nemmeno da spiegarle a chi vive in montagna e fa questo mestiere.

Pascolo autunnale, tra ghiande e foglie – Petit Fenis, Nus (AO)

Le capre continuano a cercare ghiande, qualcuna alza il muso e si drizza per afferrare con i denti una foglia. Anche se, essendo animali domestici, siamo noi a pensare alla loro alimentazione, la natura fornirebbe comunque il giusto cibo per affrontare l’inverno: castagne e ghiande, altamente nutritive, insieme a tutte le foglie che, lentamente, cadranno a terra nei prossimi giorni.

Montagne silenziose, gli alpeggi si sono svuotati e il turismo di massa dei mesi scorsi è cessato con i primi freddi – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Non vi ho dato soluzioni, ci mancherebbe, chi sono io per farlo? Ho solo messo giù, nero su bianco, un po’ di pensieri. Riflessioni anche dure, ma occorre essere realisti e concreti, in un mondo sempre più virtuale che oggi si sta scontrando con questo aspetto della realtà. Anche nel più tecnologico dei mondi siamo comunque soggetti alle leggi della natura… e non sarà barricandoci in casa che diventeremo immortali! (testo scritto il 21.10.20)