Per informare, perché si sappia

Da quando ho aperto questo nuovo blog, interrompendo le “Storie di pascolo vagante“, non ho ancora mai scritto niente affrontando direttamente l’argomento lupo, anche se qua e là qualcosa (specialmente nell’intervistare gli allevatori la scorsa estate) ovviamente è venuto fuori. Come ribadisco sempre più spesso, ho poco da aggiungere sull’argomento, il discorso è sempre quello, in tutte le sue complesse sfaccettature.

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Predazione su capra a Rubiana – Val di Susa (TO)

Se volete rileggervi tutto quanto detto nel corso degli anni (anche maturando idee e punti di vista, sulla base di esperienze dirette e concrete), lo trovate qui. Oggi ho deciso di affrontare nuovamente la questione dopo un paio di vicende di cui sono venuta a conoscenza direttamente. Una ha riguardato l’azienda di un’amica, una di quelle persone per cui si può usare l’espressione “che resistono in montagna”. Conosco bene lei e la sua storia. Innanzitutto, dopo esserci sentite al telefono, volevo riportarvi alcuni passi di ciò che lei ha scritto su Facebook appena dopo aver subito l’attacco. “Non sapevo se scrivere o tenermi tutto dentro.(…) Non farò e non accetterò polemiche. Volevo solo condividere il nostro ULTIMO DOLORE. Il lupo ci ha ucciso la nostra capretta Fiocco di neve, prelevandola da una stalletta attaccata a casa. Solo un consiglio: non sottovalutate la loro forza, non ascoltate più parole come: non si avvicina alle case, non è pericoloso per l’uomo, hai tanti cani e non viene, stai tranquilla è solo un esemplare, rilassati Cappuccetto Rosso, vedrai che qui non viene. Il latte di Fiocchino non lo berrò più, né vedrò nascere il capretto che aveva in grembo. Il dolore delle mie bambine, e la nostra rabbia. (…) Noi allevatori oltre ad aver subito il danno dobbiamo spendere un sacco di denaro per rendere le nostre aziende delle fortezze medioevali. (…) Ezechiele alla fine non ne può nulla (…).

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Casa abbandonata nei boschi – Cumiana (TO)

La mia amica mi ha detto: “Scrivi pure, la gente deve sapere cosa sta succedendo!” Purtroppo però so che questo discorso rimarrà lì sospeso tra chi è sovrastato dal dolore e dalla rabbia, dal senso di impotenza e di abbandono… e tutti gli altri, quelli che “tanto sono solo cani” e quelli che “basta difendersi, i mezzi ci sono”. Come vi dicevo, la sua è una storia di resistenza. Ha scelto di tornare in una vecchia casa di famiglia a mezza quota in Val di Susa. Ha lottato contro l’abbandono del territorio, contro la burocrazia che le ha messo mille volte i bastoni tra le ruote. Continua a cercare di far sì che la sua azienda possa crescere, insieme alla sua famiglia (tre bambini piccoli). Hanno un po’ di animali, gli orti, un piccolo agriturismo, tagliano legna. Si chiama multifunzionalità e qualcuno dice che è la strada giusta per le piccole aziende di montagna… una strada tutta in salita e piena di sassi. Qualcuno lo sposti, altri li devi aggirare, pian piano di sfianchi di fatica.

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Baite abbandonate a mezza quota – Condove, Val di Susa (TO)

Anche nel suo caso, ho potuto vedere lo stesso percorso che ha colpito altre aziende, magari più grandi, allevatori con centinaia di capi che, nel corso degli anni, hanno dovuto sopportare un carico di difficoltà, problematiche e pressioni sempre maggiori. Hanno sempre resistito e lottato, ma poi è stato l’attacco del lupo a farli “crollare”. Non un crollo da intendersi come una resa, ma uno sbottare contro ciò che stava accadendo. Perché il lupo resta comunque un simbolo. Io oggi lo vedo come il simbolo della montagna sempre più abbandonata a se stessa, dove chi resiste si sente peggio che in una riserva indiana. Si sente un’isola in mezzo al nulla. Perché c’è l’attacco, l’animale ucciso, i cani feriti, gli altri animali atterriti… ma c’è molto altro.

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Piccolo gregge con cane da guardiania – Pomaretto, Val Chisone (TO)

Per esempio (tra le tante cose), c’è il fatto che questa mia amica abbia preso, qualche mese fa, dei cuccioli di cane da guardiania. Ma non ha scelto le razze più conosciute e impiegate da queste parti (maremmano abruzzese o pastore dei Pirenei), non ha nemmeno voluto un cane da pastore del Caucaso o dell’Asia Centrale, troppo grossi. Ha preso dei cani da pastore della Sila, cani di alta genealogia, selezionati per la difesa dal lupo, cani gestibili anche in presenza di persone. Peccato che non abbia potuto chiedere i contributi previsti nel PSR dalla Regione Piemonte per gli allevamenti che si dotano di sistemi per la difesa dai predatori, perché questa razza non è stata inserita tra quelle adatte… E questa non è che una delle beffe burocratiche di cui è stata “vittima”, prima e dopo l’attacco alla sua capra.

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Pascolo vagante nella pianura torinese – Settimo Torinese (TO)

In passato vi ho spesso parlato delle grosse greggi, che hanno problemi con i predatori d’estate in alpeggio. Cercano di difendersi con i recinti notturni, i cani da guardiania, la presenza del pastore. Poi viene l’autunno e scendono in pianura. Ma c’è chi resta in media valle, in fondovalle, in collina. Piccole, piccolissime aziende. Certo, potreste dire che la mia amica dovrebbe recintare la sua proprietà, visto che il lupo (o i lupi) le sono venuti davanti a casa e hanno tirato fuori da una piccola stia la capretta che era stata messa là in convalescenza, di modo che non dovesse competere con le compagne per il cibo in stalla, visto che era un po’ più debole. Ma la mia amica sta già faticando a finire pian piano i lavori di ritrutturazione/costruzione stalle. Solo lei (e tutti quelli che sono nelle sue condizioni) sa quanto sta spendendo, tra permessi, materiali, lavoro. Mi ha detto che, per le recinzioni (fisse) più urgenti intorno a stalle e pollai, dovrebbe preventivare 3000 euro. Un’inezia? Non per chi cerca di tirare avanti con una piccola azienda agricola e tre bambini piccoli.

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Corriere di Chieri – 13 gennaio 2018

E’ facile, dal di fuori, trovare le soluzioni generiche. Io guardo i casi uno ad uno, parlo solo più quando conosco la situazione direttamente, per poter avere davvero il quadro del contesto in cui si è verificato l’attacco. Spero che non ci siano le solite inutili polemiche dopo questo mio post. Vi sto presentando una realtà, per informarvi nel caso in cui aveste voglia di capirne di più sull’argomento, senza limitarvi alle generalizzazioni. Comunque, sappiate che attacchi e avvistamenti (confermati) non avvengono solo più nelle aree di montagna. Ve ne sono stati alcuni recentemente sulla collina di Torino e nel vicino Monferrato. Non è cosa che mi sorprenda, visto che il lupo man mano colonizza nuovi territori, si sposta, cerca cibo. Ci sono i branchi stabili e gli animali giovani che vanno “in dispersione”, cioè si allontanano dal branco in cerca di nuovi territori.

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Capre e cani da guardiania alla festa del Cevrin -Coazze, Val Sangone (TO)

Tutti coloro che hanno allevamenti, anche piccoli, anche hobbistici, farebbero meglio a dotarsi di cani da guardiania anche al di fuori delle zone montane, se mettono gli animali al pascolo, anche se all’interno di recinzioni elettrificate. Non farlo è rischioso. Farlo comporta sicuramente un impegno aggiuntivo e qualche problema con la gente di passaggio, specie se accompagnata da cani.

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Cane da guardiania sorveglia la vallata mentre il gregge pascolo alle sue spalle – Vallone di Saint Barthelemy (AO)

Colgo l’occasione per segnalare a tutti gli escursionisti che il CAI (Club Alpino Italiano) ha adottato una serie di norme di comportamento da tenere in presenza di tali cani in montagna. Da quando sono stati introdotti, già erano presenti i cartelli forniti dalla Regione Piemonte, ma più volte mi era capitato di leggere vibranti polemiche da parte di escursionisti, ecc. Il comunicato termina con questa frase “Gli escursionisti responsabili, sono parte della montagna e sostengono le attività degli allevatori rispettando le greggi e i cani che le proteggono adottando sempre comportamenti ragionati e non impulsivi. Con il ritorno del lupo il cambiamento non è a senso unico solo per pastori ed allevatori. In montagna siamo solo degli ospiti.

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Gregge accompagnato da cane da guardiania durante la fiera di Bobbio Pellice (TO)

So bene cosa comporti tutto ciò, so quali saranno i disagi per entrambi, perché li ho vissuti in prima persona, sia come allevatrice, sia come escursionista. Non chiedetemi delle soluzioni, io purtroppo non ne ho. L’unica cosa che mi sento di ribadire è che il “problema lupo” e il modo in cui la questione è stata affrontata tutto laddove si è manifestata è il simbolo dell’attenzione che le istituzioni hanno nei confronti di chi vive e lavora in montagna. I montanari comunque restano lassù, attaccati alla loro terra, alle loro convinzioni. I lupi invece, se non hanno abbastanza cibo, si spostano e vanno a cercarne altrove…

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Per finire il discorso

Riprendiamo l’argomento dei contributi, dato che avevamo proprio solo iniziato ad accennare alcune cose tempo fa e ieri, parlando delle difficoltà nel trovare un alpeggio libero, siamo ritornati sull’argomento. Questo blog nasce dedicato alla montagna dell’uomo, quella abitata tutto l’anno. Per estensione d’estate ovviamente lo sguardo si amplia anche agli alpeggi.

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Mandria in alpeggio, Vallone di Bellino (CN)

La galassia dei contributi è così vasta che gli stessi agricoltori/allevatori spesso non sono nemmeno informati su tutte le opportunità di cui potrebbero beneficiare. Si affidano alle associazioni di categoria, che sono anche i principali intermediari attraverso cui inoltrare le domande (solo i CAF autorizzati possono farlo, non un libero professionista qualsiasi).

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Piccolo gregge – Trasquera (VB)

Nella mezza montagna difficilmente c’è posto per la grande azienda. A mano a mano che greggi e mandrie si sono ingranditi, pastori e margari sono scesi in pianura a cercare pascoli o a comprare il fieno per l’inverno. Su nelle valli restano aziende medio-piccole.

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Fienagione – Nus (AO)

Nella mezza montagna, nella collina, più che mai l’allevatore, il piccolo allevatore è fondamentale. Con il pascolo primaverile e autunnale, con lo sfalcio del fieno, cura il territorio, mantiene il paesaggio e la biodiversità. Facilmente, non avendo accesso ad aree particolarmente “felici”, avendo ancora una sana passione, sceglierà razze locali. Punterà al piacere di vedere animali che lo soddisfano, adatti al suo territorio, più che non a grandi produttrici di carne o di latte che solitamente necessitano di integrazioni alimentari. Potrà valorizzare i suoi prodotti grazie al legame con il territorio, grazie alla qualità, grazie anche alla scelta di tali razze. Qualche aiuto lo riceverà pure (la scelta sarà sua, se presentare le domande al fine di richiedere contributi per esempio proprio per le razze in via di estinzione, ecc.)

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Laboratorio di trasformazione latte – Lanzo (TO)

Se il sistema non fosse “inquinato” dai contributi, ci sarebbe una vera sostenibilità. Cominciamo dal principio: se voglio dare il via ad una nuova azienda, avendo requisiti adatti ed entrando nelle graduatorie, vengono elargiti dei fondi per aiutarci a iniziare la nostra attività. Se partiamo da zero le spese saranno immense, tra strutture, locali di trasformazione, macchinari… vien quasi da dire che, con i prezzi di vendita dei prodotti (carne, latte, trasformati) c’è il concreto rischio di non ripagarsele in tutta la vita!

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Piccola mandria a mezza quota, Vallone di Champorcher (AO)

Sì ma… poi tanto ci saranno i contributi! Mi ricordo che una sera, guardando un tg regionale, in un servizio si diceva che, se non veniva sbloccato il pagamento dei premi degli ultimi anni per gli allevatori, molte aziende erano a serio rischio di fallimento. Ha senso tutto ciò? Secondo me no! Se io lavoro e non ci sono particolari calamità, bene o male dovrei almeno andare in pareggio. Non si dovrebbe dipendere da aiuti esterni… Già… però le spese sono tante e i nostri prodotti valgono poco. Il valore basso è legato a prodotti che arrivano da altri paesi dove il costo del lavoro è inferiore… ma anche al mercato viziato dai contributi!

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Gregge al pascolo – Cumiana (TO)

Prendiamo per esempio gli agnelli… arrivano animali macellati e puliti dall’estero a poco prezzo. Ma anche se io cerco carne italiana, ne trovo in sovrabbondanza perché oltre ai nostri pastori locali, ci sono tutti quelli che hanno messo su greggi di pecore per “pulire le montagne” e prendere i contributi. Oppure hanno sempre più ingrandito il gregge perché alcuni meccanismi di attribuzione di tali premi si basano sul numero di capi, oltre che sugli ettari affittati.

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Capre in un villaggio di montagna, Balme – Valli di Lanzo (TO)

Il lavoro in montagna è più difficile, ci sono distanze maggiori da percorrere, il territorio ha caratteristiche sicuramente più disagiate rispetto alle estensioni pianeggianti. Veniamo incontro a chi lavora in montagna semplificando, diminuendo le tasse, valorizzando il prodotto… Facciamo in modo che agricoltori e allevatori delle terre più difficili possano lavorare e, nello stesso tempo, curare un territorio fragile. Ma evidentemente gli interessi sono ben altri. Ogni volta che si parla di qualche aiuto pensato a sostegno di queste realtà… ecco che dopo un paio di anni si scopre che ben altri soggetti se ne sono approfittati mangiandosi la fetta più grossa con l’ennesima truffa.

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Alpeggio in alta quota , Quart (AO)

Qualcuno mi dirà: “Se li danno, provo a prenderli anch’io, perché dovrei lasciarli agli altri?“. Certo, di soli ideali e passione difficilmente si vive, specialmente con le spese che si debbono affrontare per essere a norma e per mandare avanti l’attività. Ma l’azienda che si ingrandisce grazie ai contributi spesso prenderà il trattore più grosso, comprerà o affitterà i prati migliori. Avrà dipendenti che faranno il lavoro magari egregiamente, ma senza quella passione che si può avere per la propria terra, per quanto grama sia.

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Pascoli non ben utilizzati – Quart (AO)

La scorsa estate, quando tutti si lamentavano per la siccità, per il poco fieno messo da parte a causa delle gelate primaverili e della siccità estiva, ho visto alpeggi dove addirittura era stata lasciata indietro dell’erba da pascolare, con la mandria che scendeva al tramuto inferiore prima di aver ripulito tutto. Gli operai badano agli animali, ma sicuramente di loro spontanea volontà non mettono l’attenzione alla cura del territorio che invece era fondamentale nel lavoro delle generazioni precedenti. Solo se ti obbliga il padrone vai a pulire i canalini per la fertirrigazione e fai in modo che il liquame raggiunga ogni angolo del pascolo, per garantire erba buona per l’anno successivo.

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Villaggio abbandonato – Valle Po (CN)

Il prato più ripido verrà abbandonato, il pascolo più piccolo non sarà sufficiente a contenere tutti i capi e verrà lasciato indietro. I terreni aziendali non daranno fieno a sufficienza, bisognerà farlo arrivare da fuori, facendo conto affidamento contributi per pagarlo… Non ci interesserà la bontà del prodotto, non ci interesserà nemmeno più il prodotto, ma soprattutto avere le carte in regola per percepire quei finanziamenti. E così via, con molti altri esempi che potrei continuare ad elencarvi. Sono solo io che vedo un castello con le fondamenta di sabbia??

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L’anno nuovo è appena iniziato, i pascoli di montagna finalmente riposano sotto metri di neve e se ne attende ancora in abbondanza proprio nei prossimi giorni. Perché allora parlare di alpeggi adesso?

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Colle del Colombardo – Val di Susa/Val di Viù (TO)

Perché per il giorno in cui la neve sarà sciolta e l’erba inizierà a “muoversi”, gli allevatori che praticano la transumanza e monticano in alpeggio, devono avere una sede dove salire con le proprie bestie. E non per tutti questo è così scontato.

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Fabbricato d’alpeggio – Chianocco, Val di Susa (TO)

Recentemente mi è capitato di ricevere diversi messaggi da amici e conoscenti che si rivolgono a me per sapere se per caso io sia informata dell’esistenza di qualche alpeggio libero. “Tu che giri, magari sai qualcosa… in Piemonte o anche in Val d’Aosta…“. Immaginatevi cosa possa voler dire per un allevatore non avere la certezza di dove porterà i propri animali nella stagione estiva! Rimanere in pianura… o in fondovalle… a mangiare cosa? A tenere le bestie in stalla d’estate?? Oppure doverle mandare ad altri… C’è sia l’aspetto economico, sia quello sentimental-psicologico! Chi fa questa vita da sempre, si sente morire al pensiero di non poter salire in alpeggio.

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Pascoli salendo al Col de Larche – Francia

Ma perché, potrebbero chiedermi i non addetti ai lavori, chi è già in alpeggio non continua ad andare nello stesso posto, stagione dopo stagione? Dovete sapere che vi sono alpeggi di proprietà, per cui quindi non si pone il problema, alpeggi privati o consortili, che vengono affittati agli allevatori con trattativa diretta, e alpeggi pubblici (in Piemonte per lo più comunali, ma esistono anche alpeggi di proprietà regionale, per esempio in Lombardia). Questi ultimi generalmente vanno all’asta alla scadenza del contratto, quindi non è detto che l’affittuario attuale riesca ad aggiudicarseli nuovamente. Esiste il diritto di prelazione, ma la cifra da sborsare è quella che ha vinto l’asta… e potrebbe essere anche troppo elevata per l’allevatore.

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Pascoli di inizio stagione – Pian della Mussa, Valli di Lanzo (TO)

Il problema principale è legato alla solita questione dei contributi: non è che oggi non si trovino alpeggi perché il numero degli allevatori è in crescita! La questione è che vi sono territori d’alpe (anche molto vasti) che vengono affittati da chi allevatore non è, ma prende i pascoli e ci mette sopra degli animali per beneficiare di ingenti somme di denaro. Oppure, vi sono allevatori che si sono ingranditi notevolmente e necessitano di anche più di un alpeggio per collocare tutti i loro capi di bestiame. Anche loro beneficiano dei contributi, che permettono loro di essere più competitivi dei medio-piccoli allevatori. E i contributi spingono alcuni ad ingrandirsi anche oltremisura, affittando altri alpeggi dove metter su i propri capi, affidati a personale stipendiato.

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Mandria al pascolo – Valle di Champorcher (AO)

Ecco allora che il giovane che vuole iniziare ad andare in alpeggio (o come nuovo allevatore o dividendosi dalla famiglia) non trova niente di libero. Oppure si tratta del piccolo allevatore che vive in valle, che non è sceso nella pianura ad affittare cascine, che non si è ingrandito fino ad avere centinaia e centinaia di capi. Quello che si arrabatta con i propri animali, produce formaggio, sempre sul filo della sopravvivenza, ma mantiene anche in vita la propria valle, pascolando in bassa quota in primavera e autunno, tagliando il fieno in estate.

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Reveraz désot – Valgrisenche (AO)

Qualche giorno fa un amministratore mi diceva che, nello scorso anno, gli affitti degli alpeggi sono stati l’entrata principale per il suo Comune. Non fatico a crederlo, gli alpeggi sono sempre stati una delle principali ricchezze del territorio alpino, solo che oggi non lo sono più per i loro prodotti (formaggi, lana, carne), ma per ciò che mettono in moto questi meccanismi economici che davvero risultato incomprensibili a chi guarda dal di fuori senza conoscerne i dettagli. Gli alpeggi affittati a caro prezzo, quale ricchezza portano? Soldi per le casse comunali… ma non portano territorio vivo, non portano giovani famiglie, non portano produzione e vendita di latticini sul posto… Morale della favola, non ho mai una risposta per chi mi chiede se conosco un alpeggio libero. E mi fa male doverlo dire a coppie di giovani nei cui occhi brilla la passione, la voglia di fare…

Buone feste

Sta finendo il 2017, anno in cui è nato questo blog, trasformazione/evoluzione di “Storie di pascolo vagante“, dove mi avete seguita per ben 10 anni. Non lo sto aggiornando quanto vorrei, in certi momenti manca il tempo, in altri l’ispirazione. Non so in futuro come andrà, ma voi passate ogni tanto di qui a vedere se ho scritto qualcosa.

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Per festeggiare insieme l’anno nuovo, potete venire ad Usseaux (Val Chisone – TO) il 3 gennaio 2018 alle ore 21:00 nel Punto Museo. Presenterò “Capre 2.0”, il mio ultimo libro. Intanto vi anticipo per il 2018 dovrebbe vedere la pubblicazione di due mie nuove opere letterarie: il libro di itinerari in alpeggio in Val d’Aosta per Monterosa Edizioni e il romanzo “Il canto della fontana” (vincitore di Parole di Terra 2017) per Pentagora.

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A questo punto, non mi resta che farvi i miei migliori auguri di Buone Feste. Spero di avere occasione di continuare a girare per pascoli, stalle, montagne, sentieri e potervi raccontare ancora altre storie e riflessioni.

Chi non conosce la Fontina?

Era da qualche tempo che volevo scrivere un articolo sulla Fontina. La spinta finale me l’ha data un amico valdostano che, fuori regione per motivi di lavoro, l’altro giorno ha acquistato un pezzo del suddetto formaggio per preparare un piatto tipico del suo paese, da consumare in compagnia di amici. Le sue considerazioni espresse su Facebook hanno aggiunto un tassello a questa travagliata storia…

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Fontina d’alpeggio in una bancarella di produttori a Roccaforte Mondovì (CN)

Come saprete, la scorsa estate ho girato dalla bassa all’alta Valle per raccogliere materiale e testimonianze per un libro di itinerari di prossima pubblicazione (uscirà nel 2018). Ho così avuto modo di vedere dove nasce la Fontina d’alpeggio, ascoltare le storie (e le lamentele, in alcuni casi) di chi la produce. Mi sono documentata sulla sua storia, sulle origini del suo nome e sul perché la Fontina d’alpeggio, in alpeggio, non si possa acquistare…

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Produttori con i loro formaggi alla fiera di Luserna San Giovanni (TO)

Mi era capitato, tempo fa, di sentir dire che “la Fontina d’alpeggio non esiste più, non trovi nessuno che ne abbia da vendere, ormai danno il latte ai caseifici“. Sì e no… è vero che alcuni produttori conferiscono il latte ai caseifici anche d’estate, è vero che molte delle Fontine prodotte in quota non vengano più stagionate in alpeggio, ma sono conferite “bianche” al consorzio o a privati, che si occupano poi della stagionatura e della vendita. Ma comunque, in alpeggio, la Fontina non la potete acquistare, a meno che sia stata prodotta in fondovalle o nei primissimi giorni d’alpe, perché il disciplinare prevede almeno 80 giorni di stagionatura dopo il giorno di produzione.

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Stand della Fontina a Cheese – Bra (CN)

Prima di passare ad altre considerazioni, lasciatemi dire che, secondo me, soprattutto in Val d’Aosta, la Fontina viene venduta al consumatore ad un prezzo troppo basso. Innanzitutto, la sua lavorazione: latte intero, entro due ore dalla mungitura (quindi due volte al giorno), per non parlare poi di tutta la stagionatura con salatura e spazzolamenti vari. Poi è una DOP, quindi viene controllata e marchiata, ciò che non è conforme, si scarta. Infine, il suddetto disciplinare, impone una certa alimentazione alle vacche (che sono rigorosamente di razza autoctona valdostana), quindi nella stagione invernale il fieno deve essere solo valdostano. Aggiungiamo che il territorio è interamente montano, quindi 365 giorni all’anno le condizioni di vita e di lavoro son diverse da quelle di un’azienda di pianura.

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Degustazione di Fontina d’alpeggio a Cheese – Bra (CN)

E’ vero che il disciplinare prevede l’eventuale impiego di altri alimenti che non siano solo erba e fieno, ma solo in certe percentuali e solo quelli indicati. Come vi avevo raccontato quest’estate, c’è anche un progetto a cui hanno aderito alcuni alpeggi, di non impiegare mangimi per un certo periodo d’estate. Quelle Fontine vengono vendute separatamente. Insomma, la Fontina è un formaggio conosciuto, la sua storia è antica, le sue vendite e la sua esportazione risalgono ai secoli scorsi, quando venivano i commercianti da fuori regione ad acquistarle a fine stagione d’alpeggio. Ma oggi che succede??

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La Fontina comprata in Piemonte dal mio amico, con tanto di carta e marchio ufficiali

Come vi dicevo, c’è stato un amico che, fuori regione (e ben conoscendo la buona Fontina) ha dovuto comprarne una fetta per cucinare un piatto tipico della Vallée. Così ha scritto dopo averla scartata e assaggiata: “Qualcuno sa spiegarmi… Mentre in Valle d’Aosta per il MODON D’OR fanno passerella politici e non, in Piemonte, un valdostano vuole cucinare per amici la Soupetta di Cogne. Dopo essermi procurato le spezie giuste, mi fermo in un negozio dove vendono esclusivamente prodotti di marca, mi avvicino al bancone dei formaggi che trovo veramente ben fornito, si presenta una commessa che mi domanda: Desidera? Vorrei della Fontina! La vuole di Aosta o quella dolce? La vorrei di Aosta! La commessa ne prende un pezzo ed io lo compro tutto, lei lo incarta e me lo porge, la pago €. 16,90 al kg. (per informazione la Fontina dolce si chiama Fontella). Arrivo a casa di amici, scarto la Fontina, l’assaggio, amara come il fiele. Nella speranza che qualcuno, guardando le foto sappia spiegarmi di cosa si tratta, ricordo che la Fontina dovrebbe essere il nostro fiore all’occhiello e ambasciatrice della Valle al di fuori dei nostri confini, saluto. Un valdostano amareggiato “in tutti i sensi” Ps. la crosta non l’ho grattata io.

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Fontina DOP e DOP alpeggio in vendita a Cheese – Bra (CN)

A questo punto le considerazioni da fare sarebbero molte. La prima è che, appena fuori valle, i prezzi lievitano tantissimo. Sapete che in Val d’Aosta in media la trovate a 10-12 euro al kg? Al caseificio così come dal privato, anche quelle veramente buone, così buone che viene spontaneo dire al produttore: “Te la pago di più perché non è giusto che la vendi ad un prezzo di una toma qualsiasi!“.

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Fontine e tome valdostane – Condove (TO)

Ho fatto un esperimento ed ho provato a chiedere agli amici on-line se comprano Fontina, dove e come la giudicano. Vi copio un po’ dei loro commenti. “Acquistata sempre facendo attenzione al marchio del consorzio sulla crosta. Poi quando ho tempo, da ottobre in poi, cerco di andare a trovarmi i produttori/clienti e lì il profumo e il gusto cambia con i fiori di alpeggio. Non tutta la fontina è uguale. E da un produttore all’altro cambia un po’. Il consorzio garantisce un prodotto conforme.” “Io Fontina buona qua in Piemonte non ne ho quasi mai trovata… spesso e volentieri è amara…“. “Buona quella di alpeggio e quella di caseificio acquistata in Valle, fuori dalla Valle quella dei supermercati ha poco sapore, buona quella dei piccoli negozi specializzati in formaggi.” “Buona solamente quando la comperi in Vallée. Diversamente è sempre amara.” “La sua bontà è direttamente proporzionale al prezzo, sovente prendo quella bio al Naturasì di Pinerolo, la pago 21 euro al kg ed è molto gustosa, mi è capitata di prenderla al Unes di Villar Perosa ad un costo decisamente inferiore, ma di fontina aveva solo l’etichetta.” Una voce dalla Toscana: “La fontina fa schifo… vai nei supermercati e non sa di nulla… se vai in da un casaro dove nasce e dove la fanno davvero è fantastica ragion per cui vai a sapere che ci mandano qui… una volta ad Aosta c’avrei preso l’indigestione, ce la portò un vecchietto che teneva le mucche, avrei mangiato anche la carta!” Dalla Lombardia: “Qui da noi, nei supermercati, non sa di niente e costa cara.” Altri amici invece hanno risposto indicando i nomi dei produttori da cui vanno direttamente a fornirsi, oppure la acquistano in occasione della Fiera di Sant’Orso.

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La Fontina è una sola… ed essendo una DOP non può essere fatta altrove! – Coazze (TO)

Aggiungo qualche mia esperienza personale. Il consumatore deve sempre fare ben attenzione, perché spesso viene spacciato per Fontina… del formaggio che Fontina non è! Quante volte nelle fiere mi è capitato di vedere delle “fontine” di chissà dove, ma sicuramente non valdostane!

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Parmigiano valdostano?? – Lanzo (TO)

Il plagio e i tarocchi colpiscono ogni formaggio, non ne è vittima solo la Fontina. Nelle fiere davvero si può trovare di tutto. Non è detto che il gusto sia cattivo, ma se vogliamo un certo prodotto, dobbiamo conoscerne le caratteristiche. Soprattutto poi non mi puoi vendere ad un certo prezzo un formaggio che non è quello autentico.

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Toma “fontinata” – Luserna San Giovanni (TO)

Nel caso della Fontina però, se compriamo un formaggio con un marchio, una DOP, vorremmo che sia buono! Probabilmente ci sono “tome fontinate” (in questo caso penso sia ammesso chiamarle così, sappiamo che stiamo comprando una toma prodotta con il metodo della Fontina, ma non rispettando il disciplinare della DOP e l’origine probabilmente non sarà valdostana) più buone di certa Fontina che si trova in giro! Per completezza di informazione, il Fontal è un formaggio industriale che non ha niente a vedere con la Fontina, con la sua lavorazione e con la Val d’Aosta (qui per saperne di più sul Fontal).

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Stagionatura a Merdeux – St.Rhemy-en-Bosses (AO)

I controlli in alpeggio sono molto rigorosi, l’ho sentito dire e ripetere in ogni alpeggio dove sono stata. Lo sono per tutti i formaggi, ma in particolar modo per la Fontina. Potremmo dire che ciò sia giusto, perché si tratta di una DOP, di quel fiore all’occhiello di cui si parlava prima, di quell’ambasciatrice della Val d’Aosta nel resto d’Italia, del mondo. Ma forse bisognerebbe essere più rigorosi nel resto della filiera, non solo in alpeggio! Perché sono stata in un alpeggio dove ho assaggiato un formaggio meraviglioso che non solo non può più essere chiamato Fontina (anche se era nato come tale) perché viene lasciato stagionare “abbandonato” in alpeggio… Ma non può nemmeno essere venduto, tant’è vero che l’alpigiano deve mettere il cartello “uso personale” allo scaffale dove lo tiene (andate a leggere qui).

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Fontina in vendita a Cheese – Bra (CN)

Poi però, anche in manifestazioni “di settore” troviamo delle Fontine che hanno più di un anno e che sono state confezionate e tenute sottovuoto (per quanto tempo??), come si può vedere nell’immagine sopra. E questo è il meno, tornando alla Fontina con la carta “ufficiale”, ma con la crosta tagliata dell’amico di cui sopra. E poi, per favore, rendetela più riconoscibile, più tracciabile. Tolta la placchetta dove c’è il numero del caseificio dov’è stata fatta (che poi lo può capire solo un addetto ai lavori, facendo una ricerca), il consumatore come fa a sapere se viene dal caseificio, dall’azienda agricola, all’alpeggio? Penso che in molti sarebbero disposti a pagare qualche euro in più al chilo una buona Fontina di tizio o di caio, trovandola in Piemonte o in Lombardia o in Lazio. Poi… se non è buona, so chi l’ha fatta e magari gli scrivo anche due righe attraverso internet!

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C’è scritto Fontina, ma poi si vende un po’ di tutto… – Luserna San Giovanni (TO)

Non sono così ingenua da non sapere/immaginare cosa ci sia dietro, è stato un discorso ricorrente negli alpeggi quest’estate. Ma che senso ha tenere i prezzi uniformi verso il basso? Fino a quando reggerà questo sistema? Fino a quando reggeranno i piccoli allevatori di montagna di questa regione? E soprattutto, che senso ha mandare in giro nella grande distribuzione Fontina di livello medio-basso, insapore, gommosa, per non parlare di tutta quella amara?? Pensate che c’è addirittura gente che pensa che la Fontina debba essere amara!!!!! Ci sarà sempre differenza tra un formaggio d’alpeggio e uno di caseificio, che si chiami Fontina, Asiago, Montasio o quel che è… Il consumatore deve essere consapevole e informato, deve saper scegliere e cercare, ma non deve nemmeno essere imbrogliato quando paga anche caro un formaggio marchiato, che dovrebbe avere certe caratteristiche garantite. Buon appetito a tutti…

 

Incontriamoci di persona!

Cari amici, il mondo virtuale mi sta un po’ stufando… leggo tanta disinformazione, che ottiene più ascolto degli articoli seri. Inoltre, ho un paio di argomenti che mi piacerebbe tanto discutere con voi, ma purtroppo “…è meglio non parlarne, perché non si sa mai, le conseguenze…“. Così è la vita, non crediate che il mondo degli allevatori sia la favoletta di Heidi. Vi dico soltanto che la burocrazia affligge tutti i settori, ma più che mai manda fuori dai gangheri quando va a toccare un mestiere così concreto come quello di chi è impegnato dal mattino alla sera per seguire i propri animali e proprio non riesce a capire chi e come, in qualche ufficio, riesca ad inventarsi certe “leggi”.

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Così passa la voglia di aggiornare il blog, se non posso dire quello che penso… Ma non passa la voglia di incontrare i miei amici e i miei lettori, vi garantisco che faccia a faccia vi parlo di qualunque cosa e rispondo a tutte le vostre domande. Poi sarebbe anche un bel modo per farci gli auguri di persona e non solo dietro ad uno schermo (del pc o del telefono). Quindi, questo sabato, 16 dicembre 2017, alle ore 17:00 vi aspetto nella Biblioteca Comunale di Cumiana, il mio paese. Ci saremo io con “Capre 2.0”, Paola Giacomini con “Sentieri da lupi” e i formaggi dell’Azienda Agricola di Matteo Faion. Tra l’altro, proprio in quel giorno, ci saranno spettacoli e animazioni per le strade del paese. A presto allora!

E’ inverno e nevica

Non so voi, ma a me era quasi venuta la paura di non vedere più l’inverno, le stagioni, la neve. Temevo che mi sarebbero toccati anni di clima anomalo, giornate in cui stare in camicia anche a gennaio o a dicembre. Ma poi invece…

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Nevicata del 1 dicembre, Tussiot – Cumiana (TO)

La prima nevicata è arrivata all’inizio del mese ed ha imbiancato le vallate del Cuneese e del Torinese, arrivando anche in pianura. Che sollievo per le scorte idriche, per i boschi martoriati dagli incendi e per quelli dove i piromani ancora si accanivano ad innescare nuovi fuochi!

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Rientro in stalla, Cumiana (TO)

Dalle mie parti la neve caduta non era stata eccessiva, poco più a monte si sfiorava il mezzo metro, ma da me era caduta anche pioggia, compattando la neve, che poco per volta si era anche sciolta dove batteva il sole. Così si riusciva anche ad andare al pascolo!

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La neve aveva schiacciato i rovi, così le capre si nutrivano ghiottamente delle foglie ancora verdi. Non erano giorni da fare le difficili e le schizzinose, qualunque cosa era appetibile in questi giorni di magra: felci, foglie di frassino ormai secche, cadute a terra da settimane, piccoli ciuffetti di erba già verde grazie all’umidità della pioggia e della neve.

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Pascoli aridi imbiancati da una spolverata di neve, Porliod – Nus (AO)

Ma non dappertutto aveva nevicato. In Val d’Aosta per esempio la neve caduta era stata proprio solo una spolverata. Discorso turistico-sportivo a parte, per la montagna serviva comunque ben altro, specie per vallate come questa, abbastanza arida d’estate, ma dove l’agricoltura e la zootecnia di montagna si basano sull’irrigazione attraverso un fitto sistema di canali e ruscelli artificiali.

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La Combaz – Nus (AO)

Un inverno con solo freddo, ma scarse precipitazioni, sarebbe stato un vero e proprio disastro, dopo la siccità che già aveva compromesso l’estate e l’autunno. Stagione d’alpeggio breve, scorte di fieno inferiori alla norma, zero termico ad alta quota, con i ghiacciai che si sciolgono sempre più, estate dopo estate. Guai se fosse mancata anche l’acqua per l’anno successivo!

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Inizia la nevicata, Petit Fénis – Nus (AO)

Ma poi ecco che, ieri mattina, pur con una temperatura abbastanza bassa, inizia a nevicare: è neve finissima, veri e propri cristalli, con tutti i loro aghetti e disegni diversi l’uno dall’altro. Sembra farina che viene giù dal cielo, pare incredibile che possa creare uno strato spesso, tanto è leggera e impalpabile.

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Tra le vecchie case, Petit Fénis – Nus (AO)

Pian piano la neve va a coprire tutto, case abitate e case abbandonate. Copre i muri crollati, porta indietro nel tempo con la sua magia. E’ vero, tra non molto sarà tutto più complicato, quassù, ma è impossibile non lasciarsi rapire dalla sua magia.

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Petit Fénis – Nus (AO)

La nevicata va avanti, aumenta d’intensità, copre tutto ed è inverno. Si fanno i lavori inderogabili e poi ci si chiude in casa con la stufa accesa. Poi ci sono tutti gli altri, quelli che devono andare altrove, devono mettersi in viaggio, e allora protestano perché le strade sono difficili da percorrere… ma siamo d’inverno e siamo in montagna. La natura, quando si mette d’impegno, si fa rispettare e cerca di insegnare anche all’uomo del XXI secolo i suoi giusti ritmi. D’inverno tutto si ferma, d’inverno tutto riposa sotto il candido manto.

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Si porta il fieno in stalla, Petit Fénis – Nus (AO)

Non è solo tutta poesia: non sempre le stalle sono tutte vicine a casa, non sempre il fienile è adiacente, così i “due passi” con la balletta di fieno in quei momenti si fanno più impegnativi. Ma fin quando c’è fieno, gli animali stanno bene e c’è la salute anche per l’allevatore, si fa anche questo. Vivere e lavorare in montagna è diverso dalle grandi stalle di pianura…

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Vitelli di razza valdostana, Petit Fénis – Nus (AO)

In stalla si sta al caldo, non ci si preoccupa minimamente di quel che accade all’aperto. Tanto il fieno nelle mangiatoie arriva come al solito, al massimo si protesta con muggiti e belati se la neve complica il lavoro fuori e c’è qualche slittamento di orario.

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Dopo circa 10 ore di nevicata, Petit Fénis – Nus (AO)

…e la neve intanto si accumula… si affanna a toglierla chi deve uscire con l’auto, magari per andare al lavoro. Per una volta forse invidiano gli allevatori, che invece sono lì che finiscono di mungere o di pulire la stalla. Beati loro che non devono muoversi di casa… Ma per loro non c’è busta paga a fine mese, non c’è domenica, non c’è giorno di festa…

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Ritiro serale del latte, Petit Fénis – Nus (AO)

Per lavoro deve anche passare il camion del latte, al mattino e alla sera, per portare i bidoni in caseificio, dove subito inizierà la lavorazione della Fontina.

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Pulizia della strada con la fresa, Petit Fénis – Nus (AO)

I mezzi fanno il possibile per mantenere aperte le strade, ma la nevicata continua e, il mattino dopo, nevica ancora. C’è chi si lamenta, ma penso sia materialmente impossibile, con una precipitazione così intensa e con strade dallo sviluppo così esteso come quelle dei comuni di montagna, togliere ogni singolo fiocco nel momento in cui tocca terra!! Anzi, tanto di cappello a quelle persone che hanno lavorato notte e giorno per cercare di pulire le strade, talvolta trovando come ostacolo i mezzi di chi si è fatto cogliere impreparato, senza mezzi e attrezzature idonee alla stagione e alla neve.

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Il villaggio al mattino presto, Petit Fénis – Nus (AO)

Ho pubblicato queste foto su Facebook, dove le immagini romantiche vanno di pari passo con le polemiche. Un’amica mi ha raccontato una storia che mi sembra giusto condividere anche con tutti voi. Scrive Augusta: “Era il 1986, fine gennaio inizio febbraio, in una frazione di un comune della bassa valle (non faccio nomi perché mi sembra più corretto) vivevano 4 famiglie, in quei giorni comincia a nevicare, lì sono quasi 1500 metri la neve ammucchia, si pala ma ne viene tanta…

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Tra le “vie” del villaggio, Petit Fénis – Nus (AO)

La strada asfaltata penso non arrivasse proprio ancora vicino alle case. Il comune è vasto e i soccorritori e volontari non arrivano. La frazione è isolata, ci si tira su le maniche e si pala. Sembra andar abbastanza bene, se non che un anziano muore… poverino… ma questi non si perdono d’animo, si sistema il nonnino in una stanza che fa da camera ardente, e si organizza i lavori, ci si aiuta a pulire stradine per andare nelle stalle dar mangiare alle bestie, pulire con le carriole il letame mungere, andare nei fienili, preparare il fieno… A quei tempi il fieno non era imballato, nel fienile c’era la “biesta” e per portarlo in stalla si usavano dei teli con delle corde negli angoli, si legavano dei mucchi che poi venivano portati direttamente nelle mangiatoie e slegati. Comunque senza perdersi d’animo c’era chi accudiva le stalle chi cucinava prodotti che avevano in casa.

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La parte non abitata del villaggio, Petit Fénis – Nus (AO)

Sicuramente non erano senza scorte di patate farina salumi, perché era febbraio e a dicembre avevano tutti lavorato il maiale. Intanto continuava a nevicare e si palava…
Alla sera dopo cena si passava dal nonnino per una corona. Un paio d’ore e poco più di riposo e si ricominciava, le giornate passavano così e in quella situazione ne passarono tre sicuro, forse quattro o addirittura cinque, fino a che i volontari del Comune arrivarono in soccorso.
Io la storia l’ho sentita raccontare, ma senza lamentele, semplicemente come un momento che la natura e la vita portavano a vivere, “quasi” una normalità. Adesso sarebbe uno scandalo roba da denunce, pagine di giornali, servizi tv ecc ecc ….
E forse… concludete voi.

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Giornate difficili per tutti gli animali selvatici, Petit Fénis – Nus (AO)

Direi che non c’è altro da aggiungere a questa bella storia che mi ha scritto/raccontato Augusta Agnesod. qui nevica ancora, ma oggi molto meno intensamente di ieri. Ormai sono 36 ore, ma non c’è da stupirsene. E’ inverno, quello vero, come ai vecchi tempi. Abbiamo perso l’abitudine, ormai vogliamo che sia tutto ai nostri comandi, la neve solo per andare a sciare, l’acqua che scorra infinitamente dai nostri rubinetti, le strade sempre libere per permetterci di correre freneticamente qua e là per lavoro e per piacere.

Una storia in un albero

E’ passato un mese dai terribili giorni degli incendi che hanno percorso più o meno gravemente ettari ed ettari di boschi, pascoli e ripidi versanti sulle nostre montagne.

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Segni del passaggio del fuoco – Cumiana (TO)

Qui in certi giorni nell’aria si sente ancora quell’odore, l’odore di bruciato che ha impregnato tutto. Alle quote più basse i danni non sono stati gravissimi. E’ bruciato soprattutto il sottobosco e gli alberi già morti in piedi, che in queste zone sono tanti, dato che molti di questi boschi non erano più stati tagliati/puliti da anni.

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Albero di leccio – Cumiana (TO)

Il fuoco ha fatto di giri strani, laddove per fortuna non c’era il vento a spingerlo. Così è salito, sceso, lasciando delle isole completamente intatte o arrivando a quote diverse anche laddove non è stato l’intervento di uomini e mezzi a spegnerlo. Oggi sono andata a far vista ad un “vecchio amico”, un albero molto speciale. Temevo di non trovarlo più o che avesse subito danni.

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Leccio secolare – Cumiana (TO)

Invece questo vecchissimo leccio per fortuna si è salvato, il fuoco si è fermato da solo poche decine di metri più in alto. Questa pianta si trova lungo una traccia di sentiero nel bosco, credo che non siamo più in tanti a percorrerla. Mi sono domandata tante volte chi sia stato a piantarlo. Non è una pianta delle nostre zone, dei nostri climi.

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Casa abbandonata tra i boschi – Cumiana (TO)

E’ appena sopra ad una casa abbandonata, che pian piano sta crollando, avvinta dall’abbraccio dell’edera. Anche lì il fuoco non è arrivato. Penso che il leccio fosse stato portato da qualcuno che era emigrato in Francia, deve aver visto là quelle querce che non perdevano le foglie e rimanevano verdi tutto l’anno. Ce ne sono anche altre piante più piccole vicino ad altre case, ma questa è l’unica ad aver raggiunto simili dimensioni. Un giorno un anziano mi aveva raccontato che ce n’era un’altra che è stata tagliata già tanto tempo fa per farne un grosso tavolo.

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Muri e terrazzamenti nei boschi – Cumiana (TO)

Sarebbe bello che quell’albero potesse raccontare la sua storia. La storia di quando questi non erano boschi, ma si coltivava sicuramente, visto che sulla montagna si vedono ancora i terrazzamenti e i muretti che risalgono a quei tempi.

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Terrazzamenti abbandonati – Cumiana (TO)

Più avanti, a quote ancora maggiori, c’è persino una vasca di quelle che di solito si impiegavano per preparare il verderame da impiegare nelle vigne. I giorni del fuoco resteranno un ricordo, speriamo non debba essere rinnovato da altre simili scene. La siccità intanto continua, le poche gocce di pioggia sono state ben poca cosa. Tutti sono tornati alla loro vita, la montagna al suo abbandono. Ripensare però di portare in vita quei tempi è impensabile, dovevano essere vite grame che spingevano a cercare fortuna in Francia, anche solo per lavori stagionali. Qualcuno tornava portando persino una pianta di leccio, qualcuno non rientrava più.

BEE – bella roba!

Avrei voluto raccontarvi di una bella fiera, molto partecipata. A dire la verità però, quando sento e vedo certe cose, mi passa fin la voglia di scrivere, perché sembra che uno sia sempre solo lì a lamentarsi di quel che non va per il verso giusto.

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Fiera BEE a Villanova Mondovì (CN)

Domenica scorsa ero stata invitata a Villanova Mondovì per la fiera BEE – Formaggi di montagna, 4° edizione di questa manifestazione. Non c’ero mai andata e la prima impressione che ne ho ricavato, arrivando in piazza, è stata quella che mi ha fatto esclamare: “Ogni tanto bisogna proprio cambiare zone per vedere qualcosa di nuovo e scoprire belle manifestazioni, non sempre le solite fiere nei soliti posti!

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Pecora garessina, razza in via di estinzione – Villanova M.vì (CN)

C’era un buon numero di animali, capre e pecore di razze diverse, locali e non, portate in piazza dagli allevatori della zona. Non si trattava di una rassegna, quindi non c’erano premiazioni o valutazioni dei capi esposti, ma mi è stato detto che agli allevatori è stato corrisposto un piccolo rimborso delle spese per venire lì e “animare” la fiera.

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“Incontro” con le “specie esotiche” – Fiera BEE, Villanova M.vì

Senza il bestiame infatti non sarebbe stata la stessa cosa! C’erano gli allevatori che chiacchieravano tra di loro, c’era chi le bestie le aveva un tempo, c’erano i contadini, poi c’era tanto, tantissimo pubblico venuto sia per ammirare e “incontrare” gli animali, sia per la fiera e le bancarelle. Si commentavano le bestie, il prezzo del fieno, il tempo…

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Inaugurazione delle manifestazione, Fiera BEE – Villanova M.vì (CN)

Una prima delusione è venuta dai politici: arrivati per inaugurare la fiera, hanno presenziato anche alla “colazione letteraria” che doveva aprire la manifestazione. Dopo essersi riempiti la bocca sui soliti discorsi a base di “territorio”, “importanza delle piccole aziende locali” ecc ecc ecc, hanno puntato dritto al buffet, chiacchierando ad alta voce con il loro codazzo al seguito e ignorando bellamente la persona che stava parlando del suo lavoro, un film sui pastori. Abbiamo dovuto interrompere l’incontro, tanto praticamente più nessuno ci stava ascoltando, tra il vociare dei politici e la fame atavica scatenata dalla “colazione” gratuita (castagne cotte nel latte e paste ‘d melia). Davvero una magra figura ed un’immensa mancanza di rispetto da parte di quei “rappresentanti del popolo”.

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Formaggi ovicaprini, Fiera BEE – Villanova M.vì

Le bancarelle erano state scelte con cura, produttori locali e non, formaggi di montagna, ovicaprini, vaccini, tradizionali e innovativi, per tutti i gusti. C’era chi veniva da fuori provincia, chi anche da fuori regione. C’era un’ottima possibilità di scelta per i consumatori, che a queste manifestazioni cercano proprio il contatto diretto con il produttore.

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Formaggi in fiera – Villanova M.vì

Purtroppo però, a fine mattinata, c’è stato un brutto colpo per alcuni degli allevatori/casari presenti in fiera con le loro bancarelle. I Carabinieri Forestali hanno fatto un blitz, colpendo duramente alcuni di loro, sanzionati con verbali salati. Ma non solo! Sono stati sequestrati dei prodotti e una bancarella è stata fatta CHIUDERE! “Una vergogna… i clienti lì in fila per comprare e loro mi hanno fatto smontare tutto! In venti anni di mercati non mi era mai successa una cosa del genere! Neanche avessi avuto chissà che merce sul banco!“, mi racconta sconvolta una margara che conosco bene, tra i protagonisti di questa amara avventura.

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Formaggi in fiera – Villanova M.vì

Già, perché le “irregolarità” rilevate riguardavano la mancanza di documenti per la tracciabilità dei prodotti. La maggior parte infatti non riportava esposto il “numero di lotto” dei formaggi. Certo, la legge è legge, per carità… ma cosa dice davvero la legge?

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Formaggi in fiera – Villanova M.vì

Poi comunque sono stati colpiti solo alcuni dei presenti (appena è corsa la voce, chi poteva si è messo ad aggiungere foglietti scritti a mano…), mentre praticamente tutti erano nella stessa situazione. Sì perché… bisogna o non bisogna avere questi documenti? e bisogna esporli? Alcuni amici “del settore” mi hanno detto di no. Uno di loro mi ha addirittura suggerito le leggi da citare per un ricorso. Un altro mi ha detto che “la normativa è troppo complessa e non è chiara nemmeno a chi se ne occupa tutti i giorni“.

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Formaggi in fiera – Villanova M.vì

Ma che senso ha tutto ciò? Bancarelle piene di scritte, persino gli “ingredienti” del formaggio (ma se uno è intollerante al latte, il formaggio non va a comprarlo… o no?), normative e riferimento di ogni tipo. A me basta il nome del produttore, la sede della sua azienda, il nome del suo alpeggio. Una volta che è ben chiaro quello e la sua faccia dietro al banco, se proprio mi dovesse venire mal di pancia, so a chi rivolgermi. Altro che il numero di lotto ecc ecc!

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Formaggi in fiera – Villanova M.vì

Ma poi… già controllate il caseificio che sia a norma, la cantina per la stagionatura, il latte che sia sano, che siano sane anche le vacche, le capre, le pecore… che ci sia il furgone per il trasporto, il banco per la vendita… e poi andate a sequestrare il formaggio perché non c’è il numero di lotto?? Erano tutti produttori di azienda agricola, gente che probabilmente al mattino è andata in stalla, prima di partire e venire lì. Gente che lotta con tutte le sue forze per sopravvivere, gente che cerca di essere in regola, ma… certe volte le regole sono proprio assurde! Manca un foglio? Chiedimi di portartelo, di mandartelo via fax. No, mi fai 1500 euro di verbale, mi sequestri la merce, mi fai chiudere il banco? Neanche vendessero droga… o veleno…

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Formaggi in fiera – Villanova M.vì (CN)

Sorrideva, il produttore dei Paesi Baschi, offriva assaggi del suo pecorino. Chissà se hanno chiesto anche a lui il numero di lotto? Chi è stato sanzionato, ha detto che non tornerà a quella fiera. Altri che non avevano potuto partecipare, hanno commentato che non ci andranno nemmeno nelle edizioni future, se quella è l’aria che tira.

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Prodotti tipici – Villanova M.vì (CN)

Non so quale aria si respiri in casa di chi vende altri prodotti agricoli, freschi o trasformati, ma leggi e normative complicano la vita a tutti, e più sei piccolo, più fatichi a starci dietro e a sopravvivere, dato che ogni nuova norma comporta nuove spese che non puoi caricare sul tuo prodotto, o non riesci più a venderlo.

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Fiera BEE – Villanova M.vì (CN)

Era una bella fiera, quella di Villanova Mondovì, oltre ai formaggi si trovava un po’ di tutto, dai dolci alle marmellate, dalle spezie all’artigianato. Ma cosa ci sarà ancora il prossimo anno, dopo questa “batosta”? Certo, potrete dirmi che i produttori di formaggio hanno solo da mettersi in regola, senza dubbio è vero, ma se invece fosse vero che non è obbligatorio esporre questo famigerato numero di lotto… perché allora fare questo blitz e parlarne come se si fosse trattato di un importante passo nelle repressione di cattive pratiche che mettono a rischio la salute dei consumatori?

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Capre girgentane – Villanova M.vì (CN)

Così sono andate le cose a BEE. Chi non conosce i meccanismi interni della faccenda, legge l’articolo o sente la notizia e trae la conclusione che, ad una manifestazione dedicata ai formaggi, sono stati sequestrati dei prodotti per la “tutela dei consumatori”. Ne deduce che non fossero sani. Meglio andare al supermercato allora, a prendere qualche “buon” formaggio industriale, che chissà cosa ci propinano quei pastori e margari…

Libri, libri e ancora libri!

Sono poco presente su queste pagine, ma nei prossimi giorni avrete diverse occasioni per incontrarmi dal vivo!

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Questo venerdì, 17 novembre, alle ore 18:00, sarò a Bussoleno alla libreria “La Città del Sole” per presentare “Capre 2.0” insieme a Paola Giacomini, Autrice di “Sentieri da lupi”. Entrambe le opere, uscite a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, sono edite da Blu Edizioni. Presenteremo le nostre opere e ci confronteremo sulle nostre esperienze. Appena riesco, scriverò anche una recensione del libro di Paola.

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BEE a Villanova Mondovì (CN) – foto da fierabee.it

Domenica 19 novembre invece sono stata invitata alla manifestazione BEE a Villanova Mondovì (CN), giunta ormai alla quinta edizione. Qui l’intero programma della manifestazione. Insieme ad altri Autori, presenterò la mia opera alle ore 9:00, ma il libro sarà comunque in vendita nel corso dell’intera giornata.

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I risultati – foto Associazione Parole di Terra

Sabato scorso invece ho compiuto un viaggio fino a Savignone (GE), per la premiazione del premio letterario nazionale Parole di Terra, dove ero stata invitata in quanto finalista con un mio romanzo inedito. La suspense è durata fino all’ultimo istante, mentre veniva fatta la media delle votazioni e la somma finale…

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La premiazione – foto P.Torazza

Il mio “Il canto della fontana” è risultato vincitore per mezzo punto su “Il lupo con la voce di tuono” di Roberto Cattaneo. La vera importanza del premio consiste nel fatto che l’inedito verrà pubblicato dalla casa editrice Pentàgora, quindi prossimamente potrete leggerlo.

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Parole di Terra 2017, i Finalisti e l’organizzazione – foto P.Torazza

E’ stata per me una grandissima soddisfazione per due motivi: innanzitutto, si tratta di un’opera di narrativa, un campo per me quasi inesplorato, fatta eccezione per il romanzo “Lungo il sentiero” (tra l’altro arrivato secondo alla prima edizione di questo concorso). Seconda cosa, nessuno a parte me aveva letto la bozza, quindi non c’è stato l’intervento di alcun correttore, editor, amico a suggerire modifiche o variazioni. Spero quindi di avere altre opportunità future per dedicarmi alla narrativa. Probabilmente ciò mi sottrarrà alla presenza su queste pagine virtuali, ma darà a voi lettori l’opportunità di sfogliare pagine mi auguro più avvincenti!