Prova a farlo tu!

Ogni tanto provo a “pasticciare” un po’ con il latte. Quest’anno un paio di vacche sono tornate dall’alpeggio senza aver terminato la lattazione, così ho potuto dilettarmi con l’arte casearia, tra tomini freschi, ricotta, tomette da stagionare. Visto che parliamo di piccole quantità, ho anche cercato qualche ricetta on line, per esempio quella del primosale. E così, da un link all’altro, leggendo su uno dei tanti blog di cucina, ho trovato le considerazioni di una “casara fai da te”, che ragionava su quanto tempo c’era voluto per poter finalmente assaggiare la caciotta fatta in casa.

Mungitura in alpeggio – Gias Subiasc, Val Pellice (TO)

La resa non è tanta: non trovo il foglietto dove avevo appuntato qualche resa, ma una caciottina, tipo italico, di circa 7 hg, con una stagionatura di 30-40 giorni… non vi dico quanto è durata! Se l’ avessimo comprata, avrebbe stazionato nel frigorifero per del tempo, invece nel giro di 2 giorni (e non a tutti i 4 pasti, eh?) è finita“. Qui potete trovare la pagina da cui ho preso queste frasi.

Il prezzo del Beaufort, formaggio francese, in esposizione alla manifestazione Cheese – Bra, CN

Partendo da questo ragionamento, volevo invitarvi a riflettere sul prezzo dei prodotti. Quando storcete il naso di fronte a un formaggio che costa 15 o 20 euro al kg, un formaggio d’alpeggio, prodotto con latte di animali al pascolo, pensate che sia caro? Provate voi a fare un formaggio partendo da qualche litro di latte acquistato dal contadino! Seguite tutto il procedimento, aspettate che stagioni, sempre girandolo, spazzolandolo… E, se arrivate alla fine del percorso e mangerete un prodotto accettabile, pensate che quella era solo una parte del ciclo di produzione, solo una forma, mentre in una cantina di un’azienda agricola ci sono centinaia di forme.

Cantina d’alpeggio – La Manda, Valtournenche (AO)

Inoltre voi avete acquistato il latte nella bottiglia. Prima c’è stato chi l’ha munto, chi ha alimentato o pascolato l’animale. Chi l’ha accompagnato in alpeggio, chi l’ha curato, chi l’ha seguito fin dalla nascita. Certo, questi costi si spalmano su tutta la filiera produttiva, su tutti i prodotti nel loro complesso e non solo in quella singola fetta di formaggio, ma…

Bovina di razza valdostana castana in alpeggio – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

…e vale per qualunque prodotto. Se è una “materia prima”, avrà alle spalle tutti i costi e il tempo per ottenerla, se è un trasformato, si sommano le capacità e le conoscenze di chi l’ha lavorato, tempi aggiuntivi, la qualità finale del prodotto, la sua eventuale “unicità”. Ovvietà, quelle che vi sto dicendo, ma che evidentemente non sono tali, dato che c’è sempre chi acquista “a basso costo” senza pensare alla scarsa qualità e/o al lavoro sottopagato di chi ha prodotto/raccolto/trasformato. O chi si lamenta per il prezzo a suo dire troppo alto.

Transumanza di fine stagione – Nus (AO)

Sono tante le preparazioni che potete provare a fare in casa, senza particolari attrezzature speciali. Formaggi, biscotti, pane… Provate a realizzarne qualcuna, soprattutto se siete forzatamente a casa in questi giorni. Più che mai dovete ragionare su quel che “sta dietro” ai prodotti oggi, con tante, tantissime aziende in crisi. Mentre aspettate che la vostra tometta stagioni per i 30 giorni necessari, acquistate il formaggio che vi serve direttamente dal produttore. Cercatelo sul mercato contadino, cercate chi fa consegne a domicilio dalle vostre parti. Aiutiamoci l’un l’altro a sopravvivere, perché non esistono lavori che valgono di più o di meno, non esistono lavori non essenziali, hanno tutti la loro dignità e, soprattutto, il loro valore. Provate a farlo voi… o provate a farne a meno, per capirlo! Che sia un prodotto, che sia un’attività!

Bancarella di formaggi durante la Festa del Cevrin di Coazze (edizione 2019) – Val Sangone (TO)

Pensieri montanari

Le brume oggi avvolgono la valle e si intravvede appena il profilo delle montagne. Le capre cercano ghiande a muso basso nel sottobosco. E’ una giornata d’autunno come tante, come sempre. Sì, quassù è tutto immutato, almeno in apparenza. Se non si ascoltasse il telegiornale o la radio, se non si aprissero i social, se non ci si muovesse da casa, ci potrebbe un’illusione di normalità. Ma non sono così fuori dal mondo, so bene quel che succede “intorno” a me, però nello stesso tempo mi sento fisicamente e mentalmente lontana da tutto, ogni giorno più lontana. Un po’ è un allontanamento volontario, per non farmi prendere da una certa isteria collettiva, un po’ è una strategia di sopravvivenza, dato che l’evitare contatti è comunque la migliore garanzia, di questi tempi (tanti non possono permetterselo, io sì, abbastanza), un po’ è un sentirmi sempre più distante dal modo di vivere e pensare di molta, moltissima gente. L’isolamento non è un gran sacrificio, i luoghi affollati mi hanno sempre messo a disagio, la compagnia ideale per i momenti “sociali” è sempre solo composta da pochi buoni amici.

Atmosfere autunnali con sguardo sulla valle – Petit Fenis, Nus (AO)

Che la folla, la concentrazione di esseri viventi, di esseri umani, fosse malsana già si sapeva. La qualità della vita si abbassa quando molte persone vivono le une vicine alle altre, sopra, sotto alle altre. Forse dal di fuori lo vediamo e lo capiamo meglio? Forse chi vive in città sta bene dov’è, si sente addirittura protetto, avendo perso di vista tutto ciò che è naturale. Cosa penserà quel minuscolo pedone che cammina su di un marciapiedi in città, circondato da immensi grattacieli incombenti su di lui, affiancato da un flusso ininterrotto di auto, furgoni, bus?

Atmosfere urbane – Genova

Io, in montagna, so di non essere niente, una nullità. Più che mai in questa stagione si rafforza questa sensazione, quando in quota c’è un silenzio assoluto e le pareti, spruzzate di neve, sembrano ancora più alte ed austere, svettanti verso il cielo. Mi sento fragile, so che basta anche solo un minuscolo sasso in caduta dall’alto per colpirmi a morte. Il pericolo è ovunque, evitarlo può dipendere dal mio comportamento, dalla mia prudenza, ma non solo, c’è sempre una componente di casualità. Più di una volta, pascolando le pecore, ho visto una pietra rotolare sul versante e colpire fatalmente un animale che fino ad un attimo prima era lì a mangiare con le sue compagne.

Autunno nel Vallone di Saint Barthélemy – Nus (AO)

Quassù vita e morte sono una cosa naturale, quotidiana, ciclica. Gli stambecchi più forti, sani, grassi, pascolano in branco, i maschi da una parte, femmine e capretti dall’altra. Poi c’è il vecchio maschio solitario, o l’individuo ferito, malato, quello che non ha accumulato abbastanza riserve per superare la stagione invernale. In questo caso non c’è solidarietà, quella esiste più nelle favole che non in natura, dove questi animali si allontanano o vengono allontanati dal branco, perché fragili, deboli, portatori di malattie, facilmente cacciabili dai predatori, quindi pericolosi per i loro simili.

Maschi di stambecco nel pieno della forma a fine settembre – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Quando l’uomo gli animali li alleva, interviene per curarli, per quanto possibile. Però la morte arriva, talvolta per problemi di parto, oppure colpisce un soggetto già debole, capita anche che muoia o si debba sopprimere un capo giovane, quello che fino a poco prima sembrava essere il più bello e in forze, ma che poi si ammala all’improvviso. Non si si abitua mai, fa male, ma si sa che è così, la morte è una componente della vita. C’è gente che invece persino evita di nominarla…

Vecchio stambecco solitario, troppo magro per affrontare l’inverno – Champoluc, Val d’Ayas (AO)

Cosa passa per la testa di tutti coloro che pensano che un virus sia un “complotto”? Senza dubbio c’è chi si sta approfittando della situazione che si è venuta a creare con la pandemia e le varie decisioni prese per cercare di arginarla. Il male di uno può essere il bene dell’altro, è una legge di natura anche quella, in fondo. Ci sarà sempre chi si ciba della carcassa di quello stambecco solitario, il giorno che non si alzerà più.

Grifoni intorno ad una carcassa in un canalone – Val di Susa (TO)

Io il virus lo vedo come un segnale della natura verso l’uomo, che sta vivendo nel modo sbagliato, o anche come uno strumento della natura per auto-regolarsi, perché siamo in troppi, viviamo tutti appiccicati gli uni agli altri, in ambienti inquinati, facendo una vita spesso poco sana, quindi siamo troppo fragili. Inoltre ci vogliamo spostare continuamente, con ogni mezzo, persone e merci in un giorno possono fare il giro del globo. Sarebbe da stupirsi se un virus non riuscisse a spostarsi velocemente, così com’è accaduto.

Turisti in una giornata di pioggia nelle vie di Bolzano

Un gregge di capre sta bene, è sano, in forma. Viene unito ad altre greggi per la stagione estiva, tanti animali, appartenenti a cinque, dieci, venti proprietari diversi, tutti ugualmente sani, ma forse no. Sulla quantità, in mezzo a quelle cento o duecento capre, ce n’è uno o forse due che hanno un problema non visibile… ed ecco che tutti gli individui più deboli, quelli con meno anticorpi, quelli che hanno avuto meno contatti con altri in passato, si ammalano.

Gregge di capre in alpeggio – Pont, Valsavarenche (AO)

Passerà anche questo virus. Quel che mi preoccupa maggiormente è il fatto che, già in passato, non si sia investito abbastanza sulla sanità, visto che tutti vogliamo vivere il più a lungo possibile, mi preoccupa il fatto che già prima dovevi aspettare mesi per una semplice visita, che certi giorni passavi ore al telefono per riuscire a prendere la linea per prenotare una visita dal tuo medico di base! Adesso ci vogliono di nuovo chiudere in casa affinché non ci si ammali di Covid-19. Anzi, per non contagiarsi, perché non tutti si ammalano, e anche se ci si ammala, si può anche guarire. Qualcuno muore. Potrei essere io, ma sulla Terra sono quella nullità di cui si parlava. Chiusi in casa senza lavorare, come si fa? Qui in montagna un minimo di autosufficienza ce l’abbiamo, di fame non moriamo, di freddo nemmeno. Ma in città?

Folla nel centro di Aosta per la Fiera di Sant’Orso

I politici che vogliono “chiudere” perché la gente non muoia di Covid, perché non hanno mai chiuso le fabbriche di armi? Quelle ammazzano la gente, senza ombra di dubbio. E perché lo Stato vende le sigarette? C’è scritto persino sul pacchetto che il fumo uccide. Non mi fa “paura” il virus, cerco di seguire le regole per prevenire un possibile contagio, ma quassù non è difficile. Contatti pochissimi, tutte le occasioni “sociali” a cui partecipavamo sono state annullate (fiere, rassegne del bestiame, ecc.), ho fatto scorta della maggior parte dei generi alimentari che mi serviranno nei prossimi mesi. Quelli che non produciamo noi, solitamente li acquistavo in fiera (riso, farina da polenta, spezie, legumi), ma sto provvedendo a farmeli spedire dai produttori.

Fine stagione nei pascoli d’alpeggio per un gregge di pecore che pratica il pascolo vagante – Bardonecchia (TO)

Sicuramente altrove è diverso, lo capisco che abbiate paura. Quando si è in tanti, in troppi, tutti ammassati, ci sono più rischi ed è ovvio che servano più vaccini, più medicinali. Se si vive secondo natura, godendo del sole, del freddo, di cibi genuini, del territorio, di stagione, il nostro sistema immunitario e il nostro corpo sono più forti. Se sto fuori al freddo, rischio meno di prendermi un’influenza rispetto a chi sta tutto il giorno al chiuso. Gli animali, sotto la neve, all’aperto, se sono sani e hanno la pancia piena, non patiscono le basse temperature. Sono “cose della natura”, non c’è nemmeno da spiegarle a chi vive in montagna e fa questo mestiere.

Pascolo autunnale, tra ghiande e foglie – Petit Fenis, Nus (AO)

Le capre continuano a cercare ghiande, qualcuna alza il muso e si drizza per afferrare con i denti una foglia. Anche se, essendo animali domestici, siamo noi a pensare alla loro alimentazione, la natura fornirebbe comunque il giusto cibo per affrontare l’inverno: castagne e ghiande, altamente nutritive, insieme a tutte le foglie che, lentamente, cadranno a terra nei prossimi giorni.

Montagne silenziose, gli alpeggi si sono svuotati e il turismo di massa dei mesi scorsi è cessato con i primi freddi – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Non vi ho dato soluzioni, ci mancherebbe, chi sono io per farlo? Ho solo messo giù, nero su bianco, un po’ di pensieri. Riflessioni anche dure, ma occorre essere realisti e concreti, in un mondo sempre più virtuale che oggi si sta scontrando con questo aspetto della realtà. Anche nel più tecnologico dei mondi siamo comunque soggetti alle leggi della natura… e non sarà barricandoci in casa che diventeremo immortali! (testo scritto il 21.10.20)

Il più bel “brutto” alpeggio della Valle d’Aosta

Cercando informazioni on-line sulla possibile meta per una gita, mi è capitato di leggere in un blog che quello da me scelto era “…il più bel brutto posto della Valle d’Aosta“. Ci sono andata lo stesso e non me ne sono pentita. Innanzitutto, non è per niente un brutto posto, offre scorci panoramici meravigliosi, dal Lago di Place Moulin sempre presente in fondovalle, alle cime circostanti, i ghiacciai, i numerosi laghetti alpini che si incontrano lungo il percorso… per non parlare poi dei selvatici (camosci, stambecchi, marmotte), unica presenza animale in una stagione in cui gli alpeggi già si sono svuotati.

Un camoscio in cresta lungo il sentiero che sale all’alpeggio La Meà – Bionaz (AO)
Vista sul Lago di Place Moulin – Bionaz (AO)

Ecco… gli alpeggi… è proprio di questo che vi voglio parlare, per restare in tema con l’argomento del blog. Lungo il cammino ne attraverseremo alcuni diroccati (i cui pascoli sono ancora utilizzati), ma ne raggiungeremo anche uno perfettamente restaurato e curato secondo tradizione in ogni dettaglio gestionale.

Dettaglio dell’architrave di una stalla tra i ruderi dell’alpeggio Le Meà – Bionaz (AO)

Andiamo con ordine… visto il posto, con pascoli poveri e pietrosi, assenza di piste o strade, ci si potrebbe aspettare al massimo di trovare delle manze (o “manzi”, come vengono chiamate in valle le bovine giovani che non hanno ancora partorito) con un pascolo delimitato da fili e nessuna sorveglianza umana. Invece no, qui ci sono sicuramente state delle bovine da latte e lo si capisce da diversi indizi ancor prima di raggiungere l’alpeggio principale…

Sentiero e cremagliera per Plan Vayun – Bionaz (AO)

Ignoro chi salga quassù in alpeggio, ma vorrei tanto incontrarlo, vorrei tornare l’anno prossimo, vedere come si muovono tra questi pascoli estremi le bovine. Il sentiero è ripido e… sorpresa, c’è anche una cremagliera (penso di recente costruzione, ma non ho trovato notizie in rete sulla sua realizzazione) che parte dalla strada e si inerpica sui ripidi versanti, compiendo un lungo tragitto fino a poche decine di metri dalle costruzioni d’alpeggio.

La cremagliera per Plan Vayun a Les Seytives – Bionaz (AO)

Vorrei vederla in funzione, la cremagliera, con il carico di Fontine che scende a valle su quei passaggi sospesi nel nulla, in cresta… diversamente da un’altra opera simile di cui vi avevo già parlato, questa è più bassa, nei punti più esposti sarà al massimo a due spanne da terra, così immagino che le valanghe non rappresentino un problema, dato che le prime nevicate già la copriranno interamente.

Spietramenti per recuperare pascolo a Plan Vayun – Bionaz (AO)

L’alpigiano che montica qui la sua mandria o è un eroe… o è un pazzo! Come vi dicevo, non ci sono strade… e l’alpeggio è “bruttissimo”. Parlo dei pascoli. Ci sono pietre ovunque, i pianori sono quasi inesistenti, ancora oggi vengono fatti degli spietramenti (usanza andata perduta praticamente ovunque), immagino che recuperare lembi di terra sia l’occupazione principale del pastore mentre è al pascolo delle bovine.

Ruscelli per l’acqua e per la feritirrigazione – Plan Vayun, Bionaz (AO)

Ci sono anche centinaia di metri di tubi per portare l’acqua anche nei pascoli più lontani, oltre ai ruscelli ancora scavati a mano (penso che serva una zappa nuova ogni anno, con tutte quelle pietre…).

Abbondante fertirrigazione dei pascoli a fine stagione – Plan Vayun, Bionaz (AO)

A fine stagione la concimaia è stata svuotata e lavata alla perfezione, i liquami sono stati fatti scendere nei pascoli sottostanti l’alpeggio, per garantire nuova erba per l’anno successivo. Quindi le stalle sono utilizzate per ricoverare gli animali e per mungere, ecco l’indizio che mi fa credere che quassù si produca Fontina.

La concimaia e i pascoli sottostanti a Plan Vayun – Bionaz (AO)

La cosa bella di questo alpeggio sono i fabbricati e le strutture, collocati nel mezzo di Plan Vayun (o Vaiun a seconda delle mappe consultate). Stalle, casa, casera, centralina idroelettrica per la corrente, oltre ovviamente alla già citata cremagliera. Se penso a quante montagne belle (intese come ottimi pascoli), anche facilmente raggiungibili, mancano di strutture o hanno fabbricati insufficienti rispetto alle necessità…

Le baite di Plan Vayun – Bionaz (AO)

Data la carenza di pascolo, quello che c’è è stato utilizzato fino all’ultimo stelo d’erba, dall’alpeggio più basso fin su alle ultime chiazze nei pressi del Lac Long. Non dev’essere facile, pascolare qui… Io ci vedrei male persino delle pecore, figuriamoci le vacche!

Il Lac Long, fondamentale riserva d’acqua per l’alpeggio Plan Vayun – Bionaz (AO)

Pazzo o eroe che sia, cercherò di rintracciare l’alpigiano, non so se ora sia già sceso alla stalla di fondovalle o abbia ancora un altro tramuto a quote inferiori rispetto agli alpeggi che abbiamo visto ieri. Appena pubblicate le foto su Facebook, amici in zona mi hanno già subito riferito di chi si tratta…

Ruderi delle stalle e pascoli a Les Seytives – Bionaz (AO)

Tra i tanti pensieri riguardanti questo alpeggio, immagino anche la qualità della Fontina… quassù sono praticamente sicura che non vengano usati mangimi, ma solo ciò che offre la natura: acqua, erba… e la mano del casaro per trasformare il latte!

Un tratto del sentiero tra i ruderi dell’alpeggio Seytives – Bionaz (AO)

A questo punto vi prometto che, in futuro, troverò il modo di riparlare di questo alpeggio. Queste sono sicuramente realtà che fanno vivere la montagna nel vero senso della parola, realtà da premiare! Altro che i contributi dati ai grossi numeri (di bestie e di ettari)…

Finirà l’estate…

Ci eravamo illusi che stesse arrivando l’autunno, che il caldo fosse alle spalle, quando le nuvole si erano alzate e avevamo visto la prima spruzzata di neve sulle cime e non solo. Si respirava un’altra aria, finalmente frizzante, carica di quell’odore intenso di erba secca, aghi di larice, foglie di rododendro e di ginepro.

Gregge al pascolo nel Vallone del Gran San Bernardo (AO)

Le ombre si allungano, i raggi del sole sono radenti e i colori, specialmente in alta quota, iniziano a cambiare, ma solo sui pascoli, per le foglie degli alberi c’è ancora tempo. Non so voi, ma io ho voglia di autunno. Basta caldo, basta sole che brucia, afa… Ho voglia di aria che pizzica, di maglie con le maniche lunghe, ho voglia di “tana”, di entrare in casa e accendere la stufa, di cucinarci sopra una polenta, di cuocere in forno una torta.

La nevicata di fine agosto sulle cime nel Vallone di Saint Barthélmy – Nus (AO)

All’improvviso, dopo quella pioggia/neve, la montagna per qualche giorno pareva essersi spopolata. I parcheggi alla partenza dei sentieri erano vuoti, la montagna risuonava solo più del sibilo del vento, dei fischi delle marmotte, dei campanacci delle vacche che uscivano dalle stalle per il pascolo, accompagnati dalle grida dei pastori e dall’abbaiare dei cani.

La mandria esce dalla stalla dopo la mungitura per il pascolo serale – Barbonce, Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

L’illusione è durata poco, perché il caldo è tornato, così si continua in pantaloncini e canottiera, si suda al minimo sforzo, si fatica il doppio… Specialmente nel fine settimana, sono tornate pure le “orde” di turisti ad affollare i percorsi più classici, a bivaccare sui pascoli intorno ai rifugi. Oltre al caldo, perdura anche la siccità, che ha ingiallito i prati anzitempo soprattutto in montagna. Già a fine luglio, inizi di agosto, in certi posti ci si lamentava per la siccità. Altrove invece sembra che una volta ogni settimana debba scaricare almeno un temporale, un violento temporale, spesso con venti di burrasca e grandine devastante. Stranezze di un clima sempre più estremo…

Violenta cella temporalesca sulla pianura piemontese (foto da Centro Meteo Piemonte CMP)
Pascoli riarsi dalla siccità a fine luglio nel Vallone del Grauson – Cogne (AO)

Dove la siccità dura da settimane, interrotta solo da brevi spruzzate di pioggia (quasi sempre seguite da giornate di vento) è tutto giallo, marrone, grigio, polveroso. Qua e là ci sono già state le prime transumanze, anticipate rispetto al solito, proprio per colpa della carenza di acqua e dei pascoli riarsi.

Transumanza precoce nelle Valli di Lanzo – Ala di Stura (TO) (foto f.lli Massa)

I nevai sono spariti quasi ovunque, molti ruscelli e torrenti sono asciutti, i laghi più piccoli si sono prosciugati interamente, altri si sono ritirati, lasciando scoperte metri di sponde sassose. Uno “spettacolo” inquietante e preoccupante.

Il Lac de Luseney in secca a metà settembre – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Speriamo arrivi la pioggia, speriamo scendano le temperature. Speriamo non nevichi troppo presto… Lo scorso anno la neve precoce, come spiegano anche gli antichi detti, aveva portato un inverno povero e quasi inesistente, per lo meno da queste parti. Se guardiamo i “segni” della natura, qui i sorbi sono carichi all’inverosimile di frutti. Non è così ovunque, in vallate piemontesi dove i pascoli sono più verdi (grazie a qualche pioggia ogni tanto), i rami dei sorbi non si piegano sotto a grappoli pesantissimi.

Pianta di sorbo montano con abbondanza di frutti – Petit Fenis, Nus (AO)

Per me questo periodo dell’anno rappresenta l’inizio di un nuovo ciclo. Una sorta di capodanno, se vogliamo chiamarlo così. Gli animali rientrano dall’alpeggio e si ricomincia. Ma farlo con temperature quasi maggiori di quando le avevamo accompagnate ai monti non è ciò che mi auguro. Eppure l’altra sera, a più di 2000 metri di quota, all’imbrunire si stava ancora bene in pantaloncini e maglietta.

Gregge al pascolo sulle montagne di Ostana – Valle Po (CN)

Mancano pochi giorni all’autunno del calendario, le previsioni meteo al momento sembrano dire che saluteremo l’estate con un po’ di pioggia, ma purtroppo è da settimane che mostrano la nuvola con le gocce, poi con il passare dei giorni i millimetri previsti si riducono e il giorno stesso le previsioni cambiano ancora, dicendo che neanche questa volta vedremo la pioggia…

Siccità nei pascoli d’alpeggio – Vallone di Vertosan (AO)

Cosa c’è nel Vallone delle Cime Bianche

Avete mai sentito parlare del Vallone delle Cime Bianche? Da quando vivo in Valle d’Aosta, l’ho sentito nominare spesso, sia dai media, sia leggendo post e commenti dei miei amici, virtuali e non. Si tratta di un Vallone nella testata della Val d’Ayas, privo di strade, percorso solo da sentieri. E’ ancora utilizzato come sede d’alpeggio, anche se nella parte alta non vi sono più fabbricati agibili. Perché se ne parla tanto? A causa di un progetto di “valorizzazione turistica” che prevederebbe la realizzazione di una funivia al fine di creare un collegamento con gli impianti già presenti a monte e favorire il passaggio da un comprensorio sciistico ad un altro. Qui potete leggere qualche notizia su cosa è stato proposto. Non tutti sono d’accordo e le ragioni di chi si oppone sono molteplici. Qui trovate la pagina dei Luoghi del Cuore del FAI sul Vallone, o ancora un corposo dossier di Ayas Trekking per farvi capire le ragioni del NO su basi scientifiche, ambientali, naturalistiche…

Uno dei laghi nella parte alta del Vallone di Courtaud, con le Cime Bianche sullo sfondo – Val d’Ayas (AO)

Non sono solita ricorrere a citazioni per i miei post, quindi chi vuole potrà leggere questi link, oppure potrà semplicemente continuare a seguire il mio ragionamento. Non mi definisco sicuramente “ambientalista”, anche perché talvolta questo termine per me ha risvolti negativi ed identifica soprattutto chi teorizza sull’ambiente dal salotto di casa propria e viene in montagna solo nel tempo libero. Io l’ambiente lo vivo, io nell’ambiente ci lavoro, così la mia visione è più disincantata e concreta. Così sono tendenzialmente favorevole, per esempio, quando si propone di fare una nuova pista che vada a servire uno o più alpeggi. Ovviamente la strada dev’essere fatta come si deve e, soprattutto, riservata agli aventi diritto e non aperta al traffico. Come ho già avuto modo di dire molte volte, ci sarà la “ferita” nel momento in cui la strada viene tracciata, ma dopo un paio di stagioni quella strada farà parte del paesaggio e… nello stesso tempo farà sì che un allevatore con la sua famiglia continui a mantenere una tradizione che parla di pascoli utilizzati a dovere con bestiame sorvegliato, parla di prodotti frutto della tradizione e del territorio…

Pista che sale agli alpeggi nel Vallone di Vertosan, perfettamente inserita nel paesaggio – Avise (AO)

Veniamo però alle “nostre” Cime Bianche. In realtà le Cime sono nella sommità del Vallone, che si raggiunge con un lungo cammino non alla portata di tutti. Occorre essere dei buoni camminatori allenati per arrivare fino al fondo di questo lungo vallone composto da due rami, il vallone di Courtaud e quello composto da la Comba de l’Aventine e la Comba de Rollin, dove si inerpica il sentiero principale, più frequentato dal pubblico.

Resti di un alpeggio e zona di torbiera salendo nella Comba de l’Aventine – Val d’Ayas (AO)
Giochi d’acqua salendo nella Comba de Rollin – Val d’Ayas (AO)

All’inizio si sale in un “normale” bosco di larici, ma prendendo quota si raggiungono i pascoli e si inizia a godere dello spettacolo naturale fatto da giochi d’acqua, torrenti, laghetti, cime calcaree, torbiere, ghiacciai… Noi siamo saliti a fine estate, ma potevo facilmente immaginare quale meraviglia si potesse osservare al culmine delle fioriture estive.

Androsace alpina tra rocce e ghiaie ai Lacs de l’Aventine – Val d’Ayas (AO)
Linaria alpina in piena fioritura salendo al Colle delle Cime Bianche – Val d’Ayas (AO)

Fioriture che potevano ancora essere apprezzate alle quote maggiori, insieme alla fauna selvatica che non è stato difficile osservare in una giornata infrasettimanale priva di un eccessivo afflusso di escursionisti. Insomma, anche senza intendersene di geologia, di botanica, di natura in generale, è facile dire che questo è “davvero un bel posto”. Ed è bello così com’è! Lo apprezzi guadagnandotelo passo dopo passo, svoltando un costone e arrivando ad un altro lago, costeggiando il medesimo lago e vedendone mutare il colore a seconda dei riflessi di luce.

Eriofori lungo i laghetti e corsi d’acqua nella parte sommitale del Vallone di Courtaud – Val d’Ayas (AO)
Branco di femmine di stambecco con i loro piccoli – Lacs de l’Aventine, Val d’Ayas (AO)

C’è la natura, ma c’è già anche l’uomo, quello che da secoli utilizza questi pascoli, così come tutti gli altri delle vallate alpine. Un tempo sicuramente quassù c’erano molti più alpeggi utilizzati, infatti i resti di baite, stalle, recinti in pietra li incontriamo un po’ ovunque. Ma è una presenza umana integrata nella natura: anche se stagionale, fa letteralmente parte del paesaggio e sarebbe strano salire quassù senza sentire un muggito o un campanaccio.

La mandria nei pressi dei fabbricati fatiscenti dell’alpeggio Mase – Val d’Ayas (AO)

Infatti c’è anche una mandria variegata che pascola quassù da qualche anno. Prima ancora altri allevatori utilizzavano i fabbricati esistenti, ma il loro progressivo degrado ha fatto sì che questo vallone venisse destinato a chi non pratica la mungitura e lascia quassù animali in asciutta, vacche con vitelli, manze, asini e cavalli. L’allevatore deve salire e scendere a piedi da un alpeggio posto all’inizio del vallone, dove c’è un’abitazione ristrutturata in epoche più recenti.

I Lacs de l’Aventine salendo al Colle delle Cime Bianche – Val d’Ayas (AO)

Se poi questo enorme spazio naturale lo si vuole guardare dall’alto, basta salire e salire ancora, così i laghi che si osservano con un solo colpo d’occhio sono due, tre o anche di più. Questa è la montagna vera… E non tutti se la meritano, lasciatemelo dire. Non solo ritengo che la montagna non sia “di tutti”, ma non è nemmeno “per tutti”. Più che mai ne abbiamo avuto la dimostrazione quest’anno, che ha visto numeri mai visti di “turisti” riversarsi sulle montagne, causando anche non pochi problemi. La montagna va conquistata, la montagna è fatica e soddisfazioni, arrivi dove ti portano le tue forze…

Sulle sponde del Lac Grand, tracce dell’uomo… – Val d’Ayas (AO)

Purtroppo dove arriva l’uomo, spesso lascia le sue tracce… E più ci arriva “comodamente”, più porta con sé cose che poi tende ad abbandonare. Come sono arrivate questa coperta e questo pallone quassù? No… non sulle spalle di qualcuno… Lassù in cresta, molte centinaia di metri più a monte, già ci sono molteplici funivie e seggiovie. Un colpo di vento, una disattenzione… e così ecco che in questo paesaggio ancora apparentemente incontaminato si trova una quantità di immondizia che, fortunatamente, altrove non c’è. Al fondo dei canaloni che scendevano dalla cresta c’era davvero di tutto…

Le piogge, il vento e le slavine portano quaggiù oggetti di vario tipo “grazie” alle piste e alle funivie su in cresta – Lacs de l’Aventine, Val d’Ayas (AO)

Arrivando al Colle, purtroppo il paesaggio non è più incontaminato. La vista sarebbe bellissima, ma si fatica anche a trovare un punto dove scattare delle foto senza “infrastrutture”. Il Cervino scompare letteralmente di fronte alla desolazione di un bacino artificiale in quel giorno privo di acqua.

Il paesaggio quassù sarebbe unico… ma è ormai irrimediabilmente compromesso… – Colle delle Cime Bianche, Valtournenche (AO)

…poi la desolazione degli sbancamenti fatti per realizzare le piste, i piloni delle funivie, più in alto gli edifici letteralmente aggrappati alla montagna… no, mi spiace, non è questo che cerco, non è questa la montagna che mi piace vedere e percorrere. Qui non provo più le sensazioni che normalmente mi regala l’alta quota, quella pace, quel senso di infinito, quella libertà, quella gioia fatta di silenzio, immensità.

Piste e impianti di risalita tra i due Colli delle Cime Bianche tra Valtournenche e Val d’Ayas (AO)
Profondi segni di erosione nella montagna completamente “rimodellata” ad uso sciistico – Cime Bianche, Valtournenche (AO)
Una visione d’insieme dell’area lungo cui abbiamo camminato tra i due Colli – Val d’Ayas (AO)

Purtroppo guardandomi intorno segni di violenza sulla montagna ne vedo già fin troppi, quindi… anche senza pensare al clima che cambia, agli inverni con sempre meno neve, alla necessità di non concentrare troppo le persone negli stessi posti (la pandemia dovrebbe averci insegnato tante cose…), al bisogno di integrare il turismo con le attività già presenti sul territorio, senza alcun dubbio dal cuore e dalla testa mi viene da dire che questo vallone deve rimanere così com’è.

…alle spalle gli impianti di risalita verso il colle delle Cime Bianche… – Val d’Ayas (AO)
…e davanti agli occhi le fioriture di erioforo sulle sponde del Lac de Rollin – Val d’Ayas (AO)
Appena poco oltre le zone spianate e rimodellate, ricomincia la montagna, con la sua vegetazione tipica delle alte quote (qui un ciuffo di genzianelle) – Val d’Ayas (AO)

Basta spostarsi quel poco per ritrovare, fortunatamente, la vera montagna. Non so come sia il panorama quassù con la neve (che nasconde, cancella, rimodella ogni cosa), ma oggi davvero non ha niente di affascinante, a meno di tornare a casa e cancellare, tagliare, modificare le immagini con Photoshop. Io però non sono solita ricorrere alla post-produzione e vi mostro quello che ho visto, senza nemmeno usare un filtro…

In alta montagna a tutti i costi… le strutture sulla Testa Grigia – Valtournenche (AO)
Il panorama su Cervinia: notate la differenza tra le zone degli impianti/piste e quelle degli alpeggi… anche con questa siccità e a fine stagione, il colore è evidente – Valtournenche (AO)

Davvero un collegamento con una funivia “cambierebbe tutto” per l’economia? Siamo sicuri? E che economia porterebbe? Chi va a camminare in posti del genere solitamente è qualcuno che apprezza il territorio e i suoi prodotti, quindi per mangiare e dormire sceglie piccole strutture, non grandi alberghi… L’abbiamo già ripetuto tante volte, quest’estate: chi viveva solo di turismo, quest’anno con il lockdown e la crisi legata al Covid ha fatto la fame, ha chiuso, non ha visto un soldo. Chi aveva nel turismo un’integrazione al reddito (dell’azienda agricola, per esempio), ha superato meglio il momento difficile.

Ancora un’immagine delle Cime Bianche con il tratto di impianti già esistente – Val d’Ayas (AO)

Non è l’unico bel posto della Val d’Ayas, questo… ma è sicuramente un vallone unico. Distruggerlo sarebbe una perdita incommensurabile. L’ho pensato durante la salita, ma anche durante la discesa sul versante opposto, seguendo un sentiero molto poco battuto di cui spesso si perdeva la traccia, un po’ per la scarsa frequentazione, un po’ per la recente esondazione e vari fenomeni erosivi legati alla forte pioggia dei giorni precedenti.

Il Lac de Rollin, nella parte alta del Vallone di Courtaud – Val d’Ayas (AO)
Le acque impetuose del torrente Courtaud che, più a valle, in parte andranno ad alimentare il Ru Courtaud, lungo una ventina di chilometri, fondamentale per l’irrigazione di vasti territori – Val d’Ayas (AO)

Sicuramente non saranno queste mie poche righe e immagini a far cambiare le cose, ma invito chi di voi non lo conosce ancora ad andarci, fermandosi poi sulla via del ritorno per portare a casa qualcosa di locale, anche solo una fetta di formaggio, un gelato… e ditelo, dove vi fermate, che siete stati alle Cime Bianche e il vallone vi piace così com’è, ditelo che non ci tornereste, se ci fosse una funivia o una pista da sci…

Resti di un antico alpeggio nel Vallon de Courtaud – Val d’Ayas (AO)

Nella speranza che sia l’ultima estate

Siamo nel cuore dell’estate turistica che, in questo “strano” anno, più che mai ha portato gente in montagna. A chi già la frequentava abitualmente, si sono aggiunti quelli che solitamente andavano altrove, quelli che non ne sapevano e non ne sanno niente, quelli che cercano il fresco, quelli che, per non essere “assembrati” in una spiaggia o in una città d’arte… e si “assembrano” lungo un torrente o un lago alpino!

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Se non ci fosse il divieto qualche centinaio di metri prima… tutto il pianoro sarebbe invaso dalle auto! – Clavalité, Fenis (AO)

La convivenza turista/escursionista con montanari, allevatori, pastori e margari non sempre è delle migliori. C’è quello che si accampa nel prato da sfalciare con coperte e borse frigo a far pic-nic, quello che lascia i cani liberi e questi, tra le altre cose, vanno a spaventare gli animali al pascolo, quello che non richiude il passaggio dopo aver intersecato il recinto elettrificato durante il suo cammino, quello che getta/abbandona immondizia lungo i sentieri o nei pascoli, e molto altro ancora. Stiamo però parlando di comportamenti scorretti che, mi auguro, rappresentino una minoranza di tutti coloro che vanno in montagna. Ma, soprattutto, ci sono già leggi che si occupano della gran parte di queste cattive abitudini.

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Sentiero “affollato” da escursionisti – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Ci sono invece due aspetti per i quali, secondo me, occorre fare chiarezza al più presto, in modo che questa sia l’ultima estate in cui si debba assistere ad eterne discussioni, anche dai toni molto accesi. Il primo è il concetto che “la montagna è di tutti”, il secondo il “problema” dei cani da guardiania, che spesso confluiscono in un’unica problematica, dato che la presenza di cani da difesa con le greggi fa sì che il turista si lamenti perché viene limitato nei propri spostamenti sui sentieri.

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Pista che transita accanto ad un alpeggio – Cignana, Valtournenche (AO)

Vorrei che qualcuno mi chiarisse le idee a livello normativo su alcuni punti.  Ritengo che montagna non sia di tutti, poiché ogni alpeggio ha un proprietario e/o un affittuario. L’alpeggio comprende gli edifici (abitazione, stalla, locali di caseificazione e stagionatura dei formaggi) e i territori di pascolo. Il proprietario può essere una persona, un consorzio, un Comune, ma anche una Regione, mentre l’affittuario solitamente è un singolo allevatore, che salirà in alpe con i propri animali e con eventuali altri capi presi in affida, badando a loro o personalmente o con l’aiuto di operai.

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Cartello che segnala la presenza di vacche nutrici e il pericolo per chi volesse avvicinarle – Val Poschiavo, Svizzera (foto S.Spavetti)

Il territorio degli alpeggi però è attraversato talvolta da strade, piste agropastorali, ma soprattutto da sentieri. Tranne in casi limite, non ho mai sentito di divieti ai turisti sul territorio d’alpe (non so che sviluppi abbia poi avuto concretamente questa vicenda austriaca), ma può capitare di incontrare un gregge al pascolo con presenza di cani da guardiania che ci impone di abbandonare il sentiero per aggirare gli animali in sicurezza, oppure una rete di un recinto o fili e picchetti che intersecano il nostro cammino su un percorso segnalato. Allora mi chiedo: esistono degli obblighi per l’allevatore? Immagino che, giustamente, non si possa “chiudere” un sentiero, anche perché questi sono segnati sulle mappe, esistono dei catasti dei sentieri, vengono interdetti solo per eccezionali ragioni di sicurezza (frane incombenti, crolli di parte del tracciato). Ma non si può nemmeno vietare il pascolo “intorno” al sentiero perché certe persone hanno paura delle vacche, dei cani o perché tizio o caio (spesso per loro comportamenti scorretti) hanno avuto un incidente con gli animali. Quanta ragione può avere il turista che si lamenta perché il sentiero viene intersecato da una recinzione mobile di qualsiasi genere?

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Intersezione recinto con sentiero – Praterier, Nus (AO)

Ci sono situazioni in cui, con i bovini, si può suddividere la zona di pascolo sopra e sotto il sentiero, con appositi recinti, ma non sempre ciò è fattibile, quindi quel che si può fare è agevolare il transito degli escursionisti (ne abbiamo già anche parlato qui). Però occorre che le cose vengano dette chiaramente, al fine che non si debba discutere continuamente con quelli che “la montagna è di tutti”. La montagna è di tutti quelli che la rispettano e che rispettano reciprocamente le esigenze altrui: si cerca di comprendere le esigenze lavorative dell’allevatore, si rispettano i suoi strumenti di lavoro (quindi un filo trovato chiuso lo si apre per passare… e poi lo si richiude) e, viceversa, l’allevatore deve agevolare il passaggio delle persone sui sentieri. Gli animali però pascolano dove c’è erba, quindi pure intorno al sentiero (anche perché, altrimenti, l’escursionista in certi punti si troverebbe a dover camminare tra erba alta, talvolta bagnata, talvolta secca e “disordinata”).

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Passaggio per gli escursionisti – Vallone di Saint Barthélemy, Nus (AO)

Ancora più chiarezza serve per la questione dei cani da guardiania: un filo bene o male lo scavalchi, ma un cane può letteralmente impedirti di andare oltre. E’ lecito? Qui penso che possiamo parlare di un vero e proprio vuoto normativo, poiché le leggi esistenti non prendono in considerazione questo tipo di cani “da lavoro”. Sulla Gazzetta ufficiale troviamo questi articoli relativi ai cani, ma ci sono poi molteplici altre normative che li riguardano, per quanto concerne i diritti e i doveri dei loro padroni. Ai cani da caccia è consentito “vagare”, mentre per tutti gli altri si configura l’omessa custodia (reato penale). Quindi?

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Collari anti-lupo (vreccali) – (foto A.Bosco)

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Pastore della Sila con vreccale – Quincinetto (TO) (foto F.Bosonin)

Quindi occorre intervenire. Gli aspetti sono molteplici. Per esempio se avete aperto il link, avrete letto “Nella detenzione di cani non si possono utilizzare ne’ applicare
i seguenti apparecchi e attrezzature: collari con punte acuminate, (…)“, mentre il vreccale (collare con punte) viene utilizzato da sempre per salvare i cani da guardiania dai morsi del lupo quando arrivano al corpo a corpo nel loro lavoro di difesa del gregge (leggete ad esempio questa testimonianza).

Ma quel che mi preoccupa in particolare è il rapporto con gli altri fruitori della montagna. Il video sopra (realizzato da Agridea e Pro Natura Svizzera) dice che, in alcuni casi, se il cane proprio non vi lascia passare, dovete tornare indietro… In questi ultimi tempi, quasi quotidianamente mi tocca leggere l’ennesima polemica sui gruppi di montagna sui social. Per fortuna seguo solo quelli di alcune vallate piemontesi! Che ci troviamo in Valsesia o in Val di Susa, la musica è sempre la stessa: “Un cane mi è venuto contro, un cane dei pastori ha aggredito il mio cane, un pastore maremmano mi ha seguito fin lì, abbiamo avuto paura, sono stato morso, non siamo riusciti a passare, ho dovuto portare il mio cane dal veterinario, ecc ecc…“. E vi risparmio il tono dei commenti, le accuse ai pastori (che, secondo la maggioranza, maltrattano i propri animali, non li nutrono a dovere…), per non parlare poi dei consigli (“portatevi dietro un spray al peperoncino da usare contro i cani, glielo spruzzate negli occhi se si avvicinano a voi…“).

Servono norme precise, indicazioni chiare e univoche per gli escursionisti, serve più assistenza ai pastori? Il video sopra è stato realizzato qualche anno fa dal Gruppo Grandi Carnivori del CAI, ma scommetto che molti soci CAI si lamentano comunque per ciò che accade sui sentieri. Ultimamente sono usciti vari cartelli che segnalano la presenza di cani da guardiania, ma non sono uguali ovunque, variano di valle in valle, da regione a regione, pur ripetendo più o meno le stesse cose. Qualcuno, fortunatamente, ha anche cercato di dare delle regole anche per i turisti, visto proprio il gran numero di episodi non proprio a lieto fine (tra segnalazioni, denunce, parole grosse e polemiche).

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Cartello della Regione Toscana

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Cartello del Progetto Pasturus

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Cartello in uso in Trentino (foto D.Paratscha)

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Nuovi cartelli in uso da quest’estate in Provincia di Biella

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Vademecum per escursionisti e per pastori a cura dell’ASL TO3

Però… in questo elenco di “regole per i pastori”, ci sono alcuni punti che differiscono da quanto ho sempre sentito dire e spiegare dai tecnici agli stessi pastori. Per esempio il fatto che non si ammetta la presenza del cane senza il pastore, a meno che il gregge sia nel recinto (con gli stessi cani). Dai tempi in cui ero io stessa al pascolo con le pecore, ricordo bene come si parlasse del buon cane riferendosi a quello che era in grado di stare con il gregge senza allontanarsene anche senza la presenza del padrone, proteggendolo dal predatore senza interagire con altri elementi di disturbo, come i turisti, a meno che questi si ostinassero a passare in mezzo al gregge. Più volte mi è capitato, specialmente in Francia, di incontrare greggi con cani, senza pastore. Ma succede anche da noi, anche perché è materialmente impossibile esserci sempre.

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Un amico in visita ad un pastore “solitario” in alpeggio – Valchiusella (TO)

Faccio un paio di esempi: un pastore che gestisce un gregge da solo, senza aiutanti, nel suo lavoro quotidiano avrà sicuramente dei momenti in cui non può stare con gli animali, per esempio quando deve spostare il recinto. Quindi… si aprono le reti, il gregge parte verso i pascoli insieme ai cani, il pastore raccoglie le reti, le sposta e le riposiziona. Ultimato il lavoro, raggiungerà il gregge, magari dopo un paio d’ore. Come potrebbe fare altrimenti? So di allevatori che sono riusciti a non abbandonare l’allevamento di animali come capre (o pecore), utili anche per avere formaggi a latte misto, proprio grazie a cani che seguono il gregge mentre loro mungono le bovine e si occupano della caseificazione. L’alternativa sarebbe dover assumere una persona solo per seguire questo (piccolo) gregge al pascolo dal mattino fino alla sera, senza altri scopi se non quello di… controllare i cani!!

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I cani da guardiania accompagnano gli animali 365 giorni all’anno. Qui uno dei cani in testa al gregge durante uno spostamento nella stagione invernale nel Biellese

Ma poi, se il gregge è grosso, il pastore non sarà praticamente mai dove ci sono i cani da guardiania, quando si è al pascolo. Altrimenti cesserebbe anche parte del loro scopo, dato che devono sorvegliare territorio e gregge, per prevenire l’avvicinamento e l’attacco da parte dei predatori. Proprio per quello, se il gregge conta diverse centinaia di capi, serviranno più cani, perché uno o due, da soli, non sono sufficienti allo scopo.

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Uno dei custodi del gregge in Abruzzo (foto P.Tomei)

Provate a parlare con qualche pastore, in questi giorni. Vi racconteranno ogni sorta di disavventure con i turisti. C’è chi è stato chiamato dai Vigili perché il suo cane (libero) avrebbe morso qualcuno… e mentre era là, qualcun altro faceva denuncia perché aveva visto il cane legato… Vi racconteranno di quello che ha chiamato il Comune perché c’erano i cani nelle reti con il gregge e abbaiavano, così lui aveva paura di passare. Ci sono quelli che si ostinano a correre, a urlare, che tirano pietre e agitano bastoni. Quelli che gettano da mangiare ai cani. Per non parlare poi di chi si avvicina al gregge con uno o più cani (liberi o al guinzaglio).

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Un buon cane dev’essere nato tra gli animali che dovrà proteggere (foto M.Baldo)

Le regole che deve seguire il turista ormai sono risapute, ripetute in ogni tipo di cartello, in tutte le lingue, anche con i disegni. Molti le seguono… e va tutto bene. Altri no, e succedono degli incidenti. Se tutti i cani da guardiania attaccassero i turisti, ogni giorno in tutto l’arco alpino ci sarebbero stati centinaia di casi! Non nego che però ci possa essere il cane problematico, per indole e/o per errata educazione da parte del proprietario. Sarebbe importante inserire sempre cani che provengono da aziende agricole dove sono nati in mezzo alle pecore, alle capre. Ci sono persone che sanno consigliare gli allevatori in tal senso, il loro ruolo è fondamentale, in questo momento servirebbero ancora più figure simili, perché in molte regioni d’Italia i pastori non sanno come “usare” questi cani. Non è una colpa, semplicemente abbiamo bisogno che qualcuno ce lo spieghi, che venga a vedere come vanno le cose, che ci insegni correzioni, che ci dia suggerimenti. Bisogna testare il cane per vedere come si comporta con gli estranei. Non sono cose che si improvvisano, ci va tempo e i pastori non possono essere abbandonati a sé stessi, in queste fasi. Anche perché il loro lavoro con gli animali è già tanto e il tempo è sempre poco.

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Nuove leve per il futuro – Gressoney (AO) (foto A.Maffeo)

Quindi… oltre a colmare il vuoto normativo sulla figura “cane da guardiania” (o fare comunque più chiarezza su di essa), secondo me tutte le regioni dovrebbero investire in un’assistenza tecnica ai pastori (qualcuno l’ha già messo in pratica). Non tutti aderiranno. Un amico mi raccontava di averlo fatto, con buoni risultati (nessun attacco da quando ha i cani), ma anche con grandi sacrifici, infatti dorme in macchina accanto al gregge nelle reti, di notte. “Io ho molto aiuto e consigli dal tecnico, per lavorare con i cani e le reti. Il guaio è che altri pensano che io, facendo così, sia di quelli che “accettano il lupo”. Ma non è così, io temo per le mie bestie e vado avanti per la mia strada.

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Fienagione a Venoz – Nus (AO)

Per concludere un discorso che altrimenti potrebbe diventare lunghissimo, ricordiamoci che alla montagna servono sia il turista, sia il montanaro, che sia questo un pastore, un taglialegna, un agricoltore, un artigiano… o anche solo qualcuno che ci viva stabilmente, facendo l’orto, mettendo i fiori alle finestre, tenendo viva una casa e un pezzetto di terra intorno. Una “montagna esclusivamente turistica” non è sostenibile: per lunghi periodi all’anno sarà una cattedrale nel deserto e, i turisti che accoglierà nelle restanti settimane/mesi, saranno predatori in cerca di qualcosa che non è il vero spirito della montagna. Se viene a mancare il turista, quelle località diventeranno come un sito minerario quando il filone estrattivo si esaurisce. Nella montagna viva invece turismo e attività agricole, zootecniche, artigianali si integreranno. Quindi i Comuni di montagna non dovrebbero sottomettersi al turista che va a lamentarsi per la presenza dei cani, non dovrebbero emettere ordinanze che ne limitano l’uso, ma dovrebbero informare maggiormente i fruitori occasionali del territorio alpino su quali sono le modalità di lavoro in uso quassù, i ritmi di vita del pastore, l’utilità di questo mestiere per il territorio, per la biodiversità animale e vegetale.

Mungere (i turisti) in alpeggio

Continuiamo il discorso su quanto abbiamo visto in Val Passiria e sulle impressioni personali che mi sono riportata a casa dopo questa breve vacanza. Quel che sto per raccontarvi è soprattutto frutto di quanto osservato, se qualcuno avesse informazioni diverse, sarò felice di leggerle/ascoltarle.

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Escursionisti sulle sponde del Lago Nero del Tumulo – Val Passiria (BZ)

Vi dicevo che la scelta della Val Passiria come meta delle nostre vacanze è stata in parte casuale, in parte volutamente lontana da località molto più conosciute e blasonate dell’Alto Adige. E’ la zona adatta per stare tranquilli e far passeggiate in montagna. Certo, ci sono colli, laghi, rifugi e vette come mete, ma per molti la meta è… la malga. Vale per gli escursionisti locali, vale per i turisti provenienti da altre parti d’Europa (quest’anno, con un afflusso sicuramente anomalo, c’erano comunque numerosi Tedeschi, qualche Svizzero e Austriaco).

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Lazinser Alm – Plan, Val Passiria (BZ)

 

C’è anche un bel libretto curato dall’Associazione Turistica della Val Passiria (presumo ve ne sia uno per ogni vallata), che si apre con queste parole: “Caro ospite! In quanto meta escursionistica di numerosi turisti, le malghe della Val Passiria rivestono da sempre un ruolo di particolare importanza. La loro importanza non si limita però esclusivamente al turismo. Già il fatto che due terzi del patrimonio zootecnico trascorrono circa tre mesi sulle malghe, nonché la circostanza che quasi la metà della superficie totale della valle è costituita da malghe, testimoniano il loro grande valore economico per la regione. (…)

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Timmelsalm – Val Passiria (BZ)

Capite? Prima si parla di turismo! In questa parte delle Alpi invece ben pochi alpeggi svolgono (anche) un’attività di ricezione turistica. Alcuni sono interessati da particolari giornate dedicate alla promozione dei loro prodotti, feste dell’alpeggio, pranzi in alpe o cose simili, ma per quasi nessuno è l’attività principale. Anche chi pratica l’attività agrituristica in alpeggio, parallelamente comunque ha un normale impegno di gestione della mandria, mungitura, caseificazione, ecc…

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Faglsalm – Falsertal, San Martino in Passiria (BZ)

In Val Passiria l’impressione è che, nelle malghe, si mungano i turisti, più che le vacche! Attenzione, non lo sto dicendo in tono negativo, è una constatazione sul tipo di lavoro e sul reddito conseguente. Accanto alle malghe infatti raramente abbiamo visto più di una decina di vacche in mungitura. Come vi ho raccontato, sui pascoli degli alpeggi abbiamo incontrato soprattutto manze, manzette, vitelli, vacche in asciutta o vacche con il vitello.

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Nei pascoli davanti alla malga – Timmelsalm, Val Passiria (BZ)

Davanti alle malghe però troviamo cascate di fiori (anche ad alta quota), tavoli, panche, ombrelloni e menù che offrono dallo spuntino al pranzo completo, con i prodotti della malga o comunque del territorio. E’ un altro modo di lavorare rispetto a quello dei nostri alpeggi, sicuramente. Può esserci l’escursionista di passaggio, il ciclista che pedala lungo la pista agro-silvo-pastorale e si ferma solo per bere un bicchiere di succo di mela, una birra. Oppure chi prende un thé, un bicchiere di latte e una fetta di torta al pomeriggio. O chi pranza con un tagliere di salumi e formaggi, chi sceglie un piatto caldo, dai classici canederli all’arrosto di capra.

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Il menù di una malga – Faltschnalalm, Plan (BZ)

E così c’è il pastore che va a sorvegliare gli animali nei pascoli più alti, che posiziona picchetti e fili per i grossi recinti, c’è la famiglia che si occupa della gestione della malga, mungitura, forse caseificazione (cartelli di vendita formaggi nelle malghe non ne ho visti), ma soprattutto accoglienza e ristorazione. Il grosso della mungitura la si fa fin quando si è nelle aziende di fondovalle, quando il latte viene conferito ai caseifici.

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Il pastore delle manze – Timmelsalm, Val Passiria (BZ)

Anche nella stagione estiva abbiamo visto, mattina e sera, decine e decine di bidoni lungo le strade, alcuni scesi dai masi di mezza quota grazie alle teleferiche. Il camion passa, aspira il latte e lo porta giù a Merano o a qualche caseificio lungo la valle.

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Bidoni del latte – Plan, Val Passiria (BZ)

Il libretto “Malghe e ristori 2020” comprende anche qualche maso abitato tutto l’anno e alcuni rifugi di alta quota, per un totale di 54 punti di ristoro, dai 650m ai 2989m. C’è la foto, i contatti dei gestori, la descrizione su come raggiungerli, la difficoltà dell’escursione, il periodo di apertura e altre informazioni utili. Inoltre, all’inizio, due pagine forniscono all’escursionista alcune regole per la sicurezza in montagna, ma anche delle norme di comportamento sui pascoli, sia per rispettarli, sia per non incorrere in incidenti con gli animali al pascoli.

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I dolci del giorno – Faltschnalalm, Plan (BZ)

Si può votare la malga dell’anno e si possono collezionare i “punti” a cui si ha diritto raggiungendo via via le mete più lontane, fino ad ottenere un distintivo d’argento o d’oro in base alla quantità di punti accumulati a fine stagione facendo timbrare via via il passaporto dell’escursionista.

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Un piatto di canederli in brodo – Faglsalm
Falsertal, San Martino in Passiria (BZ)

L’attenzione verso il turista non finisce qui: dato che l’attività zootecnica è praticamente inscindibile da quella turistica, non vi è un passaggio che sia uno tra piste, strade, sentieri principali o secondari che presenti difficoltà nell’intersecare i recinti elettrificati che contengono gli animali o fanno sì che questi non possano avvicinarsi a zone troppo ripide o pericolose. Gli accorgimenti sono molteplici, dalla “classica” maniglia alle asticelle a molla, dal cancello al passaggio creato ad hoc con picchetti, filo/fettuccia ribassata in quel punto e filo elettrico che passa più in alto.

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Sistemi di attraversamento dei recinti elettrificati – Val Passiria (BZ)

C’è da rifletterci su, vero? Non dico che potrebbe essere un modello da applicare ovunque, ma… sicuramente dovrebbe essere favorita una gestione del genere anche altrove. Non so come funzioni la parte di cucina in queste malghe (tra quelle che abbiamo visitato, una era piccola e non particolarmente attrezzata, dubito vi fosse una cucina separata per gli ospiti), ma inviterei chi si candida ad amministrare regioni e comuni montani a fare un viaggio in quelle realtà, per capirne di più e vedere come proporlo anche altrove.

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Falser Alm – Falsertal, San Martino in Passiria (BZ)

L’attività di ricezione turistica parallela all’azienda agricola non è un’esclusiva della malga. Noi abbiamo soggiornato in un maso a 1000m di quota, una piccola azienda agricola con una quindicina di vacche da latte (frisone). Nel maso si poteva anche mangiare e, inoltre, vi erano due appartamenti da affittare agli ospiti. In questo sito potete vedere quanti sono i masi (a conduzione zootecnica, ma anche viticola e frutticola) che offrono ospitalità in tutto l’Alto Adige.

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Vista dal balcone del maso – Scena (BZ)

Più che mai quest’anno un simile modello secondo me dev’essersi rivelato la scelta migliore: le strutture prettamente turistiche hanno avuto dei mesi di blocco totale e anche ora non funzionano a pieno regime, per cui il danno è enorme. Le grosse aziende si sono trovate in difficoltà nel gestire la gran quantità di prodotti, hanno patito e stanno patendo tutt’ora la carenza di manodopera estera. Chi invece ha una piccola azienda differenziata in questo modo ha contenuto il danno nel periodo del lockdowd (comunque non è mai stato totalmente senza reddito) e oggi magari ha più clienti del grande albergo, poiché il turista cerca la montagna, l’appartamento singolo, la maggior sicurezza della sistemazione appartata.

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Lazinser Hof – Plan, Val Passiria (BZ)

Quella della mungitura del turista era una battuta, una provocazione per attirare l’attenzione… Come turista in queste strutture (malghe, masi) siamo stati accolti in modo famigliare e cordiale, con qualcuno abbiamo anche avuto modo di far lunghe chiacchierate, per cui il bilancio dell’esperienza è sicuramente positivo. Adesso lascio a chi legge la riflessione, nella speranza che possa cambiare qualcosa anche da noi, dove purtroppo spesso il rapporto alpigiano-turista si sta facendo sempre più conflittuale, con comportamenti maleducati, mancanza di rispetto reciproco, incomprensioni di fondo, ecc ecc…

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Turismo invernale sugli sci… e turismo estivo in malga – Passo del Giovo (BZ)

Qualche fazzoletto gettato a terra lungo i sentieri l’abbiamo visto anche là, qualche turista che abbandonava il sentiero per andare in mezzo alle bovine a scattarsi un selfie c’è stato… Ma in generale l’atteggiamento dei frequentatori delle malghe mi è sembrato corretto e rispettoso, anche per quello che concerne la presenza di cani, tutti tenuti al guinzaglio anche dove non c’erano cartelli di divieto ad imporlo (è infatti una delle regole raccomandate al turista nel libretto di cui vi ho parlato).

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Vacche di razza Bronw Swiss al pascolo nei pressi degli impianti sciistici – Racines (BZ)

Infine è doveroso ricordare come il paesaggio di montagna, così apprezzato dal turista che lo frequenta, sia indissolubilmente legato all’attività zootecnica attraverso il pascolamento e con la fienagione… per non parlare della presenza degli animali sui pascoli, del suono dei campanacci, delle strutture d’alpeggio che possono anche diventare ricoveri di emergenza in caso di maltempo…

La regola delle “3 S”

Non scrivo da un po’… c’era il fieno da fare, tra vari problemi siamo riusciti a portarlo a termine, subito dopo ci siamo concessi un piccolo “stacco”. Non so con quale criterio voi scegliate la meta delle vostre vacanze, ma in quest’estate un po’ particolare abbiamo guardato ad est, rimanendo tra i monti. L’Alto Adige è una località molto ambita, ma noi abbiamo scelto una vallata forse meno conosciuta, la Val Passiria. Lo confesso, una delle principali motivazioni per andare proprio lì era… il fatto che c’è una razza di capre originaria proprio di quella vallata. Inoltre, non essendo così famosa come altre località di quella regione, contavo di trovarla poco affollata.

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Capre di razza Passiria – Timmelsalm (BZ)

Si tratta di un territorio spiccatamente agricolo e sicuramente non frequentata dal turismo di massa, adatto a chi vuol fare gite, camminate, escursioni in ambiente montano. La parte bassa della valle, a ridosso di Merano, è completamente coperta di vigneti e frutteti, che risalgono i versanti delle montagne fin verso i 6-700m, dopodiché vi sono i boschi, tra i quali si aprono i masi, con le loro case, stalle e fienili.

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Antico maso a Scena (BZ)

L’ambiente dei frutteti, pur essendo attraversato da sentieri (alcuni dei quali seguono il tracciato delle rogge, il sistema per trasportare l’acqua dai corsi d’acqua principali ai versanti coltivati), non mi ha entusiasmata. Le colture occupano ogni spazio disponibile e sono per lo più avvolte da reti antigrandine (fondamentali, visto il violento temporale che ci ha dato il benvenuto la prima sera). Sicuramente nel momento della fioritura dei meli si potrà godere di scorci colorati e pittoreschi, ma in questi giorni questa monocoltura è abbastanza soffocante, sensazione non solo psicologica, ma anche reale, dato il continuo via vai di piccoli trattori, adatti al passaggio tra i filari, con al seguito atomizzatori che irrorano le coltivazioni o gettano erbicida al piede dei vigneti.

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Frutteti a Rifiano, Val Passiria (BZ)

Meglio dirigersi verso i monti, in un panorama di vallate dai pendii ripidi, ma anche vasti pascoli, laghi, torrenti, rododendri in fiore. Prima di raggiungere gli alpeggi, parliamo ancora un momento dei masi. Girando per la Val Passiria, non ho visto praticamente nessun edificio abbandonato. Ci sono i villaggi, poi vi sono i masi: si tratta di aziende agricole, la cui gestione è stata tramandata di generazione in generazione attraverso il meccanismo del “maso chiuso”. Qui potete trovare più informazioni su questo sistema caratteristico dell’Alto Adige. Questa è la legge (aggiornata al 2001) che ne regola la gestione. Penso che gran parte della “buona gestione” del paesaggio e del territorio di queste zone sia dovuta a questa istituzione, che ha fatto sì che si mantenesse l’unità aziendale, senza la grande frammentazione che caratterizza invece le nostre aree collinari e montane.

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Il paesaggio dei masi – San Martino in Passiria (BZ)

Dal momento che la bassa valle e la pianura sono interamente occupate da frutteti e vigneti, fare i prati sono quasi tutti molto ripidi, per cui fare il fieno è un’attività eroica. Lo è anche farlo asciugare, dato che quasi ogni giorno c’è stato almeno un temporale… I fienili hanno quasi tutti delle ventole per poter continuare l’essiccazione anche dopo lo stoccaggio, oppure altrove si ricorre al metodo di fasciare le rotoballe per la loro conservazione.

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Prati pianeggianti da sfalciare solo in alcuni villaggi d’alta quota – Plan, Val Passiria (BZ)

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Scene di fienagione in Val Passiria (BZ)

Saliamo ancora e arriviamo nell’alta valle o nelle vallate laterali, dove numerose piste forestali chiuse al traffico raggiungono le malghe, gli alpeggi, da cui poi si prosegue lungo sentieri per arrivare ad alpeggi più piccoli. Noi cercavamo le capre… e le abbiamo trovate. Tante, tantissime! Le prime le abbiamo viste vicino ad una piccola baita la domenica mattina. Dopo alcune difficoltà di comunicazione con persone che si dirigevano là (qui parlano soprattutto Tedesco, alcuni non sanno o non vogliono parlare Italiano), nei pressi della baita abbiamo trovato un giovane pastore con cui scambiare quattro chiacchiere.

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Capre e giovane pastore – Timmelsalm, Val Passiria (BZ)

Ci ha detto di essere il pastore delle manze in un vallone vicino, ma che la domenica ci si riuniva con altri pastori e con i proprietari delle capre per controllare gli animali, che pascolano ancora liberi nelle parti più alte degli alpeggi. Aveva messo il sale intorno alla capanna (che può servire, oltre che da magazzino, da ricovero per i pastori in caso di necessità), così che le capre scendessero e potessero essere viste dagli allevatori.

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Capre Passiria al Passo del Rombo (BZ)

Le capre di razza Passiria sono animali robusti, adatti alla montagna: di taglia media, sono capre tarchiate, con le gambe robuste, corna non troppo sviluppate, muso corto, mantello dalle diverse colorazioni. Nelle greggi lasciate pascolare libere c’erano solo femmine e capretti nati in primavera, i maschi li abbiamo visti altrove, o nel fondovalle accanto alle case o in recinti vicino alle malghe più in basso. Verranno poi inseriti nel gregge dopo ferragosto, quando inizia generalmente il naturale periodo dei calori.

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Due becchi in un recinto nella parte bassa del vallone – Falsertal, San Martino in Passiria (BZ)

Un gregge lo abbiamo visto, la sera, proprio accanto alla strada che porta al Passo del Rombo, confine con l’Austria. Non c’erano solo capre, sul versante austriaco alcune pecore si spostavano liberamente, attraversando la strada asfaltata (poco trafficata, dato che più a valle, in Austria, era interrotta a causa di una frana). Altre pecore le abbiamo incontrate, sempre in Val Passiria, in piccoli gruppi sparsi.

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Pecore al Passo del Rombo – Austria

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Gregge nei pressi del Passo del Rombo – Austria

Le capre restano a pascolare fino agli inizi dell’autunno, quando poi verranno fatte ridiscendere a valle. Succedeva anche dalle nostre parti, fino a qualche anno fa… e non sempre questa operazione è semplice, poiché può capitare di doverle andare a recuperare in luoghi impervi.

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Una lapide posta lungo un sentiero a ricordare un giovane capraio perito nel cercare di recuperare i suoi animali – San Martino in Passiria (BZ)

I bovini invece pascolano all’interno di grandi recinti che delimitano le varie parti dell’alpeggio. Qualche vacca in mungitura nei pressi delle malghe, molte vacche in asciutta, alcune vacche con i vitelli, moltissime manze e vitelli, delle razze più disparate (dalla Frisona alla Grigia alpina, dalla Jersey alla Pustertaler, ecc…). La sorveglianza non è costante, ci sono dei pastori che periodicamente vanno a controllare questi animali, abbiamo visto una “squadra” di persone impegnate nel posizionare fili e picchetti fino sulla cresta spartiacque tra un vallone e l’altro.

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Vacche in asciutta nei pascoli accanto al Passo del Giovo (BZ)

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Manze al pascolo – Fatschnal Tal, Val Passiria (BZ)

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…non solo bovini negli alpeggi… – Falsertal, San Martino in Passiria (BZ)

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Manze di razza Grigia alpina – Lazinser Alm, Val Passiria (BZ)

Vi starete già chiedendo com’è possibile che qui gli animali siano ancora liberi, soprattutto capre e pecore. Semplicemente qui il lupo non c’è (ancora), così come non c’è nemmeno l’orso. Questi animali non sono i benvenuti, in una realtà totalmente zootecnica come questa. E non è solo una sensazione, il concetto è espresso chiaramente dagli striscioni affissi all’esterno di ogni malga e da piccoli opuscoli (in Italiano e Tedesco) distribuiti ovunque a cura della Südtiroler Bauernbund, dove si spiega come lì “non vi sia posto per il lupo”.

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Lo striscione presente in quasi tutte le malghe – Val Passiria (BZ)

In una di queste malghe, il titolare chiacchiera volentieri. Ci racconta come in tutto l’Alto Adige vi siano 8.000 capre di razza Passiria, ma lì, nella valle omonima, i capi allevati siano 6.000! “Le alleviamo per passione…“. Non c’è bisogno di spiegare, capiamo benissimo. Quest’anno il lockdown ha completamente bloccato la vendita dei capretti nel periodo pasquale. “Per fortuna ora un macellaio si è inventato la vendita di arrosti. La gente non prende i pezzetti con l’osso, non li sa mangiare, cucinare… ma l’arrosto sì, quello si vende.

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Gregge di capre Passiria al Passo del Rombo (BZ)

Quando però inizia a parlare del lupo, il discorso si infiamma. “Hanno fatto una riunione qui, gli ambientalisti hanno chiesto di fare delle proposte per convivere con il lupo. Si è alzato uno Svizzero, ha detto che l’unica regola che funziona è quella delle 3 S.” Ci dice tre parole in Tedesco, poi cerca di tradurle. Anche in Italiano sono 3 S: Sparare, Sotterrare, Silenzio.

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L’opuscolo dove si spiega il punto di vista degli allevatori altoatesini in una delle malghe che offrono accoglienza ai turisti – Val Passiria (BZ)

Lupo, allevamento, montagne, turismo: cose che insieme non possono funzionare, ci dicono. Qui l’allevamento è fortemente legato al turismo, si può dire che, almeno nella stagione estiva, le due attività siano inscindibili. Ma di questo vi parlerò in un altro post

La pioggia serve, ma…

Quest’anno non ci stiamo lamentando per la siccità. Il problema è che non la smette di piovere… La primavera è stata bella, abbastanza fresca, con giornate limpide e raggi di sole che illuminavano le montagne silenziose. Gli agricoltori però non si sono mai fermati, indipendentemente dall’emergenza e dal lockdown. In pianura penso che buona parte dei fieni siano stati fatti, in montagna invece bisognava iniziare adesso…

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Prati tagliati e fieno che secca in piedi – Collina di Nus (AO)

Nel fondovalle ci sono prati ormai verdissimi, dove l’erba nuova cresce abbondante, e altri sempre più gialli, laddove non c’è stato tempo e modo di tagliare. Lo stesso accade fino ad una certa quota, di lì in poi il momento giusto per iniziare il fieno è arrivato insieme alle piogge. Nel nostro caso, non si riesce ad iniziare fin quando gli animali sono in stalla, ma ormai sono tutti in alpeggio, il tempo ci sarebbe, è quello atmosferico che non accompagna.

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Neve fresca a quote alte (qui la Grivola), ma spesso anche sui pascoli dove già ci sono le mandrie e le greggi

Piove, piove quasi quotidianamente… forse oggi pomeriggio tornerà il sole e potrebbe durare qualche giorno. Era ricomparso domenica, giusto per illuminare creste, vette e pascoli di alta quota imbiancati. Anche stamane le nebbie per qualche istante si sono diradate, per mostrare altra neve fresca, dopo una notte di pioggia battente.

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Gregge di capre sui pascoli in un giorno di pioggia – Arpilles, Introd (AO)

Non che negli alpeggi le cose vadano molto meglio, sia per gli uomini, sia per gli animali. Tocca andare al pascolo con la pioggia, a volte anche nel bel mezzo di temporali. Fa freddo, non sempre c’è modo di asciugare gli indumenti fradici di acqua. Per non parlare di chi deve mungere all’aperto… Insomma, la siccità è grave per i pascoli, ma di troppa pioggia nessuno ne trae beneficio, perché gli animali pascolano male e sprecano foraggio.

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Tornando in basso, nei prati da falciare, così si presentavano i migliori fino a qualche giorno fa. Tanta erba, bella erba, matura al punto giusto… Tutti scalpitano e imprecano, ma iniziare quando le previsioni davano un piccolo spiraglio era troppo rischioso. Il fieno va fatto bene, va ritirato ben asciutto, altrimenti e balle ammuffiscono o, peggio ancora, rischiano di “bollire”, di fermentare, fino a prendere fuoco.

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Fieno che marcisce a terra – Val d’Ayas (AO)

Chi ha tagliato nel momento sbagliato ora ha del fieno che sta marcendo, con l’erba sotto che già fa capolino tra i mucchietti di colore giallo scuro/marrone. Qualcuno da queste parti ha rischiato un taglio domenica mattina, nonostante la pioggia intensa di sabato pomeriggio/sera. Qualche fortunato ieri sera passava giù con il carro carico di rotoballe (sotto altra pioggia a dirotto), avendo sfruttato il sole e il vento e i temporali passati appena un po’ più in là…

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Nuvole temporalesche verso il Piemonte – Petit Fenis, Nus (AO)

Sì, perché anche con previsioni buone, poi si forma all’improvviso quel temporale che magari non arriva, o magari ti investe in pieno, magari passa dall’altra parte della valle, lasciandoti con il fieno asciutto e un bell’arcobaleno da ammirare mentre le nuvole si spostano altrove.

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I prati dopo una notte di forte pioggia – Petit Fenis, Nus (AO)

Ieri sera tutte le previsioni segnavano pioggia, quelle più aggiornate avevano diminuito la quantità, da queste parti, invece bisognava tener buona l’intensità annunciata nei giorni precedenti, infatti stamattina presto ancora pioveva e i prati erano fradici. Adesso c’è una nebbia autunnale che ci fa capire come nemmeno oggi si possa dare il via alla stagione del fieno… Tra l’altro, da queste parti, non bastano 4-5 giorni o una settimana di bel tempo. Non è come in pianura dove le estensioni sono grosse, i pezzi pianeggianti. Qui ci sono prati e praticelli, muretti, angoli, strisce, pendenze. Servirebbero almeno 2 settimane senza pioggia. Facciamo tre, così andiamo sul sicuro!

Il primo giorno di pascolo

Paese che vai, usanze che trovi… Regione che vai, usanze che trovi! Dopo aver pubblicato alcune immagini dei giorni scorsi su facebook, ho capito che era necessario un articolo per spiegare come funzionano le cose da queste parti. La vita (e il lavoro) in alpeggio non sono uguali ovunque.

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Un alpeggio che, nelle scorse settimana, ancora attendeva uomini e animali – Ollomont (AO)

Ecco che l’inizio della stagione può essere differente a seconda della vallata, della regione, del tipo di animali e persino della razza di animali allevati. Come sapete, da qualche anno ormai frequento soprattutto le montagne della Valle d’Aosta. Nonostante la distanza con il confinante Piemonte non sia molta, qui cambiano molte cose.

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Fioritura del tarassaco nel Vallone di Vertosan – Avise (AO)

L’altro giorno siamo andati nel Vallone di Vertosan, dove si trova l’alpeggio in cui trascorreranno l’estate le nostre vacche. Gli animali erano già su dal pomeriggio precedente, ma fino a quella sera non sarebbero uscite al pascolo. Strano, non vi sembra? Solo in parte… Questi tempi sono dovuti alla razza di animali che si alleva in Valle d’Aosta.

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Mungitura pomeridiana – Dzette, Avise (AO)

Ecco allora tutte le vacche (di razza valdostana pezzata rossa, pezzata nera e castana) in stalla, mentre vengono munte nel pomeriggio. Ciascuna è legata al suo posto. Terminata la mungitura, si uscirà al pascolo. Questo avviene due volte al giorno, al mattino e alla sera, dopo il pascolo gli animali vengono fatti rientrare in stalla.

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Valdostana pezzata rossa – Dzette, Avise (AO)

Sul muro della stalla sono segnati dei numeri, prima di uscire ad ogni animale verrà scritto sulla coscia il numero corrispondente al proprio posto, così da essere facilitati nel farli rientrare e legare la sera. Soprattutto i primi giorni, questa non è un’operazione semplice. Qui poi gli animali non resteranno a lungo, perché dopo una decina di giorni la mandria verrà già spostata nel tramuto superiore.

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Partenza per il pascolo – Dzette, Avise (AO)

Dopo aver mangiato un po’ di merenda, il casaro va ad occuparsi del latte, mentre tutti gli altri (padroni degli animali, operai, gestore dell’alpeggio, amici, parenti) fanno uscire le vacche dalla stalla e iniziano a chiamarle verso il pascolo. Qualcuna in fondovalle già usciva a pascolare, altre escono in quel momento per la prima volta dopo mesi di alimentazione a fieno. Ma perché attendere fino al tardo pomeriggio per uscire?

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Le vacche castane scavano, muggiscono e si preparano a dar via alle battaglie – Dzette, Avise (AO)

Si è aspettato l’arrivo di tutti gli animali che costituiranno la mandria per quell’estate. Uscire solo con alcune avrebbe complicato le cose, invece adesso sono tutte insieme e… “faranno conoscenza” in un unico momento. Qui questo particolare momento viene chiamato “decorda“, cioè quando per la prima volta vengono slegate tutte insieme le vacche. In questo alpeggio gli animali vengono fatti uscire e salire in un prato qualche centinaio di metri più a monte, più pianeggiante rispetto a quelli sotto l’alpeggio.

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Battaglie tra reines per definire chi guiderà la mandria – Dzette, Avise (AO)

Dopo aver raspato con le zampe, dopo vari muggiti e sfregamenti del capo nella terra, iniziano le battaglie, qualcuna rapida, qualcuna più combattuta, il tutto sotto gli occhi vigili dei proprietari degli animali. Avere la regina è soddisfazione, è prestigio, è la realizzazione di tanti sacrifici fatti per i propri animali. Quest’anno le decorde sono più che mai l’occasione per vedere delle battaglie, dato che i vari incontri ufficiali in calendario sono stati tutti sospesi a causa dell’emergenza Covid.

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Momenti di una battaglia – Dzette, Avise (AO)

Il tutto avviene in modo totalmente naturale,  l’intero prato risuona di muggiti e di sbuffi, qua e là gli animali si affrontano due a due. Gli occhi di tutti però sono puntati sula regina del gestore dell’alpeggio, che si scontra con una bestia di pari mole e potenza, mandata in alpeggio per l’estate da un altro allevatore.

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Si pascola la prima erba fresca in alpeggio – Dzette, Avise (AO)

Le valdostane pezzate rosse invece pascolano placidamente, loro pensano soprattutto ad alimentarsi e cercano di stare discoste dalle loro compagne attaccabrighe.

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Battaglia tra valdostane pezzate rosse – Dzette, Avise (AO)

Succede molto più raramente, ma anche alcune di loro danno vita ad alcune brevi battaglie, ma non sono “quelle che contano” per definire i ruoli gerarchici nella mandria per il resto della stagione.

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Si assiste alle battaglie – Dzette, Avise (AO)

Le decorde richiamano un buon numero di appassionati, specialmente laddove si sa che vi sono reines importanti. E’ un’occasione di vedere gli animali che si misurano tra di loro, incontrare amici con la stessa passione, fare un po’ di festa insieme.

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Lo sguardo “triste” di una reina che ha perso una battaglia – Dzette, Avise (AO)

Passato quel primo momento di festeggiamenti, dal giorno dopo (o meglio, dalla notte successiva, dato che si inizia a mungere ben prima del sorgere del sole) inizia la routine del lavoro d’alpeggio. Per i Valdostani tutte queste sono normali ovvietà, ma gli amici che mi seguono da altre regioni vivono il loro primo giorno d’alpeggio in altri modi.