Quando e dove incontrarci a dicembre

Nelle prossime settimane sarò coinvolta in eventi di vario tipo… Il primo in ordine di tempo ahimé non ha ancora la locandina apposita, comunque vi invito a Nus (AO) il prossimo 9 dicembre, ore 20:30, presso la Sala Consigliare del Comune, per la presentazione de “L’ora del pastore”.

Prima ancora, questo sabato 3 dicembre (neve permettendo, viste le previsioni meteo), sarò ad Aosta presso la Biblioteca Ida Desandré in Viale Europa, ospite di un incontro organizzato da Legambiente Vda dal titolo ACQUando, per parlare di quel che è successo qui nei mesi scorsi, la “nostra” questione acqua (sulla quale, tra l’altro, ho importanti aggiornamenti da fare, ma attendo un ultimo incontro ufficiale per raccontarvi tutto). Sempre per il discorso acqua, sarò ospite domattina a Buongiorno regione negli studi Rai di Aosta, ore 7:30 (visibile solo in VdA).

Domenica 11 dicembre, ore 16:00, sarò invece a Fenis (AO), presso il MAV (Museo dell’Artigianato Valdostano di tradizione), per il convegno tutto al femminile “Una montagna di cultura”, in occasione dell’International Mountain Day 2022, che quest’anno ha come tema “Women Move Mountains” (le donne muovono le montagne).

Per finire, il 16 dicembre, ore 8:30-16:45, doppio appuntamento all’interno del convegno “Cambiamenti climatici: quale futuro per i pascoli alpini e le risorse idriche in agricoltura?”. Il mio intervento si terrà al mattino, ore 10:50, e illustrerò i risultati della ricerca condotta per conto dell’Institut Agricole Régional negli alpeggi del Parco Nazionale Gran Paradiso in merito alla percezione dei cambiamenti climatici (Progetto Interreg Pastoralp).

Appuntamenti

Sta per iniziare un periodo abbastanza impegnativo, alle normali incombenze quotidiane, che già normalmente riempiono la giornata da mattina a sera (e anche oltre), si sommeranno vari eventi che richiedono la mia partecipazione. Da una parte c’è la promozione de “L’ora del pastore” (che sta lentamente anche iniziando il suo cammino nelle librerie), dall’altra alcuni momenti d’incontro a cui sono stata invitata a vario titolo. Anche se la la raccolta firme per l’acqua non è ancora stata completata, se ne parla da più parti e quindi mi è stato chiesto di portare la voce e le esigenze dei firmatari in un paio di convegni a tema.

Per quanto riguarda le presentazioni del romanzo, mentre già arrivano i riscontri dei primi lettori, vi segnalo questi appuntamenti. Si comincia ad Aosta, giovedì 10 novembre 2022, una collocazione cittadina decisamente atipica rispetto alle tematiche delle mie opere letterarie, ma per me particolarmente importante, dato che con questo romanzo voglio rivolgermi soprattutto a chi non conosce il mondo di cui parlo e scrivo. Aperitivo con l’autrice, ore 18:00, presso Secrets Restocafé culturel, Piazza Roncas 5.

La settimana dopo sarò in Piemonte, a Condove, il 18 novembre 2022. In quell’occasione presenterò “L’ora del pastore” parlandone insieme a Paola Giacomini. Ore 20:45, presso la Biblioteca Comunale. Spero di vedere molti di voi a queste serate (e a quelle che seguiranno, di alcune stiamo cercando di definire date e luogo), perché si parla di argomenti reali, concreti, ed è meglio farlo dal vivo, piuttosto che dietro a uno schermo, così com’è meglio vedersi di persona, fare domande, commentare a voce.

…una volta acquistato, lo potete leggere dove e con chi preferite… anche al pascolo! (Grazie a Simone Massa per la foto)

Una firma per l’acqua

Passano i giorni e le settimane, ma il problema non è ancora risolto. Torno a parlarvi della questione “acqua”, dal post precedente sono cambiate alcune cose e abbiamo capito un po’ meglio cosa sta succedendo, quindi ci siamo anche mossi su altri fronti per far sì che, per il futuro, qui e altrove non debba ripetersi la stessa situazione.

Le capre rientrano assetate dal pascolo in queste giornate di caldo più che anomalo – Petit Fenis, Nus (AO)

Dunque, le cose stanno così: qui i Consorzi Irrigui hanno diritto a prendere acqua da fiumi e torrenti dal 1 aprile al 30 settembre, acqua che viene incanalata nei rus, va a riempire delle vasche e poi viene usata per irrigare o attraverso impianti a pioggia o con altri metodi. Parte dell’acqua va a finire nelle cosiddette derivazioni, che scorrono lungo i versanti quasi come ruscelli naturali e dalle quali (pagando comunque una quota al consorzio) i proprietari dei terreni captano acqua per bagnare prati, orti, giardini non serviti dagli impianti. Quello che scorre nei pressi della nostra azienda e che qui chiamano la “cumba” è una di queste derivazioni, mi è stato detto che il suo nome antico era ru du mulin, dato che serviva per far girare la macina del mulino nel villaggio più a monte.

L’antico mulino di Blavy con il ruscello che un tempo passava al suo interno – Nus (AO)

Con il cambiamento climatico che stiamo vivendo (lunghi periodi di siccità, temperature più elevate) bisognerebbe urgentemente rivedere i periodi per l’irrigazione. Questa è la questione fondamentale, sia per la primavera, sia per l’autunno. Se ve n’è la necessità e se il clima lo consente, almeno a certe quote potrebbe essere molto importante iniziare prima a irrigare, già nel mese di marzo. Nel mese di ottobre, spesso sconfinando anche su novembre, vi sono invece gli animali al pascolo. Non è più necessario irrigare, ma avere una certa quantità di acqua per abbeverare il bestiame è essenziale. Il problema non coinvolge solo gli allevatori perché anche chi ha aziende vinicole e ortofrutticole lamenta danni e perdite dovute alla mancanza di acqua in periodi in cui invece sarebbe stata necessaria a causa del clima più mite. Scrive Stefano, viticultore valdostano: “Lo stesso problema lo abbiamo in vigna: spesso serve acqua al germogliamento e invece è chiusa fino a metà aprile quando la pianta è partita. Anni fa non serviva perché bastavano le piogge invernali ora, purtroppo, non è più così. Bisogna rivedere la logica di distribuzione dell’acqua e, soprattutto, mettere qualche controllo: perché, come spesso accade, c’è chi rispetta le regole e chi abusa.”

Pascolo autunnale: con il caldo di questi giorni, avere acqua sempre disponibile è fondamentale – Petit Fenis, Nus (AO)

Ovviamente, oltre a una revisione delle date, bisogna usare il buonsenso: se fa molto freddo nel mese di marzo, ovviamente né si caricano gli impianti, né si inizia a irrigare. Ormai le previsioni meteo ci avvisano con sufficiente anticipo riguardo a fenomeni di una certa importanza e quindi è possibile regolarsi di conseguenza. La stessa cosa vale per la fine stagione, se arriva il freddo, si scaricano gli impianti (che potrebbero venir danneggiati dal gelo), ma si lascia almeno un po’ di acqua a scorrimento nelle derivazioni dei ruscelli per l’abbeverata del bestiame (e non solo… continuo a vedere ogni tipo di uccello che si alza in volo quando passo vicino all’acqua della cumba, dato che è l’unico posto dove possono dissetarsi, con questa siccità). Tra l’altro, uno scorrimento continuo contiene lo sviluppo di vegetazione invasiva all’interno dell’alveo di questi ruscelli.

Ondata di gelo improvviso quando già l’irrigazione era attiva nell’aprile 2021 – Petit Fenis, Nus (AO)

Potrebbe sembrare relativamente semplice, un affare tra Regione (ufficio delle acque) e Consorzi irrigui, ma… purtroppo non è così, o almeno, non dappertutto. Dove siamo noi il Torrente Saint Barthélemy è interessato da due concessioni per delle centraline idroelettriche (entrate in funzione in questi anni), una che si avvale delle strutture del Ru Deval (o Rivo Val) quando questo capta l’acqua per l’irrigazione (1/4 – 30/9) e una nei restanti mesi. Ecco perché dal 1 ottobre eravamo senz’acqua! Il ru era stato completamente scaricato, le vasche svuotate e qui di acqua non ne arrivava più, finiva tutta o nel torrente e/o nella centralina. Quella che ci sta arrivando ora è frutto di una domanda presentata dal nostro Consorzio in Regione, ma vale solo fino a fine mese e per il 2022, il mese (e l’anno) prossimo saremo di nuovo in difficoltà.

L’acqua nel ru du Mulin nei giorni scorsi (ora ne arriva proprio solo più il minimo indispensabile) – Petit Fenis, Nus (AO)

D’estate invece l’acqua che arrivava agli impianti d’irrigazione era non sufficiente poiché si sommava la scarsità generale dovuta alla siccità e la captazione per le altre centraline, collocate più avanti sul ru rispetto alle vasche che servono gli impianti che irrigano i prati da queste parti. Ci si doveva spartire l’acqua disponibile e… quella che arrivava da noi era decisamente insufficiente. Probabilmente in un annata meno siccitosa ce ne sarebbe stata in abbondanza per tutti, ma quest’anno i danni della mancata/scarsa irrigazione sono stati ingenti.

I prati non irrigati sono completamente inariditi – Petit Fenis, Nus (AO)

Per far sentire la nostra voce, le nostre esigenze e per far sì che ci si occupi del problema a livello generale (purtroppo non è una questione che riguarda solo noi, sempre più persone mi stanno segnalando problemi molto simili anche in altri comuni), abbiamo deciso di lanciare una raccolta firme, sia cartacea, sia on-line per raggiungere più persone in meno tempo. Noi siamo bloccati dal lavoro, tutto quello che posso fare è usare la rete per raccontare ciò che sta accadendo. Se condividete questo problema, se ritenete che sia giusto prendere in considerazione le nostre richieste, lasciate anche voi una firma qui, eventualmente anche commentando per spiegare il perché del vostro sostegno. La raccolta delle firme verrà presentata agli enti e soggetti indicati nel testo, oltre che inviata per conoscenza agli organi di stampa.

In giornate così calde e con pascoli tanto aridi, gli animali hanno bisogno di bere molto spesso – Nus (AO)

Ci tenevo a sottolineare che la raccolta firme non è “contro le centraline”, ma semplicemente si chiede di non perdere il “diritto all’acqua”, elemento primario e fondamentale per la vita, prima ancora che per il lavoro. Ovviamente le centraline l’acqua la restituiscono al territorio, ma ciò avviene altrove rispetto a dove era disponibile precedentemente, quindi vi sono zone (come la nostra) fortemente penalizzate. Si chiede pertanto una migliore gestione della risorsa idrica, che tenga veramente conto di tutte le esigenze di chi vive e lavora sul territorio. Come già detto, mi sembra assurdo ricorrere all’acquedotto (già in grosse difficoltà) per tutta una serie di attività per le quali l’acqua dei rus sarebbe perfettamente adatta.

In mancanza di acqua nei rus, gli allevatori hanno dovuto ricorrere alle botti e all’acqua dell’acquedotto – Nus (AO)

Parlando con chi il territorio lo vive da sempre, è emerso anche il fatto che vi sono sempre meno “sorgenti”. In parte questo è dovuto alla siccità, ma anche al fatto che la gran parte dei rus è stata intubata o è stato fatto un fondo in cemento. Negli antichi ruscelli infatti veniva caricata una quantità di acqua molto maggiore rispetto a quella attuale, ma lungo il tragitto molta andava dispersa, andando ad alimentare per l’appunto varie sorgenti qua e là. Vista la scarsità di acqua è fondamentale evitare ogni spreco (non solo lungo il corso del ru, ma anche altrove, dove ci sono delle saracinesche, negli impianti d’irrigazione, ecc.), ma il fatto che non vi siano più altre fonti di abbeverata (per animali domestici e selvatici) derivanti da queste infiltrazioni rende fondamentale avere quel minimo flusso nelle derivazioni anche in altri periodi dell’anno.

Lungo il Ru d’Arlaz in un tratto non intubato – Val d’Ayas (AO)

Grazie a tutti, vi terrò informati sugli sviluppi di questa vicenda, sempre nella speranza che arrivi al più presto qualche pioggia, ormai da queste parti l’attendiamo da più di un anno.

Un ruscello che scorre tra le rocce sulla montagna di Saint-Marcel (AO): un tempo tutti i rus erano così e parte dell’acqua filtrava andando ad irrigare “naturalmente” i territori attraversati

Incontri

Dopo un lungo, lunghissimo stop, ricominciano gli appuntamenti dove potremo incontrarci, parlare, confrontarci sui temi di questo blog e non solo. Tra pochissimi giorni, sabato 15 ottobre 2022, in occasione della Giornata Internazionale delle Donne Rurali, sono stata invitata da Pasubagria a Valli del Pasubio (VI) a partecipare al convegno “Piccoli ruminanti, grandi pascolatori. Esperienze di vita al pascolo”. Sarà un piacere visitare quei luoghi, incontrarne la gente e anche rivedere delle “vecchie” amiche, Chiara Cannizzo e Verdiana Morandi. L’appuntamento è per le ore 20:00. Oltre alla mia storia e alle mie esperienze, porterò con me anche il film “Tutti i giorni è lunedì”, girato anni fa tra i pastori del Piemonte (qui il trailer).

Ci saranno anche, in anteprima, le copie del mio nuovo romanzo “L’ora del pastore”, che sto per andare a ritirare! Nell prossime settimane vi potrò dire qualcosa anche sulle date delle prime presentazioni nel mese di novembre (stiamo definendo i dettagli per Aosta e Condove, tanto per cominciare).

Se volete incontrarmi virtualmente, invece mi potete vedere qui, nel documentario girato in Valchiusella da Eloise Barbieri, andato in onda a Geo su Rai3. Vi porteremo a incontrare alcuni allevatori di quella piccola valle in provincia di Torino.

La montagna è di tutti, ma l’acqua no?

Scrivo per capire se siamo solo noi (e pochi altri allevatori/contadini che resistono su queste terre di mezza montagna sempre più aride, assolate e ventose) ad avere questo problema o se il fenomeno interessa anche altri nei vari comuni della Valle d’Aosta. Siamo senza acqua per abbeverare il bestiame al pascolo, per bagnare i prati, gli orti.

Il Ru Neuf, uno dei tanti canali irrigui presenti sul territorio (con un flusso minimo di acqua anche in pieno inverno) – Gignod (AO)

Iniziamo dal principio, anche se non sono ancora ben riuscita a capire tutti i retroscena di questa vicenda che con la siccità ha a che fare solo fino a un certo punto. Come vi ho già detto più volte, l’agricoltura e l’allevamento in molte aree della Valle d’Aosta, specialmente quelle sui versanti, può esistere solo grazie all’irrigazione. E non parliamo solo dei nostri giorni, tra cambiamento climatico e vicissitudini varie, ma andiamo indietro di molti secoli, intorno all’anno 1000, secolo più, secolo meno. Se oggi molti conoscono i rus come piacevoli itinerari turistici, a cielo aperto o intubati, i ruscelli hanno comunque mantenuto il loro scopo e portano ancora l’acqua agli impianti d’irrigazione dalla primavera all’autunno. Se da più di un anno a questa parte la siccità è stata estrema, anche in annate relativamente normali l’irrigazione è fondamentale per avere foraggio, sia da sfalciare, sia da pascolare, ma anche campi, orti (privati e di aziende agricole), vigneti e frutteti beneficiano dell’acqua trasportata sui versanti con questi sistemi.

Irrigazione estiva – Praille, Nus (AO)

I rus vengono “caricati” ad inizio aprile e restano in funzione fino alla fine di settembre, questo secondo antichi statuti, mi hanno detto. Questa primavera qui da noi l’acqua non arrivava… tutt’intorno nei comuni confinanti e di fronte vedevamo funzionare gli impianti d’irrigazione, ma da noi “non c’era acqua“. C’era chi diceva che erano quelli degli altri comuni a “rubarcela”, c’era chi dava la colpa alla siccità (solo qui???), anche se comunque la poca neve stava sciogliendo e, in alto nel vallone, acqua ce n’era. Cosa sia successo non lo so. Finalmente a fine aprile l’acqua è arrivata, ma questo ritardo, unito alla mancanza di precipitazioni atmosferiche, ha comunque fortemente compromesso la resa del primo taglio del fieno. Una quantità pari alla metà del normale, non di qualche balla in meno. Nel corso dell’estate bene o male l’acqua c’è stata. Poca, ma non si poteva pretendere, con la siccità generale (questo è ciò che pensavamo, anche se ogni tanto capitava di vedere un ruscello gonfio di acqua che scorreva a precipizio verso valle in mezzo a terreni abbandonati).

Il Torrente Saint-Barthélemy nella parte alta del vallone omonimo nella seconda metà di aprile, quando da noi ancora non era entrata in funzione l’irrigazione – Nus (AO)

Da quando sono qui, certi anni le vasche e gli impianti non venivano scaricati magari anche fin dopo la prima settimana di ottobre (non c’è assolutamente rischio di gelate, con il clima attuale), ma in questi ultimi due anni la scadenza è stata rispettata tassativamente. C’era però l’acqua della “cumba“, un ruscello che scorre in discesa lungo il versante, passando attraverso diverse frazioni. Serve sia per irrigare quei prati dove non ci sono gli impianti, sia per abbeverare gli animali al pascolo, sia per bagnare orti, giardini, campi…

Pascolare senza acqua è impossibile, il benessere degli animali non è garantito – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma adesso non c’è più nemmeno quell’acqua. Perché?? Non diamo la colpa alla siccità, infatti fino a qualche giorno fa un po’ di acqua è (quasi) sempre arrivata. Quando il suo flusso si arrestava spesso era perché qualcuno a monte egoisticamente la usava tutta senza pensare a chi si trovava più a valle. Tutti mi dicevano che la cumba l’acqua l’ha sempre avuta, asciutta non lo è stata mai, persino negli inverni più freddi la vedevi scorrere sotto il ghiaccio.

Con i primi freddi, sul pelo dell’acqua nella cumba iniziavano a formarsi ricami e sculture di ghiaccio – Petit Fenis, Nus (AO)

Veniamo al punto. Fa caldo, un caldo tremendamente anomalo. Alla luce di questo clima che varia, non bisognerebbe ripensare le varie date (irrigazione, salite e discese dagli alpeggi, ecc…)? Adesso abbiamo gli animali al pascolo nei prati, a mangiare quella poca erba che è ricresciuta dopo il secondo taglio. La scorta di fieno è scarsa, anche nella migliore ipotesi di riuscire a pascolare all’aperto tutto il mese di ottobre (e magari anche oltre, se piovesse, se venisse ancora un po’ di erba) non basterà ad alimentare tutti gli animali fino alla prossima stagione d’alpeggio (quindi bisognerà portarne alcuni al macello). Gli animali non possono stare al pascolo tutto il giorno senza bere.

Con temperature così elevate il fabbisogno idrico degli animali aumenta e avrebbero bisogno di bere più volte anche mentre sono al pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Ma perché quest’acqua non c’è più? Forse ora il “mistero” è stato svelato. Parrebbe che la famosa cumba fino ad ora usufruisse abusivamente (????) dell’acqua, perché dal 30 settembre tutti, ma tutti i ruscelli devono essere svuotati. Ma perché improvvisamente, proprio in queste annate di siccità, viene fatto rispettare un regolamento che risale a secoli fa, quando a settembre in montagna già nevicava e iniziavano le gelate, per cui si chiudevano le prese dei rus? Guarda caso su questo territorio negli ultimi anni sono state fatte delle centraline idroelettriche… Certo, le famose energie rinnovabili! In teoria l’acqua fa girare le turbine e poi viene restituita al territorio senza che vi siano dei consumi, giusto? Peccato che venga restituita altrove e non dov’è stata presa. Ecco perché siamo senz’acqua. Noi e pochi altri o ci sono situazioni simili alla nostra anche altrove? Vorrei saperlo, in modo da poter andare da chi di dovere per esigere delle risposte e delle soluzioni.

Una delle tante vasche di captazione dei rus – Vallone di Saint-Barthélemy, Nus (AO)

Solo adesso, faticosamente, dopo aver avuto per lungo tempo delle risposte vaghe e contradditorie, abbiamo saputo che il Consorzio Irriguo locale ha presentato in Regione una domanda per avere una proroga (e quindi l’acqua) fino alla fine di ottobre, di modo che continui ad esserci almeno quella per dar da bere al bestiame (e bagnare gli orti, visto che le verdure autunnali/invernali stanno languendo sotto il sole e con temperature superiori ai 20°C). In attesa di questa risposta, cosa dobbiamo fare? La fontana del villaggio ha un filo d’acqua da inizio estate (molte altre sono state chiuse, per risparmiare acqua potabile), riempire lì una botte per abbeverare le vacche richiederebbe ore e ore. L’unica alternativa è… ricorrere all’acquedotto!

La nostra piccola mandria al pascolo nei prati vicino a casa – Petit Fenis, Nus (AO)

Sapete qual è il fabbisogno idrico giornaliero di una vacca da latte? Si parla di 200 litri di acqua per una lattifera dalle grandi produzioni. Bisognerebbe tener conto del tipo di foraggio ingerito, della produzione di latte del singolo animale, delle temperature… Ipotizziamo che le nostre piccole valdostane, alcune prossime al parto, altre a fine lattazione, bevano 100 litri di acqua/gg. Sono 2000 litri di acqua ogni giorno! Solo per le nostre vacche, aggiungiamo poi anche le capre (almeno un 5-6 litri al giorno a capo)… e tutti gli altri animali presenti nel territorio di questo Comune? Ha senso consumare migliaia e migliaia di litri di acqua destinata all’uso domestico, quando sicuramente l’acquedotto è in sofferenza per la prolungata mancanza di precipitazioni?

Con la siccità degli ultimi anni, persino d’inverno avevo bisogno di abbeverare le capre mentre ero a pascolo, prendendo l’acqua dalla cumba – Petit Fenis, Nus (AO)

…e non dimentichiamoci di tutti gli animali selvatici! La cumba è fondamentale non solo per l’uomo e per le sue attività, quante volte nel corso dell’estate ho visto uccelli abbeverarsi proprio lì, non essendoci più acqua altrove, nelle varie sorgenti e pozze che normalmente mantenevano un po’ di acqua anche nei periodi più caldi. Ma non solo, qui in zona c’è una gran varietà faunistica (qualcuno si fa vedere anche di giorno, di altri vedo le tracce o sento i versi di notte): caprioli, un paio di camosci, volpi in quantità, cervi, tassi, scoiattoli, pure il lupo… e tutti gli animaletti più piccoli (roditori, ecc ecc), hanno bisogno di acqua anche loro!

Un capriolo, tra i tanti abitanti dei boschi e dei prati che rimarranno senz’acqua se non verrà ripristinato un flusso minimo nella cumba – Petit Fenis, Nus (AO)

Mi verrebbero in mente a questo punto decine di riflessioni sul ruolo di allevatori/agricoltori nel territorio montano, su quanto poco ci si ricordi di loro nel momento in cui vengono prese delle decisioni (che però vanno a influire molto pesantemente sul loro lavoro), o addirittura su come le loro esigenze siano ignorate da chi prende le decisioni! E non parliamo dello Stato, che è lontano, ma i Comuni, le Regioni dove i suddetti allevatori/agricoltori vivono e lavorano! E le varie associazioni che ci dovrebbero tutelare, sono a conoscenza di queste situazioni?

Pascolo autunnale – Petit Fenis, Nus (AO)

Il turista viene in montagna per divertirsi, riposarsi, fare sport e, appena gli si chiede di rispettare qualche normativa in nome della convivenza civile e pacifica sul territorio con chi ci lavora, inalbera la classica risposta “la montagna è di tutti!” anche laddove è un territorio di lavoro per gli allevatori. L’acqua di tutti sicuramente non è, dato che ogni anno si paga il Consorzio per usufruire di un servizio sempre più ridotto e insufficiente rispetto alle necessità. Se la colpa fosse solo della siccità, non sarei qui a scrivere, ma consulterei per l’ennesima volta i siti di previsioni meteo, scuotendo la testa sconsolata di fronte alla solita serie di icone con un sole splendente, affiancate da temperature troppo alte. Ma qui dei responsabili ci sono, così come l’acqua ci è stata tolta, l’acqua può essere rimessa. Non serve avere una portata immensa, quel giusto quel flusso continuo che permette un po’ a tutti (mi raccomando, onestamente!) di sopravvivere, nel vero senso della parola.

Pale eoliche a Saint-Denis (AO)

…e poi, perdonatemi, ma perché fare delle centraline idroelettriche qui, sulla collina di Nus, in una delle poche vallate valdostane che non ha ghiacciai ad alimentare il suo torrente principale? Se volete fare energia rinnovabile in Valle d’Aosta, usate il vento, usate il sole! Quelli abbondano, sempre, mentre l’acqua potrebbe diventare oggetto di vere e proprie guerre, negli anni a venire… Basta vedere tutte le piccole guerre che, qui e altrove, hanno coinvolto villaggi, vicini di casa, chi non poteva bagnare l’orto e chi invece non faceva mancare l’acqua al suo praticello all’inglese davanti a casa, il privato che si vedeva affiggere davanti al cancello l’ordinanza in cui si vietava di bagnare, mentre la rotonda lungo la strada veniva puntualmente irrigata fino ad avere l’acqua che formava pozzanghere sull’asfalto…

Un’antica transumanza del XXI secolo

Una rapida fuga dalla routine di queste giornate al pascolo per respirare un po’ di quell’atmosfera che un tempo era la mia quotidianità. Sono venuta a sapere che anche quest’anno ci sarebbe stato un gregge che scendeva lungo la Valle di Champorcher, ma non si trattava di animali che avevano trascorso la stagione estiva in quella zona…

Un momento della discesa del gregge nella vallata di Champorcher (AO)

Il gregge infatti pascola sulle montagne di Cogne, ma già l’anno scorso aveva valicato il Col Fenêtre de Champorcher per poi raggiungere la bassa valle e spostarsi rapidamente verso il Biellese, territorio di pascolo vagante in autunno, inverno e primavera. Facciamo un salto indietro, era il 2014 quando avevo accompagnato lo stesso gregge in salita verso l’alpeggio Lauson, nel 2016 ero andata a trovare i pastori su al Lauson, ma nel 2017 l’avevamo visto sfilare a Cogne per la tradizionale festa in occasione della Devétéya.

La discesa del gregge di Davide Ramella Levrin – Champorcher (AO)

Un tempo era normale che le transumanze avvenissero interamente a piedi e non solo “in discesa”, soprattutto per le greggi, che scendevano a fine stagione quando ormai le vacche erano rientrate in fondovalle. Così i pastori valicavano le creste passando di valle in valle per arrivare nelle zone dove avrebbero svernato. Erano numerosi i pastori biellesi che raggiungevano i pascoli valdostani per la stagione estiva e rientravano in questa stagione, ma i tempi sono cambiati, gli allevamenti diminuiti nella quantità e aumentati nelle dimensioni…

Le capre davanti al gregge – Champorcher (AO)

Oggi di greggi in Valle d’Aosta se ne vedono pochi, quello di Davide è uno di quelli che continuano a cambiare regione e raggiungere Cogne. La salita avviene con i camion, sarebbe troppo complicato affrontarla a piedi, ma per la discesa: “…era già da qualche anno che studiavamo come fare“, mi racconta Enrico, proprietario di parte dei pascoli d’alpeggio utilizzati dalle pecore a Cogne, che trascorre buona parte della stagione in alpeggio con Davide. “Abbiamo perso due anni pensando a come passare da Campiglia, ma poi ci siamo detti che la via migliore era quella da Champorcher, così lo scorso anno siamo partiti.

Una giornata calda per uomini e animali – Champorcher (AO)

La transumanza 2021 era avvenuta con il maltempo e la nebbia: “Non so nemmeno dove siamo passati, non si vedeva niente!”. Quest’anno invece il cielo è inesorabilmente blu e le temperature sono più estive che autunnali. “Nei giorni in cui eravamo dietro il colle ha anche nevicato, poi sabato ha piovuto e la neve si è sciolta. Ieri e oggi giornate splendide.

L’arrivo del gregge a Chardonney – Champorcher (AO)

Gli chiedo da cos’è stata dettata la voglia di affrontare questa lunga transumanza. “Spirito d’avventura, soprattutto. Poi certo, si risparmia anche sui camion.” Il gregge arriva, scende lungo la pista nel bosco e si affaccia sul prato adiacente la partenza della seggiovia. Alcuni abitanti di Champorcher hanno preparato un buffet di benvenuto per i pastori e per gli amici/famigliari che li hanno raggiunti lì per aiutare durante la discesa su strada.

Un saluto ai pastori di passaggio a Champorcher (AO)

Una piccola pausa e poi il gregge si mette in cammino nella cornice della valle che si sta tingendo dei colori d’autunno. Davide mi ha spiegato che faranno una tappa in bassa Valle, l’indomani proseguiranno verso il Piemonte e una terza tappa li porterà in provincia di Biella. “Non sono sceso a vedere, spero che ci sia da pascolare, è stata un’estate molto strana, il caldo, la siccità.

Foto di gruppo per pastori e aiutanti – Chardonney (Champorcher – AO)

In precedenza Enrico aveva espresso quella che è la speranza di tutti nel mondo agricolo e non solo: “Deve nevicare, quest’inverno, altrimenti è la fine.” Spiegandomi che il gregge passa in due alpeggi prima di arrivare al Lauson, aveva aggiunto: “Mancava l’acqua, da un alpeggio siamo dovuti andar via perché si era asciugata la sorgente per l’acqua potabile. A fine luglio non immaginavo di riuscire ad arrivare fino ad ottobre.” Le poche piogge sono comunque riuscite a dare quel minimo di sollievo e così, bene o male, la gran parte degli allevatori è comunque riuscita a raggiungere la fine di settembre.

Un saluto al gregge lungo il cammino – Champorcher (AO)

Lungo il cammino, la gente usciva sui balconi o sui marciapiedi per vedere lo spettacolo. Nel giorni precedenti erano già passate alcune transumanze di bovini, ma le pecore sono un’altra cosa. “Vanno piano, le vacche correvano!“, commenta una signora. Un anziano guarda con grande interesse, poi si affretta a scendere lungo un sentiero per rivedere il gregge alla curva sottostante. “Aveva anche lui le capre“, mi dice Samir, che cammina davanti alle pecore. “Era venuto su per vederle, ma erano lontane, a pascolare in alto.

Tappa lungo la discesa – Pontboset (AO)

Il gregge è sceso con una temperatura sempre più alta, l’ho accompagnato fino all’ingresso nel territorio di Pontboset, dopodiché sono dovuta rientrare. Uomini e animali tiravano il fiato con una pausa in un prato accanto a una frazione. Il termometro segnava 27-27,5°, decisamente anomali per gli inizi di ottobre.

Il gregge in transumanza si allunga nel caldo del mezzogiorno – Pontboset (AO)

L’ora del pastore

Le copie del mio ultimo libro, un romanzo, sono ufficialmente in stampa. Lo attendo con particolare ansia, un po’ perché era da qualche anno che non facevo uscire qualcosa di nuovo, un po’ perché è diverso da tutti i precedenti. Non è il mio primo romanzo, c’erano già stati “Lungo il sentiero” e “Il canto della fontana“, ma si trattava di opere abbastanza brevi. “L’ora del pastore” invece è un romanzo “lungo”, dove parlo (ancora una volta) di pastorizia, di pascolo vagante (ma non solo). Sentivo di dover ancora scrivere sull’argomento, avevo ancora delle cose da dire, argomenti che non avevo mai trattato, alcuni di questi anche “scomodi”, così ho deciso di farlo un’ultima volta, sotto forma di romanzo.

La vicenda narrata è totalmente di fantasia ed è volutamente ambientata in luoghi dove, con il pascolo vagante, non sono mai passata. Ecco perché i protagonisti vivono e lavorano nell’area del Canavese (Cuorgné, i territori lungo il torrente Orco, i pascoli del Nivolet). Ma ci sono vicende ambientate anche in Francia (nella Crau e nel Vallone del Lauzanier), in Veneto, nel Cuneese. C’è da viaggiare parecchio, leggendolo!

Gregge al Col de Larche (Francia)
Gregge al Colle del Nivolet (TO)

…dovete però ancora attendere qualche settimana, l’uscita prevista è per la fine di ottobre, dopodiché lo troverete in libreria (Araba Fenice Editore), al prezzo di 20€. Spero anche presto di potervi dire dove e quando ci saranno delle presentazioni, qualche appuntamento è già “in cantiere” (Condove, Aosta, Cumiana…), ma dobbiamo attendere le prime copie, perché chi mi affiancherà nelle serate deve leggere il libro, per poterne discutere con me e con il pubblico.

Sono ormai passati quasi 10 anni da quando il pascolo vagante era la mia quotidianità, ma certi momenti, certe sensazioni, restano per sempre, come “l’ora del pastore”, un momento particolare della sera, quando non è più pomeriggio e non è ancora notte, soprattutto in autunno o in inverno, un momento di quiete, di rumori rarefatti, con le pecore che pascolano ingorde a testa bassa, consapevoli che manca poco al momento in cui verranno chiuse nel recinto.

…si avvicina quel momento particolare…
…cala l’oscurità sulle campagne, sulle colline, sul gregge…
…questa è l’ora del pastore…

C’è una storia d’amore, nel libro, c’è un pastore vagante, Luis, che assomiglia a tutti e a nessuno dei pastori che ho conosciuto. Ci sono i suoi operai, gli animali, le piccole avventure quotidiane, le stagioni che cambiano, le nascite e le morti. Ma si parla anche della pastorizia che cambia, di greggi di pecore allevate non per il reddito derivante dalla vendita della carne (la lana non è più una ricchezza ormai da molti, molti decenni), bensì vero e proprio strumento per ottenere i famigerati contributi. Ovviamente non posso dirvi altro, l’unica cosa da fare è attendere insieme a me qualche settimana per averlo tra le mani.

Marzia Verona, L’ora del pastore, ArabaFenice editore, 20€, 456 pagine. Per chi volesse ospitare una presentazione dell’opera, è pregato di contattarmi. Essendo un romanzo, è necessario che ci sia qualcuno che abbia letto il libro per dialogare con me sulle tematiche trattate. La presentazione, se al chiuso, è accompagnata da una proiezione di immagini sulla pastorizia. Più che mai, visti i tempi che corrono, specifico fin da ora che per le trasferte richiedo un rimborso spese viaggio (e ospitalità per la sera se la distanza è tale da impedirmi il rientro).

Una nuova stagione

L’autunno è iniziato, per fortuna sembra aver messo “la testa a posto”, con temperature abbastanza nella media, qualche pioggia, la prima neve in alta quota. Ma per noi è iniziata soprattutto un’altra stagione, quella del pascolo. Per me, quando gli animali scendono dall’alpeggio, è come se iniziasse un nuovo anno.

La prima neve sulle cime – Petit Fenis, Nus (AO)

Il giorno in cui siamo andati a prendere le capre in alpeggio tutto faceva dire che era il momento giusto. L’aria frizzante, la brina, quel velo di ghiaccio sulla poca acqua che usciva dalle sorgenti. Insomma, non era più stagione da rimanere lassù. Tra qualche giorno finiranno la loro stagione d’alpe anche le vacche, quindi tutti gli animali saranno nuovamente in stalla.

Si torna a pascolare vicino a casa – Petit Fenis, Nus (AO)

Ciò significa che per me ci sarà meno tempo per scrivere al computer, dopo questi post che sono riuscita a pubblicare, la frequenza tornerà a diradarsi, mi sa. Cercherò di fare il possibile per scrivere qualcosa, di tanto in tanto. Vi aggiornerò anche sul nuovo libro, che dovrebbe andare in stampa a giorni… Vi racconterò di cosa si tratta e perché ho deciso di scriverlo.

Ricci di castagno ancora sull’albero – Petit Fenis, Nus (AO)

Ora però è di nuovo ora di uscire al pascolo. Non c’è molto da mangiare, rispetto agli altri anni. Nel bosco le poche piogge non sono nemmeno riuscite a inumidire la terra, anche se hanno dato un po’ di sollievo ai prati. Le castagne sono ancora sugli alberi, ma i ricci sono piccolissimi, quindi mancherà anche questo prezioso alimento per il pascolo dei mesi a venire. Ci sono più ghiande dell’anno scorso, ma anche queste sono molto piccole. Non possiamo farci niente, solo cercare, giorno per giorno, di stare al pascolo fin quando le pance sono piene, anche spingendosi più lontano rispetto al solito.

Atmosfere autunnali di ritorno dal pascolo – Petit Fenis, Nus (AO)

Contributi… in salita

L’argomento “contributi” è sempre una materia spinosa, sia da affrontare, sia da spiegare, anche perché la galassia di questo sistema di aiuti in agricoltura è così ampia che sfido chiunque a comprenderla fino nelle sue più piccole pieghe, tra aiuti regionali, statali, comunitari, risarcimento danni per calamità naturali, ecc. Anche gli stessi addetti ai lavori (agricoltori, allevatori) spesso non sono a conoscenza di tutte le forme di aiuto economico a cui potrebbero aver diritto, ma si limitano a presentare le domande suggerite dai loro sindacati. Viceversa, chi è totalmente estraneo a questo mondo, ma sa dell’esistenza di generici “contributi”, pensa che tutto il mondo agricolo se la passi bene perché sommerso da finanziamenti di vario tipo. Inutile dire che la verità si trova il più delle volte nel mezzo…

Pascoli e prati sfalciati in alta quota in Val Venosta (BZ)

Recentemente su giornali locali sono comparsi articoli riguardanti una “truffa dei pascoli” tra Piemonte e Valle d’Aosta, altri casi erano emersi in passato in diverse regioni d’Italia. Colgo l’occasione per suggerirvi un libro che ho ricevuto dall’Autore nei mesi in cui questo blog era temporaneamente silenzioso e che illustra il fenomeno in un viaggio attraverso la penisola: “Pascoli di carta. Le mani sulla montagna” di Giannandrea Mencini, grazie al quale potrete scoprire quanto il fenomeno delle speculazioni (lecite e non) sui pascoli sia diffuso e complesso.

Alpeggio in Val Venosta (BZ)

Se parlate con gli allevatori, potrete sentir dire: “Dovrebbero togliere tutti i contributi, così a far questo lavoro resterebbe solo chi ha la passione e i nostri prodotti tornerebbero ad avere il loro giusto valore.” C’è chi vi racconterà di tirare avanti da anni senza contributi, lavorando come una volta, mungendo, facendo il formaggio e vendendolo direttamente, mentre spesso chi “vive di contributi” trae il proprio reddito soprattutto dal numero di capi, elemento fondamentale (insieme agli ettari di terreno in affitto o eventualmente di proprietà) per percepire somme anche molto ingenti. Chi ha ragione? Chi torto? Oppure la responsabilità è da addossare a un sistema pensato male e/o messo in pratica spesso scorrettamente?

Fienagione in Val Venosta (BZ)

Intendiamoci, non ritengo che gli aiuti alle aziende agricole siano totalmente da demonizzare, ma penso che buona parte del sistema attuale si presti fin troppo alle sopracitate truffe, senza peraltro portare alcun beneficio alla comunità nel suo complesso. Altri finanziamenti invece vanno già in questa direzione. Per esempio, chi alleva determinate razze autoctone in via di estinzione viene aiutato poiché da una parte salvaguarda la biodiversità e garantisce il mantenimento non solo degli animali, ma anche dei prodotti tipici derivati, dall’altra però alleva razze tendenzialmente meno produttive, quindi l’aiuto può andare a compensare questa redditività inferiore.

Ariete e pecora di razza Rosset alla rassegna annuale di Aosta

Secondo me sarebbe da premiare ulteriormente chi cura il territorio. Vi sono già misure in tal senso, ma molto meno importanti rispetto a quelle grosse cifre che permettono agli speculatori di accaparrarsi gli alpeggi a prezzi molto elevati, privando i piccoli allevatori della possibilità di competere nelle aste. Esempi da seguire ce ne sarebbero e non bisogna andare neanche tanto lontano per trovarli.

Paesaggio rurale nel Canton Grigioni – Svizzera

In Svizzera, paese dal territorio in gran parte montano, dove l’agricoltura è l’artefice del paesaggio così amato da chi frequenta quelle zone, facilmente nel periodo della fienagione vedremo i contadini impegnati con mezzi appositi anche su pendii a forte pendenza. Potremmo pensare: “Lo spazio è quello che è, tagliano il fieno tutto dove riescono per averne abbastanza.” Invece non è per quello, o almeno, non solo. Il contributo statale sugli ettari gestiti dall’azienda tiene conto anche della pendenza di questi. Più il versante sfalciato è ripido, più alto sarà il contributo. Il contadino viene ripagato per la fatica, per il costo dei mezzi che deve acquistare per curare questi terreni e… il paesaggio ne trae benefici non indifferenti. Non pensate che questo sistema potrebbe funzionare anche da noi?

Contadino svizzero intento a sfalciare i prati – Canton Grigioni

I contributi dovrebbero essere basati più sulla qualità (miglioramenti fatti) che non sulla quantità (ettari e capi di bestiame), purtroppo però un sistema simile sarebbe sicuramente non facile da quantificare e verificare. Per esempio si potrebbe premiare la buona gestione dell’alpe: creazione di appositi passaggi laddove i recinti intersecano i sentieri/piste dove transitano escursionisti, ciclisti, ecc., pulizia e ripristino di fontane, impiego di abbeveratoi adeguati o, più in generale, corretta gestione dell’acqua (elemento non trascurabile, di questi tempi), cura degli spazi intorno all’alpeggio, condizioni delle strutture d’alpe e dei pascoli stessi a fine stagione. Molte volte questi “dettagli” si trascurano per mancanza di tempo, ma se l’aiuto venisse elargito sulla base di questi parametri (e non sul numero di capi) uno potrebbe vivere (meglio) con meno animali, lavorando con ritmi più umani e impattando meno sul territorio.

Mezzi adatti alla montagna per la fienagione – Val Venosta (BZ)

Negli ultimi tempi alle aziende agricole sono stati dati anche aiuti per l’acquisto di macchinari. Si sa, i mezzi agricoli sono sottoposti a forti sollecitazioni, lavorano tra terra, polvere, sassi anche per molte ore consecutive, la sicurezza è importante, avere mezzi più moderni contribuisce all’efficienza, ecc ecc ecc… Ma molte volte il trattore è stato cambiato anche se ciò non era indispensabile. Avrebbe ancora potuto funzionare per anni. Soprattutto, a mio modo di vedere, molte aziende agricole di montagna sembrano voler fare concorrenza alla pianura con mezzi sempre più imponenti, non sempre così adatti al territorio su cui andranno ad operare. La Valle d’Aosta, con il suo territorio montuoso, perché non guarda alla Svizzera anche per queste cose? Perché (visto che è regione autonoma e può prendere iniziative diverse dal resto dell’Italia) non incentiva l’acquisto di quei mezzi che permetterebbero di tagliare a macchina anche i prati meno agevoli (evitandone così l’abbandono totale o l’utilizzo a pascolo sono in brevi periodi dell’anno)? Piccoli spunti e suggerimenti che ripeto da tempo, chissà che un giorno queste cose vengano in mente a chi ha poteri decisionali…

Quel che ci fanno vedere

Capita spesso di guardare in televisione programmi dedicati al territorio, all’agricoltura, all’allevamento. E’ sempre piacevole conoscere altre realtà più o meno lontane dalla nostra, però molte volte questi servizi mi lasciano perplessa, anche un po’ infastidita. La stessa cosa vale per certi articoli che compaiono sui giornali oppure on-line.

Zootecnia di montagna “vecchio stile”, praticata quasi solo più da anziani o hobbysti – Val Pellice (TO)

Le “storie” che piacciono tanto il più delle volte sono note di colore poco rappresentative della realtà generale. Oppure vengono mostrate metodologie di lavoro arcaiche, il più delle volte non rispettose delle normative vigenti in materia di sanità o sicurezza sul lavoro. Tutto ciò, anche se “bello da vedere”, nello stesso tempo mi infastidisce, perché genera non poca confusione in chi guarda/legge senza conoscere a fondo la realtà.

Caseificazione in alpeggio con fuoco a legna – Vallate del Canavese (TO) – estate 2005

Anni fa in un concorso fotografico mi premiarono un’immagine dove si vedeva un anziano pastore lavorare il latte a la moda veja, per dirla in dialetto. Sicuramente aveva un fascino antico, niente a che vedere con la stessa persona al lavoro tra acciaio inox e fornello a gas, ma se arriva l’ASL in un alpeggio e ti trova a caseificare in quelle condizioni, il verbale è assicurato. Che dire di certi servizi dove si vedono agricoltori un po’ alternativi utilizzare vecchi macchinari? Lì non passa l’ispettorato del lavoro a controllare se è tutto conforme alle normative?

Caseificazione all’aperto sotto una tettoia con fuoco a legna – Piemonte – estate 2019

Anni fa in un film sulla pastorizia vennero mostrate immagini dove si caseificava in cucina, ma persino si macellavano in casa animali. Non solo sono pratiche vietate dalla legge, ma mostrare queste cose arreca un danno a tutti gli allevatori onesti, dato che può indurre il consumatore ad essere sospettoso sulla qualità e sulla sanità dei prodotti artigianali. Molta gente pensa che l’agricoltura sia un mondo felice, ignorando che persino la più piccola azienda azienda deve seguire le leggi al pari di una fabbrica, un cantiere.

Caseificio autorizzato in alpeggio – Valle d’Aosta

Talvolta le normative sembrano essere lontanissime dalla realtà e dalle pratiche lavorative, ma bisogna comunque rispettarle per non venire sanzionati. Ricordo, in un alpeggio valdostano, un allevatore che mi raccontava di aver dovuto comprare un frigorifero e di doverlo far funzionare con il generatore (arrivava la strada, ma non c’era corrente elettrica), perché l’ASL glielo aveva imposto. Oltre a produrre formaggi stagionati, in quell’alpeggio si produceva la brossa, un latticino tipico di queste parti. Si imbottiglia calda, bisogna poi abbassare velocemente la temperatura per consumarlo entro pochi giorni. “Non va bene il frigo, la temperatura scende troppo lentamente, io ho sempre messo le bottiglie nella vasca della fontana per raffreddarle prima di portarle nel punto vendita a valle e non mi è mai andato a male niente, ma mi hanno detto che non posso farlo, vogliono il frigo.

Giovane casara in un alpeggio a conduzione famigliare in Valle d’Aosta

Altre volte invece i servizi in TV mostrano realtà idilliache dove sembra che una persona da sola riesca a fare mille lavori. Ricordo un caso in particolare, dove una ragazza mungeva, dava da mangiare agli animali, faceva il formaggio, gestiva un agriturismo e, a colazione, serviva la ricotta “ancora calda”, insieme a pane e torte, ovviamente di sua produzione. O gli ospiti si alzavano alle 10-11 del mattino, o lei mungeva alle 4 senza essere andata a letto. Il tempo materiale per far tutto, da soli, in un’azienda zootecnica, non basta mai, figuriamoci se uno deve anche rifare le camere, preparar da mangiare per gli ospiti, vendere i prodotti in aggiunta alla lavorazione del latte e alla cura degli animali (pascolo, pulizia stalle, ecc.). Da questi servizi nascono poi i commenti di quelli che vengono a trovarti e iniziano a dire: “Ma perché non fate anche i formaggi? Ma non hai mai pensato ad aprire un agriturismo?

Vecchio trattore nei prati durante il periodo della fienagione – Val Venosta (BZ)

…oppure spingono alcuni a provare a cambiare vita aprendo un’azienda agricola, salvo poi scoprire che la realtà è un po’ diversa da quelle immagini bucoliche viste alla TV, anche quando ancora non ci si trovava in un momento di grave crisi come quella attuale. Da soli è quasi impossibile far tutto, con i dipendenti i costi sono elevati (e trovare quelli giusti, affidabili, duraturi, sta diventando sempre più un terno al lotto), la cosa migliore è avere una famiglia numerosa (sempre che si vada tutti d’accordo), dove molte volte una grande mano la danno genitori, zii ormai in pensione e figli giovani/giovanissimi che almeno in certe stagioni lavorano a tempo pieno in azienda.

Trebbiatura con antichi macchinari (immagine dal web): è proprio vedendo una scena simile in TV ieri sera che ho pensato questo post

Insomma, le immagini bucoliche ci sono, possono anche far parte di certi momenti dell’anno o anche della giornata, ma sarebbe meglio presentare sempre la realtà in tutte le sue sfaccettature o almeno evitare di mostrare lavorazioni palesemente fuorilegge. I servizi di programmi specifici ovviamente tendono a mostrare le aziende “migliori” o comunque dare un’immagine promozionale (di un azienda, un prodotto, un territorio), ma per quel che riguarda i documentari, perché insistere con realtà fuori dal tempo? Voi cosa ne pensate (sia da allevatori/agricoltori, sia da semplici spettatori)?

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